sabato 15 giugno 2024

Come gli sloveni si inventarono una Trieste slovena

L’ondata dei moti rivoluzionari borghesi che sconvolsero l’Europa della Restaurazione nel 1848, meglio noti come la «primavera dei popoli», se da una parte incrementarono la cerchia di coloro che a Trieste sostenevano gli ideali del risorgimento italiano, nel contempo, valsero ad incoraggiare anche i promotori di un’attività nazionale a favore della popolazione slovena presente in città.

Il Quarantotto triestino segnò «una pietra miliare nel processo di politicizzazione della società» ed ebbe «l’effetto di un catalizzatore rispetto alla formazione di correnti politiche, alla nascita di un giornalismo di opposizione, all’organizzazione di prime campagne elettorali e alla mobilitazione dell’opinione pubblica», ambedue gli schieramenti nazionali all'inizio erano composti da un pugno di persone ed erano quindi espressioni minoritarie della società triestina. Il numero dei patrioti italiani superava di gran lunga quello degli sloveni benché questi potessero contare sull’appoggio dei rappresentanti delle altre nazionalità slave presenti in città.

Nel 1848 la maggioranza degli elettori triestini sosteneva la Giunta triestina. Favorevole com’era alla difesa dell’autonomismo triestino, dimostrò poco interesse per il programma nazionale della Società dei triestini, mantenendo un rapporto alquanto ambivalente nei confronti delle rivendicazioni nazionali. La scarsa attrattiva del nazionalismo ai fini di una mobilitazione di massa era evidente anche da parte slovena.

La rappresentanza cittadina, sia nella sua espressione lealista che in quella più liberale e filoitaliana, si richiama infatti ai diritti autonomistici assegnati a Trieste dall’autorità centrale, mentre a Vienna chiedeva il rispetto dei diritti linguistici della popolazione di lingua italiana. In egual misura riconobbe «come italiana l’identità culturale della città» e decise di adottare l’italiano come lingua d’insegnamento nelle scuole pubbliche.

Il prosieguo del processo di nazionalizzazione della società triestina, con il rafforzamento del nucleo politico filo-italiano negli anni Sessanta del XIX secolo, l’acquisizione da parte sua della rappresentanza cittadina negli anni Settanta e la conquista del primato pubblico di italianità, avrebbe dato avvio a una politica di difesa nazionale della città che si tramutò a tutti gli effetti in un ostacolo al riconoscimento dei diritti della popolazione slovena a Trieste, sebbene nel contempo già acquisiti con la costituzione austriaca. 

A partire dagli anni Sessanta del XIX secolo il vertice del partito liberal-nazionale italiano avrebbe infatti dimostrato nella prassi politica quotidiana un atteggiamento di forza che di fatto rifletteva la sua impreparazione a comprovare una qualsiasi forma di riconoscimento politico della presenza slovena nel centro cittadino. Per gli opinionisti sloveni, la resistenza contro la politica del primato italiano divenne invece il metro su cui poter misurare la riuscita e la crescita del proprio blocco politico nazionale.

L’ingrediente fondamentale della struttura simbolica sulla quale si appoggiava il processo di sensibilizzazione nazionale, sia nel caso della popolazione di lingua slovena che di quella di lingua italiana, era rappresentato dalla tradizione. 

Richiamarsi alla tradizione, secondo una convinzione alquanto diffusa, equivaleva infatti richiamarsi ad una narrazione «autorevole». Per respingere i rimproveri di appartenere a una nazione «senza storia», i patrioti sloveni iniziarono a rispondere ai sostenitori dell’italianità di Trieste, che avevano giurato sulle radici romane e sulle origini italiane di Trieste, con un’ampia messe di esempi storici che avevano lo scopo di dimostrare la secolare ed ininterrotta presenza degli sloveni nel centro cittadino e quindi la loro appartenenza ad una nazione «con storia».

La fedeltà alle tradizioni si configurava come la principale regola di condotta dei patrioti, dal momento che essi si muovevano nella convinzione che il passato fosse più importante del presente.

Nell’immaginare la nazione, i suoi sostenitori trovarono una preziosa fonte di ispirazione nell’idea di un passato comune e pertanto si adoperarono per rafforzare le rappresentazioni della coesione della comunità nazionale, a cui andava il loro sostegno. A fronte della convinzione secondo cui una storia comune vale infatti a rafforzare i legami tra i sostenitori della stessa nazione con il chiaro intento di rinsaldare le fila della nuova «comunità immaginata», la narrazione storica finì per diventare l’asse centrale del processo di sensibilizzazione nazionale. 

Avvalorando il mito della discendenza lineare e teleologica e rivendicando un passato comune, anche a Trieste si cominciò a plasmare il nuovo o, meglio, a creare una comunità razionalmente inedita, immaginando di appartenere ad una remota e dimenticata.

Ma veniamo ora a quelli che furono gli esordi del movimento nazionale sloveno a Trieste e nel suo circondario, entro la cui cornice prese forma il mito della Trieste slovena. Il 23 ottobre 1848 veniva fondato a Trieste lo Slavjanski zbor v Trstu (Il consesso slavo di Trieste) che nel novembre di quello stesso anno avrebbe iniziato la sua attività presso il palazzo del Tergesteo, vicino a piazza della Borsa. Ivan Vesel Koseski (Gorenje, 12 Settembre 1798 — Trieste, 26 Marzo 1884) vi assunse la carica di consiliere finanziario. Quattro mesi dopo, ormai ribattezzato come Slavjansko društvo (Associazione slava), esso contava ben 336 soci ordinari e 140 soci corrispondenti, per la maggior parte rappresentanti del nascente ceto medio sloveno oppure del clero, come l’allora vescovo di Trieste Jernej Legat (Naklo, 16 Agosto 1807 — Trieste, 12 Febbraio 1875), che coltivavano più un sentimento panslavista e in pochi appoggiarono tutti i punti del programma della Slovenia unita. 

Entusiasmare alla slavità una base quanto più ampia possibile della popolazione slovena, compresi quanti avevano «tradito» le proprie origini adeguandosi alla lingua e alla cultura della maggioranza italiana, era il principale obiettivo di coloro che si incaricarono di risvegliare dal suo torpore l’attività culturale degli sloveni e degli slavi in genere nel centro cittadino. 

La maggior parte della popolazione emigrata dalle regioni interne del Litorale, cioè dalla Carniola, dalla Stiria e dalla Carinzia, nel corso del XIX secolo, già nella prima, ma in modo definitivo nella seconda generazione, aveva infatti subito il processo di assimilazione alla maggioranza italiana, di fatto predominante in città. I passaggi nelle file tedesche furono invece meno frequenti e per lo più caratteristici dell’alta burocrazia e dell’imprenditoria. 

Assai accentuata rimaneva però l’appartenenza regionale: il sentirsi carniolini, carinziani o stiriani, piuttosto che tedeschi o sloveni a Trieste era frequente ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, soprattutto tra i commercianti e gli impiegati statali immigrati in città. 

Nella prospettiva dei patrioti sloveni che vivevano a Trieste, con la chiara percezione di essere a tutti gli effetti membri di quella comunità nazionale che iniziava a delinearsi in contemporanea con la mobilitazione a favore del programma politico della Slovenia unita, formulato da Matija Majar (Goriče, 7 Febbraio 1809 —  Praga, 31 Luglio 1892), e da altri intellettuali sloveni residenti a Vienna, la diffusione della consapevolezza nazionale si configurava come l’unico mezzo efficace in grado di contrastare l’assimilazione nazionale degli emigrati e delle emigrate (in massa) slovene da parte della maggioranza italiana. Per instillare nei suoi membri un sentimento comune e contemporaneamente legarli alla convinzione che una nazione si fonda sulla lingua, lo Slavjansko društvo iniziò a pubblicare tra il marzo e l’agosto del 1849 lo Slavjanski rodoljub (il patriota slavo).

Tra gli articoli che avevano lo scopo di chiarire il concetto di lealtà alla nazione slovena, il foglio pubblicò anche una richiesta affinché agli sloveni di Trieste fosse riconosciuta l’uguaglianza dei diritti nazionali, venissero istituite in città scuole elementari con lingua d’insegnamento slovena e la lingua slovena fosse introdotta nell’amministrazione e, in genere, nei luoghi pubblici.

Dal momento che la rappresentanza politica del comune triestino rifiutò il riconoscimento nazionale degli sloveni di Trieste, adducendo quale motivazione il fatto che la popolazione cittadina apparteneva alla nazionalità italiana, i patrioti sloveni si apprestarono a giustificare l’affermazione politico-nazionale slovena dimostrando l’autoctonia degli sloveni non solo nel circondario, dove l’autorità cittadina italiana riconosceva loro il diritto allo studio nella loro lingua, ma pure in città dove la classe politica dirigente, anche grazie all’aiuto di studiosi di storia patria professionisti e non, aveva negato alla popolazione slovena la parità dei diritti nazionali.

Le argomentazioni a sostegno dell’autoctonia trovarono presto spazio nella stampa slovena di Trieste, prima sulle pagine dello «Slavjanski rodoljub», poi sull’«Ilirski primorjan» e più tardi sull’edizione triestina dell’«Edinost», seguendo per lo più degli schemi argomentativi standardizzati: gli antenati degli Sloveni si erano trasferiti nella fascia costiera triestina già durante la preistoria

«gli Slavi tra i quali andiamo inclusi anche noi sloveni, o gli illiri, - nostri antenati vivevano nel Triestino molto prima che Trieste diventasse una colonia romana e cambiasse nome in Tergeste. Già molti anni prima della nascita di Cristo, gli slavi (illiri) abitavano le regioni lungo il mare Adriatico, che stanno qui davanti ai nostri occhi. Là possedevano regolarmente un loro regno [...] ovvero fintanto che non fu conquistato dai Romani con le armi e contro i quali gli slavi combatterono per molti anni impavidamente («con coraggio») ed eroicamente per difendere il loro autogoverno ed evitare l'assoggettamento».

Se facciamo nostra l’affermazione secondo cui il nazionalismo è un’azione di fede, che non ha bisogno di prove dall’esterno, può apparire anche comprensibile perché i patrioti sloveni, seguendo il modello argomentativo fra l’altro adottato anche dagli opinionisti italiani, si richiamassero ad un autoctonismo aprioristico. Coloro che si opponevano al riconoscimento di una presenza slovena a Trieste, difendendo i diritti della maggioranza italiana, si dichiaravano in effetti i discendenti della civilizzazione romana nel nord Adriatico, diventata con la sua cultura un baluardo invincibile contro la barbarie del mondo slavo.

In tutta risposta, i patrioti sloveni fecero valere il loro diritto di autoctonia: 

«È una verità incontestabile che i suoi primi inquilini furono sloveni, poiché sarebbe stato impossibile che qualcun altro gli avesse dato un nome sloveno, quale fu assunto da tutti gli altri popoli. È ridicolo che alcuni facciano derivare questo nome dal latino “tergestum”».

La questione della lingua «nazionale» iniziò ad intrecciarsi sin dagli anni Cinquanta in modo indissolubile con il passato «nazionale», facendo sì che con il progressivo acuirsi del confrontobnazionale si accentuasse l’imperativo, anch'esso nazionale, di escludere gli altri.

Se inizialmente, dimostrando la presenza slava nel Triestino prima dell’arrivo dei romani, l’obiettivo principale era quello di attribuire il diritto di autoctonia agli sloveni triestini, per far sì che gli italiani fossero di conseguenza collocati nella posizione di forestieri, alla fine i patrioti sloveni puntarono a cambiare radicalmente le condizioni politiche della città adriatica. Il mito delle origini slovene di Trieste offrì loro la possibilità di rovesciare la situazione a cui li costringeva lo schieramento politico filoitaliano e di estirpare l’universo simbolico dei nemici:

«Se allora è dimostrato che gli slavi vivevano qui prima dei romani; se è vero che il luogo di un tempo, dove ora sorge Trieste, era come lo è ancora oggi particolarmente adatto per il commercio o tržtvo (da mercato, trg o terg). E che il commercio si è lì sviluppato già dai tempi antichi, e che lì quindi da allora anche si commerciava; e se di conseguenza è vero che gli slavi, che allora abitavano lungo il mare Adriatico («gli Illiri del Litorale») chiamavano il luogo, poiché abitualmente si commerciava [in sloveno, se trguje, N.d.A], Tržište (Teržište) (Mercato) e sicuramente anche Tergište - non c’è dubbio che i romani trovarono proprio questo nome nel momento in cui conquistarono questo luogo agli slavi, trasformandolo poi nel latino Tergeste.
Esso con il tempo si è guastato e trasformato in Trieste, Triest, Terst (Trst), Trieštje etc. (l’Inglese chiama questa città persino Trajst!). Il nome di Trieste è quindi, come abbiamo detto, davvero di origine slava, nemmeno i Tedeschi lo negano, si legga ad esempio il racconto di Lowenthal sulla nostra Trieste».

Se è indubbio che l’assunzione della teoria autoctonista da parte dei patrioti sloveni fu resa possibile innanzitutto dalla sua precedente affermazione nelle cerchie intellettuali slovene di Klagenfurt, Vienna e Lubiana.

La raffigurazione epica della realtà primitiva che veniva offerta dal mito della Trieste slovena adempiva infatti a legittimare un nuovo ordine nazionale, così che appellandosi alle tradizioni storiche e alle idee del diritto naturale i promotori del movimento nazionale sloveno divennero a tutti gli effetti dispensatori di legittimità.

Gli scrittori nazionalmente impegnati erano convinti che la conoscenza di ciò che veniva dipinto come un passato glorioso fosse in grado di risvegliare i singoli individui dall'ormai tiepido torpore nazionale. Come convenzionalmente avviene con le teorie autoctoniste, anche il passato triestino in chiave slovena veniva presentato come un processo lineare, ininterrotto e geneticamente determinato. 

Grazie alla scoperta delle origini slovene della città, i patrioti sloveni immaginavano che una continuazione con «la gloriosa storia di un tempo» fosse possibile e nel contempo realizzabile. In quest’ottica, tentarono di riportare a nuova vita quello spirito di missione della
nazione che già nel passato si era distinta per la sua tenacia, ad esempio quando si era coraggiosamente opposta ai turchi e ai veneziani. Credettero inoltre altrettanto opportuno rivolgersi a chi aveva tradito le sue radici respingendo questo passato glorioso, cercando di dimostrargli che il popolo calpestato ed oppresso si era risollevato a nuova vita. 

Sulle pagine dei fogli triestini in lingua slovena i patrioti sloveni iniziarono così a riproporre l'immagine del mitico re Matjaž, risvegliatosi dal sonno secolare per annunciare un nuovo periodo d’oro in cui gli sloveni sarebbero stati in grado di difendersi dagli italiani come i loro antenati avevano fatto con i turchi. A Trieste pertanto la slovenità non fu «immaginata» sul nuovo, bensì sulla falsa riga della rinascita di un passato che già esisteva e del suo riconoscimento; essa aveva bisogno solo «di un giardiniere, di un po’ di rugiada, a sarebbe riverdita perfettamente».

La convinzione legata all’esistenza di un periodo d’oro a Trieste risvegliò tra i patrioti sloveni l’interesse per il passato e per la tradizione orale. Il giurista Josip Godina-Vrdelski (Guardiella, frazione di Trieste, 20 Marzo 1808 — Guardiella, frazione di Trieste, 29 Gennaio 1884), all’epoca alto commissario finanziario in pensione, fu tra i primi ad intraprendere delle ricerche di storia patria, indirizzato – dato non certo privo di significato – dal deputato regionale e statale Ivan Nabergoj (Prosecco, 28 Maggio 1835 — Prosecco, 10 Settembre 1902), personaggio che per trentaquattro anni aveva cercato di convincere l’avversa maggioranza italiana nel consiglio cittadino di Trieste della fondatezza storica dei diritti nazionali e linguistici sloveni. 

Nel suo Opis in zgodovina Trsta in njegove okolice (Descrizione storica di Trieste e del suo circondario), Josip Godina-Vrdelski si accinse ad esaminare l’intero periodo della presenza slovena in città e nei suoi dintorni. Egli si era avvicinato alla storia di Trieste come patriota appassionato, mosso innanzitutto dalla convinzione che gli sloveni di Trieste «dovessero fare» la propria storia, svelando ciò che era stato taciuto dagli storici tedeschi ed italiani:

«Quanto dobbiamo noi sloveni o in genere slavi rammaricarci del fatto che nessuno dei nostri connazionali finora ha mai scritto e poi divulgato tra di noi più ampiamente questa storia in lingua slava? E’ però certo, e si può anche dimostrare, e quanto sarà bello farlo, che qui ha abitato prima di tutto la gente appartenente alla nostra grande razza, che chiacchierino pure a causa di ciò i nostri ben noti oppositori o anche gli altri».

Nell’introduzione al suo Opis, Godina si doleva del fatto che nessuno prima di lui si era opposto «alle farneticazioni e al falso chiacchiericcio, alle dicerie e alle favole» dei cronisti triestini, con particolare riferimento al carmelitano Ireneo della Croce e a Pietro Kandler.

Quest’ultimo, contemporaneo di Godina e di professione procuratore comunale, aveva infatti diffuso delle rappresentazioni sui veteroslavi e slavi del sud dipingendoli come nefasti, ladri, rozzi e primitivi. Quale appassionato sostenitore di una concezione storica autoctonista, ripresa da Davorin Terstenjak (Kraljevci, 8 Novembre 1817 — Stari trg, 2 Febbraio 1890) e Matevž Ravnikar-Poženčan (Poženik, 1 Agosto 1802 — Predoslje, 14 Febbraio 1864) anche Godina si apprestò a fondare l’origine slovena di Trieste in chiave aprioristica. Secondo lui essa era incontestabilmente testimoniata sia dai toponimi slavi presenti nei dintorni di Trieste che dai «nomi delle vie nel centro cittadino alterati in modo slavo» :

«Che inizialmente a Trieste avessero abitato soltanto degli slavi e che da allora fino ad oggi fossero rimasti sul territorio slavo (proprio come ora), siamo assolutamente certi e una simile convinzione si fonda anche su sufficienti e a nostro avviso incontestabili prove – prove, diciamo, che i nostri noti oppositori non possono contestare con nessuna spiegazione».

Attraverso l’etimologizzazione, la comparazione delle parole con la loro immagine straniera e la spiegazione del tutto arbitraria dei toponimi, anche lo stesso Godina contribuì alla fine a fornire una spiegazione del tutto discutibile della storia triestina. Egli infatti non rifletté ma piuttosto concepì la scrittura della storia triestina come una giusta distribuzione di colpi che tenevano conto del numero degli slavi e del momento del loro insediamento sul confine occidentale.

Dopo Godina si sarebbe confrontato con la storia di Trieste anche lo scolastico Matija Sila (Poverio, 14 Febbraio 1840 — Tomadio, 7 Aprile 1925), all’epoca canonico nella Cattedrale di San Giusto, direttore della scuola normale imperial regia, nonché direttore diocesano delle scuole popolari e membro dell’Associazione storica carniolina.

Nella premessa al suo lavoro Trst in okolica (Trieste e il circondario), dato alle stampe dalla casa editrice Edinost nel 1882, egli focalizzò l’attenzione innanzitutto sulla tendenziosità degli storici triestini che, pur avendo giurato fedeltà alla disciplina, erano soliti interpretare il passato seguendo un gusto personale, contribuendo così a diffondere numerosi errori sul passato di Trieste. Ad accomunarli, il disconoscimento degli slavi quale soggetto uguale agli altri e la reticenza circa la storia slovena. A fronte di queste considerazioni, Matija Sila si augurava che con il tempo questa «muraglia cinese» di pregiudizi potesse cadere e che una corretta comprensione della storiografia potesse finalmente prevalere su quell’innaturale avversione verso gli slavi.

Al contrario di Godina, Sila era convinto che a Trieste e nei suoi dintorni, così come altrove in Europa, fosse impossibile risalire esattamente a quale «popolo si insediò qui per primo. [...] Questo è un periodo sordo che non risponde agli interrogativi». Tuttavia, ciò non lo dissuase dal far propria la teoria autoctonista e dal collocare sull’asse temporale il trasferimento degli slavi nel Triestino prima del VI secolo: 

«Poiché gli sloveni, o meglio gli slavi, abitavano già da tempo immemorabile prima della nascita di Cristo nella regione settentrionale del mar Adriatico».

Mentre il canonico triestino metteva in guardia i suoi contemporanei circa l’uso prudente della tradizione orale, egli stesso non rinunciava all’etimologizzazione dilettantesca riportando il nome di Trieste ad una radice slava:

«Ci soffermiamo troppo su questi nomi, per quanto qualcuno possa obiettare, ma il nostro compito è quello di dimostrare ai nostri oppositori con prove incontestabili quanto si sbagliano, quando fanno di tutto per farci sloggiare dalle nostre antiche dimore, oppure vogliono per forza mettersi in testa che tra tutti i popoli europei noi siamo arrivati per ultimi».

Secondo Sila, gli sloveni sarebbero rimasti fuori della storia a causa del loro carattere pacifico, ereditato dagli antenati, pastori ed agricoltori slavi che avevano preferito lasciare la storia delle grandi battaglie e delle stragi sanguinarie ai loro vicini. A dimostrazione della docilità slava, Matija Sila indicava il fatto che i nuovi arrivati avevano infatti snazionalizzato i nomi dei luoghi slavi.

La storia patria slovena produttrice di miti ricevette una scossa dallo storico e geografo Janez Jesenko (Poljane, 7 Ottobre 1838 — Trieste , 31 Luglio 1908) professore presso il ginnasio triestino tra il 1867 e il 1899. Nella sua Občna zgodovina (Storia generale) del 1896 egli respinse la teoria autoctonista, collocando il trasferimento degli slavi alpini nel VI secolo. Tuttavia, anche dopo la pubblicazione di Jesenko il bisogno di dimostrare la slovenità di Trieste non venne certo meno, aspetto che è ad esempio attestato dalla descrizione storica di Trieste fatta da Simon Rutar (Nero o Cren/Krn villaggio vicino Caporetto, 12 Ottobre 1851 — Lubiana, 3 Maggio 1903); sarebbero tuttavia cambiati i termini dell’argomentazione. 

In un contributo dal titolo Samosvoje mesto Trst in mejna grofija Istra (La città autonoma di Trieste e la contea di confine istriana), pubblicato dalla Slovenska Matica a Lubiana nel 1896, Rutar abbandonò l’interpretazione veneta e la teoria grande-illirica proclamandola «una spiegazione prefantastica». Esponente della prima generazione di storici che si erano formati a Vienna e a Graz sotto l’influsso della scuola storica austriaca, Rutar era ben consapevole di quale fosse il significato delle fonti d’archivio, diventando un sostenitore della ricerca «obiettiva» ed integrale del passato sloveno, anche se il voto al metodo storico non lo distolse dal manifestare un sentimento di fedeltà al movimento nazionale sloveno e dal riconoscere il perno della storia slovena nel programma della Zedinjena Slovenija (La Slovenia unita).

Aprendosi ai fatti storici, Simon Rutar dimostrò che la slavità sull’Adriatico non doveva considerarsi un residuo delle glorie passate bensì il risultato di una lotta lenta e di lungo periodo tra la slavità e la romanità. Poiché gli antichi sloveni che si erano trasferiti sulla costa adriatica nel VI secolo avevano dovuto strappare dalle mani della popolazione romana e germanica ogni palmo di terra, Rutar sosteneva che «a diritto quindi i nostri possono ritenersi autoctoni sulla costa orientale del Mare Adriatico, natii, seppure non erano gli antichi illiri, nemmeno in terzo o in quattro grado».

Rutar considerava sia la città di Trieste che l’Istria terre slovene benché, come egli stesso scrisse, la maggioranza della popolazione di questo territorio non fosse di nazionalità slovena. La presenza della popolazione italiana non fu però indicata come un ostacolo ineliminabile in seguito alla quale la città non poteva appartenere all’entroterra. 

Anzi, la città apparteneva all’entroterra per ragioni dettate dalla storia e non perché tale circostanza era radicata nel passato. La spiegazione della storia triestina fatta da Rutar veniva così spostata «da un falso passato glorioso» a quelli che erano dei «fatti obiettivi», particolarmente incoraggianti per i contemporanei. Se si erano perse le tracce dei romani che avevano oltrepassato le Alpi, lo stesso sarebbe accaduto con i resti della civilizzazione veneziana sulla costa orientale dell’Adriatico: 

«In quest’alba della storia, la slavità lungo l’Adriatico non suscita più in noi sensazioni malinconiche ed amare, come a Jenko, poiché non si tratta tanto dei resti della gloria e forza slava di un tempo, ma della romanità a cui spetta quel ruolo di residuo, immaginato dal pessimista Jenko come nostro».

Nel centro cittadino era attiva una rete di associazioni culturali ed economiche, di scuole e asili privati sloveni. Il processo di modernizzazione della società slovena e più in generale di Trieste rendeva la presenza nazionale slovena più spiccatamente politica. Il secondo censimento statale del 1910 registrava 56.916 sloveni, la maggior parte scesi dalla Carniola, Stiria e Carinzia, nelle elezioni all’assemblea nazionale del 1911 l’associazione politica Edinost a Trieste ottenne 10.653 voti.

In realtà anche l’ascesa sociale, economica e culturale della comunità slovena non volse l’ago della bilancia politica a suo favore. La maggioranza della popolazione triestina rimase di nazionalità italiana, mentre la rappresentanza cittadina fino allo scoppio della Prima guerra mondiale fu conservata dal partito italiano liberal-nazionale, tutt’altro che ben disposto verso la componente slovena. Benché le circostanze generali a Trieste fossero cambiate nell’interesse della popolazione slovena, tuttavia non lo furono mai abbastanza da far sì che, con l’attività concreta dei politici sloveni e dei fautori della crescita economica, le rappresentazioni generatrici di miti fossero abbandonate.

Se consideriamo la funzione pragmatica del mito e analizziamo il mito della Trieste slovena, notiamo che nel passaggio tra il XIX e il XX secolo esso era strutturato come un metalinguaggio e che operava con il suo contenuto manifesto e latente, sia su un piano diacronico che sincronico.

L’addensarsi di contenuti in grado di generare miti raggiunse l’apice nella metafora di Trieste - città polmone della nazione slovena. Coniata dallo scrittore Ivan Tavčar (Poljane,  (28 Agosto 1851 – Visoko, 19 Febbraio 1923), essa valse indubbiamente ad accreditare l’appartenenza slovena della città adriatica. La metafora di Tavčar fu rafforzata nella sua carica emotiva da Ivan Cankar (Nauporto/Vrhnika, 10 Maggio 1876 – Lubiana, 11 Dicembre 1918), nel corso di una lezione triestina tenuta al Ljudski oder, circolo della socialdemocrazia slovena a Trieste, dal significativo titolo Očiščenje in pomlajenje (Purificazione e ringiovanimento). In essa lo scrittore si soffermò sul destino della città di confine e soprattutto sulla mutilazione che il «corpo nazionale sloveno» avrebbe subito nel caso dell’annessione di Trieste all’Italia. Cankar era convinto che senza Trieste non sarebbe potuta nascere nemmeno una Jugoslavia indipendente e democratica: 

«Chi arriva qui da Lubiana si sente a casa, sente di stare su terre familiari, di parlare con persone simili che lo comprendono e condividono le sue stesse idee».

Le constatazioni fatte da Tavčar e dallo stesso Cankar rientravano in quella tradizione di appelli che a partire dal 1848 i patrioti sloveni avevano più volte rivolto al loro pubblico richiamando l’attenzione sulla conquista di Trieste ovvero sul significato tragico legato alla sua perdita:

«Il destino del popolo sloveno dipende dal mare Adriatico! Per gli sloveni la chiave d'accesso al mare Adriatico è Trieste! Pertanto se gli sloveni hanno in loro possesso questa città, se gli imprimono sulla fronte un carattere sloveno, in futuro potranno esercitare un dominio, altrimenti spariranno dal mondo!»

Ma vi erano anche altre argomentazioni a cui si rifaceva la vulgata slovena. La rappresentazione mitopoietica del carattere docile degli sloveni, dediti come i loro antenati slavi a praticare nei dintorni di Trieste l’agricoltura e l’allevamento, si accompagnava spesso alla constatazione della loro devozione e moralità. La religiosità degli sloveni e delle slovene di Trieste testimoniava in modo irrefutabile la loro superiorità morale in confronto alla popolazione di lingua italiana. Gli sloveni non solo sarebbero stati più devoti degli italiani ma anche «meno depravati».

La dimostrazione dell’integrità e della primordialità della stirpe slovena rappresentò per i patrioti sloveni uno stimolo aggiuntivo affinché la slovenità potesse alla fine uscire vittoriosa sulla costa adriatica. L'idea acclamata dai patrioti sloveni che Trieste era forse soltanto slovena dal momento che gli italiani si erano trasferiti su quello che in realtà era un territorio sloveno, fino alla Prima guerra mondiale conquistò una base sempre più ampia della popolazione slovena, soprattutto quella che trovò nell’associazione politica Edinost il suo rappresentante politico.

Quale fosse la portata dell’invenzione patriottarda della Trieste slovena, quando ad esempio si unì con la tradizione orale del luogo, è ben dimostrato dal contributo Spomini mojega deda (Ricordi di mio nonno), scritto tra le due guerre dall’impiegato postale Just Gruden (1871-1956) originario di Santa Croce, frazione in provincia di Trieste, ma residente a Trieste fino al suo pensionamento. Anche se abbonato all’«Edinost», ad un altro giornale sloveno e fruitore della pubblicistica del tempo, egli non utilizzò le argomentazioni di storia patria in circolazione alla fine del XIX secolo, ritenendo più convincente la spiegazione di Johann Weichard Valvasor (1641-1693), autore della Die Ehre dess Hertzogthums Crain, secondo la quale il toponimo Trst sarebbe derivato dalla parola «Terst» ovvero «terst» (canna). Con ogni probabilità le pratiche argomentative dei primi cultori di storia patria e dei patrioti sloveni all’impiegato postale Gruden risultarono troppo impegnative e per questo motivo si accontentò piuttosto di una spiegazione più familiare e verosimile:

«Ora ti racconterò della città di Trieste, soltanto il nome Trst o Trs – che è l’alto canneto che puoi vedere vicino al mare (ancora oggi presso S. Andrea). Nel corso del XV e XVI secolo tutta la periferia era immersa nella boscaglia tranne le acque che scorrevano tra i monti». Il nome Trieste è quindi di nazionalità slovena. I romani o i veneziani l’hanno battezzata Tergeste – Trieste- mio nonno diceva: il golfo di Trieste era coperto di querceti – le strade che portavano in città – quella da Monfalcone in su era a senso unico, ripida e rocciosa. I carrettieri portavano con difficoltà i viveri e la merce in città […]. I mercanti arrivavano dall’Italia e si sistemavano in città, arrivavano con i velieri – li chiamavano nostra mare- perché dallo stato romano arrivavano uomini acculturati che insegnavano a scrivere e a leggere – erano monaci che insegnavano ai pagani del luogo la santa fede, convertivano molti ricchi – principi e conti. I mercanti furono costretti a venire fin qui perché nel loro paese non erano sicuri dei loro averi – per la continua guerra che non assicurava viveri sufficienti per i suoi cittadini, costretti –o no- si trasferirono nella città di Trieste, arrivando come possibili padroni –pieni di zecchini d’oro. Qui furono accolti dai pescatori ignoranti con tanto di onori, e portarono loro nuovi strumenti per lavorare la terra- per tagliare gli alberi e trasportarli oltre mare. Sono arrivati giovani operai, muratori, falegnami e altri- erano fuggiti per cercare salvezza, hanno trovato pace – comprarono delle casupole dove abitare –i pescatori li avevano allontanati – fuori città. […] I pagani slavi hanno tacitamente ubbidito non hanno risposto e si sono piegati permettendo loro tutto ciò che pretendevano. L’Italiano li ha lodati perché ha visto che sono come le pecorelle, buona gente, «ščjavi». Questo epiteto si è conservato fino ad oggi, per farci vergognare, come quella volta quando il popolo ignorante aveva paura.

Questo mito è andato man mano accrescendo durante la seconda guerra mondiale, con l'istituzione dell'Osvobodilna Fronta e l'appoggio di cui godette l'Esercito di liberazione nazionale (NOV) tra la popolazione slovena filojugoslava, dando una speranza di una svolta. L'arrivo dell'esercito jugoslavo a Trieste il 1° maggio 1945 fece credere che il mito della Trieste slovena sarebbe diventato realtà. La presenza jugoslava a Trieste, durata 40 giorni, ha reso più forte l'affermazione che Trieste, città dall'anima italianissima, era stata invasa e insanguinata dalle orde slave.

Il ginnasio croato di Fiume

Quando nel 1848 i croati entrarono a Fiume, vi istituirono un ginnasio croato, che dopo il ritiro dei croati e la restaurazione del corpus separatum (1868) fu fortemente osteggiato sia dagli ungheresi che dagli italiani e infine, nel 1896, dopo molte discussioni, italiani e ungheresi si trovarono d'accordo nel convincere il governo croato a trasferirlo proprio a Sussak. E così le scuole a Fiume - esclusa la citata parentesi del liceo croato - furono con assoluta prevalenza italiane fino alla fine della seconda guerra mondiale, salvo il tentativo di magiarizzazione che il governo ungherese iniziò a perseguire verso la fine dell'Ottocento e che fu una delle cause della crescita del sentimento irredentista italiano a Fiume.

Storia
L'occupazione croata del 1848, avvenuta durante la rivoluzione ungherese da parte dei croati fedeli all'imperatore, creò dei timori di imposizione della lingua serbocroata nelle scuole di Fiume; i croati entrarono in città promettendo di rispettare la volontà municipale, le istituzioni civili e di conservare l’uso della lingua italiana. Ma la realtà fu diversa poiché al ginnasio fu imposta la lingua serbocroata. 

Francesco Giuseppe, forse mosso dalle continue lagnanze e proteste dei fiumani, sostituì i governatori croati con dei tedeschi; subentrò l’assolutismo centralistico austriaco che trasformò in tedeschi non soltanto il Ginnasio di Fiume, ma anche quelli del Regno di Croazia-Slavonia, tollerando in questi ultimi soltanto l'insegnamento della lingua serbocroata. 

Mentre a Fiume le scuole elementari rimasero italiane ed il Ginnasio divenne italo-tedesco, il Comune istituì una nuova scuola reale tutta italiana nell'anno 1853, e delle scuole popolari nei sottocomuni. Accanto alle scuole statali, vennero create anche delle scuole private, fra le quali ricordiamo: il Collegio Nautico - Commerciale, nel 1857, che, grazie anche al convitto annessovi, fu molto più frequentato della scuola statale; la scuola privata femminile istituita dalla signora Wassich nel 1854, dove si insegnavano quattro lingue: italiano, tedesco, francese e serbocroato. 

Non appena però si allentarono i freni dell'assolutismo, i croati si affrettarono (1861) a imporre la nazionalizzazione, trasformando il Ginnasio, pur mantenendo l'insegnamento obbligatorio dell'italiano, e tentando di croatizzare anche le scuole elementari, la reale e la nautica; ma incontrarono la più aperta resistenza del Consiglio che si affrettò a ricorrere al Sovrano:

«Si scorge a piena luce la finora palliata tendenza di voler in Fiume introdurre a viva forza nelle pubbliche scuole la lingua croata onde così seminare nei teneri cuori infantili zizzania contro la lingua italiana, che è pur quella che si parla sino da che Fiume esiste». 

La resistenza del Comune ottenne che il dominio croato, che comunque ormai era alla fine, limitò la voluta croatizzazione del Ginnasio. Con la riannessione all'Ungheria, il Ginnasio divenuto ormai croato venne ceduto al Regno di Croazia-Slavonia e cambiò sede e venne trasferito a Sussak, nell'edificio progettato dagli architetti Ludwig e Hulssner. Il governo ungherese istituì a Fiume il Ginnasio Reale ungherese, con l'italiano come lingua d'insegnamento. 

Successivamente, nel periodo finale della dominazione ungherese le autorità cercarono di magiarizzare le scuole cittadine inserendo l'ungherese come lingua d'insegnamento paritaria con l'Italiano. Larga ingerenza nella direzione del ginnasio la ebbe il Comune di Fiume, che aveva il compito di provvedere all'edificio, alla sua manutenzione e ai contributi per il materiale occorrente. Il Comune, inoltre, abolì la scuola reale divenuta superflua, mentre incrementò le scuole elementari di quattro classi, in modo da dar origine all'istruzione postelementare in quelle scuole "cittadine" che continuarono a esistere sino al crollo della Monarchia, per poi trasformarsi in scuole tecniche e complementari di tipo italiano. 

Le cronache registrano l'assalto e l'incendio del ginnasio croato di Fiume, che ebbe luogo il 12 luglio 1867 e che fu determinante per la scelta di spostare l'istituto nel sobborgo di Sussak.

Il ginnasio a Sussak

Facciamo chiarezza sul censimento austriaco in Istria del 1910

I dati finali del censimento del 1910 - che oggi viene spesso preso come pietra di paragone per misurare il fenomeno dell' 'italianizzazione' del periodo del Regno d'Italia, nonché il fenomeno della croatizzazione (e slovenizzazione) dei decenni successivi - devono comunque considerare i confini geografici della regione chiamata "Istria". | numeri sono i seguenti: nel Margraviato dell'Istria nel 1910 vennero registrati 404.309 abitanti: 168116 (41,58%) parlavano serbo-croato, 147416 (36,46%) italiano, 55365 (13,69%) sloveno, 13279 (3,28%) tedesco, 2998 (0,74%) altre lingue. A questi si devono aggiungere 17135 (4,23%) stranieri, cioè persone che non erano suddite dell'impero Austro-Ungarico. 

Ad esempio nell'isola di Veglia che di certo non fa parte dell'Istria, ma che venne compresa nei censimenti - vivevano 19533 croatofoni. E in più, negli anni '20 del 1800 erano state aggregate all'Istria ampie zone a nord e nordest che precedentemente non erano mai state istriane, quali ad esempio i distretti di Castelnuovo, quello di Elsane o ancora quello di Matteria. Senza dimenticare il Capitanato di Castua che non è geograficamente istriano. Quindi la somma di sloveni e croati insieme nel censimento del 1910 è pari a 223481, ma senza queste terre che geograficamente o politicamente non fecero mai parte dell'Istria fino alla dominazione austriaca il numero scenderebbe a 112107, mentre quello degli italiani scenderebbe a 145795. Infine, bisogna anche ricordare che un croato di Zagabria o uno sloveno della Carniola quando si trasferiva in Istria veniva conteggiato nel censimento linguistico, mentre tutti i regnicoli italiani no. Si stima che circa il 90% dei 17135 stranieri fosse composto da italiani. AI che il numero reale degli italofoni in Istria nel 1910 risulta quindi superiore a 160000, a fronte di 112000 croatofoni e slovenofoni. Facendone di granlunga la comunità maggiore entro i limiti dell'Istria propria (esclusa Veglia e la Carsia: Castuano, Castelnovano, ecc.). Ed i censimenti precedenti, in particolare quelli del 1880 e 1900, non fanno che confermare, anzi rafforzare, questi rapporti. Questo per confermare una volta di più (non fa mai male, visto ciò che si sente e legge in giro continuamente) che una maggioranza italofona era presente nell'Istria propria già da prima del 1918. 

Questo significa che lungo tutta la costa occidentale dell'Istria - che è sempre stata l'area più abitata e più sviluppata della regione - la lingua nettamente predominante era l'italiano. E questo spiega anche in parte perché gli italiani che abitavano in quelle zone non sapessero parlare praticamente mai lo sloveno o il serbocroato: era una lingua localmente usata da pochissime persone in pubblico. E gli istriani della costa occidentale non si recavano praticamente mai nell'area di Pisino, l'unica circoscrizione istriana ove il serbocroato era parlato maggiormente.

Per qualsiasi affare importante essi andavano a Trieste, che era l'unica metropoli dell'area e oltre a ciò era facilmente raggiungibile via mare. E a Trieste continuavano a parlare la loro lingua senza problemi, visto che anche il triestino nasce dallo stesso ceppo linguistico da cui nasce l'istroveneto.

Fu e rimase tale quindi ininterrotamente per lungo tempo a maggioranza italiana, fino almeno al 1947, col grande esodo che scompigliò irreversibilmente le carte etnografiche della nostra penisola. 

giovedì 13 giugno 2024

Italia e Austria

«Chi disse I'Italia non esser altro che una espressione geografica volle dirci un'ingiuria, eppure disse una verità di cui egli stesso non intendeva il valore. Espressione geografica significa espressione di un fatto di natura, ed i fatti di natura non cangiano mai: l'Italia fu sempre nazione per un fatto di natura che la forza degli uomini non potè mai distruggere. Le nazioni si formano per organismo interno, non per aggregazione di genti o sovrapposizione. Il luogo, il sangue il pensiero, la religione, la lingua, le glorie, le sventure comuni, le tradizioni formano le nazioni: lo Stato è legame di tutto questo; ma è legame esterno, e può anche non esserci. C'è nazione senza stato, come la Grecia antica, e come la Germania; e c'è stato senza nazione, come l'Impero Austriaco e l'Impero Russo. L'Italia non fu uno Stato, ma fu una Nazione sempre: ed ultimamente questo spontaneo riunirsi e comporsi in uno stato dimostra che ella era divisa soltanto di fuori e per ragioni esterne

Con queste parole uno dei più costanti italiani, Luigi Settembrini, facevasi interprete di un fatto storico e di un sentimento nazionale. Con questo parole messe innanzi al suo Corso di letteratura ei voleva dire alla nuova generazione: — io non posso separare le lettere patrie dalla vita e dalle aspirazioni nazionali e non so morire senza significarti che il tuo dovere è compiere l'unità, cominciare la libertà.

Il principe di Metternich, che disse l'Italia un'espressione geografica, avrebbe di gran cuore detto dell'Austria le medesime parole. È appunto l'assoluta mancanza di questa espressione che rende l'Austria un'anacronismo tra l'Impero Germanico e le nazioni neolatine, e la spinge a compensarsi in oriente delle inevitabili perdite in occidente e a dissimularsi ogni giorno che moltiplicando le invasioni, raddoppia i vecchi errori e sosta il problema già risoluto del diritto di nazionalità.

Come il capo di Ugolino, rode quello dell'arcivescovo Ruggieri, e sono due condannati, così l'Austria rode la Turchia e sono due stati impossibili innanzi al nuovo diritto pubblico.

Codesto nuovo diritto movesi per due momenti: proclamazione del diritto di nazionalità, proclamazione del diritto di libertà. II primo compie le nazioni, il secondo I'uomo.

La proclamazione e la traduzione in atto del primo di questi principii costituisce la nuova missione, la vita nuova dell'Italia e la negazione dell'Austria. Sono due Stati finitimi e profondamente divisi meno dalle Alpi che da tutta la civiltà moderna.

Quindi I'odio. — Quando in mano dell'Austriaco noi spezziamo il bastone, esso ricorre all'ingiuria, se è giornalista; all'insidia, se è diplomatico. La pubblicazione del colonnello Haymerle è un'insidia.

Queste pubblicazioni oggi specialmente nè divertono l'indirizzo de' fatti, delle aspirazioni e de' bisogni, nè lo indugiano di un'ora. L'Europa sa che la lotta tra la Germania e la Francia, tra la Russia e la Turchia, tra I'Austria e gli Slavi del Sud non sono che applicazioni più o meno modificate di quella più antica, più precisa, più insistente e implacabile, che fu e sarà tra I'Italia e l'Austria, le due nazioni che oggi rappresentano l'antitesi nella vita europea — L'Europa sa che attentare all'Italia è negare il fondamento di fatto di tutto il nuovo diritto pubblico, è rifare il papato temporale, è un diffondere da' monti Urali all'Atlantico l'oligarchia nera, un tirare la storia verso il sillabo- — e che progredire implica prima spostare, poi cancellare l'Austria. — Sa infine che I'Austria, priva di ogni fondamento etnografico, di ogni determinazione geografica, e di quell'organismo etico che fa gli Stati moderni, è semplicemente una successione di trattati, cioè una espressione diplomatica.

Ed ecco ridotta ai giusti termini la differenza tra l'Italia e l'Austria innanzi alla civiltà: 一 L'Italia è un'espressione geografica; l'Austria è un'espressione diplomatica.

La prima formula è la proposta di un austriaco, e noi l'accettiamo; la seconda è la risposta di un Italiano, e l'Austria l'accetti. L'una e l'altra chiariscono all'Europa quale è il diritto signorile e quale il diritto nazionale; dove lo Stato senza nazione, e dove lo Stato nella nazione; dove il vivere per meccanismo diplomatico, e dove per organismo etico; dove il covo invisibile della reazione europea, e dove la scintilla della civiltà nuova; dove in ultimo l'odio che folleggia o insidia, dove la ragione che aiuta ogni progresso civile e lima da venti anni i due becchi dell'aquila nordica.

L'Austria, come semplice espressione diplomatica, può andare dall'Occidente all'Oriente, dalI'Europa in Asia, in America, in terre ignote;

L'Italia resta dov'è, nello spazio naturale che il mar circonda e l'Alpe.

mercoledì 12 giugno 2024

La verità storica ai tempi di Wikipedia (Riccardo Pelucchi)

Un noto detto popolare vuole che “la storia la scrivano i vincitori”. Per le attuali generazioni, il concetto di vincitore fatica a delinearsi chiaramente,bin quanto figlio di una guerra ormai lontana nel tempo. È tuttavia indubbiamente presente nella storiografia italiana del dopoguerra la prevalenza dibun certo tipo di visioni e interpretazioni incapaci di giungere a una verità dei fatti condivisa e scevra da ogni dietrologia ideologica. Se però la storiografia ufficiale sta piano piano e con fatica giungendo a un traguardo di accettabile interpretazione oggettiva, dall’altro la nuova frontiera dell’informazione pare ben lungi dal raggiungerlo. Con questo termine ovviamente alludiamo alla rete multimediale, che lentamente ma inesorabilmente sta soppiantando la carta stampata quale depositaria del sapere per le generazioni future. 

Nella giungla di internet le regole che delimitano la libertà di espressione dall’insulto o dalla faziosità molto spesso vengono meno. In una strana commistione tra social network ed enciclopedia virtuale, Wikipedia rappresenta un chiaro esempio di quanto rischioso può essere affidare alla rete il gravoso compito di custode della memoria storica. Nel corso della sua decennale storia il portale di informazione libera più fruito al mondo ha cambiato radicalmente la sua impostazione e la sua platea, passando da ricettacolo per studenti in cerca di comodi riassunti a vera e propria banca dati cui attingono seri professionisti di tutto il mondo. Come enunciano Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci in un articolo pubblicato nello scorso gennaio sul mensile Storia in rete, “Wikipedia non è più solo uno dei tormentoni nello sketch dell’Architetto Fuffas di Crozza […]. Né l’enciclopedia è solo un Bignami 2.0 per studenti svogliati […]. 

A Wikipedia si rivolgono professori che per una consulenza ufficiale richiedono 350 dollari.” La divulgazione scientifica e storica passa quindi sempre più da questo gigantesco colosso che ha, fra tanti pregi, quello di essere completamente gratuito. Tuttavia, tante sono le zone d’ombra del progetto Wikipedia, la cui oggettività storica sembra minata da una sorta di nucleo di intelligenze: i cosiddetti amministratori (admin in termine tecnico), i quali in alcuni casi sembrano essere più preoccupati di salvaguardare posizioni ideologiche precise piuttosto che una corretta redazione storica. In questo panorama inquietante, l’irredentismo italiano interpreta il ruolo di vittima sacrificale. Sono state sovente le voci legate alle vicende delle terre separate dalla nostra madrepatria ad essere finite sotto la scure di questi “guardiani della memoria”, come li definiscono Mastrangelo e Petrucci, una sorta di cerchio magico dai poteri virtuali illimitati, in grado di decidere ciò che è giusto e ciò che non lo è e di rimuovere tutti quegli utenti o semplici collaboratori con pensieri diversi da quello imperante, riscrivendo di fatto la storia a loro intento. A farne le spese in maniera più evidente sono le voci dei territori del confine orientale, strappate all’Italia negli ormai tristemente noti giorni successivi alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. La pagina “Istria” è teatro di un rovente scontro tra admin ed utenti in merito all’autenticità delle nozioni in essa contenute. Un rimando a una contestazione nella sezione “Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale: l’Istria italiana” ci riporta nel pieno ideologismo. La voce ed i contenuti in essa inscritti sono ritenuti non neutrali.

Motivo: Paragrafo estremamente critico e scritto a tesi ottenuto mediante un uso selettivo e discutibile delle fonti in cui si perde completamente di vista la presenza italiana in Istria nel suo insieme per favorire una visione invece falsata dell'argomento concentrando il punto sull'italianizzazione forzata della regione e affiancando un uso ovvistico dei termini ed un uso indiscriminato di quote calati senza essere per nulla contestualizzati.
Entrando per sommi capi nel merito del problema, un utente ha segnalato agli amministratori l’inesattezza della voce che, esulando da una chiave interpretativa di ampio respiro, è interamente focalizzata sul racconto accusatorio dell’occupazione di forza della regione da parte dell’Italia e della sua successiva italianizzazione: infarcito di citazioni razziste dei gerarchi fascisti e ricca di dati relativi alla severa legislatura del Ventennio, il racconto tralascia uno sguardo d’insieme e una corretta lettura globale delle vicende storiche, dando un’immagine della realtà fattuale profondamente connotato. Dall’analisi della discussione sollevatasi in seguito alla segnalazione traspare l’immagina di un vero e proprio campo di battaglia tra utenti sostenitori del punto di vista della non neutralità della voce ed altri più infervorati, difensori ndell’attuale versione e della maggiore veridicità delle fonti in lingua slovena e croata rispetto a quelle di lingua italiana. Colpisce inoltre l’atteggiamento degli admin nei confronti della gestione della pagina: il testo incriminato, pur se contestato, è tuttora visualizzabile e la decisione presa dagli stessi di provvedere al blocco della pagina favorisce inevitabilmente il punto di vista da esso postulato, lasciandone bon gré-mal gré l’interpretazione all’analisi del singolo. Di certo rimane la beffa di vedere che, nella sezione “Il dopoguerra” dellabstessa pagina, la descrizione: “La successiva politica di persecuzioni, vessazioni ed espropri messa in atto da Tito ai danni della popolazione italiana, culminata nel dramma dei massacri delle foibe, già sperimentato nel settembre del 1943, spinse la massima parte della popolazione locale di etnia italiana ad abbandonare l'Istria, dando vita ad un vero e proprio esodo”, è segnalata come mancante di fonti storiche, con buona pace della vasta bibliografia redatta in merito all’esodo istriano-dalmata e della successiva sezione ad esso dedicata… Stesso trattamento ha dovuto subire la voce Norma Cossetto, triste protagonista delle vicende istriane negli anni dell’occupazione titina.
Come riportano nel già citato articolo Mastrangelo e Petrucci, la pagina ad essa dedicata è stata pesantemente ed ideologicamente riscritta e reinterpretata da tale utente Blackcat, che ne ha derubricato la voce da strage ad omicidio, sopprimendo inoltre alcuni dettagli della vicenda,  eliminando testimonianze ad essa contemporanee, reinterpretando gli eventi storici e dando più importanza e fondatezza alle interpretazioni di autori quali Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi rispetto a quelle dello storico Frediano Sessi e di Luigi Papo. Dopo un ingente numero di segnalazione, dopo il blocco della pagina e dopo 50.000 battute di discussione fra utenti gli admin, ancora loro, sono intervenuti ripristinandone la versione originale. Interessante e significativa è però la considerazione fatta dagli autori dell’articolo cui ho attinto: “A fronte di una mistificazione a uso politico delle fonti e dei dati così smaccata, l’intervento di altri wikipediani […] non è andato oltre il biasimo di prammatica. Meno di un buffetto per un comportamento che, se effettuato da altri avrebbe provocato un’espulsione con un blocco infinito […]. La vittoria, questa volta, del principio di neutralità è stata resa amara dal dover constatare che la cupola dei gendarmi della memoria sia agguerrita e possieda tuttora la capacità di garantire l’impunità ai suoi membri, in attesa del prossimo tentativo di riscrivere la storia”. Tra gli amministratori citati nell’articolo appare tale Vituzzu, protagonista, nemmeno a dirlo, di un episodio legato alla modifica della pagina “Corsica” segnalato sul gruppo Facebook Irredentismo Italiano volto a rimuovere, con la scusa della razionalizzazione della pagina, buona parte della descrizione del passato storico dell’isola legato all’Italia, sostituendola con una versione più snella e meno italianista… Due indizi fanno una prova? Forse… Colpisce certo considerare che tali posizioni siano prese da admin di lingua italiana. Evidentemente, l’Irredentismo 2.0 dovrà guardarsi dal fronte interno prima di poter ambire a volgere lo sguardo verso le terre perdute. Come dire, per concludere come abbiamo iniziato, con un detto: “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”.

FONTI:
Wikipedia.it
Mastrangelo, Emanuele, Petrucci, Enrico, La storia la scrivono i wikipediani, in Storia in Rete, n° 99 – gennaio 2014

giovedì 6 giugno 2024

Lelio Luttazzi

Lelio Luttazzi (Trieste, 27 aprile 1923 – Trieste, 8 luglio 2010) è stato un pianista, attore, cantante, compositore, direttore d'orchestra, showman, conduttore televisivo, radiofonico, scrittore e regista italiano.

Figlio di Sidonia Semani (maestra elementare a Prosecco) e Mario Luttazzi, di origine ebraica. Rimane, a soli tre anni di età, orfano di padre, morto di tubercolosi. Nel 1929 la madre si stabilisce a Prosecco, dove riprende a lavorare e, durante le elementari, è allievo della madre nella scuola elementare del paese; in seguito, parlando della sua infanzia, si definirà un bambino triste e pessimista, a causa dei suoi problemi familiari.

Riceve la prima formazione musicale da don Krizman, parroco di Prosecco, che gli impartisce lezioni di pianoforte per alcuni mesi nella canonica del paese. Dopo la scuola media inferiore s'iscrive al liceo Petrarca di Trieste, dove instaura una grande amicizia con un suo compagno di classe, Sergio Fonda Savio, nipote di Italo Svevo. Incominciano anche in questo periodo i dissidi ideologici con la madre, che è una fascista, mentre Luttazzi si avvicina all'antifascismo.

Durante la seconda guerra mondiale s'iscrive all'Università di Trieste alla facoltà di giurisprudenza, sostenendo soltanto due esami poiché incomincia a suonare il pianoforte a Radio Trieste e a comporre le sue prime canzoni. Nel 1943, con alcuni suoi compagni di università, si esibisce al teatro Politeama in veste di direttore d'orchestra per aprire il concerto di Ernesto Bonino, cantante torinese molto noto all'epoca, che rimane colpito da Luttazzi, al punto da chiedergli, al termine dello show, di comporre una canzone per lui; Lelio accetta l'invito inviandogli una sua composizione, Il giovanotto matto, che nello stesso anno Bonino incide e che diviene un grande successo. Terminata la guerra, apprende dalla SIAE di aver guadagnato con la canzone 350 000 lire; decide quindi di fare il musicista in maniera professionale e, nel 1948, si trasferisce a Milano, dove comincia a lavorare presso la casa discografica CGD, fondata dal suo concittadino Teddy Reno, che lo ha contattato per dargli l'incarico di direttore artistico; sempre per Teddy Reno, nel 1948, scrive Muleta mia. Nello stesso anno si sposa con la concittadina Magda Prendini (da cui si separerà nel 1963 con l'annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota). Nel 1948 diventa padre di Donatella, che intraprenderà in seguito la carriera di cantante.

Stabilitosi a Torino, nel 1950 assume l'incarico di direttore dell'orchestra RAI, creando la prima orchestra d'archi ritmica in Italia della televisione italiana; nel 1954 si trasferisce a Roma per dirigere una delle orchestre della Rai di musica leggera con le quali parteciperà a diversi programmi di varietà. Negli anni seguenti lavora nel programma radiofonico a quiz Il motivo in maschera e nella stagione 1956/1957 dirige l'orchestra nel varietà radiofonico Rosso e nero. Scrive canzoni dal carattere jazzistico e piene di swing, interpretandole al pianoforte e cantandole in uno stile molto personale; tra le più note, si ricordano Chiedimi tutto, Legata a uno scoglio, Rabarbaro blues, Senza cerini, Timido twist. Compone brani come Una zebra a pois, cantata da Mina, Vecchia America per il Quartetto Cetra, Eccezionalmente, sì per Jula de Palma, You'll say tomorrow, registrato in italiano da Sophia Loren, Souvenir d'Italie; El can de Trieste, da lui stesso cantata in dialetto triestino. L'esordio televisivo come direttore d'orchestra avviene nel programma della RAI Musica in vacanza, del 1955, programma di varietà settimanale, assieme a Gorni Kramer e agli attori Isa Bellini, Alberto Bonucci, Paolo Ferrari, Adriana Serra.

La sua carriera di presentatore incomincia nel 1962, con la trasmissione Il paroliere questo sconosciuto, un programma musicale, per la regia di Lino Procacci, che vede affiancata a Luttazzi una giovanissima Raffaella Carrà. Presenta poi trasmissioni televisive come Studio Uno con Mina, Doppia coppia con Sylvie Vartan, Teatro 10 e Ieri e oggi.

Come autore partecipa al Festival di Sanremo 1964 con Piccolo Piccolo, con testo di Antonio Amurri, interpretata da Emilio Pericoli e Peter Kraus.

È anche attore, in L'avventura di Michelangelo Antonioni e L'ombrellone di Dino Risi, e in televisione in Biblioteca di Studio Uno con il Quartetto Cetra, dove recita la parte di messer Alvise Guoro nella puntata dedicata al Fornaretto di Venezia; è inoltre compositore di colonne sonore di film, tra le quali Totò, Peppino e la... malafemmina, Totò lascia o raddoppia? e Venezia, la luna e tu.

Compone le musiche per le commedie musicali di Scarnicci e Tarabusi, e altri autori.

Alla radio conduce Hit Parade, una rubrica settimanale sui dischi a 45 giri più venduti, andata in onda ininterrottamente dal 1967 al 1976, la cui notissima sigla diceva "Lelio Luttazzi presenta... Hiiit Parade!" e seguita da un altissimo numero di ascoltatori.

Nel maggio del 1970, all'apice del successo, viene arrestato insieme a Walter Chiari con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti; l'arresto avviene in seguito all'intercettazione di una telefonata in cui Luttazzi si era limitato a girare a uno sconosciuto un messaggio avuto da Walter Chiari. Lo sconosciuto si rivelò uno spacciatore. Walter Chiari, che si trovava a Bologna, aveva telefonato a casa Luttazzi, lasciando alla governante un messaggio: «Maria, sono Walter Chiari, dica al maestro Luttazzi di chiamare questo numero - detta alla governante di Luttazzi un numero di telefono di Roma - perché io qui dal Baglioni di Bologna non riesco a chiamare».

Maria riferisce a Luttazzi il messaggio: «Ha chiamato Walter Chiari, chiede di chiamare questo numero di telefono perché lui da Bologna non riesce. E a chi risponde di dire di chiamare Walter a Bologna all'Hotel Baglioni». Lelio compone il numero di telefono e riferisce il messaggio di Walter Chiari a un tizio mai conosciuto - un certo Lelio Bettarelli, che poi si scoprirà essere uno spacciatore. La telefonata viene intercettata e Luttazzi, dopo circa una settimana, verrà preso in custodia dalla polizia dalla sua casa di piazza Trevi a Roma e portato prima a Rebibbia, per poi essere rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Dopo ventisette giorni passati in carcere, viene rilasciato e la sua posizione stralciata, venendo di fatto prosciolto senza rinvio a giudizio.

L'errore giudiziario ha però conseguenze personali e sulla carriera, in quanto nel periodo della detenzione la conduzione di Hit parade viene affidata dapprima a Renzo Arbore e poi all'ex cantante Giancarlo Guardabassi. La trasmissione Ieri e oggi, terminata prima dell'arresto, riprende il 12 marzo 1972 con la conduzione di Arnoldo Foà e di altri presentatori. La breve esperienza carceraria subita lo segna indelebilmente e gli fornisce lo spunto per il romanzo autobiografico Operazione Montecristo e il suo unico film da regista, mai trasmesso in televisione se non dopo la sua morte, L'illazione (1972). Inoltre, l'ispirazione per il film Detenuto in attesa di giudizio viene ad Alberto Sordi proprio con la lettura del libro scritto da Luttazzi nei giorni di detenzione in cella d'isolamento, per l'accusa puramente indiziaria che risulterà poi del tutto infondata. Quando una vicenda simile toccherà anni dopo al collega Enzo Tortora, prima condannato e poi assolto in appello, Luttazzi sarà uno di coloro che spenderanno parole in sua difesa.

Luttazzi ritorna alla radio a presentare Hit parade dal 26 febbraio 1971 fino alla chiusura della trasmissione nel 1976.

Nel 1979 sposa in seconde nozze Rossana Moretti, una giornalista conosciuta nel 1975 a Roma.

Negli anni successivi lavora ancora saltuariamente in televisione: nel 1982 nella trasmissione Cipria di Enzo Tortora, nel 1984 in Al Paradise di Antonello Falqui, nel 1991 per Telemontecarlo a Festa di compleanno. Nel 1986 s'iscrive, con altri personaggi famosi (tra cui Dario Argento, Liliana Cavani, Damiano Damiani, Giorgio Albertazzi, Ugo Tognazzi, Domenico Modugno, Claudio Villa, Rita Pavone e Teddy Reno), al Partito Radicale, in seguito alla campagna di Marco Pannella "Diecimila iscritti entro il 31 dicembre del 1986, pena lo scioglimento".

Nel 1991 gli viene conferito il premio San Giusto d'Oro dai cronisti del Friuli-Venezia Giulia. Nel 1992, dopo una serie di concerti jazz in Italia, è insignito del Premio "Una Vita per il Jazz" dal Brass Group di Trapani. Dopo questo, Luttazzi decide di ritirarsi a vita privata.

Nel 2003 scrive una canzone per Mina, Ma tu chi sei, e negli anni successivi torna anche brevemente a esibirsi in pubblico, spesso in serate in suo onore.

L'8 ottobre 2006 è ospite d'onore della trasmissione Viva Radio2, che in quell'occasione andava in onda contemporaneamente alla radio e in televisione, ritornando così in RAI 36 anni dopo l'arresto; è ospite della stessa trasmissione anche il 27 febbraio 2008. Nel 2008 è ospite di varie trasmissioni televisive e radiofoniche: il 23 febbraio del programma Che tempo che fa, facendovi ritorno il 21 dicembre, il 16 maggio partecipa al Maurizio Costanzo Show, suonando Ritorno a Trieste, il 9 dicembre alla trasmissione radiofonica di Rai Radio Village.

Nel novembre 2008 decide di ritornare definitivamente a vivere a Trieste, in un appartamento a Palazzo Pitteri, insieme alla moglie. Per l'occasione, il regista Pupi Avati gira un film documentario, che andrà in onda su Rai 5 il 30 ottobre 2011. Il 19 febbraio 2009 partecipa al Festival di Sanremo dove ritira il "Premio alla musica 2009" e accompagna al pianoforte Arisa nel brano Sincerità, nella serata dedicata ai duetti delle Proposte (Arisa vincerà il Festival nella categoria dei giovani). Il 15 agosto 2009 tiene il suo ultimo concerto, in piazza Unità d'Italia a Trieste, esibendosi con il suo sestetto.

Malato da tempo di una neuropatia periferica che si è aggravata tre mesi prima, muore per complicazioni la notte dell'8 luglio 2010, a 87 anni di età, nella sua casa di Trieste. Dopo una cerimonia privata, il corpo è stato cremato e le ceneri disperse nel mare del golfo della città giuliana, dalla sua barca chiamata "Oblomov".

Alla 59ª edizione dello Zecchino d'Oro partecipa il brano La vera storia di Noè, di cui Luttazzi fu autore: il brano fu recuperato e donato all'archivio dello Zecchino dalla Fondazione nata il 22 ottobre 2010 in suo onore, voluta dalla moglie Rossana. Nel 2013 Simona Molinari incide gli ultimi due brani inediti scritti da Luttazzi, Dr. Jekyll Mr. Hyde (presentato al Festival di Sanremo assieme a Peter Cincotti), e Buonanotte Rossana.

Dario Penne

Dario Penne (Trieste, 17 febbraio 1938 – Roma, 15 febbraio 2023) è stato un attore, doppiatore e direttore del doppiaggio italiano.

Divenne noto soprattutto come doppiatore principale degli attori Anthony Hopkins, Michael Caine, Christopher Lloyd, James Cromwell, Tommy Lee Jones, Ben Kingsley, F. Murray Abraham e John Lithgow. Ha doppiato anche Alan Rickman in Michael Collins, Gary Oldman in Dracula di Bram Stoker, Donald Sutherland nella miniserie I pilastri della Terra e il robot Bender nel cartone animato Futurama creato da Matt Groening. Nel 2008 partecipa all'album Le dimensioni del mio caos di Caparezza come voce del giudice nelle outro delle tracce 7 e 8.

Partecipò al ridoppiaggio diretto da Rodolfo Bianchi de Il padrino e Il padrino - Parte II, doppiando rispettivamente John Marley nel ruolo di Jack Woltz e Lee Strasberg in quello di Hyman Roth. Doppiò, inoltre, il personaggio del robot Sentinel Prime nel film Transformers 3 (che nell'originale aveva la voce di Leonard Nimoy). Nel 2019 ricevette la targa "Claudio G. Fava" alla carriera nel Festival del doppiaggio Voci nell'Ombra.

Riconoscimenti
2021 – Miglior doppiaggio maschile per Anthony Hopkins in The Father - Nulla è come sembra
Festival del Doppiaggio Voci Nell'Ombra
2015 – Anello D'Oro per il Miglior Doppiaggio di Tomaso Almeria nell'audiolibro "Il pozzo e il pendolo"
2019 – Premio "Claudio G. Fava" alla carriera
Gran Premio Internazionale del Doppiaggio
2010 – Premio Miglior Doppiatore non Protagonista per il doppiaggio di Ben Kingsley in "Shutter Island"
Todi Art Festival
2010 – Premio Miglior Voce del Doppiaggio
Gran Galà del Doppiaggio - Romics
2004– Premio alla Carriera Maschile