giovedì 21 dicembre 2023

Busalla: la nuova Cosala dei fiumani

Busalla - che ai fiumani che la scoprirono sembrò avere attinenza fonetica con la nostra Cosala periferica sulle alture di Fiume, da dove si scendeva per andare con la corriera in città - è una ridente cittadina ligure sull’Appennino a 11 km. da Genova e qui nell’immediato dopoguerra, circa 3000 profughi nell’arco di 5 anni, soprattutto fiumani e lussignani, si sistemarono con la residenza per andare a cercare lavoro nel capoluogo dato che c’era grande carenza di alloggi a causa dei bombardamenti aerei e navali che Genova aveva subito. 
L’Amministrazione socialcomunista di allora (1946-1948), Sindaco Antonio Cervetto (Pci) e Commissario agli Alloggi Paolo Martignone (Psi) - quando a Bologna, Venezia, Ancona e altre città del Nord sputavano ai profughi al grido di «fascisti» - tappezzarono la cittadina di manifesti murali per invitare i busallesi ad “aprire le case, le ville, le villette chiuse e darle agli sventurati fratelli che arrivavano dalla Venezia Giulia”. Fu una toccante pagina di umana solidarietà, degna del libro Cuore che andava controcorrente alla politica nazionale della sinistra italiana quando venivamo considerati dei poco di buono perché fuggivamo dal Paradiso di Tito. Quella volta, quando 2500 “Compagni” dei Cantieri di Monfalcone fecero il contro esodo in direzione di Fiume e Pola, da dove tornarono delusi, bastonati e ancora in vita.

Il 28 Gennaio 1948, in occasione del Compleanno del Sindaco Cervetto, i profughi gli consegnarono una pergamena con le seguenti parole: “Fiumani e Giuliani, memori e riconoscenti della fraterna ospitalità - che nella loro sventura questo Comune tanto degnamente da Lei rappresentato ha offerto - formulano i migliori auguri”.


La famiglia di Valerio Mauro Pastorino, allora un bambinetto di 5 anni, ospitava una donna fiumana di nome Veronica che da giovane faceva l’ostetrica, e il piccolo Valerio crebbe tra i comportamenti di questa anziana donna, i crauti e le sue espressioni in un dialetto foresto. Poi da scolaro ricevette l’insegnamento della Maestra Sclafani, mamma dei nostri Claudio e Sergio, e da adulto - divenuto Medico e successivamente Sindaco di Busalla - il Dr. Pastorino riportò in un volumetto intitolato “Fiumani” che fu pubblicato nel 1999 a puntate su “El Fiuman”, bimensile in dialetto fiumano di Newport (Australia) edito dalla Lumi Trentini, i suoi ricordi di quella straordinaria integrazione tra busallesi e fiumani.
Aveva scritto allora Pastorino: «Arrivarono - i fiumani - non con le valigie di cartone, come fu l’emigrazione dal Sud al Nord, ma con indumenti che si vedeva che non erano straccioni e questi fiumani non avevano gli occhi spalancati per ciò che vedevano perché avevano lasciato meglio di ciò che trovavano. Essi erano finiti in un posto che era indietro nel tempo e non il contrario; e gli stracci che avevano dentro ai bauli erano più uguali a quelli che vestivano i villeggianti genovesi in estate che non quelli dismessi della gente del paese”.

I primi arrivati furono i marittimi delle nostre Compagnie Adria, Adriatica, Fiumana e Levante che erano state inglobate dal 1937 nelle 4 Società della Finmare, quelli della ROMSA per sistemarsi nella Shell Italiana e nell’Agip, e dipendenti statali in cerca di sistemazione. Poi seguirono gli altri, cioè gente di tutti i mestieri e di ogni ceto sociale, a dimostrazione che tutta la popolazione fiumana aveva rifiutato Tito. 

Nell’anno 1950 figurano nei registri del Comune le seguenti professioni relative a circa 600 profughi residenti: aggiustatore, apprendista, assistente chimico, assistente sanitaria, barbiere, brasatore, cameriere marittimo, capitano marittimo, cameriere, carpentiere, casalinga, commerciante, commesso, cuoco, domestica, elettricista, elettromeccanico, esercente, fabbro, falegname, ferroviere, filatrice, fonditore, fotomeccanico, fuochista, geometra, impiegata, infermiere, insegnante elementare, invalido, lattoniere, legatore di libri, macchinista navale, macellaio di bordo, manovale, maresciallo dei carabinieri, marittimo, modellista, motorista navale, negoziante, motorista, nocchiero, ombrellaia, operaia, operaio, palombaro, panettiere marittimo, pastaio, pasticcere, pellicciaia, pensionato, perito forestale, piccolo di camera, pittore, possidente, pompiere marittimo, professoressa, radiotecnico, ricamatrice, sarta, sarto, scolaro, scolara, sottufficiale di marina, sottufficiale di porto, spedizioniere, stivatore di porto, studente, studentessa, tappezziere, timoniere, tipografa, tornitore, usciere e in epoca precedente altre professioni quali ingegnere, medico chirurgo, etc.
Il Comune - già oberato di spese di sostegno ai propri cittadini come militari congedati, reduci, civili deportati, ex partigiani, congiunti di caduti o dispersi, minorati di guerra, sfollati - oltre all’accoglienza ben al di là dei suoi compiti istituzionali trovò i fondi per erogare anche ai nostri profughi bisognosi un sussidio mensile fino a quando non avessero trovato un’occupazione. E ciò avveniva in breve tempo perché la nostra gente non ce la faceva a stare con le mani in mano a dipendere dalla pubblica assistenza. 
E da subito si erano creati due ritrovi di loro presso la Mutuo Soccorso e il bar dell’Albergo Leon d’Oro, e anche una loro orchestrina.

E così Busalla - dopo che il Campo Sportivo era stato sacrificato per ospitare una fonderia - divenne da paesano un posto a livello cittadino grazie alla nostra gente operosa abituata a Fiume dove su ogni tre porte c’era una palestra per praticare sport.  
Ugo Roventini fu la pedina trascinatrice di questa ambiziosa voglia di sport. Organizzò da subito presso la Società di “Mutuo Soccorso fra i Liberi Operai“ una piccola palestra di pugilato avente per Istruttori i nostri Natalino Barbadoro e Comadina e inventò il Rugby busallese con il Campioncino locale Franco Martignone e i nostri Dino Bologna, Mulo del Tommaseo, Franco Krulcich e lo stesso Roventini già ultra-trentenne. Ma la punta di diamante della creatività sportiva fiumana fu la costituzione della società “Pallacanestro Busalla” con Oliviero Nardi anche in vesti di Allenatore, Rino Bassi, Lauro Pillepich, Antonio Kovacs, Cucca Bartolaccini, Bruno Stellè, Dario ed Ennio Celli, Bruno Soetje, Antonio Piccolo. Debuttarono nel 1950 in un campo regolamentare ricavato da un ampio prato che veniva usato per feste campestri, manifestazioni e danze all’aperto. Fu subito il successo e quando giocarono la partita decisiva per la promozione in Serie C contro il Chiavari, la persero ma con la convinzione che fossero stati i Dirigenti a volerla perdere perché spaventati di dover affrontare costi superiori alle loro possibilità.

Altri fiumani busallesi praticarono la loro attività per altri sodalizi genovesi come i calciatori Bruno Susmel, Albino Sencich poi emigrato in Australia, e il duo Francesco Tech e Oli Nardi, rispettivamente portiere e centromediano del Pontedecimo di Genova. Entrambi trovarono lavoro a Genova e rimasero a Busalla continuando la loro opera formativa delle nuove leve locali. Nel nuoto si misero in evidenza la Fernanda Celli, già tesserata con la Fiumana Nuoto nella specialità dei 100 dorso, e Dario Celli, per 5 anni Campione regionale ligure nei 200 Rana, nonché nell’atletica Ugo Soetje che all’Amatori Atletica di Genova, dopo soli 15 giorni di allenamento, tra la sorpresa generale lanciò il giavellotto stabilendo il record regionale juniores e guadagnandosi un articolino sul quotidiano nazionale “Tuttosport”.

Gran parte dei fiumani, i lussignani e quelli di Pola, Albona, Parenzo, Rovigno, Abbazia, Pisino, Zara e altre località se ne sono andati per seguire le strade della loro vita. Sono cambiati i tempi e cambiano le storie. Ma a Busalla rimane per sempre la Via Fiumani a ricordare quella gente accolta dai Busallesi nelle “ville, villette e case sfitte”. 
Quando altrove gli tiravano i sassi al grido di fascisti e quando i profughi ringraziavano il Sindaco aderente al Fronte Democratico Popolare del PCI. Quando “quella volta dei fiumani”, Busalla aveva scritto proprio una gran bella pagina della sua storia.






Fiume: il capitano di lungo corso Giulio Zagabria

Il Com.te Giulio Zagabria - Classe 1897, fiumano di adozione e nativo di Fianona d'Istria- 13 giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia il 10 Giugno 1940, riceve in consegna dall’Armatore la nave “Francesco Barbaro”, motonave merci varie di 6443 Tonn. Il giorno seguente nave ed equipaggio vengono requisiti e militarizzati. La Motonave è nuova e fiammante, varata ai Cantieri CRDA di Monfalcone, la prima di altre 5 gemelle commissionate dalla Sidarma di Fiume. 

Ma “Sidarma” chi?

All’annessione di Fiume all’Italia nel 1924, a Fiume ci sono 6 Società di Navigazione: Adria, con sede in Palazzo Adria; Costiera con sede in Porto Franco; Levante con sede in Via Cavour; Nautica con sede in Sabiza, e Fiumana di Navigazione con sede in Piazza Dante. Manca la Ungaro-Croata S.p.a. (Magyar Horvàt Tengeri) con sede a Fiume creata nel 1899 dal Ministro Gabor Baross con capitale ungherese, fiumano e croato su proposta del grande Imprenditore fiumano Luigi Ossoinack (1849-1904). Nel 1922 questa Società - essendo crollata l’Ungheria - divide consensualmente le navi in due Società: la citata Costiera, italiana, e la Jadranska Plovidba d.d. con sede a Sussak.

Nel 1929 avviene il disastro economico e finanziario mondiale e l’Italia corre ai ripari costituendo nel 1932 l’IRI - Istituto Ricostruzione Industriale che nel campo armatoriale prevede la costituzione della FINMARE. E così le nostre Compagnie Costiera con 8 navi e Nautica con una nave entrano a far parte della Compagnia di Navigazione Adriatica con sede a Venezia, sorta dalla fusione di sei Società per il traffico in Adriatico, Mediterraneo e Medio Oriente. 

Nel 1936 interviene un nuovo Decreto che prevede nuove liquidazioni e ridefinizioni e così con l’appoggio di Giorgio Cini - importante Manager del momento - nel 1938 viene creata la nuova Società di navigazione fiumana SIDARMA Societa’d’Armamento Marittimo che si impegna nel rammodernamento delle proprie navi con la sopracitata commessa di 6 nuove navi mercantili ai CRDA Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone. Le navi porteranno i nomi dei Dogi veneziani: Francesco Barbaro, Andrea Gritti, Vettor Pisani, Pietro Orseolo, Sebastiano Venier e Marco Foscarini. 

Così si ritorna alla nave “Francesco Barbaro”, di cui la storia. 

Dopo supplettivi lavori a bordo per l’installazione di armi di difesa, la “Francesco Barbaro” parte per la sue missioni in convoglio per Tripoli e Bengasi nelle date del 7 Luglio e 27 Luglio 1940, che vengono concluse regolarmente senza eccessivi pericoli.

La prima Missione sfortunata

Il 5 Settembre sempre del 1940, la Barbaro lascia Napoli con un carico di 3000 Tonn. di munizioni, provviste, carri armati, automezzi e altro materiale bellico per Bengasi. Il convoglio segue la rotta costiera della Tunisia e vi giunge integro il 9 Settembre, dopo una breve sosta a Tripoli, con la prospettiva di rimanere a Bengasi almeno 8 giorni per lo sbarco del carico data l’insufficienza delle attrezzature portuali rispetto al super-congestionato porto libico. 

Il 17 Settembre, mentre la “Francesco Barbaro” è ancora intenta alle operazioni di sbarco, il porto di Bengasi viene a trovarsi sotto attacco da parte di 9 Swordfish inglesi decollati dalla Portaerei “Illustrious” con bombe dirompenti ed incendiarie. Vari natanti sono colpiti tra cui i mercantili “Gloria Stella” e “Maria Eugenia”, ormeggiati sopravvento alla “Francesco Barbaro” che prendono fuoco e minacciano un disastro. 

Il Comandante Zagabria dà l’ordine di mollare gli ormeggi e porta in salvo la nave circondata ormai da un pericoloso mare di nafta in fiamme, dirigendola verso Tripoli. Purtroppo all’uscita dal porto la nave viene investita dall’esplosione di una mina magnetica da 680 Kg. lanciata dagli stessi aerei incursori che le squarcia la prua inondandola di acqua. A bordo c’è anche una fuga di anidride carbonica nella sala macchine, ma il Direttore di Macchina Virgilio Iacobini, triestino, resta al suo posto e così l’equipaggio, mentre con grande perizia il Comandante inverte la rotta e riporta in acque sicure del porto la nave salvandola dall’affondamento. Purtroppo ci sono morti e feriti. Due uomini, il Nostromo Giovanni De Vescovi di Rovigno e il Marinaio Giuseppe Zagabria, suo concittadino e omonimo di Albona, perdono la vita a causa dell’esplosione. Entrambi saranno Decorati con la Croce di Guerra al Valor Militare alla Memoria. I feriti vengono ricoverati nella nave Ospedale “California”.

Al Comandante Giulio Zagabria in data 29 Gennaio 1941 gli viene conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:

Durante un attacco nemico, essendosi sviluppato un pericoloso incendio a Bengasi su un piroscafo ormeggiato sopravvento alla sua nave, eseguiva con prontezza, calma e perizia la manovra di cambio di ormeggio salvando la sua unità da sicura perdita. Successivamente fuori dal porto - essendo la sua unità rimasta danneggiata dallo scoppio di una mina magnetica - riusciva a ricondurla in porto e salvarla da sicuro affondamento.”

Quando la “Francesco Barbaro” fu in condizioni di riprendere il mare, venne rimorchiata dal rimorchiatore “Titano” e portata in bacino ai Cantieri CRDA di Monfalcone, dove in sei mesi e con un’operazione chirurgica di rara precisione le sostituirono circa 20 metri di prua. Era il Maggio 1941 e dopo tre mesi ritornò in servizio effettuando due Missioni andate a buon fine.

La seconda Missione sfortunata.

Il 1° Settembre 1941 la “Francesco Barbaro” parte in convoglio con a bordo carri armati italiani e tedeschi, munizioni, viveri e rifornimenti vari. Come prestabilito, si congiunge con altre 5 navi tra cui le gemelle fiumane Andrea Gritti, Vettor Pisani e Sebastiano Venier. Passano lo Stretto di Messina e - scortate da sei cacciatopediniere - imboccano la rotta di Levante cercando di stare distanti dal raggio d’azione aerea di Malta. Purtroppo nella notte subiscono un attacco da parte di aerosiluranti decollati da Malta e vengono colpite da siluri sia la Francesco Barbaro che la Andrea Gritti. Quest’ultima esplode affondando con 349 vittime. La Barbaro è colpita nella poppa da un solo siluro e rimane immobilizzata, bersaglio per nuovi attacchi. Il Comandante militare Cap. di Fregata Martini organizza la difesa di bordo e dopo aver abbattuto un aereo nemico predispone - con la collaborazione del Com.te Zagabria - al trasbordo dei 300 militari a bordo e 95 uomini dell’equipaggio sul Cacciatorpediniere “Dardo”. Tutto si svolge senza il minimo incidente malgrado il buio e il mare mosso, e senza registrare alcuna vittima, favoriti anche dall’assetto della nave che si presenta in condizioni di essere salvata. E così il Cacciatorpediniere “Dardo” prende anche a rimorchio la nave e la porta in salvo a Messina. Entrambi i due Comandanti Zagabria e Martini vengono decorati con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

Questa la motivazione “sul campo” per il Com.te Giulio Zagabria in data 24 Marzo 1942 con Decreto del Ministero della Marina:

Comandante civile di piroscafo requisito navigante in convoglio, durante un attacco di aerosiluranti nemici, affrontava decisamente la situazione manovrando con abilità e prontezza contro l’offesa nemica. Colpita l’unità da siluro, organizzava con calma e tempestività il trasbordo del personale su altra nave cooperando, con elevata perizia e in avverse condizioni di mare, alle operazioni di rimorchio felicemente compiute.”

L’ultima Missione.

La nave torna ai CRDA di Monfalcone dove i lavori di riparazione durano 9 mesi.

E così il 26 Settembre 1942 la nave si appresta ad una nuova Missione che le sarà fatale. Imbarca a Brindisi carri armati e semoventi, automezzi e rimorchi, munizioni, mezzi corazzati tedeschi, materiale d’artiglieria, insieme ai semoventi del 15° Raggruppamento Esplorante Corazzato dello Squadrone “Cavalleggeri di Lodi”. Il convoglio si dirige verso Est per seguire una rotta fuori dalle possibilità aeree di Malta, ma a circa 60 miglia da Navarino nel Peloponneso incrocia il sommergibile inglese P 35 che lancia ben 4 siluri proprio contro la “Barbaro”. Viste le scie dei siluri, tre di questi vengono distrutti dalle mitragliere degli aerei di scorta, ma il quarto colpisce a prua la nave che subito imbarca acqua.

Scoppia il panico fra i Militari imbarcati malgrado le istruzioni ricevute all’imbarco da adottare in caso di abbandono nave. E ciò provoca parecchie vittime. Tuttavia la nave, benchè gravemente danneggiata, non appare in pericolo di affondamento. Il Cacciatorpediniere “Lampo” inizia il rimorchio che procede molto lentamente con rotta verso Navarino. A bordo c’è un incendio che ogni tanto divampa e poi rallenta. Nella notte illuminata dalla luna la “Francesco Barbaro” vive il suo Calvario di sofferenza e di speranza, e lotta per non affondare. Purtroppo l’incendio ha la meglio e la nave si inabissa al largo di Capo Malachia dell’isola di Zacinto. Su un totale di 278 uomini tra equipaggio e militari, 248 sono tratti in salvo sulle Torpediniere Lampo, Partenope e Clio. In 30 perdono la vita di cui 15 del Raggruppamento “Cavalleggeri di Lodi”.

Il Dr. Mario Gerbini - nel suo libro "Note storiche del porto di Fianona d'Istria" - così parlò del Com.te Zagabria: 

Il Cap. Giulio Zagabria, figlio Illustre di Fianona e dell’Istria, figura di prestigio, di serietà e di coraggio, ha dato lustro e vanto alla Marineria italiana. Amò Fianona e l’Istria, visse l’orgoglio di appartenere all’antica stirpe italiana e trasmise ai figli e ai giovani tali sentimenti perché quella terra sia sempre ricordata. Giulio Zagabria ha lasciato un particolare ricordo di gratitudine alla Comunità di Fianona perché nei lunghi anni di navigazione egli appoggiò, sostenne, aiutò i paesani a trovare imbarco ed in altre necessità di vita. Fu severo, buono e giusto, ampio di calore umano. Fu stimato e ricercato dalle Compagnie di Navigazione.”

CURRICULUM del Com.te Giulio Zagabria

Nato a Fianona d’Istria il 4 Febbraio 1897 e sepolto a Rapallo (GE) 16 Ottobre 1976.

Diplomato all’Accademia Nautica di Fiume

19 Settembre 1940 - prima Medaglia di Bronzo al Valor Militare

16 Febbraio 1942 - seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare

31 Maggio 1970 - Croce al Merito di Guerra

Medaglia d’Oro di Lunga Navigazione

5 Gennaio 1969 - Istituto del Nastro Azzurro Rapallo

Fonti: 

Ufficio Storico della Marina Italiana - Navi Mercantili perdute

MUCA Museo della Cantieristica - Monfalcone

Patrizia Lucchi Vedaldi - “Capitano Costantino Lechich - Sulle tratte 

                                        del Quarnero” - Monografia

Mario Gerbini - “Note storiche del Porto di Fianona d’Istria”




Un po' di parole fiumane in dialetto sussacian

Molti ignorano che vi sono molte parole fiumane nel dialetto di Sussak e della sua Riviera. 

Per esempio, esaminando la pubblicazione del 2004 “Kostrenske sale i dogodovstine s mora i kraja” di Orfeo Ticiaz su aneddoti e ricordi locali in quel di Zurcovo, Santa Barbara, Santa Lucia e Costrena, affiorano tante parole di derivazione fiumana che poi vengono richiamate in calce con la spiegazione in croato. 

È una pubblicazione sul tipo delle “Maldobrie”, ma in versione Quarnero levante:

Brontulat, zapafiori (di scarpe), sentina, branda (per dormire), soldi, ostarija, armator, predika (di chiesa), trapula, zbir, kalat (di pesca), paron, maestro, nostromo, navigat, mesabarca, gvardar, rufijan, fortunal, timunjer, tramuntana, mudande, bordizat, becaria, bonacia, kazin, papagal, piturat, ciapat, ankora, takujin, gameliza, lanpijun, incerada, bukaporta, ciaculat, lavaman, tombula, riceta, segaz, usanza, parapet, fermat, sgnonfar, zveljarin, pizamorto, frmentun, stivador, spjegat, fermat, largat (dalla riva), razma (della barca), mostra vento, bala, stufal, zurmada, sparit, cinturin, kandelora (zima) fora, krepat (ma ne) molat.

mercoledì 20 dicembre 2023

Il progettato attentato all'arco di Josip Broz Tito a Fiume nel 1946

L’Arco era stato costruito in legno nella Piazza Regina Elena e divenne un simbolo della reazione fiumana all’occupazione slava. Vi passavano sotto cortei con centinaia di persone mai viste a Fiume – arrivate dai paesi dell’Istria e da Oltreponte - inneggianti alla Fratellanza italo-slava, e con bandiere italiane e jugoslave con la stella rossa. 

Furono per primi gli studenti del Liceo Scientifico - quando a mezzogiorno uscivano a frotte dalla scuola e si avviavano in Piazza Regina Elena per prendere il tram - ad evitare di passarci sotto volutamente. Fingevano di passarci e poi si arrestavano di colpo, lo evitavano e passavano sullo stretto marciapiede adiacente su cui posava. Venne fuori il detto “Maledeto quel fiuman che passa sotto al Arco partigian”. I Druzi ne erano enormemente indispettiti perché la voce si era sparsa nella città e l’usanza si era generalizzata. Anzi, c’era gente che vi si recava solo per il gusto di esprimere con quel gesto la loro avversione a diventare croati. Quando doveva venire a Fiume la Commissione dei Quattro Grandi per vedere se Fiume era italiana o slava – e poi non venne – si costituì un gruppo segreto di studenti di Cosala e San Gerolamo con l’intento di bruciarlo buttandoci due fiaschi di benzina. Vennero mobilitati, oltre i giovani dell'Azione Cattolica di Cosala, soprattutto una trentina di studenti dello Scientifico. Disponevano di una cassa di bombe a mano "Balilla" - prima nascosta nella Cripta e poi trasferita nella Chiesa di San Girolamo - e una pistola "Beretta" calibro 8 con 5 pallottole; residuati dell'8 Settembre 1943. 

Cominciarono prima con i manifestini che stampavano in una villa di Cosala a loro disposizione dai grandi col ciclostile, inchiostro, etc. Erano tra i 13 anni e i 17, quindi minorenni. Tanto erano entusiasti che incautamente buttarono i manifestini pro Fiume italiana e Fiume Stato Libero, nelle loro stesse aule dove al pomeriggio venivano gli studenti del Ginnasio Croato appena istituito. E così vennero scoperti e convocati coi genitori dall'OZNA, in Piazza Scarpa.  Il Tribunale Militare dell’Armata Jugoslava per l’Istria e Fiume condannò i presunti mandanti Padre Nestore e lo studente diciottenne Mario Dassovich a 15 anni di lavori forzati. 

Ma quello non fu l’unico atto della reazione fiumana aTito. Ci fu il Gruppo Maltauro che successivamente aveva danneggiato quell’Arco, il Gruppo Visinko accusato di attività pro-fascista e terrorista nonchè collaborazione con l’occupatore nazista, e altri gruppi isolati fra loro che manifestarono la loro contrarietà alla temuta cessione di Fiume alla Jugoslavia. Le condanne titine si susseguivano quotidianamente.

Ma una citazione a parte merita il Movimento creato da Don Luigi Polano, che aveva contatti con il C.L.N. di Trieste, e che quando i tedeschi abbandonarono Fiume nella notte del 2-3 Maggio 1945 organizzò la presa di possesso degli edifici pubblici, dei magazzini ed altre opere di pubblica utilità da parte di forze militari italiane, principalmente finanzieri.



La persecuzione titina a Fiume (R. Decleva)

Un breve Elenco di Vittime e Condanne

Entrarono a Fiume - senza sparare un colpo e senza un ferito o un morto - 7 ore dopo che i tedeschi avevano abbandonato la città nella notte del 2-3 Maggio 1945. Da subito la determinazione jugoslava di impadronirsi del territorio fiumano con le buone o con le brutte maniere affiorò lampante: dopo la soppressione dei 3 Martiri autonomisti, dei questurini, carabinieri e finanzieri, toccò il turno a due Senatori fiumani del Regno che non avevano voluto abbandonare la città avendo la coscienza a posto. 
Il Senatore Icilio Bacci venne arrestato quando andò a chiedere un lasciapassare per Trieste e fu fucilato a Karlovac dopo un processo sommario. 
Il Senatore Riccardo Gigante fu seviziato a Castua e murato dentro ad una grotta insieme ad una decina di altre vittime. 
Di notte squadre speciali della Polizia Segreta sequestravano cittadini che ai familiari il giorno seguente non riusciva più di rintracciare né in Piazza Scarpa, sede dell’OZNA, né nelle carceri di Via Roma. 
Si andava a cercarli anche a Costrena e Cirquenizze, ma il risultato era sempre lo stesso: indirizzati da un ufficio all’altro perché nessuno ne conosceva la sorte, e i commenti che si riceveva erano: “non è qui”, “non sappiamo niente” per concludere “se lo hanno prelevato, qualcosa pur avrà fatto”. 
Nei quartieri della Cittavecchia furono istituiti Capi Fabbricato e a turno, una volta alla settimana, gruppi di famiglie dovevano recarsi nella Scuola “Manin” - a seconda dei Rioni - per imparare il nuovo corso mentre gli assenti venivano qualificati come “Reazionari” o “Nemici del Popolo” comprendendo tra questi anche coloro che non facevano il lavoro volontario di sgombero macerie nei giorni di sabato e domenica. 
Per recarsi a Trieste venne istituita una nuova carta di identità e la gente per ottenerla si metteva in fila nel Comitato Popolare Cittadino CPC di Piazza Regina Elena sin dalle 4 ore del mattino, ma il documento veniva rifiutato ai tanti “Reazionari” schedati dall’OZNA in Piazza Scarpa. 
In Piazza Regina Elena i “liberatori” eressero un arco di trionfo in legno che veniva snobbato dai fiumani, i quali - evitando intenzionalmente di passarvi sotto - esprimevano con tale gesto la loro avversione al nuovo regime. Era in voga il detto “Maledetto quel fiuman, che passa sotto l’arco partigian”. 
Quando arrivò il 6 Dicembre 1945 gli studenti delle Scuole Medie fiumane si accordarono di festeggiare San Nicolò e a non presentarsi a scuola. Era in tutti il ricordo amaro di quando frequentando le Elementari dovevamo lasciare i doni che il Santo ci aveva portato in quella notte magica. Il Regime fascista era contrario che si celebrasse quella festa perché in antitesi con la Befana Fascista del 6 Gennaio, ma ora che la “libertà” era arrivata, era un’altra cosa. 
Fu uno sciopero? Una serrata? Certamente non fu un gesto politico. L’adesione fu totale e le scuole medie rimasero vuote, ma ciò provocò la reazione violenta del nuovo Regime, che mobilitò gli operai del Cantiere navale per la repressione di quel gesto reazionario, considerato un nefasto sciopero capitalista. 
Gli operai si presentarono con rudimentali manganelli dal “Vinas” sopra Cosala e al campo “Tre Pini” sopra Santa Caterina, dove gli studenti erano in festa con Giulio Scala che suonava la fisarmonica. 
L’Ordine popolare fu presto ristabilito. Un mio compagno di classe Carlo Paul a distanza di tempo ricordava ancora con sgomento le percosse che subì al Caffè “Pancera” adiacente al Cinema “Parigi” dove era andato a giocare alle boccine. Anche Elio Valenti aveva un “bel” ricordo di quel giorno: tornato in città dalla scampagnata al Vinas, fu prelevato da alcuni “compagni” che lo gettarono in mare dal Molo Scovazza tra lo scherno degli autori. Era vestito e il cappotto gli impediva di nuotare per recuperare la riva.
E venne poi il Santo Natale, che non avrebbe dovuto essere celebrato secondo il nuovo regime comunista ateo, ma ci furono lo stesso molti coraggiosi che - per paura di possibili delazioni - arredarono il presepe dentro gli armadi di casa. Ci si affidava alla Chiesa per conservare le nostre tradizioni di identità fiumana e italiana. La Cattedrale di San Vito per la funzione della Notte Santa del 1945 era gremita, strapiena. Non ci furono irruzioni o minacce, ma nella piazza i giannizzeri dell’ateismo buttavano bombe a mano sulla vicina casa in macerie e sparavano con i mitra per disturbare le Funzioni spaventando i Celebranti e i fedeli.
Mentre l’ateismo comunista diventava legge, la proprietà privata era soppressa e i negozianti erano diventati commessi anziché padroni, e alla fine della settimana dovevano presentare i conti e gli incassi ai nuovi amministratori cittadini. Le fabbriche erano diventate cooperative, gli operai politicizzati, la meritocrazia abolita e le paghe livellate, cioè quelle degli ingegneri erano parificate a quelle degli operai e quelle dei Maestri a quelle dei bidelli. 
I Tribunali Militari e i Giudici Popolari - non essendo riusciti a mettere le mani su coloro che consideravano criminali di guerra come ad esempio gli alti gradi dei Comandi italiani, il Prefetto e il Questore di Fiume, il Comandante tedesco SS - giudicavano e condannavano i reazionari, semplici cittadini che non volevano adeguarsi ai nuovi doveri dittatoriali del popolo lavoratore, ad ammende o reclusioni fino ai lavori forzati e alla confisca dei beni. 
Sin da subito il nuovo Padrone di Fiume Colonnello Antun Kargacin emanò l’Ordinanza per l’obbligo della Leva Militare per migliaia di giovani fiumani nati dal 1900 al 1927, che furono “deportati” in Bosnia indossando la divisa militare jugoslava. Lo scopo? Toglierli dalla città nei giorni in cui la Delegazione dei 4 Grandi sarebbe arrivata per accertare l’italianità o la slavità di Fiume.
Nelle fabbriche era molto in uso anche l’epurazione giustificata con il logoro status di reazionario o nemico del popolo. E anche gli antifascisti pagavano la loro opposizione ai nuovi arrivati come Giovanni Stercich, ex Segretario di Riccardo Zanella, che fu esule durante il ventennio fascista e promotore di iniziative autonomiste dopo il 1943. 
Nelle Scuole furono diminuite le ore di italiano e latino, introdotto l’insegnamento obbligatorio della lingua croata e sostituito il tedesco. Poiché il Corpo Insegnanti si era rifiutato di sottoscrivere una petizione per l’annessione di Fiume alla Jugoslavia, i Professori a ruolo furono ridotti da 110 a 31 e sostituiti con elementi fidati. L’autorità degli Insegnanti fu poi azzerata venendo nominati i Bidelli quali Fiduciari di Istituto e creati Comitati studenteschi con funzioni di controllo e propaganda.
Un Elenco di Cittadini assassinati, spariti o infoibati:
Senatori del Regno Riccardo Gigante e Icilio Bacci; gli Autonomisti Ing. Nevio Skull, Dr. Mario Blasich, Giuseppe Sincich, Membri dell’Assemblea Costituente dello Stato Libero fiumano; Radoslav Baucer, Direttore dell'Ospedale Civile, assassinato il 4 Maggio e gettato nella voragine della mina tedesca tra la radice del Molo Scovazza (Adamich) e la Lega Navale Italiana/Idroscalo,; l’ex Podestà Carlo Colussi e sua moglie Nerina Copetti; il Preside Gino Sirola; l’Insegnante Margherita Sennis; Ernesta e Zulema Adam; Gregorio Bettin, Presidente della Croce Rossa Italiana di Fiume; Giuseppe Tosi, Direttore Didattico di Abbazia; Eugenio Venutti, Maggiore dei Vigili del fuoco; Antonio, Maria e Margherita Pagan; Santo Taucer; Rodolfo Moncilli; Angelo Adam, antifascista repubblicano deportato dai tedeschi a Dachau; Gianni Marussi arrestato per attività politica clandestina; Pasquale Nereo Giurso per renitenza alla Leva Militare; Emiro Fantini di Abbazia morto in carcere a Maribor; Giuseppe Librio, che aveva ammainato una bandiera jugoslava, trovato cadavere sul Molo Stocco; Matteo Blasich; Walter Scrobogna, arrestato a Laurana e probabilmente finito a Basovizza; Albino Baratto, morto per l'Italia, in difesa dell'ultima bandiera italiana che sventolò sulla città di Fiume"
Un Elenco di cittadini fiumani arrestati o perseguitati:
Condannati ai lavori forzati: Padre Nestore della Chiesa dei Cappuccini, 15 anni di lavori forzati per aver fornito il ciclostile e tutto il necessario per la stampa di manifestini; Mario Dassovich 15 anni, idem; Oscar Purkinje 7 anni; Don Cesare, Parroco di Cosala, 3 anni; Maestro Giovanni Marvin un anno. Ettore Rippa, 15 anni per aver fatto credere al popolo che il Fascismo fosse una cosa buona. 
Artenio Crespi, studente contumace, 12 anni; Carlo Visinko, impiegato, 10 anni; Ferruccio Fantini, fotografo, 8 anni e confisca dei beni; Marino Callochira, studente, 5 anni; Erberto Lenski, geometra, 4 anni; Alfredo Polonio Balbi, studente, 4 anni; Vincenzo de Santis, meccanico, un anno; Marcello Serdoz, 18 mesi per aver tentato di passare il confine.
Condannati: Mario Rivosecchi aveva issato la bandiera fiumana sulla cupola della Torre; Hervatin e Barbadoro avevano ammainato una bandiera jugoslava in Piazza Dante; Carlo Maltauro, Nino Bencovich, Romolo Rainò, Giuseppe Superina e G. Battista Marra per danneggiamenti all’Arco di Tito in Piazza Regina Elena.
Arrestati: Don Girolamo Demartin, per propaganda antipopolare; Prof. Battagliarini per azioni disfattiste ai danni del potere popolare; Ing. Duilio Duimich per collegamenti con esuli di Trieste; Dr. Onorato Lenaz e Dr. Arsenio Russi per aver mandato in Italia relazioni tendenti a provocare un intervento straniero; Gabriele Deling, Cesare Pamich, Carlo Poso, per aver cercato di “indebolire l’economia locale” svolgendo opera di propaganda a favore della “emigrazione in Italia” del personale tecnico della Raffineria ROMSA.
Studenti espulsi dalla Scuola per i fatti di San Nicolò 1945: Ciampa Ettore, Curri Claudio, De Santis Vincenzo, Genovese Aldo, Greiner Erio, Paul Carlo, Tiziani Sergio, Tomassich Tullio, Bianchi Mario, Frank Kiss, Lupetti Luigi, Pick Walter, Anfelli Bruno, Derni Mario, Klemen Ernesto, Kniffitz Ferruccio, Scala Giulio, Bastalich Sergio, Celli Sergio, de Manzolini Rodolfo, Lenaz Edoardo, Ivancich Paolo, Piccolo Carmine. 

C'era una volta: i beni abbandonati dai profughi

Il Trattato di Pace di Parigi del 1947 stabiliva il diritto degli abitanti delle terre cedute alla Jugoslavia, ivi residenti nel 1940, di esercitare l’opzione per rimanere italiani e non diventare automaticamente cittadini jugoslavi. In tal caso perdevano il posto di lavoro nelle fabbriche o negli uffici ed entro un anno dovevano lasciare la propria terra.

A Fiume si calcola che su una popolazione di 60.000 abitanti, ben 55.000 scelsero la triste strada dell’esodo. Vi rimasero in 5.000 e furono fiumani che accettarono di far parte della Repubblica Federativa jugoslava, fiumani che si videro respinta l’opzione per l’Italia e rinunciarono ad insistere ricorrendo al Consolato Generale di Capodistria, e fiumani che preferirono non lasciare la propria casa per l’ignoto in Italia. Oggi sono parte della minoranza italiana in Croazia.

Per le proprietà abbandonate, espropriate o nazionalizzate, e altri interessi – come previsto dal Trattato di Pace – toccava alla Jugoslavia il totale indennizzo e a questo fine l’Italia emanò la Legge 5 Dicembre 1949 n. 1064 per invitare gli aventi diritto a denunciare i beni abbandonati al Ministero del Tesoro. Per il calcolo dell’indennizzo per le proprietà immobiliari fu stabilito il valore catastale del 1938 moltiplicato per 30 volte.

Per istruire le pratiche a Roma gli esuli si affidarono ad avvocati romani e si dimostrò in seguito molto utile un servizio di assistenza organizzato dall’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, grazie al quale si poterono ridurre le spese. Fu poi nel 1949 che Italia e Jugoslavia si accordarono per costituire una Commissione Mista incaricata di valutare tutti i beni espropriati e stabilire l’importo del pagamento da parte della Jugoslavia dell’indennizzo globale senza alcuna deduzione.

Senonché con un successivo Accordo del 18 Dicembre 1954, Italia e Jugoslavia concordarono il regolamento definitivo dei loro debiti e crediti compensando – contro il disposto dell’Art. 79 del Trattato di Pace che vietava tale compensazione e annullando l’intesa del 1949 – i Beni Abbandonati dagli esuli con i danni di guerra dovuti dall’Italia alla Jugoslavia, che ammontavano a 125 Milioni di Dollari oro. 

In tal modo il credito degli esuli, calcolato in 130 Miliardi di Lire 1947, si trasferì dalla debitrice Jugoslavia all’Italia che cominciò a indennizzare gli esuli solamente negli anni ’60 con importi ormai irrisori e svalutati.

In data 30 Giugno 1999 la Commissione Finanze del Senato della Repubblica ha valutato in 5.000 Miliardi di Lire (Euro 2 Miliardi e mezzo) il credito residuo dei Beni Abbandonati da pagare ancora dall’Italia agli esuli.

Purtroppo il credito degli esuli accertato nel 1999 è passato nel dimenticatoio.

Ai titolari originali aventi diritto – cioè la prima generazione degli esuli – sono subentrati gli eredi e si può facilmente prevedere che con la prossima scomparsa di questi ultimi, ormai novantenni, il debito italiano si dissolverà come neve al sole.

Si può pertanto amaramente affermare che il debito italiano dei danni di guerra alla Jugoslavia, che riguardava tutti gli italiani, è stato in gran parte estinto solo grazie alle proprietà degli esuli.

Appello degli Istriani all'Italia (Dalli Atti del Comitato Triestino-Istriano. Firenze, agosto 1866)

Oggi che alla breve ragione delle armi segue lo studio delle condizioni più opportune ad assicurare la pace d'Europa, non v'è interesse italiano, il quale non abbia diritto di farsi udire, non v'ha causa di qualsivoglia parte d'Italia, la quale non meriti di essere compresa appieno, perché gli uomini di Stato, in tanta maturanza di civiltà, abbiano a risolverla secondo il giudizio della pubblica opinione.

Noi Istriani, piccola famiglia della nazione italiana, durata fra mille sciagure sulle rive dell'Adria superiore e ai piedi dell' Alpe Giulia, noi pure facciamo appello alla coscienza, alla saggezza dell'Italia; noi pure invochiamo a favor nostro e suo il sommo principio nazionale e la sovranità del suffragio del popolo.

Ma non si tratta già solo di noi. La questione è ben più grave. Trattasi invero di una importantissima regione d'Italia, della frontiera orientale del Regno, della più urgente necessità di coprirlo lungo tutto quel confine terrestre e marittimo, che va dalle acropoli alpine dell'Austria all'Ionio.

E cotesta importanza, che risulta dalla storia di tutti i secoli, e che eziandio nel presente fu argomento di attente disquisizioni tra i maggiori Stati di Europa, non potrebbe non essere approfondita dalla nazione italiana, ora ch'essa, costituitasi a libero e forte corpo politico, è chiamata per la prima volta a propugnarla e a trarne il suo migliore vantaggio.

D'altra parte l'Austria deve essere rimossa dalle palestre delle secolari sue prepotenze, dev'essere esclusa di Germania e Italia e ripiegata sul suo oriente, perché riprenda, se vivrà, la sua missione di regno orientale espressa dallo stessso suo nome. Nessuna ragione pertanto, e per nessuno, a conservarla guardiana delle Alpi e padrona dell'Adriatico. Anzi lasciarla ancora in posizione si minacciosa contro il centro e l'occidente di Europa, sarebbe, ancor più che ingiustizia e imprevidenza, assurdo anacronismo. Ci ascoltino dunque i fratelli italiani; ci ascoltino i generosi, i giusti d'ogni civile nazione e quanti presiedono alla stupenda opera della trasformazione europea, combattendo le pretese della forza col diritto dei popoli, il cui trionfo è gloria dell'età nostra e presagio di tempi ancor più splendidi e compiuti.

Perché l'Italia sia guarentigia di pace all'Europa, conviene ricomporla a famiglia politica in tutta la sua unità tipica. Monca, e quindi scontenta e bramosa di altri eventi, ella avrebbe in sé la ragione, la necessità di nuovi dissidi e conflitti. Ogni signoria cisalpina non italiana sarebbe offesa e pericolo a lei, e, peggio ancora, la schiavitù della sua politica, impedita nel più largo e più fruttuoso e più nobile suo sviluppo, nominatamente nella libera scelta. delle alleanze, dal bisogno precipuo d'integrare lo Stato.

Ora, le Alpi, che formano l'intero confine della penisola italiana, girano a tergo dell'Istria non meno che nel Piemonte, nella Lombardia e nella Venezia più propriamente detta. Anzi quel tratto, che inchiude nell'Italia queste provincie, dette fino da Roma la Venezia Superiore, pigliò bene a ragione il nome di Alpi Venete, mantenutosi assieme a quello di Giulie, ch'è non meno italiano e glorioso, attraverso a tutti i tempi.

Dal Tricorno, il gigante alpino, che si alza sopra le scaturigini dell'Isonzo, corrono esse tra le regioni della Drava, della Sava e della Culpa e quelle dell'Adriatico; fra contrade, che mandano il tributo delle loro acque ai piani del Danubio, e quindi al Mar Nero, e le terre, che s'inchinano sullo stesso continente italiano, e i cui fumi si confondono nello stesso mare con quelli della vallata padana. La natura adunque non fu incerta nemmeno sui termini orientali di Italia, elevando si notevole barriera a separare paesi, che in tutto il loro aspetto ricisamente si differenziano, si che anche l'occhio profano scorge tosto, allo stesso colore dell'aria, alla temperatura, alla vegetazione, quanto va disgiunto od unito per legge inalterabile. L'Isonzo, l'aulico confine d'Italia, impostole da Vienna, è fiumicello, che rimarrebbesi pressoché ignorato, ove all'Austria, ch'è astuta nelle sue previsioni, non fosse caduto in mente di formare, poc'oltre alla sua sponda destra, una distinta amministrazione per la luogotenenza imperiale di Venezia. Allora pure che su quel fiume imperavano i conti di Gorizia e poi gli arciducali d'Austria di faccia alla veneta repubblica, non era già tutto il suo corso il confine dei due domini, ma altre acque ancor minori, e fossati, e segni da privati poderi più addentro nella pianura e nei monti del Friuli. Quelli adunque, che appresero in confuso ad arrestare la Venezia al suo oriente in sui margini di un rigagnolo, dovrebbero, per mostrarsi conseguenti alle loro reminiscenze storiche, cedere all'Austria anche la riva destra dell'Isonzo, già accordatale, per la fretta degli ordinamenti non definiti, nella prima formazione del napoleonico. Regno d'Italia, quando pure, a fronte di ciò, si annetteva al Regno stesso il dipartimento dell'Istria.

Cessino quindi alla fine tali nozioni di geografia d'Italia, le quali non abbiano altro fondamento che nelle insidiose. mire delle cancellerie austriache. La geografia della nostra patria va per noi imparata dalla natura, che ce l'ha fatta, e non da quanto vorrebbe l'Austria per serbarsi le sue lusinghe di rivincita. E conoscere e volere casa nostra è il primo nostro dovere, né le civili nazioni potrebbero non ammettere ch'esso è pure un diritto nostro.

E quali popolazioni stanziano su questa estrema regione d'Italia? Si prendano ad esame le stesse statistiche austriache, e si vedrà, come, all'infuori di alcune rustiche tribù di Slavi sparseci sui monti dal turbine degli eventi, tutto sia qui italiano. Prima ancora che Roma portasse sulle vette dell'Alpe Giulia le sue aquile vittoriose, un fiorente popolo italico, di cui v'hanno memorie non poche, abitava queste contrade: popolo italico, della cui lingua si hanno ancora preziosi avanzi nel dialetto di alcune parti dell'Istria, e che, fuso da prima col popolo latino e poi col veneto, si mantenne così saldo nel suo genio nazionale, da durare incorrotto tra i più gravi pericoli, e in sulla porta dei barbari, e con razze straniere propriamente a ridosso, e nell'obblio sciagurato degli stessi fratelli, in quel lungo periodo di schiavitù austriaca, che decorse dai trattati di Vienna.

L'Istria, ch'è una parte distinta della regione italiana di oltre Isonzo, nè va confusa coll'Istria amministrativa, a cui furono aggregate anche popolazioni transalpine, l'Istria, nella sua unità naturale e storica e colla sua capitale Trieste, conta di popolazione italiana ben oltre i due terzi, si che per la stessa ragione del numero pretende a buon diritto di essere annoverata tra le famiglie etniche d'Italia.

Ma che sono poi gli Slavi, che troviamo sugli ultimi lembi del nostro confine, come ne troviamo nel Friuli occidentale e troviamo Francesi nella valle d'Aosta e Albanesi nelle terre napoletane? Sono Slavi di venti e più stirpi, non già scesivi a mano armata, ma pacificamente importativi dai dominatori di queste provincie per popolare le terre disertate dalle guerre e dalle pesti. Avvenne appena nell'ottocento il primo trasporto di siffatta gente e poi mano mano fino al secolo. XVII a più di cento riprese, le cui epoche sono segnate. con esattezza dalla patria storiografia: opera infelice, a cui fu intesa particolarmente la repubblica di Venezia, che in luogo di permettere si facessero fitti gli Slavi nella Dalmazia, qui nell' Istria li traduceva, dove tutto era pronto a togliere loro la nativa fierezza e italianarli. Stranieri fra loro fino a non intendersi e stranieri agli Slavi d'oltralpe, essi sono foglie staccate dall'albero di loro nazione, e nessuno per fermo avrà potenza di rinverdirle sul ramo, da cui furono scosse. Essi vissero e vivono senza storia, senza memorie, senza istituzioni, tutt'altro che lieti di loro origine e desiderosi anzi di essere equiparati a noi. Veneratori del leone di San Marco e memori di quel mite reggimento, imprecano all'Austria, che li ridusse all'indigenza, né mancherebbero per sicuro, tolta che fosse loro la paura del carnefice, di votare tutti e di grand'animo, non meno degli Italiani, l'unione al Regno d'Italia.

Non sorge invece un villaggio, in cui si agiti un po' di vita civile, il quale non sia prettamente italiano. Il carattere nazionale è spiccatissimo in ogni sua esteriore manifestazione. II vestito, gli usi, le tradizioni, le leggende, i canti, i proverbł sono italiani; italiana l'architettura dall'umile casolare all palazzo pretorio, alla cattedrale; italiano il pennello e lo scalpello, che decorano i tempje i pubblici edifizi; italiane le istituzioni tutte di beneficenza, di istruzione, di chiesa; italiane non meno le fraglie del popolo che le accademie degli studiosi; italiano il pulpito e italiano il teatro; italiane infine le leggi, di cui si hanno luminosi documenti fino dal milleduecento in quegli statuti municipali foggiati alla romana, che regolavano la vita civile di questi paesi, mentre in non poche illustri parti della rimanente Italia non vi aveva che signori feudatari e plebe inconscia di sé, del suo passato e del suo avvenire. E bellissimi nomi vanta l'Istria tra i migliori ingegni d'Italia. Chi non conosce il Vergerio e il Flaccio, tanto celebri nella storia della riforma, il Santorio, capo-scuola nelle scienze mediche, il Muzio, emulo del Davanzati, l'economista Carli, il Carpaccio e le sue tele, le musiche del Tartini, a non dire di cento altri, che di qui partirono ai seggi più onorati nelle università. di Padova, di Pisa, di Bologna e di Roma?

La civiltà dunque è tutta nostra, nostro tutto, che costituisce la vita di un popolo, il suo decoro, il suo diritto a corrispondenza di affezioni e di cure presso i fratelli, e ciò dai più lontani tempi fino a noi, dai tempi, in cui sorsero qui i grandi monumenti di Roma, fino a questi giorni, nei quali, se la povertà fu retaggio di noi Istriani, non ci è venuto meno il sentimento per ogni italiana grandezza, come lo attestano le costanti nostre aspirazioni associate con fatti ad ogni opera patriottica, che sia stata prodotta per affermare l'Italia, e punite dallo straniero colle carceri, coi bandi, con ogni maniera di tirannie; aspirazioni, di cui certo non sono ultima prova gl'iterati scioglimenti delle nostre Diete e dei nostri Consigli municipali, con esempio superiore ad ogni altro nell'impero austriaco, anche solo in ragione di numero, e di confronto a provincie cento volte più popolose e alle stesse provincie italiane compagne nel servaggio: aspirazioni infine largamente tradotte nel più bell'atto nazionale di quella numerosa schiera di giovani nostri, che accorse presta sotto le armi d'Italia, e che già ebbe suggellare colla vita l'amore della patria comune. In che dunque saremmo da meno degli altri per subire l'indicibile sciagura di vederci sacrificati all'Austria, di portare ancora le catene del secolare nostro nemico, mentre ogni altra famiglia italica avrebbe trovato pietà o giustizia?

Se poi ci facciamo a chiedere alla storia i titoli di questi paesi ad essere ricongiunti all'Italia, sorgono vanti per essi, di cui andrebbero liete non poche delle provincie sorelle, comecchè più illustri per rumorosi avvenimenti e fatte maggiormente oggetto di attenzione all'universale. Con Roma essi furono sempre regioni d'Italia, e fuor di dubbio la più gelosa, come lo provano i monumenti militari, di cui ammiriamo ancora i numerosi avanzi, e che lungo tutta questa frontiera aveva eretto il genio romano. di contro alle nazioni d'oltralpe. E quando queste, fiaccata la potenza dell'impero, irruppero di qui a depredare ed asservire l'Italia, furono le genti della Venezia marittima e dell'Istria, che meglio d'ogni altra ne salvarono il nome, costituendosi a reggimento di liberi comuni (i primi comuni italiani dell'evo medio) sotto la nominale signoria di Bisanzio, Continuò poscia sempre generosa la lotta contro gli stranieri, Longobardi, Slavi, Avari, Unni, Saraceni, si che sappiamo sino d'allora affidato l'onore del veneto vessillo, o, come dicevasi in que' tempi, l'onore del beato Marco alle galee, alle armi alleate degl'Istriani. Ne il feudalismo. della campagna, imposto da Carlo Magno, franse i tradizionali propositi di questa provincia, chè, sebbene italiana. fosse la corona, a cui ne veniva ascritto il territorio rustico, i municipj preferirono Venezia e pugnarono, per lungo volgere d'anni, con tanta tenacità e concordia di voleri contro la signoria dei marchesi e contro il succedutovi patriarcato di Aquileja, che fino dal millequattrocento si trovò anche l'Istria marchesale sotto il diretto dominio della repubblica.

Che se Trieste seguì, per fatale necessità di tempi, altro destino, costretta a dedicarsi al protettorato degli arciduchi d'Austria quale libero comune, che continuò a governarsi da sé, e ad esercitare perfino i diritti internazionali, ciò nulla toglie all'indirizzo storico della parte principale di questa regione, ch'è l'Istria, e che restò sempre, senza interruzione qualsiasi, legata alla fortuna della più italiana potenza d'Italia.

I nipoti dei prodi, che militarono a Legnano e a Salvore (le più splendide battaglie della storia degl'Italiani) vanno pur essi superbi della più bella e più legittima nobiltà, nè questa dovrebbe essere disconosciuta da alcuno dei fratelli, i quali, a dire senz'ira il vero, non hanno tutti intieramente pure le memorie dei loro avi, per quella maledizione delle guerre civili e degli invocati stranieri, di cui la piccola Istria non si macchiò mai, e senza la quale vergogna essa poté lunghi secoli brandire armi repubblicane per glorie italiane, mentre altrove in Italia si faceva corteggio a francesi, spagnuoli e tedeschi dominatori.

Non v'ha fatto d'armi, in terra o in mare, segnato dalle venete storie, che non ci rechi illustri ricordi del valore di capitani istriani, e vivono ancora le famiglie loro, che, dimenticate forse sulle scogliere dell'Istria, non dimenticano esse gli obblighi di onore, che vengono da onorate memorie.

L'Istria cadde sotto il giogo dell' Austria soltanto allora che vi soggiacque Venezia e per lo stesso delitto del trattato di Campoformio. E se la riparazione del 1805, che fu comune, come voleva giustizia, alla Venezia e all'Istria, andò sperduta sotto le rovine dell'impero del prino Napoleone, essa non deve, non può compiersi ora a metà, senza venir meno al sentimento, che non cessò mai di marcare d'infamia quell'atto, senza sconoscere l'essere stesso di Venezia, la quale non si dirà punto restituita integra all'Italia, quando rimanga spoglia delle sue marine e condannata a guardare ancora da serva al campo più bello delle sue glorie e dell'esclusivo suo dominio.

Già ci toccò vedere, ne' suoi arsenali, notati a lettere alemanne i trofei delle cento sue battaglie; ma la stolta offesa veniva dalla mano del signore straniero. Ora voi, Regno d'Italia, fareste peggio, sottoscrivendo di vostro pugno un trattato, che lasciasse austriaci i suoi marinai, i suoi porti, il suo golfo, che abbandonasse ai Tegethoff il mare dei Dandolo e dei Pisani; voi, Regno d'Italia, di tanto più grande della repubblica di Venezia e tanto più responsabile dinanzi alla storia dell'onore d'Italia.

Ma non è già la sola preoccupazione del lustro nazionale, il solo senso di giustizia verso un popolo non meno italiano d'ogni altro così nel passato come nel presente, il solo concetto dell'integrità d'Italia, che domandi l'unione di queste provincie al Regno. Meglio ancora di tutto ciò la vogliono le più urgenti ragioni della sua sicurezza. E questo è invero tal campo di politica discussione, su cui vorranno seguirci anche i più positivi, i più rigidi ragionatori. Anzi tanta è la nostra fiducia che siffatto ordine di considerazioni basti di per sé solo a rendere piena ragione al nostro assunto, che di null'altro facciamo richiesta agli uomini di Stato, che non sia lo studio dell'importanza strategica della frontiera orientale d'Italia, lo studio della necessità, in cui versiamo, di prendere le nostre posizioni sull'Adriatico per riparare la lunghissima costa della penisola, che corre dalle venete lagune a Santa Maria di Leuca. Possiamo noi Italiani pretendere meno da Italiani?

Dalla sella di Saifnitz sopra Tarvisio (la precipua fortezza, che Napoleone I proponevasi di edificare allo schermo d'Italia) sino al promontorio di Flanona, ch'è l'ultimo termine italiano alle spalle dell'Istria, apronsi tre varchi nel grembo dell'Alpe Giulia, cioè quelli del Predil e di Clana-Fiume ai due lati, e il centrale di Nauporto o di Adelsberga, ed è attraverso a quest'ultimo che fila la via maestra dell'Austria verso il mezzogiorno, è di quivi che sull'unica strada ferrata, la quale tragittisi oltre la intiera cinta delle Alpi nostre, si versa propriamente dal mezzo della monarchia, come avvenne pure da ultimo, il nerbo delle sue forze contro l'Italia.

Ora la linea dell'Isonzo non copre alcuno di questi passi, e nettamente lo disse il gran capitano, che schiuse gli eventi dell'età nostra. Se l'Italia non vuole le più gelose chiavi del Regno nelle mani dell' Austria, se non la vuole insediata sul nostro suolo al più esposto suo fianco, signora delle alture, che dominano l'Isonzo, e della pianura del Frigido, ossia del Vipacco, ch'è una continuazione naturale di quella del Friuli, è mestieri che sull'Alpe Giulia, ch'è quanto a dire sul proprio confine geografico, pianti pure il proprio confine strategico, come suggeriva e pressava si facesse il maresciallo Marmont, già governatore di queste provincie. E a tale officio di difesa si presta mirabilmente l'Istria, posta com'è di fronte allo sbocco del varco principale, e di fianco cosi alla vallata del Frigido come all'altro passo di Clana o di Lippa Campo naturalmente asserragliato dai monti della Vena e del Caldera, essa ci permette d'impiegare un corpo del doppio minore del nemico per barrargli l'ingresso nel Regno; essa può realizzare il progetto di un quadrilatero italiano sugli ultimi nostri confini d'oriente in quella avventurosa posizione che, mentre comprende tutto ch'è nostro, è ad un tempo l'unica per tutta coprire l'Italia dal suo lato orientale. Vene a ragione dunque il primo Napoleone la segnalava siccome il complemento del regno italiano, dopo averla già fino dal 1797 chiamata provincia importantissima della Venezia,

E se cosi giudicava chi tanto sapeva e non era condotto a rilevare il bisogno d'Italia dal dovere che stringe noi, quale non sarebbe la colpa nostra a non pigliarne cura! La cagione non potrebb'esserne che l'inscienza. Ma quando ne va la salute della patria, l'inscienza è assai più che colpa... E i pubblicisti lo rammentino tutti, essi, che a buon diritto si attribuiscono non le ultime mansioni nella grande opera del fare l'Italia, ma che ad un tempo contraggono con ciò l'obbligo di fare innanzi tutto italiani sé stessi negli accurati e coscienziosi studi di tutti gl'italiani interessi. Né basta la necessità del sistema difensivo terrestre, ché l'altra della tutela delle nostre coste è di eguale e forse maggior momento. «Noi (così gli Austriaci in celebre scritto di uno de' loro ammiragli, ora imperatore di lontano paese) noi abbiamo bisogno di una flotta nell'Adriatico, la quale protegga i nostri lidi, se non vogliamo considerarli quali posti perduti, abbandonati a subire gli sbarchi del nemico; abbiamo bisogno di una flotta, la quale difenda quel lungo confine, essendo pur confine le coste, e confine di molto più periglioso, avvegnacché il mare sia libero e le navi a vapore valgano ad assalirlo rapidamente su qualunque punto meglio convenga, nè rispondano all' uopo del coprirlo i fortilizi. Questi sono punti e non mura chinesi, e soltanto mura chinesi potrebbero dispensarci dal naviglio di guerra, Ora chi non vede, essere questo il preciso ragionamento, che dovremmo fare noi?

Da Aquileja a Lecce quale costa, quale confine marittimo non abbiamo noi a difendere! Sarebbe dunque sommo di fetto il non possedere una flotta nell'Adriatico e sommo errore il crederci regno solidamente costituito, senza che la nostra flotta superasse di forze l'austriaca.

Di ciò vanno persuasi al certo anche i più sbadati, anche quelli perfino, che stimano degnazione loro l'occuparsi di si alto interesse italiano.

Ma non tutti misurano le conseguenze della indisputabile necessità, non tutti pongono mente che noi non terremmo flotta nell'Adriatico, senza aver nostro sul mare stesso un vero porto, un vero arsenale di guerra, e che questo porto e questo arsenale assieme non possiamo lusingarci di conseguirlo né da Venezia, né da Ancona, né da Brindisi, che sono pure il meglio, che si abbia a ciò su quel lido: lido basso, piano e sabbioso, senza sviluppo d'insenature, con rade mal sicure ed ancoraggi pochi ed infidi, incerto, instabile, profondamente corroso e smarginato da gran copia di fiumi, di canali e di stagni, nonchè esposto ai venti levantini, che ne contrastano la navigazione".

Venezia è per sicuro opportunissimo deposito di stromenti da guerra, ma non già porto militare, specialmente. dopo i grandiosi progressi recati nell'arte delle costruzioni e degli armamenti navali, essendone molto difficili gli accessi pei banchi di sabbia, che ne avvicinano le ristrette imboccature, pel lido bassissimo, per la poca profondità dell'acqua, pei venti contrari, che vi dominano, per la corrente del golfo, che di là volge: impedimenti tutti assai gravi al rapido movimento delle squadre così nelle operazioni di attacco in sull'uscita, come in quelle di difesa sul prendere rifugio. Egli è però che Venezia tenne sempre l'allestito naviglio nei porti dell'Istria.

E rispetto ai porti di Ancona e Brindisi, non fu ormai posto in evidenza che, per quanto denaro vi si profondesse, non ne otterremmo che stazioni navali di secondo ordine? Non sono poi essi, e particolarmente quello di Brindisi da serbarsi ai commerci più vitali della penisola? Ed anche senza ciò, dove mai vi sarebbe modo, come pur dovrebbesi, di formarne fortezze primarie per custodirvi le ricchezze di quell'arsenale, senza di cui il porto stesso è pressoché nullo?

Ma è bensi Pola, che ci dà pienamente quanto ci occorre, Pola, ch'è testa di ponte di Ancona, come già lo fu di Ravenna e Venezia; Pola, che ben può dirsi la Spezia dell'Adriatico, e con posizione strategica ancor più felice, aprendosi il vasto e sicuro e ben difendibile suo porto propriamente sulla punta estrema di quel campo naturale dell'Istria, che sta si dappresso ai varchi dell'Alpe Giulia e s'intramette, come a dividerne il mare, non meno delle terre e delle nazioni, che là s'incontrano, fra il golfo di Venezia e il Quarnaro, che Italia chiude.

Occupando quel porto, fossimo pur battuti al confine, noi saremmo in grado di rifare le nostre sorti. Padroni dell'Adria invero, noi di là ricondurremmo al campo e sui fianchi del nemico le nuove schiere, le munizioni e provvigioni nostre e varremmo a tagliargli le vie dei rinforzi, a staccarlo dalle basi di Carniola e Croazia. E tutto ciò senza rischio, perocché negli ultimi casi è sempre da Pola che riportetemmo in seconda linea, dietro il Po e sull'Appennino, le nostre divisioni dell' Istria. Questo diciamo non già noi soli. 

Uomini competenti lo hanno veduto e sostenuto, e fu grande sciagura che ad altri cimenti sia stato chiamato quel prode, che la spedizione. dell'Istria diceva il suo ideale e l'opera più acconcia ad assicurare il trionfo delle armi nostre in uno all'integrità d'Italia.

Di fronte a tale complesso di ragioni, le quali spingono al riscatto di queste provincie, che importano i riguardi di Germania, e la bugiarda convenienza di tenere avvinta ad essa o ad Austria la città di Trieste? La utilità presunta dei Tedeschi dovrebbe prevalere alla ragione nazionale degli Italiani, alle necessità della difesa del Regno?

Ma dimenticando pure tutto ciò, l'Istria non fu mai della Confederazione germanica, e sarebbe pur tempo che si elementare e si incontrastata notizia, volgarissima tra gli stessi Alemanni, non fosse più mestieri di ripetere tra noi,

Nè Trieste medesima, che l'Austria pretendeva legata a Francoforte, vi appartenne di diritto, avendovela ascritta una semplice dichiarazione dell'imperatore d'Austria l'anno 1818, atto unilaterale, all'infuori d'ogni consenso degli altri Stati intervenuti al Congresso di Vienna, e però senza efficacia, Ora poi ch'è veramente morta quella informe istituzione politica, a che parlarne?

Meno ingiusto potrebbe sembrare a taluno quanto viene affermato intorno ai rapporti germanici del commercio di Trieste. Lo erroneo asserto, messo innanzi nel Parlamento. italiano da illustre generale e ministro, s'ebbe già contro le proteste de' Triestini, e le proteste furono lasciate sussistere in tutto il loro valore della stessa Dieta di quella città, quando, ammonita dal Governo a disdirle, coraggiosa vi si rifiutava, e però veniva sciolta. E noi pensiamo innanzi tutto che saranno bene i Triestini i giudici più competenti dei loro interessi.

Che se vogliamo toccare anche in sè la questione, ci torna facile, comecché astretti a molta brevità dalla natura di questo scritto, di togliere ogni dubbiezza.

Ormai il gran fatto, su cui è vano chiudere gli occhi, sta in ciò che la Germania commerciale va tutta a settentrione. Ivi i suoi porti naturali di Amburgo, Brema e Lubecca; ivi le relazioni colla Francia, coll'Inghilterra, col Belgio, coll'Olanda, colla Scandinavia, colla Russia e coi paesi transatlantici, dove ha diretti rapporti quasi unicamente per mezzo di quegli empori; ivi una triplice linea di strade ferrate, che fanno pendere i suoi mercantili interessi verso il Baltico e particolarmente verso il mare del Nord, a tutta ragione detto germanico; ivi la defluenza delle principali vie fluviatili della patria alemanna; ivi gli aiuti di fianco, che già vanno e andranno meglio in appresso, degli stessi porti di Marsiglia e Genova; ivi lo sfogo della corrente centrale dei commerci italiani, appena siano aperte alla locomotiva le Alpi della Svizzera e del Tirolo sull'antica strada veneziana di Norimberga; ivi infine la Prussia, che terrà l'egemonia politica ed economica della nazione germanica. Quale necessaria connessione invece del porto triestino con quei paesi, se perfino a Lubiana, a brevissimo tratto dall' Adriatico, giungono da Amburgo i coloniali; se i manifattori di Boemia e Moravia reclamano quella città come il loro principale stabilimento; se gli stessi centralisti di Vienna, instando per la soppressione del portofranco di Trieste, fanno palese il loro interesse di piegare a un solo versante commerciale anche la Germania austriaca; se infine non è già la Germania a tergo di Trieste, ma si la Slavia colla sua Carniola e con parte di Carinzia e di Stiria? E dopo ciò sarà necessario a Trieste di rimanersi congiunta a uno Stato, che ha si poco interesse economico di tenerla e si poca voglia e forza di giovarla? Questa vieta teoria, a cui rispose qualche fatto allora soltanto che l'Italia era divisa e serva ed accettava la sovranità di Vienna anche nelle tariffe, non si accorda più alle condizioni del presente, e meno potrebbe accordarsi a quelle dell'avvenire. Ragionare in adesso sui rapporti commerciali del passato sarebbe assurdo. Adesso abbiamo il regno d'Italia sulla faccia di Trieste; abbiamo un grande Stato con ricco sviluppo di marine e ricchissime risorse d'ogni maniera, il cui vasto corpo si protende nel mezzo del Mediterraneo, quasi approdo gettato dalla natura ai commerci di Levante. Questa è la novità importante, che deve entrare nei calcoli, quando si voglia rettamente giudicare dell'avvenire dei commerci triestini, i quali, volti per oltre le tre quarte parti al Levante e all' Italia, ben potrebbero essere avviati nelle altre piazze italiane. E così, come avrebbe Trieste a lusingarsi di vincere la prova sul regno d'Italia, quando fosse un porto austriaco da combattere, anziché un porto italiano sulla naturale via marittima dell'Adriatico da favorire? Non rimarrebbesi invece sconfitta dalle tariffe, dalle ferrovie, dai capitali, dalla concorrenza d'Italia per ogni dove, essa abbandonata alla discrezione e ai casi di una monarchia, a cui non è serbata per lunghi anni che una continua vicenda di crisi economiche e monetarie? Ritornata invece all'Italia, Trieste è l'anello di congiunzione tra i produttori italiani e g'industrianti austriaci, tra il Mediterraneo e il Danubio dell'Ungheria, che altrimenti si farebbe tributario pressoché unicamente del Mar Nero".

Sono queste le più indispensabili linee, su cui si disegna l'avvenire commerciale di Trieste, ma esse basteranno, lo speriamo, a rimuovere giudizi, che più non hanno iscusa, perocché le verità per sé evidenti divengono assai facilmente convinzioni comuni.

Per l'Istria poi è questione suprema di vita o di morte.

Ed invero ben presentiamo noi che l'Austria sarebbe tutta nel già tentato divisamento di spegnere la nostra italianità per toglierci dal cuore degli Italiani e sopprimere cosi l'incentivo delle affezioni patriottiche alla loro politica. Quindi e scuole e tribunali fatti tedeschi o slavi, e una burocrazia straniera investita di pieni poteri a infliggerci ogni guisa di tormenti.

E di tal modo, se la Slavia, la quale è sveglia anch'essa e balda di giovanili spiriti va incontro all'avvenire, farà tutto suo nell'Adriatico, che potrà o vorrà allora l'Italia? Sostare è prudenza, se ciò, che non tocchiamo in presente, non ci può mai sfuggire in appresso, ma non così, quando urge il pericolo di non conseguirlo mai più.

Nè meno dei morali seguirebbe sempre più rapida la rovina dei materiali interessi, chè la massima parte dei nostri prodotti si smercia da noi nel Veneto, e questo ci diverrebbe niente meno che provincia estera. Estero per noi il campo quasi esclusivo dei nostri traffici giornalieri! Estero la Venezia all'Istria, dopo duemila anni di vita indivisa, e quando l'Austria medesima, visto ch'essa nemmeno economicamente potevale appartenere, fu costretta, con esempio unico, a porla fuori delle sue cinte doganali!

Unita al regno, invece, diverrebbe l'Istria, ch'è tutta un porto secondo il giudizio di Nelson, il principale suo stabilimento marittimo; e noi saremmo condotti finalmente cogliere prospere sorti sul mare, a riprendere il naturale nostro officio di traghettieri de' commerci tra il Levante e il centro di Europa. Né sono queste esagerate speranze, chè il Governo italiano porrebbe serza dubbio cura solerte a rialzare una si importante provincia di confine, d'onde è il mezzo migliore di porgere la mano alle nazioni della Slavia e dell'Ungheria, nella tradizionale missione del genio italiano di spandere sulle terre orientali il lume della civiltà dell'occidente.

Bene avveduti pertanto e diremo anche giusti ci debbono apparire quei pubblicisti austriaci, i quali fino a ieri ci ripetevano che, tolta all'Austria la Venezia, doveva andarle perduta anche l'Istria: sentenza da scrittori, a cui si uniformò a cappello la sentenza dei marescialli dell'esercito austriaco del Sud in quelle leggi marziali, che compresero sotto gli stessi rigori, quasi ad insegnarcelo, precisamente ciò, che va rivendicato all'Italia. E gl'interessi nostri, che il nemico sa, noi ignoreremmo?

Difatti l'Italia troverebbe qui, oltre alle già discorse difese della sua frontiera, spertissimi marinai, ricchi boschi per le costruzioni navali, carbon fossile. E vedemmo quindi l'Istria anche per questo formar parte del primo regno di Italia, allora pure che Gorizia e Trieste n'erano escluse, e una strada militare esservi stipulata nei trattati internazionali e condottavi con molto interessamento da quel Governo. E quando si formarono sotto il diretto dominio di Francia le provvisorie provincie illiriche, mostruoso amalgama di genti e di cose disformi, lo stesso Governo italiano appoggiava insistentemente i voti e le proteste dell'Istria a non essergli sottratta e otteneva per allora gli fossero mantenute almeno le leve dei marinai e le amministrazioni delle saline e dei boschi.

L'Istria inoltre non è già tutta la costa austriaca, ma anzi la parte minore, rimanendo senza lei all'Impero il litorale della Croazia civile e militare e della Dalmazia cogli stupendi porti di Lussino, Portorė, Lissa a Cattaro.

Si tratta dunque di dividere la signoria dell'Adriatico, perché tutto non resti all'Austria e nulla affatto si accordi all' Italia; nè ciò dovrebbe parere esorbitante ad alcuno. Che mai dunque consiglia a ristarsi dal chiedere, se non tutta la frontiera dell'Alpe Giulia, almeno l'Istria? Sarebbe forse miglior partito vivere sulle armi o, peggio, comprarsi la sicurtà mercè di una politica di abdicazioni indecorose. di timidi abbandoni?

E L'Austria insiste a voler sue le posizioni più offensive di contro l'Italia, e l'Italia invece altro non domanda che le naturali sue difese. Chi potrebbe negare adunque che considerazioni di gran valore, agli occhi della stessa diplomazia, parlano per noi, se assurdo è apporle ch'essa brami alimentare le lusinghe dell'Austria di rifarsi sull'Italia e metta suoi gusti a prepararsi lo spettacolo d'altri conflitti e commovimenti europei?

E noi siamo forti, se volenti: abbiamo esercito e flotta, il cui valore fu provato, e se ci mancò la fortuna, non subimmo per nulla alcuno di que'disastri, che costringono a ritrarsi dal cimento e permettono di piegare il capo al destino senza arrossire. Non ci fermeremmo anzi alle spalle di un nemico, che, prostrato altrove, leva di qui le tende per rivalicare le Alpi? Dove dunque la ragione dell'atteggiarsi a vinti e spandere ignobili lamenti e più ignobili consigli di rassegnazione?

Più delle sconfitte in ogni modo nuoce le molte volte alle sorti di un popolo la esiguità degli spiriti. Il nostro giovine regno, che tanto ebbe d'uopo del soccorso straniero, non può aspirare a potenza, senza glorie assolutamente proprie. La virtù delle armi, che pure abbiamo pronta mostrarsi anche negli effetti, è condizione indispensabile a cementare l'unità della nazione, avvegnacché altrimenti il più legittimo orgoglio resti insoddisfatto, e i partiti addoppiino passioni e pericoli allo Stato, e il Governo si faccia molle nella umiliata sua coscienza e nello spregio, che lo incoglie in casa e fuori.

Noi questo diciamo non per egoismo d'interessi, che a tali sensi ne conformi l'animo. No; e lo protestiamo sul nostro onore, non è la carità della terra nativa, pur tanto giustificabile e giustificata, che ci detti queste parole. Sebbene schiavi ancora dell'Austria, noi ci vantiamo già, come scrivemmo altra volta, concittadini nell'animo dei liberi fratelli e compartecipi nel comun vincolo nazionale d'ogni italiana grandezza. Allo splendore dei nuovi destini d'Italia, noi dimenticheremmo le domestiche nostre sciagure, assai più lieti della maturità di consiglio, che li avesse assicurati, che dei nostri ceppi impazienti. Noi ci sentiamo la virtù di sottoscrivere di gran cuore a qualunque nostra condanna di schiavitù, se questo richieda il bene dell'intiera nazione, Ma ciò non è. È invece l'interesse appunto della nazione tutta, che domanda sia rivendicato al Regno il baluardo dell'Alpe Giulia, e non sia esclusa l'Italia dall'Adriatico, né si chiuda cosi poveramente la guerra della italiana indipendenza, mentre, volendo davvero, volendo ispirarci al genio iniziatore del padre immortale del nostro risorgimento, avremmo ancora con noi, se vigorosi aiutatori, i nuovi nostri alleati, nè certo, per necessità più forti d'ogni gelosia, trasformati in Austriaci gli alleati antichi, e assicurato poi in ogni caso il voto del generoso popolo italiano e lo slancio dei prodi nostri soldati e il plauso delle civili nazioni.

Né se in noi parla assieme alla ragione l'affetto, ci crediamo men giusti argomentatori di chi impone silenzio al cuore, e a questo prezzo, ma non senza offendere in uno la logica dell'onore nazionale, si dà pregio di riposato ingegno e di saggezza. Ma tra la cieca passione, che esige l'impossibile, purché ne venga arma di partito, e la singolare saggezza di chi pregusta, come pure lo udimmo in questi giorni, la buona amista d'Italia coll'Austria signora di provincie e di frontiere italiane, e i cordiali nostri rapporti coi fucilatori dei naufraghi di Lissa ancor padroni del già sempre nostro Adriatico, vi è una saggezza ben diversa, la saggezza di chi si rispetta e rispetta meglio la nazione, confortandola a non mostrarsi al di sotto del suo nome e della sua fortuna, a non abdicare a'suoi più gravi interessi, solo perché men facile dell addormirsi nell'ingloriosa. quiete ne sia il conseguimento.

La nazione italiana nella voce de' suoi municipj, delle popolari adunanze e della stampa, e il suo Governo negli alti consigli della Corona, confidiamo saranno saggi di tale saggezza, ed ecco la ragione, per cui proferiamo ancora la povera nostra parola in difesa di una causa, ch'è causa anch'essa, e non ultima, d'Italia. 

Dall'Istria, il 27 luglio 1866.