giovedì 2 novembre 2023

Famiglie: Bisanti

LUCA BISANTI

Nipote di Trifone Bisanti, gli succede nella Cattedra vescovile di Cattaro. Come lo zio, è teologo e partecipa al Concilio di Trento che si svolge tra il dicembre 1545 ed il dicembre 1563, sotto i pontificati dei papi Paolo III, Giulio III e Pio IV per contrastare le riforme e per condannare gli errori di Lutero. Nelle sedute del 1562, alle quali partecipa attivamente, discute dei dogmi, del carattere sacrificale della messa, dei sacramenti dell’ordine Sacerdotale, del matrimonio, del Purgatorio, della venerazione dei Santi, delle indulgenze, dei religiosi; dei decreti che disciplinano l’uso della lingua latina nelle celebrazioni, con l’obbligo della spiegazione in volgare; dell’obbligo della residenza dei Vescovi; della formazione dei seminari per la formazione del clero, ed altri decreti di riforma generale. Rinuncia ad ogni incarico ecclesiastico nel 1565. È ricordato come autore della Vita di San Trifone, scritta nel 1538 e pubblicata a Venezia nel 1561. Alla fine del ‘500 l’opera sarà ristampata da Girolamo Bucchia e sarà approvata da Clemente VIII ed infine recepita dal Farlati nell’illyricum sacrum. Sappiamo anche che, durante gli assedi dei Turchi, Bisanti con la forza della parola, riesce ad incoraggiare i suoi concittadini che si opporranno con successo alla temibile minaccia ottomana. Non ci sono pervenute notizie certe sui suoi dati anagrafici, su altri episodi della sua vita e sulla data della morte.


MARINO BISANTI

Originario di Cattaro, vive intorno la metà del ‘300 e si distingue nella lotta contro i genovesi nell’Adriatico. Sopracomito della galera “Caterina” sconfigge una squadriglia genovese presso le isole intorno a Curzola nel 1371, libera la città di Budua da una ribellione e soccorre le navi veneziane bloccate dai turchi alla foce del Drin, nell’odierna Albania.


NICOLO' BISANTI

Originario di Cattaro, contemporaneo di Marino e, come lui, abilissimo capitano di mare del XIV secolo.


PAOLO BISANTI

Fratello di Luca, nasce a Cattaro nel 1532 e si laurea a Padova in diritto canonico e civile. Tornato in Dalmazia, diventa Vescovo di Cattaro tra il 1565 ed il 1576, anno in cui si dimette dall’incarico per diventare vescovo suffraganeo ad Udine e vicario generale ad Aquileia, dove introduce le ordinazioni stabilite dal Concilio Tridentino. Si distingue per zelo nella battaglia di Cipro. Autore di varie opere giuridiche, muore all’età di 55 anni, nel 1587.


TRIFONE BISANTI

Nasce probabilmente a Cattaro in data incerta. Non ci sono notizie sulla sua formazione e studi, ma è certo che è dottore in filosofia, teologia e legge e si presume abbia conseguito la laurea in una università italiana. Insegna letteratura greca e latina nelle università di Bologna e Perugia ed è bibliotecario dell’arciduca di Modena. È principalmente attratto dalle discipline umanistiche e dalla teologia e svolge intense ricerche su codici rari ed antichi custoditi nelle più rinomate biblioteche del tempo. La sua attività in Italia è sorretta da un consistente patrimonio ereditato dalla autorevole famiglia bocchese, alimentato dall’insegnamento universitario e dai guadagni ottenuti esplicando il servizio bibliotecario. Nel periodo dal 1513 al 1532 è vescovo di Cattaro ed è ricordato come promotore di studi letterari, teologici e scientifici, frequenta il Cenacolo umanistico di Cattaro ed eminenti teologi. Su invito di papa Giulio II partecipa alle sedute del Quinto Concilio Lateranense, tenutosi tra il maggio 1513 e il maggio 1517, che era stato convocato per condannare gli errori del neo-aristotelismo. Nel 1532 rinuncia alle dignità ecclesiastiche. Muore a Cattaro nel 1540. Le Lettere latine indirizzate all’amico e mecenate cardinale Domenico Grimani, nelle quali lamenta le disgrazie provocate dai turchi, sono state raccolte dopo la sua morte.

Famiglie: Alacevich

ANGELO ALACEVICH

Cultore e custode del patrimonio storico e archeologico della Dalmazia effettuò, durante la permanenza delle truppe italiane a Sebenico del primo dopoguerra, importanti scavi a Danilo, i cui reperti sono conservati presso il Museo di San Donato di Zara, unitamente a due leoni marciani di grandi proporzioni. È autore di Pagine della Città di Sebenico.


TITO ALACEVICH

Componente del Comitato di Zara per le esequie del Re Umberto I del 1900 e dirigente della Lega Nazionale, è citato nel Rapporto del 1917 del capitano Neubauer degli i.r. servizi segreti austro-ungarici come pericoloso irredentista.


PIETRO ALACEVICH

Nasce a Drasnizza (Macarsca) nel 1739 e il 21 Giugno 1770 è promosso Alfiere e poco dopo Capitano di una compagnia di truppe collettizie da lui riunite. Aiutante di squadra in Golfo, disimpegna molte ed importanti commissioni in Albania ed in Levante, e sostiene per vari anni il comando del forte di Obrovazzo e quindi di quello di Castelnuovo. Caduto nel Maggio 1797 il Governo Veneziano, si dimette dal servizio militare e si stabilisce a Zara. Ha in moglie Elena Calogerà di Corfù cugina del conte di Capodistria ministro in Russia e quindi Presidente del regno Neo-Ellenico. Muore a Zara nel 1830.


NICOLO' ALACEVICH

Nasce a Drasnizza (Macarsca) nel 1666 ed a vent’anni partecipa alla presa della fortezza di Sign ed è tra i primi nell’assaltarne le mura, rimanendo ferito. Nel 1687 si distingue per il valore dimostrato nell’attacco nella presa di Castelnuovo. Nel 1690 combatte con valore nelle di Piazze di Malvasia, Valona, Cagnina e nell’attacco di Canea e nel 1692 nel recupero della fortezza di Lepanto, distinguendosi in una sortita contro il nemico. Il 9 febbraio 1695 dirige l’attacco della galera del N. H. Nicolò Barozzi, dalla quale con la spada in pugno assale una galera nemica nelle acque di Carabraino, e combatte fino all’affondamento della nave nemica. Nel 1695 partecipa all’assedio di Scio ed alla battaglia nella piana di Argos. Nel 1696 cattura un brigantino turco nelle rive di Specie e nel 1699 con la pubblica nave La Fede Guerriera combatte nelle acque di Metelino, alla bocca di Terra, dove rimane ferito. Nel 1700 il Coll. Nicolò Marcovich dichiara “Nicolò essere caduto in schiavitù in mano dei Barbari, dopo la perdita d’una pubblica nave, seguita con fiero combattimento cogli Algerini, e con perdita delle di lui sostanze”, ma nel 1707 Tomaso Slicherz, console del Serenissimo Gran Duca di Toscana in Livorno lo libera dalle mani de’ Barbasesi e viene nominato Alfiere. Nel 1716 partecipa alla difesa del Posto di Monte Abram sotto Corfù dove ha respinto con valore tre assalti dei Turchi. Il 21 agosto 1731 il Senato veneziano lo decora con la Medaglia d’Oro con Catena. Il 20 febbraio 1735 il Senato veneziano lo nomina Tenente-Colonnello per i singolari meriti acquisiti in venti azioni particolari. Cessa di vivere mentre è Governatore dell’Armi in Corfù il 9 luglio 1746.

Girolamo Bajamonti

Nasce a Spalato e vive a cavallo del ’700 e l’800. Avvocato, esponente del movimento fisiocratico, è Presidente del Tribunale di Spalato, della Corte d’Appello di Ragusa e deputato della città di Spalato nella delegazione inviata a Napoleone, che porta l’atto di ossequio della Dalmazia all’Imperatore dei francesi e re d‘Italia. Eminente studioso dell’economia e dell’agricoltura locale, è nominato dirigente dell’Accademia agraria di Spalato. Scrive varie opere sulla riforma agraria, tra le quali ricordiamo Prospetto di studi economici di Dalmazia, pubblicata nel 1775, nella quale analizza le ragioni dello stato arretrato dell’agricoltura e dell’economia dalmata, attribuendone le cause alle scarse conoscenze agricole dei contadini, eccessivamente legati alla tradizione e refrattari ad ogni innovazione, alle superate tecniche adottate dai viticoltori, dai coltivatori degli olivi e dagli allevatori del bestiame, al modesto popolamento della regione ed alla carenza di acqua per l’irrigazione dei campi.

Abdon Pamich

Nato a Fiume il 3 Ottobre 1933.

Pamich è stato uno degli atleti italiani più medagliati nella specialità dei 50 km di marcia ai Giochi olimpici, evento a cui prese parte per cinque volte; vinse la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Di quella gara resta memorabile l'episodio che lo vide protagonista: a causa di un tè freddo, Pamich ebbe una crisi intestinale: "Per avere un minimo di intimità c'era prevista una stazione al km 35, troppo lontano... Ho provveduto coperto da alcuni addetti del servizio d'ordine...", rimontò e superò tutti gli avversari, andando a vincere.

Il 19 novembre 1961 sulla pista dello Stadio Olimpico di Roma ha stabilito il record mondiale dei 50000 m di marcia (125 giri di pista lunga 400 metri), con il tempo di 4h14'02"4. È stato inoltre il portabandiera del tricolore italiano durante la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972.

Profugo fiumano dopo la fine della seconda guerra mondiale (crebbe nel campo di raccolta di Novara), si è sempre impegnato per la conservazione della memoria storica della comunità giuliano-dalmata in Italia e in particolare a Roma, anche come membro della Società di Studi Fiumani. In questa veste, nel febbraio 2016 è stato testimonial della "Corsa del ricordo".

Nel maggio 2015, una targa a lui dedicata fu inserita nella Walk of Fame dello sport italiano a Roma, riservata agli ex-atleti italiani che si sono distinti in campo internazionale.

«La gara più dura? Sfuggire dall'Istria»

La sua marcia più difficile non è stata quella di Tokyo nel 1964, che lo ha fatto entrare nella storia dello sport. L'oro alle Olimpiadi vale un posto nella leggenda. La sua marcia più dura Abdon Pamich l'ha fatta a 13 anni in un giorno di settembre del 1947 per scappare dalla Jugoslavia di Tito e raggiungere il padre esule in Italia. 

Col fratello Giovanni ha marciato nella notte per ore, lungo i binari della ferrovia che da Fiume portava a Divaccia. Nel buio, con i riflettori che ogni tanto rompevano la notte e i soldati titini che sparavano anche al vuoto. Faceva un freddo cane sul Carso, loro indossavano una maglietta e calzoni corti, erano scappati dal mare. 

Arrivarono a Trieste mescolati a un gruppo di triestini e divennero ufficialmente due profughi con tanto di certificato che dava diritto a 300 grammi di pane e a tre etti di chiodi per famiglia, dietro presentazione della "ricevuta di esodo".

Nino Benvenuti

Nato a Isola d'Istria il 26 Aprile 1938. I suoi antenati, come racconta nel suo libro autobiografico, sembra che siano provenuti da Caorle, paese di pescatori della costa veneta.


È stato uno dei più grandi pugili italiani di tutti i tempi.


La passione pugilistica di Benvenuti inizia a tredici anni in una piccola palestra allestita nella propria abitazione di Isola d'Istria spinto dal suo stesso padre che, in gioventù, si era dedicato a questo sport. Passa poi ad allenarsi all'Accademia pugilistica di Trieste, percorrendo ogni volta in bicicletta la relativa distanza.


In questi anni la famiglia Benvenuti, residente nella Zona B del Territorio Libero di Trieste, sotto amministrazione jugoslava, subisce la repressione anti italiana. Il figlio maggiore, Eliano, è arrestato e imprigionato senza motivo per sette mesi. Successivamente anche la loro abitazione con giardino viene requisita. I Benvenuti preferiscono allora stabilirsi a Trieste, nella zona A amministrata dall'Italia, dove già il capofamiglia ha il suo esercizio ittico. Trieste passerà definitivamente all'Italia solo nel 1954.


Campione olimpico dei pesi welter nel 1960, campione mondiale dei pesi superwelter tra il 1965 e il 1966, campione europeo dei pesi medi tra il 1965 e il 1967, campione mondiale dei pesi medi tra il 1967 e il 1970. Nel 1968 ha vinto il prestigioso premio di Fighter of the year, unico italiano ad aver conseguito tale riconoscimento.


Il suo primo torneo della trilogia contro Emile Griffith è stato nominato Fight of the year del 1967, premio attribuito tre anni dopo anche al match da lui perso contro l'argentino Carlos Monzón. L'undicesima ripresa del match in cui mise KO Luis Manuel Rodriguez fu premiata come "Round of the year" per il 1969.


È stato l'unico pugile italiano ad aver detenuto il titolo mondiale unanimemente riconosciuto di due categorie di peso (medi e superwelter). Nei pesi superwelter, possono fregiarsi di tale impresa solamente altri nove atleti. Prima di lui, tra i pugili europei, soltanto Marcel Cerdan era riuscito a conquistare il mondiale dei medi in terra statunitense. È stato inoltre uno dei pochi pugili non statunitensi ad aver conquistato e difeso più volte il titolo mondiale indiscusso dei pesi medi nella storia del pugilato mondiale. Inoltre, le sue quattro vittoriose difese consecutive del mondiale indiscusso dei medi lo pongono alle spalle solamente di Marvin Hagler e Carlos Monzón come numero di difese consecutive a segno.


La International Boxing Hall of Fame (1999) lo ha riconosciuto fra i più grandi pugili di tutti i tempi, unico pugile italiano insieme a Duilio Loi. Pur non in possesso della cittadinanza statunitense, è stato ammesso anche nella National Italian-American Sport Hall of Fame (così come leggende quali Rocky Marciano e Joe Di Maggio), per le sue imprese sportive ottenute sul suolo USA.


Dopo gli ultimi prestigiosi riconoscimenti (Premio Cultura Italia Argentina, Premio Brera, Guirlande d'Honneur) il suo palmares si è ulteriormente arricchito del ruolo di ambasciatore italiano della boxe nel mondo, consegnatogli dal presidente della FPI Vittorio Lai il 26/04/2017 in occasione della cerimonia ufficiale del cinquantenario dalla vittoria del titolo mondiale dei pesi medi (17/04/67), ideata e organizzata da Anita Madaluni (sua biografa ufficiale) con il patrocinio del CONI e dell'ambasciata americana.


"Ci sono storie che non si possono dimenticare. La mia è una di quelle. Di un popolo intero. Cacciato, umiliato, calpestato, strappato dalla propria terra senza che nessuno, dico nessuno, abbia alzato un dito per difenderlo. Di un popolo dimenticato, la cui storia è stata oscurata per anni, cancellata dai libri di storia, negata. Solo la forza di chi non ha mai abbassato la testa – di chi, nonostante tutto, ha conservato la propria dignità, di chi non si è mai arreso – ha ridato voce a tutti noi istriani, fiumani e dalmati, anzi italiani. Sì, perché lo eravamo prima e lo siamo oggi. Italiani".

Nereo Rocco

Nereo Rocco è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano. Considerato uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi, è famoso per essere stato uno degli allenatori di maggior successo in Italia, vincendo diversi titoli nazionali e internazionali durante il suo mandato con l'AC Milan. A Padova, è stato uno dei primi fautori del catenaccio nel paese.


Zona A e Zona B, ma tutti in Serie A

1945 e il 1948


Gli avvenimenti di politica e diplomazia internazionale in cui lo sport recita un ruolo di primo piano. Per la prima volta nella storia una città si trova ad avere due squadre di calcio in Serie A, ma in due Paesi vicini e diversi: la Triestina in Italia, la compagine del Ponziana nel campionato jugoslavo. La divisione in Zona A e Zona B della città giuliana si palesa così anche nello sport, con un ruolo decisivo giocato dal Coni, che si appella al Cio per vedere riconosciuta l’italianità degli atleti triestini.


Le ricostruzioni vanno dal contestato arrivo del Giro d’Italia a Trieste al difficile destino toccato agli sportivi istriani e dalmati, dai successi di Nino Benvenuti a quelli della Triestina, la squadra di Nereo Rocco che nel 1947-48 si classificò al secondo posto accanto a Juventus e Milan, a ridosso solamente del grande Torino.


Il talento del Signor Roch

Nereo Rocco è stato uno degli allenatori italiani più vincenti, grazie ad una lunga sequenza di trofei conquistati tutti col Milan negli anni '60/'70. A Trieste era nato il 20 maggio 1912, città dove di fato abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. Di origine austriaca, il nome originale era Roch.


Racconto di Cesare Lanza

L’ho incontrato la prima volta a Torino, quando aveva lasciato il Milan (prima di ritornarvi) e allenava la gloriosa squadra granata, per un’intervista al Corriere dello Sport. Ero molto giovane, emozionato. Lui era un mito vivente del calcio italiano. E sapeva mettere tutti a loro agio. «Boria!», mi gridò Nereo Rocco quando mi vide e poi, ovviamente metà in triestino e metà in veneto, ma non saprei tradurre bene: «Bocia, aspetta che finissa ‘sta monada de alenamento, poi se metemo tranquili davanti al me spogliatoio, se beven un goto de vin, anca due o tre, e te me chiedi quel che te voi…». E subito mi guardò sospettoso: «Non sarai tanto mona che vieni da Roma e no te piase el vin?». Lo rassicurai, anche se all’epoca ero pressoché astemio, e lo aspettai: davanti al suo spogliatoio c’era un tavolino già apparecchiato con una bottiglia di Barbera e due bicchieri. Finì l’allenamento e mi raggiunse. Ricordo la sua spontaneità, l’ottimo umore, la simpatia. «Scusi, Parón, com’erano sinceramente i rapporti tra lei e Gipo Viani?». «Ottimi! Meglio non si poteva. Quando vincevamo, era merito di Gipo; quando si perdeva, la colpa era mia…». Con Giuseppe «Gipo» Viani, dirigente non meno simpatico, in realtà formava una formidabile coppia (due amici, si diceva, ed era vero!) alla guida di un grande Milan. E quella battutaccia spiritosa – che poi vale spesso nei matrimoni, negli affari, in qualsiasi sodalizio – era una delle tante esternazioni argute di Rocco, un triestino affabile, loquace, coinvolgente. Tra gli allenatori, a mia memoria il più simpatico, insieme con Oronzo Pugliese, di stile popolaresco estremo, e Fulvio Bernardini, al contrario di raffinata eleganza. In quell’intervista innaffiata dalla Barbera si mise a ridere quando gli ricordai un celebre episodio: alla vigilia di una partita del Padova contro una grande squadra (Juventus, Inter? Neanche lui, forse fingendo, se lo ricordava più) un cronista gli disse: «Allora, Parón: vinca il migliore!». E lui, pronto: « Sperem de no…». La prontezza delle battute in dialetto era la sua forza, il suo codice tanto comprensibile quanto intraducibile. E nella chiacchierata a Torino mi travolse: frizzi e lazzi, tanti ricordi… Al suo calciatore Alberto Bigon, prima di una partita con una squadra straniera: «Ti te ga studià, vero? E alora, mona de un dotòr, tradusi, che questi no conossi le lingue». «Pelè? Mi no credevo che un omo podessi far questo!». Ai calciatori, durante l’intervallo, se la partita stava andando male: «Testa de gran casso, ti e anca quel che t’ha messo in squadra». Ai calciatori anziani: «Te jèri campion, no’ ti poi finir bidòn!». Sugli allenatori: «Dal lunedì al venerdì, ixe olandesi. Al sabato, i ghe pensa. La domenica, giuro su la mia beltà, tuti indrìo e si salvi chi può». Sulla sua partecipazione alla Domenica sportiva: «Mi go fato el paiazzo in spogliatoio par tanti ani parché me divertivo, non poso farlo in televisiòn parché se diverta el siór Tito Stagno». Su Dino Sani: «Gaverao comprà un impiegà del catasto. Gipo nostro ga fato rimpatriar el nonno». A Nestor Combin: «Tasi ti, che ti xe tanto testa de mona, che tuti i mesi te perdi sangue del naso». Su Nils Liedholm: «Quel mona de Baròn! Con lu me toca sempre parlar italian». A un giornalista francese che lo salutava così: «Monsieur Rocco, mon ami…». «Mona a mi? Mona a ti e anca testa de gran casso». Ci scolammo la Barbera e ci salutammo con un abbraccio, come vecchi amici.


Aveva l’età di mio padre, era nato nel 1912! Ricordo che mi disse, sempre con spreco di mona qui e là: «Devi venire a Trieste, mona di un bocia, a casa mia: in cantina ho vini buoni, ti piaceranno, niente a che vedere con questa Barberaccia», come se io fossi un esperto o un appassionato. Lo ringraziai disinvoltamente: ero brillo, lui invece perfettamente lucido. Diciamolo… Descritto così, Rocco potrebbe apparire – a chi non l’abbia conosciuto – un personaggio folcloristico. Macché! E stato un eccezionale allenatore di calcio, iperrealista. Il Milan, nei festeggiamenti per i primi cent’anni di vita del club, lo designò come l’allenatore del secolo. Ha vinto tantissimo. Come calciatore era stato dignitoso: una mezzala combattiva, con il senso del gol. Debutto nella Triestina a 17 anni, sette stagioni in biancorosso, anche una presenza in Nazionale: contro la Grecia, 4-0. Poi al Napoli per tre anni e due a Padova all’inizio della seconda guerra mondiale. Da allenatore, la grande fama: subito ottimi risultati con la Triestina, poi il Treviso, ancora Triestina e a seguire sette anni – dal 1954 al 1961 – nel Padova: un successo incredibile, imprevedibile, sette al Milan, quattro al Torino, quando lo intervistai; uno alla Fiorentina e infine l’ultimo di nuovo al Milan. Ha vinto due volte lo scudetto, tre volte la Coppa Italia, due volte la Coppa dei campioni (fu il primo in Italia), due volte la Coppa delle coppe. E una volta la Coppa intercontinentale: a Buenos Aires, nel 1969, e c’ero anch’io. Non potrò mai dimenticare la forza d’animo, la solidarietà verso il suo campione Nestor Combin, argentino, che era stato arrestato – alla fine della partita e del successo milanista – con l’accusa di aver disertato il servizio militare. Quel giorno Rocco mi disse, dopo la baraonda: «Il nostro aereo non riparte, se prima Nestor non viene rilasciato». Impose la sua linea e così fu. Ho scritto: simpatico a tutti, grande fama… Non è proprio andata così. Il Parón dovette sudare molto, diciamo fino all’arrivo al Milan, prima di conquistare il pieno successo. Era apprezzato dalla maggior parte degli addetti ai lavori, dai pochi giornalisti imparziali, era amico del sommo Gianni Brera, che adorava le tattiche difensive. Ma era detestato dal pubblico delle squadre avversarie e dai giornalisti tradizionalisti, che avversavano il sano e concreto realismo di Rocco («primo non prenderle, poi in contropiede si vedrà»). Lo stadio padovano, l’Appiani, comunque diventò una specie di inespugnabile fortino. Il Parón razionalizzò scientificamente il catenaccio, il verrou di origine svizzera, con difensori come Ivano Blason, Aurelio Scagnellato, Giovanni Azzini. Il libero davanti al portiere e alle spalle della difesa, centrocampo di grintosi lottatori, contropiedisti veloci e concreti. «Sono stato attaccato come un tipo rozzo, ultra difensivista, ma nel mio Padova ci furono cinque miei attaccanti convocati in Nazionale…». Niente da fare! In ogni campo ostilità pesanti, insulti. «Una volta, dopo una partita con l’Inter, Italo Allodi mi regalò un soprabito nuovo, con le scuse sue e di Angelo Moratti, per come i tifosi nerazzurri mi avevano conciato l’impermeabile».


Già nella Triestina nel 1947 era arrivato secondo, alla pari con Juventus e Milan, alle spalle del Grande Torino. Nel Padova, un autentico capolavoro: grazie anche all’ingaggio sapiente dello svedese Kurt Hamrin, reduce da un grave infortunio. Terzo posto, sesto, quinto, ancora sesto… Il Padova si era inserito stabilmente tra le grandi squadre ed era diventato una grande e popolare realtà del calcio. E dopo una fantastica vittoria sul Milan (4-1) Andrea Rizzoli e Gipo Viani lo vollero alla guida dello squadrone rossonero. E finalmente qui ottenne la consacrazione, con trionfi che gli permisero di entrare nella leggenda calcistica. A Milano con intelligenza modificò i rudi ed efficaci schemi tattici che avevano reso vincente il Padova. Seppe utilizzare la qualità dei campioni che il club gli aveva posto a disposizione: in primis Gianni Rivera, ma anche Combin, il prediletto Hamrin, José Altafini… Il suo temperamento restò immutato: dialetto, affetto e confidenza con i giocatori, battute scherzose, compattamento assoluto del gruppo. Ha scritto la Gazzetta: «Il suo set era il campo, era lì che offriva performance indimenticabili, accompagnato dal più grande di tutti i grandi: Gianni Rivera. Lo ascoltava, lo adorava, era il suo terzo figlio». Hanno chiesto al suo bambino d’oro: Rocco era più persona o personaggio? E Gianni: «Uomo. Lui era sempre vero, sempre sé stesso». Gli hanno dato del catenacciaro, anche nel Milan. «Ma per favore, davanti eravamo io, Hamrin, Sorniani e Prati e prima ancora Mora, Altafini e Barison ». Rocco era nato a Trieste, nel rione di San Giacomo, il 20 maggio 1912. Già da piccolo con la famiglia si trasferì nel cosiddetto Rion del Re (così chiamato in quanto inaugurato nel 1925, giubileo di regno di Vittorio Emanuele III), nel sobborgo di Rozzol, dove poi abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. La famiglia di Rocco era agiata, per il commercio delle carni di sua proprietà (un’importante realtà nelle forniture navali di allora). Il cognome del padre Giusto era Roch, austriaco di origine viennese. Il nonno, Ludwig, un brillante borghese di Vienna, faceva il cambiavalute e fuggì per amore di quella che diventò la nonna di Nereo: una ballerina o acrobata spagnola di Palma di Maiorca. Roch diventa Rocco nel 1925, quando per lavorare era obbligatorio avere la tessera del Fascio. Il cognome italianizzato doveva essere Rocchi, ma l’impiegato all’anagrafe sbagliò e nacque così Rocco. Nereo morì il 20 febbraio 1979 nell’Ospedale Maggiore di Trieste, dopo una breve malattia. Una malattia che si era fatta cronica, le difese immunitarie erano compromesse da un principio di cirrosi epatica. Prima di spegnersi, a soli 66 anni, l’ultima battuta.


Al suo capezzale c’è Tito, il figlio minore, el dotor farmacista. Tito racconta: «Il giorno prima mi guardò con gli occhi confusi e mi disse: “Tito, dame el tempo”». Come diceva a Marino Bergamasco e Cesare Maldini verso la fine della partita, quando non c’era ancora il recupero. «Pensava forse di essere in panchina». La Gazzetta dello Sport lo ha ricordato così: «Il funerale viene celebrato due giorni dopo e Trieste si ferma e le rive sono piene, i ristoranti, raccontano i ristoratori, fanno anche tre turni. Ci sono tutti ai funerali del «filosofo, burbero, bonario, popolaresco, impetuoso uomo di sport».

Ottavio Scotti

Nato ad Umago il 23 febbraio 1904, Scotti ha legato la propria fama ad un film di prestigio quale fu Senso di Luchino Visconti, ed è stato molto attivo nella cinematografia italiana degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, quando lavorò con i principali registi di quel periodo, da Blasetti a Mastrocinque, da Carlo L. Bragaglia a Giorgio Ferroni, da Matarazzo a Goffredo Alessandrini, da Max Neufeld a Brignone, da De Sica a Mattoli, da Nunzio Malasomma a Renato Castellani. 


Di fatto il panorama filmografico di tutto il nostro cinema di quegli anni deve praticamente tutte le scenografie al nostro artista istriano.


Alle soglie degli anni ’60 viene arruolato per il genere peplum che in quel periodo conosceva la sua stagione d’oro, quando finito un film – come in una catena di montaggio – si approntava in tutta fretta un’altra produzione che spesso utilizzava gli stessi set appena dismessi. Erano anche gli anni delle incursioni nel filone degli spaghetti western e del giallo all’italiana (con Mario Bava e Antonio Margheriti), che al botteghino riscuotevano tanto consenso.

Dalla natia Umago, Scotti si trasferisce Roma negli anni ’30, proprio in coincidenza con la nascita di Cinecittà e con l’affermazione del cinema come industria e come macchina di propaganda. 


Ha lavorato ininterrottamente per quasi quarant’anni ed è morto nella città eterna il 23 maggio 1975.


Della sua sterminata filmografia ci piace ricordare quella dei film di ambientazione storico-mitologica, con eroi invincibili e maliarde seduttrici, che riuscivano a catturarci incondizionatamente, a dispetto delle ingenuità dell’impianto narrativo, della approssimazione filologica, e dei moduli recitativi spesso amatoriali.


Firma la sua prima scenografia con Alessandro Blasetti: il film è Ettore Fieramosca del 1938. E sarà ancora Blasetti a volerlo per l’ultimo film da lui diretto; Io, Io, Io e gli altri del 1966. Con l’austriaco Neufeld cura le scene di Mille lire al mese (1939); Taverna Rossa (1940); La prima donna che passa (1940); Il tiranno di Padova (1946).


Ripetuti gli appuntamenti con Guido Brignone: La mia canzone al vento (1939); Cantate con me (1940); Mamma (1941); Romanzo di un giovane povero (1942); Il fiore sotto gli occhi (1944); Processo contro ignoti (1952); Bufere (1953); Noi peccatori (1953); Ivan il figlio del diavolo bianco (1953); Quando tramonta il sole (1955); Nel segno di Roma (1959) dove incontriamo un insospettabile co-regista (non accreditato): si tratta niente meno che di Michelangelo Antonioni !


Altro regista con cui lo scenografo Scotti ha molto lavorato è Camillo Mastrocinque: I mariti, tempesta d’anime (1941); Le vie del cuore (1942); Fedora (1942); La maschera e il volto (1943); L’uomo dal guanto grigio (1948); Gli inesorabili (1950); Napoli terra d’amore (1954); È arrivata la parigina (1958),


Ripercorrere le scenografie di Ottavio Scotti equivale ad una storia in formato ridotto del cinema italiano di genere e Raffaello Matarazzo è l’emblematico compendio del film “strappalacrime”: Catene (1949); Tormento (1950); I figli di nessuno (1952); Chi è senza peccato… (1952); La schiava del peccato (1954); Vortice (1955); L’angelo bianco (1955).


Ma eccolo il ciclo dei film storico-mitologici, con quelle improbabili scene di cartapesta – in cui si mescolavano senza troppa veridicità gli stili più disparati: dall’egizio al cretese, dal mesopotamico al romano – che hanno fatto la gioia dei produttori, dei gestori di sale cinematografiche di seconda visione e di noi ragazzetti di quegli anni.


La regina delle Amazzoni (1960), regia di Vittorio Sala; L’assedio di Siracusa (1960), regia di Pietro Francisci; I mongoli (1961), regia di Leopoldo Savona; Ponzio Pilato (1962), regia di Gian Paolo Callegari; Arrivano i titani (1962), regia di Duccio Tessari; Il figlio di Spartacus (1962), regia di Sergio Corbucci; Oro per i Cesari (1963), regia di Sabatino Ciuffini; Anthar l’invincibile (1964), regia di Antonio Margheriti (con Scotti arredatore); Saul e David (1964), regia di Marcello Baldi; I grandi condottieri (1965), regia di Marcello Baldi.


Del 1964 un film “gotico” in bianco e nero, tratto da Edgar A. Poe, che può considerarsi anticipatore del genere horror in voga negli anni ’70. Si tratta di Danza macabra (con Barbara Steel e Georges Rivière), la cui particolarità è che tutto il cast tecnico adottò pseudonimi stranieri a copertura della loro identità italiana. 


Così lo scenografo Ottavio Scotti diventa Warner Scott per uniformarsi al regista Antonio Margheriti (alias Anthony Dawson); agli sceneggiatori: Bruno Corbucci (fratello minore di Sergio e che perciò si firma Gordon Wilson Jr.) e Gianni Grimaldi (nei titoli di testa Jean Grimaud); al direttore della fotografia e al montatore: Riccardo Pallottini e Otello Colangeli (rispettivamente Richard Kramer e Otel Langhel). 


Questo espediente non era inconsueto, soprattutto nei western: la pellicola veniva spacciata come un prodotto d’Oltreoceano per attirare più pubblico. Si pensi a Carlo Simi che per Sergio Leone diventa Charles Simons; o a Mario Chiari che si firma Sammy Fields per Lo spettro di Riccardo Freda (a sua volta Robert Hampton). Altro pseudonimo di Scotti era stato Dick Grey, utilizzato in La frusta e il corpo, film di Mario Bava del 1963.