mercoledì 8 novembre 2023

Personalità: Devetak, Devich

GIOVANNI DEVETAK

Dirigente dei ciclisti zaratini ed esponente della Lega Nazionale, è citato nel rapporto del 1917 del capitano Neubauer degli i.r. servizi segreti austro-ungarici come irredentista pericoloso.


GIOVANNI DEVICH

Nasce a Spalato nel 1830. È canonico, storico erudito, archeologo e paleografo. Allievo di Francesco Carrara, lascia molti scritti di carattere storico-archeologico, in particolare su Salona. Quale archivista di Spalato scopre vari manoscritti di alta importanza paleografica su frasi di grafia latina e reperiti in vari strati di civiltà romana in Dalmazia. Uno dei manoscritti da lui scoperti è la cronaca salonitana di Tommaso Arcidiacono ed il celebre Evangelistario spalatene, del quale scrive in seguito una memoria. Nel periodo di inasprimento dei rapporti tra i dalmati italiani e slavi provocati dall’Impero austro-ungarico, partecipa attivamente alla vita della città ed è tra i più importanti collaboratori di Antonio De' Bajamonti, Podestà italiano di Spalato. La sua attività pubblica gli procura notevole popolarità e simpatia tra cittadini. In seguito agli avvenimenti verificatisi all’inizio del 1880, quando il partito autonomista dalmata viene forzatamente estromesso dalla guida del Comune spalatino, si ritira in solitudine e si dedica agli studi. Muore a Spalato nel dicembre del 1904, all’età di 77 anni. Tra i suoi scritti ricordiamo vari articoli pubblicati su La rivista Dalmatica.

Opere:

Pel sesto centenario di Dante Alighieri, discorso del prof. ab. Giovanni Devich letto agli alunni della scuola reale superiore in Spalato il di 20 maggio 1865, Spalato, 1865.

Programma per l’istituzione d’una cassa di mutuo soccorso : pegli artieri della città e dei sobborghi di Spalato, Spalato, 1867.

Canzone a spalato per la festa di S. Doimo del 1870 dell’abate Giovanni Devich. Memoria della traslazione del santo del 1770 di Giulio Bajamonti, Spalato, 1870.

Museo di antichità in Spalato, s.l., 1872.

Prima conferenza dei Maestri popolari del distretto scolastico di Spalato tenuta nei giorni 14 e 15 ottobre 1873, Spalato, 1874.

Giovanni di Ravenna e Lorenzo Dalmata arcivescovi di spalato, Spalato, 1882.

Ad Adolfo Mussafia gli studenti italiani della Dalmazia: 1855-1904, Spalato, Tipografia sociale spalatina: Società degli studenti italiani della Dalmazia, 1904. [raccolta degli atti contenente scritti di Paolo Mazzoleni, Antonio Cippico, Giuseppe Fabbrovich, Giorgio Wondrich, Lorenzo Benevenia, Edgardo Maddalena, Giacomo Marcocchia, Giuseppe Sabalich, Gaetano Feoli, Carmelo Scrivanich, Alessandro Dudan].

L’evangeliario spalatense dell’archivio capitolare di Spalato, Spalato, 1893-94, i documenti per la storia di Spalato, Zara, 1934.

Personalità: Gagliazovich, Gagliuffi (Ivanovich), Galasso, Galateo

MARINO GAGLIAZOVICH
Nasce a Ragusa, vive nel ‘500, appartiene all’ordine dei francescani. Studioso di Storia patria è ricordato da Francesco Maria Appendini come il primo poeta di stocavo nella versione parlata a Ragusa. Tuttavia, scrive prevalentemente in lingua latina e nel 1540 pubblica a Venezia l’opera De recta hominis ad pietatem institutione, oggi perduta.

MARCO FAUSTINO GAGLIUFFI (IVANOVICH)
Nasce a Ragusa il 15 febbraio del 1765 in una antica famiglia di commercianti, originariamente conosciuta come Ivanovich, che nel corso del ‘500 viene denominata Gagliuffi (dal soprannome poco onorevole di Gaglioffo). Studia a ragusa, si laurea in teologia a Roma, insegna retorica ed acquista notorietà per i suoi discorsi in lingua latina. Religioso appartenente alla congregazione delle Scuole Pie è nominato Primo scrittore apostolico e poi Scriba di papa Pio VI. membro dell’Arcadia con il nome di Chelinto Epirotico, nel 1798 ricopre la carica di Presidente del Tribunale della Repubblica Romana giacobina nel 1798. Uscito dall’ordine sacerdotale, si trasferisce a Genova dove insegna retorica e diritto civile e dal 1831 ricopre la carica di bibliotecario. È spesso perseguitato a causa della sua attività politico-rivoluzionaria, per quindici anni vive in diverse citta italiane ed europee. In questo periodo scrive l’opera Specimen de fortuna Latinitatis nella quale illustra la bellezza, l’utilità ed il primato della lingua latina. Nel 1819 scrive il poema idilliaco Navis ragusina su richiesta dell’ultimo console della repubblica di Ragusa a Genova, Giovanni A. Kazancich, in occasione del varo di una nave nei cantieri del porto di Gravosa, seguito dal dibattito sul nome dell’imbarcazione, risolto dal poeta clarissimus, Bernardo Zamagna. Marco si definisce “Sorte ragusinus, vita Italicus, ore Latinus”. Viaggiando per l’Europa si fa conoscere come un eccezionale improvvisatore di versi latini e valente poeta. Muore a Novi Ligure il 16 febbraio del 1834. Un suo busto viene collocato il 27 luglio 1834 nella villetta di Negro a Genova.
Opere
De laudibus Andreae corsinii cardinalis oratio M.F. Gagliuffi schol. Piar, Romae, typis Salomonianis, 1796.
Discorso del cittadino Faustino Gagliuffi recitato il giorno 23. febr. (5 ventoso) anno 6. repubblicano 1. della repub. romana. Eroi della repubblica francese. Discours prononcé par le citoyen Faustino Gagliuffi le 5. ventose (23 fevrier) an 6. e rep. et 1. de la republique romaine. Heros de la republique francoise, 1798.
In effigiem Petri Fainardi Parmensis in imperiali Genuae curia praesidis titulus a professore Gagliuffo in Latinum ex tempore redditus, Parmae, typis Bodonianis, 1812.
Alcuni versi latini estemporanei del signor abate Faustino Gagliuffi, raccolti in Milano dai suoi amici, Milano, G. Silvestri, 1817.
Navis ragusina eidyllium Marci Faustini Gagliuffi, hetruscis versibus redditum a Lazaro Papio, Lucca, dalla tipografia di Francesco Bertini, 1819.
Philothea pronuba edyllium, Lucae, typis F. Bertini, 1820.
Quae rerum haec species ? ..., Prato, nella Stamperia Vestri, 1822.
Scherzi estemporanei latini del sig. avvocato don Faustino Gagliuffi in occasione di viaggio per la Svizzera, Monaco e Verona, Verona, tipografia di Paolo Libanti edit., 1826.
Scherzi poetici latini del signor avvocato d. Faustino Gagliuffi in una bella campagna del signor conte Marco Lomellini Tabarca cominciati il 3 settembre e terminati il 5 ottobre 1828, Milano, dalla tipografia del dottore Giulio Ferrario, 1829.
Lodovico Joannis Planae et Alexandrillae Lagrangiae filiolo ad caelites vocato Elegia, Aug. Taurinorum, ex officina regia, 1832.
Faustini Gagliuffi specimen de fortuna latinitatis; accedunt Poemata varia meditata et extemporalia, Augustae Taurinorum, ex officina Favale, 1833.
M. F. Gagliuffi ragusini inscriptiones cura et diligentia Joannis Antoni scazzola primum in lucem editae, Alexandria, A. Capriolo, 1837.
Versi estemporanei latini detti in Alessandria dall’avvocato Don Faustino Gagliuffi e raccolte dall’avv. Giovanni Allora, Alessandria, Luigi Capriolo, s.d..

PIETRO GALASSO
Dirigente di associazioni italiane di zara, è citato nel rapporto del 1917 del capitano Neubauer degli i.r. servizi segreti austro-ungarici come irredentista pericoloso.

PIETRO GALASSO
Nasce a Zara nella seconda metà dell'Ottocento ed è ricordato come medico e ricercatore specializzato nella micropolarimetria applicata alla biologia. È anche un valente scrittore. È direttore responsabile de La luce (edito dalla premiata tipografia E. Vitaliani) che esce a Zara in 47 numeri dal 17 luglio al 23 settembre nel 1905. Accanto alle numerose presentazioni ed introduzioni di vari volumi, scrive l’opera Le radiazioni degli elementi chimici e degli organi animali pubblicata nel Fascicolo 1, edito dall’Istituto organo-terapico di Trento nel 1942. Muore in esilio a Trento nel 1959.

ANTONIO CLAUDIO GALATEO
Spalatino, vive nel ‘700 e passa alla storia come un grande colonnello del genio per la costruzione a Padova del primo ponte in Italia costruito e sostenuto da funi di ferro. La sua invenzione sarà in seguito sviluppata da Fausto De’ Veranzio.

Personalità: Zanotti, Zaro, Zavoreo, Zech

GIOVANNI ZANOTTI Tanzlingher
Nasce a Zara nel 1651, da padre tedesco e madre dalmata. Religioso, ricopre l’ufficio di canonico. Lessicografo e traduttore, traduce Virgilio in ciacavo e lascia le opere Vocabolario di tre lingue, italiano, illirico-latino, con l’aggiunta di termini militari, e cronaca ecclesiastica della diocesi di Zara. Entrambe le opere sono custodite nella Biblioteca del Seminario di Zara e sono rimaste tuttora inedite in versione cartacea.
Opere
Exorcismarivm in duos libros dispositum: qvorvm annvale altervm, altervm sanctvarivm dicimvs conivrationvm: Qvibvs pro totivs anni feriis, apposita materia ad Dei hostes a corporibvs pellendos, exorcistae non deest. Auctore P.D. Hilario Nicvesa ex Theatinorum regularibus, Venetiis, Apvd Ivntas, 1639.
Eneide Virgilia kgniga drugga nouo u slouynski yexik istomacena i u piesmah sloxena po ivannv Zanottv, Venezia, 1688.
U prvu nedilju Prišašća Gospodnja evandelje po Luci, gl. XXI. u dacki složeno po, a sada nanovo po Ivanu Zanotti ili Tanzlingeru u slovinski jezik istoma ceno, Venezia, 1690.

GIROLAMO ZARO
Nobile e conte di Arbe. Per i suoi meriti militari acquisiti in qualità di sopracomito della Galera Arbesana ed in riconoscimento dell’impegno profuso anche impegnando il proprio patrimonio nella Guerra di Candia, nella quale perde quattro figli, viene nominato dal doge Silvestro Valier Cavaliere di San Marco con delibera del Senato della Serenissima repubblica di Venezia del 29 aprile 1700 e seguente motivazione: “Nell’inseguimento di galere corsare riesce a catturare due navi dulcignotte insieme ad una fusta montata dal corsaro rinnegato Sanovich, che fa prigioniero”. riceve con il titolo anche una collana d’oro del valore di trecento ducati.

DOMENICO ZAVOREO
Nasce a Sebenico intorno al 1540. La famiglia Zavoreo, imparentata con varie famiglie illustri di Dalmazia, è una delle più importanti del ‘500 sebenicense. Il padre, Giovan Battista, è notaio di Sebenico, la madre Polissena discende dalla celebre famiglia traurina De’ Vitturi e la nonna materna dalla famiglia De' Stafileo. Domenico sposa Chiara De' Veranzio, sorella di Fausto, scienziato ed inventore. La nonna paterna di Chiara e Fausto De' Veranzio, Marietta De' Statileo è discendente della famiglia imparentata con quella di Giovanni Lucio, insigne storico traurino. Questi legami di parentela indicano l’alto livello che la famiglia occupa nella vita culturale, umanistica ed amministrativa. Le notizie della sua vita sono scarse. Sappiamo che svolge a Sebenico vari uffici pubblici e comunali e che esercita l’incarico di esaminatore e giudice della Curia maggiore di Sebenico (honorabilis iudex curiae maioris et examinator). La tradizione vuole che sia stato rappresentante del ceto nobiliare cittadino nostalgico dei privilegi concessi dai re d’Ungheria ed in contrasto con la nascente classe mercantile filo-veneziana. L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo lo iscrive nella nobiltà ungherese quale riconoscimento dei numerosi servizi pubblici resi alla Corona. Studia le fonti storiche della Dalmazia e scrive una storia dalmata in lingua latina divisa in dieci volumi. Nel 1598 sei di questi libri vengono trafugati da un falso studioso inglese, tale Roberto Bonaventura, che era riuscito a conquistare la sua fiducia. Per evitare che altri si approprino del suo lavoro, incoraggiato dell’arcivescovo di Sebenico Tommaso Iuricevich riscrive l’intera opera ora in otto libri, che intitola De rebus dalmaticis e la dedica al cognato, Fausto De' Veranzio. dopo 200 anni, Alberto Papali di Spalato traduce il suo manoscritto latino in lingua italiana e lo intitola Istoria dalmatina di Domenico Zavoreo, nobile di Sebenico, 1603. I due scritti più importanti del Zavoreo, la Storia della Dalmazia e la Storia di Sebenico, trascritta nel '700, sono tuttora inediti. Muore a Sebenico il 5 ottobre del 1608 e precede di più mezzo secolo la storia di Giovanni Lucio.

FRANCESCO ZAVOREO
Nasce a Sebenico e vive a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo. È geografo e cartografo, pubblica Carta topografica della Dalmazia di Melchiori e Zavoreo edita a Venezia nel 1787 e scrive Memoria statistica della Dalmazia, Venezia, 1821.

NICOLO' ZECH MISSEVICH
È eletto Guardian Grande della Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone di Venezia nel 1812.

Personalità: Tochich, Tocigl, Tocilj, Tognatti, Tolentino, Tolimero

ANTONIO TOCHICH
Nasce a Spalato e studia a Loreto. È Canonico, professore del seminario di Spalato di cui diventa rettore. Nutre una profonda venerazione per la Dalmazia che serve con le parole e le opere. Le sue lezioni di filosofia e chimica sono molto considerate dagli studiosi stranieri. Muore in miseria.

GERMANO TOCIGL
Firma le sue opere con lo pseudonimo Germano Valerio. Pubblica su Il Dalmata numerosi articoli di agricoltura, commenti politici, trattati letterari ed appendici. Segue per il giornale la produzione letteraria nazionale e mondiale e scrive numerosi interessanti saggi tra i quali ricordiamo alcuni: Letteratura e civiltà in Italia (il Dalmata, 1908) nel quale analizza la letteratura italiana dal punto di vista nazionale, estetico ed etico, Il riso ed il sorriso nell’arte e nella vita (il Dalmata, 1/03/1913) tratta l’argomento del sorriso nella letteratura della Penisola, mentre nel saggio La poesia delle tombe (il Dalmata, 31/10 - 1/11/1913) riporta esempi degli autori ispirati dalle tombe.
Opere
Il problema etico-estetico nell’opera di Manzoni, ne il Dalmata, 03/09/1927.
L’idealità di madonna Laura, ne Il Dalmata, 02-04/10/1928 - 1/11/1929.
Le opere drammatiche di S Benelli, ne il Dalmata, 1-2/02 - 5/02/1910.
Il pensiero e l’arte di Leone Tolstoj, ne Il Dalmata, 3/12/1910.
L’idealità dell’arte di Antonio Fogazzaro, ne Il Dalmata, 24-25/03/1911.
Il pensiero laico in Italia, ne Il Dalmata, 12/08, 16/08/1911.
Le due Rosmunde, ne Il Dalmata, 7/02, 10/02/1912.
Il cinque maggio, ne Il Dalmata, 18/08/1912.
Un cenno sull’Estetica di Benedetto Croce, ne il Dalmata, 8/06, 15/06/1912.
The stones of Venice, ne Il Dalmata, 21/05/1913.
Il grande dolore, ne Il Dalmata, 30/01, 3/02/1915.
La Ginestra e la campana, ne Il Dalmata, 17/07, 21/07/1915.

ERMINIO TOCILJ
Figlio di Germano, nasce l’8 novembre del 1903 a Spalato. Dal 1938 al 1942 è assistente di economia corporativa alla “Sapienza” a Roma e pubblica vari saggi critici sull’economia marxista e sugli aspetti positivi della funzione dirigista dello Stato sull’andamento dei prezzi nel sistema economico corporativo. Capitano di Fanteria, partecipa a vari combattimenti della Seconda guerra mondiale. Dopo l’8 settembre del 1943 scompare sul fronte albanese-bulgaro.
Opere
Il salario corporativo, Milano, Bocca, 1938
Aspetti obiettivi e soggettivi dell’indagine economica, Milano, Vallardi, 1941
Il controllo corporativo dei prezzi strumento della politica della congiuntura, Milano, F.lli Bocca, 1941
Limiti alla produzione e alla distribuzione in regime collettivista, Milano, 1941
Moneta e credito in regime collettivistico, Roma, Tip. Sograro, Soc. Grafica romana, 1943.

CARLO TOGNATTI
Atleta della Società Canottieri di Zara nel 1911 ed esponente della Lega Nazionale, è citato nel rapporto del 1917 del capitano Neubauer degli i.r. servizi segreti austro-ungarici come irredentista pericoloso.

LEONE TOLENTINO
Appartiene ad un’importante famiglia ebrea insediata da secoli a Ragusa, che ha espresso, oltre a lui, anche altri esponenti che hanno retto la locale Sinagoga.

ELIO TOLIMERO
Nasce a Sebenico e vive nel XVI secolo. Poeta, è precettore nelle lettere greche e latine di Antonio Veranzio.

Famiglie: De Veranzio

ANTONIO DE' VERANZIO
Nasce nel 1504 a Sebenico che lascia giovanissimo per studiare a Padova, Vienna e Cracovia per poi trasferirsi in Ungheria dove passerà la maggior parte della vita. In qualità di Segretario del re d’Ungheria Giovanni Zápolya, compie varie missioni diplomatiche in tutta Europa ma, dopo uno scontro con i cortigiani, si trasferisce a Vienna e riceve l’investitura di Vescovo di Pecs e la nomina di consigliere dell’Imperatore Ferdinando I d’Asburgo, rivale di Giovanni d’Ungheria. Nel 1553 per quattro anni è ambasciatore a Costantinopoli e lavora per l’accordo di pace con il sultano Selim II. Quale riconoscimento per il successo della sua missione, il re lo consacra nel 1560 Vescovo della diocesi ungherese di Eger e Consigliere della corte reale. Nel 1576 presiede all’incoronazione di Rodolfo II d’Asburgo a Sacro romano Imperatore. Nel corso delle numerose missioni compiute in vari paesi dei Balcani, de’Veranzio trova e trascrive numerose iscrizioni romane e lapidi antiche. Durante il soggiorno quadriennale nell’Impero ottomano rinviene ad Ancara, in collaborazione con il celebre umanista fiammingo B. Busbecqom, lo scritto autografo di ottaviano Augusto, res gestae divi Augusti. Il documento sarà in seguito intitolato Monumentum Ancyranum, monumento di Ancara, conosciuto anche con il titolo di codex Verantianus, in omaggio al De’ Veranzio che è stato il primo a pubblicarlo. Accanto all’attività ecclesiastica e diplomatica, studia storia, geografia, filologia classica e varie lingue moderne. Scrive inoltre poesie e racconti di viaggi, redige trattati ed intrattiene una fitta corrispondenza con i più eminenti intellettuali del tempo, tra i quali Erasmo da Rotterdam. Muore nell'odierna Slovacchia, ma al tempo e per 9 secoli Ungheria, a Preslov, il 15 giugno del 1573 a 69 anni.
Opere
Antonii Wrantii Dalmatae Elegiae, Cracoviae, Apud hieronymum Vietorem, 1537 
De situ Transylvaniae, Moldaviae et Transalpinae (Posizione geografica di Transilvania, Moldavia e Valacchia) 
Vita Petri Berislavi (Vita di Pietro Berislavo) 
De rebus gestis ioannis, regis hungariae (Gesta di Giovanni, re Ungheria)
De itinere et legatione sua constantinopolitana cum fratre Michaele dialogus (discorso con il frate Michele sul viaggio ed ambasceria a Costantinopoli) 
Iter Buda Hadrianopolium (Viaggio da Buda ad Adrianopoli).

FAUSTO DE' VERANZIO
Glottologo, storiografo, politico, ingegnere esperto di fortificazioni, e letterato, Fausto De’ Veranzio è il tipico rappresentante della cultura enciclopedica dalmata degli intellettuali del Seicento. Dotato di un notevole spirito innovativo e pratico, contribuisce al progresso scientifico e tecnico. Grazie allo stile chiaro e preciso dei suoi scritti, è considerato uno dei primi divulgatori del pensiero scientifico. 
Nasce a Sebenico nel 1551 in una famiglia forse originaria dalla Bosnia. Studia e si laurea in giurisprudenza a Padova ed accoglie l’invito dello zio, reggente d’Ungheria, di trasferirsi prima a Buda e poi a Praga. Alla corte di Rodolfo II di Boemia è nominato comandante della fortezza di Veszprém dove apprende le tecniche militari e prende dimestichezza con le macchine belliche. In seguito svolge importanti incarichi a Praga e a Vienna e nel 1591 gli viene assegnato il castello e la signoria di Jablacz nell’Erzegovina. Nel 1594, in seguito alla morte della moglie, si ritira in un monastero. Viene eletto vescovo in partibus di Canadium in Ungheria, ma non potrà mai prendere possesso della diocesi a causa dell’invasione dei Turchi. Si trasferisce a Sagh ed a Lelesz, ricevendo dall’Imperatore importanti nomine ecclesiastiche. 
Spirito irrequieto, dopo un anno lascia il seggio vescovile e si reca in Italia per continuare la vita di libero letterato. Realizza una serie di opere filologiche, storiche e letterarie, ed esegue precisi disegni delle sue invenzioni e tracciati dei viaggi compiuti tra roma e Venezia. A Venezia inventa il paracadute ed attira l’attenzione dei contemporanei lanciandosi da un campanile. Nel 1595 a Venezia esce il suo Dictionarium quiunque nobilissimarum Europae linguarum: Latinae, italicae, Germanicae, Dalmaticae et ungaricae che è uno dei primi lavori filologici del genere. In questo libro, per la prima volta viene descritto il lessico della lingua ciacava parlata in Dalmazia. Nel 1606 pubblica persino un libro in lingua ciacava: Storia di alcune vergini valorose. Il suo capolavoro resta però le Machinae novae, addita declamatione Latina, Italica, Gallica, hispanica et Germanica, nel quale illustra con disegni dettagliati le sue invenzioni. Il libro, uscito a Venezia nel 1616, ha avuto varie edizioni e traduzioni, e le sue invenzioni sono citate e riprese da molti autori del tempo. Si tratta di 68 invenzioni e tra queste: modi di cuocere il pane senza forno e di lessare carne senza pignata, orologi a sole, a fuoco ed acqua, dragaggi, impianti militari, macchine da guerra, ma anche un ponte sospeso (ancora non costruito) e l’homo volans, cioè il paracadute (idea che enne anche a Leonardo). Inoltre, mulini, segherie, ponti, traghetti, setacci per l’agricoltura, telai, torchi per il vino, “mola per li stampatori” utile per alleviare la fatica degli addetti all’attività editoriale. Inventa una serie di oggetti ad uso quotidiano, come la cintura di salvataggio, le turbine ed alcuni mezzi di trasporto allora sconosciuti, migliora una serie di macchine agricole ed utilizza la forza motrice dell’acqua e del vento. Salvo il paracadute, molte delle sue invenzioni non sono state mai realizzate.
Nel 1616 pubblica a Venezia, sotto pseudonimo, l’opera Logica nova suis ipsius instrumentis formata et recognita, nella quale critica il luteranesimo. Il libro gli procura critiche velenose da parte di Marco Antonio De' Dominis e lo porta in contatto con Tommaso Campanella. In quell’anno lascia Roma per stabilirsi a Venezia, dove si ammala e muore nel 1617. Secondo le sue ultime volontà è sepolto in una valle vicino a Sebenico insieme al libro che scrive nell’ultimo periodo della sua vita, Storia della Dalmazia. Rimangono inedite tre opere storiografiche: Storia della Dalmazia, Regulae cancelleriae regni hungariae e Dodici Vergini sante. Il libro storiografico Illyrica historia è andato perduto.
Altre opere
Venetiisapud Ambrosium, & Bartholomeum Dei, Venetiisex typographia Ambrosii dei, 1616.


MICHELE DE' VERANZIO
Fratello di Antonio e padre di Fausto, nasce a Sebenico nel 1507, studia a Padova, Vienna e Cracòvia. Diplomatico, compie numerose missioni ed ambascerie per le corti europee. Tornato a Sebenico, è amministratore dei possedimenti del fratello Antonio e si dedica alla poesia, prosa, storia ed alla trascrizione dei testi letterari, tra i quali ricordiamo una Passione di cristo e la Passione di santa Margherita, un frammento relativo all’anno 1536 della storia d’Ungheria, oggi perduta, ed il suo componimento poetico giovanile Laus Dalmatiae.”
Lascia alcuni componimenti poetici in lingua latina. Muore a Sebenico nel 1571 ed il suo nome viene in seguito croatizzato in Mihovil Vrancic...
Opere
Divi regis hungariae Joannis i epicedion per Michaelem Wrantium Dalmatam, in urbe Cracovia, per hieronymum Vietorem, 1540
Elegia in obitum maximi antistitis ... Petri Tomitii, episc. Cracovien. et regni Pol. cancellarii, Cracoviae, in officina hieronymi Vietoris, 1535
Epithalamion serenissimi Joannis hungariae regis et Isabellae reginae per Michaelem Wrantzium Dalmatam, Cracoviae, Per hieronymum Vietorem, 1539
Poematum recentiorum volumen in quo continentur epigrammata, elegiae et carmina eroica, Viennae Austriae, Typ. Nicolai Pierii, 1591.

Giuseppe Sabalich

Giuseppe Sabalich nacque a Zara e fu uno dei più grandi, se non il più grande tra i personaggi poliedrici che diedero lustro con ricerche scientifiche e opere di qualsiasi portata e prospettiva, alla comunità dalmata zaratina.
Si laureò a Graz in giurisprudenza,ma si rese subito contro di essere insofferente e inadatto ad una posizione di impiegato sia della professione notarile.
La sua passione si accese nel leggere i libri e i manoscritti della biblioteca della famiglia Pappafava.
Innumerevoli sono le sue opere, sia sul campo della ricerca paremioligica, archivistica,teatrale, e poetica ed è quindi impossibile raccogliere qui tutte le sue fatiche.
Sicuramente tra i suoi capolavori risultano:

"Cronistoria aneddotica del teatro nobile di Zara 1781-1881"

Tradizioni popolari zaratine

Curiosità storiche zaratine

Vecchie storie zaratine

Giuochi popolari zaratini

A teatro viene ricordato con la sua opera di esordio:

Le simpatie di Gemma

Il giuogo

L'amico dell'uomo

Tra i due litiganti il terzo perde

Una rappresentazione sacra di Traù

Gustavo Modena

Tra i suoi sillogi di poesie più belle ci sono:

Bufonade
Soneti zaratini
Le campane zaratine.

Carlo Dompieri

Carlo Dompieri nacque in Trieste il 29 luglio 1842 di padre trentino. È tramandato che la famiglia fosse originaria di Francia, del ceppo Dompierre, cui appartennero guerrieri illustri. Un ramo si stabilì nel secolo XVII a Terlago nei pressi di Trento, ma causa distruzione di archivi, avvenuta nell'epoca napoleonica, non si può con sicurezza risalire che al nonno Giovanni, accasatosi colla veronese Rosa Quarella e morto nel 1816. Il padre Luigi, nato in Trento nel 1792, si trasferì da ragazzo a Trieste, nel 1804, e s'accasò tardi, con Clementina Scandella di progenie lombarda.


Nell'anno 1876 egli entrò a far parte del Consiglio municipale di Trieste. Dal 1886 al 1897 fu vicepodestà e dal 1897 al 1900 podestà di Trieste.


Nell'agone forense s'era provato presto col difendere nel 1871 Edgardo Rascovich dall'accusa di alto tradimento. 

Difese lo stampatore dell'Indipendente, arringò in altri processi politici e non tardò a diventare patrono autorevole e ricercato. Alcuni anni tenne studio insieme con Antonio de Tommasini, figlio di Muzio e famoso avvocato, ma dissentiva dallo stesso per ragioni politiche, tant'è che finì col separarsi, incurante del grave scapito personale, perché il Tommasini, di sentimenti austriaci, tentava, sia pur timidamente, d'infrenarlo. Correva allora il tragico anno 1882, in cui aspettandosi la visita di Francesco Giuseppe fu lanciata una bomba in Corso; l'anno di Guglielmo Oberdan.


Nel 1892 fu relatore nella Dieta provinciale della richiesta di un'università italiana per Trieste. La richiesta era naturalmente rivolta al Governo austriaco, per persuadere il quale così argomentava:


«Ragioni storiche che attraverso il medioevo risalgono ai tempi antichi hanno assicurato alla cultura latina il primato sul mare Mediterraneo; se pertanto l'Impero austriaco intende conservarsi potere e importanza sul mare, deve esso far tesoro dell'elemento italiano sparso sulle rive dell'Adriatico da lui possedute, promuoverne la conservazione e la vita, e non già assecondare gli sforzi inconsulti di coloro che s'industriano a svellere e distruggere in questi lidi quei germi preziosi di latinità che la natura e la storia con lunga elaborazione di secoli vi hanno collocato».


(Anno 1897) Il contrasto fra Italiani e Slavi si faceva sempre più angoscioso anche sull'estremo lembo dell'Adriatico. Poco dopo la sua elezione, degli operai romagnoli furono aggrediti a Servola presso Trieste e preferirono lasciar la città. 

Ma egli era intervenuto con energia in lor difesa, onde sentite grazie ebbe dal municipio di Cesenatico; e in Consiglio protestò sdegnosamente fra scroscianti applausi contro l'autorità governativa «che dimostravasi da per tutto non pari al suo dovere di proteggere l'elemento italiano avente pieno diritto di vivere sotto l'egida delle leggi dello Stato».


A fine anno, dopo la caduta del ministero Badeni, il luogotenente Rinaldini fu sostituito dal conte Goess, pare per accontentare gli Slavi.


Nel 1898 La Lega nazionale si riunì a congresso in Monfalcone e il podestà Dompieri intervenne e ne esaltò l'opera patriottica in un ardente discorso.

(Anno 1899) L'anno iniziò con una disperata doglianza per le sopraffazioni slave e la connivenza del Governo. 

Nella seduta del 3 gennaio la Dieta provinciale. dopo roventi discorsi protetti dall'immunità votò un gagliardo atto d'accusa e per avvalorarlo si riunirono in Trieste il 15 gennaio i rappresentanti dei comuni dell'Istria e del Friuli. Il podestàDompieri ricordò in tale circostanza il numerus tergestinus, la legione confinaria cui venne fatto d'impedire per lungo tempo che calassero sull'Istria i popoli che s'agitavan di là dall'alpe Giulia, e indi lanciò contro gli Slavi la frase veemente che s'era udita al tempo di Carlo Magno, l'anno 804, nel Placito del Risano: «Et nos eos ejciamus foras!». 


Il Governo proibì l'epigrafe ch'egli aveva dettata per la sala municipale in memoria della solenne adunata e che diceva: 


IL XV DI GENNAIO DEL MDCCCIC 

I DEPUTATI E I PODESTÀ 

DELL'ISTRIA DI TRIESTE E DEL FRIULI ORIENTALE 

QUI ADUNATI 

AFFERMARONO 

CONTRO LE NOVISSIME PRETENSIONI DI ALTRE GENTI 

L'INDELEBILE MILLENARIO CARATTERE ITALIANO 

DELLA REGIONE POSTA FRA LE ALPI GIULIE E IL MARE 


(Anno 1900) Nonostante tutto il podestà Dompieri riuscì ancora a portare a compimento un'opera immensamente utile per la città. l'ampliamento dell'acquedotto d'Aurisina. 

Di fronte a vastissimi disegni neppur oggi posti in atto egli badò a cosa pratica a provvedere Trieste almeno dell'acqua necessaria per uso domestico. Con una spesa di 4.600.000 corone da pagarsi senza interessi dopo un decennio l'acquedotto fu messo in condizioni di fornire ventimila metri cubi giornalieri. Meritano attenzione l'esattezza del contratto e del conseguente onere addossato al Comune, inoltre la rapidità con cui tutto fu portato a compimento.


Nel 1901 egli era infervorato del problema amministrativo, era intimamente convinto che ivi si celasse il pericolo maggiore, che perciò la difesa più urgente del carattere italiano della città consistesse nella gestione irreprensibile e parsimoniosa del pubblico danaro. Si legge nelle sue note come il ricordo di ciò ch'era toccato ai Comuni di Dalmazia accrescesse i sui timori. Avversava ormai tutto che di men puro fosse nell'irredentismo massonico e politicamente andava accostandosi al pensiero del Crispi che la Triplice alleanza rappresentasse una necessità per l'Italia, epperò Trieste non dovesse porre intralci. Nel plebiscito raccolto in primavera aveva creduto di scorgere il segno certo e duraturo della volontà popolare. Prevalse la sua tempra di lottatore e preferì resistere agli avversari, anziché loro asservirsi accettando l'offerta o darsi vinto col lasciar la contesa. 

Si ebbe così subito dopo il 1900 un'ancor più grave dissensione nella compagine nazionale della città che culminò nelle successive elezioni comunali del 1903; dissensione che fu causa d'ire violente.

In Consiglio municipale egli non mise piede che per la morte di re Umberto, la quale giova ricordare fu sentita in tutta Trieste con un impeto di passione senza pari. Era suo proposito di dirne la necrologia, ma fu dissuaso dal Podestà. 

Comprese di nulla poter fare isolato e solo. Rifiutò con lettera aperta di partecipare ad un'inchiesta sulla gestione dell'officina comunale del gas. Tardò tuttavia a dimettersi fino all'ottobre del 1902.


Mediante i manifesti elettorali del 2 marzo e del 9 aprile 1903 Carlo Dompieri propose agli elettori triestini la pura questione amministrativa della cosa pubblica. «La gestione del Comune dev'essere informata a verità e sincerità », diceva chiedendo nel tempo istesso che gli amministratori fossero «meglio compenetrati dei doveri incombenti a chi rappresenta l'intera cittadinanza»; e soggiungeva: «Il denaro pubblico è denaro del popolo: non è lecito agli amministratori di disporne a loro capriccio o per mire politiche particolari». Si professava contrario alla gestione municipale dei pubblici ser,vizi e infine dichiarava «di amare il popolo, di voler promuoverne il bene, ma non già col lusingarne le passioni, bensì col rafforzare in tutti l'idea del dovere». 

Voleva logicamente che anche gl'impiegati dello Stato entrassero nel civico consesso contro l'usanza che fino allora li aveva sbanditi. A questa regola era infatti venuto meno il fondamento, dacché era stata riveduta e cambiata la tattica politica. È noto che per vari lustri, sino al 1897, non s'eran mandati più da parte liberale italiana deputati al parlamento di Vienna, come per non riconoscerlo. Tale tattica negativa, che invano egli aveva acutamente confutata negli anni precedenti, fu dovuta modificare sul finir del secolo, dopo la prova manifesta dei danni che apportava. Si elessero da quel momento in poi deputati italiani e conseguentemente si sollecitarono i cittadini a entrare al servizio dello Stato austriaco per non cadere altrimenti in completa balia degli Slavi. 


Quindi la sua richiesta elettorale che questi impiegati entrassero in Consiglio appare perspicace e giusta. 

Egli condusse la lotta amministrativa a visiera alzata, facendo assegnamento solo su se stesso e sulla causa che appassionatamente sosteneva, tant'è che proclamò di ripudiare ogni voto non dato per intimo convincimento. Aveva impostato tale lotta, come s'è visto, su terreno puramente amministrativo, ma non gli venne fatto di contenervela.

Dopo le citate elezioni comunali del 1903 egli si ritrasse in famiglia, dedicandosi agli studi preferiti e alla professione d'avvocato. Meditò sul passato, sulle vicende e gli errori della vita pubblica, sui propri e sugli altrui. Riconobbe senz' ambage d'aver perduto quel favore popolare che tre anni prima l'aveva spontaneamente alzato sugli scudi.


Il diario che ha lasciato è tutto steso di suo pugno, con calligrafia nitida ed elegante, senz'aiuto di lenti che non adoperò mai, né da lontano, né da presso, e fu continuato fino all'ottantesimo anno di vita. È formato di cotidiane anno, tazioni e le notizie familiari sono interpolate nei grandi fatti della storia, ch'egli ritrae compostamente, con parsimonia di giudizi. Ha significato per Trieste, di cui rispecchia un caratteristico mezzo secolo di storia.

L'anima squisitamente italiana del cronista balza agli occhi in ogni episodio: l'Italia è la meta costante de' suoi viaggi, la terra d'educazione e di studio dei figlioli. Egli peregrina lungo la penisola e annota tutto che alla storia della patria si appartiene, in particolare quanto può significare volontà e speranza. La morte di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi suonano nel diario come rintocchi funebri, ma le visite che i patriotti italiani ogni tanto rendono, tra sospetti di polizia, alla «curva Trieste», le loro parole che il cronista con attenzione registra, infondono coraggio. La politica coloniale è del pari sin dai primi passi seguita dal suo acuto ingegno e il fatto d'armi di Dogali appare registrato in una sola riga di spartana fierezza: 

«Rimasero morti o feriti tutti gl'ltaliani che vi erano impegnati». Ogni pagina del diario è un ricordo della grande vigilia, vigilia di Trieste e di tutta la patria


Molto egli sofferse per la nequizia della gente, in tempi e luoghi di passioni politiche ardentissime: fu assalito spietatamente e si sarebbe voluto colpirlo fin nell'onore. Ma tutto dimenticò nelle ore tremende della guerra e dopo la redenzione. 

La memoria sua tenace sembrava risalire a tempi favolosi, allorché raccontava l'apparizione della squadra sarda entro il golfo di Trieste e la cavalcata del messo imperiale recante la costituzione del Quarantotto. Sotto i suoi occhi eran pas sati il 1849, il '59, il '66, il '70, il 1918: a lui triestino stava innanzi sul declinar della vita un quadro davvero ammaliante! 

E quell'estrema annotazione del diario rimane lì a far rivivere il vegliardo nella sua antica fede nella visione del gran sogno compiuto: ormai i cippi confitti lungo il limite italico hanno consacrata l'opera immane; egli pure scambiando uomini e date, tiene fermo lo sguardo sul patto definitivo «che restituisce alla patria il confine delle alpi Giulie» e a questo punto sembra che la stanca mano che la stanca mano chiuda il quaderno ingiallito...


Seguono pagine vuote, non poté più scrivere, la mente gli si era annebbiata. Lottò tuttavia a lungo in piedi contro il male, finché non chinò il capo la mattina del 3 ottobre 1925.