lunedì 19 febbraio 2024

Il leone di Zara danneggiato

Il leone della porta terra ferma di Zara danneggiato nel 1953 dagli Jugoslavi (quale dalmato farebbe un atto simile?) che manifestavano contro l'Italia per la questione di Trieste. Nel 1994 è stato restaurato a spese della Regione Veneto.

Zara non c'è più, e noi abbiamo subito una pulizia etnica

"Il «Giorno del ricordo» è un momento di riflessione che accomuna tutti coloro che hanno subito la tragedia adriatica e vuole essere una compensazione per i troppi che non hanno una sepoltura nota e degna di questo nome, sulla quale parenti e amici possano deporre un fiore.

Personalmente questa storia potrei iniziarla dal Natale 1941, l’ultimo che ho passato a Zara. Subito dopo, gennaio 1942, militare. Quindi in Africa settentrionale, combattente sul fronte di El Alamein, quindi prigioniero degli inglesi, quattro anni in Egitto. 

Al rientro, settembre 1946, la mia famiglia, mamma, papà e un fratello, dopo circa cinque anni li ho rivisti non a Zara ma a Trieste. Così arriviamo al nostro dramma di esuli. 

L’opinione pubblica italiana solo di recente è venuta pienamente a conoscenza dell’esodo che ha costretto noi Dalmati, unitamente a Fiumani e Istriani, a lasciare Zara e le altre terre della Dalmazia. 

Le cifre dicono che gli esuli sono stati 360mila, senza mettere in conto i morti, infoibati in Istria e affogati nel mare Adriatico in Dalmazia. 360mila significa che l’esodo è stato totale. Oggi si parlerebbe di «pulizia etnica». 

In Italia si festeggia la giornata della «Liberazione» ma c’è una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani e l’essere stati liberati dai nazional-comunisti di Tito.

Oggi ci si chiede come mai questo dramma sia stato ignorato per cinquant’anni. Evidentemente a molti la «verità» non faceva comodo e i molti dovevano essere in tanti. Così i tanti hanno semplicemente mistificato la «verità» tacendo. 

Dopo cinquant’anni se ne parla, il Parlamento ha istituzionalizzato votando all’unanimità il «Giorno del ricordo». Come si usa dire: «Meglio tardi che mai». Così si può sperare che i nostri pronipoti abbiano l’opportunità di apprendere queste vicende dai libri di storia. 

Ho detto all’inizio che al mio rientro dalla prigionia, settembre 1946, ho trovato i miei genitori a Trieste non a Zara. 

Perché Zara è una città che non esiste più."

— Ottavio Missoni, stilista ed atleta olimpionico (Ragusa di Dalmazia 11.2.1921 - Sumirago, 9.5.2013)

Claudio Mandelli

Claudio Mandelli nacque a Zara il 21 settembre 1941 e visse a Padova. Il padre era un militare di carriera. Subito dopo aver conseguito il diploma di geometra, anche lui, come il padre, aveva deciso di intraprendere la carriera militare e si era arruolato nei paracadutisti.

CROCE D'ORO ALLA MEMORIA
Al ten. Col. Claudio Mandelli, nato il 21 settembre 1941 a Zara, con la motivazione:

«Comandante del reparto comando e supporti tattici della brigata multinazionale nord nell'ambito dell'operazione "Joint-Endeavour" in Bosnia Erzegovina, ha svolto il suo incarico con straordinaria volontà, incisività ed altissimo senso del dovere, accrescendo rapidamente l'efficienza del suo reparto e divenendo, ben presto, figura di primo piano punto di riferimento per i suoi uomini.

Sempre presente e disponibile, garantiva, con non comune spirito di iniziativa, le migliori condizioni di sicurezza del posto comando della brigata esercitando ripetuti controlli in particolare durante l'arco notturno ed assicurava a costante efficienza dei collegamenti con i comandi subordinati specie nelle circostanze di impiego più delicate e omplesse. Affetto da gravissima malattia, della quale non lasciava trasparire l'esistenza, dominava le proprie sofferenze con esemplare spirito di sacrificio dedicando al servizio gli ultimi preziosi momenti della propria vita. Fulgido esempio di non comune generosità e di virtù militari, ha contribuito al successo dell'operazione apportando lustro e Prestigio all'Esercito».

Sarajevo, 20 giugno - 7 ottobre 1996.



Il sentimento non contraccambiato dei popoli adriatici verso Francesco Giuseppe

Dopo il 1848 sorsero i primi problemi. Con l'avvento di Francesco Giuseppe I di Asburgo-Lorena, si creò nella borghesia del Litorale una coscienza giả vagamente irredentista e l'elemento tedesco, preoccupato che l'omogeneità italiana del territorio confluisse in velleità indipendentistiche, istituì centri culturali dichiaratamente germanici, prima inesistenti. L'Imperatore, infatti, considerava le terre poste sotto l'aquila bicipite ereditarie in base al principio di legittimità del 1815, e si trovò disorientato dal profondo rinnovamento e dal risveglio delle nazionalità che cavalcarono l'Europa ottocentesca. Il Kaiser, spiega il suo biografo Franz Herre, era fautore del centralismo, e lo usava come attributo del suo assolutismo. Ogni concessione di una costituzione spesso promulgata ma poi interrotta, come il "Diploma di Ottobre" del polacco Goluchowski poi sospeso nel '65 - e ogni mutilazione di terre imperiali avrebbe sciolto l'unità indivisibile e inseparabile dei domini asburgici, sancita con la Prammatica Sanzione del 1713. Per tali ragioni Francesco Giuseppe e gli austriaci continua Herre - non potendo governare su tutti i popoli germanici dopo la fine del Sacro Romano Impero, cercarono almeno di controllare un impero plurinazionale. Sarebbero state le erosioni interne e le sconfitte militari a costringerla a rassegnarsi; perché gli austriaci, scrive Renate Lunzer citando Stuparich, «non sono capaci di accettare gli sviluppi civilizzatori messi in atto da loro stessi, qualora si rivolgano loro contro». L'Ausgleich del '67, specifica Herre, avrebbe mitigato l'assolutismo ma conservato il centralismo, nella convinzione che i tedeschi mantenessero la maggioranza etnica nell'Impero.

L'imbarazzo dell'Imperatore davanti a qualsiasi concessione nazionalistica si evince chiaramente in molti passaggi. Nel 1865 rifiutò la rinuncia della possessione del Veneto in cambio delle terre serbe e slave, che si erano dimostrate molto fedeli all'Austria negli anni precedenti. I risvegli indipendentistici slavi si sarebbero definitivamente materializzati nella soluzione "trialistica", volta a concedere l'adempimento delle aspirazioni nazionali slave entro i confini imperiali. Tale iniziativa, promossa dall'Arciduca ereditario, fu profondamente osteggiata dal Kaiser per il rischio di un'ulteriore parcellizzazione dei domini asburgici.

Nel Regno Lombardo-Veneto la volontà di autodeterminazione si era dimostrata egualmente energica. Oltre al malcontento causato dalle esecuzioni capitali, la pressione fiscale in queste regioni era tanto pesante che, scrive Piero Pieri, «il Lombardo-Veneto, con una popolazione pari a un settimo di tutta quella della Monarchia, pagava un'imposta pari a un quarto dell'imposta complessiva»; inoltre, le materie prime della zona dovevano «costituire il mercato di smercio dei prodotti delle nascenti industrie austriache, o meglio, boeme; ma non doveva far loro concorrenza; i prodotti delle industrie lombarde non potevano espandersi nemmeno nel Veneto, se in concorrenza con quelli austriaci». La miopia dell'Imperatore nei confronti di ogni agevolazione autonomistica dei territori austro-ungarici è inoltre ben visibile nei momenti precedenti l'entrata in guerra dell'Italia: alle reiterate richieste italiane nei confronti delle terre irredente in cambio della neutralità secondo Stephan Vajda legittime, visti gli avvenimenti in Bosnia-Erzegovina e al parere favorevole sia dell'imperatore Guglielmo II che del Comando supremo Austro-Ungarico (poiché entrambi volevano scongiurare l'apertura di un quarto fronte di guerra), Francesco Giuseppe oppose un netto rifiuto. Alla figlia Maria Valeria, che gli chiese se davvero avesse preferito l'entrata in guerra dell'Italia alla cessione dei territori, rispose «Sì, quasi».

La politica dell'Imperatore nei confronti dei territori adriatici è riassumibile nella nota del 1874 del Ministro degli esteri, Gyula Andrassy, al corrispettivo italiano. In essa, il ministro ungherese comunicava che «il giorno in cui noi ammettessimo un simile rimaneggiamento sulla base di una delimitazione etnografica, analoghe pretese potrebbero essere sostenute anche da altri e sarebbe pressoché impossibile respingerle. Noi non potremmo, in effetti, cedere all'Italia popolazioni ad essa simili per lingua, senza provocare artificialmente un movimento centrifugo delle nazionalità sorelle. [...] Ammettere un simile principio ci porterebbe, dunque o a sacrificare l'integrità della monarchia, o a deviare dalla politica di conservazione della pace o dello status quo che noi seguiamo». 

D'altro canto, la comprensione dei rinnovamenti nazionali e autonomistici da parte di Francesco Giuseppe avrebbe evitato la dissoluzione dell'Impero e anche i risvolti successivi.

domenica 18 febbraio 2024

Corrado Raggi, il generale gentiluomo (Loris Buczkowsky)

Nato nella nostra Zara il 15 febbraio 1932, si è sempre distinto per signorilità e riservatezza, senza mai dimenticare l'amore per la propria terra, la Dalmazia.

Ebbi l'onore e il piacere di conoscere negli anni Sessanta in vero gentleman che rispondeva al nome di Corrado Raggi: un vero zaratino doc! Allora era il Comandante della Regione militare dell'Italia del Nord Ovest e risiedeva a Torino, la massima autorità militare con il grado di Generale di Corpo d'Armata. Senza esagerazioni, posso tranquillamente affermare, avendolo conosciuto di persona, che il generale rappresentava la quintessenza della gentilezza, coniugata con la signorilità e la riservatezza. Come ufficiale aveva scalato tutti i gradini della carriera militare fino a giungere al massimo grado, anche grazie ad un carattere positivo, disponibile al dialogo, anche se discreto, cordiale con tutti e soprattutto con i suoi "fratelli" dalmati e zaratini, suoi conterranei.

Lo incontrai due volte a Torino nella sede degli Alti Comandi militari dove risiedeva. In Piemonte aveva anche trovato l'amore: la moglie era mi pare dell'Albese, in provincia di Cuneo, gli diede un figlio, divenuto ufficiale dei Carabinieri, di cui non ho altre notizie.

Corrado Raggi, pluridecorato, ottenne anche la Croce d'argento al merito dell'Esercito il 28 luglio 1995, con la seguente motivazione: "Ufficiale Generale, in possesso di elevatissime doti umane, intellettuali e di superiori qualità professionali, si è prodigato in ogni circostanza e in tutti gli incarichi ricoperti, profondendo incondizionato impegno nell'espletamento di onerosissimi compiti, tra cui quello di vice Presidente della Sezione Esercito del Consiglio Superiore delle Forze Armute e di Comandante della regione Militare Nord Ovest. Ha servito per oltre quarant'anni l'Esercito e il Paese, contribuendo ad accrescerne e rafforzarne il prestigio anche in ambito internazionale, Roma, 16 febbraio 1994."

Diede anche il proprio personale contributo ai Raduni Nazionali degli esuli, dove era presente come Comandante militare della Piazza. Grazie alla sua presenza, la banda musicale dei bersaglieri eseguì anche canti patriottici dalmati.

Tra le tante testimonianze, ricordo quella della "decana" degli zaratini Maria Vittoria, Barone Rolli ad un Raduno di esuli nelle Marche: osò chiedere al Generale Corrado Raggi che intervenisse presso la banda musicale dei Bersaglieri affinché eseguisse l'inno patriottico "El sì" fra l'entusiasmo incredibile di tutti i nostri presenti. Lo stesso Raggi, poi, presenziò silando con i dalmati al Raduno di Trieste del 2009, accanto all'allora Sindaco del Libero Comune di Zara in Esilio Ottavio Missoni e al giovane Franco Luxardo. Per alcuni anni riuscii a farlo venire agli incontri dei dalmati che organizzavo nella chiesa dell'Immacolata, in centro a Torino, dove avevo il compito di organista delle messe. In questi incontri dal forte calore umano e patriottico, "el nostro General" mostrava tutta la sua passione di dalmata, entusiasta di trovarsi con la sua gente.

Gli incontri "nostri" terminavano con il "Va pensiero" che intonavo all'organo e veniva cantato da tutti gli ospiti, alcuni con le lacrime agli occhi. Agli incontri torinesi partecipavano anche fiumani e istriani, che con i dalmati avevano in comune le tristi vicende legate a esodo e foibe. Tra i partecipanti, anche la vedova di Emanuele Luxardo, cugino del "nostro" Franco. Una testimonianza commovente quella del fiumano Stelio Blecich, al quale era stato amputato un braccio in seguito a un incidente alle presse della Fiat, che affermava scherzosamente: "Go dato un brazo ala Patria!". Il nostro Generale Raggi accoglieva benevolmente qualsiasi richiesta degli esuli: come quando un padre di famiglia, esule zaratino, presentò il proprio figlio ventiquattrenne, ingegnere, desideroso di fare il servizio militare negli Alpini, nell'Arma di artiglieria di montagna. Seppi più avanti che la richiesta era stata silenziosamente assecondata e accolta. Episodi, questi, che non si cancellano dalla memoria e rimarranno per sempre la testimonianza viva di Corrado Raggi, il generale di Corpo d'Armata zaratino che non amava parlare di sé ma dava spazio alle voci dei suoi "fratelli dalmati", che avevano sofferto i tanti momenti crudeli e incancellabili dell'Esodo. E in chiusura mi piace sottolineare che fu proprio un piemontese, l'allora Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, a chiamarli efficacemente "Italiani due volte", per nascita e per scelta!

20 settembre 1953: Il primo raduno dei dalmati

Piazza San Marco affollata dagli esuli zaratini durante il primo Raduno svoltosi a Venezia il 20 settembre 1953. La foto è tratta dal "ZARA" n. 3, pubblicato nell'ottobre dello stesso anno. 

Sotto, la copertina del "ZARA" stampato poche settimane dopo il decimo Raduno dei Dalmati svoltosi ancora a Venezia il 28-29 settembre 1963, quando vide la luce il Libero Comune di Zara in Esilio. "La data del 29 settembre 1963 resterà negli annali della nostra vita di Esuli di Dalmazia come una data fausta": così esordiva l'articolo in prima pagina di quel numero del giornale che fu per anni vera e propria bandiera degli Esuli dalmati. Diretto con grande passione per 45 anni da Nerino Rismondo (Zara, 1910 - Ancona 2003), il "ZARA" venne fondato da lui e da Antonio Tamino ad Ancona, nel 1952.

Su ogni numero, sotto la testata, erano riportate queste commoventi parole:

Questo non è un giornale: ma è una grande lettera collettiva; scritta da tutti i profughi zaratini e dalmati dispersi nel doloroso esilio in Patria e all'Estero. È la voce della loro disperazione, della loro nostalgia, della loro speranza, che vuole tenerli uniti e compatti per sopravvivere alla propria tragedia. È il "grido di dolore" di chi anela alla "Patria sì bella e perduta". La Dalmazia.



Parenzo: lapidi distrutte

Il 1° dicembre 2014, a Parenzo durante i sondaggi archeologici all'interno di Palazzo Sincích, chiuso per la prima fase di restauro, sono stati rinvenuti i frammenti di una lapide risalente al periodo successivo alla prima guerra mondiale. Dopo il vaglio dei pezzi e la ricomposizione della lapide, nonostante alcune mancanze, si è potuto risalire al nome di Gino de Zotti caduto nel primo conflitto mondiale. La lapide recita:
A GINO DE ZOTTI
CHE SUI DIRUPI INSANGUINATI DEL CARSO LA SUA BALDA GIOVINEZZA GITTAVA
ULTIMA SFIDA ALL'AUSTRIA
ULTIMO DONO ALL'ITALIA
PARENZO RICONOSCENTE
XIX LUGLIO MCMXV
XIX LUGLIO MCMXIX  
Il direttore dei lavori di restauro Architetto Elisabeth Foroni ha quindi iniziato una ricerca che da Parenzo ha condotto a Bologna dove risulta che Gino de Zotti abbia trascorso qualche tempo come studente presso quella Università.

Facendo una prima ricerca presso l'Archivio Storico dell'Università di Bologna è stato possibile ricostruire il profilo del caduto.

Gino-Giovanni de Zotti di Pietro era nato a Parenzo nel 1894. Aveva conseguito la Maturità presso il Ginnasio Reale di Pisino.

Il 12 dicembre 1912 risulta iscritto alla Imperiale Regia Scuola superiore di Veterinaria di Vienna dove frequento 4 semestri. Allo scoppio della guerra abbandonava il territorio e riparava in Italia. II 14 Novembre 1914 chiedeva al Rettore dell'Università di Bologna il consenso di essere ammesso al 3º anno della Facoltà di Veterinaria di Bologna "avendo abbandonato il mio paese per non combattere nell'esercito degli oppressori della mia terra",

Successivamente de Zotti si impegnava attivamente come irredento e il 2 giugno 1915 presentava richiesta di ammissione al Corso Allievi Ufficiali alla Scuola di Modena. Partiva quindi come volontario II 19 luglio 1915 inquadrato nel 35° fanteria, e aggregato al 2º fanteria, "cadde nell'assalto sul Podgora" (ex "ufficio per notizie alle fa- miglie dei militari"). A lui veniva conferita la medaglia d'argento al valore militare. Indagando sulla vicenda del giovane irredento si è appurato che la lapide murata nell'atrio del Municipio era stata staccata dagli occupanti nel 1946 e quindi frantumata e, non si può conoscerne la ragione, trasportata a palazzo Sincich e lì sotterrata. 

VOLONTARI NELLA GUERRA DI REDENZIONE 1915-1918

  • ZOTTI de GINO (caduto sul Carso)
  • GRABAR ANTONIO (fucilato dagli austriaci a Cattaro)
  • ALBANESE FRANCESCO
  • ALBANESE LUIGI
  • BARBO SEBASTIANO
  • BECICH BRUNO
  • BENCI SILVIO
  • BUGLIOVAZZI ENRICO
  • CALUZZI NICOLO'
  • CECCONI CASIMIRO
  • CORTESE ODDONE
  • CUZZI UMBERTO
  • DANELON FRANCESCO
  • DAPRETTO GIORGIO
  • DARI UMBERTO
  • DEL CONTE FERDINANDO
  • DELINO TOMMASO
  • FRANCA LEO
  • FRANCA PIETRO
  • GEROMELLA GIUSEPPE
  • GIORIO UMBERTO
  • GIRONCOLI de GUIDO
  • MANZOLINI de ANDREA
  • MONFALCON VALERIO
  • MULLER GIUSEPPE 
  • PELLIS ANDREA P.
  • PAGANO- POGATSCHNIG G.
  • ROSANZ GIUSEPPE
  • RUSSIAN GIUSEPPE
  • SANDRI DOMENICO
  • SANDRI GIOVANNI
  • SBISA' FRANCESCO
  • SBISA' SEBASTIANO
  • SBISA' Dott. UMBERTO
  • SBISA' UMBERTO
  • SEVERI-GEMBRECICH MANLIO
  • SINCICH de ENEA
  • SIROTICH GIUSEPPE
  • SOLDATICH GIOVANNI
  • VASCOTTO ΕΝΝΙΟ
  • VASCOTTO LIVIO
  • VASCOTTO PLINIO
  • ZELCO RENZO
  • ZOTTI de GUIDO

Lapidi per i caduti

PARENZO RICORDA AI POSTERI

CHE ANTONIO GRABAR

RIBELLE ALL'INIQUA CAUSA DEGLI ASBURGO

FU SPENTO A CATTARO MARTIRE DI UNA GRANDE IDEA

XII FEBBRAIO MCMXVIII

Nel gennaio del 1946 i "titini" strapparono le lapidi dall'atrio del Municipio.