(Foglio 09 della comunità di Lussinpiccolo del 31 Maggio 2002)
In difesa dell'italianità dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia
venerdì 3 novembre 2023
giovedì 2 novembre 2023
Famiglie: MATTHEIS, MATTIAZZI, MAVER
MATTEO BOTTERI
Nasce sull’isola di Lesina nell’omonima città il 7 settembre 1808. Infaticabile naturalista, esplora la flora e la fauna delle numerose isole dell’arcipelago della Dalmazia centrale. Nel 1854 si trasferisce nel Messico con lo scopo di raccogliere le piante per la reale Società dell’orticultura (Royal Horticultural Society). Si stabilisce a Orizaba, dove diventa docente di lingue e storia naturale al locale Orizaba College. Il passero di Botteri (Aimophila botterii) è una specie da lui scoperta nel Messico nel 1857, chiamata così nel suo onore. Collabora con molti naturalisti del suo tempo tra i quali il celebre Roberto De’ Visiani, per la cui opera Flora dalmatica ha raccolto una notevole quantità di materiale. Il suo manoscritto di quattro cataloghi della flora e fauna è stato pubblicato in versione ridotta da Spiridone Brusina. I suoi erbarii sono parzialmente custoditi nell’Istituto botanico della Facoltà di matematica di Zagabria. Muore a Orizaba il 3 luglio 1877.
MATTEO DA SEBENICO
Nasce a Sebenico e nel 1485 è ricordato come rettore degli Artisti nell’Università di Padova.
MATTEO DI POMENO
Nasce a Traù ed è ricordato dalle cronache del tempo come un abile orafo e cesellatore, noto particolarmente tra il 1448 ed il 1477.
FRANCESCO MATTHEI
Nasce ed opera a Ragusa nel XVI secolo dove lascia significativi quadri.
CAROLINA MATTIAZZI
Con il gruppo di Sebenico espone in città nel gennaio 1919 un manifesto per Spalato italiana, ritenendo ancora che i Patti di Londra sarebbero stati onorati e che Sebenico fosse pacificamente italiana.
GIOVANNI MAVER
Nasce a Curzola nel 1891 da padre italiano e da madre tedesca. Studia nelle locali scuole croate e si laurea in filologia romanza a Vienna, dove ha per maestro il celebre Meyer-Lübke. Già a 23 anni ottiene il dottorato accademico sub auspiciis imperatoris. dopo la Prima guerra mondiale si stabilisce a Padova dove insegna inizialmente la lingua tedesca e poi la serbo-croata. Approfondisce inoltre la lingua e la letteratura polacca e si occupa di quella ceca, slovacca e russa. Insegna nelle Università di Padova e di roma ed ottiene la prima cattedra italiana di Letteratura polacca, diventando in breve tempo la massima autorità della slavistica all’Università di Roma, nella quale svolge anche la funzione di rettore. Collabora con l’Enciclopedia italiana alla stesura degli articoli sulla letteratura polacca, risultati i più esaustivi nel mondo letterario di allora. Nel 1925 fonda la rivista “ricerche slavistiche”. Scrive numerosi articoli sull’influsso culturale italiano e sulla presenza di vocaboli italiani nelle lingue e nei dialetti dell’Istria e della Dalmazia. Muore a Roma nel 1970.
Opere
Parole serbocroate o slovene d’origine italiana (dalmatica), 1923.
Intorno a due parole serbocroate della Dalmazia, 1924.
Intorno alla penetrazione del lessico italiano nel serbo-croato della Dalmazia e dei territori vicini: criteri metodologici, 1924-25.
Dal Tirreno all’Adriatico: considerazioni intorno ad alcuni termini marinareschi, 1959.
Leopardi e Villicky, 1929.
Leopardi presso i croati ed i serbi, 1929.
La letteratura croata in rapporto alla letteratura italiana, Ivo Vojnovic, Roma, 1924.
Le letterature slave nei secoli 19. e 20., tre lezioni tenute alla scuola superiore libera di studi sociali di Brescia, Padova, Tip. Seminario, 1925.
La letteratura croata in rapporto alla letteratura italiana, Roma, Reale Accademia d’Italia, 1942.
Canti popolari delle colonie slavo-molisane (con Alberto M. cirese e Milko Maticetov), Rieti, s.n., 1957.
Letteratura serbocroata, Milano, 1960.
Famiglie: MISSONI, MISTACHIELI, MITIS, MLADINEO
Famiglie: Filippi
AMATO FILIPPI
Nasce nel 1884 a Obrovazzo nei dintorni di Zara, studia Lettere a Vienna avendo per maestro Alberto Mussafia ed a Firenze Mazzoni. E' ricordato come un fecondo col laboratore de La Rivista Dalmatica ed autore di numerosi saggi inerenti la letteratura ragusea dell'Umanesimo. Ricordiamo un suo importante studio sulle Satire di Giunio Resti. Muore nel 1943.
GIAN GIUSEPPE FILIPPI
Nasce a Zara nel 1787 ed è primo giudice alla Corte d’Appello di Zara, dal 1811 al 1813. Quando il Dandolo riapre a Zara una scuola di diritto, che esisteva già nel Trecento, è presente come allievo Gian Giuseppe Filippi che diventa poi giudice del tribunale d’appello all’età di ventun anno. È avvocato sotto gli austriaci. Ottiene il trasferimento all’ordine degli avvocati nel 1813 ed esercita l’avvocatura fino alla morte. Dal 1813 è ricordato tra i consiglieri comunali, come membro della Commissione per l’apertura del nuovo Casinò di Zara e come proprietario di diversi palazzi in città nell’Isola Lunga e di terre a Obrovazzo, Scardona e Zemonico. È membro della Commissione per l’ospedale (1818, 1821-’22) e della Commissione straordinaria di Carità (1836) ed è anche tra i finanziatori del Teatro Nobile di Zara ed ottiene nel 1832 il possesso permanente di un palco rimasto alla famiglia fino al 1945. La sua attività politica comincia nel 1848. Per potersi dedicare ad essa rinuncia ai posti nelle varie Commissioni ed al Consiglio comunale ed è eletto deputato di Zara al Parlamento di Vienna (dieta imperiale), dove sostiene l’autonomia della Dalmazia. Contro le pressioni di chi (B. Petranovich, S. Ivicevich) voleva l’introduzione della lingua croata come materia obbligatoria anche per gli italiani nelle scuole della Dalmazia, nel settembre 1848 si oppone esprimendo il timore che il croato potesse presto sostituire totalmente l’italiano nell’istruzione, nel sistema giudiziario e nell’amministrazione in Dalmazia, ma sostiene che nel Parlamento di Zagabria sia doveroso consentire ai croati di parlare nella loro lingua, perché potevano fino allora esprimersi solo in tedesco, ungherese e latino. Nel mese di dicembre 1848, insieme ad altri rappresentanti della Dalmazia, è uno dei firmatari della protesta rivolta all’imperial regio ministro degli Affari Interni, per la nomina del barone Josip Jelacic a Governatore di Dalmazia. Con questo documento si ammoniva sui pericoli che tale nomina presentava come l’accorpamento del regno di Dalmazia al banato di Croazia. Presenta, assieme a Petranovich, il progetto del ritorno delle isole del Quarnaro al regno di Dalmazia con Zara capitale. Nonostante i suoi progetti fossero stati avversati a Vienna, si batte per mantenere la scuola di giurisprudenza di Zara in lingua italiana con un celebre discorso al Parlamento di Vienna del 20 febbraio 1849.
A partire dal 1809 è per lungo tempo fabbricere, e, occasionalmente, rettore del duomo, e, secondo C. F. Bianchi, è il principale promotore del culto di Santa Anastasia ed il maggiore benefattore della chiesa.
Pubblica per due volte (1831, 1833) l’ opuscolo officia propria Sanctorum celebranda in civitate atque universa Archidiocesis Jadertina. Alla sua morte nel 1851 sono murate nella cappella di S. Anastasia della cattedrale e nel palazzo della Fabbriceria due lastre di marmo con iscrizioni che si riferiscono alla sua fondazione.
Aveva sposato nel 1820 Chiara, figlia maggiore del conte Pietro Natale Fondra-Ferra. Con l’estinzione del ramo del casato Fondra-Ferra l’intero patrimonio passa ai Filippi, compresa la ricca collezione di incunaboli, oggetti storici e iscrizioni antiche. Tra questi il manoscritto Anonimo Filippi, una delle principali fonti storiche per la Dalmazia. Muore a Zara nel 1851.
NATALE FILIPPI
Nasce a Zara il 15 luglio 1823, avvocato e politico. Figlio di Gian Giuseppe e di Chiara Fondra-Ferra, si laurea in giurisprudenza a Padova nel 1847. Dopo un breve periodo passato come magistrato diviene avvocato, professione che esercita per tutta la vita. Avvocato di grande capacità, è presidente dell’ordine degli avvocati in Dalmazia negli anni 1871-’73. Appoggia il movimento antiaustriaco per l’autonomia dei croati e degli slavoni, ed è invitato al Congresso slavo di Praga del 21 maggio 1848.
Dopo la restaurazione che stabilisce la preminenza dei nazionalisti austriaci nell’Impero, si allarma per la deriva filoslava attuata in funzione antitaliana del governo di Vienna. Nel 1861 Natale è il più energico tra i membri della delegazione del regno di Dalmazia a Vienna per contestare l’unificazione con il regno di Croazia: ad aprile dello stesso anno è tra i firmatari della nota di protesta contro le proposte del governo di Vienna di unificare a Zagabria una dieta croato-slavona-dalmata e si dichiara pronto a discutere la questione con i rappresentanti della dieta croata. Come rappresentante della dieta del regno di Dalmazia (1861-’64, 1866-’67, 1871-’73) e presidente del Comitato Nazionale (1861-’64) appartiene all’ala di tendenza liberale e autonomista di Zara ed avversa con determinazione l’unificazione della Dalmazia con la Croazia. Nonostante la dura reprimenda subita da parte del presidente della dieta M. Klaic per aver rifiutato di difendere Natko Nodilo in procedimenti giudiziari, mantiene permanente l’impegno a sostenere il primato della lingua italiana e per smontare l’accusa nei casi di seggi autonomisti contestati. Così la solidarietà tra autonomisti liberali e nazionalisti (Alleanza dei liberali) funziona per l’elezione al Consiglio dell’agosto 1864. Per imperial-regio decreto è nominato Vice-Presidente della dieta nel 1870, carica da cui si dimette con altri esponenti autonomisti quando vince per la prima volta il partito croato del Popolo che chiude tutte le scuole di lingua italiana eccezion fatta per quelle di Zara con decorrenza 1 settembre 1870. È eletto anche alle elezioni comunali e negli anni 1871-1873 è anche presidente della giunta comunale di Zara. dal 1850 è un promotore della vita culturale, in particolare teatrale, della città e presiede la Commissione per la costruzione del Teatro Verdi di Zara. Gli altri due commissari sono il dr. Simone Katich ed il dr. Antonio De’ Stermich. La costruzione inizia il 25 aprile 1864, sullo spazio del palazzo acquistato dalla famiglia Lantana al n. 414 di piazza Madonna del Castello. È fabbriciere e presidente della Basilica metropolitana e membro del Consiglio per la fondazione dell’asilo infantile e di puerizia di Zara (1871-’72). Muore a Zara il 12 gennaio 1873.
NATALE FILIPPI (2)
Fugge da Zara ed organizza a Venezia l’Associazione nazionale Pro Dalmazia italiana, fondata il 13 marzo 1915 che raccoglie i dalmati, esuli che fanno parte del Primo esodo per evitare le persecuzioni austro-ungariche. È citato nel rapporto del 1917 del capitano Neubauer degli i.r. servizi segreti austro-ungarici come irredentista pericoloso.
Famiglie: CARBONETTI, CARLOVICH, CARMELICH, CARMINATI, CARRARA
ANTONIO CARBONETTI
Nasce a Sebenico il 10 ottobre 1905 da Giuseppe, marchigiano, spedizioniere marittimo e da Anastasia Jovanovich, dalmata. Giovanissimo aderisce alle associazioni italiane. La famiglia nel 1921 è costretta, come tanti altri italiani, ad abbandonare la Dalmazia centrale a causa dell’odio montato contro gli italiani, culminato nell’eccidio di Spalato nel quale sono uccisi il capitano di corvetta Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi. Si stabiliscono a Pola aprendo un bar nella centrale piazza Foro. A Pola nel 1926 Antonio collabora con La Gazzetta di Venezia e con Il Piccolo di Trieste; tre anni dopo è già redattore del quotidiano di Pola il Corriere Istriano. Inizia quindi un’intensa attività giornalistica come corrispondente del Giornale Radio dell’Eiar, dell’Agenzia giornalistica Stefani, de Il Giornale di Dalmazia di Zara, La Stampa di Torino, Il Popolo di Roma, La Vedetta d’Italia di Fiume, Il Corriere Adriatico di Ancona, Il Popolo di Spalato e vari periodici. Volontario in un Battaglione di Camicie Nere, partecipa alle operazioni in Lika e sul fronte jugoslavo. Rientrato a Pola, il 1 febbraio 1944 assume la direzione del Corriere Istriano sostenendo una diuturna diatriba con la censura tedesca ed opponendosi decisamente alla stampa di una edizione del quotidiano in lingua croata. L’ultimo numero del giornale esce il 29 aprile 1945 con i partigiani slavi ormai alle porte della città. Esule a Mestre è arrestato dai partigiani italiani ed è sottoposto ad un processo nel quale viene assolto, ma subisce l’epurazione che gli proibisce di continuare l’attività giornalistica. Cerca quindi una nuova occupazione e diventa contabile in una azienda veneziana. Non rinuncia comunque alla sua passione e collabora a numerosi giornali di destra, firmando con pseudonimi. Scrive quindi su Brancaleone, La Patria degli Italiani, Il Merlo giallo, Il Nazionale, Ordine Sociale, Fiamma di Trieste, Veneto Sociale, Il Secolo d’Italia, Lotta Politica, l’Asso di Bastoni ed altri giornali del Msi. Dopo l’amnistia, riprende a firmare articoli su Difesa Adriatica, L’Altra Sponda ed altri giornali degli esuli. È Consigliere Nazionale della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Zara, e collabora assiduamente con l’on. Andrea Ossoinak, già deputato di Fiume al Parlamento ungherese di Budapest. Muore a Mestre l’11 gennaio 1976.
Il Sindaco emerito del Libero Comune di Pola in Esilio Lino Vivoda gli ha dedicato il libro “Antonio Carbonetti giornalista esule dalmata” pubblicato ad Imperia dall’Edizioni Istria Europa nel 2000 per documentare la sua intensa attività politica.
ANDREA CARLOVICH
Riceve la consacrazione episcopale ed è insediato nella Diocesi di Arbe il 15 dicembre 1728. Mantiene l’incarico fino alla morte avvenuta il 12 gennaio 1738.
GIORGIO CAMELICH
Nato a Trieste nel 1907 dalla famiglia che aveva lasciato la Dalmazia in seguito alla chiusura delle scuole italiane da parte delle amministrazioni comunali unioniste favorite dall’Impero austro-ungarico, aderisce al movimento futurista di Marinetti, e dipinge quadri secondo le avanguardie che si sviluppano nel centro della vecchia Europa. Nell’esposizione triestina, in occasione del centenario del futurismo, il Comune di Trieste espone più di 130 sue opere, accanto a manoscritti come “La bottega di Eteo” in collaborazione con Emilio Dolfi ed “Il sindaco di Cork ed il cane inglese”, preziosa edizione manoscritta e decorata a mano, “Ridolini ed altri corridori” ed il volumetto di poesie “Il parco delle attrazioni”. Muore a Trieste il 17 agosto 1929.
TULLIO CARMINATI
Nasce a Zara nel 1894. Trasferitosi a Roma è conosciuto soprattutto come attore drammatico e cinematografico.
FRANCESCO CARRARA
Nasce a Spalato il 16 novembre 1812 e muore a Venezia il 29 gennaio 1854. Studia nel seminario della sua città e compie le prime ricerche storiografiche a Vienna che gli procurano notevoli ostilità politiche. Si laurea in teologia a Padova e per sette anni insegna storia e religione nel seminario di Spalato, ma le autorità austriache lo costringono ad abbandonare questo incarico con l’accusa di “aver nutrito e diffuso tra i giovani idee politiche esaltate”. Conservatore del Museo di Spalato, nel 1844 intraprende una serie di scavi archeologici nella zona di Salona, Aequum e Tillurium. Nella veste di capo della delegazione dalmata, illustra i suoi risultati al Congresso degli scienziati italiani tenutosi nel 1847 a Venezia, risultati che riporta nella monografia uscita nel 1850, Topografia di Salona. Oltre ad una dettagliata descrizione dei ritrovamenti, tra i quali pavimenti, lapidi, monete, gioielli, pezzi di scultura e architettura, iscrizioni epigrafiche, tre cimiteri e un teatro romano, espone anche la metodologia usata negli scavi e viene ingiustamente criticato ed attaccato a Spalato anche sul piano professionale. Nonostante autorevoli studiosi internazionali riconoscano ai suoi lavori validità scientifica, gli scavi sono avversati dalle autorità governative e la corte fa sapere di essere tiepidamente favorevole al ripristino delle memorie storiche, giudicandole però poco adatte al momento storico. Non gli è comunque consentito di continuare gli scavi.
Messo nell’impossibilità di continuare le ricerche archeologiche, intraprende la stesura dell’Antologia italiana, opera in due volumi destinata all’insegnamento scolastico. Sarà pubblicato solo il primo, che riguarda i secoli XIV e XV, e rimarrà inedito il secondo. Nonostante i suoi polmoni siano malati, trascorre gli ultimi anni della vita nella poco salubre Venezia. Insegna nel Ginnasio superiore di Santa Caterina e muore nella città di San Marco il 29 gennaio 1854.
Opere:
Teodora Ducaina Paleoghina, Vienna, 1840
Theses ex universa theologia, obtinendam in pervetusta ac celeberrima c.r. Patavina scientiarum universitate propugnandas assumit, quas ad lauream in sacra theologia, Padova, 1843
Archivio capitolare di Spalato, 1844 Spalato
Epoche storiche di Spalato, 1845
Curato, Traduzione in italiano di un discorso di A. Lamartine, con traduzione illirica a fronte di mons. Matteo Santich., Tipografia Olivetti e Comp., Spalato, 1845
Degli uomini illustri, Spalato, 1846
La Dalmazia. Descritta... con 48 tavole miniate rappresentanti i principali costumi nazionali, Zara, 1846
De’scavi di Salona nel 1846, Padova, 1847
Album delle antichità di Spalato disegnate da Francesco Brattanich con cenni del Dr. Francesco Carrara, Tipografia Prosperino, Padova 1847
Salona und seine Ausgrabungen, Wien, 1847
Salona e Spalato, Spalato, 1848
I canti del popolo dalmata, Zara, 1849
Della vita e degli scritti di Gio. Cattalinich, per i tipi di Battara, Zara, 1849
Topografia e scavi di Salona nel 1848, in Atti dell’Associazione archeologico-britannica, Vienna, 1850
De’ scavi di Salona, Trieste, 1850
De’Scavi di Salona nel 1849, in Atti della Società archeologico-brittanica, Londra, 1851
Illustrazione ai progetti del 27 maggio 1850, 1 agosto 1846, 2 luglio 1850, Demarchi & Rugier, Zara, 1851
Memoria De’Scavi di Salona nel 1848, in Denkschriften giornale della i.r. Accademia di Scienze in Vienna, 1851 n. 2
De’ scavi di Salona nel 1849, Londra, 1851.
Famiglie: Trigari e Tripcovich
NICOLO' TRIGARI
Nasce a Zara nel 1827 in una famiglia dell’alta borghesia cittadina ed è eletto Podestà della città tra il 1874 ed il 1899. Seguace di Luigi Lapenna, fa parte dell’ala illuministica e liberale del partito ed appoggia l’equilibrio secolare tra i dalmati italiani e slavi, consolidato dalla Serenissima, ripreso da Napoleone ed ereditato ma non sempre perseguito dall’Impero degli Asburgo. Condivide con Lapenna la linea politica dell’autonomismo dalmata incardinato nell’Impero ma inteso come garante della difesa della lingua e della cultura italiana. Eletto per la prima volta podestà di Zara il 23 febbraio 1874, subentra nella carica al conte Cosimo De’ Begna di Possedaria e dimostra fin da subito di saper reggere con maestria le sorti della città. L’anno successivo la visita ufficiale dell’Imperatore Francesco Giuseppe mette alla prova le sue capacità di mediazione. La diffidenza del governo imperiale nei confronti degli italiani della Dalmazia, successivamente alla Terza guerra d’indipendenza ed alle voci (risultate poi storicamente infondate) di un accordo fra i rappresentanti della flotta dell’ammiraglio Persano e le amministrazioni italiane della Dalmazia, aveva determinato una politica centrale apertamente filo-croata ed erano forti i rischi di contestazione dell’Imperatore a Zara, una delle roccaforti degli italiani autonomisti. L’aver concordato l’uso della lingua italiana nell’indirizzo di saluto imperiale, stempera la tensione e favorisce il successo della visita, con la conseguente concessione del cavalierato ereditario alla famiglia Trigari, che usa raramente il prefisso nobiliare “De” e “Von” di cui avrebbe diritto. Dal 1868 zara non è più considerata fortezza militare e questo procedimento rende possibile smantellare la muraglia difensiva ed aprire la strada allo sviluppo urbanistico della città. Trigari dà l’avvio ad una prima ristrutturazione della Riva Nuova ed un decisivo impulso per la creazione dei viali alberati della circonvallazione. La Riva Nuova diventa così biglietto da visita della città: bordata da una fila ininterrotta di palazzi signorili che proteggono il centro dai venti invernali, è punteggiata da alberi ombrosi e ingentilita da aiuole fiorite. Tre caffè la rendevano un perfetto luogo d’incontro, secondi solo alla centrale “Calle Larga”. Grazie alla sua prudenza politica ed a qualche sotterfugio, il Comune di Zara rimane in mano al partito autonomista nel periodo in cui tutti gli altri comuni dalmati cadono nelle mani del Partito del Popolo croato a causa delle ingerenze austriache e dell'allontanamento forzato degli italiani (Sebenico nel 1873, Curzola nel 1875, Traù nel 1881, Spalato nel 1883, Lissa nel 1886, Cittavecchia di Lesina nel 1887, Cattaro e Ragusa nel 1897). Il Podestà Trigari è convinto che la difesa della componente italiana della Nazione dalmata debba essere difesa nelle forme e nei limiti della legalità e del diritto e questa lungimirante scelta politica lo porta spesso ad essere in contrasto con le tesi più radicali di Bajamonti che, alla fine degli anni ‘70 considera superato l’autonomismo e spinge il partito verso posizioni irredentiste. Le tesi del Bajamonti fanno breccia anche fra i più giovani esponenti autonomisti di Zara, come Roberto Ghiglianovich, Giovanni Lubin (nativo di Traù), e Luigi Ziliotto. Ghiglianovich nelle sue memorie riserva al Trigari uno sprezzante giudizio ed afferma che “a causa del suo temperamento, inaspritosi ancor più con l’età, era divenuto impossibile”, imputandogli l’assenza da tutte quelle iniziative associazionistiche apertamente filoitaliane fiorite negli anni. Conclude Ghiglianovich: “per la salvezza della lingua, della civiltà, della nazione nostra (italiana) in Dalmazia, bisogna truccarsi sempre in modo da ingannare il Governo Austriaco”. È stato così che Roberto Ghiglianovich, unitamente a Spiridione Artale, vecchio amico sodale con Trigari, si reca dal podestà ed ottiene da lui una lettera di rinuncia alla candidatura alle elezioni comunali del 1899. Secondo un accordo interno alla corrente irredentistica del partito, viene eletto Podestà Luigi Ziliotto. Dal 1874 fino alla morte è deputato della Dieta del regno di Dalmazia, per il Partito autonomista dalmata, filoitaliano eletto nella circoscrizione di Zara. Amareggiato e stanco, Trigari muore a Zara il 30 ottobre 1902, il suo funerale, presente tutta la città, è definito “solennissime esequie”.
Cap. VINCENZO TRIPCOVICH
È eletto Guardian Grande della Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone di Venezia nel 1748.
CRISTOFORO TRIPCOVICH
È eletto Guardian Grande della Scuola dalmata dei Santi Giorgio e Trifone di Venezia nel 1783.
DIODATO E RAFFAELLO TRIPCOVICH
Nasce in un’antica famiglia di navigatori originaria di Cattaro. Trasferitosi a Lussino e poi a Trieste, Diodato fonda a Trieste la famosa società di navigazione Tripcovich. Riconosciuto conte dal re Vittorio Emanuele III di Savoia, muore a Trieste senza eredi diretti. La sorella, la contessa maria sposa Goffredo De' Banfield, eroe dell’aria della Prima guerra mondiale, insignito della Croce di Ferro con palme e brillanti, istituita da Maria Teresa, ed ha un figlio Raffaello, sovrintendente del Teatro Verdi di Trieste, il quale dona alla città il teatro “Sala Tripcovich”. La società Tripcovich, unico caso di società per azioni italiana quotata in Borsa verrà dichiarata fallita e sarà oggetto di oscuri maneggi giudiziari che non intaccheranno la figura del nobile dalmata, che si spoglierà di tutti i suoi beni per pagare fino all’ultima lira i debiti accumulati da altri per conto della società di cui era l’ingenuo erede.
LUCA TRIPCOVICH
È un autorevole componente del Consiglio direttivo del “Comitato delle onoranze funebri a Niccolò Tommaseo” fondato a Trieste l’8 maggio 1874, che assume poi il nome di “Colonia dalmata di Trieste” ed è formata dagli italiani di Dalmazia privati, su spinta dell’Austria-Ungheria, delle amministrazioni locali e comunali italiane e, quindi, di scuole italiane e di ogni altro strumento atto a conservare l’antica identità latino-veneziana.
MARIA TRIPCOVICH DE' BANFIELD
Appartiene ad una famiglia proveniente da Sant'Eustachio/Dobrota, cittadina bocchese della Dalmazia montenegrina, sposa Goffredo De' Banfield, nato nelle Bocche di Cattaro nel 1890 che è decorato della Croce di Cavaliere di Maria Teresa per le sue imprese quale aviatore dell’Impero nella guerra 1914-18. Goffredo, su pressione della moglie, assume la cittadinanza italiana nel 1923 e rifiuta l’offerta di essere a capo dell’Adriatisches Künsterland, proposta dal gauleiter tedesco nel 1943. Maria, unica erede dei Tripcovich, diventa per un breve periodo presidente dell’omonima società di navigazione. Muore a Trieste e lascia al figlio Raffaello la cospicua fortuna della famiglia.
Famiglie: Luxardo
DEMETRIO LUXARDO
Figlio di Nicolò 1°, nasce a Zara nel 1852. Sposa Elena Nani. Non avranno figli. È il primo vero tecnico in famiglia e perfezionerà vari aspetti della distillazione del maraschino. Viaggerà per la ditta, specialmente in Nord Europa. Filantropo, nel suo esemplare testamento nomina erede universale il fratello Michelangelo, ma dispone per un’ampia serie di lasciti: fra essi spicca quello di 10 fiorini ad ogni dipendente dell’azienda come pure uno per gli abitanti del villaggio di Calle sulla dirimpettaia isola di Ugliano, per cui aveva una particolare simpatia. Muore a Zara nel 1906. Il giorno del suo funerale la città si ferma, e gli edifici del Comune, del giornale “Il Dalmata” e della Società operaia espongono drappi neri.
GIORGIO LUXARDO (1°)
Figlio di Michelangelo e Giuseppina Illich, nasce il 1 settembre 1897 a Zara. Sposa la zaratina Ada Talpo (1931) e hanno due figli, Franco e Paolo. Quando l’Austria entra in guerra (1914) frequenta l’ultimo anno del locale Ginnasio italiano, ma nel marzo 1915 a 17 anni viene richiamato con tutti i compagni: entrerà nei “reitende dalmatiner Schuetzen” (Cacciatori dalmati a cavallo), con sede a Banja Luka in Bosnia e l’Albania come teatro di operazioni. Rientrerà a Zara solo a fine 1918 col grado di tenente, una medaglia di bronzo al valore militare e la malaria contratta nelle paludi albanesi. Nel 1919 partecipa alla missione di studenti zaratini che gira la penisola per far conoscere la richiesta della città di essere definitivamente annessa al regno d’Italia. A 21 anni viene mandato dal padre a fare pratica bancaria a Ginevra (1919-20) ed a Parigi (1920-21), ove presta servizio presso la Banque italo-française pour l’Amérique du Sud. Vi imparerà perfettamente il francese, che abbinerà al tedesco ed al serbo-croato appresi a scuola. L’improvviso richiamo a Zara (1921) per una malattia del padre vede interrotta la sua carriera bancaria e l’inizio - assieme ai fratelli - del lavoro in azienda. Nel 1922 ne diviene socio e gli viene demandato il settore commerciale. Da allora viaggia senza sosta in Italia e in Europa, intessendo rapporti con clienti e fornitori. Ha poi l’intuizione di introdurre le “visite guidate in azienda”. L’iniziativa, del tutto nuova per l’epoca, ebbe molto successo ed attivò anche una corrente di turismo verso Zara, utile per lo sviluppo economico dell’isolata città. Grazie all’oculata gestione dei quattro fratelli fra il 1922 e il 1940 il volume d’affari della ditta non fece che crescere: nel 1936 il 66% delle esportazioni zaratine di liquori era curato dalla Luxardo ed alla vigilia della Seconda Guerra mondiale l’azienda copriva un’area di 12.000 mq. ed occupava 250 dipendenti. Scoppiata la guerra, nel 1942 a 45 anni viene richiamato alle armi nell’”Alessandria Cavalleria” e l’anno dopo - grazie alla sua ottima conoscenza delle lingue - assegnato all’Ufficio Censura della posta estera a Bologna. Non rientrerà più a Zara. Raggiunta dopo l’8 settembre ‘43 la famiglia sfollata a Fiumicello (Udine), partecipa al dramma dei fratelli e della città natale attraverso le moltissime lettere scambiate con il fratello Pietro, un vero e proprio diario dell’”Annus horribilis” 1943-’44. Nel frattempo cerca di salvare i pochi beni aziendali in penisola e di progettare il futuro. Per lui azienda e famiglia sono inscindibili, ed ora deve pensare - oltre alla sua - alle famiglie dei fratelli Pietro e mitre, appena sfuggite in barca da Zara distrutta assieme alla sorella Delfina. A guerra finita si ritrovano tutti esuli a Venezia e comincia a collaborare con lui Nicolò, figlio 18enne di Pietro, mentre gli altri sono ancora adolescenti o bambini. È Giorgio il motore della rinascita: in un’Italia distrutta cerca anzitutto dove riaprire la fabbrica. Utili per le marasche gli si offrono aree in Val d’Illasi (Verona) e in provincia di Udine, ma sceglie alla fine i Colli Euganei presso Padova con la collaborazione del prof. Morettini dell’Università di Firenze, che aveva condotto anteguerra studi approfonditi sulle marasche dalmate e neaveva trapiantanti alcuni esemplari nei vivai dell’Università. Per recuperare i capitali per la nuova fabbrica da un lato si batte a Roma per ottenere una preziosa licenza per l’alcool, contingentato nel dopoguerra, che poi cederà alla ditta Pezziol di Padova in cambio di un terreno di 3 h. a Torreglia (1946), dall’altro accende un mutuo con la Banca Commerciale Italiana per l'acquisto delle attrezzature. Così il 10 febbraio 1947 viene fondata la nuova Luxardo e inaugurato lo stabilimento di Torreglia. La data è scelta con cura: lo stesso giorno a Parigi l’Italia firma il Trattato di Pace con il quale è obbligata a rinunciare a Zara, all’Istria e a Fiume. Giorgio invece rilancia. È una sfida al destino, ma anche a se stesso: ha oramai 50 anni, è passato attraverso due guerre mondiali, è stato colpito da lutti e vicende strazianti, ma ora si rialza e riparte. Un uomo tranquillo con grandi motivazioni, che pensa soprattutto alle future generazioni Luxardo. In quegli anni deve guardarsi anche alle spalle. A Zara una sentenza del Tribunale Popolare del 22.11.1945 aveva condannato lui a 10 anni di lavori forzati e il fratello Nicolò a morte, quali “nemici del popolo”; il solo scopo era la confisca dei beni. La nuova ditta jugoslava utilizza così i marchi Luxardo e cerca di acquisire clienti italiani e stranieri ancora ignari della sorte dei titolari. Inizia allora una lunga serie di azioni legali per contraffazione di marchi e concorrenza sleale, in difesa del nome e del patrimonio morale della famiglia e dell’azienda: si svolgeranno in Italia, in Svizzera, in Germania e egli Stati Uniti, concludendosi solo nel 1980 (!).
I Luxardo risulteranno sempre vincenti. Per tutti gli anni ‘50 del Novecento Giorgio è al timone della Luxardo quale Amministratore Unico, mantiene i rapporti con il Governo italiano per il riconoscimento dei danni di guerra, è membro influente dell’ Associazione degli Industriali Giuliano-dalmati e della Federvini, si impegna perfino nella realtà locale quale presidente della Pro Loco di Torreglia (1947-1953).
A livello familiare è il pater familias a cui tutti ricorrono quando c’ è bisogno di un consiglio o di un aiuto, morale o materiale. Indirizza verso il lavoro in azienda prima il nipote Michele (1957) poi il figlio Franco (1960), che si uniscono così al cugino Nicolò per costituire la quinta generazione Luxardo in ditta. Muore improvvisamente il 30 giugno 1963. È considerato il “secondo fondatore della Luxardo”.
GIROLAMO LUXARDO
È il fondatore della ditta che porta ancora oggi il suo nome. Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1784. Sposa in prime nozze Maria Canevari di Genova e - rimasto vedovo - Luigia Amadio di Venezia. Ebbe 20 figli, di cui il solo terzogenito Nicolò continuerà l’attività aziendale. Nella natia Liguria esercita il commercio del corallo e dei cordami, viaggiando a lungo sin da giovane. Durante uno dei soggiorni a Trieste conosce per la prima volta il mondo dei rosoli: Giacomo Balletti lo spinge ad introdurre i propri prodotti a Genova ma l’iniziativa non ha successo. Nel 1818 si sposta tra Livorno, Pisa, Firenze, Roma, Napoli, Torre del Greco, Messina, Corfù, Ancona e Venezia: proprio ad Ancona sente parlare per la prima volta della Dalmazia, di Slarino dove si pesca il corallo e di Sebenico dove si distilla l’amarasco, utilizzato per la preparazione di un “rosolio uso Zara”. Si imbarca allora per la capitale della Dalmazia e vi soggiorna 5 mesi per seguire la pesca del corallo; rientra poi a S. Margherita. Ma nel 1821 si stabilisce definitivamente a Zara con la moglie Maria e 4 figli. Pone subito in attività le proprie capacità imprenditoriali: da una lato apre un negozio in cui si vendono merletti liguri, dall’altro concentra il proprio interesse sulla produzione del rosolio, ricavato dal frutto della marasca (Prunus cerasus), una ciliegia acida che cresce spontanea sulle coste dalmate a sud di Zara. Nota prontamente che della quindicina di produttori locali di rosoli, uno solo - il Salghetti Drioli - aveva raggiunto una rinomanza internazionale; gli altri superavano appena le mura cittadine. C’è quindi spazio adeguato per sviluppare la sua attività ed è in breve in grado di produrre un nuovo maraschino di tipo amabile, che più tardi lo storico Giuseppe Praga illustrerà così in un’epoca siffatta (dopo il Congresso di Vienna l’Europa è stanca di guerre) i liquori militareschi dovevano lasciare il posto d’onore a dei tipi rispondenti alla delicatezza Dei gusti che ora era prevalsa. non certamente i rosoli tutti zucchero e profumi del settecento, ma nemmeno le bibite d’urto delle soldatesche napoleoniche e delle ciurme inglesi. Tra i suoi corrispondenti c’è anche Vittorio D’Annunzio, un agiato commerciante abruzzese, nonno del poeta Gabriele che 100 anni più tardi definirà “Sangue morlacco” il liquore di ciliegie dei Luxardo, un nome tuttora in auge. Nel 1829 Girolamo - fatti analizzare dal Governo a Vienna i campioni ed il processo di fabbricazione dei propri liquori - ottiene l’ambito Privilegio nella fabbricazione e distillazione dei rosoli Maraschino e cannellino, in virtù delle quali si ottiene un miglioramento del 15% e più nei confronti dei procedimenti sinora osservati, espletandovi la preparazione parte a fuoco e parte senza, ciò che ha come risultato che la qualità di questi tipi di rosolio supera in qualità e consistenza tutte le qualità sinora esistenti. In pratica si tratta dei migliori liquori allora prodotti in tutto l’Impero. Con questa patente Girolamo apre un deposito a Trieste allo scopo di facilitare la sua distribuzione (all’epoca c’era solo un collegamento marittimo ogni 45 gg. con l’eccentrica Zara) ed entra rapidamente nel commercio internazionale. Così i liquori Luxardo - oltre a coprire le piazze austriache del Lombardo-Veneto, della Boemia e dell’Austria - si espandono verso Odessa e Lisbona, Londra e Parigi, Costantinopoli e perfino Rio De Janeiro. Attorno ai 50 anni Girolamo si fa ritrarre. Il quadro, scomparso alla fine della seconda guerra mondiale nel sacco di casa Luxardo, è riapparso negli anni ‘70 del Novecento nei depositi del museo Civico. Restaurato, vi è ora esposto. Il dipinto è da alcuni attribuito al pordenonese Michele Grigoletti, da altri al goriziano Giuseppe Tominz. L’azienda continua a prosperare ed un autore inglese, H.H. Paton, lo registra visitando Zara nella sua opera Highlands and islands of the Adriatic (1849) “Luxardo produce un buon maraschino ed ha una larga vendita”. Con l’avanzare degli anni Girolamo - anche per degli screzi col primogenito Bartolomeo trasferito definitivamente a Trieste e con l’altro figlio Emanuele - affida sempre di più la ditta al terzo maschio Nicolò e nel 1863 gli trasferirà definitivamente la proprietà della fabbrica di Calle del Sale, con il preciso impegno di mantenere il suo nome all’azienda. Morirà ottantacinquenne due anni più tardi, nel 1865, a Zara.
MICHELANGELO LUXARDO
Figlio di Nicolò 1°, nasce a Zara nel 1857. Sposa Giuseppina dell’antica famiglia Illich di Spalato, che gli darà 6 figli: Nicolò, Demetrio, Delfina, Pietro, Alberto e Giorgio. Entra giovanissimo in azienda nel 1871. È socio fondatore (1876) dell’Associazione Ginnastica Zaratina, in assoluto la prima società sportiva nata in Dalmazia, divenuta nel 1881 la società Zaratina di Ginnastica e scherma, di cui per cinque anni sarà il presidente. Molto sensibile alle istanze politiche e sociali del tempo, è tra i rappresentanti più in vista del partito autonomista e presidente della Società Politica dalmata, venendo anche eletto in Consiglio Comunale. Industriale stimato a livello nazionale, ricopre importanti cariche a Vienna: membro del Consiglio doganale Superiore e dell’analogo Consiglio Ferroviario, del Consiglio Industriale dell’Impero e del consiglio d’amministrazione della Sudbahn, la ferrovia che univa Vienna a Trieste. Si prodiga - invano - perché Zara sia collegata con ferrovia al resto dell’Impero. Contribuisce finanziariamente alla costruzione della prima centrale elettrica della sua città. Allo scopo di liberare le piccole attività commerciali dalla piaga dell’usura fonda con un gruppo di amici la Banca Popolare zaratina, poi Banca dalmata di Sconto. E’ presidente del monte di Pietà fino al 1931 e per tutta la vita dedica tempo e grandi attenzioni alla Scuola Industriale “Pasquale Bakmaz”, l’istituto tecnico più importante della provincia sia nel periodo austriaco che in quello italiano, fornendo macchinari alle officine e libri e materiale didattico agli alunni. Come già il padre è presidente della Camera di Commercio (1910-1916). Per 40 anni conduce l’azienda con mano ferma ed ha la preveggenza di uscire dal ristretto circuito delle mura cittadine verso un arioso sobborgo al di là del porto: da Calle del Sale a Barcagno. Così fra il 1907 e il 1915 vi costruisce la nuova fabbrica che sarà la più grande e moderna dell’Impero, su progetto iniziale dell’ing. Pividori, zaratino, rielaborato ed ampliato dall’arch. viennese Friedler. Affronta con coraggio la prima guerra mondiale con i figli sparsi su vari fronti e la fabbrica chiusa per anni. Nel 1918 si rende conto che la crisi, aggravata dalla spagnola e dalla svalutazione, sarebbe stata lunga e dura, soprattutto per gli ex-territori austro-ungarici spezzettati tra numerosi stati: così crea delle filiali produttive, una sul confine austro-ceco con il fedele agente viennese Kattus, l’altra a S. Filippo e Giacomo, paese a sud di Zara per servire il nuovo regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Jugoslavia). Con lungimiranza “europea” manda i figli ad acquisire esperienza: Demetrio a Bordeaux, Giorgio a Ginevra e Parigi, mentre Pietro è incaricato di gestire la filiale cecoslovacca e il primogenito Nicolò lo affianca nel difficile rilancio dell’azienda dopo la rivoluzione politica ed economica avvenuta in Europa. Nel 1922 cede la proprietà dell’azienda ai 4 figli maschi e fino alla morte rappresenta un punto di riferimento per tutti loro, per le nuore, per i nipoti e per la sua amata Pina, che gli sopravvive per otto anni. I ritratti che si erano fatti fare da fidanzati dal noto pittore dalmata Biagio Faggioni si trovano ora a Zara e a Padova. Muore a Zara nel 1934.
NICOLO' LUXARDO
Figlio di Michelangelo, nasce a Zara nel 1886 e sposa Bianca Ronzoni, milanese. Si diploma all’Istituto Commerciale di Torino e affianca presto il padre nella gestione dell’azienda. Nel 1912 compie un viaggio d’affari di sette mesi negli Stati Uniti, toccando Washington, New York e Chicago e nello stesso anno entra nell’Aulico Consiglio Industriale di Vienna in rappresentanza della Camera di Commercio di Zara. Nel gennaio 1915, quando ha sentore che sta per scoppiare la guerra tra l’Austria-Ungheria e l’Italia, abbandona Zara per non combattere nell’esercito austriaco. Il 2 giugno si arruola quale volontario irredento nel Regio Esercito italiano, viene assegnato al 20° Cavalleggeri Roma e, grazie alla sua perfetta conoscenza del tedesco e del serbo-croato, entra a far parte del Servizio Informazioni della 3° Armata del duca d’Aosta. Sarà ferito due volte e riceverà due medaglie d’Argento al V.m. ed una Croce di Guerra. Nel novembre 1918 viene assegnato quale ufficiale di collegamento all’amm. Notarbartolo, incaricato dell’occupazione militare della parte di Dalmazia assegnata all’Italia dal Patto di Londra. Così, dopo quattro anni di assenza, rivede a Zara la famiglia e l’indomani sbarca a Sebenico. Verrà congedato il 28 dicembre 1918. Rientrato in azienda, si attiva subito per rilanciare il lavoro: il grande mercato unico rappresentato dall’Impero austro-ungarico era scomparso e i nuovi stati imponevano pesanti dazi all’importazione, altrettanto era successo all’Impero russo dove i Luxardo, allo scoppio della guerra, avevano perso crediti per 110.000 fiorini d’oro, mentre la Germania era in preda a convulsioni politiche e ad una folle svalutazione che la escludevano dai mercati. Nicolò si rende presto conto che la nuova provincia di Zara è troppo piccola per sopravvivere senza un retroterra e già nel 1923 insiste in un memorandum al ministero degli Esteri di Roma per l’apertura dei confini con il nuovo regno dei Serbi, Croati e Sloveni e per un trattato commerciale fra i due stati. Anche in seguito ai suoi sforzi ed ai contatti mantenuti con i compagni d’arme ai ministeri, a Zara verrà concesso il porto franco. Per gli anni ‘20 e ‘30 del Novecento la sua presenza a Roma sarà sempre più frequente, fino ad essere nominato (1 marzo 1939) al Parlamento nazionale nella XXX legislatura, quale rappresentante della Corporazione dei Combustibili e degli Alcoli. È pure assessore comunale e presidente della Camera di Commercio dal 1931 al 1943. Senza figli, dirige i propri affetti alla moglie Bianca ed ai numerosi nipoti come un pater familias d’antico stampo (quando nel 1940 morirà il fratello Demetrio per setticemia ,sarà lui a divenire il tutore dei tre figli minorenni). Mantiene pure i rapporti con i parenti dalmati, in particolare con la famiglia Illich di Spalato da cui proviene la madre, recandosi quasi ogni anno nella capitale della Dalmazia jugoslava. In quegli anni la sua conoscenza della lingua serbo-croata e di personalità sia cattoliche che ortodosse oltre confine gli permette di valutare con maggiore profondità delle autorità politiche romane la complicata situazione politica nella Jugoslavia di re Alessandro, dove gli scontri nazionali e religiosi fra le varie etnie hanno portato dal caos degli anni ‘20 ad un regime semi-dittatoriale negli anni ‘30. Dopo l’8 settembre 1943 è fra i pochi (con il prefetto degli Alberti e il commissario prefettizio al Comune De Hoeberth) a intervenire presso l’occupante tedesco per evitare che zara venga incorporata nello stato indipendente di Croazia. In seguito ai primi pesanti bombardamenti di Zara, si rifugia nel villaggio di Peterzane, da cui, vessato dai partigiani nel gennaio 1944 partirà in barca con tutta la famiglia verso Nord. Si fermerà sull’isola di Selve presso l’amico Suppini per l’insistenza della moglie, mentre gli altri proseguiranno per l’Istria e Trieste. Nico e Bianca vi resteranno fino alla morte. Nel giugno del 1944 marito e moglie verranno portati a Sale sull’Isola Lunga, sottoposti a processo dai partigiani di Tito (giudice Crnosija), assolti e rilasciati. L’ultima sua lettera al fratello Giorgio è del 27 settembre. Nel dopoguerra verrà dichiarata la sua morte presunta il 30 settembre 1944, ma di recente il dr. Giovanni Minak ha scritto di averlo incontrato a Selve nella prima decade di novembre: “qualche giorno dopo ritornarono i partigiani e lo prelevarono, la moglie non volle abbandonarlo e scese in barca con lui. Nei pressi di Sale si concluse il loro destino: vennero annegati”. Oltre un anno dopo, il 22 novembre 1945, si svolse presso il Tribunale Popo-lare di Zara un processo “farsa” contro Nico Luxardo: venne dichiarato contumace (!) e condannato a morte per impiccagione. L’unico scopo era evidentemente di legittimare la confisca dei beni e soprattutto della fabbrica di liquori Luxardo, che il nuovo regime comunista a Zara intendeva nazionalizzare e riaprire con nuovo nome.
BIANCA LUXARDO RONZONI
Nasce nel 1889 a Milano, sposa Nicolò Luxardo con il quale condivide la tragica sorte nell’autunno - inverno 1944, quando viene uccisa per annegamento ad opera dei partigiani di Tito nelle acque dell’isola dalmata di Selve.

