martedì 12 dicembre 2023

600 martiri Fiumani caduti per mano jugoslava

Estratto da “Proposta di Legge n.684 del 30 Aprile 2008 presentata dal Deputato On. Roberto Menia per la concessione della Medaglia d’Oro alla città di Fiume”

Nel nome dell'italianità, della civiltà e della libertà, caddero o scomparvero a Fiume, dopo il 3 maggio 1945, le seguenti persone:

  • Achillich Antonio, di Antonio, nato a Veglia; milite appartenente al reggimento MDT, disperso in Istria dopo l'occupazione titina. 
  •  Adam Angelo, nato a Fiume il 20 aprile 1898 da padre operaio delle Ferrovie dello Stato e da madre bidella della scuola elementare di via dei Gelsi. Autodidatta studiò la meccanica, divenne ottimo meccanico e fu assunto al silurificio Whitehead. Partecipò a varie manifestazioni di italianità prima della guerra 1914-1918. Nell'ottobre 1918 fece parte della Guardia nazionale e poi durante l'impresa di d'Annunzio si arruolò volontario nella Legione Fiumana. Antifascista dichiarato, espatriò a Sussak e tenne i contatti col Comitato antifascista di Parigi, dove poi si trasferì. Dopo l'8 settembre 1943 rientrò a Fiume e prese contatto col «Fronte Nazionale» onde raccogliere le varie correnti democratiche della città per un rinnovamento civile e sociale del Paese. Con l'occupazione tedesca venne arrestato e deportato a Dachau. Sopravvissuto alla prigionia rientrò a Fiume nel luglio 1945 e credette di poter riprendere la lotta a fianco dei lavoratori, cosa non gradita alle autorità titine, e il 4 dicembre 1945, mentre si accingeva a partire per Trieste venne arrestato insieme alla moglie Stefancich Ernesta. Il giorno successivo venne arrestata pure la figlia Zulema e della famiglia Adam non si seppe più nulla. 
  •  Alì Anna in Loffredo, di Tommaso. Arrestata nel maggio 1945 e deportata senza più dare notizie. 
  •  Aloi Domenico, deportato dopo il 3 maggio 1945, non diede più notizie. 
  • Amato dottor Giuseppe, Commissario Capo della Questura di Fiume. Arrestato dagli slavi dopo l'occupazione della città venne fucilato al campo di Grobnico il 16 giugno 1945 insieme ad altre 93 persone la maggior parte appartenenti alla Questura. La notizia della fucilazione venne data alla moglie del dottor Amato da un ufficiale dell'OZNA senza precisare la data e la località dell'esecuzione. 
  • Amici Franco, della provincia di Fiume. Arrestato e deportato per ignota destinazione. 
  • Ancona dottor Guido, segretario della fondazione della «Fiume SA di Assicurazioni e Riassicurazioni». Alla morte del padre divenne direttore generale. Fu un funzionario e dirigente efficiente e ben voluto da tutto il personale. La notte del 15 novembre 1946, mentre si trovava ospite di una famiglia di conoscenti, venne prelevato da due esponenti dell'OZNA, fatto salire su una autovettura e scomparve dalla circolazione. Dopo alcuni giorni si venne a sapere che il dottor Ancona si trovava nelle carceri di via Roma. Verso la fine di novembre fu ricoverato nell'ospedale di Sussak in seguito ai maltrattamenti subiti e, per le sofferenze fisiche e morali, decedeva il 4 dicembre successivo. 
  • Aquila Colonnello, ufficiale dell'Esercito, richiamato, prestava servizio a Fiume. Arrestato dall'OZNA nel giugno 1945, venne isolato nell'istituto Branchetta insieme ad altri ufficiali fatti prigionieri. Non si ebbero più sue notizie e sembra sia stato fucilato nel mese di ottobre 1945. 
  • Assalanna, arrestato dall'OZNA nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie alla moglie Marisa. 
  •  Bacci dottor Icilio - Senatore del Regno - di Eugenio e di Girardelli Isolina, nato a Fiume il 2 luglio 1879. Assolse gli studi liceali presso l'Istituto «Massimo d'Azeglio» di Firenze, si laureò in giurisprudenza all'università di Camerino nel 1902. Svolse la sua attività politica sia a Fiume, che in Italia, sempre in relazione all'irredentismo che lo animava e che lo spingeva a lottare per la italianità di Fiume. Nella sua città collaborò alla pubblicazione della rivista «Vita Fiumana» e del settimanale «La Difesa» che, stampato a Sussak, veniva da lui introdotto clandestinamente in città e diffuso. Fu uno dei fondatori della società «Giovine Fiume» e prese parte a tutte le attività culturali di carattere nazionale quali: il circolo letterario, la biblioteca Manzoni, la Filarmonica drammatica, dove ricoprì vari incarichi. Nel 1907 fondò il periodico letterario «La Vedetta» e fu eletto consigliere municipale per la Giovine Fiume, ricoprendo nel 1910 la carica di vice podestà. Nel 1911 a causa delle angherie delle autorità ungheresi si trasferì ad Ancona, dove si sposò con la signora Lidia Urbani. Tornato a Fiume nel 1913, fu espulso dalla città dopo poche ore. Fautore dell'irredentismo, nel 1915 si arruolò volontario nell'Esercito italiano. Dopo l'eroica morte del fratello Ipparco (tenente dei bersaglieri e medaglia d'argento al valor militare alla memoria) venne mandato in Russia per curare il trasferimento dei prigionieri austro-ungarici irredenti in Italia. Finita la guerra rientrò a Fiume e quale membro del Consiglio nazionale fu fedele collaboratore di d'Annunzio e nominato Rettore della Reggenza del Carnaro per la giustizia. Dopo l'impresa di Fiume si dedicò all'attività di notaio e dal 1929 al 1936 coprì la carica di preside della provincia. Nel 1933 fu nominato, da Vittorio Emanuele III, senatore del Regno. Nel 1945, ormai quasi settantenne, convinto di non aver fatto del male a nessuno, accettò l'occupazione titina ma, il 21 maggio recatosi alla polizia per ritirare un lasciapassare, fu arrestato e incarcerato. Intorno alla sua fine si ha notizia che nel gennaio del 1946 il Reggente della Croazia avvocato Mandich di Abbazia, indirizzò a una persona di Abbazia una lettera dalla quale risultava che il senatore Bacci era stato trasferito nelle carceri di Karlovac, dove era stato processato e fucilato. Sulla tomba di famiglia a Sirolo (Ancona) la signora Lidia Urbani fece apporre una lapide ricordo con la scritta: «Per la Patria visse per la Patria fu ucciso». 
  • Baratto Albino, residente a Fiume, panettiere presso il panificio Chiopris. Legionario fiumano, patriota ardente, partecipò a tutte le manifestazioni per l'italianità della città. Il 3 Maggio 1945 oppose agli invasori le sue bocche di fuoco posizionate sul Monte Lesco. Uno degli ultimi difensori di Fiume italiana. Battestin professor Oscar di Oscar e di de Benzoni Cornelia, nato a Fiume il 26 agosto 1912. Ragioniere e diplomato all'Accademia di educazione fisica della Farnesina; insegnante di educazione fisica. Capitano degli Alpini Divisione «Julia», 8° Reggimento. Alla data dell'8 settembre 1943 si trovava in servizio quale comandante di Compagnia a Sella Nevea di M. Nevoso. Il 25 aprile 1945 raggiunse la famiglia a Fiume, ma il 25 maggio 1945 il furiere della sua compagnia venne a Fiume ad arrestarlo; imprigionato nelle carceri di Fiume insieme ad altri prigionieri politici, venne successivamente trasferito a Castua dove si perse ogni traccia. 
  • Barbieri Eugenio di Guglielmo e di Tominich Edvige, nato a Fiume il 22 ottobre 1923. Guardiamarina in servizio a Pola. Catturato dagli slavi nel maggio 1945 e deportato senza più dare sue notizie. 
  •  Baucer Radoslav, da Fiume. Direttore amministrativo dell'ospedale civile della città. Nella notte tra il 3 ed il 4 maggio 1945, dopo l'occupazione della città, un commando titino si presentò in casa sua per farsi consegnare le chiavi della cassaforte. Al suo rifiuto lo arrestarono e gli tolsero le chiavi, asportando dalla cassa dell'ospedale l'ammontare di oltre tre milioni. Il giorno seguente il suo corpo venne trovato annegato nello specchio d'acqua di fronte al Palazzo Adria nella voragine della mina tedesca fra la radice del Molo Adamich (Molo Scovazza) e la Lega Navale di Fiume.
  • Bellussi Pietro, nato nel 1881. Arrestato nel maggio 1945, non ha più dato notizie. 
  • Benas Giovanni, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie. 
  • Benedetti Albino, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie. 
  • Benussi Pietro, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, venne trucidato. 
  • Berini Boris, da Fiume. Ucciso dagli slavi nel maggio 1948. 
  • Bertazzolo Ottorino, da Fiume. Arrestato dalla polizia titina nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  • Bertoli Ennio, di Bruno e di Otmarich Maria, nato a Fiume il 7 dicembre 1927, studente ginnasiale. Volontario nel 3° Reggimento MDT col grado di aspirante ufficiale. Di servizio a Sappiane, venne catturato nel maggio 1945. Dalle carceri di Fiume, dove era stato inizialmente tenuto, venne avviato, con i polsi legati da filo di ferro, verso Castua unitamente a una colonna di prigionieri tedeschi. Successivamente fu trasferito a Buccari e da qui a Tersatto e di nuovo a Fiume. Il giorno 23 giugno 1945, scortato da un partigiano armato, si è presentato a casa, avendo ottenuto un permesso di poche ore; consumato un pasto in famiglia e cambiatosi degli indumenti, accompagnato dal padre, si ripresentò al comando dei partigiani a Sussak. Da quel momento non si ebbero più sue notizie. 
  • Bertos Giovanni da Fiume, di anni 66, macchinista navale. Ferito gravemente a baionettate dagli slavi durante l'aggressione ai danni di un gruppo di italiani che si trovava nella trattoria «Monteverde» di Fiume. Nel processo che ne seguì nell'aprile 1947 gli imputati italiani non ebbero alcuna possibilità di difendersi. L'accusa era che si trattava di una riunione di reazionari fascisti. Il Bertos morì dopo qualche giorno all'ospedale della città. 
  • Bertucci Francesco di Emanuele e di Compagni Rosalia, nato nel 1922 ad Ustica (Palermo). Arrestato a Fiume e deportato per ignota destinazione. 
  • Bettin dottor Giangiorgio, medico dentista, residente a Fiume, con ambulatorio in piazza Regina Elena. Arrestato dopo l'occupazione della città, fu fucilato il 7 luglio 1945. 
  • Beuzzer Giuseppe di Michele e di Zimich Maria, nato ad Abbazia il 10 marzo 1897. Segretario federale di Gorizia, venne arrestato l'8 maggio 1945 ed incarcerato. Risulta fucilato nei pressi di Gorizia insieme ad altri prigionieri. 
  •  Bignardi Alessandro Ettore, nato a Quistello (Mantova) nel 1906. Le ultime notizie fornite da lui stesso ai genitori risalgono al 15 aprile 1945 mentre prestava servizio quale artigliere nel BA unità PC 81867 nei pressi di Fiume. 
  •  Bittner Adolfo, da Abbazia, impiegato alberghiero. Ucciso dagli slavi nel maggio 1945. 
  •  Blasich dottor Mario, di Giuseppe e di Calich Erminia, nato a Fiume il 18 luglio 1878. Laureato in medicina, ha sempre esercitato la professione a Fiume. Uomo politico in vista già nei primi decenni del secolo, lottò attivamente a fianco di Riccardo Zanella nel Partito autonomo di allora. Allo scoppio della prima guerra mondiale venne richiamato in servizio nell'esercito austro-ungarico. Il 5 giugno 1915, al momento di partire lasciò alla figlia Ada (maggiore di cinque figli) le seguenti righe: «Figlia carissima, parto dalla città che mi vide nascere con una grande fede nel cuore. Non so se mi sarà dato di ritornare alla mia casa, ma sono però sicuro che questa mia fede, anche se non fossi più, troverà in te figlia diletta la più fervida seguace. Alto il cuore e coraggio! Tuo padre - Fiume 5 giugno 1915». Avviato al fronte russo riuscì, oltrepassando le linee, a consegnarsi a quelle truppe dichiarandosi irredento italiano e deciso a raggiungere l'Italia per arruolarsi volontario nell'Esercito italiano. Arruolato col grado di capitano medico combatté sul Carso. Finita la guerra rientrò a Fiume nel 1919 e riprese la sua attività politica a fianco di Zanella. Concluso il Trattato di Rapallo, che istituiva lo Stato Libero di Fiume, venne designato quale Ministro dell'interno. Dopo la caduta dello Stato Libero avvenuta il 3 marzo 1922 ad opera delle forze irredentistiche e propugnanti l'annessione all'Italia, il Blasich non seguì Zanella nell'esilio in Jugoslavia, ma rimase a Fiume. Riprese la sua attività di medico, attività che dovette abbandonare in seguito ad una grave malattia che gli tolse l'uso delle gambe. Dopo l'8 settembre 1943 in una riunione in casa sua con i rappresentanti del CNL, agli esponenti jugoslavi che esigevano una sua dichiarazione di combattere i tedeschi per annettere Fiume alla Jugoslavia, il dottor Blasich, dalla sua sedia a rotelle dichiarò: «Potete tagliarmi la gola, ma dalla mia bocca non uscirà tale bestemmia. Sarò felice di offrire all'Italia quanto resta della mia povera vita e delmio vecchio sangue». Nella notte del 3 maggio 1945, giorno stesso dell'occupazione della città, i partigiani slavi entrarono nella sua abitazione e, chiusa la moglie, la figlia e il genero nella stanza da bagno, entrarono nella stanza da letto e lo strangolarono sul letto stesso, salendo con gli scarponi sul lenzuolo lasciandovi le impronte. A completare l'opera dei liberatori, dal comodino asportarono l'orologio da polso e altri oggetti ivi depositati. 
  • Blasich Matteo, da Fiume, arrestato dalla polizia nell'ottobre 1945, secondo dichiarazione della polizia stessa, nel novembre «morì suicida». 
  •  Boglioli Zebedeo, da Fiume, arrestato dall'OZNA dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •  Bolf Tabea maritata Curri, da Fiume, di anni 45. Nel 1936 venne arrestata dalla polizia jugoslava sotto l'accusa di spionaggio a favore dell'Italia e condannata a 20 anni di carcere. Dopo 5 anni scontati nel carcere di Ogulin (Croazia), nel 1941 con l'occupazione della Croazia da parte delle truppe italiane venne liberata e ritornò a Fiume. Nel giugno del 1945 venne nuovamente arrestata e nel settembre dello stesso anno fu fucilata a Tersatto. 
  • Bonas Alberto, di Pietro e Maria, nato a Volosca nel 1908, prestò servizio nella regia Marina, vigile urbano ad Abbazia. Ucciso dagli slavi dopo l'8 maggio 1945. 
  • Bonas Vittorio, di Vittorio e di Clasnar Maria, nato a Volosca nel 1903. Legionario Fiumano, combattente in AOI col grado di maresciallo. Autista ad Abbazia. Ucciso dagli slavi nel maggio 1945. 
  •       Bonelli Gennaro, arrestato nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Bonfiglio Antonio, combattente della guerra 1915-18, operaio presso l'azienda elettrica di Abbazia. Ucciso nel maggio 1945. 
  •       Borri Giuseppe, di Francesco e di Vecchiet Maria, nato a Monfalcone il 10 settembre 1924. Arrestato a Villa del Nevoso e deportato per ignota destinazione. 
  •       Brandolini Guerrino, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Braveri Oscar, da Abbazia, di anni 60, capitano marittimo. Ucciso dagli slavi dopo l'occupazione. 
  •       Brelich Luigi, da Fiume, di anni 60, agente di cambio, arrestato dall'OZNA nel settembre 1945. Sottoposto a stringenti interrogatori ed a sevizie fu restituito alla famiglia moribondo; spirò alcuni giorni dopo. 
  •       Bruno Filippo, di Giuseppe e di Zuccarelli Giuseppina, nato a Motta S. Anastasia (Catania) il 5 agosto 1905. Segretario della questura di Fiume. Arrestato dagli slavi dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie. 
  •       Brussich Antonio, da Fiume, arrestato dagli slavi il 10 aprile 1955 e deportato per ignota destinazione. 
  •       Brutti Mirto, di Severino, nato a San Michele, marinaio. Arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Bucci Vladimiro di Giuseppe, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Burani Sabatino, nato a Siena nel 1916. Dopo l'8 settembre 1943 prestò servizio col grado di tenente di artiglieria al comando di batteria contraerea nella zona di Fiume, Sussak e Santa Caterina. Nei primi giorni di maggio 1945 venne arrestato e tradotto nelle carceri di Fiume. Deportato successivamente, non diede più sue notizie. 
  •       Buricchi Gino di Felice, brigadiere di pubblica sicurezza in servizio a Fiume. Arrestato dalla polizia jugoslava il 3 maggio 1945 e dichiarato irreperibile. Il 19 giugno 1950 il Ministero degli affari esteri con nota n. 15/10441/231 comunicava alla famiglia che: «Il cittadino italiano Buricchi Gino, con sentenza del Tribunale militare della XI Regione di Corpo d'Armata, era stato condannato alla pena di morte mediante fucilazione». 
  •       Burul Antonio da Fiume, maresciallo del Servizio informazioni della 61a Legione CCNN di Fiume. Eliminato dagli slavi dopo l'occupazione della città. 
  •       Butcovich Dolores, coniugata Superina da Fiume. Recatasi a Gorizia nell'aprile 1945, non fece più ritorno a Fiume. Butti Vito, maresciallo di Finanza alla stazione di Borgomarina. Sposato con Vita Ivancich, risiedeva in Valscurigne. Il 3 maggio 1945 con l'entrata degli slavi in città cessò il servizio di Borgomarina e rientrò in famiglia. Dopo alcuni giorni saputo che gli slavi avevano arrestato tutti i finanzieri di Borgomarina e che li avviavano al Campo Marte, dichiarò che lui «doveva andare con i suoi figliuoli» e indossata la divisa andò a costituirsi. Veniva così arrestato e fucilato nel giugno successivo. Un testimone, che riuscì miracolosamente a scampare all'arresto, ha descritto con parole semplici e spaventose gli ultimi momenti della vita di questo veramente grande martire, alla cui memoria, in altre Nazioni, avrebbero dedicato per lo meno una caserma. La sua salma era stata tumulata in un anfratto segreto nei pressi di Castua insieme al Senatore Riccardo Gigante e altri militari, uccisi il 4 Maggio 1945.
  •       Buttiglione Donato, di Paolo e di Brienza Margherita, nato a Laviano (Salerno) il 14 agosto 1895. Ardito nella guerra 1915-18, legionario fiumano, decorato con medaglia di bronzo al valor militare, console della Compagnia lavoratori del porto di Fiume. Prelevato dalla sua abitazione il 5 maggio 1945 e, come da certificato del tribunale di Fiume, condannato a morte e fucilato il 7 luglio 1945 in località sconosciuta. 
  •       Calabria Renato, di Pasquale e di Ferrari Angela, nato a Pavia il 6 giugno 1919. Tenente di complemento di artiglieria in servizio a Laurana. Catturato dagli slavi il 27 aprile 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Calafiore Emanuele, nato a Fiume l'8 marzo 1926. Diplomato al liceo scientifico di Fiume; milite del 3° reggimento DT (61a Legione). Il 5 maggio 1945 venne catturato dagli slavi a Villa del Nevoso, dove aveva accompagnato all'ospedale un commilitone ferito; d'allora non si sono più avute sue notizie. Il suo amore per il prossimo gli è stato fatale. 
  •       Campagna Giovanni da Fiume, arrestato dalla polizia slava nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Camsa Vladimiro, di Giuseppe e di Picich Maria, nato a Laurana il 28 ottobre 1922, macellaio. Prelevato dalla polizia slava il 26 settembre 1946 e trasferito nelle carceri di Volosca, dove secondo comunicazione fornita alla famiglia, si sarebbe impiccato. 
  •       Canciani Enrico di Carlo, arrestato nella provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Carbosiero Pasquale, deportato dagli slavi nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Carletti Bruno di Dante, da Fiume. Deportato dagli slavi nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Caroppo Guido, deportato dagli slavi nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Carta Giovanni Dario di Antonio e di Bede Amelia, nato a Fiume il 13 aprile 1925, studente universitario. Allievo ufficiale della RSI. Dopo il 3 maggio 1945 si trasferì a Trieste e si arruolò nella polizia del Governo militare alleato. Il 24 marzo 1946 mentre svolgeva servizio di polizia ad un posto di blocco situato lungo la frontiera fra il Territorio libero di Trieste e quella occupata dalle autorità militari jugoslave, scomparve; da allora ogni ricerca fu vana. Soltanto nell'autunno 1949 vennero individuati i responsabili della sua morte e conosciuta la località dove il cadavere venne occultato. Risultò che il Carta era stato prelevato con la forza dal posto dove disimpegnava il suo servizio e barbaramente trucidato da elementi anti-italiani. Dalle risultanze processuali che condussero alla condanna dei responsabili è evidente che il Carta fu assassinato perché rappresentante delle forze dell'ordine animato da sentimenti italiani. Sebbene i combattimenti fossero da tempo ufficialmente cessati e lo stato legale fosse quello di armistizio, la morte del Carta fu determinata da cause inerenti la guerra e, pertanto, le autorità militari acconsentirono a che la salma fosse tumulata nel cimitero dei caduti militari di Milano. 
  •       Cartelli Eugenio di Mario e di Marinich Margherita, nato a Fiume il 30 novembre 1918, pasticciere. Arrestato dagli slavi nel maggio 1945 e deportato. La dichiarazione di morte presunta indica come avvenuta l'8 maggio 1945.
  •       Casale Raffaele, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, risulterebbe deceduto in prigionia. 
  •       Castello dottor Eolo, nato a Sestri Ponente (Genova) nel 1906. Direttore Amministrativo del Silurificio Whitehead di Fiume. Arrestato dagli slavi al bivio di Rupa mentre ritornava a Fiume in automobile da Trieste, dove si era recato per servizio, e ucciso. 
  •       Cattaro Nicolò di Antonio, nato a Veglia nel 1910, panettiere ad Abbazia. Accusato di spionaggio venne arrestato dagli slavi e fucilato nel cimitero di Tersatto il 21 novembre 1946. 
  •       Cavalieri Tullio da Fiume, disegnatore al silurificio Whitehead. Eliminato dalla polizia titina dopo l'occupazione della città. 
  •       Celligoi Vittorio, nato a Fiume nel 1894, infermiere; appartenente al movimento autonomista. Prelevato dagli slavi nel maggio 1945, non si sono più avute sue notizie. 
  •       Cellus Antonio da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945 e scomparso. 
  •       Celotto Mario da Fiume, arrestato e deportato nel maggio 1945 senza più dare notizie. 
  •       Chesele Maria coniugata Budak da Fiume, di anni 55, arrestata dall'OZNA nel 1946. Nel 1947 le autorità jugoslave dichiararono che la detenuta si era suicidata nelle carceri di Fiume. 
  •       Chiuzzelin dottor Nazzareno di Saul e di Dinarich Giuseppina, nato a Fiume il 9 settembre 1898. Legionario fiumano, commissario di pubblica sicurezza a Gorizia. Nel maggio 1945 fu prelevato da casa e rinchiuso nel castello di Gorizia e poi trasportato ad Aidussina, dopo di che ogni ricerca fu vana. Dal verbale redatto dal sindaco di Gorizia risulta che è stato prelevato da casa da truppe jugoslave. La dichiarazione di morte presunta emessa dalla pretura di Gorizia indica la data del 31 dicembre 1945. 
  •       Cimini Virgilio Giuseppe di Giovanni, nato a Livorno il 1° febbraio 1888. Legionario fiumano, gestore di un bar in riva Emanuele Filiberto. Milite del 3° reggimento MDT, dopo il 3 maggio 1945 raggiunse Trieste. Il 27 maggio 1945 fu arrestato nei pressi di piazza Goldoni e trasferito nelle carceri di Fiume e poi fucilato. 
  •       Ciuffarin Anna Maria di Lodovico e di Gorian Eleonora, nata a Volosca il 19 dicembre 1915, residente a Gorizia. Arrestata il 3 maggio 1945 e deportata. La dichiarazione di morte presunta indica la data del 31 maggio 1945. 
  •       Civini da Fiume. Arrestato dalla polizia titina, non ha più dato sue notizie. 
  •       Clave Mario da Fiume. Arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Cociani Dante da Fiume. Ucciso dagli slavi dopo l'occupazione della città, accusato di «attività antipopolare e terroristica». 
  •       Collavalle Quintilio. Arrestato e deportato. 
  •       Colmanni Arturo da Fiume. Esattore dell'Azienda servizi pubblici municipalizzati. Eliminato dalla polizia titina dopo l'occupazione della città. 
  •       Colombo Rosario. Arrestato e deportato. 
  •       Colussi Carlo di Giovanni e di Felicita Nardini, nato a Fiume il 7 dicembre 1891. Giornalista. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò volontario nell'Esercito italiano, combattendo sul Carso e raggiungendo il grado di tenente degli Alpini; decorato di medaglia d'argento al valor militare. Nella seconda guerra mondiale venne richiamato con il grado di maggiore e promosso poi al grado di tenente colonnello. Presidente dell'Associazione nazionale mutilati ed invalidi di guerra dall'annessione di Fiume alla Madrepatria fino al 1943. Amministratore delegato dello stabilimente tipografico de «La Vedetta d'Italia», ricoprì varie cariche fra le quali quelle di presidente della Cassa di risparmio e di Podestà. La moglie Copetti Nerina, di Giorgio e di Regina Simonetti, nata a Fiume il 30 marzo 1914. Dopo l'occupazione della città i coniugi Colussi, con regolare permesso della polizia titina, si accingevano a partire per Trieste con l'autocorriera. Lungo la strada per raggiungere la stazione delle autocorriere furono fermati da agenti dell'OZNA e portati nella sede della polizia in via Firenze. La signora Sofia Dolenz-Capriotti, amica della famiglia Copetti, passando davanti alla sede della polizia si sentì chiamare e così seppe che i coniugi Colussi erano stati arrestati e ne informò la famiglia. La madre di Copetti, recatasi alla polizia, poté parlare con la figlia e seppe che non erano stati ancora interrogati. Ritornata il giorno dopo si sentì dire che i coniugi Colussi non risultavano arrestati bensì che erano partiti per Trieste. Alle insistenze della signora Copetti per avere precise notizie venne minacciata di arresto. Poiché ogni ricerca risultò vana, nel mese di dicembre 1945 la famiglia presentò un esposto al Comando militare di Abbazia ed ebbe come risposta che i coniugi Colussi erano stati condannati dal tribunale popolare di Fiume, alla pena di morte mediante fucilazione e che la sentenza era stata eseguita senza però indicare la data e il posto. 
  •       Contesso Vincenzo. Nato a La Spezia nell'ottobre 1906, impiegato presso il silurificio Whitehead di Fiume. Arrestato a Trieste dalla polizia titina insieme alla moglie Laura Jurinovich (nata a Fiume). Trasferiti nelle carceri di Fiume non se ne ebbe più notizia. 
  •       Conti (già Grofcich) Carlo. Nato a Villa del Nevoso. Ucciso, dopo essere stato barbaramente seviziato, nel maggio 1945 a Castelnuovo d'Istria. 
  •       Corgo Giuseppe di Antonio. Deportato da Fiume nel maggio 1945. 
  •       Cornelli Francesco di Alberto e di Palmira Rebecchi, nato a Piacenza il 4 agosto 1902. Maresciallo dei Carabinieri in servizio a Fiume fino all'agosto 1944. Dopo l'occupazione della città fu arrestato e deportato. 
  •       Corradi Adolfo, nato a Fiume, patriota e legionario fiumano. Usciere nel Palazzo della società di navigazione «Adria». Dopo l'occupazione della città venne arrestato e condannato a morte. Accompagnato da due poliziotti al cimitero di Cosala fu obbligato a scavarsi la fossa. Uomo particolarmente coraggioso, approfittando di un momento di disattenzione del milite, con la vanga che teneva in mano spaccò la testa del poliziotto. L'altro poliziotto presente lo fulminò con una scarica di mitra. 
  •       Coverlizza Siro di Giuseppe, nato a Fiume. Impiegato presso la cassa malattia di Abbazia. Ucciso nel maggio 1945. 
  •       Cressevich Antonio da Fiume. Arrestato dalla polizia titina nel 1949 per aver organizzato l'espatrio di alcuni cittadini. 
  •       Curasier. Due fratelli, da Fiume. Uccisi dagli slavi il 5 maggio 1945 a Sella di Monte Santo. 
  •       Dalla Pozza Dante da Fiume, legionario fiumano. Proprietario di una sartoria in via Bovio. Arrestato dopo l'occupazione, risulta ucciso nell'agosto 1945. 
  •       Dazzara Armando, impiegato del dazio a Laurana. Ucciso nel maggio 1945. 
  •       Decristofaro Giuseppe da Fiume. Deportato nel maggio 1945. 
  •       Dell'Olio Bartolomeo di Vincenzo e di Antonia Mango, nato a Trani (Bari) il 20 maggio 1923. Degente nell'ospedale di Laurana; dopo il 3 maggio 1945 fu arrestato e da allora non si sono più avute sue notizie. 
  •       De Masi Vincenzo, deportato dalla provincia di Fiume, non ha mai dato sue notizie. 
  •       Demini Giuseppe, nato ad Abbazia. Allievo ufficiale della Guardia di finanza. Catturato ed eliminato dai titini. 
  •       Demmanuele Gaetano da Fiume. Arrestato nel maggio 1945, non ha mai dato sue notizie. 
  •       De Montis Salvatore. Deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha dato più sue notizie. 
  •       De Venezia Erminio. Deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Devescovi Valerio di Matteo, nato a Fiume il 27 novembre 1892, usciere presso la questura di Fiume. Arrestato e fucilato nel mese di agosto 1945, nei pressi di Fiume. 
  •       Diana Alberto di Giuseppe. Deportato nel maggio 1945 e scomparso. 
  •       Di Lorenzo Costantino, di Cesare. Guardia scelta di pubblica sicurezza, autista del questore di Fiume. Fucilato il giorno seguente all'occupazione della città. 
  •       Di Tullio Sebastiano da Fiume. Deportato nel maggio 1945. 
  •       Dogana Antonio da Fiume. Deportato nel maggio 1945. 
  •       Duchich Antonio da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, non si sono più avute sue notizie. 
  •       Dumicich da Fiume, industriale. Fucilato a Tersatto dopo l'occupazione della città. 
  •       Ecker Maria da Fiume, di anni 48. Arrestata alla stazione ferroviaria di Fiume al rientro di un viaggio a Trieste e fucilata con l'accusa di spionaggio. 
  •       Elia Francesco di Antonio. Deportato dalla provincia di Fiume, non ha più dato notizie. 
  •       Fabbris Massimo di Abramo. Deportato nel maggio 1945 e incarcerato a Maribor, senza più dare sue notizie. 
  •       Fanti Arturo da Fiume. Deportato nel maggio 1945, non ha mai dato sue notizie. 
  •       Fantini Emiro, nato a Fiume, irredentista e socio della «Giovine Fiume», legionario fiumano. Fotografo con studio e negozio sul corso Vittorio Emanuele III. Arrestato nel maggio 1945 e rinchiuso nelle carceri di Fiume, venne sottoposto a maltrattamenti e sevizie. Nell'aprile 1946 le autorità comunicarono la sua morte, dovuta ad otite. 
  •       Fattoretti Oscar di Paolo e di Maria Marassovich, nato a Trieste il 23 novembre 1891, funzionario comunale di Fiume. Irredentista e appartenente alla «Giovine Fiume», legionario fiumano. Prelevato dalla sua abitazione il 5 maggio 1945 ed eliminato. La dichiarazione di morte indica la data del 5 maggio 1945. 
  •       Ferlan Nicolò. Nato a Fiume, di anni 30. Tenente pilota. Arrestato dagli slavi nel maggio 1945, venne processato nel luglio dello stesso anno e condannato a dieci anni di lavori forzati, sotto l'imputazione di aver preso parte, come ufficiale italiano, ad azioni di guerra. Rinchiuso nel campo di lavoro di Kocevie (Slovenia) riuscì a fuggire. Ripreso, fu ricondotto a Kocevie e nel febbraio 1946 venne fucilato. 
  •       Flego Umberto. Nato a Laurana, giardiniere del vescovado di Fiume. Ucciso a Laurana nel maggio 1945. 
  •       Franchini Franchino di Gioacchino e di Lauretana Paoletti, nato a Livorno il 25 agosto 1892. Assistente del genio civile di Fiume, residente a Laurana. Combattente della prima guerra mondiale, legionario fiumano. Catturato da bande titine sulla strada di Abbazia il 19 settembre 1944. Nessuna notizia è stato possibile avere sulla sua fine. 
  •       Franchi Tullio da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città. 
  •       Fuchs Luigi di Laurana, spazzacamino. Ucciso nel maggio 1945. 
  •       Galli Alessandro di Rodolfo, da Fiume. Arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Gallovich Valentino da Fiume, di anni 20. Trucidato dagli slavi a Sella di Monte Santo (Gorizia) dopo il 3 maggio 1945. Faceva parte di un corpo di guardia alla centrale elettrica di Salcano. 
  •       Gasparini Albino di Angelo, nato a Quinto (Treviso) il 14 novembre 1914. Guardia di pubblica sicurezza in servizio a Fiume. Scomparso dopo l'occupazione della città (3 maggio 1945). 
  •       De Gaus Antonio, di famiglia patrizia fiumana, di anni 70, arrestato dagli agenti dell'OZNA nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Gavioli Mario da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non si sono più avute sue notizie. 
  •       Geletti ingegner Enea, nato a Laurana, possidente. Ucciso dagli slavi dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Ghersi Michelangelo, nato a Laurana, impiegato comunale e segretario della sezione di Laurana del PFR. Ucciso dagli slavi insieme al figlio di anni 8, con una scarica di mitra attraverso la finestra della sua abitazione. 
  •       Giachetti Renzo di Amedeo, nato a Fiume il 16 settembre 1927. Scomparso nella zona di Caporetto nel maggio 1945. 
  •       Giacchi dottor Nicolò, di Biagio e di Virginia Cech, nato a Laurana il 6 gennaio 1902, impiegato presso l'azienda di soggiorno di Abbazia, capitano di artiglieria di complemento. Arrestato nel maggio 1945, non si sono più avute sue notizie. 
  •       Giampà Giovanni, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha mai dato sue notizie. 
  •       Giannetti Giovanni di Giovanni, nato in Cecoslovacchia nel 1895. Falegname a Rupa di Elsane. Arrestato dagli slavi nel maggio 1945, dopo una breve permanenza nel carcere di Trieste il 25 venne fatto partire per Lubiana e da allora non si sono più avute sue notizie. 
  •       Gigante Riccardo, Senatore del Regno, di Agostino e di Canarich Francesca, nato a Fiume il 27 gennaio 1881, diplomato presso l'Accademia di commercio di Graz. Di puri sentimenti italiani, fu sempre presente nelle varie manifestazioni di italianità nel periodo antecedente la prima guerra mondiale. Fu uno dei soci fondatori della «Giovine Fiume», organizzatore di due viaggi a Ravenna. Allo scoppio della guerra raggiunse l'Italia e si arruolò volontario raggiungendo il grado di capitano. Dopo la guerra, rientrato a Fiume, fu acceso sostenitore dell'annessione all'Italia e fu uno dei più fedeli collaboratori del comandante d'Annunzio, tanto che per lui è stata riservata una delle arche del Vittoriale. Dopo l'impresa dannunziana continuò a lottare per l'annessione e venne eletto sindaco, carica che ricoprì anche successivamente. Era decorato dell'Ordine militare di Savoia, della Military Cross britannica e insignito del grado di Grand'ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Dopo l'occupazione della città da parte dei titini, si rifiutò di abbandonarla per rimanere con la sua gente. Il 4 maggio 1945 venne arrestato e fu visto per l'ultima volta alla periferia di Castua legato insieme al maresciallo di finanza Butti Vito. Si seppe poi che ambedue erano stati barbaramente uccisi. Nel Febbraio 2020 l’anfratto segreto dove si supponeva fossero le vittime venne aperto e i suoi resti furono tumulati il 15 Febbraio accanto a Gabriele D’Annunzio nel Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera.
  •       Gigante Vincenzo di Antonio, brigadiere della milizia portuale in servizio a Fiume, arrestato il 4 maggio 1945 e fucilato. 
  •       Giubella Giovanni da Fiume, arrestato dalla polizia titina nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Giurso Pasquale detto Nereo di Aristodemo, destinato alla Leva Militare in Bosnia nel Maggio 1945, fu incarcerato nel Maggio 1945 in Via Roma a Fiume- per aver insultato un Collaboratore titino e finito poi in Foiba a Costrena.
  •       Giusti Roberto, nato a Fiume, eliminato dagli slavi dopo l'occupazione della città. 
  •       Grandi Grossmann Mario, nato a Laurana il 15 agosto 1877, agente della riunione adriatica di sicurtà. Di sentimenti italiani, venne internato dall'Austria durante la guerra 1915-1918. Dopo il 3 maggio 1945 venne arrestato dagli slavi e morì in carcere a Laurana il 2 gennaio 1946. 
  •       Grani (già Granitz) Nicolò di Rodolfo e di Anita, nato a Fiume il 19 febbraio 1917, di religione ebraica. Dopo l'8 settembre 1943 aveva militato nelle formazioni partigiane piemontesi. Nei primi giorni di maggio 1945, ancora vestito con la divisa americana di combattimento, venne a Fiume ma insieme allo zio Granitz Edmondo mentre si trovava all'ufficio postale venne arrestato e, con l'accusa di spionaggio a favore dell'Italia venne fucilato dopo essere stato costretto a scavarsi la fossa. 
  •       Granitz Edmondo di Guglielmo e di Lina, nato a Raab (Ungheria) nel 1898, residente a Fiume, con ufficio filatelico al Corso. Rientrato a Fiume insieme al nipote Grani Nicolò, subì la sorte di questi. 
  •       Gregorat Renato, nato ad Abbazia, elettricista. In servizio militare nella contraerea a Lampedusa, fu fatto prigioniero e trasferito in Algeria. Dopo la fine della guerra, rientrato ad Abbazia, venne arrestato dai titini e ucciso. 
  •       Grubessi, nato a Fiume, addetto all'ufficio informazioni della Milizia. Arrestato dalla polizia titina dopo l'occupazione della città, venne eliminato. 
  •       Guerdinari Antonio da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       de Hajnal Mario, nato a Fiume nel 1891, pittore accademico. Ucciso dagli slavi nella sua abitazione nel maggio 1945. 
  •       Hartman Alfredo, nato ad Abbazia nel 1900, arrestato dagli slavi a Trieste dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Hödl Enrichetta, nata a Zagabria il 21 luglio 1927, cittadina italiana, residente a Fiume. Il giorno 4 giugno 1945, un mese dopo l'occupazione della città, mentre usciva dall'ufficio comunale dove si era recata per ritirare la carta d'identità, venne arrestata ed incarcerata; per tre giorni la madre ha potuto avere sue notizie, ma poi scomparve. Ne è stata dichiarata la morte presunta. 
  •       Hupp Francesco, nato a Graz. Residente a Fiume. Insieme alla moglie Capudi Maria vedova Giovanelli, proprietari della nota pasticceria Giovanelli al Corso. Abitanti a Borgomarina, uccisi nella loro villa e spogliati di ogni loro avere. 
  •       Iker Anna vedova Mandich e Iker Vittoria, nate a Fiume, rispettivamente nel 1889 e 1891, da famiglia ungherese. Ospiti nella villa dei coniugi Hupp, vennero arrestate e di loro non si seppe più nulla. 
  •       Innorcia Francesco di Salvatore, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non se ne ha più avuto notizia. 
  •       Jacopacci Ezio, combattente della prima guerra mondiale, maresciallo dei vigili urbani di Abbazia. Ucciso dagli slavi l'8 maggio 1945. 
  •       Januale Raffaele, nato a Fiume, di anni 19. Mobilitato in un battaglione costiero, era di presidio alla centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Nel maggio 1945 il reparto cadde nelle mani dei titini e tutti i componenti furono uccisi. 
  •       Jelaushegg Loris di Pietro, nato a Fiume nel 1930, arrestato dagli slavi a Trieste nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Kastl Giuseppe, nato a Fiume, funzionario dei magazzini generali di Fiume. Trucidato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Kepa Enrico, nato nel 1912, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Kindle Massimiliano, nato a Vaduz, residente a Fiume, odontotecnico, arrestato dagli slavi ed internato nel carcere di Maribor, vi decedeva nel 1948. 
  •       Maria König. Titolare di una salumeria nel Mercato di Braida, arrestato nel maggio 1945 ed eliminato. 
  •       Kosiorowki Giovanni di Martino e di Barbara Miska, nato a Cmolas (Polonia) il 25 febbraio 1884, odontoiatra, residente ad Abbazia e cittadino italiano. Prelevato dagli slavi dalla sua abitazione nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Kregar, nato a Fiume, autista delle poste. Dopo l'occupazione della città, venne arrestato e barbaramente bastonato; riportato a casa moribondo, vi decedeva dopo pochi giorni. 
  •       Landriani Adolfo, arrivato a Fiume al seguito di d'Annunzio, con un reparto di Arditi fece parte della «Compagnia d'Annunzio» come legionario. Sposatosi, rimase a Fiume e si occupò come custode, prima al parco arciducale e poi al giardinetto di piazza Verdi. Data la sua statura era conosciuto col nomignolo di «Maresciallino». Arrestato dalla polizia titina, i poliziotti intimarono al Landriani di gridare «Viva Fiume jugoslava», ma lui invece gridò «Viva Fiume italiana». Insistendo i titini nella loro pretesa e rifiutandosi lui di obbedire venne brutalmente sbattuto sul soffitto della prigione, continuando a gridar fino alla morte «Viva l'Italia». 
  •       Lanfredi Giulio di Vittorio, da Fiume, arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Lembo Renata vedova Cernigoi di Savino, nata a Canosa di Puglia nel 1913, casalinga, residente a Laurana. Arrestata nel maggio 1945 e deportata. 
  •       Lenaz Antonio, nato a Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Librio Giuseppe da Fiume, catturato dagli slavi l'ultima domenica di ottobre del 1945 e ucciso con un colpo di rivoltella alla nuca tra le rovine del Molo Stocco, reo di aver strappato la bandiera jugoslava da un pennone di piazza Dante. 
  •       Ljubicich Giovanni da Fiume, prelevato dalla sua abitazione nel maggio 1945 e ucciso. 
  •       Loffredo Primo, arrestato nel giugno 1945 e rinchiuso insieme ad altri ufficiali nell'istituto Branchetta trasformato in penitenziario e, verso la fine di ottobre, fucilato. 
  •       Loffredo Raimondo di Primo, arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Luciani dottor Oscarre di Cirillo, nato a Fiume il 16 agosto 1900. Legionario 
  • fiumano, laureato in giurisprudenza, commissario di pubblica sicurezza in servizio alla questura di Gorizia. Arrestato il 6 maggio 1945 e condannato dal tribunale militare di Lubiana alla pena di morte con sentenza dell'8 gennaio 1946. Sentenza eseguita il 17 gennaio 1946. 
  •       Luksich-Jamini Maria, nata a Fiume, di anni 69, arrestata nel maggio 1945, già in gravi condizione di salute e sottoposta a stringenti interrogatori dopo l'arresto dei figli, morì il 10 gennaio 1947. 
  •       Lupino Terenzio, deportato dalla provincia di Fiume. 
  •       Lusina Gabriele di Mattia, nato il 13 marzo 1922, arrestato dagli slavi il 15 maggio 1945 e deportato. 
  •       Macauda Ignazio, nato a Modica nel 1896. Legionario fiumano, già dipendente dei cantieri navali di Fiume. Combattente e mutilato sul Carso, fu decorato con medaglia di bronzo al valor militare. Richiamato nella Finanza nella seconda guerra, venne decorato con la croce di guerra. Arrestato dai titini a Mattuglie, fu barbaramente trucidato. 
  •       Macchi, ingegnere, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 a Trieste e deportato. 
  •       Maguolo Sergio da Fiume, deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie. 
  •       Mahrer Rodolfo da Abbazia, cameriere d'albergo. Ucciso dagli slavi nel maggio 1945. 
  •       Malesi Gualtiero di Gustavo e di Maria Padovan, nato a Volosca il 16 settembre 1903, ragioniere, cassiere della Cassa di risparmio di Abbazia. Prelevato dalla sua abitazione nella notte del 2 maggio 1945 e incarcerato a Laurana. Il 10 dello stesso mese unitamente ad altri arrestati venne portato al Piccolo Montemaggiore e trucidato. 
  •       Malusà Matteo di Giovanni e di Maria Bertoli, nato a Moschiena il 29 marzo 1915. Arrestato in Istria mentre tentava di raggiungere Pola. Deportato ad Idria il 15 luglio 1945, scomparve. 
  •       Mandechich Franco e Rosa, residenti a Fiume. Partiti il 15 aprile 1945 per Trieste e scomparsi durante il viaggio. La dichiarazione di morte presunta indica la data «agosto 1945». 
  •       Manfredi Giulio di Vittorio, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Manfrini Solpensiero, nato ad Ancona il 16 marzo 1904, marittimo, residente a Fiume, scomparso il 23 maggio 1945. 
  •       Manzolillo Giuseppe, nato nel 1922, arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Maracich Dario (o Mario) di Antonio, nato a Veglia il 10 ottobre 1921. Vigile del fuoco a Monfalcone, arrestato il 6 maggio 1945, fu portato a Volosca e non si hanno avuto più sue notizie. 
  •       Maraspin Giovanni da Fiume, arrestato dall'OZNA nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Marciano Carmine di Vincenzo, arrestato nel maggio 1945 e scomparso. 
  •       Marsanich Aurelio di Antonio e di Giovanna Jardas, nato a Fiume l'11 settembre 1925, diplomato alla scuola industriale di Fiume. Mobilitato in un battaglione costiero era di presidio alla centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Alla cessazione della guerra fatto prigioniero, venne fucilato a Sella di Montesanto e seppellito in una fossa comune insieme ad altri commilitoni. 
  •       Martincich Valeria da Laurana, uccisa dagli slavi nel maggio 1945. 
  •       Martinolich Stanislao, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Marussi Dante di Giovanni, nato a Fiume, figlio del noto patriota irredentista fiumano, scultore e insegnante alla scuola di avviamento professionale di Fiume. Deceduto in carcere in seguito alle percosse e ai maltrattamenti subìti. 
  •       Marussi Giovanni di Giovanni, nato a Fiume, fratello di Dante, arrestato dalla polizia titina alla fine del 1947 sotto l'imputazione di attività politica clandestina. Morto in carcere, secondo versione della polizia «suicida». 
  •       Marzucco Nicola di Giovanni, nato a San Basilio del Pireo (Grecia) nel 1895. Legionario fiumano, arrestato il 3 maggio 1945, venne portato a Castua legato insieme al senatore Gigante e al maresciallo Butti. Mentre gli slavi infierivano sul corpo del senatore Gigante, il Marzocco prese a 
  •  gridare «Viva l'Italia» e venne a sua volta massacrato. 
  •       Masotti Giuseppe di Guglielmo, deportato dagli slavi dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Matera da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha mai dato sue notizie. 
  •       Matikinich Stanislao da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Maurel Lidia da Laurana, casalinga, uccisa dagli slavi nel maggio 1945. 
  •       Maurinaz da Fiume, operaio della raffineria olii minerali, arrestato nel 1947 insieme ad altri fiumani, accusato di cospirazione irredentistica, fu ucciso nel carcere di Fiume. 
  •       Mazzoli Silvio da Fiume, deportato dagli slavi dopo l'8 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Meducheschi Virgilio, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Meintz Alessandro, albergatore, da Laurana. Trucidato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Menzutti Stanislao da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Miclavio Antonio, nato a Fiume nel 1900, legionario fiumano, partecipò al Natale di sangue. Impiegato alla Romsa, scrittore di novelle e saggi critici. Appartenente al PRI di Fiume e al CLN dal 1943 al 1945. Arrestato nel gennaio 1944, riuscì a sopravvivere ed a ritornare a Fiume. Esule a Milano, morì poco dopo a causa delle sofferenze patite durante la deportazione. 
  •       Mingotti-Messori Gina da Fiume, di anni 38, arrestata dagli slavi con l'accusa di essere stata spia dei tedeschi, venne fucilata a Tersatto nel maggio 1945. 
  •       Mittrovich Gustavo, di Gustavo e di Marcovich Alessandra, nato a Fiume nel 1884, legionario fiumano, impiegato all'Azienda servizi pubblici. Brigadiere del 3° Reggimento GNR. Venne fatto prigioniero a Passiacco (Istria) il 3 maggio 1945 e, preso a caso dal gruppo dei prigionieri, fu fucilato. 
  •       Moderini Giacinto, di Francesco e di Cattalinich Luigia, nato a Fiume il 9 settembre 1909, artigiano meccanico. Prelevato dalla sua abitazione il 5 maggio 1945 e incarcerato insieme al fratello Dante. Il 9 maggio 1945 fu fatto uscire dalla cella e non se ne seppe più nulla. 
  •       Molessi Gualtiero, di Gustavo, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Moncilli Rodolfo (già Moncillovich), da Fiume, capo reparto presso la fonderia Skull. Avendo manifestato la sua avversione al comunismo, dopo l'8 settembre 1943 venne più volte minacciato dagli elementi slavi. Alla sera del 3 maggio 1945, presente al prelevamento del titolare dell'azienda, dottor Skull, venne arrestato e poi rilasciato con l'obbligo di rientrare nello stabilimento. Circa un mese dopo, mentre transitava per il corso insieme ad un amico, fu nuovamente arrestato e rinchiuso nelle carceri di Fiume, da dove sparì senza più dare notizie. Successivamente la famiglia ricevette la comunicazione che il Moncilli era stato fucilato nel mese di agosto 1945. 
  •       Montante Salvatore, da Fiume, arrestato nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Morich Ilario, di Giuseppe, nato a Veglia, disperso in Istria nel maggio 1945. 
  •       Napolitano Antonio, da Fiume, arrestato nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Nardin don Saverio, di Giuseppe e di Del Din Maria, nato il 12 febbraio 1900 a Faver (Trento). Cappellano militare dell'ospedale di Abbazia. Venne arrestato dopo il 3 maggio 1945 e deportato. 
  •       Naselli Domenico, di Luigi, arrestato nel maggio 1945 e deportato senza più dare sue notizie. 
  •       Neugebauer Amanda, nata a Fiume nel 1901 da famiglia di puri sentimenti italiani. Nel corso dell'impresa dannunziana fu decorata dal comandante d'Annunzio con la stella d'oro per la sua opera assistenziale. Successivamente il generale Giardino, che comandava la città, le conferì due medaglie d'oro di benemerenza. Nel corso della guerra 1940-1943 fece servizio al fronte come crocerossina. Arrestata dalla polizia slava nel giugno 1945, fu condannata a morte per essersi macchiata di «gravi crimini di guerra». 
  •       Nicolosi Domenico, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato senza più dare notizie. 
  •       Nicora Federico, da Abbazia, addetto al mercato. Ucciso dagli slavi dopo il 3 maggio 1945.
  •       Orlando Vito, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Orsanelli Bruno, di Giovanni, nato a Vicenza il 14 luglio 1917, caporale di artiglieria in servizio a Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945 e scomparso. 
  •       Osseri Bruno, di Damaso, nato a Fiume il 16 agosto 1919, arrestato dopo il 3 maggio 1945 e fucilato il 2 luglio 1945. 
  •       Pagan Antonio, di Ugo e di Benedetti Maria, nato a Fiume nel 1899. 
  •       Pagan Margherita vedova Pavesi di Ugo e di Benedetti Maria, nata a Fiume nel 1898. 
  •       Pagan Maria nata Benedetti di Antonio, nata a Novi (Dalmazia) nel 1872. Arrestati dagli slavi nel giugno 1945 e soppressi in carcere il 28 agosto 1945. 
  •       Paganini Pompilio di Tito, nato a Rovigno, caposquadra della milizia ferroviaria, residente a Fiume. Prelevato dai titini nel maggio 1945 e scomparso. 
  •       Paladin Silvano di Antonio, deportato dagli slavi nel maggio 1945 nel carcere di Maribor e scomparso. 
  •       Panigatti ingegner Umberto di Ercole, nato a Robbio (Pavia) nel 1889, direttore generale del silurificio Whitehead di Fiume, arrestato a Trieste il 26 maggio 1945 dalla polizia slava e tradotto nel carcere di Fiume, dove decedette per le sevizie subite. 
  •       Paolato Luigi, di Giovanni, nato a Fiume il 23 aprile 1890, volontario irredento nella guerra 1915-1918, residente a Capodistria, arrestato il 10 maggio 1945 e deportato per ignota destinazione. 
  •       Paradiso Giovanni, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Parma Gino, da Fiume, deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie. 
  •       Pecere Agostino, di Pietro e di Palmisano Angela, arrestato dagli slavi il 3 maggio 1945 e scomparso. 
  •       Pellegrini Oscar, di Giacomo e di Ferrari Giovanna, nato a Fiume il 25 aprile 1901, di famiglia di puri sentimenti italiani, legionario fiumano, impiegato presso l'azienda servizi pubblici municipalizzati di Fiume. Il 5 maggio 1945, mentre si recava al lavoro fu preso e incarcerato. Nonostante le ricerche effettuate non è stato possibile avere sue notizie. Dopo parecchio tempo la famiglia ricevette la notizia che il Pellegrini era stato fucilato a Tersatto. 
  •       Penso Mario, da Fiume, di anni 44, capo magazziniere della raffineria olii minerali di Fiume, arrestato dalla polizia titina, morì in carcere nel 1948 in seguito alle percosse subite. 
  •       Percich Antonio, da Fiume, deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie. 
  •       Perkan don Vittorio, parroco di Elsane (Fiume), trucidato dagli slavi il 9 aprile 1945, mentre impartiva la benedizione a una salma nel cimitero locale. 
  •       Petterutti Leopoldo, da Fiume, arrestato dopo il 3 maggio 1945 e deportato senza più dare notizie. 
  •       Pezzano Michele, da Abbazia, combattente della guerra 1915-18, calzolaio, trucidato dagli slavi nel maggio 1945. 
  •       Piccariella Carmine, da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Pidatella Vincenzo, di Giovanni, da Fiume, arrestato dopo il 3 maggio 1945, deportato senza più dare notizie. 
  •       Piesz Aurelio, di Emilio e di Busaz Maria, nato a Fiume nel 1919. Richiamato alle armi nel 1940, combatté in Balcania col grado di sergente maggiore di artiglieria, guadagnandosi la Croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione: «Durante un violento combattimento contro formazioni avversarie, incaricato di recapitare un ordine ad alcuni reparti staccati, attraversava zone battute da intenso fuoco nemico, assolvendo con ardimento il compito affidatogli. Zrnovica (Balcania), 8 luglio 1943». Dopo l'8 settembre 1943 comandava il distaccamento dislocato a caposaldo del bivio di Rupa sulla strada per Trieste ai tempi della strage tedesca di Lipa. Il 28 aprile 1945, riuscì a ripiegare col suo reparto a Trieste. Successivamente venne catturato da elementi slavi giunti da Fiume e impiccato al bivio di Rupa. Oltre al padre trucidato dagli slavi in provincia di Gorizia dopo l'8 settembre 1943, anche una sorella di anni 15 non ha mai dato sue notizie. La decorazione conferita al Piesz è stata consegnata alla vedova il 2 novembre 1954 nel corso di una cerimonia che ha avuto luogo a Gradisca d'Isonzo. 
  •       Pillepich Claudio, nato a Fiume nel 1926, studente del liceo «Dante Alighieri», arrestato il 3 maggio 1945, comandato dalle autorità slave a liberare i dintorni della città dalle mine lasciate dai tedeschi, periva dilaniato in località Drenova il 4 maggio 1945. 
  •       Pinto Ciro Francesco, di Antonio, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha dato più sue notizie. Plavis Vladimiro, da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Pluchino Guglielmo, da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Podobnik Giovanni, di anni 48, profugo da Castelnuovo d'Istria, il 17 luglio 1950, colto da sconforto si tolse la vita gettandosi sotto il treno della linea di Poggioreale. 
  •       Pognani Natale, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Polonio Balbi Michele, di Michele e di Martinolich Irene, nato a Fiume il 19 maggio 1920, studente universitario di economia e commercio. Sottotenente carrista con la divisione «Ariete» in Africa. Rientrato ferito dall'Africa, dopo l'8 settembre 1943 fu destinato quale comandante al «Comando Tappa» presso la caserma di finanza «Macchi» di Fiume. Il 3 maggio 1945 fu fatto prigioniero nello stesso comando che non aveva abbandonato. Da quel momento non si ebbero più sue notizie. Il 13 novembre 1955 l'università degli studi di Trieste ha conferito al glorioso caduto la laurea ad honorem. 
  •       Porcù Giuseppe, di Erminio e di Licciardò Annunziata, nato a Cagliari l'8 febbraio 1903. Diplomato in ragioneria, ufficiale in SPE nei bersaglieri, residente a Fiume avendo contratto matrimonio con Sucich Iginia. Tenente colonnello comandante della sessantunesima legione CCNN. Dopo l'8 settembre 1943 si occupò per la ricostituzione delle Forze armate italiane a Fiume. Il 5 maggio 1945 fu arrestato a Trieste e rinchiuso nelle carceri del Coroneo. La notte tra il 19 e il 20 maggio 1945 venne trasferito nelle carceri di Lubiana dove rimase fino al dicembre dello stesso anno. Successivamente venne deportato per ignota destinazione e non se ne seppe più nulla. 
  •       Poso Aldo, di Angelo e di Zadaricchio Eugenia, nato a Fiume il 4 luglio 1909, impiegato presso l'azienda servizi pubblici municipalizzati. Dopo l'occupazione della città venne convocato nella caserma di via Trieste per un'informazione e non fece più ritorno a casa. 
  •       Poschini (Poschich) Matteo, di Matteo e di Lucich Giuseppina, nato a Fiume il 24 febbraio 1898, operaio. Milite del terzo reggimento MDT. Fatto prigioniero a Sappiane il 18 maggio 1945 e immediatamente trucidato. 
  •       Pranz Natale, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non fece più ritorno. 
  •       Premuda Guglielmo e Venanzio, fratelli, di origine istriana, residenti con la madre a Grobnico (Fiume) dove gestivano un mulino di loro proprietà. Nell'aprile del 1945 furono prelevati e trucidati perché secondo l'accusa fornivano farina ai Carabinieri. Da sicura testimonianza risulta che gli indumenti dei due fratelli furono messi in vendita sulla piazza di Grobnico. La vecchia madre a causa del dolore decedeva poco dopo. 
  •       Radesich Mario, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945 e scomparso. 
  •       Rahteli Giovanni, da Fiume, dipendente del silurificio Whitehead di Fiume, ucciso dai titini dopo l'occupazione della città. 
  •       Rathofer Giovanni e Margherita, titolari a Fiume del negozio di ferramenta Simper sul corso, arrestati a Trieste dalla polizia slava dopo il 3 maggio 1945, trasferiti nelle carceri di Fiume da dove sono poi scomparsi. 
  •       Ratti (già Simiczek) Mario, di Luigi e di Bellemo Albertina, nato a Fiume il 19 marzo 1904, impiegato presso l'azienda servizi pubblici municipalizzati, arrestato dopo l'occupazione della città e deportato, comunicato il decesso alla famiglia in data 15 giugno 1945. 
  •       Riboni Mario, da Fiume, ucciso dagli slavi a Sesana nel 1948, mentre con altri giovani cercava di raggiungere il territorio italiano. 
  •       Ricchetti, soldato, da Carpi (Modena), fucilato dagli slavi nel campo di Borovnica nell'estate 1945. 
  •       Riosa Gastone, di Gaudenzio e di Marsa Anna, nato a Caltignaga (Novara) il 5 novembre 1925, residente a Fiume. Scomparso dopo l'occupazione della città. 
  •       Rivari Vladimiro, di Ladislao, da Abbazia, ucciso dagli slavi il 30 giugno 1948. 
  •       Rivosecchi Bruno, da Fiume, di anni 26, il 12 maggio 1945, mentre con altri compagni era forzatamente addetto al dragaggio di mine subacquee nel porto del Delta, incappava in una mina magnetica che lo dilaniava completamente. 
  •       Ronco Enzo, di Eugenio e di Marrozzini Annunziata, nato a Fermo il 24 agosto 1900, volontario nella guerra 1915-1918, legionario fiumano e combattente nella guerra 1940-1945, ferito in combattimento contro formazioni titine, fu catturato nel maggio 1945 e fucilato. 
  •       Rosman Luigi, di Antonio, arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Rossi Tommaso, di Enrico, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Rotondo Vito, di Giuseppe e di Salvemini Agnese, nato a Fiume nel 1920, arrestato dagli slavi dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie. 
  •       Rumaz Antonietta, di Paolo, nata a Ville d'Icici (Abbazia) nel 1891. Prelevata dagli slavi nel 1945 e scomparsa. 
  •       Rusich Matteo (chiamato Matich), di Giovanni, nato a Fiume nel 1911, impresario edile, invalido a un braccio, deportato dopo il 3 maggio 1945 e scomparso. 
  •       Sabez Fridi, di Carlo, nato a Fiume l'11 novembre 1919, deportato da Santa Lucia di Tolmino, non ha mai dato sue notizie. 
  •       Salvi Stanislao, di Giuseppe, nato nel 1908, arrestato a Fiume alla fine del 1945. È stata dichiarata la morte presunta come avvenuta il 15 gennaio 1946. 
  •       Sartorio Vincenzo, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Scantamburlo Daniele, di Giuseppe e di Teresa, nato a Mira Oriago il 27 gennaio 1904, vigile urbano di Abbazia, ucciso a Laurana il 27 maggio 1945. 
  •       Scherianz Lucia in Vendramin, di Vittorio, nata a Mattuglie, di anni 20, trucidata nei pressi del cimitero di Tersatto nel novembre 1946. 
  •       Schirinzi Achille, da Fiume, di anni 74, prelevato dai titini il 14 luglio 1947, non ha più dato sue notizie. 
  •       Schulisch Helmut, di Riccardo, medico, arrestato ad Abbazia e deportato. 
  •       Schwartz Massimiliano, da Fiume, di anni 74, prelevato dai titini il 14 luglio 1947, non ha più dato sue notizie. 
  •       Sennis Gigliola coniugata Peresson, di Mauro e di Dumicich Margherita, nata a Fiume il 27 giugno 1917, frequentò il liceo scientifico di Fiume e conseguì il diploma di abilitazione magistrale. Nel 1939 contrasse matrimonio con Peresson Sergio, ufficiale del genio navale. 
  •       Sennis Margherita, nata Dumicch, madre di Sennis Gigliola, nata a Fiume nel 1893, laureata al magistero di Firenze, si dedicò con amore all'insegnamento. Fervente assertrice dell'italianità della sua città, fine, colta, generosa, amata dalle colleghe, fu ancora giovanissima nominata direttrice didattica del circolo scolastico di piazza Cambieri. La notte del 6 maggio 1945, agenti della polizia politica slava si presentarono in casa Sennis e trovata una divisa da ufficiale del marito della Gigliola la sequestrarono e le ingiunsero di seguirli al comando della polizia per essere interrogata, ma non venne più rilasciata. La madre cercò di sapere i motivi dell'arresto e recatasi al comando di polizia, il capo le diede assicurazione che la figlia sarebbe stata rilasciata e le consegnò una lettera da presentare alle carceri di via Roma. La signora Sennis, con in braccio la nipotina Tiziana si presentò alle carceri; la fecero entrare da sola lasciando la bambina alla signora Jole Udovich che l'aveva accompagnata. La signora Udovich attese tutta la giornata davanti alle carceri ma né la madre né la figlia uscirono e da allora non se ne seppe più nulla. 
  •       Sepich Romano, di Giovanni, nato a Volosca nel 1907, arrestato dagli slavi nel maggio 1945, deportato nelle carceri di Maribor dove rimase alcuni anni e poi non se ne seppe più nulla. 
  •       Serafini Tullio, da Abbazia, impiegato, assassinato dalla polizia politica dopo l'occupazione. 
  •       Sicolo Franco, di Domenico, nato a Trani, residente a Fiume, arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Sigulin Miro, di Giovanni, nato a Matteria nel 1921, residente a Trieste, arrestato nel maggio 1945, non si ebbero più sue notizie. 
  •       Don Simone, monaco benedettino olivetano, cappellano militare presso l'ospedale militare di Abbazia. Venne prelevato dagli slavi nel maggio 1945, non ha dato più sue notizie. 
  •       Sorbello Vincenzo, da Fiume, arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Sincich Giuseppe, di Marco e di Hervatin Maria, nato a Fiume il 24 aprile 1893, assolto il ginnasio ungherese, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza presso l'università di Budapest, studi che non poté portare a compimento per lo scoppio della prima guerra mondiale. Si distinse quale esponente dell'autonomismo fiumano tenendo però sempre viva la fiamma dell'italianità di Fiume. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, creatasi a Fiume la critica situazione politica, essendo gli slavi decisi ad impadronirsi della città, ricostituì con il dottor Mario Blasich, il dottor Nevio Skull e l'ingegner Peteani, il partito autonomo fiumano col preciso compito di impedire l'occupazione slava. A più riprese gli emissari titini tentarono di far aderire i capi dell'autonomismo al movimento jugoslavo. In una memorabile seduta, Giuseppe Sincich rifiutò con veemenza ogni compromesso e al rappresentante titino disse: «voi seguite il vostro destino e noi il nostro!». Continuamente minacciato di morte non desistette, anzi disse: «Chi combatte per un'idea, deve affrontare tutto, anche la morte. Che cosa penserebbero i miei seguaci sapendo che il loro capo li ha abbandonati?». Il figlio, pure Giuseppe, descrive come segue la fine di suo padre: «Il tre maggio 1945 i titini entrarono in città e, prima di tutti, prelevarono mio padre dalla sua abitazione, noncuranti del dolore della moglie e della figlia presenti, ed alle ore 9,30 lo trucidarono nella vicina fabbrica di prodotti chimici; il suo corpo martoriato, ma composto e sereno, confermò la sua idea». Al momento dell'esecuzione fu spogliato di ogni suo avere. 
  •       Sirola professor Gino, di Francesco e di Rusich Anna, nato a Fiume il 16 maggio 1885. Compiuti gli studi al ginnasio ungherese di Fiume, ottenne una borsa di studio del comune e si iscrisse alla facoltà di lettere dell'università di Bologna. Allievo prediletto del Pascoli, ebbe compagno di studi un altro concittadino, il fiumano Amedeo Hodnig, del quale il Pascoli disse: «il mio virginale Hodnig, nato nell'Italia d'oltre i confini». A quella scuola il Sirola temprò i propri sentimenti di italianità. Ottenuta la laurea, rientrò a Fiume dedicandosi all'insegnamento e alle attività politiche di allora. Fu uno del fondatori della «Giovine Fiume». Nel 1911 risultò eletto nella lista cittadina opposta al partito autonomo, insieme a Isidoro Garofalo, Riccardo Gigante e Luigi Cussar. Durante la prima guerra venne chiamato alle armi e inviato al fronte russo nelle file dell'esercito austro-ungarico. Rientrato a Fiume dopo la guerra, continuò la lotta per l'annessione all'Italia facendo parte del governo provvisorio. Ritiratosi, venne in seguito nominato preside dell'istituto tecnico «Leonardo da Vinci», carica che tenne fino alla sua morte. Amante degli studi letterari, lo interessava molto la letteratura ungherese, tanto che pubblicò in traduzione due volumi: nel 1928 uno sotto il titolo «Accordi magiari» e il secondo nel 1932 dal titolo «Amore e dolore di terra magiara». Per questa sua attività venne eletto membro dell'Alta accademia letteraria ungherese. Dopo l'8 settembre 1943 un gruppo di cittadini lo pregò di occupare temporaneamente la carica di podestà della città, per difendere gli interessi dei cittadini nei confronti delle autorità di occupazione. Confermato nella carica, il 9 febbraio 1944 pronunciò con grande coraggio un discorso, invitando i cittadini ad unirsi per difendere sino all'ultimo Fiume, nell'interesse della città e dell'Italia. Il 3 maggio 1945 raggiunse Trieste, ma due giorni dopo venne arrestato dalla polizia titina e riportato a Fiume. Fu visto da alcuni concittadini nella villa Rippa trasformata in carcere e poi scomparve. 
  •       Skull dottor Nevio, di Giuseppe e di Foretich Giuseppina, nato a Fiume il 23 dicembre 1903. Laureato in medicina, esercitò la professione di medico. Nel 1935 alla morte del cognato abbandonò la professione per dedicarsi alla direzione della «Fonderia e fabbrica macchine M. Skull», fondata dal nonno paterno Matteo Skull nel 1878. Di puri sentimenti italiani, fu legionario fiumano. Oltre all'attività industriale ricopriva cariche cittadine, quale consigliere della Banca d'Italia, vice presidente della Cassa di risparmio di Fiume, membro della commissione per le tasse e di quella per il trattamento dei carcerati. Durante la guerra le officine Skull furono militarizzate, prima dalle autorità italiane e poi da quelle tedesche di occupazione. Alla fine della guerra riuscì a sventare la distruzione delle officine da parte dei tedeschi in ritirata, ma fu breve la sua soddisfazione di aver salvata l'opera di generazioni e il futuro lavoro dei metalmeccanici fiumani. La sera del 3 maggio 1945, giorno dell'entrata delle truppe titine in città, venne prelevato da elementi della polizia titina e barbaramente ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Il suo corpo fu poi trovato tra le macerie dei ponti sul fiume Eneo. 
  •       Sottin Francesco da Fiume. Arrestato e deportato dopo il 1945. 
  •       Sposta Mario, nato a Trieste il 27 agosto 1899. Fotografo della questura di Fiume. Arrestato dopo il 1945 e rinchiuso nelle carceri di Maribor. Morto nell'infermeria del carcere in seguito ai maltrattamenti subiti. 
  •       Springhetti Ada nata Martini da Fiume, di anni 44. Arrestata nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie. 
  •       Stefan Severino da Fiume, tranviere. Arrestato il 16 giugno 1949 e scomparso. 
  •       Steinberger Antonio di Giuseppe, da Fiume. Arrestato a Brioni nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Stercich Giovanni, già segretario del partito autonomista di Fiume. Trucidato dagli slavi il 3 maggio 1945. 
  •       Sternissa Mario da Fiume, di anni 13. Ucciso il 16 maggio 1945 durante un conflitto tra la polizia jugoslava e alcuni giovani fiumani renitenti alla chiamata di leva ordinata dal comando slavo. 
  •       Stich Otto di Nicola. Arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Stifanich Carlo di Martino e di Gulich Stefania, nato a Fiume il 4 giugno 1922. Il 17 maggio 1952 cercava di raggiungere l'Italia attraversando l'Adriatico con una barca, partendo da Pola, insieme ad altri quattro amici; non si ebbero più sue notizie. 
  •       Succi Francesco di Giuseppe, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Superina Alessandro da Fiume, rappresentante di case editrici italiane. Dopo l'occupazione della città si recò a Roma per prendere contatto con le case rappresentate. Al suo rientro a Fiume fu arrestato e lungamente interrogato. Dopo un breve rilascio venne nuovamente arrestato e da allora non si ebbero più sue notizie. 
  •       Superina Giovanni di Giuseppe, nato a Fiume, di anni 23. Dopo la condanna del padre ad alcuni anni di reclusione, da parte del tribunale militare jugoslavo di Fiume, tentò nel 1948 di raggiungere l'Italia clandestinamente, ma sorpreso dalle guardie di confine nei pressi di Trieste, fu ucciso a fucilate. 
  •       Superina Silvio di Silvestro, nato a Fiume nel 1923. Arruolato dopo l'8 settembre 1943 in un reparto inviato a presidiare la centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Dopo il 3 maggio 1945 venne catturato dagli slavi e barbaramente trucidato. La fossa comune dove era stato sepolto unitamente ad altri suoi compagni fu scoperta per caso qualche anno dopo. 
  •       Surdo Salvatore. Deportato dalla provincia di Fiume dopo l'occupazione da parte titina. 
  •       Taucer Santo di Giuseppe e di Boboschich Elena, nato a Fiume il 26 settembre 1905. Occupato quale amministratore nelle officine Skull. Prelevato dalla sua abitazione nei primi giorni di maggio del 1945 da partigiani slavi; secondo loro, doveva fornire delle informazioni e sarebbe ritornato dopo un'ora. Invece non solo non è rientrato, non si seppe più nulla della sua sorte. 
  •       Tenaglia Lamberto da Fiume, nato nel 1924. Appartenente a un reparto di stanza a Laurana. Venne ucciso dagli slavi dopo l'occupazione della riviera. 
  •       Tesi Attilio. Combattente della guerra 1915-1918. Residente ad Abbazia dove faceva il fornaio. Ucciso dagli slavi dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Toich Antonio di Federico, nato a Veglia il 21 maggio 1927. Arrestato dopo l'occupazione a Sappiane e disperso. 
  •       Tori Bruno di Gino, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Torre Carlo di Carlo, da Fiume. Arrestato dopo il 3 maggio 1945 e deportato. 
  •       Tosi professor Giuseppe di Giacomo, nato a Pola il 4 agosto 1890. Già insegnante nella scuola italiana di Volosca prima della redenzione, riuscì da solo a mantenere la cultura e la lingua italiane e ad educare italianamente intere generazioni. Dopo l'annessione alla Italia venne nominato preside della scuola media di Abbazia, incarico che tenne fino alla morte. Dopo il 3 maggio 1945 fu arrestato dai titini e torturato barbaramente. Dopo un'atroce agonia fu costretto a bere, in un bicchiere, il suo stesso sangue. 
  •       Tropper Emilio di Rodolfo, nato ad Abbazia il 13 maggio 1894, portiere d'albergo. Arrestato a Volosca il 5 maggio 1945 e scomparso. 
  •       Tuchtan Leopoldo. Nato a Fiume, di anni 74. Proprietario del negozio «La Sanitaria» situato al Corso. Nel 1948 gli slavi arrestarono il figlio Leopoldo e dopo sentenza del tribunale iugoslavo subì la confisca di tutti i beni. Impazzito dal dolore, morì nel 1949 senza essersi più ripreso. 
  •       Vaduch Giovanni da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Vale dottor Antonio, di Vittorio e di Macovez Maria, nato a Fiume il 1° gennaio 1906. Dottore in chimica alle dipendenze della raffineria di olii minerali. Prelevato dalla sua abitazione nel maggio 1945 e ucciso un mese dopo in luogo sconosciuto. 
  •       Vamos Alberto, di Sigismondo e di Kamras Elisabetta (deportati in Germania ed eliminati), nato a Stavropol (Russia) l'11 novembre 1897, cittadino italiano, residente a Fiume. Arrestato dagli slavi il 26 ottobre l947 e ucciso a Buccari il giorno successivo. 
  •       Vaukich Anna in Corigliano. Deportata da Fiume dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Vilfinger Marghierita coniugata Zuliani. Eliminata dai titini dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Villardito Liberato, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Visinko Carlo, di Pietro, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945 e incarcerato a Maribor fino alla data del 18 febbraio 1948, poi scomparso. 
  •       Visintin Lucio, di Guido. Deportato da Fiume dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Vollmann Adalberto, da Abbazia. Commesso delle cooperative operaie. Arrestato dopo il 3 maggio 1945 e ucciso. 
  •       Viti Ettore, di Iginio e di Hervatin Francesca, nato a Fiume il 23 aprile 1911. Dipendente della raffineria di olii minerali. Arrestato da elementi slavi nei pressi della questura, non ha fatto ritorno a casa e non diede mai più notizie. 
  •       Volpe Antonio, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945. 
  •       Vrazich Olga, nata a Fiume. Dopo l'occupazione della città venne arruolata nella polizia titina. Quando gli slavi si accorsero che aveva cercato di mitigare la sorte di alcuni cittadini arrestati, l'arrestarono a sua volta e fu fucilata. 
  •       Wilhelm Raimondo. Nato a Gyekenyes, nel 1896, fotografo. 
  •       Wilhelm Teresa. Nata a Vienna, moglie di Raimondo; figli: Wilhelm Guglielmo, nato a Fiume nel 1920; Wilhelm Guglielmina, nata a Fiume nel 1921; Wilhelm Gherardo, nato a Fiume nel 1926. Il padre, disertore dell'esercito austro-ungarico nella guerra 1914-1918, visse nascosto a Fiume in casa della famiglia Ricatti. Durante l'impresa dannunziana fece parte della Guardia nazionale e prese parte al Natale di sangue. Dopo l'occupazione della città avvenuta il 3 maggio 1945, i tre figli vennero arrestati dai titini. I genitori cercarono a lungo notizie dei figli rivolgendosi ai vari uffici di polizia senza però sapere nulla in merito. Due settimane dopo, cioè alla fine di maggio, furono arrestati pure loro e sparirono per sempre. 
  •       Zaller Antonio, di Giuseppe e di Jankovich Agnese, nato a Sussak il 13 giugno 1905. Legionario fiumano. Vice console della compagnia lavoratori del porto. Arrestato dopo l'occupazione della città e fucilato al campo di aviazione di Grobnico (Fiume) insieme ad altri 93 italiani, tra i quali il dottor Amato, Commissario capo della questura di Fiume. 
  •       Zanardo Italo, di Antonio, nato a Santa Lucia di Piave (Treviso) nel 1922. Residente a Fiume, deportato dagli slavi il 22 maggio 1945. 
  •       Zanchi Umberto, di Nereo, nato a Sussak nel 1905. Legionario fiumano. Dopo l'annessione di Fiume si trasferì a Trieste. Arrestato a Santa Lucia di Tolmino il 30 aprile 1945, venne deportato a Santa Caterina (Fiume) e qui eliminato. 
  •       Zangrillo Sergio Umberto, di Umberto, nato a Venezia il 3 dicembre 1923, residente ad Abbazia. Arrestato dagli slavi dopo l'occupazione e scomparso. 
  •       Zar Maria, residente a Fiume. Arrestata dopo l'occupazione della città ed eliminata. 
  •       Zmarich Alfredo, di Antonio, nato a Laurana il 15 aprile 1914, macellaio. Arrestato nel maggio 1945 e deportato. 
  •       Zulian Giovanni, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città. 
  •       Zullich Mario, da Fiume, nato nel 1925. Arruolato nella milizia difesa territoriale e inviato alla difesa della centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Catturato dai titini e barbaramente trucidato, fu sepolto in una fossa comune. La fossa venne scoperta alcuni anni dopo e i resti trasferiti nel cimitero di Gorizia. 

Questo elenco, compilato sulla base di testimonianze orali, faticosamente e spesso fortunosamente raccolte, può contenere inevitabili errori e omissioni. Ma il suo significato è inequivocabile: è l'olocausto d'italianità dei figli di Fiume d'Italia. 

E oltre la tragedia degli assassinati, dei fucilati, degli sgozzati, degli annegati, vi è quella - mai spenta - degli esuli. 

Erano italiani a cui non è stata possibile altra scelta pur di conservare la propria italianità; italiani che vedevano, giorno per giorno, uccisi e calpestati i propri diritti alla libertà, alla vita, alla proprietà, al lavoro e alla pratica della propria fede religiosa. Non è possibile enumerare coloro che ebbero familiari condannati a morte, prelevati dalle proprie case e mai ritornati, incarcerati, condannati al carcere e ai lavori forzati; tutti subirono l'esproprio dei propri beni, e scelsero, lasciando le proprie case, le povere cose, i propri morti, la via dell'esilio. Troncarono le loro stesse radici, e coscientemente lo fecero, perché essendo italiani e liberi tali vollero restare. 

Esuli in Patria, donarono ancora all'Italia la vita del giovane Nardino Manzi, colpito a morte dalla polizia alleata a Trieste, il 6 novembre 1953, quando la città giuliana era ancora contesa. 

La comunità degli esuli di Fiume, sparsa oggi in tutto il mondo, è rappresentata dal Libero comune di Fiume in esilio cui fanno capo circa 10.000 famiglie e quindi non meno di 30.000 esuli. 

La forza spirituale di questo comune, senza territorio - ma con il suo Sindaco, la sua gente, i suoi consiglieri, la sua anagrafe -, che riviveva nel solco della storia della città, ha dato un senso alla loro condizione di esuli in Patria.  

Il 2 agosto 1994, di fronte alla Commissione esteri della Camera dei Deputati, il professor Claudio Schwarzenberg, sindaco del Libero comune di Fiume in esilio, ha dichiarato: «Ciò che noi chiediamo oggi alla Croazia non costa una lira: il riconoscimento morale del nostro esodo, cioè la necessità di lasciare le nostre terre di fronte alla minaccia di eccidio degli italiani; la composizione di una commissione italo-croata che proceda al censimento dei morti e quindi faccia sapere chi è stato ucciso, come, perché, e dove sono stati gettati i corpi delle vittime. Per noi questo viene prima di tutto. Nel corso del primo raduno mondiale degli esuli fiumani, nel cinquantesimo anniversario della tragedia del 1945, l'assemblea dei cittadini del Libero comune di Fiume in esilio ha espresso l'auspicio che «l'Italia voglia concedere a Fiume una medaglia d'oro al valor militare alla memoria dei suoi cittadini che in guerra e in pace hanno servito la Patria». 

I dati riportati in questa relazione sono stati ripresi, in particolare, dal volume «Fiume, 3 maggio 1945-3 maggio 1995. Piccolo libro bianco di una grande ingiustizia» a cura del professor Claudio Schwarzenberg, sindaco del Libero comune di Fiume in esilio, e di Amleto Ballarini, presidente della Società di studi fiumani. 

«Onorevoli colleghi! Affido alla vostra sensibilità questa Proposta di Legge presentata dall’On. Menia in data 30 Aprile 2008 che conferma alla nostra storia il sacrificio e la dedizione di una comunità che ha sempre onorato l'Italia».

lunedì 11 dicembre 2023

Viva là e po bon: il motto triestino

Ma è Viva l'A e po bon (Viva l'Austria e poi bene), oppure Viva là e po bon (Viva là e poi bene)?

Qualche anno fa, su Il Piccolo, il proprietario del manoscritto originale, Adriano Borsatto Jarach (nipote dell'autore) dichiarò che il verso originale era "viva là e po bon", con buona pace dei nostalgici di un impero sparito più di cento anni fa.


Una seconda testimonianza, pubblicata sempre su Il Piccolo, è da parte di un altro parente dell'autore, Renato Galante

Viva l'A; una storpiatura inventata delle Maldobrie per far un po' de "cabarè"che, grazie ai social, per molti, è diventata autentica.

Biagio Zulian, un eroe Capodistriano

Pur con tempi e modalità diverse, la conquista ottomana di Cipro e Candia veneziane ebbe alcuni paralleli singolari. A Cipro la conquista di Nicosia del 1570 aveva dato inizio a tredici mesi di guerra, e l'ultimo baluardo della città a soccombere era stato il castello di San Teodoro. Fra le donne ridotte in schiavitù e in attesa di essere tradotte a Costantinopoli vi fu Bellisandra Maraviglia, che dando fuoco alla polveriera della nave su cui era stata imbarcata trascinò con sé centinaia di turchi assieme alle altre prigioniere, divenendo un'eroina del suo tempo.

Il secolo successivo fu il turno di Candia, ovvero Creta, da secoli dominio della Serenissima e da sempre nelle mire della Sublime Porta per la sua posizione strategica. E fu l'occasione per vedere in azione Biagio Zulian, che rinfrescò il mito di Bellisandra divenendone – suo malgrado – l'alter ego maschile. E se a Nicosia il castello di San Teodoro fu l'ultimo a essere attaccato, a Candia un forte che portava lo stesso nome ebbe il dubbio privilegio di aprire le danze.

Tutto ebbe inizio nel luglio del 1645, dopo che alcune navi maltesi avevano depredato i galeoni dell'Agà eunuco Zambul, mentre questi era diretto alla Mecca. Dichiarata guerra a Malta, l'impero ottomano fece uscire dal Bosforo settantacinque galee, più altre centinaia tra fuste, saiche, galeotte e altre imbarcazioni. Una flotta sterminata che il 24 luglio diresse senza esitazioni verso Candia, prendendo a pretesto il fatto che la Serenissima aveva lasciato aperto un varco alle navi maltesi nel corso della loro fuga.

I veneziani non erano così sprovveduti da non attendersi una qualche ritorsione da parte del Turco, e avevano già rinforzato le difese; ma quando all'orizzonte si profilarono le trecentosettanta vele poste sotto il comando di Mussà Bassà, fu chiaro che non sarebbe stato possibile impedire lo sbarco e si preferì risparmiare armi e uomini preparandosi a un assedio (destinato a protrarsi per oltre due decenni). L'armata ottomana sbarcò quasi totalmente indisturbata a circa due miglia dal fortilizio, e la sera stessa Bassà decise di levarsi il pensiero del forte di San Teodoro.

Così, mentre la maggior parte dei suoi quarantamila uomini si accampava, diresse una parte dell'esercito e alcune decine di grossi cannoni verso lo scoglio di Agios Theodoroi, che aveva una rocca priva di difese sulla sommità – la Turlulù – utilizzata per l'avvistamento delle navi, e un forte – San Teodoro appunto – che guardava verso terra e serviva anche da lazzaretto per la città fortificata di Canea. In quel momento a presidiare il forte vi erano settantacinque soldati della Serenissima, capitanati da Biagio Zulian (trascritto anche come Zuliani, o Giuliani), nativo di Capodistria. Tra le mura, un solo cannone.

Sembrava una preda facile, ma i primi due assalti andarono a vuoto, con perdite significative fra gli assalitori; nondimeno, la situazione era tutt'altro che rosea: quasi metà della guarnigione era morta o ferita, le munizioni iniziavano a scarseggiare ed era chiaro che nessun aiuto sarebbe potuto giungere dalla Canea, posta tra il forte e lo sterminato accampamento turco. Anche le mura di San Teodoro, colpite a ripetizione dai cannoni ottomani, avrebbero ceduto di lì a poco.

Consapevoli che nessuno di loro sarebbe sopravvissuto, e che forse era anzi preferibile morire che vivere come schiavi per il resto della vita, gli uomini iniziarono a scavare febbrilmente una grande fossa al centro del cortile, che fu riempita di tutta la polvere da sparo rimasta e di ogni oggetto metallico che si potesse trasportare. Quindi, in questa trincea improvvisata, i quaranta uomini superstiti attesero il terzo assalto. Accanto a Zulian, che teneva una torcia accesa per dare fuoco alle polveri, anche la moglie e i figli, che vivevano col capitano all'interno del forte.

I turchi fecero breccia e avanzarono di corsa a centinaia, verso il drappello dei veneziani. Una corsa verso la morte, visto che nell'esplosione ne morirono cinquecento, lasciandone molti altri feriti. Fu un atto eroico e simbolico, che diede formalmente inizio alla guerra di Candia, destinata a durare venticinque anni.

Per onorarne le gesta è nato un progetto, “Le popolazioni della Serenissima alle guerre veneto turche. La storia del capodistriano Biagio Giuliani eroe a Creta", approvato dalla Regione Veneto, nell’ambito della Legge per gli interventi di recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale risalente alla Repubblica Serenissima di Venezia nell’Istria e nella Dalmazia.

Alla presentazione hanno preso parte Alberto Montagner, presidente dell’Associazione culturale Veneto Nostro, capofila del progetto; Valentina Petaros Jeromela, responsabile del progetto; Piero Sardos Albertini, presidente dell’Associazione Fameia Capodistriana, che nel 1963 donò al Comune di Venezia una lapide commemorativa di Zulian; Pietrangelo Petenò, referente di Marco Polo Project Venezia.



Quando il pallone rincorse le vicende del confine orientale

Se la storia incrocia lo sport, a Trieste, non si può non penssare a celebri formazioni professionistiche che ancora oggi nel calcio, pallacanestro e pallanuoto, militano nei massimi campionati di categoria e che vantano una tradizione quasi centenaria o ultracentenaria per dare voce e fiato al tifo nell'Alto Adriatico, Eppure, nel secondo dopoguerra, fu la piccola società calcistica dell'Amatori Ponziana ad attrarre su di sé le luci di una ribalta socio-politica che si intrecciò con quel pallone di cuoio che veniva per lo più calciato dai propri beniamini negli stadi di campionati italiani minori. La squadra del quartiere popolare di San Giacomo fu invitata da Josip Broz nel massimo campionato jugoslavo. La proposta, inoltrata all'anima comunista della compagnia, composta interamente da giocatori triestini, venne portata nel 1946, anno funesto per le sorti dell'Italia, che avrebbe pagato uno scotto pesantissimo al tavolo della pace di Parigi. Nella stagione d'esordio del campionato jugoslavo, i biancazzurri disputarono le partite casalinghe sul campo neutro di Lubiana, per questioni di ordine pubblico. La costituzione del Territorio Libero di Trieste non fermò l'avventura del Ponziana che era passato, in poco tempo, dalla Serie C italiana alla massima graduatoria jugoslava, giocando contro squadre di grande prestigio. A questo avanzamento, secondo testimonianze orali (G. Sadar, 2003), si accompagnò un lauto contributo economico di Tito in supporto della compagine triestina. A titolo di esempio, a Ettore Valcareggi fratello di Ferruccio, che vinse da commissario tecnico della naziona le italiana il massimo trofeo calcistico europeo venne offerto l'equivalente di un milione di lire, a fronte delle trecentomila percepite nel Legnano.
Dopo il salvataggio per ripescaggio nella prima stagione in Prva Liga, la squadra triestina garantì la partecipazione al campionato successivo grazie anche agli introiti provenienti da Belgrado, che aveva opportunisticamente a cuore la promozione dello sport in tutte le regioni della neonata Federazione - e non solo in termini di geografia fisica con particolare attenzione ai territori italiani. Da qui sortì pure l'ulteriore sostegno alla nascita dell'attuale HNK Rijeka, in seno al porto del Carnaro, non più lembo orientale «del bel paese là dove 'I sì suona». Tali iniziative vennero accolte con sentimenti di cocente risentimento dalle maggioranze italiane presenti nelle città dell'Adriatico orientale, la cui popolazione a Trieste posta sotto il governo alleato dalle imposizioni parigine del 1947, identificava quali «traditori», «venduti alla Jugoslavia», i giocatori del Ponziana. Dalle parole di Valcareggi, il quale non sapeva una parola di slavo, l'amaro commento: «Eravamo una squadra mediocre che giocava al calcio, faceva gruppo e cercava di non prenderle dagli squadroni di oltre confine». Il calciatore non negò, comunque, di essere a conoscenza della provenienza di tanto faziosi finanziamenti e delle difficoltà nello stanarsi nel campionato jugoslavo, laddove non mancavano scherni e provocazioni ai giocatori triestini, spesso additati come «porci fascisti» dalla popolazione slava.
Qualcosa, però, mutò negli orizzonti calcistici della squadra di San Giacomo. Mentre la Triestina, allenata da Nereo Rocco, era impegnata nel campionato di Serie A italiano, il Ponziana ormai non più Amatori fu colto alla sprovvista dalla notizia dell'espulsione della Jugoslavia dal Cominform, con la conseguente apertura dello stato balcanico verso le democrazie occidentali nel 1948. Il venire meno dei sentimenti di piena contrapposizione da parte di Tito verso l'Occidente, segnò anche la fine della compagine biancazzurra nel campionato di massima serie balcanica, con la conclusione dello sconfinamento orientale del Ponziana. Il rientro nei campionati federali italiani fu costellato da numerosi ostacoli. Su tutti, la squalifica per sei mesi dei giocatori, che avevano rinnegato, secondo alcuni, la possibilità di difendere il Tricolore anche sul campo da giuoco. La finestra sui Balcani si chiuse definitivamente nel 1949, con la riunione della formazione con il Ponziana Calcio, che aveva continuato a militare nel campionato italiano di Serie C. Sarebbe, a questo punto, forse troppo pungente chiudere la storia del Ponziana Calcio con il fallimento del 2014. Un'ultima scintilla, che rimanga nel cuore dei lettori, brillò nella storia del club grazie a un episodio appartenente al campionato di Serie C della stagione 1974- 1975. Fu il derby contro i rivali di sempre, la Triestina, davanti a ventimila spettatori dello stadio intitolato a Pino Grezar.
Lì, un goal di Miorandi, regalò nel secondo tempo l'1-0, consentendo alla squadra del rione San Giacomo di sconfiggere il più blasonato e agiato avversario. Estrema stella di una realtà che, beffardamente, sopravvisse più dello stato socialista jugoslavo, destinato negli anni Novanta del secolo appena trascorso a subire la più pesante delle sconfitte istituzionali.

Spalato, un modello architettonico per Robert Adam

Nel 1757 il Grand Tour di un giovane scozzese di belle speranze rischiò di trasformarsi in disavventura quando, all'arrivo in Dalmazia, si vide arrestare con l'accusa di spionaggio, per vizi di forma nelle proprie credenziali. Il viaggiatore in questione era nientemeno che Robert Adam (1728-1792), giunto poi alla storia come uno degli architetti più eminenti del neoclassicismo. Nato nei pressi di Edimburgo, era figlio di un affermato progettista intriso di precetti palladiani, cui preferirà, tuttavia, l'ispirazione dettata dalla fruizione di prima mano dell'architettura classica, segnatamente romana. È con tale intenzione che Robert giunge a Spalato la lui nota come 'Spalatro' nel corso del tipico itinerario di formazione della gente dabbene del XVIII secolo, compiuto prima in Francia e poi in Italia negli anni 1754-58.

Accanto a una gradevole vita di società, il nostro turista-discente profonde un serio impegno: stringe rapporti con architetti e artisti di fama, come Piranesi e il disegnatore Charles-Louis Clérisseau lin seguito architetto di Caterina II di Russia, riunisce una squadra di disegnatori, misura e tratteggia rovine. Ed è ciò che fa, una volta chiarito l'equivoco e rilasciato, anche nella cittadina dalmata, all'epoca già insistente entro e fuori il perimetro del palazzo di Diocleziano (inizi IV secolo). Il sito, nel complesso ancora poco noto, non aveva mai conosciuto un'approfondita disamina e Adam fu attirato, inoltre, dalla vocazione residenziale dell'antico complesso, cui dedicò cinque settimane di studi e rilievi. Ben più tempo richiese l'elaborazione dei dati, confluiti nella monografia in folio "Ruins of the Palace of the Emperor Diocletian at Spalatro in Dalmatia", pubblicata nel 1764 e rimasta per un cinquantennio una pietra miliare in seno al movimento neoclassico. Punto forte del volume sono le sessanta magnifiche incisioni realizzate a Venezia e Roma sotto la supervisione del fratello di Robert, James, tratte dai rilievi prospettici di Clérisseau, i quali, indulgendo alquanto al pittoresco, generarono un certo attrito col rigore metodologico di Adam.

La cura dei dettagli coinvolge perfino la rilegatura, realizzata in marocchino scarlatto nella copia presentata a re Giorgio III, dedicatario dell'opera. La parentesi dalmata cade in un decennio di svolta per la carriera di Robert, che passa ad assumere, da architetto di provincia, un profilo internazionale quale fautore di un vocabolario formale a tal punto caratterizzato, da assumere il nome di 'Adam Style'. Il progettista gode di rinomanza anche nell'ideazione degli interni e del mobilio, modellati sulla scorta di una "callida iuncturamai però eccessiva - di motivi e partiti accolti dall'antichità classica. In tutto si respira la grande ambizione dell'autore, abile a promuovere sé stesso con una strategia di marketing "ante litteram" (ivi compreso il tomo su Spalato) che dà presto i suoi frutti con la nomina ad architetto aggiunto del re a fianco di William Chambers (1761). Con il medesimo spirito di smaliziata intraprendenza Robert si lancia nel 1769, in società con i fratelli James, John e William, nell'edificazione del complesso londinese degli "Adelphi" ["fratelli" in greco), progetto su scala urbana articolato in undici edifici a schiera affacciati sulla sponda nord del Tamigi e altrettanti prospicienti l'arteria nota come Strand. L'unità visiva della costruzione, adibita a dimore e uffici, era affidata a una suggestiva fuga di arcate a volta su possenti pilastri in laterizio dispiegata lungo la banchina, funzionale a superare il dislivello di quaranta piedi fra la riva e il tessuto urbano.

L'intuizione appare fortemente indebitata con le rovine di Spalato, da un punto di vista sia strutturale che estetico (si pensi al fronte sul mare) e determina, con le sue sostruzioni, l'alzato soprastante: una vasta terrazza e un ampio prospetto ritmato da lesene. di ordine gigante, ornato da festoni e inquadrato da due corpi indipendenti, tipici della predilezione di Adam per facciate che identificano un centro cinto da ali. Come già nel "buen retiro" di Diocleziano, forma e funzione appaiono combacianti: nelle speranze dei fratelli, per esempio, le arcate dovevano fungere da approdo e magazzino appetibili agli occhi del governo. Ma il progetto, oltre a non poche resistenze, dovette affrontare la crisi della banca Fordyce nel giugno del 1772, nella quale gli Adam sfiorarono la bancarotta. Ne uscirono grazie all'espediente di una lotteria di ben oltre quattromila biglietti da cinquanta sterline l'uno, concessa con apposito atto del parlamento inglese, e il faraonico investimento edilizio guadagnò la meta, anche se in forma economicamente. ridimensionata rispetto alle aspettative. Dell'Adelphi, inopinatamente demolito nel 1936-37, resta solo parte dei lotti minori, quasi a restituire visivamente l'infrangersi di uno dei sogni di Robert, il quale, tra le fantasticherie d'artista sul tema dell'architettura palaziale, nutriva l'ambizione di costruire un nuovo grande palazzo reale: aspirazione che rimase sulla carta o per meglio dire che si tradusse quantomeno nelle carte della mirabile pubblicazione spalatina.





Italo Svevo e l'irredentismo: una storia di famiglia

Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz (Trieste, 19 dicembre 1861 – Motta di Livenza, 13 settembre 1928), è stato uno scrittore e drammaturgo italiano.

L'uomo dovrebbe poter vivere due vite: una per sé e l'altra per gli altri. La riflessione di Svevo, attribuita al protagonista del suo primo romanzo, denunciava in pieno la tensione tra l'amore per la letteratura e la necessità di continuare la propria attività professionale nel mondo degli affari. Nel corso della sua esistenza, infatti, lo scrittore triestino aveva dovuto mettere in secondo piano il proprio impegno artistico, ottenendo il giusto riconoscimento in campo letterario solamente negli ultimi anni di vita, anche grazie all'apostolato dell'amico James Joyce. Se l'appartenenza di Svevo e della sua Trieste a un'area di frontiera, dall'origine ebraica della famiglia, è conosciuta ai più, vì è minore consapevolezza per quanto riguarda l'impegno dello scrittore giuliano (e della famiglia. della moglie, Livia Veneziani) in favore della causa italiana. A cominciare dalla collaborazione con il giornale irredentista, dalle tinte socialiste, «L'Indipendente», che Svevo arrivò a redigere segretamente quando la polizia austro-ungarica ne aveva arrestato i principali esponenti. Quando la coppia Schmitz-Veneziani diede alla luce Letizia, il 20 settembre 1897, i coniugi scelsero come terzo nome quello di "Pia", omaggiando cosi la ricorrenza della presa di Roma. La scelta onomastica, chiaramente, non esaurì l'impegno di Svevo in favore del ricongiungimento di Trieste all'Italia, Egli ebbe infatti incarichi di responsabilità all'interno della Lega Nazionale e della celebre Società Ginnastica. Fu inoltre vicino a patrioti del calibro di Attilio Hortis e significativamente all'interno dell'attuale piazza Hortis è stata eretta la caratteristica statua dello scrittore triestino. Non solo: Svevo fu presente nel 1895 al funerale dell'irredentista goriziano Enrico Juretig, passato non indenne dalle prigioni asburgiche. La stessa famiglia Veneziani aveva dato un grande contributo al processo d'indipendenza italiano. Tra i propri zii, Livia, la moglie di Svevo, annoverava due volontari garibaldini (Carlo ed Enrico, rispettivamente presenti nella campagna meridionale del 1860 e nella fallita campagna contro lo Stato Pontificio del 1867). Un loro fratello, Edoardo, era stato invece tra i compagni di Guglielmo Oberdan. Altri parenti impegnati per la causa italiana furono due Venezian, entrambi di nome Giacomo, L'uno caduto al Vascello durante la difesa della Repubblica Romana del 1849, e il secondo, volontario durante il primo conflitto mondiale. Una menzione particolare, inoltre, merita l'irredentista Felice Venezian, sostenitore del ricongiungimento di Trieste e dell'Istria all'Italia.

Sin dall'inizio dell'ingresso italiano nella Grande Guerra, i coniugi avevano segretamente conservato un tricolore. Svevo, del resto, restava un "sorvegliato speciale" della polizia asburgica. Il 30 ottobre 1918, giorno dell'insurrezione di Trieste, la bandiera poté finalmente essere inalberata sopra Villa Veneziani, preludio al ricongiungimento al nostro Paese della città giuliana. Il destino, purtroppo, sarebbe stato drammatico per i discendenti di Livia e Svevo (deceduto nel 1928). I tre figli di Letizia e del marito Antonio Fonda Savio, infatti, sarebbero tutti morti nel corso dell'ultimo conflitto mondiale Piero e Paolo, spenti nel marzo 1943, dopo essere stati fatti prigionieri dai sovietici e Sergio ucciso dai tedeschi durante i combattimenti di Trieste del maggio 1945. Villa Veneziani, dove per decenni si era lietamente svolta la vita dei coniugi, era stata invece distrutta dalle bombe nel febbraio di quello stesso anno. Cessava così definitivamente tutto un mondo ritratto dalle prose di Svevo. La stessa città natale avrebbe dovuto attendere qualche anno per poter tornare nella compagine nazionale, ma gli spunti delle opere dello scrittore rimasero più che attuali: basti rileggere il finale de "La coscienza di Zeno".

venerdì 8 dicembre 2023

Un angolo di Firenze in Dalmazia: Giorgio Dalmatico e la cattedrale di Sebenico

In questo contributo vorremmo esaudire almeno in parte la curiosità di quei lettori di lingua italiana interessati a conoscere meglio San Giacomo a Sebenico. Protagonista assoluto dell'impresa fu Giorgio Dalmatico, altrimenti noto Giorgio Orsini e Giorgio da Sebenico. In realtà dovremmo dirlo "da Zara", dove nacque prima del 1420. Il padre Matteo era attivo. laggiù come lapicida presso l'erigenda cattedrale e apparteneva a una nobile famiglia di ascendenza romana. L'uso del cognome Orsini, tuttavia, risale al figlio di Giorgio, Paolo, e non fu mai usato dall'artista. Le auguste visioni delle rovine di Spalato e del locale passato romano stimolarono una mente lucida e aperta, presto toccata e in maniera decisiva da giovanili esperienze in ambito peninsulare: a un praticantato veneziano nella bottega dei fratelli Bon, di cui rimarrebbero cospicui. ricordi nella Porta della Carta e nell'ala meridionale di Palazzo Ducale (1435-40), si sommerebbero dei contatti con Filippo Brunelleschi a Firenze. Scambi che sarebbero plausibili se la testimonianza dello storiografo Giorgio Vasari (1568) è nel giusto quando addita un certo «Schiavone che fece assai cose in Venegia» tra gli allievi del sommo architetto fiorentino. L'astro di Giorgio comincia però a splendere davvero nel 1441, quando viene nominato 'capomastro' della cattedrale di Sebenico, decennale cantiere fino allora diretto da Pier Paolo e Antonio Dalle Masegne, allontanato per incompetenza e sperpero di denaro pubblico.

Giorgio si rivelerà l'uomo giusto al momento giusto nel posto giusto: l'edificio, realizzato in altezza fino alla cornice ogivale dei muri perimetrali, imboccherà sentieri d'inaspettato respiro. monumentale, a partire dalla conversione della planimetria una basilica trinavata, priva di transetto e di proporzioni piuttosto limitate in un congegno architettonico che raggiunge la massima esuberanza nell'articolazione dei volumi tra i nuovi bracci trasversali non aggettanti e la cupola di crociera: Ma non solo: l'architetto optò per l'allungamento delle navate e l'innalzamento della quota del coro onde veicolare un maggiore effetto prospettico; avviò la costruzione dei matronei e degli archi ogivali nelle navate laterali, tributò inoltre particolare attenzione all'abside, che fiori in una triplice testata semicircolare entro il 1443, sontuosa nell'ornato quasi quanto la stessa facciata per l'orientamento nella compagine urbana, saggiamente tenuta in considerazione. L'innesto di un nuovo vocabolario si evince anche dalle originali soluzioni riservate all'apparato esornativo, trattato dai predecessori con rigoglio di forme ma senza sentimento, come attestano il Giudizio Universale del portale maggiore e i leoni stilofori coi Progenitori della porta settentrionale, memori degli equivalenti di Traů.

Di inusitato tenore sono invece le ideazioni di Giorgio, come il fregio absidale di angeli e la cornice a doppio fogliame che percorre la navata centrale. Sopra ogni altro ornamento spicca però la teoria di 72 teste a tutto tondo che all'esterno dispiega, lungo la zoccolatura, una rivista della variegata umanità osservata fra le vie della Sebenico di allora: vecchi, donne e bambini rotondetti, turchi, tartari e greci, o ancora, pirati, guerrieri, mercanti e, forse, qualche collaboratore, in un mosaico di fisionomie e caratteri che riverbera il dettato della migliore scultura fiorentina di Donatello. Realizzati anche il battistero e la sacrestia, l'architetto morì in stato di agiatezza nel 1473, lasciando un modello in gesso quale traccia per il completamento dei lavori. Il successore Niccolò Cócari, già attivo presso il duomo di Traù ma proveniente da Firenze e noto pertanto come Niccolò Fiorentino, ne seguì gli indizi con plausibile fedeltà, completando la copertura della nave maggiore e della cupola tra 1473 e 1505.

Uno strano destino accomuna dunque le due sponde dell'Adriatico rinascimentale: come Bramante a San Pietro, Giorgio lascia quattro pilastri di crociera che già vagheggiano il trionfale coronamento della cupola; come Brunelleschi, Giorgio e Niccolò raccolgono e vincono la sfida statica rappresentata da una volta a ombrello di complessa costruzione. Così, se a Firenze splendeva il sole del Rinascimento, a Sebenico sorse una luna capace di raccoglierne la luce per irradiarla con l'albedo della sua fase più fulgida.

Sebenico, cattedrale di San Giacomo (1431-1536)