venerdì 15 dicembre 2023

Nomi storici di famiglia di Capris-Giustinopoli-Capodistria

I documenti epigrafici registrano diversi nomi delle famiglie fiorenti in epoca romana e bizantina, ma nessuna famiglia può ritenersi giunta fino ad epoca moderna come qualche studioso avrebbe voluto specialmente in un passato quando la storiografia non era ancora uscita dalla mitografia per acquistare rigore scientifico. A titolo di esempio si citano alcuni nomi scelti a caso tra quanti, circa una quarantina, sono noti

  • Sextus Brinniarius
  • Lucius Valerius
  • Quintus Appuleius
  • Lucius Syntropus
  • Publius Elius Victor
  • Flavia
  • Cornelia
  • Octavia
  • Sardius
  • Titius
  • Tullia Septimina
  • Volumnia
  • Lorentius Tesifon
    Il nome del titolare di una determinata proprietà terrena passava alla zona ed ancor oggi ne rimane il ricordo: Ancarano (Ancarius), Barbano (Barbus), Canzano (Cantianus), Tribano (Trebius), Antignano (Antonianus) e così via. Si può citare un esempio moderno in Merigoto (Almerigotti), località confinante con Ancarano con terreni agricoli di proprietà della famiglia.

    Non era certa, in origine, neppure la posizione topografica della città, su terraferma o su isola, e sconosciute le ragioni per cui l'antico abitato, lasciato il nome di Capris, acquisiva il nome di Justinopolis a metà circa del VI sec. d.C. Qualcuno ha manifestato a questo proposito l'idea, manifestamente infondata, che tale nome derivasse dalla famiglia romano-bizantina dei Giustiniani. E non è nota la ragione dell'assenza di una delegazione locale al Placito del Risano (804 d.C.) venendo meno cosi un'attestazione riguardante quanto qui trattasi.

    I primi nomi documentati compaiono dopo il 900 d.C. (prelati, personaggi chiesastici, militari, podestà o pubblici amministratori, cancellieri, diplomatici, notai, testimoni ecc.) ma non sono molti:

    • Petrus
    • Albinus
    • Johannes
    • Dominicus 
    • Martinus 
    • Marcellus

    e cosi via

    • Saracenus Leo
    • Petrus de Johannone
    • Dominicus de Anastasia
    • Diodato Flabenigo
    • Gallis
    • Bonaldo
    • Johannes filius Teupaldo
    • Martinus filius Gregori
    • Georgius de Justinopoli
    • Assalone
    • Augustus de Montanario (Montanari !)
    • Andreas Aquabeotus (Bevilacqua!)
    • Bonacorso

    Verso la fine del 900 d.C. i cognomi non sono ancora assestati e per l'identificazione si ricorreva generalmente alla paternità o a qualche grado di parentela.

    • Albinus generus Johanni de Justane
    • Maurocenus filius Dominici de Helica
    • Martinus filius Petro Cursia
    • Johannes et Marcellus de Paula (Pola?)
    • Johannes filius Felicitati de Melinda
    Col 1000-1100 si nota qualche cambiamento verso il cognome in -i tipicamente italiano nonché qualche cognome portato avanti nei secoli successivi.

    • Johannettus Adalgerii
    • Ambrosius Belgramoni
    • Ambrosinus Amantini

    e poi, nel 1200 e 1300

    • Papho de Ripaldo
    • Johannes de Dietalmo
    • Johanninus de Marco
    • Michael Lugnano
    • un Gavardo
    • Warnerius de Gilago
    • Tranucius de Tarsia
    • un Verzi
    • Alessio
    La clamorosa sollevazione della città contro Venezia, avvenuta nel 1348, e il procedimento giudiziario a carico dei compromessi presentano la prima serie di una certa consistenza, ad esempio

    • Pasqualinus de Vitando
    • Checus de Azo
    • Facina de Alexio
    • Biaffa
    • Tranucius de Tarsia
    • Grampa
    • Bernardus Spelado
    • Volta
    • Marcolinus
    • Justiniano
    • Ambrosius e Michael Lugnan
    • Franciscus Grasso
    • Palamides ab Argento
    • Belgramino
    • Ugo Vecelin
    • Victor Dorso
    • Angelus Tholomei
    • Georgius de Almergogna
    • Cechus Floravante
    • Martinus de Lyo
    • Blasiolus Venturini
    • Marcus Farina
    • Laudadeus Toro
    • Loldadeus de Amizo
    • Giovanni Guavardo (Gavardo)
    • Guariento de Tarsia
    • Filippo de Pola
    • Andrea Belgramonio
    • Giovanni Brate (Brati)
    • Nicolò de Zarotis (Zarotti)
    • Giovanni Scribano
    • Marco Tarello
    elenco comprendente tutti i maschi della famiglia (padre e figli, fratelli, congiunti), con alcuni cognomi che si ripeteranno nei secoli seguenti fino ai giorni nostri, indice di seniorità non comune.

    La società capodistriana viene a delinearsi e a strutturarsi nelle sue varie classí sociali, che appaiono definite intorno alla metà del 1400 a partire dalla costituzione del Consiglio cittadino (avvenuta intorno al 1100), poi Maggior Consiglio (d'impronta veneziana), che viene a segnare lo spartiacque fondamentale tra i cittadini chiamati alla gestione del potere politico e amministrativo e i cittadini che ne sono esclusi.

    • Petrus de Johannone.
    • Sergius filius Giselbergi
    • Martinus filius gregari
    • Clerigino
    per cui non è possibile rintracciare l'origine ed il perpetuarsi di tutti i cognomi di famiglia formatisi in epoca successiva. Non resta che registrare i nomi di battesimo più comuni, che sono Giovanni, Francesco. (Cechus, da cui il noto dialettale Checo), Pietro, Domenico, Andrea, Benedetto, Antonio, Sergio, Martino, Giorgio, oltre a qualche altro nome di evidente importazione oltremontana quali Madericus, Altercarius, Audebertus, Rotecausus, Rantulfus, Rotopertus, di epoca feudale.

    I secoli che vanno dal 1400 al 1700 consolidano la facies cognomastica delle famiglie (oltre un centinaio) che a vario titolo di alto, medio e basso grado compaiono negli atti amministrativi cittadini. Veniva a formarsi un nucleo più ristretto per censo e autorità tale da costituire una vera e propria oligarchia informale. detentrice delle cariche superiori:

    • Gravisi
    • Grisoni
    • Sabini
    • Barbabianca
    • Pola
    • del Tacco
    • Belgramoni
    • Fini
    • Bruti
    • Carli
    • Borisi
    • Tarsia
    • Gavardo
    • Belli
    • del Bello
    • de Rino (Derin)
    • Zarotti
    • Verzi
    • Sereni
    • Vittori
    • Vergerio
    • Petronio
    • Manzini
    • Grio
    • Baseggio
    • Almerigotti
    • Totto

    Molti nomi sono reperibili negli statuti delle confraternite popolari:

    • Nicola Scevola
    • Paolo Francia (Franza)
    • Michele Sanuto
    • Nicola del Senno
    • Domenico Alberico
    • Pellegrin Boza
    • Zanne Istrael
    • Nicolò de Marince
    • Giuseppe de Grassi
    • Domenico dell'Acqua
    • Leonardo Venuti
    • Antonio Cesaro
    • Antonio Bernaldelli
    • Antonio Schipizza
    • Andrea Pogliato
    • Bernardo Gaietta
    Un corpo patrizio che comprende un titolo marchionale e sette comitali, di concessione veneta o del Sacro. Romano Impero, e con diverse utilità d'origine feudale detenute formalmente, dai superstiti, fino al 1800 inoltrato.

    Non è esistita una vera e propria borghesia, ma, accanto ai religiosi ai quali erano affidate le scuole, molti dei quali in missione temporale, veniva a formarsi nel tempo un ceto in qualche modo ad essa assimilabile tra la gente esercitante attività tali da consentire specialmente col commercio e l'artigianato, un certo rilievo economico, come gli Orlandini, i Demori, i de Mori, i D'Este, i Cadamuro, i Carbonajo, ma la maggioranza era costituita dagli agricoltori, dai marinai di piccolo cabotaggio e dai pescatori con cognomi tramandantisi nei secoli. Nell'epoca più recente si veniva a formare un gruppo di notabili per censo e attività produttive di non scarso valore quali i Poli, Sardos, Apollonio, Depangher, Spangher, Pizzarello, Priora, Cobol, Destradi, de Carlo, Cocever, Mamolo, Almerigogna, Apollonio Cobolli, Padovan ed altri ancora.

    • Benedetti
    • Burlin
    • Coceverin
    • Damiani
    • Deponte
    • Dreolin
    • Gavinel
    • Padovan
    • Parovel
    • Pelaschiar
    • Perini
    • Riosa
    • Romano
    • Sandrin
    • Sartori
    • Scher
    • Spingher
    • Stradi
    • Urbanaz
    • Vascon
    • Verzier
    • Zucca
    e cosi via con presenza storica ininterrotta fino al momento dell'esodo innescato alla fine della seconda guerra mondiale (1945). Una citazione particolare meritano gli artisti quali gli architetti e scultori Bartolomeo Costa, Giovanni Sedula, Domenico da Capodistria, Bartolomeo delle Cisterne, i pittori Clerigino e Francesco Trevisani detto il Romano, per lo più assenti o emigrati per ragioni di lavoro, mentre il pittore Giorgio Ventura emigrava da Zara, sua città natale, a Capodistria.

    La posizione dell'abitato storico sullo scoglio caprense, completamente isolato nei primi secoli e poi unito alla terraferma da una sola strada fino al 1824 circa e da due strade fino al 1929, ha indotto gli studiosi locali ad affermare l'esistenza di una società autoctona e chiusa in sé stessa, come per certi versi è effettivamente apparsa. Ma ciò non è vero in quanto è documentabile l'immigrazione sullo scoglio caprense, fin dal 1300 ed anche prima, di non poche famiglie da Venezia (Grisoni), da Padova (Cetto poi Zetto), da Udine (Muzio), dalla Dalmazia (Madonizza), dall'Albania (Borisi, Bruni, Bruti), dalla Grecia (Stradiotto, Grego, Papà, Zalacosta, Calogiorgio, Axipanagioti, Gramaticopulo, Micopulo, Paximadi) oltre che dalle vicine Chioggia, Trieste, Muggia, Isola e Pirano, mentre in uscita troviamo a Trieste i Gavardo e i Derin (de Rin), nel Veneto i Vergerio, a Milano gli Zarotti, a Corfù i Verzi.

    Un'epigrafe marmorea esistente nell'atrio d'ingresso del civico ospedale riporta l'elenco dei benefattori cospicui succedutisi dal 1624 al 1935 con 44 nomi molti dei quali di note famiglie storicamente residenti ma anche di persone immigrate da poco o trovatesi per particolari motivi, come la contessa spagnola Lucia de Flores, legata forse agli esuli carlisti di Trieste, e cognomi quali Maiola, Fattori, Stefanutti, Gorzalini, Casali, Clemencich, Rodatti Pagliai.

    Tutta gente di condizione economica, sociale e culturale la più disparata, assorbita e plasmata. dall'influente cultura cittadina fino a cancellarne le origini tanto da rappresentare un corpo pressoché compatto.

    Una riprova è rintracciabile in molti dei cognomi locali quali Trevisan (di Treviso), Parenzan (di Parenzo), Padovan (di Padova), oppure riguardanti direttamente la città di provenienza, Roma, Siena, Ravenna, Verona, Modena,..

    Gli ingressi nella società capodistriana non sono stati mai interrotti, comparivano noti nomi di Venezia o comunque del Veneto quali Venier, Badoer, Corner, Paruta, Basadona, Bon, Tiepolo, intorno alla metà del 1700 comparivano i Theils, ma con la fine della vetusta Repubblica di Venezia e con l'ingresso degli Austriaci (1797) arrivavano non pochi personaggi nuovi sia di rango sia di minor rilievo, alcuni dei quali entravano nel Maggior Consiglio cittadino con la riforma del 1802

    • Roth
    • Goess
    • Pantz
    • Rechberger de Rechcron
    da citare come esempio, senza tuttavia lasciare traccia, come nel caso dei Francesi, presenti dal 1805 al 1813, se non in certe parole più o meno storpiate entrate nell'uso comune dialettale. E difficile provare che sono di origine francese i cognomi Auber o Gerin, o Zorzet, come può sembrare, a parte l'emigrato lealista Gabriel Le Terrier de Maletot, tornato in Francia dopo la Restaurazione. Da notare anche che il generale Seras altri non era che il piemontese Serra...

    In epoche relativamente più recenti sono immigrati a Capodistria:

    dal Trentino:

    • Osti
    • Zucalli
    • Gerosa

    dall'Alto Adige:

    • Kofler
    • Pitcheidler

    dal Veneto:

    • Poli
    • Bellemo

    dal Friuli:

    • Pellarini
    • Bianchi
    • Schiavi
    • Blasig
    • Paulatto
    • Crovato

    da Pola:

    • Venturini
    • Ponis
    • Fonda

    dall'isola di Veglia (con terminazione -ich, poi tolta)

    • Brautti
    • Brussi
    • Cherini
    • Pagliari

    dall'Ungheria:

    • Czatsca

    dal Canton Ticino:

    • Nobile

    di lingua o grafia tedesca:

    • Paumann
    • Patzowsky
    • Hartmann
    • Rasmann (Relli)
    • Rosmann
    • Sardotsch
    • Majer (Maier)
    • Oraschen (Orazio)
    senza contare i non pochi italiani venuti dopo il 1918 ma presenti già prima (La Guardia, Bianchi, Pellarini, Uccello, Cascella...).

    Merita un cenno la questione della disposizione del governo, emanata nel 1926 con decreto legge n.ro 17 del 10 gennaio (convertito in legge), in base al quale era consentita, con atto prefettizio, la riduzione o cambiamento del proprio cognome in forma italiana. Di questa disposizione, ritenuta da taluni in sede politica intesa a modificare forzosamente la reale nazionalità della popolazione, si sono avvalse molte famiglie, ma non tutte, e ben pochi sono coloro che, dopo il 1945, sono tornati al vecchio cognome (Babich, Babici, ripreso il Babich; Scomersich, Scomersi, ripreso Scomersich).

    Una parte di questi cognomi era indubbiamente di origine straniera, per lo più tedesca, ma il gruppo più numeroso era costituito da cognomi terminanti in -ich, ritenuti d'origine slava e propri di taluni gruppi slavi, ma molti dei quali d'origine veneta slavizzati nel corso del 1800 quando l'amministrazione austriaca aveva affidato ai preti slavi la tenuta dei libri anagrafici parrocchiali (ad esempio Grisoni in Grisonich, Petris in Petrich, Cherini in Cherincich...). Nella restituzione in forma italiana le autorità provinciali avevano proceduto con una semplice traduzione fonetica o con l'eliminazione del suffisso ich o con adattamenti caso per caso. Alcuni nomi s'erano ridotti spontaneamente già da molti anni, come Lonschar (Lonzar e Lonza), Sardotsch (Sardos), Czatske (Ciasca). Il funzionario austriaco Patzowsky rimaneva nella memoria popolare come Pacioschi conferito al toponimo del molo e magazzino del sale del porto.

    Primo gruppo

    • Blokar Blocca
    • de Panger Depangher
    • Hartmann Armandi
    • Kofler Cofler Cofleri
    • Krainz Carnielli
    • Majer Maier
    • Oblasnitz Moraro
    • Oraschen Orazio
    • Rasmann Relli, Ramani, Romani, Rampini
    • Schor Roselli
    • Scok o Skok Scocchi
    • Krall (o Kralj?) Cralli
    • Zēliko Zelco
    Non si ebbero mutamenti in Reichstein, Zhiuk, di chiara origine oltremontana. 

    Secondo gruppo
    • Babich (Babic) Babici, Babi
    • Bacich Bacci (ma restano anche dei Bacich)
    • Bencich Bensi, Benci
    • Bernetich Bernetti
    • Bertetich Bertetti
    • Brainich Braini
    • Brussich Brussi
    • Bubnich Bubini
    • Cepich Ceppi
    • Cherincich Cherini
    • Cociancich (Coziancic) Cociani
    • Coslovich Coslovi
    • Gonich Gonni (ma resta anche Gonich)
    • Gregorich Gregori
    • Michelich Micheli
    • Marchesich Marchesi
    • Marsich Marsi
    • Martinolich Martinoli
    • Matossich Matossi
    • Opassich Opassi
    • Orbanich Orbani
    • Pajalich Pagliari
    • Paoletig Paoletti
    • Pechiarich Pecchiari
    • Scomersich Scomersi
    • Sepich Ceppi
    • Sossich Sossi
    • Tomasich Tomasi
    • Valentich Valenti
    • Zübalich Zuballi
    • Zudich Giudici

    Terzo gruppo
    • Babuder Babudri, Badoer (torna Babuder)
    • Biziak Bisiacchi
    • Burlin Burlini
    • Busan Bussani (resta anche Busan)
    • Fontanot Fontanotti
    • Giurman (Jurman) Giormani
    • Konieditz (Coniedis) Conelli
    • Kopacin (Copacin) Colonelli
    • Percauz Percossi
    • Plazzer Piazzi
    • Poropat Porro
    • Scher Sergi, Scheri, Serri
    • Urbanaz Urbani
    • Vattovaz Vattovani
    • Zdnik Zadini

    Quarto gruppo 

    Non si sono avute forme ridotte, ad esempio, in
    • Debellich
    • Grisancich
    • Ivancich (ma anche Giovannini)
    • Jerman
    • Olenik o Olenich
    • Radin
    • Schergat
    • Udovich
    • Zazinovich
    ma alcuni di essi sono di immigrazione più recente, non molto prima del 1940.

    Da notare, infine che alcune famiglie, imparentate tra loro o anche non imparentate, portavano un cognome comune: alcune di esse lo italianizzarono, mentre altre mantennero la vecchia denominazione (Rasman, Cociancich, Coslovich, Gonich o Gon, Scher, Scoc).

    Non si può parlare pertanto di una snazionalizzazione cognomastica come inteso da parte interessata per fini politici, come voluto dal Cadastre National de L'Istrie pubblicato a Zagabria, nel 1946, in lingua francese, dove si trovano riportati cognomi slavi o ritenuti slavi del tutto localmente sconosciuti (perfino un Kerincic per Cherini, Perhavec per Percuaz Percossi, Zank per Zanchi, perfino un Karlji, che sarebbe Gian Rinaldo Carli slavizzato anche nei due nomi).

    Quanti sono stati i capodistriani di nazionalità slava? Quali posizioni hanno occupato tra i concittadini di nazionalità italiana? Ben poca cosa numericamente e di nessuna influenza in nessun campo. Si possono ricordare quel Lusin della rivendita di materiali da costruzione nei pressi del Piazzale Bartoli, la famiglia Della Savia (non inganni il cognome che sembra italiano), i Ghersina, qualche prete passato per il seminario di Via Eugenia e rimasto, qualche piccolo commerciante.

    N.B. Gli elenchi sono esemplificativi e pertanto non completi.

    Famiglia: Tacconi

    Ildebrando Tacconi (Spalato, 1º marzo 1888 – Venezia, 30 aprile 1973) è stato uno storico e critico letterario italiano.

    Quinto di undici figli (sette femmine e quattro maschi), Ildebrando Tacconi nacque a Spalato da Vincenzo e Francesca Maria Tommaseo, lontana parente del celebre scrittore sebenzano Nicolò Tommaseo. Il padre - medico e per trent'anni direttore dell'ospedale civico di Spalato - era originario di Traù, ove ai primi dell'800 si era trasferito Giuseppe Tacconi, capostipite del ramo dalmata della nobile famiglia Tacconi di Pavia.

    Presa la maturità classica nel 1906 al ginnasio cittadino, Tacconi si laureò nel 1912 in lettere moderne (romanze) e in filosofia all'Università di Vienna, dopo aver trascorso un periodo di perfezionamento alla Sorbona di Parigi. Nel 1908 partecipò agli scontri viennesi fra studenti italiani e studenti tedeschi: i primi - fra i quali alcuni dei futuri capi del partito italiano della Dalmazia- manifestavano per l'istituzione di un'università italiana a Trieste, mentre i secondi vi si opponevano. Tacconi ne uscì con una clavicola spezzata. Evitando di recarsi in un ospedale pubblico per timore d'essere arrestato, fu curato alla bell'e meglio dal concittadino medico Carlo Pezzoli, per essere poi rispedito a Spalato dalla famiglia.

    A Vienna Tacconi seguì - fra gli altri - le lezioni del Meyer-Lübke e del Rešetar, perfezionando nel contempo la sua conoscenza del serbo-croato, del tedesco e del francese, che parlava e leggeva correntemente. Tacconi era altresì versato nel greco, nel latino, nello spagnolo, nell'inglese e nel russo.

    Il suo primo incarico fu quello di docente di italiano e di filosofia al ginnasio di Ragusa (1912-1918), passando in seguito a Spalato. Nel biennio 1918-1920 - nel pieno delle trattative per la definizione dei confini fra il Regno d'Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni - Tacconi s'adoperò in ogni modo per assicurare Spalato all'Italia.

    A seguito del Trattato di Rapallo, Tacconi si trasferì di conseguenza al ginnasio di Zara, come docente di lingua francese.

    A partire dalla fine del 1922, Tacconi iniziò il suo lungo periodo di direzione de «La Rivista Dalmatica», che in brevissimo tempo divenne la principale pubblicazione dedicata ad ogni aspetto culturale, artistico e storico della regione, con un chiaro indirizzo irredentista.

    Piegata in pochi giorni la Jugoslavia a seguito dell'invasione da parte delle potenze dell'Asse, Tacconi accettò la carica di commissario straordinario del governo italiano per il distretto di Spalato: fu insediato il 21 aprile 1941, alla presenza del commissario civile per la Dalmazia Athos Bartolucci, del generale Francesco Zingales (comandante del Corpo d'Armata celere che aveva occupato la Dalmazia), del senatore Antonio Tacconi (fratello di Ildebrando), del consigliere nazionale Nicolò Luxardo (zaratino), del presidente della provincia di Zara Antonio Arneri, del podestà di Zara Giovanni Salghetti e del capo del personale del PNF, Paolo Gianfelice. Pochi giorni dopo, Antonio Tacconi venne nominato commissario civile del comune di Spalato. 

    Si spostò nuovamente a Zara, ove divenne preside dell'Istituto Tecnico Commerciale «Francesco Rismondo».

    Rifugiatosi a Venezia per sfuggire ai bombardamenti alleati su Zara, tornò a rischio della vita nella capitale della Dalmazia per effettuare le consegne della Cassa e dei documenti dell'Istituto, definitivamente spostandosi a Venezia prima dell'ingresso delle truppe jugoslave in città (31 ottobre 1944). A Venezia continuò la sua carriera scolastica come preside: prima all'Istituto Magistrale «Nicolò Tommaseo» e infine all'Istituto Tecnico Commerciale «Paolo Sarpi», andando in pensione nel 1958.

    Fu membro del comitato direttivo della Società Dalmata di Storia Patria fin dalla fondazione (1926), socio effettivo dell'Ateneo Veneto, socio onorario dal 1949 ad effettivo dal 1958 della Deputazione di Storia Patria per le Venezie, nonché socio corrispondente della Società di Minerva di Trieste.

    Ildebrando Tacconi fu uno degli ultimi epigoni della dalmaticità italiana autoctona. Autore prolifico, s'interessò di storia, arte, filosofia, letteratura ed attualità, mettendosi al servizio dell'idea di italianità della Dalmazia.

    A quest'idea dedicò tutto sé stesso: preferì rimanere ad insegnare nelle scuole medie superiori della sua terra piuttosto che accettare la cattedra di Slavistica, che un'università italiana gli offrì negli anni '30.

    Il tema cui i suoi scritti si rivolgono ruotò quasi esclusivamente attorno alla Dalmazia. La forma esclusiva dei contributi di Tacconi rimase sempre quella dell'articolo specialistico: non si cimentò quindi mai in opere di più ampio respiro, probabilmente per poter pubblicare i suoi scritti ne «La Rivista Dalmatica», dedicataria esclusiva dell'intera sua produzione anche quando alcuni saggi erano nati inizialmente per altri scopi, come per esempio delle conferenze pubbliche, poi riadattate per la stampa.

    Vera e propria summa del pensiero del Tacconi fu un ampio articolo dal titolo Contributo della Dalmazia alla vita e alla cultura italiana: apparso in una prima versione nel 1941, in coincidenza con l'occupazione della Dalmazia da parte delle truppe italiane, venne in seguito ripreso e molto ampliato nel 1966. In questo saggio viene articolata la tesi della "tradizione vigorosamente latina" che accomuna la sua regione natale alla penisola. Ogni aspetto viene analizzato: dall'analisi della presenza della chiesa cattolica in Dalmazia alla lingua, dalla presentazione degli scrittori latini a quella degli scrittori italiani, dalla storia all'arte, dagli apporti scientifici alla stampa periodica. La finalità del Tacconi è quella di mantenere viva - in un afflato apertamente irredentista - la memoria di vicende e personaggi altrimenti dimenticati dagli italiani o addirittura "lasciati" alla Croazia con "sacrificio":

    «...a noi preme soprattutto dimostrare la continuità di una spirituale comunione che si perpetua nei secoli e «mai non resta».

    Il tema filosofico occupò una parte importante degli scritti di Tacconi, in modo particolare nel primo periodo della sua vita di studioso (dall'inizio degli anni '20 al 1943). In quest'ambito rientrano i suoi saggi sullo spalatino Giorgio Politeo (1924) e sul comisano Antonio Petrich (1927-1928). Tacconi si confrontò spesso col pensiero e le opere del raguseo Ruggero Giuseppe Boscovich (vari saggi fra il 1928 e il 1937, con una ripresa fra il 1959 e il 1960), da lui considerato il massimo pensatore della Dalmazia. All'opera dei ragusei Benedetto Stay e Nicolò Vito di Gozze Tacconi dedicò svariati scritti negli anni '30, mentre sull'opera del matematico traurino Albino Nagy si concentrò in due diversi numeri de «La Rivista Dalmatica» fra il 1933 e il 1934.

    Tacconi scrisse una trentina di articoli su diversi artisti della sua terra, dai più remoti (Radovan, Giovanni Dalmata, Andrea Alessi ecc.) ai suoi contemporanei (Bruno de Bersa, Tullio Crali, Roberto Ferruzzi ecc.). Oltre all'analisi dell'opera di questi artisti, a Tacconi preme connetterli al mare magno della cultura e dell'arte italiana.

    Una notevole mole di lavori è dedicata ai rapporti fra l'Italia e la Dalmazia: sia nella cultura che nella politica, con innumerevoli accenni ai personaggi apertamente italiani della costa orientale dell'Adriatico, quali (in ordine alfabetico) Arnolfo Bacotich, Antonio Bajamonti, Antonio Cippico, Arturo Colautti, Alessandro Dudan, Vincenzo Fasolo, Roberto Ghiglianovich, Natale Krekich, Pier Alessandro Paravia, Giuseppe Praga, Oscar Randi, Francesco Rismondo, Giuseppe Sabalich, Nicolò Trigari, Luigi Ziliotto e altri; o legati alla storia di quelle terre, come (in ordine alfabetico) Bruno Coceani, Gabriele D'Annunzio (apertamente lodato dal Tacconi in diversi articoli), Giovanni Giuriati, Enrico Millo e altri.

    Altro tema particolarmente caro a Tacconi fu quello dei rapporti fra Italia e Jugoslavia, e più in generale fra gli italiani e gli slavi nelle terre dell'Adriatico orientale. Le critiche di Tacconi si spartiscono equamente nella denunzia della politica italiana troppo accondiscendente (a suo dire) nei confronti dei vicini jugoslavi, e contemporaneamente nella denunzia dell'aggressività genericamente jugoslava e specificamente croata (sempre a suo dire) contro l'Italia e contro la memoria della presenza italiana in Istria, a Fiume e in Dalmazia.

    Antonio Tacconi (Spalato, 22 aprile 1880 – Roma, 25 gennaio 1962) è stato un politico italiano.

    Irredentista, giornalista, fu Fiduciario della Società nazionale "Dante Alighieri" per Spalato e per la Dalmazia, e Presidente dell'associazione scolastica "Lega culturale italiana".

    Nominato senatore del Regno d’Italia nel 1923, Tacconi fu la guida politica della comunità italiana di Spalato fra le due guerre mondiali, divenendo sindaco della città durante l’occupazione fascista. Come la maggior parte dei suoi connazionali, fu costretto ad abbandonare la Dalmazia dopo la seconda guerra mondiale, per trasferirsi in Italia, dove morì nel 1962.


    Archivio Museo storico di Fiume - Roma quartiere giuliano dalmata - Sacrario - medaglie dei decorati istriani fiumani e dalmati nella Prima guerra mondiale - Leone Veneto di Traù (copia ricostruita nel 1962 dono del sen. Dalmata Antonio Tacconi dell'Associazione Nazionale Dalmata) distrutto nel 1920 da nazionalisti slavi. Accanto il manifestino del Comitato d'Azione dalmatica datato 1920.




    La Guardia Territoriale di Capodistria, marzo 1944-maggio 1945

    L'11 marzo 1944 compariva sugli albi murali cittadini un manifesto col quale il commissario prefettizio Mario De Vilas annunciava la costituzione della Guardia Territoriale di Riserva esortando gli uomini validi ad iscriversi. Era un' iniziativa tedesca, il corpo portava infatti anche l' indicazione Landschutz, e lo scopo dichiarato era quello di offrire ai cittadini (non impegnati nelle verie formazioni militari regolari) la possibilità, in relazione alla guerriglia partigiana slava in corso, di difendere le proprie case: vi era assegnato un compito di guardia e pattugliamento nell'interno della città. I Tedeschi avrebbero fornito un armamento leggero e il soldo, in quanto il servizio era retribuito in ragione di circa 170 lire alla settimana.

    Capitava in quel torno di tempo il signor Rosenbach (o Rossbach) a far un po' di propaganda e a dare chiarimenti. Alto ed elegante, sorridente, vestiva una specie di tenuta sportiva da cavallo con stivaloni e cappello floscio e con gran disinvoltura portava un vistoso cinturone di cuoio chiaro con fondina e pistola.

    I tempi erano difficili, all'esterno gli slavi, all'interno fascisti e tedeschi che cercavano volontari, ricorrevano a leve e a rastrellamenti improvvisi. Pertanto dava la sua adesione, bene o male, la stragrande maggioranza degli uomini, dai più giovani ai più anziani, studenti, artigiani, operai, insegnanti, commercianti, impiegati, agricoltori e pescatori.

    Si formava un corpo di 350 uomini divisi in 4 plotoni ed una squadra per servizi interni. Per armamento venivano forniti 50 fucili Mod. 91/38 con un migliaio di cartucce, 1 mitra Beretta con un caricatore da 40 colpi, una ventina di bombe a mano "Breda" e "S.R.C.M.", una dozzina di cappotti grigioverdi di panno militare. Non c'erano divise, ma, come riconoscimento, un bracciale rosso con lo stemma dell'Istria, la scritta in italiano e tedesco e un tesserino di cartoncino verdolino. Da aggiungere, quasi una mascotte, una vecchia pistola a rotazione e a capsule del 1870 trovata da una pattuglia, buttata via da qualcuno che aveva voluto disfarsene, ad ogni buon conto, timoroso di incorrere in qualche sanzione per detenzione abusiva d'armi.

    Il comando provinciale del nuovo corpo era tenuto dal capitano o maggiore delle SS e Feldgendarmerie von Meutschke, un prussiano dai folti baffi rossicci tagliati alla Hitler, individuo facile ad alzare la voce e a dare in escandescenze, ma al quale non si poteva imputare alcuna cattiveria. Tra l'altro, non si faceva vedere molto.

    La sede cittadina veniva posta nell'ammezzato della Loggia (da tempo lasciata libera da quando il P.N.F. s' era trasferito in Brolo, nell'antico Fondaco divenuto Ca' Littoria, ma vi erano rimasti due grandi armadi con vecchie carte d'archivio, che vennero ritirate successivamente).

    Il corpo locale veniva organizzato dal dott. Antonio Padovan, capitano del disciolto R.Esercito, come primo comandate, indi dal maestro Paolo Paulin, tenente, e infine dal maestro Bruno Busan, promosso da tenente a capitano. Fungevano da aiutanti gli studenti Aldo Cherini e Lauro Ghitter. già sottotenenti dell'esercito, con un minimo di corredo di ruolini e registri. Fungevano da ufficiali d' ispezione in turni giornalieri il maestro Attilio La Placa, anche lui ufficiale del disciolto esercito, Piero Antonini e Riccardo Divora, lavoratori del commercio, Antonio Rovatti, artigiano, i maestri Nino Bensi e Paolo Zucca, Ferdinando Favento, tipografo, Vittorio Lonzar, operaio notoriamente criptocomunista. Il maneggio del fucile e alcune regole pratiche di comportamento relativo al servizio venivano impartite nel corso di alcune riunioni pomeridiane tenute nel cortile maggiore di Santa Chiara. Una lezione di tiro al bersaglio aveva luogo, un giorno, fuori Porta della Muda, lungo l' argine orientale di conterminazione della bonifica. Il maneggio del fucile da parte di gente poco pratica quando, finito il turno di servizio, bisognava togliere il caricatore, non diede luogo ad incidenti, pur partendo talvolta qualche colpo accidentale: ne andò di mezzo, una volta, l'impermeabile del maestro La Placa appeso, accuratamente ripiegato, ad una parete. Veniva creata una vera e propria fureria tenuta dapprima da Glauco Bonnes, sottufficiale d'artiglieria, e un magazziniere che montava in servizio a turni settimanali con il prof. Iginio Zuccali, il maestro Antonio Minutti e il maestro di macchina Russo, sbarcato dal piroscafo "Itala".

    Il servizio si attivava al tramonto del sole e, previo ritiro della parola d'ordine fornita dal capitano tedesco del porto, veniva svolto fino all'alba da quattro pattuglie di tre uomini, che giravano per il controllo dell'oscuramento e del coprifuoco; altri erano addetti a due postazioni fisse di guardia, alla radice della strada di Semedella, passata poi sul "fondo Calda" presso la centrale elettrica del Piazzale Ognissanti, e sul "fondo Almerigogna" in Riva Castel Leone; una guardia di due uomini saliva sul campanile col compito di dare l'allarme aereo con tre colpi di fucile in caso di comparsa di aerei isolati, quali il popolare "Pippo", per i quali non veniva dato l' allarme con le sirene.

    Servizio cittadino, quindi, ma ad un certo momento, a nulla essendo valse le proteste, una squadra veniva mandata a presidiare il ponte sul fiume Risano (danneggiato dai partigiani dopo l'8 settembre 1943 e riparato con travi di legno) assieme ad alcune guardie di finanza in borghese. Una dozzina di giovani che, preso alloggio nella vicina casa, dovettero organizzarsi anche con una propria mensa e condividere poi la guardia con giovanissimi soldati della Wehrmacht neanche diciottenni alloggiati nella casa cantoniera.

    Veniva a stabilirsi fin dall'inizio uno spirito di corpo favorito dalle comuni circostanze e dalla coscienza di un futuro assai incerto e inquietante. Veniva organizzato nella Sala della Loggia (un tempo sede di incontri culturali e sociali elitari) un vero e proprio spaccio, curato dal giovane Giusto Zhiuk, che forniva alle guardie in servizio un panino al formaggio e un bicchiere di vino e gazose, un vero e proprio ritrovo molto frequentato, con i soliti giochi, anche da coloro che non erano di turno essendo ogni altro locale pubblico chiuso a seguito del coprifuoco. Venivano sistemati nella grande sala anche alcuni letti di ferro, presi a prestito dall' Istituto Grisoni, che il più delle volte venivano usati da gente sorpresa in viaggio dal coprifuoco, che qui trovava ospitalità per la notte.

    Le disposizioni sull'oscuramento davano occasione a qualche contrasto e incidente. Un diverbio tra Antonio Rovatti e Piero de Manzini, l'antico podestà e uno dei cittadini più in vista, finiva con una multa inflitta a quest'ultimo. Ma peggio toccava al vecchio Pieri, abitante nella casa Petris di Via Combi: una finestra appariva malamente oscurata ed una pattuglia della Milizia Difesa Territoriale, passando per quella via, invitava rumorosamente a spegnere la luce, non solo, ma qualcuno si metteva a sparare proprio quando il Pieri stava affacciandosi rimanendo colpito a morte. In un primo tempo facevano servizio di pattuglia anche gli aderenti alla Milizia Ausiliaria del Partito Fascista Repubblicano, che non vedeva di buon occhio la Guardia di Riserva appioppandole il nomignolo di Guardia Rossa (ciò non era vero anche se in essa si mimetizzavano i vecchi filocomunisti e i nuovi filopartigiani, che però non erano molti). S'era venuto a formare, però, un certo gruppo vicino al Comitato di Liberazione Nazionale clandestino, del quale faceva parte, come si saprà dopo, lo stesso comandante Bruno Busan. Fatto sta che le relazioni stavano sul piano dei sospetti. Capitava una notte sotto la Loggia una pattuglia fascista denunciando un'oscuramento inefficiente e minacciando rappresaglie. Ne nasceva un incidente con parole grosse tra il commandante della Guardia Territoriale, che allora era Paolo Paulin e il segretario del Fascio Rpubblicano Nino de Petris, incidente che giungeva a conoscenza del maggiore von Meutschke il quale convocava tutti a Santa Chiara e prendeva il provvedimento di sciogliere la Milizia Ausiliaria e di incorporare i membri nella Guardia Territoriale. Paolo Paulin doveva dare le dimissioni e, a scanso di qualche guaio, si arruolava nella X MAS di Pola.

    Si arrivava così al mese di aprile del 1945. Le autorità politiche della Repubblica Sociale s'erano rese conto che la fine era questione di giorni e tentavano di addivenire ad un accordo per un ordinato trapasso di poteri agli esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale non più tanto clandestino. Il commissario prefettizio Mario de Vilas si recava al comando della Guardia Territoriale e prendeva contatto col capitano Bruno Busan inten- dendo prestare opera di convincimento quale intermediario, ma non ne scaturiva nulla.

    Dalle ore 23 del 27 aprile la città era in allarme, si temeva che i Tedeschi, in procinto di ritirarsi, avrebbero fatto saltare le mine del porto e non poca gente trascorreva la notte nei rifugi. Nelle prime ore del 28 aprile i Tedeschi abbandonavano infatti le posizioni tenute sulle colline tra Albaro Vescovà e Villa Decani, ritiravano le sentinelle del ponte del Risano. Il distaccamento della Guardia Territoriale, comandato in quel periodo da Aldo Cherini, se ne rendeva subito conto e un sopralluogo effettuato nel loro accantonamento della casa cantoniera rivelava la fretta con cui se n' erano andati abbandonando anche parte del materiale. Non restava al distaccamento che tornare a Capodistria, evento previsto da giorni e preparato con ritiro non per via di terra, dov'era probabile fare brutti incontri, ma per via di mare. Due uomini mandati alla casa padronale dei Nobile di Lazzaretto, dove c'era un telefono, erano stati scambiati per male intenzionati e avevano proseguito per Capodistria. Comunque erano stati presi accordi con un pescatore, che veniva con la sua barca a prelevare uomini ed effetti personali alla foce del Risano, sullo Scano. La breve traversata fino al porticciolo di Bossedraga era avveniva in tutta tranquillità.

    La situazione appariva molto incerta e confusa, ma il mattino del giorno 29 i Tedeschi stavano tranquillamente scaricando da una motozattera dei pezzi di artiglieria destinati a certe postazioni in allestimento sul Monte San Marco. I posti di blocco presso il ponte di Semedella e alla Muda erano sempre presidiati dalla Milizia Difesa Territoriale. Ma fattosi notte, dopo il rientro del presidio di Buie avvenuto con la copertura di un reparto di Capodistria, la Milizia si scioglieva abbandonando armi e materiali quasi al completo. Una piccola colonna blindata prendeva la via di Trieste mentre non pochi militi e ufficiali si presentavano al comando della Loggia chiedendo qualche indumento civile e offrendo in cambio giacche di pelle, scarponi e altri effetti. Ci fu, sotto il lume lattiginoso della luna, un via vai concitato ma nessun incidente. Nessuno negava quel poco di aiuto che poteva dare di fronte alla gravità dell'ora ed alle terribili incognite che stavano affacciandosi. Qualcosa di simile s'era già veduto in tutte le contrade d'Italia dopo l'8 settembre 1943 a riprova del fatto che la popolazione non sa nutrire sentimenti di rancore o di odio indiscriminati, cedendo solo alla sobillazione e alle mene dei mestatori.

    Alle prime luci dell'alba lasciavano la città gli ultimi militi. Se ne andarono con un autocarro per la strada di Semedella dopo aver scaricato in mare, presso il molo della Porporella, numerose casse. Se ne andarono dopo aver rivolto un saluto alla città, che avevano difeso per sette mesi dai partigiani slavi, e dopo aver offerto una borraccia con un po' di cognac ad una pattuglia della Guardia Territoriale, che aveva sostato nei pressi.

    Il maggiore Martini, comandante del presidio, che nonostante tutto non aveva disperato di poter organizzare una difesa fino al presunto arrivo delle truppe anglo-americane, non faceva in tempo a ritirarsi ma, aiutato dai frati di S.Anna, riusciva a salvarsi dopo asser rimasto nascosto per diversi giorni nella cassa dell' organo del convento. I nuovi venuti poterono mettere mano soltanto sulla sua divisa, che esibirono in Piazza prendendola a calci, quasi una velleitaria esecuzione in effigie.

    Al Porto, quel 29 aprile, le sentinelle del distaccamento tedesco di marina erano sempre al loro posto. La Guardia Territoriale era ora il solo corpo italiano organizzato oltre ai pochi Carabinieri e Guardie di Finanza, che avevano rimesso le stellette sulla divisa. Questo gesto, che intendeva essere una manifestazione di fiducia, costerà la vita ad alcuni di essi, pochi giorni dopo, per opera degli slavi.

    Ma la Guardia Territoriale non era un corpo militare, si accingeva però a provvedere all'ordine pubblico, al piantonamento dell' ufficio postale, della sede locale della Cassa di Risparmio dell' Istria, del cantiere navale I.S.T.R.I.A., dei magazzini dei viveri e deli uffici pubblici. Provvedeva anche al rastrellamento delle armi e degli materiali abbandonati dalla Milizia Difesa Territoriale. Parecchie armi, specialmente mitragliatrici e mortai, venivano rinchiuse in due stanze esistenti presso il comando nell'amezzato della Loggia. Ma altre, per iniziativa di uno sparuto ma pericoloso gruppo di fautori dei partigiani slavi, fermati appena possibile, venivano trafugate fuori Capodistria per essere consegnate alla formazione che si apprestava ad occupare la città.

    I primi di essi, una decina o poco più, penetravano nell'abitato poco dopo le ore 6. Il loro capo si presentava nel comando della Guardia in Loggia. Piccolo di statura e biondo, biascicava appena qualche parola d'italiano e, nel guardarsi attorno con malcelato nervosismo, sembrava più un fuggiasco che un "liberatore".

    Sulla strada provinciale erano apparse, intanto, le prime autocolonne tedesche che si erano ritirate da Pola ed erano dirette a Trieste. Gli automezzi si susseguivano ininterrottamente ed il rumore dei motori arrivava fino in Piazza, il che fu sufficiente a provocare la pronta ritirata degli slavi, che non si fecero più vedere per quasi tutto il giorno.

    La Piazza era particolarmente animata. Il sole splendeva impassibile in un cielo senza nubi e la gente, raggruppata in capanelli in attesa degli avvenimenti finali, si scambiava impressioni e notizie. Il Comitato di Liberazione Nazionale locale, in seno al quale si trovava in posizione di prestigio il farmacista Ghino de Favento mentre don Edoardo Marzari si trovava a Trieste, era uscito dalla clandestinità, aveva a disposizione un'automobile fornita da Libero De Carlo con tanto di sigla di riconoscimento dipinta sui fianchi, ma non aveva molti aderenti e non disponeva di un organizzione militare. Si sperava in un imminente ingresso di una formazione italiana che, si diceva, si trovava vicino a Buie. Altri affermavano che era giunta a Vanganel e che chiedeva automezzi per un rapido ingresso in città. Tutte illusioni, perché non esistevano formazioni italiane né vicino né lontano (la nuova Italia aveva già fatto rinuncia delle nostre terre).

    Pochi i fautori scoperti dei partigiani slavi, riconoscibili da una certa fascia bianca con segni e sigle blu che portavano al braccio sinistro, ma di più gli illusi che dal cambiamento di regime si aspettavano vantaggi.

    La maggioranza della gente credeva in un imminente arrivo delle truppe anglo-americane, tanto che alcuni operai del cantiere navale avevano alzato alla Porta della Muda un arco di legno a sostegno di alcune grandi scritte di benvenuto, ma ad opera non ancora finita venivano cacciati via in malo modo da alcuni slavi sbucati dai pressi.

    Vero le ore 13, le batterie tedesche di Punta Grossa cominciavano a sparare su Capodistria ritenendola già occupata dai partigiani. Il fuoco, fortunatamente non intenso, durava per parecchie ore ma non provocava, fortunatamente, vittime. Non ci si rese conto, dapprima, di che natura fossero i colpi nè da che parte arrivassero. Poichè qualche proiettile era esploso sul Belvedere, sull'Istituto Grisoni e sulla casa Madonizza, precisamente sul muro dell' ufficio postale, corse voce che trattavasi di bombe ad orologeria lasciate dal direttore dell'ufficio, scappato perché accanito fascista.

    Verso le ore 16, il reparto tedesco di artiglieria della postazione esistente presso il ponte di Semedella si ritirava dopo aver fatto saltare i pezzi e le riservette di munizioni. Un proiettile veniva lanciato in aria e cadeva nei pressi della Piazza da Ponte arrivando addosso ad uomo, che stava passando fortuitamente proprio in quel momento e in quel posto. Si trattava di Antonio Predonzani, il popolare Toni Isolàn, che moriva quasi sul colpo, vittima degli avvenimenti di queste ultime ore di guerra. Restava ora il distaccamento di marina del Porto e la incognita delle mine. Una delegazione di cittadini, esponenti del C.N.L. accompagnati dal capitano Bruno Busan, prendeva contatto col capitano di porto Trost, che non si rifiutava di parlamentare. Dichiarava che non si sarebbe arreso ai partigiani e che, se lasciato tranquillo, si sarebbe ritirato senza far saltare il dispositivo di distruzione delle banchine, cioè quelle mine, neppure se ne avesse ricevuto l'ordine. Parole certamente rassicuranti, ma era da fidarsi? Il capitano Busan avea già presa una sua iniziativa predisponendo un discreto servizio di vigilanza delle mosse dei Tedeschi e preparando due uomini che, d'accordo con un giovane marinaio tedesco, il viennese Wolfgang Menscha che durante il suo non breve soggiorno a Capodistria s' era fatto degli amici tra i coetanei e che aveva deciso di rimanere qui, sarebbero penetrati, se necessario, nella zona recintata per impedire il brillamento delle mine.

    Nelle prime ore notturne del 30 aprile 1945, i Tedeschi si misero a caricare molto materiale sul piroscafo "Itala" da essi requisito e tenuto pronto a muovere. Era evidente che la partenza non sarebbe ritardata per cui veniva dato l'allarme alla popolazione per mezzo delle campane. I Tedeschi, imbarcati anche gli ultimi ritardatari della M.D.T. quali Ferruccio Zanchi, mollarono gli ormeggi alle ore 4 al termine di una telefonata del capitano Trost alla delegazione cittadina con la quale aveva parlamentato, lasciando un saluto alla città.

    Poche ore dopo ricomparivano gli slavi e la libertà di Capodistria moriva sul nascere. La Guardia Territoriale di Riserva, svuotata da molti di coloro che vi avevano dato l'adesione, veniva tollerata per pochi giorni ancora e poi veniva sciolta.

    giovedì 14 dicembre 2023

    Capodistria, un pugno di medaglie d'oro

    Cinque medaglie d'oro al Valor Militare assegnate nel corso delle ultime due guerre mondiali a cinque nostri concittadini, Nazario Sauro, Ugo Pizzarello, Nicolò Cobolli Gigli, Giorgio Cobolli e Spartaco Schergat, danno a Capodistria, con i suoi ottomila o poco più abitanti, proporzionalmente un primato nell'eroismo e nell'amor patrio nei confronti di qualsiasi altra piccola o grande città italiana.

    In questi giorni pieni di amarezza e di sdegno, in cui l'ignoranza, l'insensibilità, la malafede e gli interessi occulti coagulati nel Trattato di Osimo ci rendono matrigna la Patria, la Fameia Capodistriana ha ritenuto doveroso presentare alla coscienza, non solo degli Istriani ma anche a quella di tutti gli Italiani, che credono ancora nei valori perenni di Patria e Giustizia, il ricordo di tali eroi quale pegno, malgrado tutto, di immutabile dedizione di Capodistria all'Italia.

    Antonio Della Santa.

    L'umanista Pier Paolo Vergerio il Seniore ha scritto, nel 1395, che la «patria» è titolo di felicità, «inter felicitatis numeros», e che la stessa non va misurata secondo la grandezza o meno, sicchè egli stima indifferente il nascere a Roma o a Sinigaglia purchè i cittadini suoi siano veramente uomini. Anzi, le cose eccellenti egli afferma nascono sovente in luoghi umili e oscuri.

    Non sappiamo quanti comprendono e apprezzano la umana filosofia dell'antico illustre nostro concittadino. Non certamente gli uomini politici, che oggi pontificano e ci governano, per i quali sembra aver valore soltanto il numero quale espressione di grandezza, d'ingombro, tenendo in non cale il centimento e il valore degli uomini, che non costituiscono grosse e turbolente comunità. Per essi i 350.000 profughi, o quanti ormai restano, non contano niente, i loro sentimenti non hanno significato, le loro lacrime sono nulla.

    È ben strana e malintesa la democrazia, che non consulta e non ascolta i suoi figli quantomeno nei problemi e negli atti più gravi, che li toccano direttamente, come l'attuale questione di Osimo, ponendo così in atto comportamenti sostanzialmente antidemocratici.

    Capodistria e le altre località istriane hanno il torto di essere state piccole «patrie» a nulla valendo che i loro cittadini siano stati «veramente uomini», a nulla valendo la millenaria appartenenza ad un nesso rivolto al di qua dell'Adriatico e non al di là delle Alpi Giulie.

    La coscienza latina e italica affonda infatti le radici in epoche lontane nel pensiero e nel comportamento di uomini quali Santo Gavardo, capitano della cavalleria di Ladislao re di Napoli, primo rintuzzatore delle offese fatte agli Istriani (1414); Pier Paolo Vergerio il Giovane, vescovo di Capodistria, che scrive dalla Francia: «... io disegno di tornar tosto in Italia, là dove sono quelle anime che Dio mi ha dato in custodia...» (1540); Girolamo Muzio, che dichiara di essere italiano perché nato a Capodistria (1550) e che propugna la cacciata degli stranieri e la creazione di una federazione di stati italiani; Nicolò Manzuoli, che scrive intorno all'Istria: «... questa Provincia è Italia e non una regione fra il Danubio e l'Italia, nè separata dall'Italia dal seno dell'Adriatico...» (1611); Gian Rinaldo Carli, che nelle «Antichità Italiche» tratta in buona parte dell'Istria (1788) per non parlare del celebre articolo «Della Patria degli Italiani» pubblicato su «Il Caffè» nel 1765.

    Nel periodo napoleonico, Capodistria è prefettura del Regno d'Italia (1805-1812) e a questo momento risalgono le idee, che sono alla base del movimento irredentista, del quale Capodistria è parte maggioritaria con uomini quali Antonio Madonizza, Carlo Combi, Nicolò de Rin, Nazario Stradi, Pier Antonio Gambini, Felice Bennati per citare alcuni senza far torto agli altri. Non è possibile contenere in breve spazio il nome di quanti, appartenendo a tutti i ceti, a tutte le classi sociali, anche alle più umili, manifestano apertamente e coraggiosamente la loro italianità.

    L'aspirazione al ricongiungimento all'Italia è sottolineata non solo col pensiero ma anche con l'azione e col sangue in tutti i posti dove viene alzata la bandiera tricolore, nelle fila di Garibaldi e nell'esercito piemontese. Antonio Baldini, fucilato dagli Austriaci nel 1848, apre la serie di coloro che non esitano a rischiare e a dare la vita nelle guerre d'Indipendenza, da Leonardo D'Andri, Alfredo Cadolino, Federico Cuder ai 13 caduti nella guerra del 1915-18, quando 67 giovani varcano il vecchio confine per arruolarsi volontari nell'esercito italiano in cielo, in terra e in mare volontari votati alla morte sul campo o, se catturati, al capestro, mentre 50 tra i cittadini più in vista, tra i quali 17 donne, vengono relegati in campi d'internamento a Oberhollabrunn, Mittergraben, Göllersdorf, Hainburg. Pio Riego Gambini, il primo dei caduti, redige un appello alla gioventù istriana, che l'aviatore Mario Bratti s'incarica di lanciare dal cielo d'Istria. Ad un figlio di Capodistria, al gen. Elio Italo Vittorio Zuppelli, è affidato il Ministero della Guerra ed è proprio lui che reca alla firma di Vittorio Emanuele III l'atto di dichiarazione di guerra all'Austria!

    Non va dimenticata la schiera di quanti si distinguono nelle attività di pace, nelle arti, nelle scienze, nelle lettere, negli studi di ogni genere con una profusione di sapere, che vale a conferire a Capodistria l'epiteto di Atene dell'Istria, con una serie di opere che trovano collocazione, non una esclusa, solamente nel contesto della cultura italiana.

    Ottobre 1918: i primi tricolori appaiono quando gli Austriaci non hanno ancora lasciato la città. Breve è la stagione del coronamento delle antiche idee, del congiungimento alla Madrepatria, vissuto intensamente e con entusiasmo, con dedizione e trasporto. Arriva poi una nuova guerra, non voluta, ma tutti fanno il loro dovere. Gli uomini partono e lasciano il loro sangue, i brandelli delle loro carni su tutti i fronti, dalle steppe della Russia, dai dirupi dei Balcani alle sabbie dell'Africa, alle distese degli Oceani. Quelli rimasti in patria si prodigano e lavorano, sottostanno con pazienza a tutti i sacrifici. Arriva 1'8 settembre 1943 e cadono le prime vittime innocenti. Arriva il 1945 con la sedicente democrazia delle esecuzioni sommarie senza processo, delle foibe, degli assassinii, delle deportazioni, della prigione per futili motivi, delle bastonate sulla pubblica via, delle intimidazioni d'ogni genere, dell'esodo, che non è volontario come a taluni farebbe comodo credere o far credere.

    La nuova Italia dapprima protesta, poi si stanca, si annoia; il calvario della parte migliore di tutti i suoi figli non interessa più, non ha più corso. Dopo cento assicurazioni solennemente elargite e disinvoltamente rimangiate, i detentori del potere se la cavano col metodo della reticenza, della disinformazione, della bugia, della superficialità.

    In faccia a costoro, che si sono arrogati il ruolo di liquidatori delle ultime nostre speranze, noi gettiamo un pugno di medaglie d'oro, le medaglie dei figli più puri della nostra passione.

    Giustino Poli

    •  Nazario Sauro

    Il Piazzale di Santandrea, a Bossedraga, era uno dei siti in cui più schietta era l'aria che si respirava: aperto sul mare a tramontana con un lato delimitato dalla banchina del mandracchio, era coronato dalle case dei pesca tori tra le quali facevano spicco due edifici adorni di finestre e bifore gotico- veneziane e romaniche, testimonianza dell'antichità di legami con una civiltà non certo rivolta ad oriente, come taluni oggi vorrebbero far credere. Mostrava qui la sua semplice facciata la settecentesca casa natale di Nazario Sauro fregiata di un bel Leone marciano, di corone bronzee e d'alloro e di una epigrafe marmorea.

    Ecco, negli anni venti e trenta, animarsi il Piazzale in varie occasioni allorchè brigate di visitatori, di gruppi di ex combattenti, di invalidi e di mutilati venivano da tutte le parti d'Italia a rendere omaggio alla memoria di un uomo, ch'era assurto a simbolo della fede e del martirologio adriatico, ecco formazioni di marinai e di soldati far da cornice alle manifestazioni, ecco personaggi illustri accostarsi all'umile casa e salire al piccolo museo, che la famiglia aveva allestito in una stanza interna,

    Nazario Sauro era nato il 20 settembre 1880 da Giacomo, piccolo im- prenditore e armatore, e da Anna Depangher. Figlio di marinai e di pesca tori, conseguiva nel 1904 il diploma di capitano marittimo di grande cabotaggio presso l'Istituto Nautico di Trieste. Prendeva imbarco sulle navi della Società «Austro-Americana» dei fratelli Cosulich e dell'Istria-Trieste acquistando conoscenza dell'Adriatico fino negli angoli più riposti, lungo le coste istriane e della Dalmazia sino all'Albania. Sposatosi con Nina Steffè, passava al servizio della Società di Navigazione Capodistriana facendo la spola tra Capodistria e Trieste al comando del piroscafo «San Giusto», che prenderà poi il suo nome, vicino ai figli Nino, Libero, Anita, Italo e Albania, avuti tra il 1901 e il 1914, che egli educava ai più alti ideali di amor patrio, di libertà e di dignità.

    Aderente al gruppo repubblicano di Pio Riego Gambini, allo scoppio della prima guerra mondiale lo troviamo impegnato a svolgere assidua opera a favore dell'Italia, del cui intervento non dubitava, raccogliendo informazioni riservate e viaggiando oltre confine fino a Venezia con la copertura di procurare carichi di farina. Abbandonava Capodistria il 2 settembre 1914 rifugiandosi a Venezia dove prestava la sua opera nei comitati di raccolta e di assistenza ai fuorusciti, che incoraggiava col suo entusiasmo, accorrendo tra i primi in aiuto ai terremotati della Marsica. Alla dichiarazione di guerra poteva finalmente arruolarsi volontario nella Marina Militare. Veniva asse- gnato col grado di tenente di vascello alla R.N. «Emanuele Filiberto» di guardia agli Alberoni a mordere il freno e ad architettare piani per un colpo di mano sulla costa istriana. Ottenuto un ruolo attivo, iniziava un'intensa attività di pilota pratico delle acque nemiche con imbarco su varie unità combattenti. Effettuava così una sessantina di missioni in 14 mesi facendosi spesso beffa del nemico: la cattura del piroscafo «Timavo», internato nell'Isonzato presso l'Isola Morosini, l'incursione nel golfo di Panzano col CT «Bersagliere», l'incursione nel porto di Trieste con la torpediniera 24 OS, l'azione contro la stazione degli idrovolanti di Parenzo col CT «Zeffiro», che egli portava audacemente all'ormeggio nel porto catturando un gendarme austriaco, l'incursione nel porto di Pirano, azioni che gli procuravano encomi solenni e una medaglia d'argento al valor militare con la seguente motiva zione: Prese parte a numerose ardite difficili missioni navali di guerra, alla cui riuscita contribul efficacemente, dimostrando sempre coraggio, animo intrepido e disprezzo dei pericoli e rendendo in tal modo preziosi servizi alla condotta delle operazioni navali. 23 maggio 1915-23 maggio 1916.

    Usciva più volte anche con i sommergibili: con lo «Jalea», comandato dal concittadino Ernesto Giovannini (pure lui decorato di medaglia d'argento), con l'«Atropo», col «Pullino», inviato nel golfo di Fiume all'attacco dei piroscafi alla fonda in quel porto. La seconda incursione col «Pullino» riusciva fatale. Partito da Venezia il 30 luglio 1916, il sommergibile si appre stava ad entrare nel Quarnero doppiando lo scoglio della Galiola a meridione allorchè investiva la secca rimanendo incagliato irrimediabilmente. Il fatto non ha mancato di sollevare, a suo tempo, interrogativi e polemiche e qualcuno ha parlato anche di imperizia. Bisogna considerare che quella zona di mare è soggetta a forti e irregolari correnti e che al momento dell'incaglio un piovasco aveva ridotto la visibilità a zero. Nella precedente incursione il «Pullino» aveva seguito la rotta di settentrione e aveva corso il rischio di finire sul campo minato difensivo della piazzaforte di Pola per cui è spiegabile la scelta della rotta meridionale. Risultato vano ogni tentativo di disincaglio, l'equipaggio abbandonava l'unità cercando di tornare indietro con una barca requisita agli allibiti guardiani del faro. L'errore Nazario Sauro lo fece, forse, in questo momento staccandosi dai compagni per guadagnare la costa italiana da solo destando così i primi sospetti. Deferito al tribunale militare di guerra, subiva estenuanti interrogatori e l'inumano e inutile confronto con la madre, che per salvare il figlio frenava l'impulso di gettarsi nelle sue braccia negando di conoscerlo. Condannato a morte per alto tradimento, veniva impiccato la sera del 10 agosto 1916 nel cortile delle carceri militari. Mentre il cappio già gli stringeva lo gola, Nazario Sauro trovava la forza di gridare, secondo la tradizione del Risorgimento, «Morte all'Austria! Viva l'Italia!»

    Nel testamento spirituale raccomandava alla moglie di ricordare sempre ai figli che egli era stato prima italiano, poi padre, poi cittadino. Con decreto del 20 gennaio 1919 gli veniva conferita la medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione: «Dichiarata la guerra all'Austria, venne subito ad arruolarsi volontario sotto la nostra bandiera per dare il contributo del suo entusiasmo, della sua audacia e abilità alla conquista della terra sulla quale era nato e che anelava ricongiungersi all'Italia. Incurante del rischio al quale si esponeva, prese parte a numerose, ardite e difficili missioni navali di guerra, alla cui riuscita contribul efficacemente con la conoscenza pratica dei luoghi e dimostrando sempre coraggio, animo intrepido e disprezzo del pericolo. Fatto prigioniero, conscio della sorte che ormai lo attendeva, serbò, fino all'ultimo, contegno meravigliosamente sereno e col grido forte e ripetuto più volte dinanzi al carnefice di "Viva l'Italia" esalò l'anima nobilissima, dando impareggiabile esempio del più puro amor di Patria. Alto Adriatico, 23 maggio 1915 10 agosto 1916».

    Vittorio G. Rossi ha scritto che Nazario Sauro va posto nella schiera di coloro, che nella guerra hanno messo di più degli altri italiani: la possibilità di due morti. Quella gloriosa, considerata tale anche dal nemico, e l'altra, dal nemico considerata ignominiosa: non la morte del soldato ma la morte del traditore, pesante, fredda, tetra e solitaria perchè quelli che stanno in- torno non sono amici ma giudici e carnefici..

    Non tutti sanno che Nazario Sauro è stato impiccato due volte. Nel 1952, le statue del monumento nazionale, smontato dai Tedeschi durante la guerra e riparate nell'atrio del Civico Museo, pregevole opera dello scultore Attilio Selva, venivano fatte a pezzi. La effigie di Sauro veniva appesa per il collo e lasciata ostentatamente cosi per qualche giornata prima di seguire la sorte delle altre statue, gesto odioso e rivelatore del vero animo di coloro, che occupano oggi le nostre terre.

    Le spoglie mortali dell'Eroe hanno seguito gli esuli e riposano ora al Lido di Venezia in attesa che sia fatta quella giustizia, nella quale egli ha creduto e per la quale è morto.

    • Ugo Pizzarello

    Ugo era figlio di Antonio Pizzarello, combattente con Garibaldi a Monte rotondo e a Mentana, e di Nicolina, sorella dell'avv. Pier Antonio Gambini, esponente dell'irredentismo istriano e padre di Pio Riego, caduto sul Podgora il 19 luglio 1915; Antonio era stato implicato in un clamoroso processo politico con la conseguenza dell'espulsione dall'Austria, cioè da Capodistria. Ciò bisogna premettere per comprendere lo spirito animatore di tutta la vita del generale Ugo Pizzarello.

    Ugo era nato il 14 luglio 1877 a Macerata, dove il padre insegnava. Scolaro e giovane esemplare, conseguiva la licenza fisico-matematica nell'istituto tecnico maceratese e veniva ammesso all'Accademia Militare di Modena da dove usciva, tra i primi del corso, nel 1898 col grado di sottotenente. Assegnato al corpo degli Alpini, al VII battaglione «Feltre», metteva a frutto la sua passione per la montagna quale scalatore audace e preparato e istruttore di guide. Importanti lavori per l'attuazione di ricoveri militari, da lui diretti, gli fruttavano ampi riconoscimenti e la prima delle onorificenze, quella del cavalierato della Corona. Una medaglia d'argento di benemerenza gli veniva dedicata nel 1908 in occasione dei soccorsi da lui apprestati a favore delle popolazioni colpite dal terremoto di Messina. Nel giugno 1912 veniva promosso al grado di capitano e, trasferito all'VIII Alpini, riceveva dall'Ufficio di Stato Maggiore, gen. Porro, l'incarico della compilazione di monografie militari. A tal fine manteneva stretti collegamenti con l'ambiente irredentistico di Capodistria.

    Nell'imminenza dello scoppio della guerra, ritornava tra i suoi alpini al comando della VI Compagnia del battaglione «Tolmezzo» assegnato al fronte carnico. Partecipava ai combattimenti accesisi alla testata del But, sul Pal Grande, al Freikofel guadagnandosi già nei primi giorni di guerra la prima decorazione al valor militare, la medaglia d'argento, e la promozione a maggiore. Ecco la motivazione: «Durante un attacco notturno e due successivi attacchi diurni a posizioni nemiche, con raro entusiasmo e coraggio mirabile, alla testa dei reparti che correvano in rinforzo della piccola guardia, si lanciava primo ove maggiore era il pericolo, animando gli inferiori con l'esempio e con la parola. Monte Pal Grande, 28 e 29 maggio. Si distinse anche per la valorosa condotta nel combattimento del 1915. Monte Freikofel, 22 maggio 1915». Tenente colonnello comandante di battaglione, si distingueva a Monte Croce Carnico nei duri scontri, che avevano luogo tra il 26 e il 27 marzo 1916, nel corso dei quali rimaneva ferito tre volte: non voleva abbandonare i suoi alpini e si faceva curare sul posto. Per tale comportamento gli veniva assegnata la croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia con la seguente motivazione: «Con coraggio, massima attività ed intelligenza, riusciva ad ottenere dalle truppe messe ai suoi ordini il massimo rendimento in modo che queste diedero brillante prova nell'azione offensiva del 26 e 27 marzo del 1916 al Passo del Cavallo e Selletta Freikofel, riuscendo a ricacciare il nemico, conquistarne le trincee e fare prigionieri e bottino di guerra. Passo del Cavallo e Selletta Freikofel, 26 e 27 marzo 1916».

    Promosso colonnello nel dicembre 1916, veniva assegnato al comando. del X reggimento di fanteria della Brigata Regina, che conduceva in vittoriose azioni sul Faiti meritando la seconda medaglia d'argento, che il Duca d'Aosta in persona volle appuntargli al petto, con questa motivazione: «Bella figura di comandante di reggimento, con mirabile calma e grande perizia trascinava i suoi reparti in ripetuti contrattacchi, sempre alla testa dei più ardimentosi, non desistendo dal suo fermo proposito se non dietro ordine superiore. Rac cogliano, 26 e 30 marzo 1917».

    Dal fronte giulio passava col reggimento al fronte trentino assumendo il comando tattico anche di quattro battaglioni di alpini. Partecipava all'aspra battaglia dell'Ortigara rimanendo, la sera del 25 giugno 1917, gravemente ferito alla testa. Non abbandonava il suo posto malgrado un temporaneo periodo di cecità causatogli dal trauma. Si riprendeva ma riceveva una seconda ferita alla testa e in altre parti del corpo sicchè veniva trasportato in gravis- sime condizioni alla settima Ambulanza chirurgica dov'era sottoposto a due trapanazioni del cranio per estrarre schegge di shrapnel, dell'elmetto e d'osso della volta cranica penetrate in profondità. Grazie a questo intervento veniva miracolosamente salvato. Una fotografia lo riprende con la testa avvolta in bende e con un sorriso smagliante sotto i folti baffi, come se nulla gli fosse capitato. Per il suo comportamento il Re gli conferiva «motu proprio» la medaglia d'oro al v. m. con la seguente motivazione:

    «Sempre in mezzo ai suoi soldati, per dividerne le sorti, in un violento contrattacco nemico, più volte contuso e poi gravemente ferito in fronte, volle rimanere sul posto, raro esempio di amor di patria, di sentimento del dovere e di indomito coraggio. Monte Ortigara, 25 giugno 1917».

    Al momento della ritirata di Caporetto, Ugo Pizzarello si trovava in ospedale a Padova. Chiedeva di ritornare al fronte, ma gli veniva affidato invece un delicato incarico in Inghilterra e in America nel quadro di una vasta azione intrapresa per la riscossa. All'epoca della conferenza della pace lo troviamo a Parigi nel gruppo degli esperti affiancati alla commissione italiana. Rientrava nel giugno del 1919 per assumere l'ufficio di assistenza e propaganda del Corpo d'Armata di Firenze. Qualche anno dopo prendeva il comando del 69° Reggimento di fanteria di stanza nel capoluogo toscano; veniva poi trasferito a Zara, dove rimaneva al comando di quel presidio dal 1924 al 1926.

    Con la promozione a generale passava a Perugia alla testa della Brigata Alpi (1930), indi a Bari (1935) e infine al comando della Zona Militare di Roma. Tra l'una e l'altra di queste destinazioni non mancava di far visita a Capodistria come nella primavera del 1933 allorché gli ex volontari di guerra capodistriani gli offrivano la medaglia coniata dal municipio in onore dei reduci. Nel 1937 passava a disposizione del Ministero della Guerra col grado di generale di Corpo d'Armata per incarichi speciali sino al congedo per raggiunti limiti di età, che aveva luogo nell'ottobre del 1941, dopo 32 anni di onorevole e ininterrotto servizio. Ritiratosi a Firenze, cessava di vivere ultraottantenne il 29 settembre 1959.

    • Nicolò Cobolli Gigli
    I fratelli Nicolò, Sergio e Antongiulio arrivavano a Capodistria nella stagione estiva, durante le vacanze, quando erano liberi dagli impegni scolastici e la famiglia veniva a trascorrere un periodo di soggiorno a Giusterna. Venivano da fuori perché tenuti lontano dalla città di origine dagli impegni del padre, l'ing. Giuseppe, che aveva coronato una brillante carriera a Roma quale ministro del dicastero dei lavori pubblici.

    Non per questo erano degli estranei, chè il sangue capodistriano di vecchio ceppo non s'era diluito nelle loro vene e vincoli di parentela e d'amicizia erano mantenuti con molti dei coetanei, specialmente coi cugini Cobolli. Cordiali con tutti, anch'essi erano attratti dal polo del Circolo Canottieri «Libertas» a Porta Isolana, luogo di convegno ideale, dove si vedevano spesso attorno alle barche ad organizzare uscite, escursioni o traversate sino al Lido di San Nicolò d'Oltra.

    Nicolò era nato a Torino, il 30 ottobre 1918, quando la prima guerra mondiale stava per finire e a Capodistria erano già apparsi i primi tricolori. Il padre Giuseppe, che seguiva gli studi al politecnico, era stato sorpreso dagli eventi del 1914 nel capoluogo piemontese e s'era arruolato volontario nel l'esercito italiano col cognome Gigli sposando poi una torinese, Maria Azario.

    Sensibile alla tradizione patriottica di famiglia e ai doveri, ch'essa comportava, Nicolò, appena diciottenne, partiva nell'ottobre del 1936 per l'Africa Orientale, terra che per i giovani del tempo rappresentava un romantico e avventuroso richiamo al di là del momento politico, dove egli si rendeva utile nello svolgimento di incarichi civili.

    Rimpatriato alla fine del 1937, aveva modo di coltivare la sua passione per il volo conseguendo, nel giugno del 1938, il brevetto di pilota civile, che gli permetteva di coronare la vecchia aspirazione di entrare in servizio nell'Aeronautica Militare. Assegnato alla scuola di volo di Castiglione del Lago, superava severe prove psico-fisiche e otteneva il brevetto di pilota militare il 10 luglio 1939. Col grado di sottotenente di complemento prestava il prescritto servizio di prima nomina nei bombardieri per passare presto nel 4° Stormo Caccia Terrestre, specialità che richiamava il fior fiore dei piloti. Veniva collocato in congedo il 16 marzo 1940 e poco più di due mesi dopo, avuto appena il tempo di conseguire la laurea in scienze politiche presso l'Università di Roma con una brillante tesi sull'Albania, al precipitare degli eventi, nei quali l'Italia veniva trascinata, Nicolò era richiamato in servizio. Destinato al 51° Stormo Caccia Terrestre, prendeva pratica dei velivoli operativi di prima linea passando dai vecchi C.R. 42 ai G. 50. Nel settembre dello stesso anno veniva assunto in forza dal 59 Stormo, inquadrato nel 24° Gruppo destinato alle forze aeree dell'Albania.

    Il giovane Nicolò Cobolli Gigli arrivava a Tirana il 2 novembre 1940 e veniva ben presto investito dal ciclone della guerra, nel quale si lanciava senza risparmiarsi e senza far valere amicizie e conoscenze altolocate, che avrebbero potuto metterlo al riparo dei pericoli. Dal novembre 1940 al marzo 1941 Nicolò era impegnato quasi giornalmente in voli di scorta ai bombardieri, in pattuglia di protezione ai campi, in azioni offensive, guadagnandosi la piena stima dei superiori e dei compagni di volo, su di un fronte difficile per le caratteristiche del terreno e sanguinoso per essere sostenuto da forze insufficienti rispetto alle inattese reazioni dell'avversario, che in un primo tempo era riuscito a ricacciare le truppe italiane in territorio albanese.

    Il 4 marzo 1941 si sviluppava un'offensiva aereo-navale al confine greco- albanese. Da Tirana giungeva la squadriglia da caccia di Nicolò alla scorta di nostri bombardieri, che venivano attaccati da una forte formazione di caccia avversari. Accesosi un violento combattimento, Nicolò si lanciava in aiuto di un gregario tagliato fuori e si trovava impegnato ben presto in una impari lotta fatta di picchiate, di cabrate, di scivolate d'ala tra il grandinare di proiettili. Alla fine gli aerei avversari si ritiravano lasciando sul terreno cinque aerei, ma anche due dei nostri mancavano infine all'appello. Uno veniva rintracciato entro le nostre linee; di Nicolò Cobolli Gigli nessuna notizia. Trepide le speranze, che si facesse vivo da qualche campo di prigionia e la concessione della medaglia d'argento con la seguente motivazione: «Audace pilota da caccia, gregario generoso e fedelissimo, partecipava con grande slancio a numerose crociere offensive, a scorte al bombardamento, compiute in territorio nemico e spesso al limite dell'autonomia. In combattimento contro caccia avversari contribuiva efficacemente all'abbattimento di dieci apparecchi; in altro aspro combattimento contro forze nemiche da caccia, più che doppie di numero, generosamente ed eroicamente accettava l'impari battaglia, finchè colpito fu costretto a scendere in territorio nemico. Cielo di Grecia, novem bre 1940 marzo 1941».

    La verità veniva appresa dopo 16 mesi quando il padre rintracciava e riconosceva la salma del figlio, quando fu possibile interrogare i testimoni oculari, come il capo del villaggio di Spilea, che rilasciava la seguente dichia razione: «Nelle prime ore del pomeriggio del 4 marzo 1941 mi trovavo a Spilea di Himara, da dove seguii il combattimento aereo-navale di quel giorno. La mia attenzione venne attratta da un aereo italiano, il quale, incurante del numero dei caccia nemici, li affrontava decisamente. Ne segui un serrato duello; l'italiano svolgeva brillanti evoluzioni da lasciare ammirati gli stessi soldati greci, sia per la perizia che per l'indomito coraggio tanto che gli stessi abitanti ne rimasero vivamente entusiasmati. Dopo poco, però, malgrado la aggressività e il coraggio, l'aereo italiano veniva colpito dal nemico e l'aviatore perdeva la vita nel generoso sforzo di volere tenacemente vincere. Questo aviatore viene qui ricordato come l'eroe del cielo di Spilea».

    Conosciuta la fine coraggiosa del giovane pilota, la medaglia d'argento veniva commutata nella medaglia d'oro alla memoria con la motivazione che segue: «Chiedeva e otteneva giovanissimo ancora, di essere assegnato ad un reparto di aviazione da caccia. Pilota di eccezionale valore, gregario sicuro e fedele, combattente tenace e aggressivo, in più scontri aerei contribuiva ad infliggere al nemico la perdita di numerosi velivoli. Durante un combattimento contro preponderanti forze nemiche, dopo aver strenuamente ed eroicamente sostenuto la lotta asperrima, si lanciava in soccorso di un gregario che, tagliato fuori della formazione, stava per essere sopraffatto. Una raffica nemica, colpendolo in pieno, stroncava con la sua fiorente giovinezza, l'ultimo suo gesto generoso degno della nobiltà d'animo e dell'ardimento, che aveva caratterizzato la sua vita. Cielo d'Albania, novembre 1940 4 marzo 1941».

    Il suo è stato un gesto molto simile a quello che pochi giorni prima era costato la vita nel cielo del Sudan al conterraneo Mario Visintini. L'offensiva italiana riguadagnava il terreno perduto proprio in quei giorni, ma non è stato dato a Nicolò di conoscere l'esito del sacrificio suo e dei molti suoi compagni d'arme, nè di riposare sotto i cipressi di S. Canziano, come avrebbe desiderato secondo quanto da lui confidato ad un amico.

    • Giorgio Cobolli
    Giorgio Cobolli è l'amico sincero, aperto e cordiale, pronto al sorriso malgrado tutto, è colui che, ad ogni incontro, fa rinverdire i ricordi nostalgici del tempo che fu. Del tempo della nostra Capodistria smagliante di colore veneto non ancora profanato, della casa con la facciata ombreggiata dagli alberi di magnolia dai candidi fiori, del Ricreatorio comunale, della Loggia, del Bel vedere, di Porta Isolana, del calore del dialogo ora serio ora ridanciano di una gioventù che si affacciava alla vita con le speranze non ancora tarpate, con i sogni non ancora delusi. La cerchia era vasta perchè vi entrava anche la gentile freschezza delle sorelle Italia e Redenta sempre presenti in tutte le iniziative patriottiche, sociali e ricreative (le rivediamo nella divisa garibaldina della Società di Ginnastica Femminile «Anita Garibaldi», presieduta dal padre).

    Un gruppo molto unito, che il padre, capitano Biagio, e la madre, Nicolina de Baseggio, hanno educato ad alti sensi di civismo nella scia di una tradizione, che affonda le radici sino ai primordi dell'irredentismo istriano e più in là (non a caso è dei Baseggio il primo tricolore italico della Guardia Nazionale napoleonica). Vecchia famiglia di patriotti, quella dei Cobolli, dalla quale sono emersi Giorgio, benemerito podestà dal 1885 al 1900; Nicolò, fondatore dei ricreatori comunali di Trieste, che ha dedicato una vita alla educazione della gioventù; il capitano Biagio. Vecchio lupo di mare e comandante lloydiano, esponente della Lega Nazionale, arguto verseggiatore, al centro di aneddoti, di cui basti ricordarne uno: assumendo, un giorno, il comando del nuovo piroscafo del Lloyd «Austria» egli esclamava con voce stentorea facendosi sentire da tutti: «Austria! Ti tengo finalmente sotto i piedi!» Ce n'era a sufficienza e nel maggio 1915 capitan Biagio veniva internato con la famiglia a Oberhollabrun dove, nel 1917, veniva alla luce Redenta.

    Giorgio è nato il 30 gennaio 1913. Conseguito il diploma di capitano di lungo corso nell'Istituto Nautico di Trieste, nel 1933, prendeva servizio presso società triestine di navigazione ed effettuava diversi viaggi in Mediterraneo e oltre gli stretti. Chiamato a prestare il prescritto servizio militare nella leva di terra, veniva destinato nell'ottobre del 1936 al corso allievi ufficiali di complemento presso la Scuola di Artiglieria di Lucca, dalla quale veniva licenziato l'anno successivo col grado di sottotenente. Prestava servizio di prima nomina presso il 23º Reggimento divisionale. Nel settembre del 1939 veniva richiamato nello stesso reggimento in previsione della guerra, in cui l'Italia stava per essere coinvolta, mentre si trovava imbarcato col grado di terzo ufficiale di coperta su di una nave della Società Adriatica di Venezia. Veniva assegnato al 204° Reggimento divisionale in partenza per la Libia. Sbarcato a Derna, il reggimento si trovava dislocato il 10 giugno 1940 nella zona di Tobruk e prendeva parte all'avanzata verso Alessandria d'Egitto e quel canale di Suez, che il padre aveva attraversato cento e più volte con i piroscafi del Lloyd, e dove i marittimi capodistriani si sentivano chiamare «cavresani» da bordo di una piccola barca a vela, al timone della quale si trovava il cap. Mario Giovannini, capo pilota della Compagnia del Canale.

    Giorgio non pensava certamente a tutto ciò il 10 dicembre del 1940 allorchè si vedeva impegnato col suo reparto in un violento combattimento contro gli Inglesi. Inquadrato dal fuoco nemico, rimaneva gravemente ferito ma non voleva abbandonare la posizione. Catturato sul campo, veniva sottoposto alle prime cure nel 19° Ospedale Generale per essere poi internato in un campo di prigionia sino all'aprile del 1942 quando, ormai cieco, veniva rimandato in patria a seguito di uno scambio di prigionieri invalidi. Dopo altre cure ospedaliere, Giorgio Cobolli veniva trattenuto in servizio col grado di tenente in forza presso il Comando Territoriale e poi presso il 23° Comando Regionale di Trieste. Assumeva incarichi direttivi in seno all'Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra e nell'Associazione Nazionale Combattenti.

    A riconoscimento del valore e dell'abnegazione dimostrata, Giorgio riceveva la massima decorazione al valore militare con la seguente motivazione: «Ufficiale comandante la pattuglia O.C. del Comando reggimento di artiglieria direttamente attaccato da forze corazzate avversarie, incurante dell'intenso bombardamento di artiglieria e del tiro diretto dei carri armati, con imperturbabile fermezza si prodigava nell'assolvimento del suo compito. Interrotte le comunicazioni, spontaneamente recava ordini alle batterie viciniori, attraversando zone già controllate da carri armati. Rientrato al proprio caposaldo di prima linea, dove più aspra era la lotta, accorreva di sua iniziativa ad una sezione di pezzi anticarro, che aveva già subito gravissime perdite, compreso il comandante, e, mentre con ammirevole calma e singolare coraggio dirigeva il fuoco contro carri armati a distanze molto ravvicinate, veniva gravemente colpito alla testa. Per quanto la ferita lo avesse reso completamente cieco, rifiutava di essere trasportato al posto di soccorso per non distogliere gli uomini dal combattimento e incitava i dipendenti, con la voce e con il gesto, a continuare nell'aspra lotta mortale finchè veniva catturato. Durante la prigionia, e malgrado delle gravi sofferenze, fu esemplare per alto spirito di patriottismo e indomita fierezza. Africa Settentrionale, 10 dicembre 1940

    L'Istria veniva occupata dagli Jugoslavi nel maggio 1945 e Giorgio Cobolli subiva deportazione e nuova prigionia. Ottenuta la liberazione, poteva soggiornare a Capodistria per breve tempo riparando a Trieste nel 1948, sulla via dell'esilio, come la maggior parte dei concittadini. Nel 1950 si trasferiva a Roma chiamato alla sede centrale dell'Unione Italiana Ciechi quale diri- gente il Servizio Lavoro e Assistenza e il Centro del «Libro Parlato».

    Promosso capitano nel Ruolo d'Onore con anzianità 1945, poi maggiore dal 1956, tenente colonello due anni dopo e colonnello dal 1959, Giorgio Cobolli vive con indomita dignità nella tristezza dei tempi che corrono, col conforto di Eugenia Lonza, la compagna fedele della sua vita, dei figli Marina e Giulio e dei nipoti.

    • Spartaco Schergat
    I ragazzi di Porta Isolana amavano cimentarsi in un gioco, ch'era solo per i più robusti perchè richiedeva doti di non comune resistenza e capacità di polmoni. Era una variante del popolare «a l'anda», un rincorrersi sui moli e in acqua tra salti, guizzi e tuffi sotto le barche per far perdere le tracce, senza soste sino a scoppiare. Tra questi ragazzi primeggiava Spartaco Schergat, che rivediamo cianotico per lo sforzo, coi capelli sugli occhi, magari col viso impiastricciato del fango raccolto sbattendo sul fondale limaccioso.

    Polmoni a mantice e dimestichezza con l'acqua Spartaco aveva sempre dimostrato di possedere; non fa meraviglia quindi che, seguendo una vocazione che già s'era manifestata nel padre e nel fratello maggiore, egli abbia trovato pane per i suoi denti nell'attività di palombaro.

    Nato il 12 luglio 1920, secondogenito di Pietro Schergat e di Maria Norbedo, era cresciuto tra le calli e i campielli della vecchia Capodistria, volonteroso scolaro a Santa Chiara e amico di tutti. Passata la leva di mare, partiva per il servizio militare in Marina nel marzo del 1940 e, dopo un primo periodo di addestramento presso la scuola del Corpo Reale degli Equipaggi Marittimi di Pola, veniva trasferito alla scuola di specializzazione di San Bartolomeo presso la base navale di La Spezia. Alla fine del periodo di istruzione e di selezione riceveva, nel settembre dello stesso anno, il bre-lvetto di palombaro grazie al quale, a sua richiesta, passava nei reparti speciali d'assalto, allora tenuti segreti sotto il nome di copertura di X Flottiglia MAS. Questi reparti richiedevano doti psichiche, morali e fisiche eccezionali, per cui egli si sottoponeva ad un nuovo periodo di allenamento massacrante e non scevro di pericoli al termine del quale entrava in quelle piccole ma aggressive formazioni che seminavano lo scompiglio e aprivano vuoti nello schieramento nemico con l'affondamento complessivo di quattro navi militari e ventisette mercantili. Troviamo Spartaco Schergat impegnato in varie azioni guadagnando menzioni onorevoli, due croci di guerra e una medaglia di bronzo, delle quali riportiamo le motivazioni:

    «Volontario nei mezzi d'assalto della Marina partecipava come operatore di riserva al forzamento di una delle più potenti basi navali avversarie. A bordo del Sommergibile che con difficilissima navigazione ostacolata da correnti e dalla caccia avversaria trasportava gli audaci fino a poche centinaia di metri dalle ostruzioni, manteneva contegno calmo e coraggioso e coadiu vava efficacemente i compagni nella fuoriuscita. Gibilterra, settembre 1941».

    «Volontario nei reparti d'assalto della Marina, partecipava prendendo imbarco su Sommergibile, a una arditissima missione di avvicinamento e di forzamento di una piazzaforte nemica, dando prova di slancio, coraggio ed elevato spirito combattivo. Mediterraneo Occidentale, 20 settembre 1941- 10 novembre 1941».

    «Volontario nei reparti d'assalto della R. Marina affrontava con cuore gagliardo e con sereno ardimento i più ardui cimenti. In qualità di operatore assistente, partecipava ad una ardua missione di guerra contro una munita base navale nemica nella cui prossimità prestava con perizia e abnegazione la sua sperimentata opera di assistenza. Mar Mediterraneo, maggio 1941».

    Grazie allo stato di servizio, Spartaco Schergat veniva prescelto con pochi altri per una impresa eccezionale: il forzamento della base navale inglese di Alessandria d'Egitto, che aveva luogo con pieno successo nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941 agli ordini del capogruppo t.v. Luigi Durand de la Penne e condotto da un pugno di audaci alla manovra di tre SLC (siluri a lenta corsa) o, come si diceva in gergo, di tre «maiali». Troviamo Spartaco assegnato quale secondo operatore al semovente n. 223 col capitano del Genio Navale Antonio Marceglia di Pirano. Il piccolo gruppo di spericolati veniva portato sin nei pressi della base nemica dal sommergibile «Sciré», che lasciava liberi gli incursori di procedere coi propri mezzi. Superate con fortuna le ostruzioni, il piccolo gruppo si divideva e ognuno puntava verso il proprio obiettivo. La coppia Marceglia-Schergat eseguiva la manovra di attacco e di disimpegno senza intoppi e con assoluta regolarità. Collocata la carica esplo siva sotto la corazzata «Queen Elizabeth», i due riuscivano a prendere terra e a passare i cancelli del porto senza farsi notare. Mentre le prime luci del l'alba cominciavano a rischiarare il cielo, tre potenti esplosioni rompevano la calma dell'ora mattutina segnando il destino delle corazzate «Queen Elizabeth» e «Valiant» e della petroliera «Sagona» oltre a danneggiare un cacciatorpediniere. Veniva così restituito il colpo di Taranto e pareggiata la situazione con un'azione, che non trova paragone in nessun altro fatto clamoroso di tutta la guerra.

    Merceglia e Schergat prendevano il treno per Rosetta, alle foci del Nilo, al fine di guadagnare il mare, dov'era in attesa un sommergibile, ma finivano per essere notati e catturati. Dopo molti e inutili interrogatori nel centro raccolta informazioni del Cairo, venivano internati nel campo di prigionia n. 321 dislocato in Palestina, da dove Spartaco veniva spostato in Sud Africa.

    Nell'ottobre del 1944 ritornava in patria per riprendere servizio presso la base navale di Taranto col grado di sergente. I reduci di Alessandria e i superstiti della X MAS venivano decorati, nel marzo del 1945, alla presenza dell'ammiraglio inglese Morgan, già comandante della «Valiant», che cavalle rescamente volle riconoscere il valore dell'ex nemico appuntando la medaglia d'oro sul petto di Durand de la Penne. Il massimo riconoscimento toccava anche a Spartaco Schergat con la seguente motivazione:

    «Eroico combattente, fedele collaboratore del suo ufficiale, dopo averne condivisi i rischi di un tenace, pericoloso addestramento, lo seguiva nelle più ardite imprese e, animato dalla stessa ardente volontà di successo, partecipava con lui ad una spedizione di mezzi d'assalto subacquei, che forzava una delle più potenti e difese basi navali avversarie, con un'azione in cui concezione operativa ed esecuzione pratica armonizzavano splendidamente col freddo coraggio e con l'abnegazione degli uomini. Dopo aver avanzato per più miglia sott'acqua e superate difficoltà ed ostacoli d'ogni genere, valido e fedele aiuto all'ufficiale, offesa a morte con fredda bravura la nave attaccata, seguiva in prigionia la sorte del suo capo, rifiutandosi costantemente di fornire al nemico qualsiasi indicazione: superbo esempio di ardimento nell'azione e di eccezio qualità morali. Alessandria, 18-19 dicembre 1941».

    Ottenuto il congedo nel novembre del 1945, Spartaco ritrovava la città natale in condizioni differenti rispetto a quando l'aveva lasciata cinque anni prima. Non menò alcun vanto, non disse una parola neanche in seno agli amici più fidati, fedele alla consegna del massimo riserbo sulle missioni e sui mezzi impiegati. Si sposava il 25 dicembre 1945 con Elda Giovannini. Due figli, Marina e Romano, nascevano a Capodistria, ma la terza, Anita, vedeva la luce ad esodo avvenuto, a Trieste, nel 1954. Qui egli si è fermato dopo aver continuato a rischiare la vita nelle operazioni di bonifica delle acque minate a Genova e in altri porti. Nominato secondo capo di comple mento con anzianità 1969, fregiato del titolo di cavaliere ufficiale della Repubblica Italiana, Spartaco Schergat presta attualmente la sua opera presso l'Università degli Studi di Trieste.

    Trieste, gennaio 1977.



    L'impresa di Fiume, il Vittoriale e il mancante tricolore fiumano

    Egregio direttore, al Vittoriale degli Italiani di Gardone l'arca con le spoglie di Gabriele D'Annunzio è circondata da quelle dei suoi più cari amici e compagni in guerra e nell'impresa di Fiume. A quell'avventura partecipò anche un illustre parmense, Alceste De Ambris, esponente del sindacalismo rivoluzionario italiano, che aveva guidato lo sciopero agrario del 1908 nella provincia di Parma, battendosi contro la polizia governativa e il Regio Esercito mandati a sedare i tumulti. Fu nominato da D'Annunzio Capo di Gabinetto nel governo della città, ed elaborò la famosa Carta del Carnaro, la costituzione della Reggenza, poi trascritta in prosa aulica dal Poeta, ancora oggi studiata per gli espetti innovativi e di democrazia diretta che conteneva.

    Sui pennoni del Vittoriale da qualche tempo sventola una strana bandiera, con lo stemma di Fiume, ma non in campo rosso giallo e blu, storici colori della città, bensi in uno strano campo azzurro. Ho chiesto spiegazioni e mi è stato risposto che quella è l'attuale bandiera di Rijeka. Ho pensato a un errore di qualche funzionario, ma alla mia replica Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione del Vittoriale, confermando essersi trattato di una precisa scelta culturale da lui voluta, mi ha risposto così: Gentile sig. Bernkopf, abbiamo messo la bandiera di Rijeka oggi come mettiamo la bandiera italiana senza stemma sabaudo, G. B. Guerri».

    Non è la stessa cosa: la rimozione dello stemma sabaudo fu una scelta espressa con il referendum istituzionale del giugno '46. Con o senza stemma il nostro tricolore rappresenta comunque l'Italia; i fiumani si battevano per l'italianità, non necessariamente per la monarchia, tanto che nel '21, alle prime elezioni libere dopo la prima guerra mondiale, quando a seguito del Trattato di Rapallo Fiume fu proclamata «Città libera», vinsero gli autonomisti di Riccardo Zanella.

    Come figlio di esuli fiumani sono mortificato, e credo lo siano tutti gli esuli giuliano dalmati, e fiumani in particolare: nello storico Vittoriale degli Italiani una bandiera slava proprio non mi aspettavo che potesse essere issata. Non è certo per Rijeka che D'Annunzio è partito con i suoi legionari, fra cui Antonio Gottardo, Giuseppe Piffer, Mario Asso e Guido Keller, che riposano nelle arche del mausoleo attorno a quella di D'Annunzio. Non è certo per Rijeka che è morto Riccardo Gigante, senatore e sindaco di Fiume, ucciso dai partigiani comunisti slavi senza processo, e gettato barbaramente in una fossa comune. All'arrivo dei suoi resti al Vittoriale, una rappresentante della famiglia Gigante coprì la cassa con il nostro tricolore, vessillo inequivocabilmente italiano anche senza lo stemma sabaudo, ma sopra dispose la bandiera rossa, gialla e blu di Fiume italiana. Nell'occasione Giordano Bruno Guerri ebbe a dire: «possiamo soddisfare una volontà di Gabriele d'Annunzio e del suo amico Riccardo Gigante che desideravano essere seppelliti insieme, vicino ad altri compagni di guerra e dell'impresa di Fiume». Avrebbe dovuto dire «dell'impresa di Rijeka», visto che è la bandiera di Rijeka che ha fatto issare: se vedessero sventolare quella bandiera straniera sopra di loro, di certo quei morti si rivolterebbero sdegnati nelle loro arche di pietra. Spero che il presidente Guerri corregga l'errore.

    Edoardo Bernkopf


     

    martedì 12 dicembre 2023

    Il Milite ignoto: il soldato simbolo dell'Italia unita

     

    In Italia, sublime ed umil sorge
     l'ara a l'Ignoto Milite. E niente 
    di lui si sa, fuor che morì e risorge... 
    Sì, chiamatelo Italia l'umil morto, 
    e dite che quel dio oggi è risorto!

    Le solenni celebrazioni del 4 novembre 1921 in onore del Milite Ignoto hanno rappresentato secondo alcuni studiosi il rafforzamento, da parte degli italiani, di quello spirito patriottico che era stato messo più volte a dura prova dalle innumerevoli sofferenze patite durante la Prima guerra mondiale.

    Quella che il popolo italiano vive nelle intense giornate del viaggio del Milite Ignoto da Aquileia a Roma è una vera e propria manifestazione di sacralità laica e orgoglio nazionale, in cui la devozione verso Dio e verso la Patria si fondono in un unico rito collettivo, generando tra la gente comune un’apoteosi del sentimento patrio e del processo di sacralizzazione della nazione.

    Subito dopo la commovente tumulazione della salma nel loculo posizionato sotto la statua della Dea Roma, il Vittoriano, che da quel momento sarà per tutti gli italiani anche l'Altare della Patria, diventa luogo di un incessante pellegrinaggio da parte delle migliaia di persone giunte nella capitale per assistere al secolare evento. A rendere gli onori ufficiali alla lapide arriveranno anche il generale americano Henry Tureman Allen, l’Ammiraglio inglese Sir Charles Madden, il Re del Belgio, il Presidente dell’Argentina Marcelo Torcuato de Alvear e varie delegazioni militari. 

    La giornata patriottica che si svolge il 4 novembre 1921, però, non vede protagonista solo la città di Roma. Con la circolare diramata il 30 settembre, infatti, il Ministero della Guerra aveva affidato ai Comandi di Corpo di Armata territoriali il compito di organizzare per quel giorno, e nello stesso momento in cui a Roma sarebbe stata data sepoltura alla Salma dell’Ignoto Militi, “solenni onoranze in tutti i presidi dipendenti nel modo che riterranno più conveniente d’accordo con le autorità della Regia Marina, con quelle civili e politiche e coi Comitati Cittadini”.

    Come testimoniano gli album fotografici messi a disposizione dal Fondo del Milite Ignoto dell’archivio del Museo Centrale del Risorgimento, la mobilitazione e la partecipazione popolare è massiccia in tutta Italia, da nord a sud, senza distinzione alcuna tra una zona e l’altra. In seguito alla partenza dalla città di Aquileia del soldato scelto da Maria Bergamas, le dieci salme rimaste nella Basilica vengono sorvegliate per alcuni giorni da un picchetto d’onore fino alla mattina del 4 novembre quando viene celebrato il rito religioso da mons. Celso Costantini, vescovo di Fiume.

    Conclusa la funzione in chiesa Costantini recita una preghiera di assoluzione nel piazzale antistante la basilica invitando tutta la popolazione e i reparti militari presenti ad inginocchiarsi; subito dopo le salme dei caduti vengono portate a spalla nel cimitero degli eroi, situato proprio dietro l’edificio di culto, dove le bare sono calate una per volta nella fossa scavata davanti a un altare speciale progettato e realizzato per l’occasione dall’architetto triestino Guido Cirilli. In quella stessa fossa verrà sepolta, a distanza di molti anni, anche Maria Bergamas, la donna che ha rappresentato tutte le madri italiane nel momento della scelta della salma.

    Una volta terminata la benedizione da parte del vescovo la popolazione di Aquileia sfila commossa per diverse ore all’interno del cimitero per rivolgere un ultimo saluto ai resti mortali dei dieci soldati italiani sacrificatisi in nome della Patria. Oltre all’intero popolo italiano un altro protagonista del 4 novembre 1921 è, senza alcun dubbio, il silenzio, che imposto dalle autorità politiche viene rotto soltanto dal suono della campane, dai lamenti delle mogli e delle madri dei caduti in guerra, dal rullo dei tamburi, dallo sparo dei colpi di cannone a salve che partono dai presidi militari e dall’esecuzione da parte delle bande militari del brano “La canzone del Piave” e dell’inno al “Soldato ignoto” di E. A. Mario.

    Gli omaggi al Milite Ignoto vengono solennemente resi in tutte le città italiane attraverso messe celebrate all’aperto per consentire la partecipazione dell’intera cittadinanza all’evento; non si tengono, inoltre, discorsi ufficiali di nessun tipo da parte delle autorità politiche poiché sono stati rigorosamente vietati dal governo. Gli operatori di ripresa immortalano con innumerevoli fotografie le folle riunite quella mattina nelle piazze e nelle strade di molte città e paesi. Durante tutte queste celebrazioni ufficiali il culto religioso e quello politico sono unificati in un solo rituale patriottico nel quale, dopo la funzione sacra, si assiste in quasi tutti i centri all’inaugurazione di un monumento cittadino per imprimere anche nel marmo il ricordo indelebile del Milite Ignoto italiano.