giovedì 27 giugno 2024

Girolamo John Dominis, un italiano nel Pacifico

Quando poco dopo il 1815 la polizia austriaca si presentò a casa del conte Vincenzo De Dominis, in Dalmazia, chiedendo notizie del figlio Girolamo, che aveva disertato la Marina austriaca per combattere per l’Italia a Lissa, il padre finse di ripudiarlo. In realtà il giovane era stato aiutato a fuggire per raggiungere la vicina isola di Lussino, dove trovò il primo di una serie d’imbarchi che lo avrebbero portato, l’anno seguente, in America.

Nel 1823 fece richiesta della cittadinanza americana, dichiarando davanti alla Corte distrettuale di Boston di essere nato a Trieste, in Italia, e di chiamarsi John Dominis. Boston era il più importante porto mercantile americano e John ebbe la fortuna di venire assunto da un ricco armatore, la cui flotta era spesso impegnata tra la Cina e le Hawaii.

La sua fu una carriera tutta in ascesa nella Marina commerciale americana, durante la quale si dedicò con successo alla compravendita di pelli, salmone sotto sale e olio di balena. Nel 1837 il capitano, con la moglie americana e il figlio John Owen a seguito, sbarca a Honolulu. Qui, all’inizio degli anni Quaranta del XIX secolo acquista un terreno, con l’intenzione di costruirvi uno splendido palazzo. Nel 1846 la dimora non è ancora pronta e John Dominis riparte per una missione commerciale diretta a Manila e in Cina, dalla quale non farà più ritorno. La moglie, in difficoltà finanziarie, sceglie di aprire la propria casa, ormai terminata, a ospiti paganti e un po’ alla volta salda tutti i debiti. Il Washington Place, questo il nome dato al palazzo, rimane per anni la più aristocratica dimora delle Hawaii.

Il figlio John Owen frequenta le migliori scuole dell’isola e lì conosce la principessa Lydia Kamaka’eha Paki, con cui convolerà a nozze. Il matrimonio gli apre porte prestigiose: è nominato governatore dell’isola di Oahu e, per un breve periodo, anche delle isole Maui, Molokai e Lanai.

Nel 1891 la moglie è incoronata regina delle Hawaii e lui è insignito del titolo di principe consorte. Ma il regno durerà davvero poco: due anni dopo la regina verrà esautorata da una manovra politica americana e, ormai semplice cittadina, sceglierà il nome di Lydia Dominis, in omaggio al marito. Si spegnerà a Honolulu nel 1917, vivendo gli ultimi anni della sua vi. ta a Washington Place, con il rammarico di non essere riuscita a scoprire chi fosse davvero il suocero John Dominis, che aveva fatto edificare lo splendido palazzo che l’aveva ospitata.

A ricostruire la sua storia e il relativo albero genealogico ci hanno pensato, esattamente un secolo dopo, le sue pronipoti. Che oggi possono affermare con certezza: «John Dominis era dalmata, nato ad Arbe poco prima della caduta della repubblica marinara di Venezia. Si sentiva ed era italiano: discendeva da un ramo dei principi Frangipane, arrivati nella Dalmazia settentrionale da Roma nel tredicesimo secolo».

La famiglia de Dominis era iscritta nel Libro d’oro dei nobili veneziani e finché a dominare su quelle terre vi fu la Francia napoleonica continuò a prosperare. Ma con la restaurazione del 1815, che portò la Dalmazia sotto il dominio dell’impero Austriaco e Austro-Ungarico poi, la fortuna dei nobili italiani cessò e iniziarono le prime cospirazioni contro gli austriaci e gli scontri tra italiani e croati, che l’impero austro-ungarico incoraggiò, per contrastare l’irredentismo della popolazione italiana.

Fu allora che Girolamo-John Dominis decise di partire, per costruire la sua fortuna altrove.


Storie di uomini senza terra, di italiani coraggiosi che affidarono la loro anima al mare

La vita è viaggio. Talvolta però il viaggio non è più possibile. L’unica possibilità è fuggire. La fuga è sempre l’inizio di un nuovo viaggio: verso la salvezza. Eppure fuggire è un po’ morire. L’anima che vuole salvare il corpo si sente morire. E’ indissolubilmente legata al proprio luogo, ai propri affetti, a quel passato che chiamiamo vita, perché è tutto quello che conosciamo di noi. Il resto è ignoto.

Ci vuole coraggio, però. Perché l’ignoto da attraversare è spaventoso: lontano e inesistente.

Per farlo esistere, bisogna ricominciare. A vivere. Senza anima non si va da nessuna parte. Partendo si strappa l’anima, ma qualcosa di lei sopravvive e ci dà la forza di andare.

Lo chiamano spirito di sopravvivenza, alludendo all’istinto che hanno pure gli animali. Se bastasse l’istinto, andarsene, lasciare, abbandonare sarebbero solo la conseguenza di un impulso, qualcosa di impensabile fino a un attimo prima. Invece la scelta è sempre sofferenza, perché è pensiero sul bene e sul male che ci attende. Ma di cui inizialmente conosciamo solo il male, perché ci sentiamo male. Non possiamo restare e non vorremmo andare.

L’abbandono è perdita. Di affetti, identità, radici. E’ convinzione dell’emigrante di cercare una nuova terra dove reimpiantare le proprie radici. Poi cresceranno una nuova identità e nuovi amori. Al contrario, ci sono stati uomini che non hanno più voluto aver radici, forse proprio per non essere costretti a reciderle un domani di nuovo. Uomini senza terra che si sono affidati al mare. Delle loro esistenze la casa editrice Odoya ha fatto un’antologia: Storie straordinarie di italiani nel Pacifico. L’ho definita io antologia, perché in greco antico “anthos” significa fiore e “lego” raccolgo. La vita è come un fiore che, sebbene reciso, lascia il profumo. Leggendo le 300 pagine di autori diversi, che narrano dieci storie di “gentiluomini di ventura” dell’Ottocento, lo si avvertirà. Sarà misto alla salsedine di quel mare che hanno scelto per sperare. Il volume è stato ideato e curato da Marco Cuzzi, professore di Storia contemporanea all’Università di Milano, e da Carlo Guido Pigliasco, professore di Antropologia all’Università delle Hawaii.

Avvicinandosi il 50° anniversario di “Una ballata del mare salato”, che narra le avventure di Corto Maltese ideate da Hugo Pratt nel 1967, Cuzzi e Pigliasco hanno voluto rendere omaggio all’eroe della loro infanzia, quando sognavano di solcare i mari. In verità Guido Pigliasco, che ho conosciuto vent’anni fa a Milano, ha avuto il coraggio di abbandonare la professione di avvocato e i suoi affetti familiari per realizzare il suo sogno hawaiano. I due curatori e amici hanno chiesto agli autori di raccontare le vicissitudini di dieci italiani che tra il 1850 e il 1950 lasciarono la madrepatria per inseguire un’utopia. Copertina e ritratti dei protagonisti sono stati illustrati da Nicola Pastori nello stile di Pratt.

La realtà è romanzesca e potrei scrivere un romanzo per raccontare come ho conosciuto e ricostruito la storia del mio trisavolo, il capitano John Dominis e di suo figlio John Owen, che insieme a mia cugina Paola Predolin ho narrato in questa antologia.

Ne scrissi in parte sul settimanale Oggi7 di America Oggi, nel settembre 2009, di ritorno dal mio viaggio alle Hawaii, dove rividi Guido Pigliasco e scopersi di avere una parente hawaiana, nipote del figlio naturale di John Owen Dominis, che fu principe consorte di Lili’uokalani, l’ultima regina delle Hawaii. Quindici giorni dopo il mio ritorno in Italia, mi telefonarono da Honolulu che era arrivata lì pure un’altra discendente italiana: Paola Predolin, una cugina che abitava nella mia stessa città e di cui non conoscevo l’esistenza. Fu allora che decisi di aprire il cassetto dove tenevo le carte di famiglia lasciatemi da mio padre e trovai una vecchia lettera spedita anni prima dalla Francia da Gianfranco Dominis, un altro cugino che non sapevo esistesse. Iniziò un periodo bellissimo di “ricomposizione familiare”, dove gli affetti fluivano in una dimensione naturalmente marina. Perché l’immersione nei ricordi mi ha fatto comprendere che il coraggio di attraversare il mare era stata la salvezza dei miei avi per secoli. Sino a mio padre e ai sui parenti, per sfuggire ai comunisti jugoslavi.

Per un altro caso imperscrutabile del destino, Paola aveva trascorso diverse estati nell’Oregon risalendo con lo yacht dello zio il Columbia river, senza sapere che il suo trisavolo John Dominis, un secolo e mezzo prima per commerciare con gli indiani, era stato il primo americano ad avventurarsi in quelle insidiose acque dove erano naufragate diverse navi inglesi. Cominciammo a ricostruire la storia di John Dominis, zio dei nostri bisnonni, e Paola Predolin, che è ricercatrice storica, riuscì a procurarsi ogni sorta di documento nelle biblioteche americane, perfino i portolani di bordo.

Girolamo de Dominis era nato nel 1796 in Dalmazia, nell’isola di Arbe, poco prima della caduta della Repubblica marinara di Venezia, che aveva dominato sul mare Adriatico per oltre quattro secoli. Era italiano e mal tollerava l’avvento dell’impero austroungarico che aveva deprivato la sua famiglia di titoli e proprietà. Aveva cominciato a cospirare nei primi gruppi carbonari. Agli agenti della polizia austriaca, che lo cercavano, il conte Vincenzo de Dominis disse che c’era stato un duello in famiglia e che poi il figlio era scomparso. Due anni dopo, nel 1817 Girolamo arrivava a Boston e dichiarava di chiamarsi John Dominis. Pochi anni più tardi divenne cittadino americano, fu assunto dall’armatore Josiah Marshall e al comando del brigantino Owhyhee iniziò a circumnavigare le Americhe lungo la rotta Boston-Northwest-Canton, barattando con gli indiani dell’Oregon cibo, metalli, coperte, liquori, moschetti in cambio di pelli di animali pregiati, richiesti dai ricchi cinesi di Canton. Era estremamente difficile accordarsi con gli indiani chinook perché gli inglesi avevano il monopolio delle transazioni a Fort Vancouver, mentre i russi in Alaska. Ma John Dominis offriva di più. Infatti dai documenti inglesi risulta che “gli americani hanno completamente rovinato il commercio di questo luogo”. John Dominis fu il primo a portare nella costa dell’Est il salmone affumicato, ricevuto dagli indiani, e a importare in Oregon pecore e semi di pesco. I suoi viaggi duravano circa tre anni. Nel 1837, a seguito di una grave crisi economica americana, decise di trasferire la famiglia alle Hawaii, che si trovavano sulla rotta per la Cina. Iniziò a costruire un magnifico palazzo, che la moglie volle chiamare Washington Place. Per acquistare mobili di pregio, il 5 agosto 1846 s’imbarcò come passeggero sul brigantino William Neilson con destinazione Manila e Cina. Il ritorno era previsto per Natale. Da quel viaggio John Dominis non ritornò più. Un anno dopo la nave fu dichiarata ufficialmente dispersa in mare.

Il figlio John Owen Dominis frequenterà le migliori scuole di Honolulu, diventando primo segretario del re Kalakaua e sposandone la sorella. Sarà poi nominato governatore dell’isola Oahu. Nel 1891 quando la moglie verrà incoronata regina delle Hawaii con il nome Lili’uokalani, sarà insignito del titolo di principe consorte. Purtroppo morirà sei mesi dopo e nel 1893 la regina, nonostante il suo regno costituzionale fosse riconosciuto dalle potenze occidentali, verrà costretta ad abdicare da un colpo di stato perpetrato dai possidenti americani, interessati alle proprietà delle piantagioni hawaiane. La regina scriverà inutilmente al presidente americano Grover Cleveland.

E da questo momento inizia il mistero di John Dominis in Europa. Alla morte del marito, Lili’uokalani che non aveva figli né eredi diretti, aveva scritto al suo console a Vienna affinché cercasse la famiglia del suocero. Egli era sempre stato reticente nel raccontare chi fosse, ma aveva detto di provenire da una famiglia italiana di nobili natali. Nessun Dominis venne trovato in Italia, ma i giornali dell’epoca scrissero che si cercava “l’erede dell’enorme fortuna del re dei selvaggi”. Subito spuntarono Dominis come funghi, ma la parentela era indimostrabile. Solo due anni più tardi, quando ormai la regina era stata detronizzata, seppe che il cugino del marito abitava in Dalmazia, a Zara, ed era consigliere aulico dell’imperatore Francesco Giuseppe. Gli scrisse per chiedergli di essere ospitata con la sua corte, essendo rimasta con il solo kahili di piume. Era questo il simbolo della regalità hawaiana, ma Dragomir de Dominis s’immaginò che si sarebbe presentata vestita di un gonnellino di piume. Scandalizzato e preoccupato per la sua posizione sociale, addusse un pretesto per non riceverla. E lei non seppe mai chi davvero fosse il suocero, nella cui sontuosa dimora di Honolulu continuò a vivere come Lydia Dominis fino a quando si spense, nel 1917.

Oggi il palazzo Washington Place è sede del governatorato americano.


Elisabetta de Dominis

mercoledì 26 giugno 2024

La storia degli italiani di Zagabria (Comunità degli italiani di Zagabria)

IL PRIMO SINDACO CONOSCIUTO DELLA CITTÀ DI ZAGABRIA

Considerato che la costruzione delle mura, delle torri e dei baluardi, in quanto il primo impegno dei coloni di Grič, durò 24 anni a partire dall’insediamento intorno allo scheletro della città reale, gli operai edili furono, senza alcun dubbio, gli artigiani zagabresi più antichi. “Durante la fortificazione della nuova città, costruendovi case e trasferendovi i loro palazzi, i nostri cittadini fedeli ebbero notevoli spese, incessante lavoro e danni gravissimi”, scrisse il re Béla IV nel 1266. La bolla d’oro, emanata il 16 novembre 1242 e chiamata così per il sigillo in oro, regolamentava l’insediamento della parte occidentale della collina zagabrese ed era il principale codice civico ed atto giudiziario penale. In breve, Gradec è diventata libera città regia ed i suoi abitanti conseguirono dei privilegi che consentirono un certo livello di autogoverno ovvero il diritto di eleggere l’autorità suprema della città ed il magistrato, il diritto al commercio ed al mercato. I podestà ed i magistrati venivano eletti tra ricchi commercianti, favoriti del re.

Il primo sindaco conosciuto che viene menzionato con il proprio nome nei documenti che risalgono addirittura al 1256, ovvero solo 14 anni dopo la concessione reale, come “capitano” di Gradec era un ricco uomo d’affari, favorito della dinastia degli Arpadović, COMESO PERCHINUS, chiamato Perkin (Perin) o Periklo, mercante di merci di lusso di origine veneta ed il principale protagonista della cosiddetta colonia veneta sul versante occidentale della collina zagabrese di Gradec. Dalla sua prima menzione documentata risulta che Perkin ricevette dal re il podere Glavnica ubicato nello Zelinsko prigorje in cambio delle merci veneziane preziose di valore pari a 120 marchi. Nel corso del boom del mercato immobiliare negli anni successivi, comprava e vendeva terreni da Sopnica fino a Pokupsko, anche facendo uso dei documenti contraffatti. Era considerato un ottimo consulente finanziario e così divenne nel 1266 “podestà” di Gradec. Béla IV, re d’Ungheria e di Croazia, gli era presumibilmente rimasto debitore e nel 1272 fu nominato capo della zecca regia di Gornji grad, dove venivano coniati i denari zagabresi.

La sua fine fu tragica. Al ritorno da Napoli, dove aveva svolto per il re d’Ungheria e di Croazia una missione diplomatica molto importante, venne ucciso in una imboscata di briganti. Perkin, il primo sindaco conosciuto, non realizzò una sola ambizione nella sua vita troppo breve – non prese il titolo di nobile!

Fonte: “Storie di Zagabria”, “Gli italiani a Zagabria” dott. Filip Škiljan

A cura di Oskar Arlant

Gli Italiani conosciuti e sconosciuti che hanno segnato lo sviluppo di Kaptol e Gradec dal IX al XIX secolo.

Gli italiani sul colle Kaptol

La prima prova scritta degli italiani nel territorio di Kaptol deriva dalI X secolo, e si tratta dei costruttori che parteciparono alla costruzione della chiesa sul territorio della Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e di Santo Stefano. Dal XIV secolo ad oggi molti artisti italiani costruirono edecorarono l’interno della cattedrale, ma poiché la chiesa aveva subito danni più volte nel corso della storia, si è stati costretti aristrutturarla, e perciò oggi non si possono vedere i capolavori degli artisti italiani. Quello che è ancora visibile sono: soffitto e pareti dipinti nella sacrestia dalla seconda metà del XIII secolo (fatti dagli artisti italiani portati dal vescovo Timoteo, e i dipinti sono considerati i più antichi della Croazia settentrionale). Poi cassa panca con schienale alto rinascimentale dal 1520 (opera del maestro fiorentino Pietroe dei falegnami zagabresi), l’angelo barocco sul pulpito dimarmo (opera di Giacomo Piazzetta),le statue sull’altare di San Luca e sull’altare dell’Ultima Cenadi Gesù dall’inizio del XVIII secolo (le opere di Paolo Callaloe Giacomo Piazzetta di Venezia) e l’altare barocco della Madonna dal 1778 (opera dello scultore Sebastiano Petruzzi).

La Strada Vlaška prende il nome dai commercianti italiani. Rigoldo, il proprietario della casa Dverce accanto all’antica porta della città, ha aperto il primo negozio a Kaptol.

Fino ad ora gli italiani menzionati lavoravano temporaneamente sul colle di Kaptol, ma esistono anche quelli che si sono stabiliti nella zona della Strada Vlaška. Stiamo parlando soprattutto di commercianti che poi si sono spostati nel collevicino, Gradec. Gli italiani vivevano nella Strada Stara Vlaška insieme con i commercianti ungheresi, e furono chiamati dalla popolazione locale “vlasi” dal cui termine deriva il nome della strada. Alcune famiglie popolari dei commercianti italiani sono: Frusnello, Pasarle, Buseto, Calcinelli e Rigoldo. Sono preservati anche gli affreschi dal XIV secolo nella chiesa di Santo Stefano che si trova nel Palazzo Arcivescovile. Gli affreschi mostrano la vita di Cristo e sono dipinti da unosconosciuto artista italiano. È sicuro che l’artista fosse uno degli studenti della scuola di pittura di Rimini perché usava la tecnica della pittura delle paretidi Giotto, dipingendo dall’alto verso il basso e dividendola parete secondo superfici quadrate; ogni quadrato è stato dipinto in una sola giornata. Un affresco ben conservato è Dibattito a Roma che mostra i filosofi ebrei nei banchi, uno dietro l’altro. È interessante che la discussione coinvolge due uomini arrabbiati. Il primo ha gettato il libro ed ha aperto la veste sul petto, e l’altro ha rotto il libro sulle ginocchia. Questo insolito punto di vista è contrario alla dottrina della Chiesa che dice che i medici sono stupiti ad ascoltare Cristo. Questa è una rara  è una rara presentazione di deviazioni alle regole della chiesa nella pittura italiana del tempo.

Gli italiani sul colle Gradec

Già nel XIII secolo, ci sono le tracce dei mercanti veneziani stabilitisi sul colle Gradec, in seguito arrivano anche quelli da Firenze. Commercianti e artigiani provenienti da Firenze avevano un ruolo importante

Il termine zagabrese štacun (negozio) deriva dalla parola italiana la stazione.

Nella formazione dei diritti dei cittadini perché provenivano dagli ambienti in cui il commercio fioriva e quindi conoscevano bene il diritto romano, che pian piano passarono alla città di Gradec. I giudici più importanti di origine italiana furono: Gyan Boncarnissa de Florencia, Franciscus de Boncarnissa, Luca Borniola, Chun de Lorencia, Rugerie de Florencia, Pero Angeli, Antonius e Martin Renis, Gyaninus Bon.

Nicolò Alighieri, il pronipote di Dante, si sposò a Gradec, viveva e lavorava come farmacista.

Gli italiani sono stati primi farmacisti e proprietari dei bagni pubblici a Zagabria.

I primi immigrati italiani erano per lo più commercianti o medici-farmacisti, ma sono stati registrati anchepellicciai, calzolai, falegnami e costruttori. I commercianti più in vista sono stati: Comes Perchinus (il capo della menta zagabrese nel XIII secolo e commerciante dei beni di lusso), Jacomeli, Renis e Chun. Nell’anno 1887 ad Antonio Renis è stato concesso un negozio vicino alla porta di pietra dal comune per il fedele servizio (era giurista e magistrato nel gruppo latino).

Il più antico documento della farmacia a Zagabria risale all’anno 1355. Lo sappiamo da un contenzioso tra il farmacistaJacobusapothecarius edil pellicciaio zagabrese, Nikola. Nikola sostenne che la donna con cui Jacobus vive non era la sua moglie legale. Jacobus dimostrò che questo non era vero e Nikola gli dovette pagare i danni per diffamazione. Si ritiene che Jacobus fosse un immigrato dall’Italia. Nel XV secolo, con questo “mestiere” si occupavano per lo più stranieri dall’Occidente, soprattutto dall’ Italia. Nel 1399 si menziona il farmacista Nicolò Alighieri, pronipote di Dante che qui si sposò, viveva e lavorava come farmacista. Le ragioni della sua mossa rivela il padre Bernardo in una lettera inviata a suo figlio quell’anno. Lavorava nella farmacia K crnom orlu (All’aquila nera) in Strada Kamenita. Questo fu il primo e l’unico contatto di un membro della famiglia di Dante con le persone al di fuori d’Italia. Lui portò la prima notizia diretta dello scrittore della Divina Commedia. È interessante notare che la prima farmacia sul colle vicino è stata aperta quasi duecento anni dopo.Il piùnoto farmacista di Kaptol è Jacobus Gasparini, nato in Svizzera, lui è stato tra i primi senatori della città, giudice municipale e al quale hannno assegnato numerosi riconoscimenti, d’altra parte era una persona molto corrotta che falsificava documenti. A Kaptol lavoravano come farmacisti ancora gli italiani: Giacomo Gasparini e Ivan Petro.

Gli italiani sono noti nella storia come ottimi imprenditori quindi non è s orprendente che i proprietari del primo bagnofossero italiani. Masie Biondo (o Blondo) aprì il primo bagno pubblico nel 1344 sul ruscello Medvešak. Interessante è anche l’investigatore cittadino, Đuro Porta che iniziò la persecuzione delle streghe nell’anno 1698. Prima di ogni processo lui conduceva l’interrogatorio e con i suoi metodi di tortura provocava delle fantastiche dichiarazioni. Nei quaranta casi con più di duecento sospetti nessuno di loro finì libero. La maggior parte degli accusati finirono al rogo, e per gli altri non ci sono i dati affidabili. Il suo lavoro finì nel 1704.

Gli italiani assegnarono il nome alla Strada Mletačka, alla piazza e alla chiesa di San Marco. Anche costruirono la galleria Klovićevi dvori, il vecchio municipio e il palazzo Dverce.

Un costruttore molto importante nel XIX secolo fu Antonio Cragnolini da Gemona che tra l’altro costruì l’edificio del teatro nel 1833 a Gradec (ora Municipio) per un commerciante cittadino, Kristofor Stanković che vinse una grossa somma di denaro alla lotteria di Vienna e deicse di costruire un teatro. Il teatro aveva un palcoscenico, un auditorio con una loggia a tre piani, la sala da ballo con una galleria e potevaaccogliere 700 visitatori. Lo stesso architetto costruì al palazzo Oršić, che fu il palazzo vicino, il secondo piano. Questi due palazzi sono stati finalmente uniti nel 1897 per le esigenze del municipio. Gli altri costruttori importanti che lavoravano a Gradec sono: M. Faleschini, Silvestar Donati e Ivan Usolini. Quanto gli italiani erano cittadini importanti, dimostrano i fatti che esiste ancor’oggi una strada che si chiama Mletačka (Mletačka significa dei veneziani) dove vivevano mercanti veneziani e che la chiesa principale di Gradec porta il nome di San Marco, il patrono di Venezia. Secondo la tradizione orale, proprio i commercianti veneziani assegnarono il nome alla piazza e alla chiesa, loro anche finanziarono l’inizio della costruzione e parteciparono alla costruzione (Antonio Macetti, Bartol Macetti e Macchiedo). Antonio Macetti nel XVII secolo costruìil monastero dei gesuiti che negli anni settanta si trasformònella galleria Klovićevi dvori.

Un lavoro importante lasciò la famiglia Quadrio da Milano nella chiesa di Santa Caterina. L’officina di Antonio Giuseppe Quadrio per un periodo di tredici anni decorava con lo stucco la volta e le pareti, tutto con le scene della vita di S. Caterina e le immagini dei dodici apostoli. Proprio per questi stucchi la chiesa è considerata la più bella di Zagabria. Francesco Robba da Venezia nel XVIII secolo fece l’altare di marmo nella Cappella di S. Ignazio di Loyola e l’altare della Beata Vergine di Loreto nella stessa chiesa. Secondo alcuni fonti fu sepolto nella cripta della chiesa dopo la sua morte a Zagabria, dove venne a lavorare sugli altari nella Cattedrale.

Spesso gli italiani volendo assimilare alla società, croatizzavano i loro cognomi per esempio Angeli – Perović (secondo padre il cui nome fu Pero) e Bolye – Boletić.

Che gli italiani siano stati integrati nella società, dimostra che sono spesso menzionati nella storia delle battaglie tra Gradec e Kaptol. Una delle battaglie guidata dagli italiani avvenne 17 dicembre 1396. I cittadini di Gradec guidati dal giudice Marco e da due commercianti affidabili Kun e Rogerio da Firenze, iniziarono un attacco vendetta contro i suoi vicini risentiti dal fatto che i cannoni attaccavano i contadini e rapivano le loro proprietà ininterrottamente per gli ultimi venti anni. Kun e Rogerio erano al servizio del re, ma anche i commercianti, che è molto strano, perché a quel tempo era insolito collegare attività militare e commerciale. Si ritiene che poiché fossero ricchi si siano elevati all’onore superiore in città, ma questo non cambia che hanno aiutato a difendere Gradec. Il conflitto è stato fermato nel Capodanno, dopo l’attacco dei cannoni al cimitero della città presso la chiesa di S. Margarita sulla piazza dei Fiori, sono venute alla luce le ossa dei defunti e vennero disperse nei campi e nei ruscelli.

Dopo il XIX secolo la nazionalità non è più così importante come lo status, quindi gli italiani “sconosciuti” ma rispettati spesso sposano le donne che diventano in seguito famose. Una di loro è Marija Ruzička Strozzi, celebre cantante lirica che sposò Ferdinando Marchese de Strozzi, discendente dell’antica famiglia fiorentina. Loro ebbero otto figli, tra cui Tito Strozzi e Maja Strozzi Pečić, e suo nipote fu Boris Papadopulo. L’altra è Klotilda Buratti nata Vranyczany Dobrinović che sposò il membro di una delle più antiche famiglie nobili veneziane, Buratti. Grazie a lei, Zagabria ha avuto la prima scuola di danza già nel 1859 perché suo padre chiamò un maestro italiano di ballo, Pietro Coronelli, per sua figlia. La città di Zagabria riscosse da lei il palazzo Dverce costruito da Antonio Macetti. Antonio lo costruì per sé e per la moglie Lucrezia Donati, ma il tocco finale lo diede Klotilda che lo rinnovò, aggiornato ed inserito lo stemma di famiglia all’ingresso. Oggi il palazzo è usato per gli incontri di rappresentanza.

Marina Kostenjak

L'italianità di Boscovich

[i]Scritto da [url=http://www.avvenire.it/Lettere/Pagine/italia-di-boscovich.aspx]Antonio Ballarin[/url][/i]

[quote][size=150][b]L'italianità di Boscovich (La verità cura le ferite)[/b][/size]

Caro direttore,

l’agenzia Ansa ha pubblicato una notizia dal titolo: «A Milano statua dedicata a scienziato croato Boscovich». E nonostante le segnalazioni non l’ha voluta correggere. Eppure attribuire la “cittadinanza croata” a Ruggero Boscovich suona come un’offesa, persino feroce, all’identità del popolo di lingua italiana della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume, del Quarnaro e della Dalmazia. Boscovich nacque nel 1711 nell’allora Repubblica di Ragusa, ritenuta la quinta repubblica marinara italiana. Ragusa di Dalmazia rientrava in pieno in quella nazione dalmata che nel corso dell’Ottocento Niccolò Tommaseo, autore del primo dizionario dei sinonimi e dei contrari della lingua italiana e corrispondente epistolare di Alessandro Manzoni sulle questioni della lingua italiana, tratteggiò come capace di uniformare i vari gruppi etnici presenti sul litorale orientale dell’Adriatico aventi peraltro l’italiano come lingua franca. Essendo l’illustre letterato nato a Sebenico, ancora in Dalmazia, vogliamo considerare anch’egli croato? In realtà l’odioso “esproprio culturale” è un’abitudine che è stata teorizzata da Andre Jutrovic insigne storico della letteratura croata che nel 1969 esprimeva come «gli scrittori della Dalmazia che nel passato scrissero le loro opere in lingua italiana devono essere inseriti nella nostra letteratura e nella nostra storia nazionale» poiché essi sono «scrittori croati di lingua italiana». E con tale metodo si è dato luogo a questo “esproprio” in maniera tale che nomi quali: Marco Polo, Giorgio Orsini, Andrea Meldola, Francesco Patrizi e tanti altri, si sono trasformati in: Marko Polo, Juraj Dalmatinac, Andrija Medulic, Frane Petric, e cosi via. Ma se questo è il criterio, allora sarebbe giusto dire che Italo Calvino, nato a l’Avana, è un insigne scrittore cubano di lingua italiana! Il concetto di Memoria per la quale le Istituzioni repubblicane riservano particolare attenzione nella nostra società civile al fine di evitare catastrofi già avvenute in passato, è qualcosa di concreto, non vago ed etereo. Talmente concreto che è possibile farne esperienza nelle opere della scienza e dell’arte realizzate da centinaia di personaggi di lingua italiana della cultura istriana e dalmata. Proprio per “questo” concetto di Memoria chiediamo di non far morire una seconda volta la storia e l’identità di una parte di Nazione rappresentata dagli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia e suscita sgomento doverlo gridare ancora una volta, a settant’anni di distanza, ad una Nazione così incurante nel riaprire ferite, indifferente circa il valore dell’identità e così (volutamente) distratta.

Antonio Ballarin

Per l'italianità in Dalmazia

Per l'italianità in Dalmazia


Appunti polemici — di pseudonimo Dalmaticus. — Serie di articoli, pubblicati dal giornale Il Dalmata di Zara, N. 20-82, dal 12 marzo al 23 aprile 1910 raccolti nello stesso anno dalla tipografia S. Artale in un opuscolo di un centinaio di pagine. Le ultime copie dell'opuscolo sono state distrutte allo scoppio della guerra.


Conclusione — La geografia, la storia, l'etnografia hanno insegnato all'on. Bianchini* che la Dalmazia è croata. lo invece da un eguale studio mi sono sentito rianimare, perché vi ho appreso la superiorità e la resistenza indomabile della razza latina. La storia poi mi ha fatto ricordare, che la distruzione dell'impero di Roma in Dalmazia non fu vendicata.

Il nesso politico della Dalmazia coll'impero austriaco, come è stabilito oggi, non può, per unanime consenso anche di chi comanda le feste, durare a lungo... Che cosa succederà della Dalmazia nei sussulti etnografici della penisola balcanica? lo non voglio fare l'astrologo, ma per amore della conservazione dell'elemento italiano m'auguro ch'essa rimanga incastonata nella turbolenta e polietnica penisola come una gemma distinta, capace di irradiare ancora la luce che le venne inviata dalla stella di Roma.


Dall'Adriatico Studio geografico, storico, politico pubblicato dai Fratelli Traves di Milano col contrassegno, luglio 1914.


Non l'Austria-Ungheria, ma l'Italia riprenderà la missione di naturale superiorità, geografica e storica, sull'Adriatico. La civiltà incominciò ad albeggiare sui Balcani, ma splende gia alta sull'orizzonte d'Italia. Ed è bene che Italiani e non Italiani rammentino, che per legge naturale, geografica e storica, anche il prossimo risorgimento dell'Adriatico sarà prodotto e segnato dal genio della terza Italia.


Dalla Jugoslavia Pubblicazione dell'Istituto per l'Europa orientale in Roma; editore Riccardo Ricciardi, Napoli, 1992.


Checchè vadano dicendo e scrivendo i Jugoslavi, è certo che l'Italia non provocherà lo sfacelo dello Stato dei Serbi, Croati e Sloveni, per una serie di ragioni, semplici fino al punto da apparire banali, ma assolutamente persuasive... Però gl'Italiani, che conoscono le brutte sorprese dei vulcani della terra, non devono dimenticare che i Balcani sono stati sempre un pericoloso vulcano politico. Anche senza un'iniziativa italiana per scuotere la compagine jugoslava, anzi perfino nostro malgrado, l'urto potrebbe avvenire nei Balcani stessi o nel bacino danubiano; e l'opinione pubblica italiana non deve trovarsi impreparata a questa eventualità ed ai problemi che ne potrebbero derivare, come è avvenuto purtroppo il giorno del crollo e della scomparsa della Turchia europea e dell'Austria-Ungheria.


OSCAR RANDI


*Giorgio Bianchini (Juraj Biankini) nato il 30 agosto 1847 a Cittavecchia, isola di Lesina, in Dalmazia, morto a Spalato il 27 marzo 1928, è noto per la sua italofobia clamorosa, nonostante le sue origini italiane.

martedì 25 giugno 2024

La manifestazione allo scoprimento del busto di Antonio Baiamonti

La commemorazione del primo centenario del podestà mirabile di Spalato, organizzata dalla locale Società Dalmatica, che volle offrire a Trieste in questo incontro un busto del grande patriotta, busto scoperto nel giardino del Museo del Risorgimento, riuscì imponente.

Tutti i partiti e tutte le associazioni nazionali triestine, con a capo il sindaco e la maggioranza del Consiglio comunale, vollero partecipare alla festa dei dalmati per rinnovare — con l'onore reso ad Antonio Baiamonti — il patto di solidarietà con i fratelli, che ingiustizia di trattati e difficoltà diplomatiche non possono spezzare, ma anzi sempre più rinsaldano nella fede. È questa solidarietà con gli irredenti è tanto più appassionata, quanto più i jugoslavi mostrano di volerli cancellati nella loro terra, che ha i segni millenari della romanità e una tradizione di resistenza italiana che nessuna forza varrà a sradicare. Questo intesero dire gli italiani di Trieste partecipando in folla imponente con moltissime bandiere e con moltissimi gagliardetti, alla celebrazione di Antonio Baiamonti.

Il corteo

L'adunata era stabilita per le 9, ma a quell'ora pochissime società erano al punto di convegno, ai piedi del monumento Rossetti. Pure man mano la piazza si va riempiendo di bandiere e di rappresentanze e il corteo lentamente si forma e, alle 9.45, si incammina. Apre la marcia una compagnia di volontari dalmati con i gagliardetti: seguivano i sempre pronti con i gagliardetti e le fiamme di combattimento; i volontari della "Sursum Corda"; una numerosa rappresentanza, con la bandiera della Giovane Italia; la banda e una rappresentanza del Ricreatorio della Lega Nazionale; la bandiera dei mutilati e invalidi di guerra; l'Associazione ex combattenti; i volontari giuliani; l'Associazione bersaglieri in congedo, Enrico Toti; l'Associazione reduci di guerra; la Società Dante Alighieri" una rappresentanza del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane; numerosissime rappresentanze con le bandiere abbrunate della Società Dalmatica di Trieste; di Gorizia e di Pola; la Società "Dalmazia irredenta"; la Società Ginnastica; la Società Operaia; la Lega Navale; la Lega Nazionale; i direttori e alcuni studenti del Ginnasio-Liceo Petrarca, del Ginnasio-Liceo Alighieri, dell'Istituto nautico, del Liceo femminile R. Pitteri e del Liceo Carducci; l'Associazione studenti cattolici e una rappresentanza del partito popolare. Nel corteo notammo, tra le moltissime personalità, gli on. Dudan e Giunta, vari rappresentanti delle società dalmate, il sig. D'Osmo in rappresentanza di G. D'Annunzio, che inviò anche un messaggio alla Società Dalmatica, il consigliere Smerchinich e una lunga colonna di dalmati residenti a Trieste.

Nei pressi dei portici di Chiozza attendevano il corteo numerose squadre fasciste con i gagliardetti e con la musica. Scambiati i saluti tra le squadre, i fascisti si incolonnano con i gagliardetti: erano le squadre di S. Giacomo, di Roiano, della Nazario Sauro", "Giovinezza", "Carnaro", "Quis contra nos" e varie altre. Precede le squadre una decina di giovani ciclisti e le segue una squadra dell' "Avanguardia giovanile". Attraversata via Carducci, il corteo, con la banda del Fascio in testa, passa per il Ponte della Fabra, Piazza Goldoni, Corso V. E. III, Piazza Unità, via Sanità, via F. Venezian, via S. Michele, via Navali e via Pasquale Besenghi dove ha sede il Museo del Risorgimento.

Durante il percorso le musiche suonavano la Canzone del Piave e Giovinezza. Numerosi cittadini assistevano al passaggio del corteo, specialmente nelle vie centrali. Da molte finestre sventolano tricolori e bandiere dalmate abbrunate.

Lo scoprimento del busto

Al giardino del Museo del Risorgimento affiluiscono alla spicciolata i primi visitatori fin dalle 9 E s'intrattengono a parlottare intorno al busto di Baiamonti, ricoperto ancora da una tela cerata e del quale non si vede che il piedestallo in pietra carsica, con questa semplice epigrafe: 

"Al Podestà mirabile 
Antonio Baiamonti 
i dalmati irredenti 
MCMXXII". 

Nulla altro. Null'altro, ma tutto.


Sul balcone prospiciente garriscono libere, al vento, una rossa bandiera con l'alabarda triestina ed una nazionale. Sotto, dal poggiuoio fin quasi a terra, un immenso drappo azzurro tenuto a tutte le estremità, stride anch'esso ai rabbuffi del vento.

Giunge, fra i primi, l'on, Pitacco, ossequiato dai presenti con i quali si intrattenne con quella gioviale famigliarità che è sua caratteristica particolare; vediamo poi il sen. Valerio e, con le prime note dell'inno fascista, suonato dalla fanfara del Ricreatorio della Lega Nazionale, tutta una marea di bandiere e di pubblico che non è possibile elencare.

Tutti i gagliardetti si dispongono ai lati del busto di Baiamonti e, dietro essi, le squadre relative ed il pubblico. Il piccolo giardino è stipato. Gli oratori non hanno che pochi metri quadrati di spazio disponibile ed un nereggiare umano attorno a sé.

Alle 10 il giardino detta Villa Basevi, dove ha sede il Museo del Risorgimento, era già gremito di ospiti. I dalmati erano al completo con la presidenza della Società Dalmatica, alla quale dobbiamo l'offerta del busto al Comune. Erane rappresentati vari partiti politici cittadini: il democratico, il nazionalista, il fascista, il popolare. Le associazioni cittadine erano tutte intervenute; molte di esse con i gagliardetti. Della Società Dalmatica erano rappresentanti ufficiali il consigliere di Direzione Nicolo Radman e il segretario Remo Pappucia; altre notabilità dalmate, il patriota Achille De Micheli con la signora, il cons, avv. Stefano Smerchinich, il cons. avv. Edmondo de Hoeberth, incaricato di rappresentare il Comune di Zara, il prof. Dino de Rossignoli, il signor Burich, nipote del Baiamonti, la vedova Rismondo. V'era il senatore Alfonso Valerio; v'erano larghe rappresentanze delle Associazioni dalmatiche di Gorizia e di Pola coi loro vessilli. I vigili urbani facevano il servizio d'onore al comando del capitano Rossetti.

Il Direttore della Società Dalmatica cav. Radman sale sul podio e pronuncia queste brevi ma vibranti parole:

"Onorevole Signor Sindaco, Signori!

Mi sento altamente onorato dall'ufficio datomi di inaugurare in questa nobilissima città l'immagine eterna del Grande Baiamonti della cui magnifica figura oggi nella mia mente si rinnovano tutte le più grate rimembranze. A me, Suo concittadino, ch'ebbi la fortuna di udire tante volte la sua parola profetica; a me che accolsi con suprema devozione i suoi estremi sospiri, sia concesso di glorificare il Suo nome immortale augurando ch'Egli venga conservato ed adorato da quanti in questa terra italiana, italianamente pensano, operano e sperano.

Svelatelo dunque e lasciate che Antonio Baiamonti rifulga di tutto il Suo splendore come la luce dell'avvenire d' Italia, come l'aurora del Destino dalmatico".

Vivissimi applausi accolgono il discorso del sig. Radman e si procede allo scoprimento del busto fra un religioso silenzio, che si tramuta poi, quando la figura dolce ed austera dello spalatino parla al pubblico dal bronzo vivificato, in un triplice, possente inno alla Dalmazia, all'Italia, a Savoia. Le musiche intuonano tutti gli inni patriottici, mentre fasci di fiori ed una grande corona d'alloro dalle bacche dorate s'accumulano in breve ai piedi del monumento.

La voce dei dalmati

Tornato il silenzio, Remo Pappucia, segretario della Società Dalmatica, pronunciò il seguente discorso:

"Onorevole Signor Sindaco, Signori, fratelli nostri!

Il fremito della commozione toglie alla mia parola la forza atta a manifestare l'intima voce dei nostri cuori che in questo solenne istante racchiudono la somma effervescenza dell'amore, della devozione e della gratitudine.

Noi oggi a Trieste viviamo una di quelle giornate che sembrano mandate da una volontà divina perché noi ne tramandiamo il ricordo da generazione in generazione e ne facciamo testimonianza perenne attraverso i secoli.

Tale a noi appare questo magnifico evento per cui a Trieste vediamo sorgere il simbolo di quella sublime virtù ch'è ingenita in tutte le coscienze umane, d'una virtù che sopravvive al mutar dei tempi e dei programmi, che sopravvive ben anche nei cuori di chi
a dispetto vorrebbe negarla: l'Amor Patrio. E chi più di noi, esuli d'una patria tradita, aveva maggior bisogno d'un simbolo che ritempri gli animi nostri delusi e scuota le altrui coscienze?

Noi Dalmati che nel passato vedemmo sopprimere ogui nostro diritto nazionale; che fummo offesi in affetti sacri e minacciati nella cosa più cara: la lingua e il pensiero; noi che mai cedemmo al sopruso dello straniero e con la più illibata fedeltà aspettammo che spunti l'aurora di Vittorio Veneto; noi dapprima redenti e poi abbandonati alle vendette nemiche, mal conosciuti e negletti dai connazionali, scherniti dai più e commiserati dai meno, affranti dal veder ammainare il tricolore in terre ove esso attestava un diritto e il ritorno della civiltà; straziati dalla vista orrenda dello sgombero dei nostri territori avvenuto a squillo di tromba; angosciati dal pianto delle nostre genti che nella fuga vollero salvare dall'onta straniera persino i leoni freddi di S. Marco; noi che all'indomani devremo udir scoccare l'ora dellestrema condanna di Zara, qual meraviglia, se noi pochi, se noi miseri profughi provammo spasimo, angoscia e scoramento?

Ma la virtù che vuole vinse l'ambascia; la coscienza del nostro diritto e le sante memorie et confortarono a operare anche fuori della terra nostra. Ed allora sentimmo il bisogno di dichiarar forte agli amici e nemici la nostra inesorabile fede con un atto nobile e solenne, come il soldato inesausto e prode che in faccia al nemico leva alto il vessilio della Patria e l'amata vista ravviva il coraggio.

Cercammo adunque il simbolo della nostra fede, cercammo l'emblema della nostra dottrina, staccamumo lo sguardo dall'infausto presente e voltolo alle future fortune della Gran Madre, ecco a Trieste Antonio Batamonti! O fratelli, questa mole di bronzo e di pietra carsica che il soffio dell'arte di Seratino Santero cosi fortemente ravviva, fu composta dal sacrificio di pochi fedeli, fra cui pochissimi i ricchi e molti i poveri che maggiormente sentirono il dovere di eternare a Trieste la memoria del Grande Spalatino.

Tale fu inteso e veduto qui Antonio Baiamonti! Egli è a Trieste redenta un'affermazione solenne dell'italianità dalmatica e del sacrificio da cui essa trae i migliori auspici per l'avvenire. Dalla ardimentosa figura di Antonio Baiamonti traspare il dolore e le gioie, gli spasimi e le speranze, le prodezze e il futuro destino dei Dalmati ch'Egli attraverso le più aspre lotte e i più dolorosi cimenti limpido discerneva nella visione del Suo Apostolato che cimentava la passione del nostro popolo ch'è nato italiano in terra Italiana e questo fatto gli dà diritti che forza di trattati o viltà diplomatiche non possono cancellare.

O fratelli, questo è il frutto della nostra ferrea costanza; ma quanto dolore desta in noi la realtà per cui oggi viene scoperta l'immagine di Antonio Baiamonti a Trieste, mentre essa in virtù dei sudori e dei patimenti, delle sofferenze e delle pene, del sangue e della morte dei migliori combattenti d'Italia, doveva sorgere più grande e più maestosa a Spalato nostra! Ma intanto Baiamonti aspetterà fidente a Trieste.

Piacciano le anime forti a Lui fortissimo. Bene ricominciamo e non volgiamoci indietro. Nessuna ricchezza pareggia per noi l'amore per la Madre Patria. La serberemo illibata e forte.

L'Italia dei falsari arriverà forse ad eseguire l'iniquo trattato della più crudele condanna nazionale dei Dalmati cui oggi nulla rimane se non il ricordo del breve periodo di Redenzione che si frappose illusoria alla vecchia e nuova schiavitù; ma non ancor esausti dalla lunga ed aspra lotta combatteranno ad oltranza; e questa battaglia che gli irredenti adriatici si accingono a combattere per salvaguardare il diritto delle loro terre, è lotta per la libertà di genti civili, è la difesa della dignità nazionale d'Italia, è la conquista di quella unità nazionale della Gran Patria che non è concepibile senza Fiume e la Dalmazia tutta.

Non vi sarà pace nell' Adriatico finché la tracotanza vendicativa degli invasori non soggiacerà per lo meno alla influenza morale e spirituale della civiltà latina; non vi sarà concordia fra i due popoli finché l'uno indigeno e civile dovrà assoggettarsi all'altro immigrato e barbaro.

Questo è il linguaggio del buon diritto umano che sopravvive ad ogni ingiustizia.

Il nostro amore non è la passione volgare che esclude l'affetto per gli altri popoli vicini. Tutti gli uomini sono fratelli, tutti devono cooperare al bene dell'umanità, ma questo bene è conseguibile soltanto col rispetto reciproco del proprio diritto nazionale. 

Tale era il pensiero di Antonio Baiamonti.

L'Italia non è ancora integrata nella sua unità geografica, ma sulla fronte bella le irradia con vivissimo raggio l'auspicio di un migliore e glorioso avvenire. Intanto il primo germe nacque, si comprende bene, dall'opera di tanti eroi, dal sangue di tanti martiri.

Questa cerimonia che oggi si compie a Trieste nobilissima non è soltanto l'esaltazione di quanto di più forte, di più grande e di più italianamente bello possa oggi significare la figura bronzea di Antonio Batamonti; non è solamente la sublimazione d'un culto sacro ai fedeli di nulla bramosi se non del trionfo del proprio diritto; ma essa è sopratutto l'affermazione inviolabile di quei principi di cui l'Italia ne fu sempre legittima sostenitrice e che segnano la via verso i suoi migliori destini.

"Patria ai Veneti tutto l'Adriatico" è il linguaggio del Poeta Soldato, è la profezia del Sommo Italiano fra gii italiani, è l'avvenire infallibile d' Italia, che, ricostituita in Patria forte e unita, non siederà più compianta ma ammirata fra le nazioni e le sarà assegnato l'onore di una grande missione da compiere nella storia della civiltà moderna; grande missione di rapida espansione di uomini e di idee, di predominio intellettuale e morale di sostenitrice e di centro di coordinamento in Europa e della giustizia mondiale. O Illustre Capo dell'Eroica città di Trieste, Voi che della passione adriatica eravate una volta il simbolo ed oggi siete il premio; Voi che nell'autunno di nove anni or sono portaste a Zara lo spirito ardente del Vostro irredentismo, Voi che sulla nostra sponda baciaste i fiori della nostra devozione per i fratelli giuliani, accogliete questo nuovo pegno della volontà dalmatica, ch' o suprema volontà d'Italia!"

La parola del Sindaco di Trieste

Applausi calorosissimi coronano il discorso detto con passione vivissima. Gli inni alla Dalmazia riempiono la breve parentesi, dopo di che il sindaco on. Pitacco, in un silenzio religioso, pronuncia il seguente discorso:

Antonio Baiamonti, il podestà mirabile, che per quasi un quarto di secolo dedicò le sue eminenti doti amministrative al Comune della sua Spalato natia, che alla Dieta di Zara ed al parlamento di Vienna difese con l'ardore più vigoroso dei suoi giovani anni la causa della giustizia e della civiltà di Dalmazia, che fu tra i primi ad opporsi con tine intuito politico ad ogni unione della sua terra che contrastasse col diritto e con la storia, che per questa sua indomita attività feconda soffrì le più tristi persecuzioni, si da averne logorata anzitempo la fibra robusta ed amareggiato l'animo fiducioso, Antonio Baiamonti che tutto incarna nella sua alta e pura figura di patriotta il lungo martirio della Dalmazia italiana, è dopo un secolo dalla nascita, più che mai vivo nella gratitudine Vostra, più che mai il simbolo delle speranze comuni.

Il grido di dolore che egli urlò in pieno parlamento contro ai tanti nemici: A noi italiani di Dalmazia non rimane che un solo diritto, il diritto di soffrire, divenne purtroppo per molti di voi amara profezia, per voi che intranto il sogno della redenzione siete tuttora profughi in patria.

All'uomo che nella stima degli onesti trovò il più grande conforto della travagliata esistenza, voi tributate oggi con immutabile animo il meritato onore ed inaugurate in commozione concorde di cuori questo artistico busto che ne ricorda l'immagine buona, e ne rispecchia la veneta fedeltà. Il vostro affetto lo affida al Comune di Trieste che per il sentimento di amore sempre nutrito verso i fratelli di Dalmazia è degno di custodirlo qui presso al Museo del Risorgimento che aduna tanti ignorati e preziosi cimeli delle lotte sostenute in comune per la liberazione comune..

Ch'esso sarà conservato con ogni cura gelosa, mi rendo mallevadore io stesso che divido la vostra passione che già mi portò ramingo con Ercolano Salvi, con Luigi Ziliotto e con Roberto Ghiglianovich, al quale vada anche in quest'ora il mio fervido augurio, a mendicare presso le varie consulte politiche l'osservanza dei patti che per quanto solennemente firmati non conseguirono la contrastata sanzione.

La forza degli avvenimenti soverchia troppo spesso la volontà degli uomini.

L'uomo che oggi si onora fu grande per forza di volontà e fervore di fede che mai disperò e che anche nei più difficili eventi della Patria, così incuorava i timidi e i dubbiosi: A quanti ripetono tutto è finito, rispondete col tono più alto della vostra voce: No.

Sia questo No così vibrante di sentimento il palpito più espressivo della cerimonia odierna".

Parla I'on. Dudan

Dopo il discorso del sindaco di Trieste si rinnova più vivo l'applauso, finché ristabilitosi il silenzio ha la parola l'on. Dudan.

L'oratore esordisce dicendo:

È un rito, quello che si compie oggi nel nome di Baiamonti, un rito di gentilezza e di amore quale la latinità, la romanità dalmata sanno compiere. Ed è la continuazione dello stesso rito religioso che si compieva, quando io ero bambino, quotidianamente, per le vie di Spalato nostra italianissima allora, come ora, come sempre dove ogni vetrina, ogni finestra, ogni angolo di via — quasi — aveva esposta l'immagine di Baiamonti posta fra due ceri. Cuito che ha il suo riscontro sol nelle celebrazioni della cristianità primitiva quando si compieva il rito nascosti agli occhi del mondo, quando la persecuzione stessa alimentava continuamente la inesausta fede delle folle. Ed ancor oggi i religiosi dell'italianità della Dalmazia erigono i monumenti agli assertori sommi della sua fede non entro le mura delle sue città, non nelle sue terre, ma nelle più ospitali città sorelle, in quelle che seppero anch'esse il dolore del servaggio, in quelle che più sanno comprendere ed apprezzare il dolore e la fede degli italianissimi sacrificati.

A questo punto l'oratore tratta a grandi tocchi e precisi, quelle che sono le linee fondamentali, le caratteristiche principali dell'attività di Antonio Baiamonii; amministratore studioso, storico insigne, ma sopratutto e sempre italianissimo, di una italianità sgorgante come una polla inesauribile dell'animo suo, istintivamente quasi, e permeante di sè ogni pensiero, ogni azione, ogni opera stesso si fosse accinto. E rammenta, l'oratore, tutta l'opera del Baiamonti per il miglioramento e lo sviluppo di Spalato, che fino al 1850 poteva essere considerata una piccola rocca feudale e che solo attraverso l'amministrazione tenuta dal Baiamonti s'ebbe quell' impulso, quella trasformazione profonda che fanno di essa, ancora, una delle più interessanti città della Dalmazia.

Ma così sagace opera di sviluppo e di italianità non poteva sfuggire agli Absburgo, ed abbiamo così, l'inizio di quelle lotte feroci per la conquista del comune fatte qualche volta con le torpediniere austriache nella rada di Spalato con i cannoni volti verso la città italiana, e che costarono la vita a non pochi elettissimi, il martirio di nobilissimi altri, l'ansia, la trepidazione ed il dolore a tutti al dominio dell'amministrazione locale fu perduto — dice l'oratore — ma l'italianità si rafforzò nell'animo di tutti, si temprò, divenne disperazione alla vista quotidiana dello scempio che il dominatore fece o volle fare di quanto il Baiamonti aveva creato.

Un giorno, un triste giorno, tutti gli abitanti di Spalato sono raccolti silenziosi intorno a quella che fu la casa del Baiamonti: hanno saputo di una sua grave malattia e son lì in attesa trepida di notizie. È un mareggiare umano grave e solenne. È tutta l'italianità che si raccoglie intorno al suo simbolo più fulgido e quando la triste notizia fu data, quando fu annunciato da uno degli intimissimi che il grande patriotta era morto e ch'era morto infinitamente povero, tutta quella folla s'inginocchiò, si scoprì silenziosa, racchiuse il dolore grande nel cuore per scaldare con esso l'italianità dei suoi figli, per farne arma contro l'oppressore. E l'italianità rifulse più tèrsa pur dopo tanta sventura.

E proseguendo, l'oratore rammenta del teatro che il Baiamonti volle creare a Spalato, perché le muse italiane in esso potessero avere ricetto; di tutte le altre opere monumentali per le quali chiamò, sempre l'arte ed il genio italiani; della fontana meravigliosa che il popolo volle subito chiamare: "Fontana Baiamonti".

Ora — conclude l'oratore — i servi del nemico s'illudono che tutto ciò non sia più; pensano che tutto ciò non è più che un ricordo perché alla fontana Baiamonti essi imposero il nome di "fontana Francesco Giuseppe". L'illusione è assoluta ed è destinata a crollare in pieno come un castello di carta. Nella nuova Italia c'è un fremito di rivendicazione e di dignità che rincuora; dal Brennero all'Etna è un nereggiare di gagliardetti, un ansimare di giovinezza fremente, che non lascia dubbi al riguardo. Per poco ancora e i destini d'Italia saranno in mano della nuova coscienza e della nuova volontà foggiatasi nel turbine della guerra ed allora il destino della Patria sarà compiuto inesorabilmente; tanto più che a ciò non necessiterà che la coscienza della propria dignità e del proprio diritto, che l'abiura di ogni politica di dedizione vergognosa: l'assorbimento, il ricongiungimento dell'estremo e più italiano lembo della Patria avverrà senza bisogno di azioni violente di sorta. Per questa nuova Italia del prossimo domani, per questa rivendicazione della Dalmazia italiana, io vi invito, o cittadini, o fratelli tutti, ad emettere un triplice alalà".

L'orazione, ascoltata religiosamente, è alla fine coronata da un uragano di applausi che il vento trascina lontani, unitamente agli inni della Patria. Gli evviva alla Dalmazia si fondono con gli evviva all'Italia.

Dopo la cerimonia il corteo si ricompone con le squadre fasciste in testa, e passando per via Paolo Veronese, via S. Giacomo in Monte, piazza G. B. Vico, via Galleria, piazza Goldoni e il Corso, giunge in piazza Unità dove si scioglie.

Le diverse squadre si radunano quindi in via Gabriele D'Annunzio, dove si svolge la cerimonia del saluto delle bandiere.

Il passaggio delle bandiere dalmate, viene salutato da un triplice alalà da tutti gli squadristi, mentre la musica suona l'inno degli arditi. Alle 12 la cerimonia è finita.

I telegrammi di plauso

Dal Municipio di Cittanova, Istria:

Impedito intervenire inaugurazione busto podestà ammirabile Antonio Balamonti municipio Cittanova invia fervente saluto associandosi manifestazione grande patriotta — Gianelli.

Dal comandante Roncagli, Roma.

Dolente non poter intervenire patriottica cerimonia onore Antonio Baiamonti offro mio fervente omaggio in memoria grande dalmata cui esempio deve Ispirarsi opera nostra per improrogabile rivendicazione diritto italiano. — Roncagli.

Dalla prof. Maria Elena Casella, Roma:

Associomi concorde tributo onore podestà mirabile auspicando prossima redenzione completa terra diletta. — Maria Elena Casella

Dal generale Valsecchi, Roma

Assente nostro delegato on. Dodan preghiamo rappresentarci onoranze podesta mirabile nel cui nome rinnovasi perennemente fede per redenzione italianissima Dalmazia. — Per l'Associazione nazionale Dalmazia generale Valsecchi, presidente.

Dai profughi dalmati residenti a Idria:

Dalmati residenti Idria si associano festa commemorativa podestà mirabile campione immacolata stirpe nostra che, con con la mente eletia con le opere imperiture ha elevato la cara dalmata terra oggi vinta ma non doma.

Dai profughi dalmati residenti a Lussino:

Profughi dalmati residenti Lussinpiccolo plaudendo patriottica commemorazione Baiamonti traggono lieti auspici redenzione Dalmazia tutta. — Matcovich.

Dol dott. Bucevich, Roma:

Ringrazio invito, e, come dalmata e combattente, mi associo riverente onoranze che per felice iniziativa vostra son tributate oggi in Trieste italiana alla memoria di Antonio Baiamonti, mirabile esempio patriottismo italiano nostra terra. — Bucevich.

Dalla Società Ginnastica, Zara:

Società Ginnastica associasi odierna glorificazione magnifico podestà di Spalato cui culto nostro rimarrà Imperituro. Alala. Valery.

Dalla signora Ofelia Colautti, Roma:

Inchinomi riverente innanzi mirabile Podestà, cui fraterne amorevoli cure salvarono la vita al poeta Colautti aggredito dalla sbirraglia croata, gloria a onore sempiterni ai gloriosi dalmati. — Ofelia Colautti 

Dal cav. Vittorio Verban, Zara:

Odierna cerimonia raccoglie ancora sempre dalmati tutti nel nome Baiamonti per la redenzione di terra nostra. Egli ci spronava alla creazione del fascio per la lotta e per la grandezza d'Italia. Uniamoci. Evviva. — Cav. Verban.

Dal partito repubblicano sezione di Zara:

Spiacenti non poter inviare propria rappresentanza, ci uniamo in ispirito solenni onoranze grande italiano Spalato. — Sezione repubblicana, Zara.

Dall'Associazione nazionalista di Zara:

Molteplici circostanze c'impediscono partecipare solenne cerimonia celebrazione podestà magnanimo. Nostro pensiero fidente vi accompagna al grido di Evviva Spalato italiana. — Per Associazione nazionalista: cap. dott. Mandel.

Dall'Associazione combattenti di Zara:

Combattenti Zara pregano collega on. Dudan rappresentarli onoranze podestà Baiamonti. — Il Cosiglio direttivo.

Dalla Federazione Legionari fiumani, Legione dalmata:

Ordine superiore non permetteci ailontanarci Zara. Spiritualmente presenti celebrazione podestà mirabile compagni Vucassovich rinnovano giuramento fedeltà causa Adriatica e promettono rimanere sentinelle incorrutibili (illegibile) patria sacrificata nel nome mallevadore di Gabriele D'Annunzio. — Legione Dalmatica.

Una lettera di plauso del Prof. Comm. Arturo Linacher di Firenze

Spettabile Direttorio,

Fino all'ultimo momento ho sperato di poter recarmi a Trieste per la solenne inaugurazione del busto al podestà mirabile Antonio Baiamonti, ma non mi è stato possibile.

Ero col pensiero in mezzo a voi mesto pensiero nel presente così triste per la sacrificata Dalmazia. È destino che l'unità l'Italia si debba compiere attraverso grandi sacrifici e a tappe successive; ma si compirà, deve compiersi nonostante gli sforzi dei nemici interni più temibili agli esterni. Diciamo col poeta:

"converrà vincere la prova". La generazione che verrà, avrà la soddisfazione di vedere quello che noi forse non vedremo. Dico forse! Pensiamo che dopo Mentana venne il XX settembre. Trieste, Trento erano fantasie da menti esaltate e abbiamo avuto Vittorio Veneto!

Noi della Dante pochi e compatiti vedemmo assotigliate le nostre file quando nel '15 vedemmo la guerra.

Non abbandoniamo la Dalmazia: parliamone, parliamone; manteniamo li con ogni sacrificio l'Italianità: pensiamo a Zara che non sia completamente sacrificata, e stiano uniti quei pochi che hanno fede che l'unità della patria non è ancora compiuta, ma che deve compiersi.

Abbiatemi vostro

Arturo Linacher.

Verbale della consegna del busto di Antonio Baiamonti al Municipio di Trieste

Nella città di Trieste all'esterno del Museo del Risorgimento il giorno XV del mese di Ottobre MCMXXII La Società Dalmatica di Trieste a nome di tutti i Dalmati italiani per sangue, per linguaggio, per tradizione e per inesorabile volontà, sentì per forza della propria fede nei destini infallibili della Madrepatria il bisogno di affermare l'italianità dalla terra irredenta con un segno aperto e solenne Ond'e che in virtù dell'idea proposta nel Congresso Generale Ordinario della Società Dalmatica del II febbraio MCMXXI ed accolta con plauso da tutta l'Assemblea, la Direzione della detta Società determinava di oftrire in omaggio al Municipio di Trieste un busto bronzro di ANTONIO BAIAMONTI per onorare il primo centenario della nascita di questo Mirabile Podestà di Spalato che  tutta l'Italia riconosce e venera come Apostolo della nuova fede adriatica.

I migliori figli di Dalmazia residenti in questa città parteciparono con entusiasmo ineffabile alla nobile iniziativa. L'opera d'arte fu eseguita dalla scultore siciliano SERAFINO SANTERO che in brevissimo tempo condusse a termine l'ottimo lavoro.

Il busto di bronzo di cannone austriaco è sorretto da un nobile piedestallo di pietra carsica sulla cui facciata spicca in lettere di bronzo l'epigrafe: 

AL

PODESTÀ MIRABILE

ANTONIO BAIAMONTI

I

DALMATI IRREDENTI

Il busto è stato solennemente scoperto oggi alle ore 10.30 presenti il Signor Dott. Giorgio Pitacco, Sindaco di Trieste, il Direttorio della Società Dalmatica, il Consiglio Municipale di Trieste, la Direzione del Museo del Risorgimento, l'Artista Serafino Santero e molte altre personalità invitate. Assistevano quasi tutte le Associazione patriottiche, i partiti nazionali ed infinito popole plaudente.

Il Direttore della Società Dalmatica, signor Nicolò Radman, inaugurò con calda parola in cerimonia. Scoperto il busto, il Segretario della Società Dalmatica, signor Remo Pappucia, rivolgeva al Signor Sindaco la preghiera che Egli si compiacesse di riceverlo in consegna quale pegno della volontà dalmatica.

Il Signor Sindaco rinnovava in nome della Città di Trieste la solenne promessa di conservare con devozione il busto e di ciò si rendeva Egli stesso mallevadore.

Si estenie quest'atto di consegna che viene toscritto dal Signor Sindaco e dai membri del Consiglio Direttivo della Società Dalmatica.

Di questo documento si fanno tre originali conformi, ciascuno dei quali viene firmato di proprio pugno dalle persone summentovate.

Il primo verrà consegnato al Sindaco di Trieste, il secondo al Direttorio della Societa Dalmatica, il terzo verrà deposto negli Archivi del Museo di Storia Patria di Trieste. 

Firmati:

Il Sindaco: Dott. Giorgio Pitacco

il Direttorio della Società Dalmatica

Il Cons-Segretario Reme Pappucia. I Consiglieri: Nicolò Radman, Ello Benevenia, Luigi Paladino. Luchino Verban, Matteo Pavazza, Melchiorre Rubcich, prof. Alessandro Coschina, Mario Sisgoreo.

I contributori 

La Società Dalmatica: Francesco Boghich-Perasti, Elio Benevenia, Nicolò Radman, Remo Pappucia, Pietro Savo, Matteo Pavazza, Melchiorre Bubcich, Mario Sisgoreo, Luigi Paladino, Marino Marini, Giorgio Giovanizio, Bartolomeo Granich, Maria e Achille Demicheli, cav. Pietro Gelineo Bervaldi, avv. Ljubimiro e Fedele Savo, de Zamagna Conte Savino, Brainovich Stefano, Simeone Brasevich, Spiridione Benevoli, Camillo Mistura, Ruggero Pappucia, Mattarelli Eugenio, prof. Giovanni Botteri, avv. dott. Giorgio Gefter-Wondrich, Pietro Slade, Luigi Slade, Leandro Nachich, Eugenio Celeghin, Giovanni Sasso, Marino Delich, Stipinovich Giovanni, Tverde Lorenzo, Dallavia Antonio, Pavazza Pietro fu Crancesco, Sala Umberto, Pontizza Simeone, Nicolich Alfredo, Doimo Caliterna, Tolentino Davide, Devich Cirillo, prof. de Beden, prof. Dino de Rossignoli, Prof. Ubaldo Salvi, Addobbati Marino, Erzeg Simeone, Eugenio Pieno, Simeone Pavazza. Carlo Bertuzzi, Francesco Covacich, Covacevich Martino, dott. Ernesto Illiich, Giuseppe Bercovich, Shlehan Gustavo, Francesco Foretich, Jaman Giovanni, Bonacich Giovanni fu Nicolò, Cescovich Antonio, Scotton Giovanni, Traini Dante, Siavina Andrea, Camillo Fosco, Stenta Maria, Lorenzo Polli, Buttara Rodolfo, Verdolja Maria, Jesurum Mario, Goidanich Giovanni, Vragnizan Francesco, Giacomo Loss, Ing. Stock, Wrubl Enrico, Brainovich Pietro, Rosa Ved. Wolyanzsky, Tolpei Camillo, Gino Brunelli, (Firma illeggibile). Luigi Tomicich, ing. Andrea Rados, Vincenza ved. Bosich, L. Bakos, Dott. Gioacchino Boghlich, Adolfo Namer. Lydia Pagan, Ruggero Nicolich, Enrico Braievich, Nilo Jancovich, comm. Diodato Tripcovich, dott. M. Tripcovich, avv. dott. Edm. de Hoeberth, dott. Rod. Radl, dott. prof. Ant. de Micheli, Tina di Verbano, Giovanni Zovetti, dott. Emilio Orlandini, dott. Nicolò Fertilio, dif. penale Ferdinando Barich, Francesco Todeschini, Marin Antonio, Gherle Deimo, ing. Antonio Matulovich, Fratelli Delich, Oreste Inchiostri, Crassich Vincenzo, Crassich Cesare, Guido Fosco, Pant Matteo, Pietro Sponza, Pasquale Bilussich, dott. Ippolito Nicolich, dott. Bruno Bonetti, Fausto Marincovich, Agostino Benzoni, prof. Luigi Miller, Fantoni Antonio, Filippo Nutrizio, Avv. Vincenzo Botteri, dott. Ugo Storich, Ester Zohar, Anna Brechler, V. Stermicevich, Dott. Giuseppe Müller, Ivanissevich Doimo, dott. Francesco Gutty, Ermenegildo Alborghetti, Rodolfo Nicolich, Vladimiro Raicevich, Jenny Jurcev, dott. Rodolfo Modrich, prof. Spiridione Nachich, Maupas Doimo, dott. Nilo Bittanga, Paolina Simeone, Pavazza Carlo fu Giovanni, Jacasa Antonio, Desiderio Dott. Barich, Spiridione Bellotti. dott. prof. Antonio Cippico, Valentino Wohlmuth, Giuseppe Kesckemety, Dionisio Paladino, Persola Giovanni, Alesani Gerolamo. Ivancich Francesco, dott. Messa, Jellicich-Martinis Ruggero

Dai profughi dalmati Pola: Perat Matteo, Uroda Pietro, Pojani dott. Umberto, Colombo Tomaso, Gelinich Gino, Botteri Pietro, Montanari Carlo, dott. Defranceschi Carlo, Boman Nicolò, A. Traine, dott. De Portada, Alacevich, Pezzi Giacomo, Alborghetti Venturino, Lusich Giorgio, Bogdanovich Girolamo. Descovich Doimo, Ponisch Vincenzo, Foretich Marino, Giuseppe Cappelletti, Descovich ing. Giuseppe, Nicolò Gligo fu Giorgio, ing. Piero Cusmanich, conte Silvio de Vitturi, Antonio Gelich, cap. Stefano Novak, Antonovich, ing. Gustavo Comici, Nicolò Patrich-Lode. dott Snich Antonio, (Firma illegibile), Nicolò Marchi di Simeone, Giorgio Vucetich, G. Benedettich, Radovani Stanislao, Cherstulovich Gianni, Nella Facci, Nicolò Ticina, cav. Antonio Sangoletti, dott. Angiolina Prezzi, Bernich Riccardo. Bernich A., Tomaso Micovilovich, cap. Pasquale Capurso.

lunedì 24 giugno 2024

Bajamonti

BAJAMOΝΤΙ

«Dolce color d'oriental zaffiro..

La musica di questo verso mi fa sempre sorgere dinanzi agli occhi la terra diletta, la Dalmazia azzurra, cerula nel mare, nel cielo, nella santa bandiera dai leopardi, incoronata di martirio, e perciò stesso incoronata di vittoria, poiché, come nel seme nudo sta il fiore, così la vittoria sta nel martirio: non le disse Goffredo Mameli? Nell'essere pronti a morire è la vittoria.

E chi, come i Dalmati, ha saputo morire? Non soltanto sui campi delle nostre battaglie, non soltanto sulla forca d'Asburgo, ma nella vita dura, morendo giornalmente ad ogni gioia, ad ogni speranza, giornalmente risurgendo nell'indomita fede.

Nella terra azzurra nacque, per combattere la santa battaglia, l'uomo che amiamo, celebrandolo con l'affetto di figli orbati del padre, con la devozione di discepoli umili, i quali cercano seguire sulla via aspra la lontana visione luminosa che posa nel giusto, ed a l'alto mira, e s'irradia ne l'ideale.

Egli era piccolo di statura, ed esile, come Mazzini; i suoi penetranti occhi chiari si fissavano sulla meta, attraverso tutti gli ostacoli; la sua voce limpida e calda, che s'udiva lontano, chiamava a raccolta, la grande sua anima sfolgorante infiammava le anime intorno, finché dallo spirito incandescente balzavano la fede, e la volontà vittoriosa.

Infinito è il rimpianto di chi non l'ha potuto conoscere, di chi non ha potuto condividere quella sua magnifica vita dolorosa, lottando e soffrendo con lui nella città che egli curava ed abbelliva con tanta passione: la sua e la nostra Spalato.

Ah, se si avesse potuto incontrarlo, l'uomo il quale nella grandezza del genio sapeva serbare le qualità profonde che sono l'essenza dell'anima: la bontà inesausta, la rettitudine inflessibile!

Incontrarlo, parlargli nel dolce dialetta veneto ch'ei sempre usava, vedere il suo sguardo illuminarsi dietro gli occhiali, suscitare il suo sorriso, e volgersi a guardarlo ancora, mentre si allontanava lungo la Marina, col suo passo nervoso, o si fermava per accarezzare qualche fanciullo accorrente a salutarlo, «el nostro podestà».

Per consolare il rimpianto, si sfoglia con passione ogni libro che dice di lui, ognuna delle lettere, ognuno dei discorsi mirabili; e in mezzo alla polemica, in mezzo al ragionamento serrato, in mezzo alla calzante ironia, simile a un riso d'arcobaleno sopra un cielo tempestoso, si rivela l'anima limpida, fierissima e suave del grande Italiano.

Eccone alcuni, dei suoi pensieri; il rileggerli è un innalzarsi: 

«La sventura in animi forti è scintilla di bene».


«In un momento, in cui la mia povera patria è colpita dalla massima delle sventure, e cade vittima di una lotta impari e altamente immorale, io non credo opera di patria carità sollevare il velo di piaghe e dolori che sanguinano crudamente; io non credo di poter trovare conforto all'amarezza che lacera l'animo mio colla narrazione delle improntitudini e degli errori altrui; io non credo, in poche parole, di dover aggiungere dolore a dolore».

«Se vogliamo combatierci, facciamolo pure da leali avversarii, ma non lediamo la lealtà, non offendiamo la giustizia, e — sopratutto — non calpestiamo l'onore».

«Leale anzi tutto: è alla stima degli onesti ch'io unicamente aspiro».

«La verità, se par dura talvolta, giova a conforto dei buoni, a rimprovero de' malvagi».

«Qualunque individualità, per splendida che fosse, dovrebbe scamparire assolutamente dinanzi al bene della patria».

«La religione, questo raggio di luce, questa stella polare dell'uomo, savestita da ogni materialismo, che insozza lo spirito».

«La sventura purifica l'uomo».

«Nessuna gioia, solo dolore e vanto dà l'appartenere al partito italiano in Dalmazia».

«Gridiamo senza posa di tra i sassi che ci sono scagliati da tutte le parti, poiché altro non possiamo fare. Qualcuno raccoglierà il nostro grido».

«A noi, Italiani della Dalmazia, non rimane che un solo diritto, quello di soffrire».

«Ovunque si possa si deve agire; il non farlo, più che un errore «sarebbe una colpa».

Sia Egli vicino a noi tutti, spirito tutelare, ma specialmente vicino ai suoi Dalmati esuli — esuli sempre, se in Italia dalla Dalmazia, se in Dalmazia dall'Italia; — ed egli ci ispiri la forza costante, la costantissima fede, l'amore vittorioso del tempo e della morte, l'Amore che ci ricondurrà laggiù dov'è il cuore lacerato d'Italia, nella terra santa bagnata dal sangue di Francesco Rismondo.

MARIA ELENA CASELLA

Agosto, 1922.

I nostri morti

Al pari delle altre provincie sorelle all'annuncio quasi insperato dell'entrata in guerra dell'Italia nostra contro il secolare oppressore, la Dalmazia esultante e fidente volle offrire alla Patria il suo contributo di sangue e di ardente passione italica. Una balda schiera di dalmati, fiore della gioventù anelante di libertà, si unì all'Esercito ed alla Marina d'Italia per portare. sulle martoriate rocce del Carso e sul mare insidiaso e prigioniero, la voce della Dalmazia fedele. 

Oltre un centinaio di giovani, sprezzanti del pericolo, insaziabili di vendetta, anelanti di sacrificare le loro giovinezze, seppero eludere la feroce vigilanza delle truppe imperiali, ed attraverso ostacoli insormontabili, con grave rischio per la propria esistenza corsero fra le braccia dei fratelli lungamente invocati e sospirati. 

Piccolo manipolo di forti, i dalmati eroicamente lottarono e gloriosamente difesero con il loro sangue il sacro tricolore della Patria.

Benevenia Menotti
Codognato Francesco
Croce Egidio
Croce Renato
Fabbrovich Ferruccio
Kraljevic-Orlandini Roberto
Kraljevic-Orlandini Mirando
Linz Orio
Rismondo Francesco 
Zongaro Umberto
Zongaro Giacomo
Zink Eneo
Zink Ezio

segnarono con il loro sangue generoso la via della Redenzione e della Gloria.

Alla testa del glorioso manipolo dei dalmati morti per la Patria cavalca con le chiome al vento il martire di Spalato, Francesco Rismondo. Tinge del suo nobile sangue invendicato le italiche contrade tradite dopo il suo sacrificio e la sublime Vittoria degli Eroi. Lo seguono le ombre accigliate di Gulli e Rossi, i nuovi martiri senza vendetta, l'anima giovinetta di Riccardo Vuccassovich figlio e martire della città di Diocleziano.

Vanno le ombre gloriose verso la patria di Antonio Bajamonti, ed al cospetto del Podestà magnifico, frementi rinnovano il giuramento sacro.