domenica 25 febbraio 2024

Il massacro di Prozor, il crimine di guerra più efferato di cui furono vittime militari italiani prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943

Il 17 febbraio 1943, 771 soldati semplici, ufficiali, feriti e mutilati, disamati, arresisi dopo aver fatto il proprio dovere, assassinati dai partigiani comunisti sino all’ultimo uomo, senza pietà alcuna né rispetto per le consuetudini di guerra e le leggi internazionali, di cui il Regno di Jugoslavia era firmatario.

Prozor nei pressi di Sarajevo, è stato lo scenario di una delle più efferate atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale ai danni di militari italiani prima dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Soldati semplici, ufficiali, feriti e mutilati, disertori, prigionieri di guerra che avevano compiuto il proprio dovere, sono stati lucidamente massacrati dagli partigiani comunisti senza alcuna compassione e senza rispetto per le leggi internazionali a cui il Regno di Jugoslavia era sottoscrittore.

La 154ª Divisione di fanteria di occupazione Murge fu attaccata da cinque brigate partigiane che avevano oltrepassato il fiume per sfuggire all’inseguimento dei reparti dell’Asse e dei cetnici.

I Partigiani comunisti decisero di dirigersi verso la cittadina di Prozor, occupata dai soldati del III° Battaglione del 259° Murge, che avevano fortificato un loro presidio. Offrirono loro l'opportunità di arrendersi ma questa offerta fu rifiutata dai soldati italiani. I partigiani erano composti da circa cinquemila membri, divisi in cinque Brigate Proletarie d'Assalto, mentre gli italiani erano meno di ottocento. La notte tra il 15 e 16 febbraio 1943, gli italiani respinsero con valore e disperazione il primo attacco di Prozor. Il secondo attacco, invece, avvenne nella notte tra il 16 e 17 febbraio e vide la vittoria della 5a Brigata d'assalto montenegrina, guidata dal suo comandante Sava Kovacevic. Gli italiani avevano finito le munizioni, e così la città è stata conquistata dopo una feroce lotta all'arma bianca. I prigionieri catturati sono stati tutti massacrati. Milovan Gilas ha ordinato l'esecuzione dell'intero battaglione, come ha ricordato nelle sue memorie. In totale, 740 prigionieri sono stati uccisi a Prozor semplicemente perché avevano rifiutato di arrendersi al primo giorno dell'attacco.

Gli ufficiali dell'esercito italiano vennero catturati e portati alla foce della Narenta, dove sarebbero stati massacrati. Tale strage divenne possibile grazie alla delazione di un capitano triestino antifascista, Riccardo Illeni, che consegnò un elenco con i nomi di tutti gli ufficiali ai partigiani. Questa vicenda è stata descritta da Gino Bambara nell'opera La guerra di liberazione nazionale jugoslava (1941-1943). Successivamente, la figura del capitano Illeni è stata rievocata in un film di propaganda jugoslavo del 1969 intitolato La battaglia della Narenta, nel quale è interpretato da Franco Nero e presentato come un idealista di eccezione. Nell'evento storico in questione, anche il colonnello Molteni, comandante del III Battaglione, venne ucciso con un colpo di pistola alla nuca da Sava Kovacevic, capo della formazione. I partigiani non erano riusciti a trovare un ufficiale della sussistenza, il cui nome era presente nel ruolino del presidio consegnato dal capitano Illeni ai guerriglieri. Pertanto, hanno annunciato che avrebbero fucilato venti soldati al suo posto. A quel punto, l'ufficiale si è consegnato spontaneamente e, nonostante questo, è stato fucilato insieme ai venti fanti. Il generale Mario Roatta, comandante della 2a Armata, ha scritto una relazione ufficiale sull'accaduto a Roma. Qui ha descritto l'uccisione di 21 ufficiali della divisione Murge, catturati in precedenza in combattimento, da parte di una formazione partigiana e l'uccisione del colonnello Molteni con un colpo di pistola da parte del capo della formazione stessa. Dopo che il presidio fu riconquistato, il cappellano del 259° Fanteria, padre Giuseppe de Canelli, scoprì le salme degli ufficiali, tra cui quella di Molteni che era stata squartata e sepolta in una fossa comune con alcuni soldati e i quadrupedi morti del presidio. I numeri parlano chiaro: 771 morti, due volte i 335 morti delle Fosse Ardeatine, più dei 560 di Sant'Anna di Stazzema e quasi gli stessi 770 morti di Marzabotto. I tedeschi responsabili dell'eccidio furono processati, condannati e incarcerati, mentre i responsabili jugoslavi no. In Italia non c'è stato mai un interesse particolare su questo episodio, né saggi o memoriali dedicati o inchieste aperte, anche a causa dei taciti accordi tra Tito e la Repubblica italiana. È vero anche che alcune reazioni italiane (e dell’Asse) nei Balcani non sono state esenti da crimini di guerra, ma molte altre sono state perfettamente legittime secondo le leggi e le convenzioni dell'epoca. Ad esempio, la rappresaglia italiana più pesante in Jugoslavia, quella di Piedicolle del 12 luglio 1942 che causò 91 morti, fu portata a una ratio di 5 a 1 invece del consueto 10 a 1 per l'omicidio di due maestri elementari italiani e di 16 militari torturati e uccisi.

La vicenda di Prozor è una triste pagina della storia. Dopo la riconquista di questa località da parte delle forze italiane, non vennero eseguite rappresaglie: ciò in quanto le stragi erano state perpetrate da bande partigiane in fuga dall'offensiva congiunta italo-tedesca, e quindi le popolazioni locali non erano da considerare responsabili. Inoltre, applicare un rapporto di 10 a 1 (che prevede l'uccisione di 10 persone per ogni italiano morto) avrebbe voluto dire uccidere 7710 persone. Per i titini, che chiamavano gli italiani "nemico fascista", non sarebbe stato un problema ma, evidentemente, non era una soluzione accettabile per l'Italia.

A sinistra Milovan Gilas (1911 – 1995), responsabile del massacro di soldati italiani a Prozor nel febbraio 1943. A destra: Il colonnello Enrico Molteni, comandante del III Battaglione Murge, assassinato dai partigiani titini a Jablanica nell’aprile 1943 insieme a tutti i suoi uomini: 771 fra ufficiali e soldati italiani.

sabato 24 febbraio 2024

Marina Smaila testimone: «Italiana per nascita e scelta»

«Ero coccolata e anche un po’ viziata. Sono entrata nel campo profughi e ho smesso di essere bambina, non sono più stata capace di giocare». 

Marina Smaila aveva otto anni quando, il 10 febbraio 1947, con i trattati di pace di Parigi vennero ridisegnati i confini orientali dell’Italia e anche la città di Fiume, assieme all’Istria e alla Dalmazia, passò alla Jugoslavia. Agli italiani che vivevano lì da sempre venne detto di scegliere: se rimanere italiani pagando il prezzo di lasciare tutto (soldi in banca compresi) per emigrare all’interno dei nuovi confini della Patria, oppure restare dove erano nati rinunciando alla cittadinanza italiana e sottomettendosi al regime comunista di Tito. 

Marina Smaila ha raccontato la sua storia di esule fiumana a Castelnuovo del Garda nel corso della serata organizzata dal Comune in collaborazione con l’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, per commemorare il Giorno del ricordo, che dal 2004 viene celebrato il 10 febbraio di ogni anno. A chi, al termine dell’incontro, la ringraziava della sua testimonianza, Marina Smaila rispondeva ringraziando a sua volta per averla ascoltata.

Perché per lei, come per tutte le vittime scampate a persecuzioni e massacri di ogni matrice, poter testimoniare è un privilegio. Lo è ancor più per gli esuli istriani fiumani e dalmati, costretti per decenni a non raccontare ciò che avevano vissuto o visto subire ad altri conterranei uccisi e gettati nelle foibe. 

«Per anni di noi non si è potuto parlare, eravamo l’emblema che l’Italia aveva perso la guerra». E il suo debito di guerra con la Jugoslavia l’Italia «lo pagò con i nostri beni che avevamo lasciato a casa», ha ricordato la testimone descrivendo l’odissea della sua famiglia (oltre a lei, i genitori con la madre incinta e altri tre figli). L’arrivo a Trieste, poi a Udine nel centro smistamento profughi, poi l’approdo nel campo profughi di Mantova in cui la famiglia Smaila rimase per due anni prima di essere trasferita nel campo di Verona allestito nel chiostro San Francesco dove oggi c’è il Polo Zanotto, sede dell’università. Al trauma di vivere in condizioni di estrema povertà, si aggiunse i primi anni quello dell’emarginazione: «Qui ci chiamavano slavi, mentre a Fiume dopo il ’45 eravamo “sporchi italiani”, considerati tutti fascisti». Alle compagne di scuola che alle medie, a Mantova, la prendevano in giro per la sua origine, il padre le disse di rispondere che lei era italiana due volte: «Per nascita e per scelta, perché noi per rimanere italiani abbiamo perso tutto».

K.F. L’Arena (23.02.2019)

Ileana Ardito: «Papà nelle foibe, così la vita ripartì da Vicenza».

La profuga Ileana Ardito, scomparsa nel 2022, giunse a Vicenza dopo la morte del genitore, preso dai partigiani di Tito e infoibato non si sa dove.

«Sono Ileana Ardito, nata a Fiume, in Italia, il 15 febbraio 1933, da mamma Rosa Broggian, nata a Montegalda (Vicenza) il 27 ottobre 1895 e papà Savino Ardito, nato a Spinazzola (Bari) il 15 giugno 1887». 

Un racconto in prima persona che come da buona abitudine comincia con le presentazioni. E le prime parole a cui attinge con cura Ilenia Ardito, scavando nei ricordi che fissa su un foglio, danno subito le coordinate principali della sua storia: l’anno e il luogo di nascita, che rimandano immediatamente a fatti dolorosamente precisi, quelli di migliaia di italiani ammazzati e gettati come animali nelle foibe dalle milizie jugoslave di Tito, ma anche il riferimento ai suoi genitori. Con quel nome, quello di suo padre, scritto in maiuscolo che fa intuire l’amore di una figlia rimasto spezzato.

La storia della profuga Ileana giunta a Vicenza dopo la morte del genitore

E poco importa se quando comincia a scrivere questa sua testimonianza di profuga istriana a 77 anni, se nel frattempo ha costruito a Vicenza una famiglia piena di affetto con il “suo” Pietro e con sua figlia Lorella. Già, poco importa, perché c’è un passato che non passa e che non può passare e il suo desiderio, nonostante lo scorrere del tempo, è ancora quello di scoprire «dove sono le spoglie di mio padre, portare un fiore dove è stato ucciso». 

Suo padre, Savino Ardito, preso dai partigiani di Tito e infoibato non si sa dove

Papà Savino, mandato dallo Stato Italiano a Fiume in qualità di maresciallo maggiore della pubblica sicurezza, è un uomo possente che si scioglie in teneri abbracci e in larghi sorrisi quando lei lo chiama affettuosamente “papaci”. Quegli abbracci e quei sorrisi finiscono quando lei ha 12 anni e quell’appellativo, “papaci”, le rimane strozzato in gola. Perché suo padre viene giustiziato dai partigiani di Tito. A guerra finita. Quando cioè uno pensa di essere finalmente al sicuro, di potersi lasciare alle spalle tutto quel buio. Invece no. Il peggio deve ancora arrivare. Arriverà il primo di maggio, quando l’aria tiepida di un giorno di primavera diventerà un soffio gelato.

I tedeschi se ne erano andati, il padre andò a consegnare l'arma 

«I tedeschi se ne erano andati, mio padre quel mattino disse: “Figlia mia, ora vado in questura a consegnare l’arma, dalla quale ringraziando Dio non ho mai sparato un colpo; in tasca ho tutti i nostri risparmi, torno, organizziamo il rientro a Vicenza, e lì voglio coronare il mio sogno, aprire un’osteria”. A mezzogiorno, visto che papà non tornava, mio fratello è andato in questura a vedere, ma lo hanno rimandato a casa dicendo che li stavano interrogando tutti e che sarebbe tornato appena finiti gli interrogatori».

Savino Ardito non tornò più a casa

La piccola Ileana ascolta quelle parole e «non so perché, ma sono scappata in camera, chiudendo la porta e scoppiando in lacrime, dicendo: “Mio papaci non tornerà più, non lo rivedrò più”». Il suo cuore capisce subito. No, non lo rivedrà più. «I partigiani di Tito, nascosti per anni nei boschi, alla partenza dei tedeschi uscirono dai nascondigli, circondarono la questura, arrestarono 83 uomini tra comandanti e agenti e li rinchiusero in prigione. Per due settimane mia mamma andava in prigione a portare una bottiglia d’acqua, senza poterlo vedere. Un giorno su quella bottiglia mio padre scrisse un messaggio: Cordic. Era il nome di un partigiano che mio padre aveva più volte salvato dai tedeschi. Mia madre andò quindi da questo brav’uomo, ma nulla egli poté contro la furia di questi partigiani (non riesco a chiamarli uomini), tant’è che per il dispiacere quest’uomo si licenziò da ogni attività partigiana». Anche l’ultimo, fugace, barlume di speranza se ne va. 

La tragedia: il padre buttato vivo nelle foibe

«Dopo questi 15 giorni le 83 persone vennero in segreto caricate su un camion e lì si consumò la tragedia: ci dissero che vennero picchiati e massacrati, legati assieme, tagliati i genitali e messi in bocca, buttati vivi nelle foibe. Senza un processo, senza un motivo, chi c’era c’era, a guerra finita». Ecco cosa fu quella pagina di storia. Una storia per anni taciuta, giustificata, negata, con la tacita complicità di una parte della politica pronta a cancellare ciò che non era funzionale alla propria narrazione.

«Vivemmo nel terrore, il terrore di essere italiani»

Eppure ecco cosa fu quella pagina di storia, uno squarcio di tragica brutalità sull’orrore comunista. «Rimanemmo senza un centesimo, per sopravvivere mia mamma vendeva i vestiti di mio padre: un paio di scarpe per due uova. Vivemmo nel terrore, il terrore di essere italiani, il terrore di essere fascisti. Di notte mia madre mi fece uscire con la sciabola d’ordinanza di mio padre, avvolta in uno straccio, e me la fece gettare nel fiume per paura che i partigiani ammazzassero anche noi. Dopo un anno, per rimanere italiani, prendemmo un treno, tra profughi e mari di lacrime, e come profughi siamo tornati a Vicenza». 

A svelarci le memorie di Ileana è la figlia Lorella che vive a Vicenza:

Ed è qui che «comincio la vera vita da italiana, senza etichette finalmente. Sono tornata a Fiume due volte, ma il dolore che ho vissuto là non me l’hanno più fatta sentire casa mia» scrive Ileana. 

Ileana Ardito «nata a Fiume, in Italia, il 15 febbraio 1933, da mamma Rosa Broggian, nata a Montegalda (Vicenza) il 27 ottobre 1895 e papà Savino Ardito, nato a Spinazzola (Bari) il 15 giugno 1887» se n’è andata a giugno del 2022. E quel giorno, sua figlia Lorella, che conserva le sue memorie scritte, l’ha salutata così: «Cara mamma, ora puoi lasciare quel dolore che ti accompagna da quando, fanciulla, sei stata strappata alla tua terra e tornare a sorridere con tutti i tuoi cari, nella luce». 

Roberta Labruna (GdV 10 febbraio 2024)

Kovacich sospettato della strage di Vergarolla

A Fiume la memoria di un Giuseppe Kovacich (in croato Josip Kovačić) colto da morte naturale qualche anno dopo è tuttora viva. Vi è di più: al cimitero di Cosala è sepolto assieme ad altri partigiani un tale Josip Kovačić, nato a Fiume il 27 marzo 1917 e morto il 26 gennaio 1962. Almeno gli estremi anagrafici corrisponderebbero perfettamente con la descrizione che il SIM fornisce ai servizi inglesi: «Il 6 luglio 1946, un bollettino del Battaglione 808° allerta Roma che a Fiume, dal febbraio 1944, è attivo Giuseppe Covacich (in questo documento compare come Covacich, con la C), trent’anni, un ex membro della Marina militare italiana:

Ricopre – scrivono gli agenti – un ruolo importante nella vita politica di Fiume ed è molto zelante nel perseguitare gli italiani. Ogni due giorni si reca a Trieste a bordo di un’automobile targata Sussak, per visitare l’Ufficio politico slavo di via Cicerone 6, sito al piano terra. Covacich è un agente dell’Ozna”».

Dalla relazione di WILLIAM KLINGER, supplemento all'Arena di Pola, 2014.

L’odissea di Paulini, esule di Pola: “Siamo stati dimenticati per anni”

È venuto meno l’ostruzionismo che nascondeva la verità sull’esodo degli italiani d’Istria: una verità per troppo tempo censurata. Non si è parlato mai di Pola, come di nessuno dei martiri istriani”. Elpidio Paulini è nato a Gimino d'Istria nel novembre del 1940.

Arrivato a Macerata nel 1961 per il servizio aeronautico, ricorda la strage di Vergarolla, “una strage politica”, così come ricorda “l’esodo che seguì la tensione da guerra civile che il confine orientale italiano vide svolgersi agli sgoccioli della seconda guerra mondiale”. “Pola fu una strage terroristica”, ricorda Elpidio, che nel successivo febbraio partì con suo padre per Cervignano del Friuli, “dove trascorremmo alcuni mesi, ospitati in un granaio”.

"Fino a pochi anni fa non si sapeva nemmeno che Vergarolla fosse esistita”. Dopo l’attentato, “prima di andare via da Pola, gli italiani non mangiarono più pesce. I corpi dei morti per l’esplosione erano finiti nell’acqua, che era diventata rossa”, ricorda.

Nacqui a Gimino d’Istria e vissi i primi anni a Canfanaro; mi traferii a Pola per le elementari, con mio padre. A Vergarolla, una frazione di Pola, il 18 agosto del ‘46 scoppiarono delle mine che uccisero più di cento persone. Io ero poco più piccolo dei ragazzi che si trovavano quel giorno sulla spiaggia di Vergarolla, lì per una gara natatoria".

Una delle figure relative a quell’evento che oggi viene ricordata è quella di Geppino Micheletti, il medico che vedrà sabato intitolato a Macerata il parco delle Vergini.

Pur sapendo che nello scoppio erano morti i figli di 6 e 9 anni, continuò a operare e salvare vite – racconta Paulini – sia italiane che slave". Dopo l’attentato, nel febbraio ‘47, Elpidio si sposta con suo padre verso Cervignano del Friuli. Arriverà a Macerata nel ‘61 per svolgere servizio aeronautico.

Negli anni che seguirono l’esodo, la storia degli istriani venne completamente rimossa, censurata. Oggi ci sono scrittrici come Anna Maria Mori che raccontano quelle vicende”. Fra diversi dolorosi aneddoti sull’infanzia a Canfanaro d’Istria, uno su tutti è quello che riguarda il parroco del paese, don Marco Zelco, "impiccato dai nazisti su denuncia dei partigiani, perché probabilmente si era rifiutato di nascondere armi nella canonica. Il ricordo del suo corpo che dondola nella piazza, nel febbraio ‘44, non mi abbandona nemmeno oggi ad 84 anni. Oggi si può parlare di quelle vicende e questo poter raccontare mi dà pace”.

Sostenere i partigiani nelle nostre terre dopo l'8 settembre 1943 signfiicava sostenere tito nel disegno annessionistico e di pulizia etnica (U. degli Istriani)

Anche in occasione di questo 10 Febbraio, sono state numerose le storpiature di carattere storico raccontate in diverse conferenze e convegni organizzati da Comuni ed Associazioni in tutta Italia. Talvolta anche in buona fede.

Come sovente accade, di fronte ad argomenti così "sensibili" non si ha il coraggio oppure l'onestà di dire la verità. Di fronte a queste situazioni, noi diciamo limpidamente che chi ha paura della polemica rimanga a casa, al calduccio, piuttosto che raccontare mezze verità.

Su un aspetto in particolare è necessario essere categorici, e cioè sulla "sollevazione" partigiana nella Venezia Giulia dopo l'8 settembre 1943 e la mancata adesione alla medesima della stragrande maggioranza degli Italiani d'Istria, di Fiume e di Zara, motivo per il quale saranno poi considerati "fascisti in fuga dal paradiso socialista di Tito".

Nulla di più falso e di sbagliato, naturalmente, perché a Gorizia, a Trieste, in Istria, a Fiume ed in Dalmazia, dopo l'armistizio, unirsi ai partigiani slavi,  i quali avevano già proclamato l'annessione di tutta la Venezia Giulia e di parte del Friuli alla Jugoslavia di Tito, e a quelli comunisti italiani che li sostenevano, voleva dire, esattamente, consegnare le proprie terre allo straniero.

Ed infatti, quei pochissimi che lo fecero, si macchiarono, direttamente o indirettamente, di efferati delitti e di molte centinaia di infoibamenti.

Sostenere Tito ed i suoi uomini con la stella rossa voleva dire sostenere il suo disegno annessionistico e di sradicamento totale della nostra millenaria cultura ed identità. Come in effetti avvenne.

Sostenere la "resistenza" in Istria, voleva dire in sostanza coronare il sogno imperialista sudslavo - che risaliva alla fine dell'Ottocento e venne perseguito con maggiore veemenza e violenza, attentati compresi, dalle organizzazioni segrete jugoslave come il TIGR sin dal Trattato di Rapallo del 1920 -, di rendere slave terre da duemila anni prima romane, poi veneziane e quindi italiane. Come purtroppo accadde.

Noi onoriamo, dunque, senza infingimenti, con il dovuto rispetto e sincera riconoscenza, tutti coloro che sono caduti, barbaramente massacrati, per la Venezia Giulia italiana, combattendo il disegno criminale del maresciallo Tito e dei suoi servitori!

Ci vuole chiarezza, ovvero verità ed onestà, su questi aspetti fondamentali del nostro olocausto, che ben conosciamo avendolo vissuto sulla nostra pelle, e non intendiamo permettere a nessuno, a differenza di altre realtà associative, anche purtroppo del nostro mondo, di mistificarli o di reinterpretarli a seconda delle circostanze!

I titini lapidarono mio padre, poi giocarono a calcio con la sua testa. Sono cattolica, ma non posso perdonare: il mio è un calvario senza redenzione

Mio padre era una persona perbene. Non lo dico perché ne ho idealizzato la figura. Lo dico perché quando torno nella mia terra e pronuncio il suo nome la gente ancor oggi inchina la testa con deferenza. Si chiamava Giuseppe, era un ragazzo del ’99, aveva combattuto nella prima guerra mondiale. Faceva l’impiegato nel municipio di Gimino d’Istria, dove io sono nata nel ’36. Era un patriota, ma non aveva incarichi nel Partito nazionale fascista. Ricordo che la domenica mattina la cucina di casa nostra era zeppa di contadini analfabeti. Portavano a mio padre le lettere dal fronte dei loro figlioli. Lui gliele leggeva e poi scriveva le risposte.

Caro, caro il mio papà Giuseppe! Lo vidi l’ultima volta che avevo quasi sette anni, e ricordo sempre, come fosse ieri, il suo ultimo bacio affettuoso, e le mie mani piccole dentro ai suoi folti capelli. 

Venne catturato il 2 ottobre 1943, il giorno dopo fu fatto sfilare in paese con una catena legata al collo e una bisaccia piena di pietre sulla schiena. Con quelle fu lapidato, al limitare del bosco, sotto un ciliegio. Aveva 44 anni. I suoi capelli, nerissimi, erano diventati improvvisamente tutti bianchi.

Nel 1992, caduto il Comunismo, ho voluto indagare di persona tornando in Istria per scoprire chi lo aveva ucciso. Un testimone oculare, un pastore, mi ha condotta fino a quel ciliegio. Non poteva sbagliarsi: dopo essere stato costretto a guardare l’esecuzione, incise, sconvolto, la data sulla corteccia, 3 ottobre 1943. Si leggeva ancora, un po’ slabbrata, perché nel frattempo l’albero era cresciuto. Un altro contadino mi ha riferito che la gente veniva incitata a bastonare mio papà, ma si rifiutava di farlo. Venne lapidato da quattro contadini del posto, e ad uno di questi mio padre fece da padrino. Dopo la lapidazione gli aguzzini guardarono nella bocca del cadavere del mio babbo e videro due denti ricoperti d’oro che tentarono di strapparglieli ma non ci riuscirono; lo decapitarono e portarono la testa da un orefice di Canfanaro per il recupero delle capsule. Infine giocarono una partita di calcio usando come pallone la testa mozzata, almeno finché mantenne la forma sferica.

Quello che successe in Istria non fu guerra contro nemici. Né lotta per idealità. Fu delitto determinato da odio implacabile per l’italianità. Ucciso alle spose il marito e ai figli il padre, gli assassini si portavano nell’intimo spazio del dolore di quelli per annunciarne l’uccisione, prelevarne gli averi, intimar loro di non cercarne il cadavere e di levarne via ogni foto, ogni ricordo. Si conducevano le vittime predestinate, legate peggio che bestie l’una all’altra da fili di ferro, sull’orlo della foiba, e non sempre si sparava su tutte, perché bastava colpirne qualcuno, tanto il peso di questo avrebbe tirato giù nel fondo, vivi, gli altri, perché della morte lenta e crudele potessero sino all’ultimo istante avere contezza. Si lapidarono persone, come accadde a mio padre, costringendole a portarsi sulle spalle le pietre che sarebbero servite a finirle. Si cavarono gli occhi alle vittime. Si tagliarono loro i testicoli conficcandoglieli in bocca. Si recinse d’una corona di filo spinato il capo d’un prete. Fu crudeltà pura. Fu dolore infinito. Fu, nella storia dell’uomo, certo un momento soltanto, ma tra i maggiormente infamanti.

Nella nostra famiglia ci furono otto vedove in dieci giorni. Sono cattolica, ma non ho perdonato, il mio è un calvario senza redenzione. Un trauma all’età di 6-7 anni marchia il carattere. Mi è stata fatta un’ingiustizia irreparabile: morirò con quella sul cuore. Senza verità non c’è giustizia. E senza giustizia non c’è pace ed io sono una donna senza pace”.

Nidia Cernecca (1936-2020), esule istriana, Premio Histria Terra 2013.