martedì 14 novembre 2023

Il Faro della Vittoria (Trieste)

È noto che le zone di mare costituenti i frequentati crocevia della navigazione e i punti di approdo del naviglio mercantile hanno richiesto fin dai tempi antichi particolari impianti luminosi di riferimento, segnalazione e di allerta tali da assicurare percorsi e manovre esenti da pericoli e da possibili danni ai corpi e ai beni. 

Dai semplici fuochi accesi in punti costieri eminenti si è passati presto a quelle costruzioni note come fari, nome comune derivante da Faro, quale è il nome proprio dello scoglio esistente davanti al porto egizio di Alessandria, sul quale era stato costruito in epoca ellenistica il più noto e celebrato degli impianti antichi. 

Dal fuoco a fiamma libera, soggetto al capriccio delle intemperie, si è passati via via a fonti luminose protette e sempre più efficienti fino ad arrivare, dopo tanti secoli di attuazioni e pratiche sempre più elaborate, agli attuali sistemi automatizzati che non sembrano suscettibili di ulteriori sviluppi pragmatici nella catena delle luminosità segnaletiche snodantesi lungo tutte le coste e gli approdi marittimi. 

Il Golfo di Trieste ha rappresentato, specialmente a partire dalla metà del 1800 e fino alla metà di questo nostro secolo, una delle zone più intense di traffico battuto sia da navi di altura, da passeggeri e da carico, sia da naviglio costiero di linea e di piccolo cabotaggio armati da grandi compagnie di navigazione e da una miriade di armatori minori. 

L’impianto di fari di grande atterramento e di portata locale, dalla foce del fiume Tagliamento a Punta Salvore, è stato pertanto particolarmente curato con cinque costruzioni oggi non tutte in attività ma ancora esistenti tranne una, la minore, demolita nel secondo dopoguerra. 


L’idea di un faro rispondente non solo alle funzioni nautiche come prodotto tecnico ma anche con carattere di monumentalità come espressione artistica secondo un abbinamento forse unico in un impianto del genere, è nata a Bologna durante la prima guerra mondiale, nel 1917, tra un gruppo di profughi, in casa del dott. Silvio Sbisà, parentino. Era presente anche l’architetto Arduino Berlam che si assumeva l’impegno di stendere il progetto di massima per un’opera che si presentasse veramente monumentale a ricordo dei caduti in una guerra immane che aveva portato alla realizzazione del sogno irredentistico delle terre adriatiche. 

Tornato a Trieste, l’architetto Berlam prendeva contatto con lo scultore Giovanni Mayer per la parte artistica e col capitano Piero Fragiacomo per la parte nautica dando forma concreta al progetto che incontrava l’interesse del conte Salvatore Segrè Sartorio, presidente della neocostituita sezione triestina della Lega Navale Italiana, mentre il contrammiraglio Guido Fava, comandante della Difesa Marittima di Trieste, assicurava il suo appoggio.

Scartata l’idea di alzare la costruzione sulla Punta Salvore (dove esisteva già un grande faro, funzionante), parve più favorevole la posizione offerta dal ciglione del colle di Gretta, che dava direttamente sul porto con la possibilità di avere un punto luce molto elevato sul livello del mare. 

Fu così che, il 10 agosto 1919, la Lega Navale sottoponeva il progetto al Ministero della Marina, che dava la sua approvazione il 3 novembre successivo. Si formava un comitato cittadino con alla testa il contrammiraglio Fava e con la partecipazione della Lega Navale, dei rappresentanti degli armatori, delle industrie, degli enti economici, e contemporaneamente l’ing. Ettore Pollich della Navigazione Libera Triestina provvedeva all’acquisto del vecchio forte ex austriaco di Gretta col relativo terreno. 

Il lavoro preparatorio veniva portato avanti con notevole celerità, tanto che il progetto particolareggiato poteva essere spedito a Roma già nel 1920 incontrando l’approvazioneve senza tante lungaggini burocratiche con un premio concesso al Berlam, che lo destinava all’opera raddoppiando l’importo secondo la volontà testamentaria del padre. Il contratto di costruzione veniva firmato il 30 luglio 1922 con un consorzio fra cooperative edili di ex combattenti ed assumeva la direzione dei lavori il noto architetto Guido Cirilli con l’architetto Paladini quale coadiutore. L’architetto Arduino Berlam manteneva la consulenza generale dell’opera, di cui era l’autorevole e riconosciuto promotore. Va ricordato che il Berlam, allora quarantottenne, era il terzo di una generazione familiare di architetti noti dal 1860, che avevano lasciato più di un’impronta nell’ambiente urbanistico triestino.


I lavori avevano inizio il 15 gennaio 1923 con la demolizione delle parti non utilizzabili del vecchio forte, sul quale veniva incorporata la grande base di appoggio della nuova costruzione, sotto la vigilanza del Genio Civile, che provvedeva a lavori in proprio per il consolidamento dell’area interessata e la costruzione della strada di accesso con interventi degli ingegneri Lori, Krall, Piacentini, Baratelli, Rizzoli, Camanzi e, da ultimo, dell’ingegnere capo Atena coadiuvato dall’ing. Verderame. Ogni appoggio era assicurato dall’armatore Alberto Cosulich, nuovo presidente della Lega Navale, il governo concedeva 15.000 chilogrammi di bronzo (ricavato dalla fuzione di armi di preda bellica), l’opinione pubblica manifestava vivo interesse, si appassionava, arrivavano numerose oblazioni specialmente da parte delle società di navigazione, anche da parte degli italiani d’America tramite il giornale “Il Progresso Italo-Americano” rispondendo all’iniziativa dell’architetto Whitrey Warren. 

La costruzione di un’opera tanto particolare non era facile, si presentavano grossi problemi di statica, di solidità e di resistenza alla torsione imponendo delle modifiche in corso d’opera specialmente a livello del basamento con intervento degli ingegneri Cirilli e Pincherle Muratori. Venivano incaricati dei calcoli delle resistenze gli ingegneri Raffaello e Beniamino Battigelli, ai quali si deve la solidità della base e dell’alta costruzione a colonna rispetto alle sollecitazioni provocate da movimenti tellurici e dalle raffiche della bora, che in quel punto scende gagliarda dall’altipiano carsico. 

Il 3 febbraio 1924, il Grande Ammiraglio Thaon de Revel veniva ad ispezionare i lavori, che trovava molto avanzati: recava in dono l’ancora del cacciatorpediniere “Audace”, che suggeriva di sistemare sul prospetto del basamento, e due grandi proiettili da 305 mm. della corazzata austro-ungarica “Viribus Unitis” (affondata il 3 novembre 1918 nel porto di Pola dagli incursori Paolucci e Rossetti ) che venivano sistemate a fianco della porta d’ingresso del Faro. 

Sull’ancora dell’”Audace” si trovava applicata una targhetta con la scritta “Fatta prima d’ogni altra sacra dalle acque della Gemma Redenta il III Novembre MCMXVIII”, vale a dire in ricordo del primo attracco dell’unità avvenuto in quella data.


Lo scultore Mayer, approvate certe modifiche concettuali ed estetiche all’idea iniziale del Berlam, portava a compimento la grande statua lapidea del Marinaio e alla fine del 1925 appariva in tutta la sua altezza il corpo cilindrico del Faro simile ad una gigantesca colonna scanalata. 

Seguiva, nell’agosto del 1926, nell’officina del triestino Giacomo Srebot, il collaudo della statua della Vittoria Alata risultante dal martellamento di lastre di rame sulla figura originale in gesso ed arrivava la lanterna metallica sormontata dalla cupola di rame squamata a sbalzo, eseguita dalla ditta Alfonso Curci di Napoli su disegno dell’Officina Autonoma dei Fari e Segnalamento di Trieste. 

Collocate al loro posto le due grandi statue, la litica su di un plinto a coronamento della base e la metallica sopra la cupola, l’opera poteva dirsi compiuta nei primi mesi del 1927.


Veniva solennemente inaugurata alla presenza della massima autorità dello stato, del Re d’Italia, e delle maggiori e più rappresentative autorità del momento.


Il Faro triestino, pensato, voluto e realizzato con tanta determinazione, idealità e concorso di impegni di vario genere e significato, veniva a distinguersi ed acquistava notorietà quale monumentale opera d’arte che nulla sottraeva e sottrae al fine pratico al quale era ed è destinato. Opera maestosa e dominatrice da qualunque parte si guardi, alta 68,8 metri dalla base alla cima delle ali della statua superiore, che misura 7 metri come la statua del Marinaio. La parte inferiore del basamento veniva eseguita in pietra grigia di Gabria, la parte scampanata e il resto della costruzione in pietra bianca di Orsera, con colonna rastremata terminante in un capitello costituito da una gola aerea con pietre ad incastro aggettanti a raggera , punto di passaggio dalla costruzione litica a quella metallica munita di un secondo terrazzino aereo circolare. 

Sulla base spicca un grande e semplice cartello dedicatorio rettangolare, recante la scritta dettata dallo stesso Berlam, senza enfasi 

A.D. MCMXXVII

SPLENDI.E.RICORDA 

I.CADUTI.SVL.MARE 

MCMXV MCMXVIII


Le varie parti che compongono il monumento sono realizzate con tanta coesione da sembrare monolitiche. L’esecuzione è in calcestruzzo e in cemento armato irrobustiti da un’ossatura di ferro, con rivestimento litico a fine estetico. Una scala a chiocciola interna dà accesso al primo ballatoio aereo, che gira intorno al basamento a 17 metri d’altezza; una seconda scala a chiocciola interna porta al secondo ballatoio aereo posto a 51 metri di altezza consentendo una vista sulla città e sul golfo di grande suggestione e richiamo; si continua a salire entro la cella metallica fino alla parte superiore che dà accesso ad un terzo ballatorio circolare, con chiusura a vetrate e sede della potente fonte luminosa elettrica rotante costituente il fine istituzionale della non comune costruzione. 


Gli apparecchi ottici e la lampada del Faro venivano collocati, e tutt’ora lo sono, nei due ripiani della lanterna posti sotto la cupola di rame. 

La sistemazione completa di questa parte dell’opera veniva affidata dal Ministero della Marina al Comando di Zona Fari e Segnalamenti Marittimi di Trieste, che allora era retto dal capitano di fregata Gino Fanelli, sotto la cui direzione si segnalarono il capitano Pietro Fragiacomo, collaboratore fin dal tempo del primo progetto, il capotecnico Cesare Chenda, che concepiva e disegnava la lanterna e l’elettrotecnico Marcello Tomasincig. che curava tutta la sistemazione del macchinario, con rotazione a contrappesi.

Il Faro era allacciato alla rete elettrica cittadina ma, contemplandosi il caso di caduta dell’energia erogata da questa fonte, si provvedeva ad un impianto di emergenza autonomo con un generatore sistemato nell’attigua casamatta del vecchio forte. Ipotizzato un guasto a carico anche dell’impianto elettrico di emergenza, si istallava un secondo ausilio con una fonte luminosa a vapori di petrolio come sperimentata dal R.Ufficio Tecnico dei Fari e Segnalamenti Marittimi di Napoli. 

La fonte luminosa era emessa da una grande lampada ad incandescenza da 80 Volts e 30 Ampères fornita dalla Società olandese Philips di Eindhoven, capace di sviluppare un’intensità media di 4.350 candele internazionali. Intorno ad essa ruotava (e ruota) un apparecchio ottico costituito da due gruppi di due lenti Fresnel ciascuno, che elevava la potenza fino a 1.250.000 candele internazionali, tale da assicurare un raggio luminoso della portata per trasparenza media di circa 26 miglia, secondo un ampio cerchio che andava dalla foce del fiume Tagliamento fino all’altezza della città istriana di Parenzo, al limite quindi delle possibilità tecniche di convenienza, condizionate dalla fisica dello strato inferiore, assorbente, dell ’atmosfera. 

La sigla di riconoscimento del Faro triestino, come dire il biglietto da visita, era data (e tutt’ora lo è) da due lampi di luce bianca intervallati da quattro secondi di eclissi, ripetuti tre volte nel giro completo. 

Non è molto cambiato, nel tempo, in questa sistemazione se non l’automazione che è ormai completa.


Opera d’arte, si è detto, e come tale il Faro abbisognava di una illuminazione che, di notte, ne rivelasse la linea architettonica ed ne esaltasse le modanature, uniche nel suo genere ed ispirate ai monumenti della classicità. 

Se ne faceva carico l’ing. Italo Bonazzi, presidente della sezione di Trieste dell’Associazione Elettrotecnica Italiana, pensando fin dall’estate del 1930 ad una luce radente esterna con proiettori sistemati convenientemente. Quando nel settembre successivo si teneva nel capoluogo giuliano la XXXV Riunione annuale dell’Associazione con una visita, tra l’altro, al Faro, l’ing. Bonazzi veniva incoraggiato a portare avanti l’idea con l’approvazione del sindaco senatore Giorgio Pitacco e dello stesso architetto Berlam. Ma il Comando Zona Fari dava risposta negativa in quanto il regolamentointernazionale proibiva l’accensione di luci entro l’area di 200 metri intorno al faro stesso ritenendo necessario evitare interferenze nei confronti dei naviganti. 

L’ing. Bonazzi non si arrendeva, si recava a Roma, interessava della questione il Ministero della Marina ed otteneva che il comando della Base di Venezia inviasse nel Golfo di Trieste il rimorchiatore “Porto Empedocle” con alcuni ufficiali allo scopo di effettuare prove tecniche notturne mentre a terra venivano accesi dei faretti che l’ing. Bonazzi s’era fatto prestare dall’ACEGAT. Si scattavano delle fotografie che mostravano come l’illuminazione esterna non comportava alcuna interferenza con la segnalazione ottica del Faro. 

Caduta ogni opposizione, l’ing. Bonazzi, evidentemente uomo di grande polso e attivo, non perdeva tempo e faceva sistemare l’impianto esterno con prontezza in modo che si potesse inaugurarlo il 20 settembre 1930, giorno della sessione conclusiva del raduno nazionale dell’Associazione Elettrotecnica Italiana tra l’entusiasmo dei congressisti e delle autorità ospitate a bordo del transatlantico “Vulcania” mentre la gente gremiva la riviera di Barcola . L’architetto Berlam non mancava di manifestare al Bonazzi la sua soddisfazione nel constatare che, grazie alla illuminazione radente, la sua opera acquistava la piena valorizzazione anche in sede morale ed estetica. 

Durante il secondo conflitto mondiale, l’impianto dei faretti veniva distrutto ma l’ing. Bonazzi s’interessava, appena possibile, a farlo ricostruire almeno parzialmente superando con pazienza le difficoltà frapposte dagli ufficiali del Governo Militare Alleato, che ne avevano sbarrato il passo, riuscendo, il 24 settembre 1949, a far risplendere nuovamente il ciglione di Gretta dopo quasi dieci anni di eclisse. 

A partire dal 1986 i faretti cominciarono a cedere richiedendo continui lavori di parziale riparazione finchè si è imposta la ricostruzione di tutto l’impianto esterno. Il che è avvenuto ridando pace, crediamo, agli spiriti di Berlam, di Bonazzi, di quanti con tanto impegno si sono prestati ad un’ opera che non ha uguali, di quanti essa è sorta a ricordare. 


Rovigno: Pilo della Vittoria

Pilo della Vittoria innalzato per commemorare la vittoria della 1^ Guerra Mondiale con la redenzione della città dall'occupazione Austro-ungarica. Si trattava di un'artistica opera bronzea istoriata con lo scudo sabaudo con una statua personificante la vittoria posta al di sopra di una prua di nave. Il pilo poggiava su un basamento marmoreo quadrato su cui erano incise le parole: ITALIA! ITALIA! ITALIA! Maestra di civiltà alle genti!


Inutile dire che i titini al loro arrivo provvidero a farlo saltare per aria nel maggio del 1945. In molte case di esuli rovignesi sono tuttora gelosamenti conservati dei frammenti e del pilo bronzeo e del basamento in pietra d'Istria. Ora al suo posto vi è una fontanella su cui campeggia un putto.



Altra angolazione di ripresa del Monumento alla Redenzione che consente una diversa visuale della piazza e del bel lampione in bronzo che fa da pendant al Pilo.

Il blocca porta antenna del Pilo della Vittoria prima della sua collocazione. Si può notare che a fianco dello scudo crociato sabaudo spicca lo stemma con la capretta istriana. Come si può vedere è un'opera di bella fattura in cui spicca la personificazione della Vittoria che si slancia su di una prua rostrata.

Qui l'opera collocata in Piazza dell'Orologio, sulla sinistra spiccano le tipiche figure italiane di due carabinieri.




Italia artistica: Pirano

Pirano, anche, è Venezia, dall’ogiva delle sue porte allo scialle delle sue donne, ai fanali da processione della sua cattedrale, tulipani meravigliosi di scarlatto e d’oro nella loro ricchezza accartocciata e barocca, memore di prore di galera... Venezia superficialmente forse ivi più settecentesca che altrove; nell’anima fieramente Dominante. Domandate alla storia...

«La città è allegra. In quelle calli intricate, ove si radunano presso alle portele amiche di vicinato a far commenti alle novelle divulgate o a render con le quatrociàcole cadenzate più leggero il lavoro dell’ago o del modano o dei ferri; in quelle vie ove passano disinvolte e svelte, chiuse nello scialle nero più artistico d’ogni altra veste le donne..., traspare riflessa l’anima della città, e si vedono frequenti e vivi episodi di pretto carattere veneto che le fanno piacevoli e divertenti al passeggero...». 

Dell'arte romanica Pirano conserva la vasca del battistero, con una finestra della sagrestia testimone d’un’antica basilica. Del secolo XIII una Madonna col Bambino, a S. Michele; del X IV due case a bifore, testimoni forse dell’attività edilizia del podestà Manolesso; del tre e quattrocento un salterio con miniature e un’ancona esistenti nella biblioteca del Duomo, insigne anche per l’armadio-reliquario, con formelle dipinte da qualche scolaro del Vivarini; del più puro quattrocento il Cristo in legno dipinto della Pia Casa di ricovero, il Crocifisso con figure della Scuola di Santo Stefano. E non basta. La Pirano del cinquecento emula Venezia nel chiamare gliartisti ad adornarle chiese e dimore; e si nominano Vettor Carpaccio, Paolo Veronese, Tiziano, Paris Bordon, il Palma e Jacopo da Ponte coloro che e in propria persona e per mano degli alunni migliori rispondono a quest’appello. 

Così nei 1518 Vettor Carpaccio dipinge per il convento di San Francesco la Madonna col Bambino in una corona di santi schierati sui gradini del trono: sant’Antonio, santa Chiara e san Giorgio da una parte, dall’altra san Francesco, san Pietro e san Lodovico; più due musici giovinetti su un lato e sull’altro, e in mezzo un vaso di giaggiolie gigli. Così Benedetto Carpaccio nel 1541 dipingeva pel Consorzio dei sali la Madonna in trono tra s. Luca e s. Giorgio; così l’eco di Tiziano si manifesta nel quadro della chiesetta di San Pietro raffigurante la Madonna che presenta il Bambino a san Girolamo, verosimilmente ascrivibile a Polidoro da Lanciano; così Jacopo da Ponte dà alla sagrestia dei Francescani il suo Cristo sul Monte Oliveto; e Paris 

Bordon compone un venustissimo riposo della Sacra Famiglia, e Andrea Solario un Ecce Homo ammirabile; e Jacopo Palma il Giovane una bionda Maddalena per la sagrestia di San Francesco e una Annunciazione per un altare di S. Stefano, a tacer dei minori, e delle due opere insigni che furon di qui portate a Vienna: la gran tela di Alvise Vivarini, la Madonna che adora il Bambino dormente; e la famosa Battaglia di Salvore del Tintoretto. E degnissime anche le memorie del seicento, fra cui piena di grazia la Madonnina del Sassoferrato appesa dietro l’altar maggiore in San Francesco, specialmente nelle chiesette dedicate alla Madonna della Neve e della Consolazione, dov’è ammirabile anche una squisita cornice del Brustolon.

Alla veneziana esterna eleganza delle architetture corrispondeva nella Pirano della Rinascenza tutta la fioritura decorativa interna: oltre ai quadri, opera d’arte pura, nielli e intagli, damaschi e maioliche, merletti e mobili integravano dentro le dimore dei cittadini il sogno di bellezza italico e veneziano. E il Leone, onnipresente, lo glorificava.

E Francesco Morosini, reduce nel 1689 dalle vittorie gloriosissime di Morea, nel Mar di Portorose — oltre alle cui saline sta la graziosa solitaria Buie — tra applausi e bandiere, tra musiche e colori, in una gran festa di popolo, ne consacrava l’apoteosi.

Italia artistica: Muggia, Capodistria e Isola

"Quando si lascia Trieste, subito Muggia prenunzia e riassume il carattere essenzialmente veneziano della costa istriana: Muggia, piccola città battuta dal mare e dai secoli, col suo leoncino dal muso arguto e dal libro chiuso; col suo piccolo porto, nel quale Enrico Dandolo approdava alla testa dei crociati. Non questo è il primo ricordo della città, che assai tempo innanzi era già insigne, col nome di Mugla, per battaglie e riti fiorenti di leggenda, per gloria di pio culto cristiano, come del resto tutta la rimanente Istria e la Dalmazia; ma è il segno dei crociati con quello del Leone che, alla romanità ond’è segnata gran parte del mondo, aggiunge primo a questa sponda dell’Adriatico un’impronta unica di venezianità e quindi di italianità. Quando, dunque, Enrico Dandolo vi approdava «la città s’adergeva sul monte San Michele, ed il caseggiato presso il porto dicevasi Borgo Lauro; in quel tempo Muggia era soggetta al vescovo d’Aquileia, insignito del titolo di Patriarca; il quale, dominatore poco meno potente di Roma, vi teneva un palazzo — poi occupato dai Veneziani ed infine, dopo parecchi restauri, oggidì casa municipale — , nonché un forte castello più minaccioso ai sudditi che al nemico». Muggia vecchia dista tre quarti d’ora dalla sua città marina, e dell’antica gloria non ha che la disfatta corona delle sue mura, oggi ridotte a baluardo del piazzale e a sedile de’ pellegrini dell’interno; e la basilica, detta anche della Monticula, dedicata agli apostoli Pietro e Paolo, con le sue pietre scolpite che rivelano lo stile longobardo di Cividale. L'atrio, l’ambone su colonne, gli ornati dei cancelli, qualche frammento di pittura bizantina sono argomento di studio e di discussione agli intenditori. Più antica della basilica, l’ombra degli atavi Istriani celti ed illirici, dalle armi di bronzo e Torror sacro della leggenda della sacerdotessa forse druidica murata e arsa nelle vecchie mura, li tra le nebbie della preistoria, — contemporanea delle grotte spaventose, là nella montagna, di San Canziano, — gravano sulla solitudine pànica del luogo e dell’ora. Integrano poi la leggenda le sovrapposizioni bizantine, longobarde e franche; affrettano la formazione della storia e l’atteggiamento della chiesa romana erede dei diritti dello stato e la lotta necessaria delle città costiere contro l’invasione slava che cala come il nembo dalla montagna ad avvolgere la costa latina; e che già nel secolo IX si esprime con la dieta del Risano, finché tra conti di Gorizia e patriarchi d’Aquileia appare a Muggia unico protettore liberatore possibile, San Marco. La bella cattedrale dal campanile cuspidato, il palazzo pubblico col suo leone, il tipo e il parlare del popolo rendon testimonianza anche oggi alla sovranità della Dominante. — Così per tutta l'Istria per tutta la Dalmazia noi ci prepariamo a vedere ormai presente il segno del Leone.




Subito dopo Muggia, salutate nel golfo Giustinopoli, gemma dell’Istria, Egida,Giustinopoli, Capodistria: attraverso questi tre nomi dei quali il poeta ha prescelto quello più suggestivo di tradizione imperiale, la capitale dell’Istria, la cui origine è confusa negli involgimenti del mito argonautico, ha vissuto una sua storia complessa e magnifica, a cui la vita veneziana ha dato qualche secolo di conclusione. L’alba di Egida è nello scudo di Minerva; colchica e argonautica la vela che prima scoperse la sua bellezza marina. Romana, orientale, longobarda, franca, come Muggia, essa pure, la città trismegista, Egida-Giustinopoli-Capodistria si avvicina a Venezia nel X secolo; ed è nel 1096 che dinanzi al suo scoglio sfilano imponenti le navi che conducono in Terra Santa i primi crociati. Oggi, l’unico vestigio della sua esistenza come città romana è la porta detta la Muda. Tutto il resto o quasi nella città di San Nazario riflette e raffigura la città di San Marco. «Le vie, gli edifiziipubblici e privati costituiscono precisamente come un brano di Venezia che si fosse staccato dalla laguna e traversando l’Adriatico si fosse ancorato alla costa del golfo triestino: ivi come a Venezia si fusero in armoniosi prodotti le architetture bizantine, moresca, ogivale e del Rinascimento, l’impronta del leone di San Marco ripetuta a profusione non è ivi necessario suggello per riconoscere la venezianità del luogo...». Più veneziana di così?... Capodistria che ha dato cinque dogi alla Serenissima, se pure non è più assolutamente identica alla sua forma quattrocentesca quale la fissò, in un trionfo di linee e di colori, Benedetto Carpaccio, nella tavola insigne che rappresentaappunto l’entrata del podestà veneto nella città peninsulare, certo almeno dal principio del seicento ad oggi non ha subito mutazioni notevoli. L’ossatura urbana, per così dire, è sempre quella antichissima, essendo Capodistria una scogliosa penisoletta d’ogni parte chiusa. — E sebbene per tutta la sua cerchia si respiri l’aria stessa di Venezia, è sulla Piazza grande, dove il Palazzo della Ragione o del Podestà erge la sua altera grazia turrita e merlata, che lo splendore della Dominante ci affascina e ci ammalia. Sotto la merlatura ghibellina ricorrente in alto per tutta la sagoma dell’edificio, tra la varietà delle forme dei finestroni a tutto sesto ed ogivali, una serie di busti, di statue, di stemmi, d’iscrizioni viene a documentare sulla facciata maestosa, più che la storia, l’anima stessa ormai fatta definitivamente veneziana, della città argonautica, circondando, non senza una certa qual virtù di simbolo inconsapevole, testimone di romanità, una statua di Cibele, che per attrazione di luogo e di significato fu venerata poi come simulacro di Giustizia, e siede ancora sul fronte della merlatura, corrosa dal tempo. Di fronte alla gloria del Palagio e del Duomo, del quale diremo appresso, non è maraviglia che sembrino minori altri pur notevoli ed eleganti edificii: la loggia della Calza edificata nel quattrocento, il fondaco con le sue finestre semicircolari ed ogivali e le sue iscrizioni commemorative di savii provvedimenti veneziani; il Castel del Leone — intorno al quale la città pare aggrupparsi veduta dal mare — ridotto oggi ad ergastolo; la foresteria, e anche la venusta fontana che in piazza del Ponte sorge sotto un arco esattamente riprodotto da un ponte veneziano del seicento. E sorridono inoltre di tutta grazia, qua e là, le architetture delle vecchie case dagli stemmi scolpiti, dalle finestre trilobate, dalle merlature veneto-moresche, dalle travature, talora, sporgenti. Che se poi di troppi tesori la contemporanea avidità commerciale ha spogliato le sale e denudato le fronti alle case, bene è ricordare che i palazzi dei Tacco, dei Borisi, dei Del Bello vantano ancora gli antichi battitoi di bronzo alle loro porte, in figura di Veneri e di guerrieri, di putti e di fogliami, intatti.

Così, attraverso una varietà infinita di visioni e di sensazioni d’arte e di storia, si può dal rude carattere arcaico dello squero nel quartier dei pescatori — così arcaico anche nella vita che v’erano dei vecchi che non avevano mai visto altra chiesa, contenti di ascoltar la messa nella loro attigua cappella — risalire alla gioia e alla gloria del più fulgido Rinascimento nel Duomo, superbo della sua facciata, stranamente ricostituita con frammenti e accozzaglie di nobilissime scolture da restauratori spietati e non curanti, e pur bella di vigorosi dettagli e di effetto complessivo; del suo tesoro con la cappella simile a quella famosissima di Cividale, coll’ostensorio ripreso ai Turchi nella guerra del Sobieski, con il suo calice tedesco e con le sue croci italiane; dei quadri di Vittore e di Benedetto Carpaccio, di Liberale, del Luini.

Ma il vanto di Capodistria in fatto di pitture è certo tenuto dalla chiesa di Sant’Anna, dove la grande ancona del Cima da Conegliano folgora e splende dietro l’altare maggiore. In un grande trionfo di gloria s. Anna; la Maddalena, san Giovacchino e santa Caterina in piedi, ai lati; poi in mezza figura san Francesco e santa Chiara, san Girolamo e san Nazario fan corona alla Madonna con angeli eBambino; mentre in alto si libera la visione del Redentore con san Pietro e sant’Andrea. 

Davanti a questa meraviglia quasi passerebbero inosservati — e non devono — i due dipinti della sagrestia attribuiti al Giambellino, quello del Palma Giovane e l’altro di Benedetto Carpaccio nella stessa chiesa; mentre la chiesa di San Niccolò ne ha uno a cui forse collaborarono Vittore e Benedetto. E non sono i dogi gli unici figli gloriosi della città, essenzialmente anche nel nome istriana, chè da Pier Paolo Vergerlo al Muzio Giustinopolitano e più giù nel settecento a Gian Rinaldo Carli, spesso la sua coltura umanistica ed erudita trascese il confine delle sue mura a diffondersi pel mondo.



Ed ora, come dire la grazia di Isola a piè del suo promontorio coronato di pampini, della dolce Isola fedele a Venezia, di Isola dalle strade porticate, dal bel campanile aguzzo, dalla ghirlanda di peschi e di mandorli fioriti lungo la marina? 

È Isola che nel 1797 non voleva credere alle stipulazioni di Campoformio, e in una sollevazione di popolo uccise come un traditore il podestà Pizzamano, perchè non vi si ribellava. Due palazzi insigni — Manzuoli e Lovisato — d’architettura veneziana; la chiesa della Madonna d’Alieto; la casa del Comune segnata, anch’essa, del Leone, circondano la piazza del mercato, sul mare, dove si accentra la vita del paese; ma anche nelle stradicciole più umili e più deserte, una non so qual grazia di forma edi colore si diffonde. E c’è il fastoso palazzo Besenghi e una scuola di merletti nella casa d’un poeta... Su, in alto, affacciato alla sua ampia terrazza guardando il mare, il Duomo sta."


La corsa per l’italianità di Trieste

Era il 30 giugno 1946 e quel giorno era programmata la 12^ tappa del Giro d’Italia, che andava da Rovigo a Trieste.

Gli slavo-comunisti della Venezia Giulia (per slavo-comunisti intendiamo i cittadini italiani di etnia slovena filotitini del Carso triestino e goriziano) avevano già proclamato che l’arrivo del Giro a Trieste sarebbe stato considerato come una inaccettabile provocazione e che doveva pertanto essere impedito dalle autorità di occupazione anglo-americane.

Già dal giorno precedente la situazione in città era infuocata: le associazioni patriottiche e i numerosi Esuli istriani riparati nel capoluogo giuliano, per onorare la manifestazione sportiva, avevano tenuto un concerto in piazza dell’Unità d'Italia. 

Prima, durante e dopo il concerto, gruppi di slavi avevano tentato di disturbare l’iniziativa, ma avevano avuto la peggio: due erano finiti in mare e otto alla Croce rossa a medicarsi le contusioni. Alla fine, per sedare i tafferugli e disperdere la folla, la Polizia Civile era stata costretta ad usare le bombe lacrimogene.

Il giorno seguente, a mezzogiorno e mezzo, non appena superato il ponte sull’Isonzo nei pressi di Begliano, i ciclisti furono fatti segno di un fitto lancio di pietre e sassi. Uno di loro, Egidio Marangoni, venne colpito da una sassata alla testa e il sangue diffuse panico, mentre chiodi e puntine aggredirono i tubolari e afflosciarono la competizione.

La Polizia intervenne per disperdere gli aggressori, e nonostante fosse stata accolta a colpi di arma da fuoco, riuscì a mettere in fuga i facinorosi, i quali, comunque, avevano quasi raggiunto il loro obiettivo: impedire l’arrivo del Giro a Trieste. 

La corsa venne così sabotata, la tappa pressoché neutralizzata, e molti corridori, tra i quali i più importanti come Bartali, Coppi, Ortelli e Crippa, decisero, spaventati, di non proseguire la corsa. 

Fu allora che Giordano Cottur, con altri sedici animosi, decise che sarebbe comunque arrivato a Trieste!

Furono caricati con le biciclette su delle camionette scortate da soldati americani con il fucile spianato e portati all’hotel Excelsior di Barcola. Qui la corsa riprese, e fu proprio il triestino Cottur a tagliare il traguardo a Montebello.

La folla, appresa la notizia del vigliacco attentato di Begliano, scese in città fremente d’indignazione. 

Le sedi delle organizzazioni e degli enti filojugoslavi furono assaltate e devastate. In via Valdirivo un maggiore jugoslavo aprì il fuoco sui dimostranti italiani, ferendone uno. 

Nella tarda serata altri gravi incidenti nel rione di San Giacomo: dal Circolo slavo di via Caprin fu lanciata una bomba a mano in mezzo alle truppe anglo americane che erano intervenute per sedare incidenti tra manifestanti delle opposte fazioni. 

Tre ufficiali statunitensi, uno britannico, un caporale britannico e quattro soldati americani dovettero essere ricoverati immediatamente all’ospedale militare.



Trieste: la città più italiana (Luigi Bertamè Garda)

In occasione della 77ª Adunata nazionale degli alpini a Trieste è riapparso il motto Trieste la città più italiana d’Italia. La cosa mi è stata molto gradita e, per contrasto, mi ha fatto ricordare che, in tempi diversi, personaggi politici di livello nazionale, in visita alla città giuliana, hanno esaltato solo la sua funzione di ponte verso le nazioni circostanti. Questa apertura internazionale mi trova consenziente, ma ad una condizione: che prima e sempre si ribadisca l’assoluta italianità del ponte.

«Sull’italianità di Trieste credo nessuno abbia dubbi e nulla possa metterla in discussione. Men che meno le dichiarazioni del politico di turno. Non si deve però dimenticare il ruolo di capitale di una civiltà mitteleuropea che ne ha fatto per tanto tempo un centro culturale, economico, politico di assoluto prestigio nell’Europa delle patrie. L’eleganza raffinata di una città cosmopolita resta ancora intatta nelle sue piazze, chiese, palazzi e soprattutto nella sua gente, che ha sopportato con grande dignità e fierezza il fardello di una storia poco generosa nei suoi confronti. Forse è proprio l’Italia della politica a relegarla ad un ruolo marginale in diversi campi dove, da sempre, si è espressa in modo eccellente e a riservarle l’italianità delle parole. Noi alpini l’abbiamo sentita in ogni circostanza la città più italiana d’Italia

Pubblicato sul numero di novembre 2008 de L’Alpino.

Trieste tra l’Italia e Tito (HistoriaRegni)

A migliaia i triestini finivano nelle voragini carsiche e sempre proruppero in manifestazioni d’italianità contro le scelte degli alleati. Il giornalista triestino Manlio Cecovini, sindaco di Trieste e Parlamentare Europeo, così ricostruì la storia della città dal 1945 al 1954 (in AA.VV., Storia della Repubblica Italiana).

Per quaranta giorni Trieste tremò di dover finire slava. A che erano serviti i suoi morti, i suoi volontari di tutte le guerre, i sacrifici patiti? A che gli atti d’eroismo compiuti sotto le insegne della Resistenza, che le avrebbero poi valso la medaglia d’oro alla città e tante decorazioni. Si calcola che dodicimila fossero gli arrestati di quei giorni; e molti, troppi – nessuno saprà mai con precisione quante migliaia – coloro che sparirono per sempre, chiuso il loro segreto nelle voragini carsiche.

Quasi casualmente, dietro un soldato neozelandese che per pura cordialità aveva sventolato un tricolore italiano, il 5 maggio 1945 si riunì un gruppo di giovani che fu subito legione e folla tripudiante e osannante all’Italia. Tricolori uscirono per incanto da ogni finestra, in pochi istanti la città fu pavesata a festa, si riversò per le strade, gridò, rise, pianse impazzita. Finché d’improvviso una raffica partì da una pattuglia titina autocarrata. La folla urlante sbandò, presa dal panico, cercando disordinato riparo nei portoni, nelle vie laterali. Sull’asfalto deserto macchiato di sangue giacevano cinque morti e oltre trenta feriti.

Finalmente, con enorme sollievo, la mattina del 12 giugno fu chiaro che gli alleati avevano costretto le truppe jugoslave a lasciare la città. Nasceva il Governo Militare Alleato. La Linea Morgan non era l’antico confine, non era anche la Linea Wilson, ma nel primo entusiasmo bastò vedere i titini uscire di città per gridare la propria gioia.

Con un colpo di spugna vennero cancellate le strutture balcaniche. Si ricostituivano i partiti italiani creando una giunta che escludeva solo quello comunista, reo di avere venduto Trieste a Tito. Ma l’attesa ricominciava: pare che il destino di noi triestini nati all’inizio della prima guerra mondiale sia quello di attendere. il 1° marzo 1946 i governi alleati, in preparazione del trattato di pace, affidarono a una commissione di esperti l’incarico di formulare proposte per la delimitazione del nuovo confine tra l’Italia e la Jugoslavia. Il momento, per Trieste, era patetico. La sua sorte in bilico, la città anelava a mostrare clamorosamente la propria italianità e non ne trovava il modo. Impensatamente l’occasione fu offerta dal concorso ginnico internazionale di Berna. La Ginnastica triestina ancora una volta era all’ordine del giorno, si sentiva pronta, scalpitava d’impaziente ardore; ma non aveva i mezzi necessaria. La Federazione Ginnastica di Roma, informata dell’aspirazione, capì il significato dell’offerta e la scelse a rappresentare l’Italia al grande raduno.



Terre irredenti e colonie 
Trieste tra l’Italia e Tito
 20 Marzo 2019 historiaregni 0 commenti Capodistria, foiba, foibe, generale De Winton, Isola, Italia, Jugoslavia, Linea Morgan, Linea Wilson, Manlio Cecovini, Maria Pasquinelli, Parenzo, Pirano, Pisino, Pola, Rovigno, Territorio Libero di Trieste, Tito, Trieste
A migliaia i triestini finivano nelle voragini carsiche e sempre proruppero in manifestazioni d’italianità contro le scelte degli alleati. Il giornalista triestino Manlio Cecovini, sindaco di Trieste e Parlamentare Europeo, così ricostruì la storia della città dal 1945 al 1954 (in AA.VV., Storia della Repubblica Italiana).


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Per quaranta giorni Trieste tremò di dover finire slava. A che erano serviti i suoi morti, i suoi volontari di tutte le guerre, i sacrifici patiti? A che gli atti d’eroismo compiuti sotto le insegne della Resistenza, che le avrebbero poi valso la medaglia d’oro alla città e tante decorazioni. Si calcola che dodicimila fossero gli arrestati di quei giorni; e molti, troppi – nessuno saprà mai con precisione quante migliaia – coloro che sparirono per sempre, chiuso il loro segreto nelle voragini carsiche.

Quasi casualmente, dietro un soldato neozelandese che per pura cordialità aveva sventolato un tricolore italiano, il 5 maggio 1945 si riunì un gruppo di giovani che fu subito legione e folla tripudiante e osannante all’Italia. Tricolori uscirono per incanto da ogni finestra, in pochi istanti la città fu pavesata a festa, si riversò per le strade, gridò, rise, pianse impazzita. Finché d’improvviso una raffica partì da una pattuglia titina autocarrata. La folla urlante sbandò, presa dal panico, cercando disordinato riparo nei portoni, nelle vie laterali. Sull’asfalto deserto macchiato di sangue giacevano cinque morti e oltre trenta feriti.

Finalmente, con enorme sollievo, la mattina del 12 giugno fu chiaro che gli alleati avevano costretto le truppe jugoslave a lasciare la città. Nasceva il Governo Militare Alleato. La Linea Morgan non era l’antico confine, non era anche la Linea Wilson, ma nel primo entusiasmo bastò vedere i titini uscire di città per gridare la propria gioia.

Con un colpo di spugna vennero cancellate le strutture balcaniche. Si ricostituivano i partiti italiani creando una giunta che escludeva solo quello comunista, reo di avere venduto Trieste a Tito. Ma l’attesa ricominciava: pare che il destino di noi triestini nati all’inizio della prima guerra mondiale sia quello di attendere. il 1° marzo 1946 i governi alleati, in preparazione del trattato di pace, affidarono a una commissione di esperti l’incarico di formulare proposte per la delimitazione del nuovo confine tra l’Italia e la Jugoslavia. Il momento, per Trieste, era patetico. La sua sorte in bilico, la città anelava a mostrare clamorosamente la propria italianità e non ne trovava il modo. Impensatamente l’occasione fu offerta dal concorso ginnico internazionale di Berna. La Ginnastica triestina ancora una volta era all’ordine del giorno, si sentiva pronta, scalpitava d’impaziente ardore; ma non aveva i mezzi necessaria. La Federazione Ginnastica di Roma, informata dell’aspirazione, capì il significato dell’offerta e la scelse a rappresentare l’Italia al grande raduno.

Fu certo la più civile e composta dimostrazione d’italianità che Trieste potesse dare in quel momento al mondo libero. Purtroppo poco poté sui lavori della commissione che, a conclusione dei sopralluoghi e delle inchieste, se ne uscì con quattro diverse proposte, tutte a noi sfavorevoli. Quella francese, che sacrificava centosettantasettemila italiani, venne accolta nel Trattato. Trieste non era più italiana! Il trattato, firmato a Parigi ed entrato in vigore il 15 settembre 1947, aveva creato uno staterello ironicamente denominato “Territorio Libero di Trieste”.

Uno staterello ridicolo, e anche quello subito diviso in due parti e affidato all’amministrazione di due poteri: la zona A agli anglo-americani, la zona B, incredibilmente, agli stessi jugoslavi, parte interessata. Capodistria, Parenzo, Isola, Rovigno, Pirano, Pisino e Pola, la romanissima Pola che ancora sfida i secoli con la sua gloriosa arena in riva a quello che fu il mare di Roma e di Venezia, erano irrimediabilmente perdute.

Il 10 febbraio a Pola, una donna, Maria Pasquinelli, con tre colpi di pistola uccideva il comandante inglese della piazza, il generale De Winton, intendendo col suo tragico gesto richiamare l’attenzione del mondo sul delitto politico che veniva perpetrato a danno delle genti giuliane e istriane. Gli italiani diventavano improvvisamente stranieri a casa loro, lo smarrimento s’impadronì degli animi, e fu l’esodo di massa.

Il 20 marzo 1948 gli occidentali pubblicavano la famosa nota tripartita con la quale, dando atto delle difficoltà insorte, riconoscevano ufficialmente l’italianità del TLT e ne proponevano alla Russia e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la restituzione all’Italia.

Il 20 marzo 1952, ricorrendo l’anniversario della dichiarazione tripartita, la popolazione inscenò una grandiosa manifestazione patriottica, che in sostanza voleva essere d’incitamento a far presto, a dare sostanza alle promesse, a mantenere gli impegni. L’esasperazione traboccava dagli animi. S’accesero le prime zuffe, si ebbero i primi scontri con la polizia, inquadrata e diretta da ufficiali inglesi. La reazione, da entrambe le parti, assunse subito forme di violenza. Per tre giorni la città fu teatro di combattimenti, e il bilancio fu di centocinquantasette feriti, di sessantun arresti. Ma la dimostrazione servì se non altro a immettere nell’assetto amministrativo locale dei funzionari italiani. Non solo: accanto al comandante militare alleato per la prima volta compariva un consigliere politico italiano, che fu il triestino Diego de Castro, Tito estese alla zona B le leggi jugoslave.

Nuovi disordini scoppiavano l’8 marzo, e ancora vi furono morti e feriti. Qualche mese dopo per la prima volta dalla fine della guerra si sentì il polso dell’Italia, e i triestini esultarono quando Pella, presidente del consiglio dei ministri, in risposta al proposito dichiarato da Tito di annettersi la zona B, ordinava alle truppe italiane di schierarsi lungo il confine e proponeva a sua volta il plebiscito per il TLT. La proposta fu respinta dagli jugoslavi: ma l’8 settembre i governi degli Stati Uniti e del Regno unito comunicavano al governo italiano la loro definitiva decisione di affidare all’Italia l’amministrazione della zona A, come premessa a un auspicato accordo fra l’Italia e la Jugoslavia.

L’Italia accettava l’offerta; ma ancora, nella tensione degli animi, il 4, 5 e 6 novembre scoppiarono a Trieste gravissimi disordini, nei quali purtroppo si dovevano contare cinque vittime.

Fu l’ultimo pesante tributo di sangue.