venerdì 17 novembre 2023

Le proposte italiane all'austria-ungheria

Il 20 Maggio 1882 il governo Depretis stipula con la Germania e l’Austria-Ungheria il trattato della Triplice alleanza. Il patto di carattere difensivo impegna gli stati firmatari a garantirsi reciproca assistenza in caso di aggressione da parte di altre potenze. L’Italia viene così coinvolta nel sistema di sicurezza bismarckiano, ricevendo in cambio la garanzia contro un’improbabile aggressione francese, senza ottenere dai nuovi alleati alcun vantaggio immediato. Tale scelta risulta per molti versi sgradita all’opinione pubblica, rappresentando una netta rottura con la tradizione risorgimentale.

Questi sotto allegati sono i documenti diplomatici riguardanti le trattative intercorse tra Italia ed Austria che avevano lo scopo di assicurare all'Italia le "compensazioni" previste dall'art. 7 del Trattato di Triplice Alleanza e di evitare l'entrata in guerra dell'Italia.





Questa era la bandiera esposta (Marco Gabrielli)

“Questa era la bandiera esposta sulla facciata della scuola primaria frequentata da mio figlio ad Opicina (comune di Trieste) il 21 febbraio di quest’anno (2019):


Mi son attivato: ho sentito gli insegnanti, i dirigenti, l’Assessore competente, alcuni genitori, una nonna molto combattiva ed ho cercato la via affinché venisse sostituita.

Il problema maggiore, mi è stato riferito, era la mancanza di fondi…

A fine febbraio mi sono recato al “Laboratorio bandiere” di via San Giorgio a Trieste e, per pochi soldi, ho acquistato personalmente una bandiera idonea, garantita “resistente alle intemperie del Carso”. Alcuni giorni dopo l’ho consegnata alla scuola.

Questo era lo spettacolo che si poteva osservare il 10 aprile 2019:


Pioggia e Bora avevano ulteriormente vilipeso la bandiera…

Ma quella che avevo regalato, che fine aveva fatto? Problemi “burocratici”: “abbiamo dei dubbi sull’ordine in cui debba venir esposta”, mi è stato risposto… Ulteriori messaggi, telefonate…

Oggi (10 maggio 2019), superato anche lo scoglio sul chi dovesse, materialmente, sostituire la vecchia bandiera con la nuova, la facciata si presenta così:



Un grande uomo il Sig. Gabrielli!

Alcune testimonianze storiche tratte dal libro "La Venezia Giulia e l'unità dell'Italia" di Giusto Montemuliano

Una testimonianza, inoltre, del fatto che l'Italia, da molti, fosse concepita come nazione anche divisa e secoli prima del 1861.
  • 1550: Il Muzio, nelle sue « Battaglie per difesa della italica lingua », - dichiara: «Io sono italiano perché sono nato a Capodistria ».
  • 1650: II Capitolo di Passau respinge la domanda d'ammissione presentata da Germanico della Torre, affermando che egli, come goriziano, è di nazione italiana.
  • 526: Cassiodoro, in una lettera ai provinciali, scrive che l'Istria "Italiae ornat imperium";
  • 972: Ottone I definisce l'Istria "provincia d'Italia";
  • 1463 e 1516: Postumia è definita "la chiave d'Italia";
  • 1572: il Muzio, in una lettera al duca d'Urbino, indica che nessuno scrittore ha mai escluso l'Istria nel descivere l'Italia.
  • 1598: il governatore di Graz, Stobeo, designa Tolmino, l'Istria e Fiume come province italiane;
  • 1616: gli austriaci riconoscono di avere in possesso territori italiani;
  • 1631: nella "Germaniae nova et accurata descriptio" si includono nell'Italia il Monte Nevoso e Circonio (interpretazione con Longatico confermata nel 1842);
  • 1649: il Briet, francese, sostiene che l'Istria e il Carso siano territori italiani;
  • 1681: Schoensleder annota come italiana l'Istria;
  • 1775: l'Istria è nuovamente considerata parte d'Italia;
  • 1797: a Padova si ritiene fatale la perdita dell'Istria, da sempre ritenuta "regione italiana".
  • 1846: il tedesco Raumer, dopo aver visitato Trieste: "mi sia permesso di congiungere la città all'Italia";
  • 1848: l'istriano Facchinetti, sull'"Osservatore triestino", scrive che "Trieste e l'Italia sono una sola patria";
  • 1848: il deputato di Trieste al Parlamento austriaco si definisce "deputato d'Italia";
  • 1848: la Gazzetta di Trieste spiega che i triestini sono "di memorie, amori più santi, gioie, lutti e anima italiani"
  • 1849: In un proclama istriano parla la provincia: "La mia lingua civile è italiana, la geografia mi unisce a quel paese che gli statistici chiamano Italia";
  • 1866: La "Perseveranza" scrive che l'Italia vuole tutte le province che le furono rapite, dal Brennero al Carnaro.

Giuseppe Prospero Revere

Giuseppe Prospero Revere (1812-1889) nasce a Trieste il 2 settembre 1812 in una famiglia originaria del Mantovano, Giuseppe Revere era destinato a intraprendere una carriera commerciale. Tuttavia, all'età di 23 anni, decise di dedicarsi agli studi letterari a Milano, dove entrò nel prestigioso salotto della contessa Maffei, guadagnandosi la simpatia di quel circolo colto grazie alla sua vivacità e arguzia.

Durante gli anni giovanili, la sua passione per la patria lo portò a partecipare attivamente ai movimenti risorgimentali. Fu combattente nelle Cinque Giornate di Milano del 1848 e si unì ai difensori di Roma e Venezia nel 1849. Questa sua partecipazione lo portò in stretto contatto con figure risorgimentali di spicco come Carlo Cattaneo a Milano e Goffredo Mameli a Roma. Durante il periodo di resistenza a Venezia, ebbe dissidi con Daniele Manin, che lo portò ad essere bandito dalla città.

Revere fu un prolifico scrittore e artista, influenzato da grandi nomi come Heine e Ugo Foscolo. Le sue poesie, ricche di brio, humour e carica satirica, riflettono spesso temi sociali e politici dell'epoca. Tra queste, "Sdegno ed affetto" (1845), "Persone ed ombre" (1862) e "Sgoccioli" (1881) si distinguono. Ma non solo poesie; Revere scrisse anche drammatici racconti storici, tra cui "Lorenzino de' Medici" (1839) e "Il marchese di Bedmar" (1846), oltre a pezzi di costume come "Vittoria Alfiani" (1849). Alcune delle sue opere migliori sono raccolte di impressioni, come "Bozzetti alpini" (1857) e "Marine e paesi" (1858), che furono composte durante i suoi soggiorni a Genova e Susa.

Revere non si limitò alla scrittura. Fu anche un attivo pubblicista. A Milano scrisse per la "Rivista europea", mentre a Torino collaborò con la "Rivista contemporanea", usando vari pseudonimi come Anacleto Diacono e Cecco d'Ascoli.

Nel 1869, la sua reputazione lo portò a rappresentare il Regno d'Italia all'apertura del Canale di Suez come delegato.

Si spense a Roma, il 22 novembre 1889. Le sue spoglie mortali furono riportate a Trieste appena nel 1921, dopo essere state negate per molto tempo dall'Austria. 

In suo onore, gli è stata titolata una strada di Milano. 

Nel 1896, postume, le opere di Revere furono raccolte in quattro volumi, con una prefazione di A. Rondani.

Nonostante alcuni critici abbiano sottolineato le mancanze nella sua concezione artistica e nella forma, permane l'importanza di Revere nella letteratura e nella storia italiana. 

Tra le sue opere più importanti si ricordano:

Poesie: Sdegno ed affetto (1845); Persone ed ombre (1862); Sgoccioli (1881)

Drammi: Lorenzino de' Medici (1839); I piagnoni e gli arrabbiati al tempo di Girolamo Savonarola (1843); Sampiero da Bastelica (1846)

Saggi: Marine e paesi (1858), in cui Revere descrive le donne di Muggia come regatanti famose; Bozzetti alpini (1857); Storie di terra e di mare (1865).

Giuseppe Revere ha scritto sull'Istria, tra cui:

"Istria", un articolo pubblicato sulla rivista "Rivista contemporanea" nel 1866. In questo articolo descrive le bellezze naturali e la storia dell'Istria, e sottolinea l'importanza di questa regione per l'Italia.

"L'Istria e i suoi abitanti", un saggio pubblicato nel 1875 in cui offre un'analisi approfondita della storia, della cultura e della società istriana.

"Poesie istriane", una raccolta di poesie pubblicata nel 1881 in cui descrive la bellezza naturale dell'Istria, la sua storia e la sua cultura. 

"Istria"

Istria, terra di confine,

tra mari e monti,

tra culture e lingue,

tu sei un gioiello prezioso.


"La costa istriana"

La costa istriana è un sogno,

con le sue spiagge bianche e il mare blu.

È un luogo di pace e di bellezza,

dove il tempo sembra essersi fermato.


"Il popolo istriano"

Il popolo istriano è un popolo antico,

con una storia e una cultura millenaria.

È un popolo ospitale e gentile,

che ama la sua terra.

Leo Valiani

«A Fiume si parlavano quattro lingue: l’italiano, l’ungherese, il tedesco e il croato. L’italiano lo parlavano quasi tutti, l’ungherese gli insegnanti (le scuole erano italiane e ungheresi), i ferrovieri, i posttelegrafici, i giudici, i poliziotti. Il tedesco, quanti si occupavano di commercio internazionale, che alimentava il grande porto. Il croato, i lavoratori non qualificati, e le lavoratrici domestiche che dalle campagne circostanti scendevano in città».

Storico e uomo politico italiano (Fiume 1909 - Milano 1999). Aderì giovanissimo al Partito comunista e vi rimase fino al 1939. Arrestato e internato in Francia durante il fascismo, tornò in Italia nel 1943. Deputato all'Assemblea costituente per il Partito d'azione, allo scioglimento di quest'ultimo si dedicò agli studî storici e all'attività giornalistica. Nel 1980 venne nominato senatore a vita. Come storico, V. fornì contributi importanti allo studio del socialismo e dell'Italia contemporanea: Tutte le strade conducono a Roma (1947); Storia del movimento socialista. L'epoca della prima internazionale (1951); Questioni di storia del socialismo (1958); Dall'antifascismo alla Resistenza (1959); Il Partito socialista italiano nel periodo della neutralità, 1914-1915 (1963); Azionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza (in collab. con G. Bianchi ed E. Ragionieri, 1971). La sua ricerca di maggior impegno storiografico fu dedicata alla crisi dell'Impero asburgico alla vigilia del conflitto mondiale: La dissoluzione dell'Austria-Ungheria (1966). Nel 2009, per la ricorrenza del centenario della nascita e del decennale della morte, è stato pubblicato a cura di D. Bidussa il volume Leo Valiani tra politica e storia. Scritti di storia delle idee (1939-1956), selezione di suoi articoli e saggi sulla storia dell'Europa moderna e contemporanea.

Giuseppe Accurti

La fraternità dei porti italiani dell'Adriatico ha profonde radici in tutte le città del mare amarissimo pel passato glorioso di Venezia, che ha un'irradiazione perpetua in tutti i porti adriatici. A Fiume, è meglio parlar francamente, era rimasta indelebile la memoria di Angelo Trevisan, il quale durante la guerra di Gradisca nel 1509 distrusse Fiume; eppure a questi ricordi del passato fu superiore il pensiero di Venezia gloriosa nel passato e dal 1821 forte di relazioni ben velate col Piemonte, ma non ignorate negli altri porti adriatici dai fedeli all'unità d'Italia. Che cosa fosse, lo prova, tra gli altri, l'esempio del flumano Giuseppe Accurti, di cui vogliamo dare una biografia breve.


Nato a Fiume addì 26 gennaio 1823 da Luigi Accurti, patrizio di Fiume, e da Antonia Silenzi, entrò a 14 anni nell'Accademia navale austriaca di Venezia e ne uscì cadetto (guardiamarina). A Venezia deve aver incontrato partigiani dell'unità d'Italia e sembra probabile li abbia conosciuti a mezzo del futuro cognato Vincenzo conte Domini, ufficiale addetto all'insegnamento in quella Accademia, poi perseguitato politico dell'Austria e Antonio Lassovich, fiumano, professore ordinario di quell'Accademia, poi profugo a Genova.

Quando, al 22 marzo 1848, la rivoluzione trionfo a Venezia, egli era tenente di fregata, e senz'indugio accorse fra le bandiere di Daniele Manin, che, conservando il suo rango, lo accolse fra i combattenti. Giuseppe Accurti non ha lasciato un' autobiografia nè appunti personali, quindi si è ricorrso alle prove documentali esistenti negli archivi di Fiume e di Venezia nonché al ricordi dei suoi consanguinei.

Dagli archivi però risulta che, con ordine del giorno del 30 marzo 1848, il governo di Venezia promoveva Giuseppe Accurti ad alfiere di vascello col rango dal 1° aprile 1848. Accurti fino al giorno 23 agosto del 1849, quando fu firmata la capitolazione di Venezia.

Risulta, che egli si rifugiò a Costantinopoli, d'onde tornò effettivamente a Fiume nel 1856. Qui c'è un punto che, non chiarito documentalmente, potrebbe portar cattiva luce sull'Accurti. Con lettera del 27 ottobre 1856 il governo generale di Verona informava la presidenza luogotenenziale in Venezia, che l'esiliato Giuseppe Accurti da Fiume, per grazia sovrana di data 8 febbraio dello stesso anno, poteva ritornare negli stati imperiali e, dopo aver fatto dichiarazione di lealtà, doveva presentarsi all'autorità politica di Fiume, la quale ne era già informata. 

C'è un fondato dubbio sulla veridicità di questa asserzione del governo generale di Verona, dubbio motivato da casi identici.

Anzitutto lette le memorie di Francesco Palszky, che fu colonnello garibaldino e prima segretario di Stato del governo ungherese nel 1848-49, egli nel 1861 ebbe il permesso di rientrare in Ungheria in seguito a morte di sua moglie, senza averne fatto domanda e senza averne avuto la menoma cognizione preliminare. Un caso consimile mi sembra essere stato quello dell'Accurti, il quale era cognato di Casimiro Cosulich potentissimo armatore. In ciò conferma la distinta dei compromessi politici dal '48 al '67 la quale lo tiene in evidenza e dice esser egli andato nel 1861 in Ungheria e poi in Italia. Ecco un nuovo errore burocratico austriaco. Trent'anni fa suo cognato Vincenzo conte Domini mi aveva detto ch'egli nel 1859 s'era arruolato nella marina sarda.

Sembrerà strano, ma pure è così, che presso l'Ufficio matricola del personale della R. Marina non risulta che Accurti Giuseppe sia stato ufficiale nè della Marina Sarda nè della R. Marina Italiana. Dai nipoti esiste un ritratto, dov'egli è in divisa della R. Marina Italiana e porta la croce di cavaliere della Corona d'Italia, la medaglia della guerra del 1859, la medaglia al valore civile e la medaglia al valore di Marina.

E indubbio che egli abbia goduto la cittadinanza italiana, perché fu Viceconsole onorario d'Italia accanto al Console Generale Ferdinando conte di Sambuy, carica onoraria conferita unicamente a cittadini italiani. Risulta inoltre che egli fu Viceconsole onorario d'Italia dal 1863 sino alla morte.

Spirò il giorno 24 novembre del 1886. La colonia italiana prese viva parte alle onoranze funebri e pubblicò un apposito avviso mortuario nel quotidiano di Fiume «La Bilancia».

Tanto l'avviso della famiglia come quello della colonia riunita nell'«Associazione di Beneficenza Italiana» lo designano «tenente di vascello in ritiro della R. Marina». L'avviso dell'associazione fu, come d'uso, riveduto dal console generale. Trovo negli archivi del Consolato, una lettera del fratello al console generale in cui ringrazia per la benevolenza usata al proprio suddito: 

«Il r. notaio pubblico di Fiume dott. Nicolò Gelletich presenta al tribunale il suo rapporto sul lascito e il giudizio lo passa per competenza al R. Consolato generale d'Italia».

Ora, se il tribunale di Fiume lo dichiara cittadino italiano sia lecito di credere, che la dichiarazione di lealtà, assertiva, fu un errore delle autorità austriache. Giuseppe Accurti da giovane diede tutta la sua anima all' ideale dell'unità d'Italia, forse allora fondendo i sentimenti dei tre porti nordici dell'Adriatico pensava all'Adriatico uno e all'Italia che, espandendosi nei mari, ripetesse le glorie immense del suo passato marinaro.

Fiume nell'opinione pubblica americana (1919)

Nell'opinione pubblica americana era diffusa la constatazione che i fiumani mai vollero diventare croati come appariva da uno studio compiuto da Henry I. Hazelton nel 1919, che aveva messo in evidenza l'identità italiana della città, composta per il 65 % da cittadini italiani, e solo 22% slavi e 13% magiari.

Henry Hazelton scriveva nel 1919: "Non è l'Italia che reclama il diritto di disporre di Fiume, ma è Fiume che si rivolta al pensiero di divenire parte della Jugoslavia. È Fiume che chiede il prezioso diritto all'autodeterminazione." Siccome gli italiani di Fiume rappresentano secondo le statistiche austriache accettate dagli slavi, il 65% e nel plebiscito di Novembre i voti per l'annessione all'Italia furono l'80%.

Il nome di Rijeka con il quale è chiamata la città dai Croati non è apparso mai sulle mappe. Il fatto che Fiume - pur non appartenendo all'Italia - sia rimasta totalmente italiana per oltre 1000 anni, è la più eloquente prova che trattasi di una città italiana. Nella vita politica e commerciale di Fiume i croati sono sempre stati considerati come stranieri.