mercoledì 27 dicembre 2023

La triste storia di Antonio Carpi

Antonio Carpi, nato ad Umago (Istria) il 12 aprile 1900 e residente a Trieste. Guardiano municipale, venne prelevato dalla sua abitazione di via Pindemonte n. 3, il 3 maggio 1945, all'inizio dei quaranta giorni dell'occupazione jugoslava della città, ed assassinato sulla strada dalla "Guardia del Popolo" Silvio Pegan fu Francesco, abitante a Trieste in Strada per Longera n. 191.

Il Pegan era un delinquente abituale che i "liberatori" jugoslavi avevano appena fatto uscire dal carcere del Coroneo dove egli era stato rinchiuso nel 1942 in seguito ad una condanna penale per rapina e furto di legname.

Nel processo in cui il Pegan era stato condannato, la Guardia municipale Antonio Carpi aveva reso la propria testimonianza contribuendo alla condanna del lestofante. Così, il 3 maggio 1945, appena investito dai partigiani dei poteri di "Guardia del Popolo", Silvio Pegan si recò, assieme ad altri due partigiani rimasti sconosciuti, all'abitazione del Carpi in via Pindemonte e, con la minaccia delle armi, obbligò lo sventurato a seguirlo fino alla vicina via delle Linfe dove lo uccise con una raffica di mitra.

Condannato all'ergastolo nel processo tenutosi a Trieste nel 1949, l'assassino Silvio Pegan non scontò alcun giorno di prigione perché riparato nel frattempo nella Zona B del Territorio Libero di Trieste amministrata dagli jugoslavi, dove molti partigiani che avevano commesso delitti e stragi a Trieste e a Gorizia, ricevevano ospitalità ed onori.

La maggioranza irredentista nella Venezia Giulia (e nel Trentino)

È del tutto incontestabile che la stragrande maggioranza degli italiani ancora sudditi dell’impero dopo il 1866 nella Venezia Giulia e nel Trentino fosse costituita da irredentisti. La quantità di prove a sostegno di questa affermazione è tale da rendere difficile non il suo reperimento ma semplicemente la sua sintesi.

È chiaro che coloro che potevano osare definirsi irredentisti ovvero favorevoli all’unione con l’Italia erano pochissimi, ma argomentare da ciò che fossero un’esigua minoranza è sbagliato quanto lo sarebbe inferire dallo scarso numero di “dissidenti” dichiarati del regime sovietico che nell’Urss vi fosse un ampio consenso popolare al comunismo.

Come sempre in storia, la realtà è un insieme altamente complesso e talora contraddittorio, per cui un esame necessita di una valutazione della totalità dei suoi aspetti.

Evitando quindi di scendere nei dettagli, i quali non inficiano affatto la visione d’insieme, si delinea un quadro d’insieme del tutto coerente.

Le scelte politiche degli abitanti della Venezia Giulia durante la dominazione austriaca indicano in maniera inequivocabile una certa lontananza dall’impero asburgico.

  • 1) il partito più importante della regione era quello nazional-liberale italiano, che era espressione dell’elemento italiano (maggioritario numericamente, ed egemone economicamente e culturalmente) e di tendenze irredentiste.
  • 2) esisteva poi il movimento politico Edinost, espressione dei nazionalisti slavi, e quindi non definibile quale filo-asburgico
  • 3) il partito socialista era naturalmente internazionale, nonché repubblicano e laico, pertanto non si riconosceva né nell’impero austro-ungarico, né in qualsiasi altro stato esistente all’epoca, tantomeno in uno monarchico e clericale come quello asburgico.
  • 4) gli unici movimenti politici filo-asburgici erano quelli cattolici, i quali avevano però notevole diffusione soltanto nella bassa friulana in territorio austro-ungarico, e per ragioni sociali e religiose più che lealismo verso Vienna

In breve, se si guarda il panorama politico della Venezia Giulia anteriore al 1914 si rileva che il maggiore partito era l’irredentista nazionale-liberale italiano, mentre notevole diffusione avevano l’Edinost dei nazionalisti slavi e l’internazionale, repubblicano e laico partito socialista. Fra i quattro principali partiti uno solo, quello cattolico, era realmente filo-asburgico, ma era maggioritario solo nelle zone rurali della bassa friulana.

All’interno di questo quadro complessivo si possono certo scorgere moltissimi sfumature e differenziazioni. Ad esempio, il partito socialista esistente nella Venezia Giulia prima della Grande Guerra era una ramificazione del partito socialista austriaco ed era accusato dagli irredentisti di essere troppo filo-governativo, tuttavia la lingua prevalente nelle sue attività era quella italiana e l’apporto politico ed ideologico del PSI e più in generale della cultura italiana era decisamente più importante di quello dello stesso socialismo austriaco. Inoltre, esso preferiva l’alleanza coi liberali, nazionalisti italiani, anziché coi clericali, filo-asburgici, ed aveva numerosi membri d’idee irredentistiche, soprattutto nell’area istriana, in cui il socialismo era più nazionale ed italiano che realmente internazionale.

Similmente, i movimenti cattolico-sociali, aiutati in ogni modo dal governo centrale asburgico per il loro lealismo, erano ben diversi a seconda delle aree locali. Nelle regioni rurali friulane della Venezia Giulia, le uniche in cui i cattolici avessero realmente il predominio, tali movimenti erano marcatamente filo-asburgici, mentre in Istria per ottenere qualche moderato successo dovevano invece presentarsi come “italiani” e fare rimarcare la propria connotazione nazionale.

In ogni caso, il principale partito giulio-veneto ad inizio Novecento è quello nazional-liberale italiano, che è la fucina dell’irredentismo locale. In secondo luogo, fra i quattro maggiori partiti, soltanto uno è realmente “dinastico” e “filo-austriaco”, mentre gli altri tre sono uno di tendenze nazionali italiane, un altro di tendenze nazionali slave, il terzo dichiaratamente internazionale (nonché repubblicano e laico) ed estraneo anch’esso ad una propria identificazione con l’impero austro-ungarico (oltretutto, monarchico e clericale), o con qualsiasi altro stato allora esistente.

Ciò dimostra in modo inconfutabile come i veri e propri lealisti asburgici, definiti spregiativamente quali “fedeloni” dal resto della cittadinanza, fossero in realtà una minoranza, mentre la regione vedeva il prevalere del partito nazionale italiano. Si tenga conto di come i dati suddetti siano applicabili anche alla situazione politica posteriore al 1907, anno in cui fu accordato il suffragio universale, per cui le suddette scelte politiche erano espressione della totalità della popolazione. 

Basti un dato su tutti: alle ultime amministrative svoltesi in Venezia Giulia prima della Grande Guerra (con suffragio universale), su 51 sindaci della regione, 39 erano italiani, quasi tutti del partito nazionale liberale, cioè irredentista. 

Insomma, la maggioranza assoluta degli eletti era italiana ed irredentista, il che dimostra quali fossero le propensioni politiche della maggioranza degli elettori.

Il partito liberale, che riuniva gli italiani su base nazionale ed aveva idee irredentiste (anche se non poteva certo dichiararlo apertamente!), ebbe sempre l’amministrazione di Trieste da metà Ottocento sino alle ultime elezioni amministrative prima della guerra. 

Ancora, la Pro Patria (sciolta dalle autorità della Duplice Monarchia …) e la Lega nazionale ebbero un numero altissimo di soci e di sostenitori. I soli iscritti raggiungevano nel 1910 il 10% della popolazione italiana presente in Venezia Giulia, mentre i sostenitori e simpatizzanti, computabili sulla base delle offerte, della partecipazione a manifestazioni ecc. arrivavano tranquillamente alla metà. Attorno alle Lega nazionale poi ruotavano moltissime altre associazioni, culturali, sociali, sportive ecc., a decine e decine. La maggioranza della popolazione italiana era quindi certamente irredentista. 

Non basta ancora: queste idee e sentimenti erano particolarmente forti nella borghesia medio-alta, negli intellettuali e nel ceto colto, quindi nelle classi dominanti economicamente e culturalmente.

Non a caso il generale Karl Moering, Luogotenente del “Litorale” (ossia della Venezia Giulia) inviava nel 5 agosto 1869 una relazione al ministro Giskra, in cui scriveva che a Trieste la vita politica e sociale era interamente dominata da un blocco che riuniva quasi tutti gli Italiani e che era antigovernativo. Secondo il Moering la popolazione triestina aveva idee che egli definiva repubblicane e persino garibaldine, in ogni caso estranee ed ostili alla Duplice Monarchia.


Il Trentino asburgico vedeva tre partiti: il liberale; il cattolico; il socialista. 

Il primo partito, quello liberale, era ritenuto a ragione il più favorevole all’Italia ed era, nei limiti del possibile (per evitare le persecuzioni ed il carcere) irredentista in modo radicale. Si tratta d’una scelta politica tanto nota da parte del liberalismo trentino (come anche quello triestino) che non è il neppure il caso d’approfondire la questione.

Basti dire che le richieste trentine miravano ad una autonomia decisionale rispetto alla dieta tirolese, dove dominava l'elemento tedesco, anche se l'intransigenza asburgica contribuì a far nascere una volontà separatista, soprattutto dopo la vittoria di Giuseppe Garibaldi a Bezzecca.[ Alceo Riosa, Adriatico irredento. Italiani e slavi sotto la lente francese (1793-1918), Guida Editore, 2009, pagina 82] La borghesia trentina aveva seguito con passione anche l'unione di Roma all'Italia nel 1870, festeggiata a Trento anche con l'esposizione di bandiere italiane. Tutto questo fu addotto come argomento dalle autorità asburgische contro le richieste di autonomia.[ Claus Gatterer, “Italiani maledetti, maledetti Austriaci. L'inimicizia ereditaria”, Bolzano 1986, p. 60]

Il secondo partito, quello cattolico, ebbe naturalmente come suo massimo rappresentante De Gasperi. Questi si considerava italiano ed era fortemente critico nei confronti della politica austriaca, che egli definiva quale persecutrice agli Italiani del Trentino. 

Gli studenti dell’Unione accademica cattolica italiana, di cui De Gasperi faceva parte, avevano scritto, nel dicembre 1903, a Romolo Murri, lamentando «un governo soffocatore d’ogni idealità italiana». Il fatto nuovo però «era questo parlare di lotta per la difesa dell’italianità del Trentino». De Gasperi parlò più volte a favore dell’istituzione dell’università italiana, protestò contro l’attività del Tiroler Volksbund ed i suoi tentativi di germanizzazione, lamentò il disinteresse del governo austriaco per i problemi economici del Trentino e la mancata concessione dell’autonomia. L’8 ottobre 1912, parlando alle Delegazioni, dopo aver enumerato una serie di azioni inutilmente vessatorie verso i trentini messe in atto da Vienna e da Innsbruck con il pretesto dell’irredentismo, De Gasperi concludeva: «Invece di angariare i trentini con tali misure il Governo farebbe bene a soddisfare i loro bisogni economici, nazionali e culturali»

Ad esempio, egli scriveva sul giornale “Trentino” che «l’Austria è composta di vari popoli: polacchi, ruteni, sloveni, croati, tedeschi, czechi,rumeni, italiani ecc. Tutte queste nazioni sono in base alla Costituzione eguali di fronte allo Stato. In realtà i tedeschi, benché siano maggioranza, vogliono spadroneggiare. Così nel nostro Trentino tentano di invadere il nostro territorio, intedeschizzandoci; e vogliono amministrarci, come non fossimo capaci di fare da soli. Perciò noi diciamo: noi vogliamo l’integrità nazionale del Trentino. Attenderemo alla difesa dei confini linguistici e ci opporremo con tutte le forze a qualunque tentativo di diminuire il nostro possesso nazionale, da qualunque parte esso venga. Noi vogliamo l’elevazione nazionale del popolo nostro e cercheremo un graduale sviluppo ed aumento dei nostri beni nazionali. In questo lavoro noi ci ispireremo ai principi della giustizia, consapevoli dei nostri diritti, e degli altrui». Una questione molto sentita dagli Italiani sudditi dell’impero era la concessione d’una università in lingua italiana, che fu sempre negata. Quando fu fatta concessione davvero minima e parziale in proposito, con l’apertura d’un corso giuridico in lingua italiana ad Innsbruck, gli studenti ed i docenti furono assaliti in massa dagli abitanti locali, praticamente assediati ed infine arrestati in blocco (malgrado fossero stati assaliti e non assalitori) dalla polizia asburgica. Questo avvenne il giorno stesso dell’inaugurazione del corso, il 3 novembre 1904: le autorità asburgiche soppressero subito questo corso in lingua italiana e mai nessuna concessione venne fatta alla minoranza italiana al riguardo, nonostante il suo alto livello culturale. De Gasperi, come Battisti, era presente ad Innsbruck, fu arrestato (ingiustamente) dalla polizia e si fece quasi un mese d carcere. Questo uomo politico denunciò diverse volte apertamente e si batté contro i tentativi di germanizzare il Trentino ed affermò a chiare lettere che il governo austriaco si disinteressava dei problemi di questa regione e metteva in atto una politica persecutoria nei confronti dei suoi abitanti. Iniziata la guerra con l’aggressione dell’Austria alla Serbia, durante il periodo della neutralità italiana e nel corso delle trattative fra stato austriaco ed italiano per la cessione del Trentino, De Gasperi si recò tre volte a Roma ed ebbe colloqui con l’ambasciatore austriaco, Karl Macchio, con il pontefice Benedetto XV e con il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino il 16 marzo 1915. Egli durante tali colloqui si mostrò favorevole al passaggio di Trento all’Italia. Durante il conflitto De Gasperi denunciò la politica di deportazioni forzate d’abitanti del Trentino in lager, doveva vivevano in condizioni inumane: egli parlava ancora di “germanizzazione” e di “sradicamento italiano”, il che si tradurrebbe nel linguaggio contemporaneo con l’espressione di pulizia etnica. Al Parlamento di Vienna, l’11 ottobre 1918, De Gasperi dichiarò esplicitamente che la popolazione del Trentino si aspettava dal trattato di pace il riconoscimento del principio nazionale e la sua effettiva applicazione agli italiani che vivevano sotto il dominio dell’impero: in altri termini, egli chiedeva per il Trentino il passaggio all’Italia. Quando si valutano queste posizioni di De Gasperi si ricordi sempre che il partito cattolico, dei tre esistenti nel Trentino sotto il dominio asburgico, era ritenuto quello più moderato riguardo alla questione nazionale!

Il terzo partito, quello socialista, ebbe naturalmente come suo massimo rappresentante Cesare Battisti. Non è il caso di spiegare quale fosse la posizione di Battisti, ossia del socialismo trentino, riguardo alla presenza austriaca: l’impiccagione di Battisti per mano del boia venuto da Vienna, il pubblico dileggio prima dell’esecuzione capitale, l’esposizione del corpo al ludibrio con il carnefice sorridente dietro al corpo appeso dell’irredentista sono sufficienti a ricordarlo. Può essere invece utile citare una lettera di Cesare Battisti indirizzata a Benito Mussolini (allora socialista e direttore dell’”Avanti!”, che contribuì a far cambiare opinione quest’ultimo sull’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale e sulla questione della volontà del Trentino di staccarsi dall’Austria.

«Caro Mussolini, Vedo in una corrispondenza romana del tuo giornale messa in burletta una eventuale guerra italo-austriaca, per liberare… coloro che non hanno assolutamente alcun desiderio di staccarsi dall’Austria. Io non ho, né mi arrogo, caro Mussolini, il diritto di parlare in nome di tutti gli irredenti, per quanto mi giungano da Trieste e dall’Istria voci di consentimento; ma sento di potere, di dovere anzi dire una franca parola in nome del Trentino. Il Trentino ci tiene a staccarsi dall’Austria. Se tu fossi stato lassù nei giorni angosciosi della mobilitazione te ne saresti convinto. Avresti assistito alla partenza coatta di oltre trentamila uomini, montanari, contadini, gente abituata da preti e da poliziotti alla rassegnazione. Eppur tutti fremevano d’odio, tutti partivano lanciando all’Austria la maledizione.

L’idea nazionale – non nel senso nazionalista, ma nel senso sano ed equilibrato di difesa di un proprio patrimonio di coltura – e per reazione al Governo austriaco fattosi sempre più feroce e per l’attrazione ed il fascino esercitato dall’incontestato progresso economico d’Italia – ha pervaso tutto e tutti. Certo nel Trentino non v’è un irredentismo che negli ultimi anni abbia pensato a congiure, forme ormai superate. Non c’era, né potea esserci finché si vedeva l’Italia legata alla Triplice, un irredentismo d’azione. Ma oggi dai campi insanguinati della Galizia e della Bosnia come dalle città e dalle valli e da ogni luogo ove siano trentini si guarda fremendo all’Italia. Un cuore italiano che vive nella fortezza di Franzensfeste, coperto della divisa austriaca, mi scrive oggi eludendo la rigida sorveglianza: ‘Il mezzogiorno non si muove? Venite!’ Ora è il momento in cui l’irredentismo prende forma concreta ed ha ragione di essere. Ora c’è e mette in fuga tutte le paure, le prudenze, gli interessi dei tempi andati. E c’è non in questo o in quel partito. C’è nel cuore di tutto il popolo.

Se così non fosse le stesse carceri austriache non ospiterebbero oggi, per la stessa colpa di amor patrio, e il redattore del giornale socialista Martino Zeni e il prete Mario Covi e l’organizzatore dei contadini Vero Sartorelli e non pochi liberali e nazionalisti. Se così non fosse, le città d’Italia, Milano prima fra tutto non ospiterebbero tanti profughi trentini, qui venuti sfidando infiniti pericoli. Vivono essi in trepida attesa ed in fervida fraternità; e son uomini delle più disparate classi sociali, avvocati, professori, contadini, operai, vecchi e giovani, ricchi e poveri, qui venuti nella speranza di tornare presto lassù con le armi in pugno. Per un tacito patto essi sono fino ad oggi vissuti oscuri, modesti, senza far parlare di sé.

Io rompo oggi la consegna per gridar con loro la mia protesta, per dire ai fratelli d’Italia: ‘Se l’Italia non può ricordarsi di noi, irredenti, sia. Se l’operare per la nostra redenzione dovesse recarle rovina, noi subiremo ancora il servaggio. Sia tutto questo! Dimenticateci, se volete, ma non dite che noi non vogliamo staccarci dall’Austria. È un’offesa. È una bestemmia».

Cesare Battisti pertanto non solo era irredentista acceso, ma sosteneva che la maggioranza della popolazione trentina lo fosse.

In conclusione, è incontestabile che tutte e tre le forze politiche del Trentino asburgico, i partiti liberale, cattolico, socialista, fossero, nonostante le grandi differenze ideologiche che li separavano, concordi nel denunciare la politica oppressiva e persecutoria dell’Austria verso gli Italiani ed a sostenere posizioni irredentistiche. È pertanto impossibile negare che la maggioranza fossero favorevole all’unione con l’Italia.

Le stesse autorità asburgiche sapevano bene sin dalla Restaurazione che gli italiani soggetti al dominio dell’Austria ne erano irriducibilmente ostili.

-Il generale Clam Martinitz, il principale collaboratore del principe von Metternich, fu incaricato di valutare la situazione in Italia nel 1830 e di fare rapporto. La relazione evidenziò la debolezza e l’impopolarità del dominio austriaco in Italia. Il Clam Martinitz sosteneva che gli Italiani odiavano il regime asburgico e che l’unico modo che aveva l’Austria per conservare i suoi possedimenti in Italia era l’uso della forza, ovvero la presenza costante d’un massiccio esercito.

-L’ammiraglio Zichy, comandante in capo della flotta asburgica nel 1848, parlava ben prima della generale sollevazione del Lombardo-Veneto come di una “terra radicalmente ostile” al dominio asburgico e sosteneva che bisognava attendersi “un completo ammutinamento della marina […] alla prima occasione”, ciò che poi effettivamente avvenne.

-Il generale von Schönhals ricorda che nelle sue memorie che gli occupanti Austriaci erano odiati dagli Italiani, di tutte le classi sociali. Era particolarmente ostile era la classe dirigente italiana, ma anche quella media e popolare erano contrari alla presenza austriaca. Von Schönhals scriveva che erano pressoché assenti i legami fra i dominatori Austriaci e gli Italiani, fra i quali cresceva il risentimento verso i primi.

-Il feldmaresciallo Radetzky, per lungo tempo comandante in capo delle forze asburgiche in Italia e poi anche governatore del Lombardo-Veneto, dichiarava che era inutile tentare di riguadagnare la fedeltà degli Italiani e che esisteva una sola maniera di conservare i domini in Italia, ossia reggerli “con la spada in pugno”. Egli aggiungeva che in tutta Italia, dalle Alpi sino alla Sicilia, gli austriaci erano mortalmente odiati.

-L’arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, ammiraglio della flotta imperiale e poi vicerè del Lombardo-Veneto, scriveva che era necessaria una forte presenza militare in Italia, poiché nessun amministratore asburgico si sentiva in grado d’esercitare la propria attività senza essere assicurato e protetto dai militari.

-Il generale Karl Moering, Luogotenente del “Litorale” (ossia della Venezia Giulia) inviava nel 5 agosto 1869 una relazione al ministro Giskra. Egli scriveva che a Trieste la vita politica e sociale era interamente dominata da un blocco che riuniva quasi tutti gli Italiani e che era antigovernativo.

-Markus von Spiegelfeld, Luogotenente del Tirolo dal 1906 (quindi governatore anche del Trentino), aveva inviato nel 1912 un memorandum all'erede al trono Francesco Ferdinando d'Asburgo dichiarando che la popolazione del Trentino era interamente d'idee e sentimenti italiani: “Nazionale, anzi marcatamente nazionale, è tutta la popolazione laggiù”. [P. Pombeni, "Il primo De Gasperi. La formazione di un leader politico", il Mulino, Bologna 2007, pp. 183 sgg.]

-Scriveva il generale Theodor Edler von Lerch in un suo memorandum: "Coloro che ancora risiedono in Sudtirolo [qui nel senso storico di Trentino] sanno dissimulare le loro convinzioni: anche in questo caso non ci si può illudere e considerare fedeli all'Imperatore quanti sono rimasti. Nessun italiano sudtirolese deve essere considerato assolutamente affidabile.” [Piccoli Paolo; Vadagnini Armando - De Gasperi. Un trentino nella storia d'Europa, Rubbettino, 2004, pag. 103]

È poi noto che arrivarono 2000-3000 volontari dalle terre irredente, nonostante la maggior parte degli abili alle armi fossero stati coscritti dall’impero nel 1914 e malgrado le enormi e spesso insuperabili difficoltà di raggiungere l’Italia. I volontari della Legione Trentina, quasi tutti provenienti dalle terre irredente, erano da soli ben 902, di cui questo studi recenti forniscono nome e cognome. Altri che si erano offerti volontari non erano stati accettati perché non idonei fisicamente. Certamente il numero sarebbe stato anche più alto se allo scoppio del conflitto circa 1.700 sudditi trentini sospetti di italianità non fossero stati internati a Katzenau ed almeno 114.000 (su una popolazione di 386.000) non fossero stati trasferiti in maniera coatta in Boemia e Moravia. La disaffezione degli Italiani irredenti verso il governo imperial-regio appare comunque dimostrata dal fatto che fra i soli prigionieri Italiani (sudditi asburgici) dei Russi una missione militare del Regio Esercito, costituita di 20 ufficiali agli ordini del tenente colonnello Achille Bassignano, con tre ufficiali dei Carabinieri (il maggiore Giovanni Squillero, il capitano Cosma Manera, il capitano Nemore Moda) riuscì a costituire un reparto di 2000 volontari, la cosiddetta “Legione russa” redenta. Alla fine, pochissimi furono coloro che poterono effettivamente battersi, per la difficoltà di spostarli dalla Russia al fronte italiano. Resta il fatto però che, già solo fra i prigionieri Trentini dei Russi, una piccola commissione militare italiana poté ottenere circa 2000 volontari disposti a battersi contro gli Austriaci. Complessivamente, fra i soli i prigionieri Trentini in Russia che chiesero d’arruolarsi nel Regio Esercito i volontari furono oltre 6000.

Tutti questi dati potrebbero essere facilmente arricchiti da altri ancora, come l’accoglienza delle truppe italiane nel Trentino e nella Venezia Giulia alla fine del conflitto, la distruzione dei manifesti di lutto per la morte di Francesco Giuseppe nelle città istriane, la quantità di italiani deportati dall’impero in lager perché ritenuti irredentisti ecc. ecc. ecc. Un paio di modestissimi aneddoti possono evidenziare la grande diffusione dell’ideale irredentista nella Venezia Giulia al tramonto dell’impero d’Austria. L’uomo che tradì con una sua delazione Guglielmo Oberdan divenne oggetto del disprezzo generale e dovette andarsene da Trieste: se questa città fosse stata davvero favorevole a Francesco Giuseppe, lo avrebbe celebrato come eroe anziché esecrarlo come spia!

Quando morì la madre di Oberdan, donna di modestissima condizione, i suoi funerali videro un’imponente partecipazione popolare da parte della comunità italiana, che così volle testimoniare il suo attaccamento alla figura di Guglielmo Oberdan. La notizia ebbe all’epoca ampio risalto nella stampa estera, specialmente francese e tedesca (di Germania), suscitando l’imbarazzo e la collera delle autorità governative imperiali.

Il quadro così riassunto è però certo nelle sue linee generali ed in più coerente. Pare quindi ragionevolmente impossibile negare che la maggioranza degli italiani del Trentino e della Venezia Giulia fossero irredentisti.

La miseria dei contadini e la fame nella Jugoslavia di tito

Alla conferenza dell'UNRRA a Ginevra nell'estate 1946, il direttore generale Fiorello La Guardia annunciava fra l'altro che le condizioni alimentari in Jugoslavia dopo la guerra erano assai peggiorate, mentre il contrario avveniva in quasi tutti gli altri stati, assistiti dalla sua organizzazione. Nella primavera 1947 il Governo jugoslavo chiedeva aiuti urgentissimi, perché in vaste regioni jugoslave, particolarmente in Bosnia, regnava un'autentica fame.

Davvero? Ma come può essere che in un Paese agricolo, dove l'80% della popolazione è costituita da agricoltori, dove il territorio non è troppo popolato, si muoia di fame?

La guerra è finita, la terra è già stata "liberata" dagli occupatori, il popolo è - ce lo dice la stampa titina - contento e felice, sta alacremente lavorando come non mai prima, estendendo la coltivazione fino all'ultimo angolo di terreno. L'annata è buona e promettente. Come quindi giustificare le nere profezie della fame?

Eppure La Guardia ha ragione. Le condizioni agricole in Jugoslavia sono notevolmente peggiorate. Le ragioni sono diverse:

  • 1. Tito tiene sotto le armi 600.000-700.000 uomini, particolarmente nelle zone confinanti con l'Italia e la Grecia. La nuova Jugoslavia, che si atteggia a pacifista, è una grande caserma;
  • 2. la scarsezza della manodopera non è però determinata soltanto dall'elevato numero dei mobilitati, ma pure dalle stragi compiute in massa, anche dopo la fine della guerra, specialmente nel maggio e giugno 1945, quando decine e centinaia di migliaia di soldati croati, cetnici serbi e domobrani sloveni venivano crudelmente massacrati. In un paese agricolo per l'80%, l'esercito ha la stessa percentuale degli agricoltori; le perdite dell'esercito, quindi, sono perdite anche dell'agricoltura;
  • 3. nel paese si è verificato un movimento di masse, che non trova riscontro fin dai tempi degli Unni e dei Turchi. La fuga di centinaia di migliaia di persone davanti al terrore comunista, l'espulsione di un mezzo milione di tedeschi - stabilitisi in Jugoslavia come agricoltori da due secoli - ed infine l'inizio delle deportazioni in Russia: viaggiatori ed ex partigiani profughi raccontano che passando per il Sirmio, la Backa ed il Banato - che sono tra le più fertili regioni d'Europa - si vedevano non pochi villaggi abbandonati e larghissimi tratti di terreno incoltivato;
  • 4. la colonizzazione interna, intrapresa dal nuovo regime, è fallita. Urgeva fare occupare i terreni forzatamente evacuati. Occorreva, li per lì, trovare un mezzo milione di uomini. I primi ad avere le terre sono stati i "vecchi combattenti" di Tito che mai avevano lavorato e anche questa volta non hanno voluto lavorare. E così su poderi una volta razionalmente coltivati, vennero dei primitivi dal Montenegro, dalla Bosnia e dalla Serbia, che non sanno e, in gran parte, non vogliono lavorare la terra. Ammazzato il bestiame dei ricchi tedeschi, consumata la farina, dato fondo al vino - tracannato alla salute del compagno Tito - decisero di tornare ai loro boschi e alle loro montagne [...];
  • 5. la ragione forse più importante è che i contadini non se la sentono più di coltivare le terre. Bisogna cioè rilevare che il contadino croato e quello serbo è già da parecchie generazioni padrone unico della sua piccola o media proprietà terriera, mentre i latifondi costituiscono una percentuale minima.

Oggi l'agricoltore in Jugoslavia sa di non essere più libero. Requisizioni di bestiame e di viveri, lavoro obbligatorio senza pagamento, multe e arresti sono all'ordine del giorno. I contadini vengono portati come pecore ad assistere a frequenti comizi e "meetings" dove propagandisti da strapazzo cercano di inculcare le nuove idee; i deputati comunali e i rappresentanti popolari vengono imposti dall'ultimo ubriacone del paese, qualche calzolaio comunista o una guardia campestre. Chi non è comunista viene mille e mille volte proclamato nei comizi come "nemico del popolo" e "bandito fascista". Basta avere tre vacche nella stalla e un bel mucchio di frumento nel granaio per essere un "bandito autentico"; con una vacca e con meno grano, si è meno "bandito" e perciò in minor pericolo rispetto alle angherie dell'OZNA.

È dunque spiegabile la disperazione che regna fra le masse rurali. Alla gente viene a mancare lo stimolo al lavoro e alla stessa vita. Perciò contadini con 15 o 20 ettari ne coltivano appena tre o quattro, quanto strettamente basta per tirare avanti colla famiglia e molti preferiscono distruggere i propri carri e servirsene come combustibile, piuttosto che pagare 1.000 dinari di tassa.

La tragica fine delle giovani sorelle Albina, Caterina e Fosca Radecchi

“La foiba di Terli si apre sul margine della stradicciuola che porta da Schitazza a Vareschi”. 

Così il “Corriere Istriano” di Pola, raccontava nel novembre 1943 dell’esumazione degli infoibati di Dignano, Carnizza, Marzana, Medolino, Lavarigo ed altri paesini nei dintorni di Pola: “il 5 ottobre ventisei prigionieri, tra cui quattro donne, vennero trasportati ad Oricchi dove rimasero una notte. Sappiamo ora quale sorte attendeva questo gruppo di deportati”. 

Certo, nei paesi le voci giravano e di loro si diceva fossero finiti tutti in foiba. Li avevano visti per l’ultima volta prigionieri, alla berlina dei partigiani. Alcuni di essi, quelli di Marzana, erano stati costretti a sfilare in paese prima di essere portati sulla piazza. 

Qui, Ivan Kolić, detto “el Gobo” (il Gobbo), sadico capo dei partigiani titini di Barbana, li aveva costretti, di fronte ai parenti trascinati in strada per vedere lo spettacolo, a bere in un bicchiere della nafta. A coloro che sputavano o reagivano, la gettò sui vestiti e poi vi dette fuoco. 

E rideva, rideva, rideva… 

Anche a Terli fu la squadra del maresciallo Arzarich di Pola a calarsi nella foiba. “Dopo una giornata di intenso e pericoloso lavoro – annotò nella sua relazione del 4 novembre del ’43 − vengono riportate in superficie ventisei salme tra le quali quelle di quattro donne. (…) La roccia che delimita la bocca dell’abisso reca incisioni bianche, segno evidente che spararono dietro alle proprie vittime mentre queste stavano già precipitando”. 

Tra quelle donne tre erano sorelle. 

Le riconobbe il padre, come raccontò allora il Corriere Istriano. “Benché induriti dallo spettacolo atroce, i testimoni notando dai vestiti a colori vivaci, dalle capigliature, dalle fattezze che le vesti scomposte lasciano intravvedere, che si tratta di donne, hanno un brivido di raccapriccio. Un uomo piccolino ed attempato che è vicino a noi, non appena scorge il primo cadavere esclama impallidendo: ‘xe mia fia…’ ".

Quel corpo, seminudo, era di Albina Radecchi, sua figlia, di ventidue anni. Portava un bambino in grembo che sarebbe nato qualche mese dopo. Ma ciò non bastò a risparmiarle la vita e l’oltraggio della violenza, che subirono anche le sue sorelle, riesumate subito dopo, tutte senza gli indumenti intimi. 

Ancora la testimonianza del tempo: Albina “presenta una ferita mortale da arma da fuoco alla regione sottoclavicolare destra; Caterina Radecchi diciannovenne, e Fosca Radecchi diciassettenne, non presentano alcuna ferita d’arma da fuoco: hanno il cranio fracassato, probabilmente nella caduta, le sottovesti strappate”. 

Le gettarono vive, dunque. 

La loro colpa? Le tre sorelle lavoravano in una fabbrica di Pola e, al ritorno, si soffermavano a chiacchierare con i militari della Regia Aeronautica di stanza al distaccamento di Fortuna, nei pressi di Altura. 

I partigiani le prelevarono una notte di settembre dalla loro abitazione a Lavarigo e le portarono a Barbana a fare le sguattere. In quei giorni furono più volte violentate. 

Poi la fine in quell’abisso, a Terli, la notte tra il 9 e il 10 ottobre 1943.

Foto: i corpi delle tre sorelle riesumate il 4 novembre 1943 dalla Foiba di Terli.

Il calvario di Montona

Nella parte centrale dell’Istria, in cima ad un colle da cui si domina la valle del fiume Quieto, sorge Montona (la romana Castrum Montonae), il paese che dette i natali ad Andrea Antico, inventore, nel 1517, della stampa in legno delle note musicali.

A proposito di legno, Montona fu preziosa per Venezia, cui si donò nel 1278, ed alla quale per cinque secoli fornì la quercia del grande “bosco di San Marco” con cui venivano costruite le galee della flotta veneziana.

Montona ha conservato quasi completamente la sua cinta muraria fortificata ed il leone di San Marco che accoglie chi la visita è un leone di guerra, col libro chiuso. Nei territori di confine o di guerra, infatti, il leone veneziano, che siamo abituati a vedere recante il “Pax tibi Marce, evangelista meus”, chiudeva il libro e prendeva la spada.

Sono una decina, a Montona, i leoni scolpiti sul marmo, tutti rivolti a est, a far da guardia alla vecchia torre merlata, al Duomo di Andrea Palladio, alla Loggia (la Losa) aperta su tre lati che domina la valle. 

Montona, orgogliosa della sua italianità, la difese con le unghie e con i denti, anche a prezzo di sacrifici enormi di cui sono testimonianza gli eccidi che fu costretta a subire.

È rimasta traccia, presso gli archivi della Stato Maggiore dell’Esercito, della fine eroica di Umberto Visintin di Portole e di Egidio Linardon (appena sedicenne) di Montona. Era il 1° luglio 1944: i due prigionieri − si legge nei documenti conservati a Roma − “subirono stoicamente inenarrabili torture per tutto il giorno; alla sera condotti presso un cimitero, dopo aver rifiutato di abiurare la propria fede, gridando forte il nome d’Italia, caddero sotto le pugnalate”. Accanto a loro furono uccisi, sempre a pugnalate, altri sei italiani, tutti buttati in una fossa comune all’esterno del cimitero di Sovischine di Montona.

Di quell’eccidio raccontò un sopravvissuto, Armando Jannucci: “Ci legarono per i polsi e ai piedi, traversammo il bosco sino a Villa Simetti. Verso le 19 ci tolsero i legacci ai piedi, ci fecero alzare e ci legarono per il braccio due a due... ci fecero montare la collina, in cima c’era uno spiazzo... fecero inginocchiare una ventina di uomini con le armi puntate verso di noi... ne presero due a caso e li fecero avanzare, slegarono loro le scarpe, li spogliarono, li misero faccia al vuoto e il capo ordinò: ‘Spartaco fai il tuo lavoro’. Questo dette due pugnalate nelle spalle dietro la nuca, uno spintone e giù”. 

Quando fu il suo turno, Jannucci si buttò nel vuoto: gli spararono dietro, mancando sempre il bersaglio, cercarono di inseguirlo ma riuscì a nascondersi e si salvò la vita.

Spartaco Zorzetti, l’autore della strage, italiano di Rovigno al servizio degli jugoslavi, verrà in seguito insignito dell’ordine “al valore” da Josip Broz Tito per i suoi servigi alla causa.

Meno di un anno dopo Montona fu testimone di altre stragi, ancor peggiori. Erano i primi giorni di maggio del 1945. Gli italiani di Montona avevano organizzato l’ultima, vana, resistenza agli jugoslavi. Pagarono con le torture e con la vita. 

Così raccontò la signora Pia Lius di Montona, nel suo diario: “Dopo la Messa, ieri (5 maggio) è stato il processo popolare di Italo Tato (Tato è il soprannome di famiglia, si chiamava Belletti ndr). Mi dissero che era legato col fil di ferro, tutto livido dalle percosse e condotto in giro per la piazza (...) da lì è passato quel povero Italo nella notte alle due, per il suo supplizio, spogliato completamente lì presso al cimitero di Montona, ove supplicava che gli chiamassero un sacerdote”. Fu finito a coltellate e poi a fucilate. All’ultima persona con cui era riuscito a parlare, Italo Belletti lasciò detto: “se ci sarà un plebiscito per l’Italia vota anche per me”. Ma quel plebiscito non ci fu mai.

Il 10 maggio un gruppo di venti prigionieri fu fatto uscire dal paese scortato dai partigiani titini. Tra questi vi erano l’ultimo podestà di Montona, Mario Pisani, il segretario comunale Vittorio Cassano, un carabiniere, alcuni militi della Milizia di Difesa Territoriale e altri giovani italiani. Dissero loro che avrebbero raggiunto Pisino a piedi, ma non vi arrivarono mai. Furono inghiottiti da una cava di bauxite, buttati già morti o moribondi dopo essere stati presi a mitragliate dai titini. 

Racconta Silvia Peri, che li vide passare di fronte a casa: “Ricordo che erano scalzi, rotti, uno aveva addirittura gli occhi fuori dalle orbite. La loro destinazione era Cava Cise, una cava di bauxite profonda tre metri. Li hanno buttati dentro ma non erano tutti morti, si lamentavano... la gente che passava alla curva per andare a Pisino sentiva lamenti ma pensava che fossero bestie malate, e allora non ci andava vicino. Poi però sentirono una puzza tremenda...”.

Di quel segreto non si doveva parlare e fu così che nella Jugoslavia comunista, per cinquant’anni e più, Cava Cise divenne solo una discarica. 

Finché l’amore degli esuli della Famiglia Montonese, con il permesso delle nuove autorità croate, ridiede dignità a quel luogo e soprattutto fece di Cava Cise un piccolo sacrario, ove oggi sorge un memoriale con una Croce ed i nomi dei caduti incisi sulle pietre.

Questa e tante altre storie le ho sentite narrare dalla viva voce di Luigi Papo, nativo proprio di Montona, una delle più belle figure dell’esilio istriano, combattente, storico, scrittore. Prigioniero dei titini ed internato nel campo di concentramento di Prestrane, fece una sorta di voto: se fosse uscito vivo da lì avrebbe dedicato la sua vita a raccontare le storie della sua Istria, dei suoi caduti, della sua italianità.

Adempiendo a quel voto, oltre a numerosissimi scritti e pubblicazioni, Papo ci ha lasciato il suo monumentale “Albo d’Oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell’ultimo conflitto mondiale” in cui ha raccolto i dati sui caduti civili e militari della e nella Venezia Giulia prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale: 17.000 nomi, ricchi di note e storie personali. Da esule si era stabilito a Roma ed aveva aggiunto al cognome Papo il suffisso toponimico “de Montona”.

“Dovrebbe fare così ogni nostra famiglia − mi diceva − per trasmettere il nome e la memoria italiana del suo paese”.

In casa aveva ricostruito in una stanza, con meticolosa precisione, un plastico della sua cara Montona. Di sera vi si sedeva di fronte, al buio, ed accendeva le mille lucine delle finestre del suo borgo antico.

Così tornava, con la mente, con il cuore ed i sogni a Montona. La sua Montona. Italiana.

(dal libro di Roberto Menia, "10 Febbraio. Dalle Foibe all'Esodo, 2020)

I massacri di intere famiglie compiute dai partigiani di tito nel Sirmio

Nell'inverno 1944-45 gli uomini di Tito, con l'appoggio dei Russi, avanzavano nella regione del Sirmio. La loro avanzata verso occidente fu caratterizzata da una serie di esecuzioni di massa di quelle popolazioni che erano quasi esclusivamente cattoliche ed anticomuniste. Si calcola che vi furono dalle 40 alle 50 mila vittime.

La strage ebbe inizio a Zemun con circa 1500 vittime. Le esecuzioni furono continuate a Ruma ed a Mitrovitza: si può dire, anzi, che in tale circostanza non c'è stato villaggio che non abbia avuto i suoi 10, 20, 50, 100 e più morti. A Tovarnik in un solo giorno furono massacrati 190 croati. Una contadina serba aveva guidato di casa in casa gli assassini designando le vittime, una ad una. 

A Vinkovci, il giorno successivo all'entrata dei comunisti nella città, 184 uomini furono fucilati nei pressi delle fornaci (14.4.1945). Occorre tenere presente che nella stessa città, in seguito ai bombardamenti, alle azioni belliche ed alle rappresaglie, era già perito un quarto della popolazione.

A Vukovar, capoluogo del Sirmio, l'OZNA in un paio di giorni liquidò ben 680 tra uomini e donne, quasi tutti cattolici, cioè all'incirca il 6% della popolazione.

Ma la sorte più atroce fu riservata al villaggio di Šid, nel quale prima della guerra vivevano più di 200 famiglie cattoliche e un numero alquanto maggiore di famiglie ortodosse. Sulla sorte di questa cittadina correvano notizie terrificanti, finché un giorno non pervenne una lettera nel campo di Rimini al prigioniero M.I. da un parente sopravvissuto, che testimoniava che dopo le esecuzioni di massa rimasero soltanto 6 famiglie.

"Qui è stato terribile. Le ragazze Mara di Ivan, Kata di Martin... (segue un lungo elenco di nomi) e con loro molte altre giovani sono state trasferite in via San Rocco (dove si trova il cimitero). Quando trascinarono anche il sindaco alla fucilazione i comunisti si misero a danzare il "kolo" a suon di musica".

È fatto innegabile che nel Sirmio i partigiani di Tito massacrarono unicamente, fatta qualche rara eccezione, la popolazione cattolica (croati e tedeschi). Forse ci fa un po’ di più luce la testimonianza del musulmano Ab. M. di nazionalità albanese, nativo di Campo del Cossovo ed ora degente in Italia che ha assistito ai fatti di Šid e Kramar. Egli con alcuni suoi compagni era a quell'epoca soldato della Brigata Proletaria Serba. Prima che entrassero nel villaggio il comandante impartì loro i seguenti ordini: "Entrate in ogni casa. Fate che alla vostra presenza gli uomini ed i bambini si facciano il segno della croce. Lasciate in pace coloro che si segneranno con tre dita (dunque ortodossi) e ammazzate sul posto tutti coloro che si saranno segnati con cinque dita". Così possiamo comprendere come 200 famiglie cattoliche, donne e bambini compresi, furono sterminate.

L'odio comunista rinforzato dall'odio di nazione e di religione, qui un'ottima mietitura.

Foto: attorno ai massacrati in massa, spesso i partigiani ballano il "kolo".



Pietre e foibe, la storia di Bruno Cernecca

“Lapidato con i sassi delle tue doline, ogni pietra ha una voce, il tuo lamento che chiede perché”.

Mario Varesi, un poeta dell’esilio, dedicò questi versi alla vicenda di Cernecca, lapidato dai titini. La sua colpa? Essere italiano.

La sua storia fu resa nota dalla figlia Nidia, esule da Gimino, donna coraggiosa la quale nel 1992 promosse, con la sua denuncia, che andammo a presentare assieme presso il tribunale di Trieste, l’apertura del processo “Foibe”, svoltosi poi a Roma contro i capi titini responsabili delle stragi nell’Istria e a Fiume. Di quel processo, osteggiato dentro e fuori dai nostri confini, restano le belle pagine scritte da un magistrato che alla giustizia credeva davvero, Giuseppe Pititto, e di un avvocato che è un patriota d’altri tempi, Augusto Sinagra.

Nidia Cernecca si era portata per tutta la vita un ricordo tormentoso: lei aveva sei anni e stava giocando con sua sorella Daria nel giardino di casa; entrò un uomo, vestito con pantaloni alla zuava, stivaloni, pistola, frustino e berretto con la stella rossa, che annunciò con fierezza alla mamma l’assassinio di suo padre, minacciandola di morte se avesse cercato di recuperarne il corpo.

Ma solo da adulta aveva saputo qual era il suo nome e soprattutto che viveva ancora, tra Rovigno e Zagabria. La Jugoslavia era finita, la Croazia era da poco indipendente, ma Ivan Motika, il boia di Pisino, era ancora un uomo influente che faceva paura. Nidia lo andò ad affrontare fuori di casa sua ma quello fuggì. Poi ci riprovò e, davanti ad una telecamera Rai che credeva spenta, egli rispose di essere stato sì un giudice popolare ma di non aver mai fatto male a nessuno. E concluse sprezzante: “Istriani carne venduta”…

Nidia allora andò a cercare quello che gli avevano detto essere l’assassino materiale di suo padre: si chiamava Martin Tomassich e viveva cieco in una casa di riposo. Lo affrontò all’improvviso, mentre questi stava steso a letto: “Lei ha ucciso il mio papà, Bruno Cernecca?”. “Sì” rispose lui, con gli occhi bianchi e senza emozione. “Ma era Motika il giudice...” aggiunse.

Tomassich morì qualche anno dopo e anche Motika andò al Creatore prima che il processo istruito a Roma potesse giudicarlo. Certo non riposa in pace. 

Nidia ricorda di suo papà sole le carezze: era un uomo buono, impiegato comunale a Gimino, non credeva potesse bastare questo per finire ammazzato. 

Fu arrestato da tre partigiani slavi mentre stava ritornando da un viaggio a Trieste, fu portato al Comando titino, interrogato, bastonato e seviziato. Era moro ma a seguito di quelle percosse, raccontò un testimone, incanutì in una notte. Il “processo popolare” sentenziò per lui la pena di morte.

Racconta Nidia: “Mia madre lo vide passare sotto casa trascinato da una catena per buoi. Aveva sulle spalle la croce del suo calvario: un pesante sacco di pietre col quale lo avrebbero lapidato. Tra calci, insulti e percosse lo hanno fatto camminare per cinque chilometri, fino al bosco di Monte Croce, nell’intrico della foresta della Draga, in quella valle che finisce nel fiordo di Leme. Lì, tra i cespugli, c’è un ciliegio selvatico dove la mano di un pastore ha inciso sulla corteccia la tragica data del 3 ottobre, ancora visibile. Legato a quell’albero lo hanno massacrato e poi decapitato. La sua testa fu portata da un orologiaio di Canfanaro per estrargli due denti d’oro. Preso l’oro la gettarono a calci sulle rotaie della vecchia ferrovia istriana”.

Nidia conservò il suo diario di quei giorni, lo usò per scriverci un suo libro. In esso racconta il calvario dell’Istria e della sua famiglia: “Il papà lapidato. Lo zio Roberto ucciso per un feroce seppur fatale errore dai tedeschi. Lo zio Corrado Smaila gettato in foiba dopo che gli erano stati tolti gli occhi, ci raccontarono che era impazzito. Lo zio Gaetano Cernecca, fratello di papà, gettato nella foiba. L’avevano arrestato assieme al fratello Dante che avevano rimandato a casa, dicendogli che a loro bastava il fratello. Lo zio Mario Ghersi, marito della zia Elvira Cernecca, sorella del papà, gettato nella foiba di Vines. Gli zii Attilio ed Ettore Marzini, cugini della mamma, gettati in foiba, dopo che erano stati tolti loro gli occhi”…

Conobbi anche Leo Marzini, esule a Trieste, figlio di Attilio e nipote di Ettore. Anche lui fece la sua denuncia alla Procura a seguito di quella di Nidia. A casa sua mi fece vedere le fotografie spaventose che conservava di quei corpi riesumati da una cava di bauxite a Villa Bassotti nel Comune di Pisino. Li aveva riconosciuti sua madre: erano nudi, le mani legate con il filo spinato ed erano stati loro tagliati i genitali e levati gli occhi.

Leo aveva vent’anni allora e tanto coraggio. I Marzini erano di Pedena e lui andò dal capo partigiano di quel paese, Giovanni Runco, accusandolo di essere un assassino. Egli negò e rispose che erano stati giudicati e condannati da Motika. “Allora portami da lui!” lo sfidò. E quello così fece.

Raccontò Leo Marzini: “Ci recammo verso sera in un bosco, nelle vicinanze di Villa Lucchesi. Motika spuntò da dietro gli alberi, da solo e prima di parlare pretese che il mio accompagnatore si allontanasse. Aveva un mitra Beretta a tracolla, la pistola alla cintola, la bustina con la stella rossa sul capo. Gli chiesi il motivo per il quale erano stati uccisi mio padre e mio zio. Mi rispose prima in croato, poi in un italiano perfetto. Non fece nulla per negare le sue responsabilità e si limitò a dire, con gentilezza sfacciata, che forse si era trattato di un errore.

Concluse il suo discorso con la frase: “Caro compagno, ti consiglio di andare via di qui e di fare il partigiano in Italia”. Evidentemente considerava che l’Istria non fosse già più Italia.

Ma era solo l’ottobre del 1943…

(dal volume di R. Menia "10 Febbraio. Dalle Foibe all'Esodo", 2020)