giovedì 2 novembre 2023

Famiglie: Trigari e Tripcovich

NICOLO' TRIGARI

Nasce a Zara nel 1827 in una famiglia dell’alta borghesia cittadina ed è eletto Podestà della città tra il 1874 ed il 1899. Seguace di Luigi Lapenna, fa parte dell’ala illuministica e liberale del partito ed appoggia l’equilibrio secolare tra i dalmati italiani e slavi, consolidato dalla Serenissima, ripreso da Napoleone ed ereditato ma non sempre perseguito dall’Impero degli Asburgo. Condivide con Lapenna la linea politica dell’autonomismo dalmata incardinato nell’Impero ma inteso come garante della difesa della lingua e della cultura italiana. Eletto per la prima volta podestà di Zara il 23 febbraio 1874, subentra nella carica al conte Cosimo De’ Begna di Possedaria e dimostra fin da subito di saper reggere con maestria le sorti della città. L’anno successivo la visita ufficiale dell’Imperatore Francesco Giuseppe mette alla prova le sue capacità di mediazione. La diffidenza del governo imperiale nei confronti degli italiani della Dalmazia, successivamente alla Terza guerra d’indipendenza ed alle voci (risultate poi storicamente infondate) di un accordo fra i rappresentanti della flotta dell’ammiraglio Persano e le amministrazioni italiane della Dalmazia, aveva determinato una politica centrale apertamente filo-croata ed erano forti i rischi di contestazione dell’Imperatore a Zara, una delle roccaforti degli italiani autonomisti. L’aver concordato l’uso della lingua italiana nell’indirizzo di saluto imperiale, stempera la tensione e favorisce il successo della visita, con la conseguente concessione del cavalierato ereditario alla famiglia Trigari, che usa raramente il prefisso nobiliare “De” e “Von” di cui avrebbe diritto. Dal 1868 zara non è più considerata fortezza militare e questo procedimento rende possibile smantellare la muraglia difensiva ed aprire la strada allo sviluppo urbanistico della città. Trigari dà l’avvio ad una prima ristrutturazione della Riva Nuova ed un decisivo impulso per la creazione dei viali alberati della circonvallazione. La Riva Nuova diventa così biglietto da visita della città: bordata da una fila ininterrotta di palazzi signorili che proteggono il centro dai venti invernali, è punteggiata da alberi ombrosi e ingentilita da aiuole fiorite. Tre caffè la rendevano un perfetto luogo d’incontro, secondi solo alla centrale “Calle Larga”. Grazie alla sua prudenza politica ed a qualche sotterfugio, il Comune di Zara rimane in mano al partito autonomista nel periodo in cui tutti gli altri comuni dalmati cadono nelle mani del Partito del Popolo croato a causa delle ingerenze austriache e dell'allontanamento forzato degli italiani (Sebenico nel 1873, Curzola nel 1875, Traù nel 1881, Spalato nel 1883, Lissa nel 1886, Cittavecchia di Lesina nel 1887, Cattaro e Ragusa nel 1897). Il Podestà Trigari è convinto che la difesa della componente italiana della Nazione dalmata debba essere difesa nelle forme e nei limiti della legalità e del diritto e questa lungimirante scelta politica lo porta spesso ad essere in contrasto con le tesi più radicali di Bajamonti che, alla fine degli anni ‘70 considera superato l’autonomismo e spinge il partito verso posizioni irredentiste. Le tesi del Bajamonti fanno breccia anche fra i più giovani esponenti autonomisti di Zara, come Roberto Ghiglianovich, Giovanni Lubin (nativo di Traù), e Luigi Ziliotto. Ghiglianovich nelle sue memorie riserva al Trigari uno sprezzante giudizio ed afferma che “a causa del suo temperamento, inaspritosi ancor più con l’età, era divenuto impossibile”, imputandogli l’assenza da tutte quelle iniziative associazionistiche apertamente filoitaliane fiorite negli anni. Conclude Ghiglianovich: “per la salvezza della lingua, della civiltà, della nazione nostra (italiana) in Dalmazia, bisogna truccarsi sempre in modo da ingannare il Governo Austriaco”. È stato così che Roberto Ghiglianovich, unitamente a Spiridione Artale, vecchio amico sodale con Trigari, si reca dal podestà ed ottiene da lui una lettera di rinuncia alla candidatura alle elezioni comunali del 1899. Secondo un accordo interno alla corrente irredentistica del partito, viene eletto Podestà Luigi Ziliotto. Dal 1874 fino alla morte è deputato della Dieta del regno di Dalmazia, per il Partito autonomista dalmata, filoitaliano eletto nella circoscrizione di Zara. Amareggiato e stanco, Trigari muore a Zara il 30 ottobre 1902, il suo funerale, presente tutta la città, è definito “solennissime esequie”.


Cap. VINCENZO TRIPCOVICH

È eletto Guardian Grande della Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone di Venezia nel 1748.


CRISTOFORO TRIPCOVICH

È eletto Guardian Grande della Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone di Venezia nel 1783.


DIODATO E RAFFAELLO TRIPCOVICH

Nasce in un’antica famiglia di navigatori originaria di Cattaro. Trasferitosi a Lussino e poi a Trieste, Diodato fonda a Trieste la famosa società di navigazione Tripcovich. Riconosciuto conte dal re Vittorio Emanuele III di Savoia, muore a Trieste senza eredi diretti. La sorella, la contessa maria sposa Goffredo De' Banfield, eroe dell’aria della Prima guerra mondiale, insignito della Croce di Ferro con palme e brillanti, istituita da Maria Teresa, ed ha un figlio Raffaello, sovrintendente del Teatro Verdi di Trieste, il quale dona alla città il teatro “Sala Tripcovich”. La società Tripcovich, unico caso di società per azioni italiana quotata in Borsa verrà dichiarata fallita e sarà oggetto di oscuri maneggi giudiziari che non intaccheranno la figura del nobile dalmata, che si spoglierà di tutti i suoi beni per pagare fino all’ultima lira i debiti accumulati da altri per conto della società di cui era l’ingenuo erede.


LUCA TRIPCOVICH

È un autorevole componente del Consiglio direttivo del “Comitato delle onoranze funebri a Niccolò Tommaseo” fondato a Trieste l’8 maggio 1874, che assume poi il nome di “Colonia dalmata di Trieste” ed è formata dagli italiani di Dalmazia privati, su spinta dell’Austria-Ungheria, delle amministrazioni locali e comunali italiane e, quindi, di scuole italiane e di ogni altro strumento atto a conservare l’antica identità latino-veneziana.


MARIA TRIPCOVICH DE' BANFIELD

Appartiene ad una famiglia proveniente da Sant'Eustachio/Dobrota, cittadina bocchese della Dalmazia montenegrina, sposa Goffredo De' Banfield, nato nelle Bocche di Cattaro nel 1890 che è decorato della Croce di Cavaliere di Maria Teresa per le sue imprese quale aviatore dell’Impero nella guerra 1914-18. Goffredo, su pressione della moglie, assume la cittadinanza italiana nel 1923 e rifiuta l’offerta di essere a capo dell’Adriatisches Künsterland, proposta dal gauleiter tedesco nel 1943. Maria, unica erede dei Tripcovich, diventa per un breve periodo presidente dell’omonima società di navigazione. Muore a Trieste e lascia al figlio Raffaello la cospicua fortuna della famiglia.

Famiglie: Luxardo

DEMETRIO LUXARDO

Figlio di Nicolò 1°, nasce a Zara nel 1852. Sposa Elena Nani. Non avranno figli. È il primo vero tecnico in famiglia e perfezionerà vari aspetti della distillazione del maraschino. Viaggerà per la ditta, specialmente in Nord Europa. Filantropo, nel suo esemplare testamento nomina erede universale il fratello Michelangelo, ma dispone per un’ampia serie di lasciti: fra essi spicca quello di 10 fiorini ad ogni dipendente dell’azienda come pure uno per gli abitanti del villaggio di Calle sulla dirimpettaia isola di Ugliano, per cui aveva una particolare simpatia. Muore a Zara nel 1906. Il giorno del suo funerale la città si ferma, e gli edifici del Comune, del giornale “Il Dalmata” e della Società operaia espongono drappi neri.


GIORGIO LUXARDO (1°)

Figlio di Michelangelo e Giuseppina Illich, nasce il 1 settembre 1897 a Zara. Sposa la zaratina Ada Talpo (1931) e hanno due figli, Franco e Paolo. Quando l’Austria entra in guerra (1914) frequenta l’ultimo anno del locale Ginnasio italiano, ma nel marzo 1915 a 17 anni viene richiamato con tutti i compagni: entrerà nei “reitende dalmatiner Schuetzen” (Cacciatori dalmati a cavallo), con sede a Banja Luka in Bosnia e l’Albania come teatro di operazioni. Rientrerà a Zara solo a fine 1918 col grado di tenente, una medaglia di bronzo al valore militare e la malaria contratta nelle paludi albanesi. Nel 1919 partecipa alla missione di studenti zaratini che gira la penisola per far conoscere la richiesta della città di essere definitivamente annessa al regno d’Italia. A 21 anni viene mandato dal padre a fare pratica bancaria a Ginevra (1919-20) ed a Parigi (1920-21), ove presta servizio presso la Banque italo-française pour l’Amérique du Sud. Vi imparerà perfettamente il francese, che abbinerà al tedesco ed al serbo-croato appresi a scuola. L’improvviso richiamo a Zara (1921) per una malattia del padre vede interrotta la sua carriera bancaria e l’inizio - assieme ai fratelli - del lavoro in azienda. Nel 1922 ne diviene socio e gli viene demandato il settore commerciale. Da allora viaggia senza sosta in Italia e in Europa, intessendo rapporti con clienti e fornitori. Ha poi l’intuizione di introdurre le “visite guidate in azienda”. L’iniziativa, del tutto nuova per l’epoca, ebbe molto successo ed attivò anche una corrente di turismo verso Zara, utile per lo sviluppo economico dell’isolata città. Grazie all’oculata gestione dei quattro fratelli fra il 1922 e il 1940 il volume d’affari della ditta non fece che crescere: nel 1936 il 66% delle esportazioni zaratine di liquori era curato dalla Luxardo ed alla vigilia della Seconda Guerra mondiale l’azienda copriva un’area di 12.000 mq. ed occupava 250 dipendenti. Scoppiata la guerra, nel 1942 a 45 anni viene richiamato alle armi nell’”Alessandria Cavalleria” e l’anno dopo - grazie alla sua ottima conoscenza delle lingue - assegnato all’Ufficio Censura della posta estera a Bologna. Non rientrerà più a Zara. Raggiunta dopo l’8 settembre ‘43 la famiglia sfollata a Fiumicello (Udine), partecipa al dramma dei fratelli e della città natale attraverso le moltissime lettere scambiate con il fratello Pietro, un vero e proprio diario dell’”Annus horribilis” 1943-’44. Nel frattempo cerca di salvare i pochi beni aziendali in penisola e di progettare il futuro. Per lui azienda e famiglia sono inscindibili, ed ora deve pensare - oltre alla sua - alle famiglie dei fratelli Pietro e mitre, appena sfuggite in barca da Zara distrutta assieme alla sorella Delfina. A guerra finita si ritrovano tutti esuli a Venezia e comincia a collaborare con lui Nicolò, figlio 18enne di Pietro, mentre gli altri sono ancora adolescenti o bambini. È Giorgio il motore della rinascita: in un’Italia distrutta cerca anzitutto dove riaprire la fabbrica. Utili per le marasche gli si offrono aree in Val d’Illasi (Verona) e in provincia di Udine, ma sceglie alla fine i Colli Euganei presso Padova con la collaborazione del prof. Morettini dell’Università di Firenze, che aveva condotto anteguerra studi approfonditi sulle marasche dalmate e neaveva trapiantanti alcuni esemplari nei vivai dell’Università. Per recuperare i capitali per la nuova fabbrica da un lato si batte a Roma per ottenere una preziosa licenza per l’alcool, contingentato nel dopoguerra, che poi cederà alla ditta Pezziol di Padova in cambio di un terreno di 3 h. a Torreglia (1946), dall’altro accende un mutuo con la Banca Commerciale Italiana per l'acquisto delle attrezzature. Così il 10 febbraio 1947 viene fondata la nuova Luxardo e inaugurato lo stabilimento di Torreglia. La data è scelta con cura: lo stesso giorno a Parigi l’Italia firma il Trattato di Pace con il quale è obbligata a rinunciare a Zara, all’Istria e a Fiume. Giorgio invece rilancia. È una sfida al destino, ma anche a se stesso: ha oramai 50 anni, è passato attraverso due guerre mondiali, è stato colpito da lutti e vicende strazianti, ma ora si rialza e riparte. Un uomo tranquillo con grandi motivazioni, che pensa soprattutto alle future generazioni Luxardo. In quegli anni deve guardarsi anche alle spalle. A Zara una sentenza del Tribunale Popolare del 22.11.1945 aveva condannato lui a 10 anni di lavori forzati e il fratello Nicolò a morte, quali “nemici del popolo”; il solo scopo era la confisca dei beni. La nuova ditta jugoslava utilizza così i marchi Luxardo e cerca di acquisire clienti italiani e stranieri ancora ignari della sorte dei titolari. Inizia allora una lunga serie di azioni legali per contraffazione di marchi e concorrenza sleale, in difesa del nome e del patrimonio morale della famiglia e dell’azienda: si svolgeranno in Italia, in Svizzera, in Germania e egli Stati Uniti, concludendosi solo nel 1980 (!). 

I Luxardo risulteranno sempre vincenti. Per tutti gli anni ‘50 del Novecento Giorgio è al timone della Luxardo quale Amministratore Unico, mantiene i rapporti con il Governo italiano per il riconoscimento dei danni di guerra, è membro influente dell’ Associazione degli Industriali Giuliano-dalmati e della Federvini, si impegna perfino nella realtà locale quale presidente della Pro Loco di Torreglia (1947-1953). 

A livello familiare è il pater familias a cui tutti ricorrono quando c’ è bisogno di un consiglio o di un aiuto, morale o materiale. Indirizza verso il lavoro in azienda prima il nipote Michele (1957) poi il figlio Franco (1960), che si uniscono così al cugino Nicolò per costituire la quinta generazione Luxardo in ditta. Muore improvvisamente il 30 giugno 1963. È considerato il “secondo fondatore della Luxardo”.  


GIROLAMO LUXARDO

È il fondatore della ditta che porta ancora oggi il suo nome. Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1784. Sposa in prime nozze Maria Canevari di Genova e - rimasto vedovo - Luigia Amadio di Venezia. Ebbe 20 figli, di cui il solo terzogenito Nicolò continuerà l’attività aziendale. Nella natia Liguria esercita il commercio del corallo e dei cordami, viaggiando a lungo sin da giovane. Durante uno dei soggiorni a Trieste conosce per la prima volta il mondo dei rosoli: Giacomo Balletti lo spinge ad introdurre i propri prodotti a Genova ma l’iniziativa non ha successo. Nel 1818 si sposta tra Livorno, Pisa, Firenze, Roma, Napoli, Torre del Greco, Messina, Corfù, Ancona e Venezia: proprio ad Ancona sente parlare per la prima volta della Dalmazia, di Slarino dove si pesca il corallo e di Sebenico dove si distilla l’amarasco, utilizzato per la preparazione di un “rosolio uso Zara”. Si imbarca allora per la capitale della Dalmazia e vi soggiorna 5 mesi per seguire la pesca del corallo; rientra poi a S. Margherita. Ma nel 1821 si stabilisce definitivamente a Zara con la moglie Maria e 4 figli. Pone subito in attività le proprie capacità imprenditoriali: da una lato apre un negozio in cui si vendono merletti liguri, dall’altro concentra il proprio interesse sulla produzione del rosolio, ricavato dal frutto della marasca (Prunus cerasus), una ciliegia acida che cresce spontanea sulle coste dalmate a sud di Zara. Nota prontamente che della quindicina di produttori locali di rosoli, uno solo - il Salghetti Drioli - aveva raggiunto una rinomanza internazionale; gli altri superavano appena le mura cittadine. C’è quindi spazio adeguato per sviluppare la sua attività ed è in breve in grado di produrre un nuovo maraschino di tipo amabile, che più tardi lo storico Giuseppe Praga illustrerà così in un’epoca siffatta (dopo il Congresso di Vienna l’Europa è stanca di guerre) i liquori militareschi dovevano lasciare il posto d’onore a dei tipi rispondenti alla delicatezza Dei gusti che ora era prevalsa. non certamente i rosoli tutti zucchero e profumi del settecento, ma nemmeno le bibite d’urto delle soldatesche napoleoniche e delle ciurme inglesi. Tra i suoi corrispondenti c’è anche Vittorio D’Annunzio, un agiato commerciante abruzzese, nonno del poeta Gabriele che 100 anni più tardi definirà “Sangue morlacco” il liquore di ciliegie dei Luxardo, un nome tuttora in auge. Nel 1829 Girolamo - fatti analizzare dal Governo a Vienna i campioni ed il processo di fabbricazione dei propri liquori - ottiene l’ambito Privilegio nella fabbricazione e distillazione dei rosoli Maraschino e cannellino, in virtù delle quali si ottiene un miglioramento del 15% e più nei confronti dei procedimenti sinora osservati, espletandovi la preparazione parte a fuoco e parte senza, ciò che ha come risultato che la qualità di questi tipi di rosolio supera in qualità e consistenza tutte le qualità sinora esistenti. In pratica si tratta dei migliori liquori allora prodotti in tutto l’Impero. Con questa patente Girolamo apre un deposito a Trieste allo scopo di facilitare la sua distribuzione (all’epoca c’era solo un collegamento marittimo ogni 45 gg. con l’eccentrica Zara) ed entra rapidamente nel commercio internazionale. Così i liquori Luxardo - oltre a coprire le piazze austriache del Lombardo-Veneto, della Boemia e dell’Austria - si espandono verso Odessa e Lisbona, Londra e Parigi, Costantinopoli e perfino Rio De Janeiro. Attorno ai 50 anni Girolamo si fa ritrarre. Il quadro, scomparso alla fine della seconda guerra mondiale nel sacco di casa Luxardo, è riapparso negli anni ‘70 del Novecento nei depositi del museo Civico. Restaurato, vi è ora esposto. Il dipinto è da alcuni attribuito al pordenonese Michele Grigoletti, da altri al goriziano Giuseppe Tominz. L’azienda continua a prosperare ed un autore inglese, H.H. Paton, lo registra visitando Zara nella sua opera Highlands and islands of the Adriatic (1849) “Luxardo produce un buon maraschino ed ha una larga vendita”. Con l’avanzare degli anni Girolamo - anche per degli screzi col primogenito Bartolomeo trasferito definitivamente a Trieste e con l’altro figlio Emanuele - affida sempre di più la ditta al terzo maschio Nicolò e nel 1863 gli trasferirà definitivamente la proprietà della fabbrica di Calle del Sale, con il preciso impegno di mantenere il suo nome all’azienda. Morirà ottantacinquenne due anni più tardi, nel 1865, a Zara.


MICHELANGELO LUXARDO

Figlio di Nicolò 1°, nasce a Zara nel 1857. Sposa Giuseppina dell’antica famiglia Illich di Spalato, che gli darà 6 figli: Nicolò, Demetrio, Delfina, Pietro, Alberto e Giorgio. Entra giovanissimo in azienda nel 1871. È socio fondatore (1876) dell’Associazione Ginnastica Zaratina, in assoluto la prima società sportiva nata in Dalmazia, divenuta nel 1881 la società Zaratina di Ginnastica e scherma, di cui per cinque anni sarà il presidente. Molto sensibile alle istanze politiche e sociali del tempo, è tra i rappresentanti più in vista del partito autonomista e presidente della Società Politica dalmata, venendo anche eletto in Consiglio Comunale. Industriale stimato a livello nazionale, ricopre importanti cariche a Vienna: membro del Consiglio doganale Superiore e dell’analogo Consiglio Ferroviario, del Consiglio Industriale dell’Impero e del consiglio d’amministrazione della Sudbahn, la ferrovia che univa Vienna a Trieste. Si prodiga - invano - perché Zara sia collegata con ferrovia al resto dell’Impero. Contribuisce finanziariamente alla costruzione della prima centrale elettrica della sua città. Allo scopo di liberare le piccole attività commerciali dalla piaga dell’usura fonda con un gruppo di amici la Banca Popolare zaratina, poi Banca dalmata di Sconto. E’ presidente del monte di Pietà fino al 1931 e per tutta la vita dedica tempo e grandi attenzioni alla Scuola Industriale “Pasquale Bakmaz”, l’istituto tecnico più importante della provincia sia nel periodo austriaco che in quello italiano, fornendo macchinari alle officine e libri e materiale didattico agli alunni. Come già il padre è presidente della Camera di Commercio (1910-1916). Per 40 anni conduce l’azienda con mano ferma ed ha la preveggenza di uscire dal ristretto circuito delle mura cittadine verso un arioso sobborgo al di là del porto: da Calle del Sale a Barcagno. Così fra il 1907 e il 1915 vi costruisce la nuova fabbrica che sarà la più grande e moderna dell’Impero, su progetto iniziale dell’ing. Pividori, zaratino, rielaborato ed ampliato dall’arch. viennese Friedler. Affronta con coraggio la prima guerra mondiale con i figli sparsi su vari fronti e la fabbrica chiusa per anni. Nel 1918 si rende conto che la crisi, aggravata dalla spagnola e dalla svalutazione, sarebbe stata lunga e dura, soprattutto per gli ex-territori austro-ungarici spezzettati tra numerosi stati: così crea delle filiali produttive, una sul confine austro-ceco con il fedele agente viennese Kattus, l’altra a S. Filippo e Giacomo, paese a sud di Zara per servire il nuovo regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Jugoslavia). Con lungimiranza “europea” manda i figli ad acquisire esperienza: Demetrio a Bordeaux, Giorgio a Ginevra e Parigi, mentre Pietro è incaricato di gestire la filiale cecoslovacca e il primogenito Nicolò lo affianca nel difficile rilancio dell’azienda dopo la rivoluzione politica ed economica avvenuta in Europa. Nel 1922 cede la proprietà dell’azienda ai 4 figli maschi e fino alla morte rappresenta un punto di riferimento per tutti loro, per le nuore, per i nipoti e per la sua amata Pina, che gli sopravvive per otto anni. I ritratti che si erano fatti fare da fidanzati dal noto pittore dalmata Biagio Faggioni si trovano ora a Zara e a Padova. Muore a Zara nel 1934.


NICOLO' LUXARDO

Figlio di Michelangelo, nasce a Zara nel 1886 e sposa Bianca Ronzoni, milanese. Si diploma all’Istituto Commerciale di Torino e affianca presto il padre nella gestione dell’azienda. Nel 1912 compie un viaggio d’affari di sette mesi negli Stati Uniti, toccando Washington, New York e Chicago e nello stesso anno entra nell’Aulico Consiglio Industriale di Vienna in rappresentanza della Camera di Commercio di Zara. Nel gennaio 1915, quando ha sentore che sta per scoppiare la guerra tra l’Austria-Ungheria e l’Italia, abbandona Zara per non combattere nell’esercito austriaco. Il 2 giugno si arruola quale volontario irredento nel Regio Esercito italiano, viene assegnato al 20° Cavalleggeri Roma e, grazie alla sua perfetta conoscenza del tedesco e del serbo-croato, entra a far parte del Servizio Informazioni della 3° Armata del duca d’Aosta. Sarà ferito due volte e riceverà due medaglie d’Argento al V.m. ed una Croce di Guerra. Nel novembre 1918 viene assegnato quale ufficiale di collegamento all’amm. Notarbartolo, incaricato dell’occupazione militare della parte di Dalmazia assegnata all’Italia dal Patto di Londra. Così, dopo quattro anni di assenza, rivede a Zara la famiglia e l’indomani sbarca a Sebenico. Verrà congedato il 28 dicembre 1918. Rientrato in azienda, si attiva subito per rilanciare il lavoro: il grande mercato unico rappresentato dall’Impero austro-ungarico era scomparso e i nuovi stati imponevano pesanti dazi all’importazione, altrettanto era successo all’Impero russo dove i Luxardo, allo scoppio della guerra, avevano perso crediti per 110.000 fiorini d’oro, mentre la Germania era in preda a convulsioni politiche e ad una folle svalutazione che la escludevano dai mercati. Nicolò si rende presto conto che la nuova provincia di Zara è troppo piccola per sopravvivere senza un retroterra e già nel 1923 insiste in un memorandum al ministero degli Esteri di Roma per l’apertura dei confini con il nuovo regno dei Serbi, Croati e Sloveni e per un trattato commerciale fra i due stati. Anche in seguito ai suoi sforzi ed ai contatti mantenuti con i compagni d’arme ai ministeri, a Zara verrà concesso il porto franco. Per gli anni ‘20 e ‘30 del Novecento la sua presenza a Roma sarà sempre più frequente, fino ad essere nominato (1 marzo 1939) al Parlamento nazionale nella XXX legislatura, quale rappresentante della Corporazione dei Combustibili e degli Alcoli. È pure assessore comunale e presidente della Camera di Commercio dal 1931 al 1943. Senza figli, dirige i propri affetti alla moglie Bianca ed ai numerosi nipoti come un pater familias d’antico stampo (quando nel 1940 morirà il fratello Demetrio per setticemia ,sarà lui a divenire il tutore dei tre figli minorenni). Mantiene pure i rapporti con i parenti dalmati, in particolare con la famiglia Illich di Spalato da cui proviene la madre, recandosi quasi ogni anno nella capitale della Dalmazia jugoslava. In quegli anni la sua conoscenza della lingua serbo-croata e di personalità sia cattoliche che ortodosse oltre confine gli permette di valutare con maggiore profondità delle autorità politiche romane la complicata situazione politica nella Jugoslavia di re Alessandro, dove gli scontri nazionali e religiosi fra le varie etnie hanno portato dal caos degli anni ‘20 ad un regime semi-dittatoriale negli anni ‘30. Dopo l’8 settembre 1943 è fra i pochi (con il prefetto degli Alberti e il commissario prefettizio al Comune De Hoeberth) a intervenire presso l’occupante tedesco per evitare che zara venga incorporata nello stato indipendente di Croazia. In seguito ai primi pesanti bombardamenti di Zara, si rifugia nel villaggio di Peterzane, da cui, vessato dai partigiani nel gennaio 1944 partirà in barca con tutta la famiglia verso Nord. Si fermerà sull’isola di Selve presso l’amico Suppini per l’insistenza della moglie, mentre gli altri proseguiranno per l’Istria e Trieste. Nico e Bianca vi resteranno fino alla morte. Nel giugno del 1944 marito e moglie verranno portati a Sale sull’Isola Lunga, sottoposti a processo dai partigiani di Tito (giudice Crnosija), assolti e rilasciati. L’ultima sua lettera al fratello Giorgio è del 27 settembre. Nel dopoguerra verrà dichiarata la sua morte presunta il 30 settembre 1944, ma di recente il dr. Giovanni Minak ha scritto di averlo incontrato a Selve nella prima decade di novembre: “qualche giorno dopo ritornarono i partigiani e lo prelevarono, la moglie non volle abbandonarlo e scese in barca con lui. Nei pressi di Sale si concluse il loro destino: vennero annegati”. Oltre un anno dopo, il 22 novembre 1945, si svolse presso il Tribunale Popo-lare di Zara un processo “farsa” contro Nico Luxardo: venne dichiarato contumace (!) e condannato a morte per impiccagione. L’unico scopo era evidentemente di legittimare la confisca dei beni e soprattutto della fabbrica di liquori Luxardo, che il nuovo regime comunista a Zara intendeva nazionalizzare e riaprire con nuovo nome.


BIANCA LUXARDO RONZONI

Nasce nel 1889 a Milano, sposa Nicolò Luxardo con il quale condivide la tragica sorte nell’autunno - inverno 1944, quando viene uccisa per annegamento ad opera dei partigiani di Tito nelle acque dell’isola dalmata di Selve.

Famiglie: Bisanti

LUCA BISANTI

Nipote di Trifone Bisanti, gli succede nella Cattedra vescovile di Cattaro. Come lo zio, è teologo e partecipa al Concilio di Trento che si svolge tra il dicembre 1545 ed il dicembre 1563, sotto i pontificati dei papi Paolo III, Giulio III e Pio IV per contrastare le riforme e per condannare gli errori di Lutero. Nelle sedute del 1562, alle quali partecipa attivamente, discute dei dogmi, del carattere sacrificale della messa, dei sacramenti dell’ordine Sacerdotale, del matrimonio, del Purgatorio, della venerazione dei Santi, delle indulgenze, dei religiosi; dei decreti che disciplinano l’uso della lingua latina nelle celebrazioni, con l’obbligo della spiegazione in volgare; dell’obbligo della residenza dei Vescovi; della formazione dei seminari per la formazione del clero, ed altri decreti di riforma generale. Rinuncia ad ogni incarico ecclesiastico nel 1565. È ricordato come autore della Vita di San Trifone, scritta nel 1538 e pubblicata a Venezia nel 1561. Alla fine del ‘500 l’opera sarà ristampata da Girolamo Bucchia e sarà approvata da Clemente VIII ed infine recepita dal Farlati nell’illyricum sacrum. Sappiamo anche che, durante gli assedi dei Turchi, Bisanti con la forza della parola, riesce ad incoraggiare i suoi concittadini che si opporranno con successo alla temibile minaccia ottomana. Non ci sono pervenute notizie certe sui suoi dati anagrafici, su altri episodi della sua vita e sulla data della morte.


MARINO BISANTI

Originario di Cattaro, vive intorno la metà del ‘300 e si distingue nella lotta contro i genovesi nell’Adriatico. Sopracomito della galera “Caterina” sconfigge una squadriglia genovese presso le isole intorno a Curzola nel 1371, libera la città di Budua da una ribellione e soccorre le navi veneziane bloccate dai turchi alla foce del Drin, nell’odierna Albania.


NICOLO' BISANTI

Originario di Cattaro, contemporaneo di Marino e, come lui, abilissimo capitano di mare del XIV secolo.


PAOLO BISANTI

Fratello di Luca, nasce a Cattaro nel 1532 e si laurea a Padova in diritto canonico e civile. Tornato in Dalmazia, diventa Vescovo di Cattaro tra il 1565 ed il 1576, anno in cui si dimette dall’incarico per diventare vescovo suffraganeo ad Udine e vicario generale ad Aquileia, dove introduce le ordinazioni stabilite dal Concilio Tridentino. Si distingue per zelo nella battaglia di Cipro. Autore di varie opere giuridiche, muore all’età di 55 anni, nel 1587.


TRIFONE BISANTI

Nasce probabilmente a Cattaro in data incerta. Non ci sono notizie sulla sua formazione e studi, ma è certo che è dottore in filosofia, teologia e legge e si presume abbia conseguito la laurea in una università italiana. Insegna letteratura greca e latina nelle università di Bologna e Perugia ed è bibliotecario dell’arciduca di Modena. È principalmente attratto dalle discipline umanistiche e dalla teologia e svolge intense ricerche su codici rari ed antichi custoditi nelle più rinomate biblioteche del tempo. La sua attività in Italia è sorretta da un consistente patrimonio ereditato dalla autorevole famiglia bocchese, alimentato dall’insegnamento universitario e dai guadagni ottenuti esplicando il servizio bibliotecario. Nel periodo dal 1513 al 1532 è vescovo di Cattaro ed è ricordato come promotore di studi letterari, teologici e scientifici, frequenta il Cenacolo umanistico di Cattaro ed eminenti teologi. Su invito di papa Giulio II partecipa alle sedute del Quinto Concilio Lateranense, tenutosi tra il maggio 1513 e il maggio 1517, che era stato convocato per condannare gli errori del neo-aristotelismo. Nel 1532 rinuncia alle dignità ecclesiastiche. Muore a Cattaro nel 1540. Le Lettere latine indirizzate all’amico e mecenate cardinale Domenico Grimani, nelle quali lamenta le disgrazie provocate dai turchi, sono state raccolte dopo la sua morte.

Famiglie: Alacevich

ANGELO ALACEVICH

Cultore e custode del patrimonio storico e archeologico della Dalmazia effettuò, durante la permanenza delle truppe italiane a Sebenico del primo dopoguerra, importanti scavi a Danilo, i cui reperti sono conservati presso il Museo di San Donato di Zara, unitamente a due leoni marciani di grandi proporzioni. È autore di Pagine della Città di Sebenico.


TITO ALACEVICH

Componente del Comitato di Zara per le esequie del Re Umberto I del 1900 e dirigente della Lega Nazionale, è citato nel Rapporto del 1917 del capitano Neubauer degli i.r. servizi segreti austro-ungarici come pericoloso irredentista.


PIETRO ALACEVICH

Nasce a Drasnizza (Macarsca) nel 1739 e il 21 Giugno 1770 è promosso Alfiere e poco dopo Capitano di una compagnia di truppe collettizie da lui riunite. Aiutante di squadra in Golfo, disimpegna molte ed importanti commissioni in Albania ed in Levante, e sostiene per vari anni il comando del forte di Obrovazzo e quindi di quello di Castelnuovo. Caduto nel Maggio 1797 il Governo Veneziano, si dimette dal servizio militare e si stabilisce a Zara. Ha in moglie Elena Calogerà di Corfù cugina del conte di Capodistria ministro in Russia e quindi Presidente del regno Neo-Ellenico. Muore a Zara nel 1830.


NICOLO' ALACEVICH

Nasce a Drasnizza (Macarsca) nel 1666 ed a vent’anni partecipa alla presa della fortezza di Sign ed è tra i primi nell’assaltarne le mura, rimanendo ferito. Nel 1687 si distingue per il valore dimostrato nell’attacco nella presa di Castelnuovo. Nel 1690 combatte con valore nelle di Piazze di Malvasia, Valona, Cagnina e nell’attacco di Canea e nel 1692 nel recupero della fortezza di Lepanto, distinguendosi in una sortita contro il nemico. Il 9 febbraio 1695 dirige l’attacco della galera del N. H. Nicolò Barozzi, dalla quale con la spada in pugno assale una galera nemica nelle acque di Carabraino, e combatte fino all’affondamento della nave nemica. Nel 1695 partecipa all’assedio di Scio ed alla battaglia nella piana di Argos. Nel 1696 cattura un brigantino turco nelle rive di Specie e nel 1699 con la pubblica nave La Fede Guerriera combatte nelle acque di Metelino, alla bocca di Terra, dove rimane ferito. Nel 1700 il Coll. Nicolò Marcovich dichiara “Nicolò essere caduto in schiavitù in mano dei Barbari, dopo la perdita d’una pubblica nave, seguita con fiero combattimento cogli Algerini, e con perdita delle di lui sostanze”, ma nel 1707 Tomaso Slicherz, console del Serenissimo Gran Duca di Toscana in Livorno lo libera dalle mani de’ Barbasesi e viene nominato Alfiere. Nel 1716 partecipa alla difesa del Posto di Monte Abram sotto Corfù dove ha respinto con valore tre assalti dei Turchi. Il 21 agosto 1731 il Senato veneziano lo decora con la Medaglia d’Oro con Catena. Il 20 febbraio 1735 il Senato veneziano lo nomina Tenente-Colonnello per i singolari meriti acquisiti in venti azioni particolari. Cessa di vivere mentre è Governatore dell’Armi in Corfù il 9 luglio 1746.

Girolamo Bajamonti

Nasce a Spalato e vive a cavallo del ’700 e l’800. Avvocato, esponente del movimento fisiocratico, è Presidente del Tribunale di Spalato, della Corte d’Appello di Ragusa e deputato della città di Spalato nella delegazione inviata a Napoleone, che porta l’atto di ossequio della Dalmazia all’Imperatore dei francesi e re d‘Italia. Eminente studioso dell’economia e dell’agricoltura locale, è nominato dirigente dell’Accademia agraria di Spalato. Scrive varie opere sulla riforma agraria, tra le quali ricordiamo Prospetto di studi economici di Dalmazia, pubblicata nel 1775, nella quale analizza le ragioni dello stato arretrato dell’agricoltura e dell’economia dalmata, attribuendone le cause alle scarse conoscenze agricole dei contadini, eccessivamente legati alla tradizione e refrattari ad ogni innovazione, alle superate tecniche adottate dai viticoltori, dai coltivatori degli olivi e dagli allevatori del bestiame, al modesto popolamento della regione ed alla carenza di acqua per l’irrigazione dei campi.

Abdon Pamich

Nato a Fiume il 3 Ottobre 1933.

Pamich è stato uno degli atleti italiani più medagliati nella specialità dei 50 km di marcia ai Giochi olimpici, evento a cui prese parte per cinque volte; vinse la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Di quella gara resta memorabile l'episodio che lo vide protagonista: a causa di un tè freddo, Pamich ebbe una crisi intestinale: "Per avere un minimo di intimità c'era prevista una stazione al km 35, troppo lontano... Ho provveduto coperto da alcuni addetti del servizio d'ordine...", rimontò e superò tutti gli avversari, andando a vincere.

Il 19 novembre 1961 sulla pista dello Stadio Olimpico di Roma ha stabilito il record mondiale dei 50000 m di marcia (125 giri di pista lunga 400 metri), con il tempo di 4h14'02"4. È stato inoltre il portabandiera del tricolore italiano durante la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972.

Profugo fiumano dopo la fine della seconda guerra mondiale (crebbe nel campo di raccolta di Novara), si è sempre impegnato per la conservazione della memoria storica della comunità giuliano-dalmata in Italia e in particolare a Roma, anche come membro della Società di Studi Fiumani. In questa veste, nel febbraio 2016 è stato testimonial della "Corsa del ricordo".

Nel maggio 2015, una targa a lui dedicata fu inserita nella Walk of Fame dello sport italiano a Roma, riservata agli ex-atleti italiani che si sono distinti in campo internazionale.

«La gara più dura? Sfuggire dall'Istria»

La sua marcia più difficile non è stata quella di Tokyo nel 1964, che lo ha fatto entrare nella storia dello sport. L'oro alle Olimpiadi vale un posto nella leggenda. La sua marcia più dura Abdon Pamich l'ha fatta a 13 anni in un giorno di settembre del 1947 per scappare dalla Jugoslavia di Tito e raggiungere il padre esule in Italia. 

Col fratello Giovanni ha marciato nella notte per ore, lungo i binari della ferrovia che da Fiume portava a Divaccia. Nel buio, con i riflettori che ogni tanto rompevano la notte e i soldati titini che sparavano anche al vuoto. Faceva un freddo cane sul Carso, loro indossavano una maglietta e calzoni corti, erano scappati dal mare. 

Arrivarono a Trieste mescolati a un gruppo di triestini e divennero ufficialmente due profughi con tanto di certificato che dava diritto a 300 grammi di pane e a tre etti di chiodi per famiglia, dietro presentazione della "ricevuta di esodo".

Nino Benvenuti

Nato a Isola d'Istria il 26 Aprile 1938. I suoi antenati, come racconta nel suo libro autobiografico, sembra che siano provenuti da Caorle, paese di pescatori della costa veneta.


È stato uno dei più grandi pugili italiani di tutti i tempi.


La passione pugilistica di Benvenuti inizia a tredici anni in una piccola palestra allestita nella propria abitazione di Isola d'Istria spinto dal suo stesso padre che, in gioventù, si era dedicato a questo sport. Passa poi ad allenarsi all'Accademia pugilistica di Trieste, percorrendo ogni volta in bicicletta la relativa distanza.


In questi anni la famiglia Benvenuti, residente nella Zona B del Territorio Libero di Trieste, sotto amministrazione jugoslava, subisce la repressione anti italiana. Il figlio maggiore, Eliano, è arrestato e imprigionato senza motivo per sette mesi. Successivamente anche la loro abitazione con giardino viene requisita. I Benvenuti preferiscono allora stabilirsi a Trieste, nella zona A amministrata dall'Italia, dove già il capofamiglia ha il suo esercizio ittico. Trieste passerà definitivamente all'Italia solo nel 1954.


Campione olimpico dei pesi welter nel 1960, campione mondiale dei pesi superwelter tra il 1965 e il 1966, campione europeo dei pesi medi tra il 1965 e il 1967, campione mondiale dei pesi medi tra il 1967 e il 1970. Nel 1968 ha vinto il prestigioso premio di Fighter of the year, unico italiano ad aver conseguito tale riconoscimento.


Il suo primo torneo della trilogia contro Emile Griffith è stato nominato Fight of the year del 1967, premio attribuito tre anni dopo anche al match da lui perso contro l'argentino Carlos Monzón. L'undicesima ripresa del match in cui mise KO Luis Manuel Rodriguez fu premiata come "Round of the year" per il 1969.


È stato l'unico pugile italiano ad aver detenuto il titolo mondiale unanimemente riconosciuto di due categorie di peso (medi e superwelter). Nei pesi superwelter, possono fregiarsi di tale impresa solamente altri nove atleti. Prima di lui, tra i pugili europei, soltanto Marcel Cerdan era riuscito a conquistare il mondiale dei medi in terra statunitense. È stato inoltre uno dei pochi pugili non statunitensi ad aver conquistato e difeso più volte il titolo mondiale indiscusso dei pesi medi nella storia del pugilato mondiale. Inoltre, le sue quattro vittoriose difese consecutive del mondiale indiscusso dei medi lo pongono alle spalle solamente di Marvin Hagler e Carlos Monzón come numero di difese consecutive a segno.


La International Boxing Hall of Fame (1999) lo ha riconosciuto fra i più grandi pugili di tutti i tempi, unico pugile italiano insieme a Duilio Loi. Pur non in possesso della cittadinanza statunitense, è stato ammesso anche nella National Italian-American Sport Hall of Fame (così come leggende quali Rocky Marciano e Joe Di Maggio), per le sue imprese sportive ottenute sul suolo USA.


Dopo gli ultimi prestigiosi riconoscimenti (Premio Cultura Italia Argentina, Premio Brera, Guirlande d'Honneur) il suo palmares si è ulteriormente arricchito del ruolo di ambasciatore italiano della boxe nel mondo, consegnatogli dal presidente della FPI Vittorio Lai il 26/04/2017 in occasione della cerimonia ufficiale del cinquantenario dalla vittoria del titolo mondiale dei pesi medi (17/04/67), ideata e organizzata da Anita Madaluni (sua biografa ufficiale) con il patrocinio del CONI e dell'ambasciata americana.


"Ci sono storie che non si possono dimenticare. La mia è una di quelle. Di un popolo intero. Cacciato, umiliato, calpestato, strappato dalla propria terra senza che nessuno, dico nessuno, abbia alzato un dito per difenderlo. Di un popolo dimenticato, la cui storia è stata oscurata per anni, cancellata dai libri di storia, negata. Solo la forza di chi non ha mai abbassato la testa – di chi, nonostante tutto, ha conservato la propria dignità, di chi non si è mai arreso – ha ridato voce a tutti noi istriani, fiumani e dalmati, anzi italiani. Sì, perché lo eravamo prima e lo siamo oggi. Italiani".