venerdì 8 dicembre 2023

Genova: il Leone del Molo Vecchio

Passeggiando per i vicoli del Molo Vecchio al Porto Antico di Genova e costeggiando le storiche Mura della Marinetta si può ammirare la suggestiva chiesa di San Marco al Molo. L'edificio, dallo stile romanico, venne costruito alla fine del XII secolo e ampliato nei secoli successivi, divenendo un rifugio per nav ganti e marinai che attraccavano nel porto genovese. Tuttavia, la chiesa sin dall'anno della sua fondazione nel 1173, venne dedicata al patrono della grande antagonista di Genova sul mare: la Serenissima Repubblica di Venezia. Proseguendo per via del Molo e osservando il lato sinistro della costruzione romanica a ricordare l'antica rivale genovese, non è é solo l'intitolazione della chiesa a San Marco, ma un prezioso decoro. Addossato alla parete laterale dell'antica basilica, incastonato nel muro fra due lapidi, vi è un alto- rilievo raffigurante il Leone di San Marco. L'effige leonina è raffigurata in una posa 'andante' e - inusualmente rispetto alle altre rappresentazioni del leone simbolo della potenza veneta con il muso e le zampe rivolte verso destra, mentre l'animale regge fiero un libro aperto, nonostante l'arto mancante.

L'ornamento che richiama il simbolo del santo a cui è dedicata anche la chiesa genovese, non è però stato concepito per essere apposto sul muro di quella basilica. La sua natura è in realtà più lontana nel tempo e anche nello spazio. Una raffigurazione dal valore storico inestimabile che riporta la mente dell'osservatore al conflitto navale intercorso fra Genova e Venezia tra il 1378. e il 1381, noto storicamente come la Guerra di Chioggia. A partire dal XIV secolo le rivalità fra le due "signore del mare" per la supremazia dei commerci nel Mediterraneo orientale, accesesi durante il corso del XIII secolo, divennero una costante ostilità che seppure latente, a volte divampava in veri e propri scontri armati. Nonostante le due repubbliche marinare cercassero di arrivare a un accordo e siglassero diversi trattati di pace come quello del 1299 dopo la vittoria genovese di Curzola (1298) e quello del 1355 conclusivo della campagna navale veneto-aragonese (1351-1355) contro la flotta genovese - l'antagonismo nei rapporti politico-economici delle due città continuò a protrarsi nel tempo. I problemi furono solo momentaneamente accantonati dando vita, nella seconda metà del Trecento, a una nuova e accesa guerra per il comando del Levante. Le prime avvisaglie di uno scontro armato fra le due repubbliche si intravidero solo nel 1378, ma giả due anni prima andavano formandosi i primi schieramenti e le prime alleanze. I genovesi dopo avere tentato di prendere l'isola di Tenedo. con la complicità dell'imperatore di Bisanzio, Andronico IV, e non essendo riusciti a venire a patti con i veneziani per la cessione dell'isola, si preparavano alla guerra alleandosi dapprima con Marcoaldo il patriarca di Aquileia, con Francesco di Carrara signore di Padova, con il duca d'Austria e con il re Luigi d'Ungheria, che da tempo ambiva a impossessarsi della Dalmazia veneziana. Venezia, invece, stretta nel blocco della coalizione nemica prese accordi con Bernabo Visconti, signore di Milano, intenzionato a impossessarsi della città ligure e con Pietro II, re di Cipro. Il conflitto accesosi nel maggio del 1378 a Capo d'Anzo, sulla foce del Tevere, vide una prima sconfitta genovese inflitta dalle galere veneziane comandate da Vittor Pisani. Durante il 1379 la partita si sposto nelle acque dell'Adriatico sotto la guida di Luciano Doria. In questa fase la flotta genovese riusci a ottenere una schiacciante vittoria sulle galere veneziane, inferiori di numero e soprese in un'imboscata. Le galere della Superba si impadronirono di quelle veneziane, facendo circa 2.400 prigionieri, ma dovettero affrontare la perdita del loro comandante che perse la vita durante gli scontri. Ripreso il controllo delle navi da parte di Pietro Doria, giunto in soccorso da Genova, la flotta genovese riparò a Zara mentre il Pisani era costretto a rientrare con pochissime imbarcazioni a Venezia, dove sarebbe stato processato e incarcerato a causa dell'amara sconfitta. Una disfatta che metteva a serio rischio il dominio veneziano sul Mare Adriatico, stretto dalla morsa della flotta nemica, che alla guida del Doria risaliva intanto la costa istriana e veleggiava alla volta della Laguna. Dopo un tentativo fallito da parte genovese di prendere l'isola di Chioggia, situata appena di fronte alla città di Venezia, e caduto in battaglia anche Pietro Doria, venne inviato in soccorso alle navi della Superba una nuova e più agguerrita spedizione di soccorso, guidata dal nuovo «General Capitano dell'Armata terrestre e Maritima», Gaspare Spinola.

L'ammiraglio, secondo una storia della famiglia Spinola datata 1684 e scritta da Giovanni Bazachi, esortava cosi i suoi a riprendere gli scontri contro il nemico veneziano: «Le perdite nella Guerra sono talora inevitabili, ma ne' coraggiosi Guerrieri, come voi siete, in vece di sbigottimento destano desiderio di vendetta» (Balzachi, 1684, p. 232).
Un «desiderio mosse lo Spinola che, non dandosi ancora per vinto, con trentotto galere prese il mare diretto in Istria. Assalì per prima la città di Trieste, donandola poi al Patriarca di Aquileia, e fece quindi vela per Capodistria. che cadde anch'essa.
Accresciuto il numero delle galere a quaranta e non riuscendo a penetrare nel Lido di Venezia, ritornò in Istria e prese con la forza la città di Pola. Fu allora che lo Spinola «avendola desolata col sacco, e con l'incendio, ne tolse, e ne mandò a Genova una Pietra marmorea esposta nella Chiesa di San Marco» (Balzachi, 1684, p. 235). Quel Leone che fiancheggia l'antica basilica romana di Genova rimane dunque come monito di quella vittoria. A rivelarne ancora la vera natura è la lapide, datata probabilmente 1513, che posta al di sopra del soggetto recita: "Iste Lapis in quo est Figura Sanc / ti Marci Delatus Fuit a Civitate / Polae Capta a Nostris MCCCLXXX die XIIIII Januarii" [Questa lapide nella quale è raffigurato il simbolo di San Marco fu trasferita dalla città di Pola presa dai nostri il giorno 14 gennaio 1380].


Una vittoria che seppure ridestò gli animi dei combattenti della Superba, non riuscì a impedire la totale disfatta nell'esito finale di tutta la guerra. Nonostante durante il conflitto Venezia si vedesse costretta allo stremo nello scacco delle trionfanti galere avversarie, la Serenissima ebbe la meglio, determinando la definitiva sconfitta genovese, sancita nella Pace di Torino del 2 maggio 1381.

«Un'istoria di quasi quattro secoli». La fedeltà di Perasto

TaImente lontana da essere ritenuta dai provveditori veneziani uno degli avamposti de "l'ultimo angolo della Dalmatia", e ciò nonostante tra le prime a dedicarsi alla città dogale, nel 1420, dopo che più di sessant'anni prima i suoi abitanti si erano spontaneamente offerti di appoggiare Vittor Pisani nella presa di Cattaro. È Perasto, l'ultimo orgoglio della Repubblica, la "fedelissima gonfaloniera", poiché guadagnò il perpetuo privilegio di fornire in tempo di guerra alla galera capitana la guardia del gonfalone, composta da dodici giovani delle dodici casate aristocratiche locali. I suoi ambasciatori, nel rivolgersi ai serenissimi magistrati, si presentavano in nome della «fedelissima e nobilissima comunità di Perasto, situata al confine dello stato ottomano, che stata in antico tempo libera, gode da secoli il preggio di essersi fatta suddita volontaria e di essere la primogenita tra le suddite popolazioni di quella provincia». Una storia di fedeltà di confine, della cui utilità era conscia la stessa città lagunare, poiché la geografia rendeva necessari i rapporti con quella comunità a cavallo fra Dalmazia e Albania, sia per controllare il basso Adriatico che per le comunicazioni con l'Oriente. Di ciò i perastini erano consapevoli e la comunità mantenne un grado di libertà molto più ampio delle altre città dello Stato da mar. Una fedeltà che Perasto ha confermato nell'appoggio alle continue guerre contro i Turchi e che Venezia ha ricambiato con gratitudine, estendendole privilegi non comuni, come l'esenzione dai dazi delle merci che partivano e giungevano via mare, ribaditi con cerimonia pubblica dal 1540 ogni quindici anni fino all'anno precedente la caduta della Repubblica.

Nelle richieste di riconferma dei secolari privilegi che i capitani perastini inviavano a Venezia si evincono continuamente la fierezza e il vanto con cui la comunità ricorda il legame con la città dogale, nonostante il dominio diretto di questa in Dalmazia fosse, a differenza dell'Istria, geograficamente più complesso. In uno di questi documenti, datato 1765, si riscontrano gli stessi temi e le stesse intonazioni di un discorso ben più noto: non a caso uno degli autori è proprio il conte Giuseppe Viscovich. Il conte ricorda non solo il «sacrifizio continuato di vite, di sangue e di sostanze, servendo comandata e volontaria, per il corso di tre secoli intieri in tutte le guerre di Vostra Serenità sostenute», ma anche la reciprocità di comportamento, quando il Senato veneziano «volle in vari tempi accordare a quella fedelissima communità e università alcuni privileggi. E come essa non fu mai dissimile nell'innata sua fede e nel suo valor singolare, cosi eguale fu sempre a sé medesima anche la reggia costanza di Vostra Serenità in confermarglirli ogni quindeci anni».

Nel discorso del conte Viscovich, che la tradizione ha esaltato in toni elegiaci, alla fedeltà e alla dedizione di Perasto per Venezia si concedono parole non solo di commiato ma anche di orgoglio. Il conte invita i suoi concittadini a esalare «il nostro dolore col nostro pianto» e allo stesso tempo a ricordare la «gloriosa carriera da noi percorsa sotto il Serenissimo Veneto Governo». Il discorso sembra esaltare ciò che emerge gradualmente in tutta la storia dei rapporti fra Venezia e la piccola cittadina ai confini dell'Adriatico, una sorta di autocelebrazione della continuità e della fedeltà del servizio ai dogi tanto da avere meritato una fiducia costantemente confermata. La ratifica dei privilegi simboleggia un punto d'onore comunitario che i perastini sono consapevoli di avere guadagnato nei secoli, ma è anche un ulteriore ossequio a una città come Venezia, la cui attenzione merita un impegno cosi durevole da essere tenacemente riaffermato anche a ridosso della caduta: sul primo decreto successivo a essa si leggono tra i firmatari proprio i nomi di tre perastini. La tradizione letteraria ha avuto certamente molti spunti da cui trarre, ma alla radice di questi temi vi è anche la volontà di presentarsi alla nuova compagine asburgica come un'entità da salvare congiuntamente ai suoi privilegi faticosamente guadagnati. E con le stesse modalità che vengono salutate le insegne uscenti veneziane e subentranti asburgiche, e a queste ultime viene poi tributato «oremus pro Imperatore». Nella cerimonia vi è dunque una forte componente di orgoglio comunitario da preservare, di cui le casate locali si fanno carico anche al cambio di dominio. Quello veneziano non era stato impositivo e, come spiega Jean Claude Hocquet: "Quaderni storici, Questioni di confine (gennaio / aprile 1979)" - «le aristocrazie locali sanno che Venezia è il loro ultimo difensore e il miglior garante della struttura oligarchica della città», una struttura che quelle sperano dunque di conservare in questo passaggio a fronte della reciprocità di interessi che aveva caratterizzato in passato dominati e dominanti.

Non si può comunque ridurre un omaggio così sentito, dopo quattro secoli di legame, al tentativo di conservare un sistema oligarchico in questa transizione di potere. Scrive Francesco Viscovich, discendente del conte Giuseppe, «Si, i Perastini amarono sinceramente la Veneta repubblica e il suo governo», ma, continua, «il sentimento nazionale non perdettero mai. Un sentimento gradualmente consolidato dall'orgoglio per la costante fedeltà riposta, che non si sarebbe potuto consolidare senza qualcosa di meritevole a cui essere cosi fedele. Chiosa così: «Ed è più unico che raro l'esempio d'un popolo che tributa l'omaggio ad un governo caduto, e dal quale non spera più nè onori, né premi, né ricompense». Cosi come Venezia non fu solo serena, Perasto non fu solo fedele. Fu fedelissima.

Storia di Perasto: raccolta di notizie e documenti dalla caduta della Repubblica veneta al ritorno degli austriaci. Francesco Viscovich, 1898.
(Il libro in foto si trova al Museo di Perasto)
PDF: https://www.openstarts.units.it/entities/publication/0e4153ff-62a4-4fc9-909a-7a58d18f77f6/details

Lo stemma della città 

Museo di Perasto - Gonfalone veneto

Museo di Perasto - Stemma marciano

Museo di Perasto - Uno dei pochi pezzi originali veneziani rimasti. Ci spiegano che si tratta di un falconetto, presumibilmente donato da Venezia alla Scuola navale di Perasto verso la fine del ‘600 con il placet del Consiglio dei X. Sulla canna infatti sono presenti il Leone marciano, una “X” che rimanderebbe al Consiglio dei X e una “F” che servirebbe ad individuare il fonditore, forse un Alberghetti, Fabio.

Museo di Perasto - Quadro di Giuseppe Lallich dedicato alla cerimonia dell’ultimo ammaina bandiera, tenutosi il 23 agosto 1797.


Per la gloria di Augusto e di Roma: il tempio del foro di Pola

Nel capitolo d'apertura de "L'Istria Nobilissima" (1905), Giuseppe Caprin compilò con evidente soddisfazione il novero degli illustri protagonisti del Rinascimento accorsi a Pola per rilevare piante e alzati della locale gloria architettonica romana. Tra costoro figuravano fra Giocondo, Battista da Sangallo (cugino di Antonio il Giovane, successore di Raffaello nel cantiere di S. Pietro a Roma), Michelangelo, Baldassarre Peruzzi, Sebastiano Serlio e Andrea Palladio, che nell'ultimo de "I quattro libri dell'architettura" (1570) incluse un capitolo il XXVII incentrato sui "disegni di alcvni tempii che sono fvori d'Italia, & prima de' due Tempij di Pola". Dell'antica colonia di Pietas Julia l'architetto e trattatista veneto celebrava la magnificenza di «Theatro, & Anfitheatro, & vn'Arco [scil. dei Sergi]», affrontando con particolare riguardo l'analisi di «due Tempji di vna medesima grandezza, e con li medesimi ornamenti, distanti l'uno dall'altro cinquanta otto piedi, e quattro oncie».

La restituzione grafica di planimetria, alzato frontale e laterale, insieme a diversi dettagli esornativi, e la descrizione che li accompagna confermano che l'autore si stava soffermando sul tempio consacrato, secondo l'iscrizione in facciata da lui riportata con qualche imprecisione, ROMAE ET AVGVSTO CAESARI DIVI F(ILIO) PATRI PATRIAE, «augurandosi certamente» osserva Caprin- «[che] restasse a far scuola di nobile e spontanea eleganza». Il tempio della dea Roma e di Augusto, di 17,65 metri di profondità per 8,05 di larghezza e 12 di altezza, è in effetti un esempio di proporzione e armonia in grado di riassumere le caratteristiche salienti del tempio classico di ascendenza italica, a partire dal podio di base. Qui una breve scalea cinta da avancorpi laterali conduce al fronte tetrastilo, ritmato da slanciate colonne di ordine corinzio a fusto liscio su base attica. Il pronao di accesso, in accordo all'assetto prostilo della costruzione, mostra un accenno di peristilio sui risvolti, contraddetto subito in corrispondenza delle ante della cella, dove all'elemento colonna subentra una lesena ribattuta. La stessa risale anche gli angoli posteriori del tempio, in ossequio su un piano più estetico-visivo che realmente statico al principio di "firmitas" enunciato da Vitruvio. Un riferimento al trattatista di età augustea viene fatto anche da Palladio, il quale, sulla scorta del "De architectura" (III, 3, 2), riconduce le proporzioni del monumento al modello del tempio "systilos", dotato cioè di colonnato piuttosto aperto, con intercolumnio pari a due diametri di colonna. Il coronamento è costituito da frontoni aniconici impostati su una cornice di fitti modiglioni e su una trabeazione percorsa da un fregio a girali vegetali, assenti sull'epistilio anteriore, in parte ancora percorso dai fori cui un tempo si aggrappavano le lettere bronzee dell'iscrizione. Le nobili vestigia torreggiano a fianco del Palazzo del Podestà risalente al 1296. In tale contesto, visualizzare le parvenze dell'antico cuore religioso, economico e amministrativo dell'agglomerato romano si rivela non sempre agevole: dominava il lato nord il Capitolinum, santuario consacrato forse al culto imperiale o alla Triade capitolina, che dobbiamo immaginare inquadrato dai prospetti minori del tempio di Augusto, a sinistra, e di un corrispettivo analogo sulla destra, tradizionalmente riferito al culto di Diana. Sarebbero questi i due «Tempji» del brano palladiano, passibile, secondo l'analisi proposta da Claudio Fontanive su «L'Arena di Pola» del 13 settembre 1986, di un dilemma cronologico: come poteva Palladio si domanda l'estensore vedere nel Cinquecento due templi gemini senza notare il Palazzo del Podestà, che già a fine XIII secolo aveva coperto i resti del Capitolinum e fagocitato il tempio di Diana lasciandone visibile la sola parte postica? La vicenda della sopravvivenza augustea permette, a ogni modo, qualche considerazione più certa. Comunemente assegnato, sulla base della "legenda" dedicatoria, al periodo tra il 2 a.C. e il "terminus ante quem" del 14 d.C., anno di morte dell'imperatore, l'edificio perdurò nelle vesti di chiesa durante la stagione bizantina, per convertirsi in granaio con la Serenissima. Conobbe un primo, accurato restauro tra 1920 e 1925, ma i bombardamenti alleati del Secondo conflitto mondiale resero necessari nuovi interventi negli anni 1945-47. Nel 2014 è stato infine promosso il rifacimento delle coperture. Recuperata la funzione di lapidario assegnatagli nell'Ottocento, esso è cosi giunto a noi attraversando da protagonista secoli di storia polesana. Come nel 1806, quando Napoleone celebrò l'annessione dell'Istria con una medaglia raffigurante la propria effigie e, sulla faccia opposta, lo stesso tempio di Augusto. Questi sarebbe felice di sapere che, in architettura come in politica, aveva dunque innalzato - direbbe il suo confidente Orazio - «un monumento più duraturo del bronzo».







Il duomo di Traù. Ultimo bagliore di un romanico al tramonto

Già nel 1674 le "Memorie istoriche di Tragurio ora detto Traù" di Giovanni Lucio assegnavano al duomo di S. Lorenzo origini antiche, in quanto ne avrebbe fatto menzione l'imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (905-959). Ricostruito una prima volta nel 1003 da un patrizio di Salona, Quirinus, subì la distruzione da parte dei saraceni nel 1123. Una cronologia più certa, tuttavia, affiora a partire dal XIII secolo, quando il vescovo di origine fiorentina Treguanus intraprese la fondazione dell'attuale edificio, commemorata da un'iscrizione del portale meridionale, datata 1213. Se stile e struttura della fabbrica risultavano pressoché definiti nel 1251, l'ininterrotta attività del cantiere può dirsi esaurita solo nel 1698 con il completamento della guglia del campanile. Dagli albori del Novecento ai giorni nostri, unanime è il consenso della critica circa l'obbligo di considerare la cattedrale traurina la più bella chiesa duecentesca della Dalmazia, degna di occupare «nel novero delle bellezze dalmate un posto d'eccezione» per qualità dell'architettura e ricchezza delle opere custodite, come il battistero e la cappella del beato Giovanni Orsini, di Andrea Alessi (1467-68).

Chi si avvicini anche oggi al profilo di Ttaù, basso sul blu dell'Adriatico, non può non notare l'alto e candido campanile del duomo, animato su tre ordini da bifore gotiche, incastonate come un contrappunto alla struttura preminentemente romanica. L'iscrizione al primo livello, del 27 aprile 1422, fece pensare che si trattasse di un'addizione tarda dei «m(a- gistri) M|ate|v.z [Matteo] <et> S|tc|-f|a<nu>s [Stefano]», ma un esame più approfondito dei documenti ha ridimensionato la portata dell'intervento: dopo la conquista veneziana del 22 luglio 1420, infatti, il capitolo conferì l'incarico di risanare i blocchi e le decorazioni danneggiati dalle bombarde al mastro tagliapietre Matei Goicovich, che operò vincolato dal rispetto del disegno primigenio. La torre, inizialmente ideata in pendant a una corrispettiva mai realizzata, sormonta il portico di facciata, preludio scultoreo di raro pregio alla basilica, scandita in tre navate da pilastri a T e coperta con volte a crociera. La sostituzione del primitivo soffitto ligneo della nave centrale rese necessaria l'aggiunta di più robusti contrafforti, celati tramite il rialzo, presso le navate minori, delle falde del tetto a una quota più alta rispetto all'originaria archettatura pensile. La triplice testata absidale, adorna di archetti pensili e sottili semicolonne, svela una reminiscenza delle chiese lombarde dei secoli XI e XII, mentre i motivi delle cornici saranno, a loro volta, rievocati nel campanile di Spalato. Tra le forme dell'abside si legge inoltre l'influenza dei rapporti politici con l'Ungheria, esemplati dalle strette analogie con la testata della coeva chiesa di Ják. L'elemento che tuttavia meglio di ogni altro dischiude con le sue pietre uno sguardo sulle complesse relazioni e gli scambi
in area mediterranea all'indomani della Quarta Crociata è il corpo di accesso, ai piedi del rosone occidentale: qui, tra gli zoccoli e il fregio del nartece, risuona l'eco degli ornamenti in voga a Grado e a Venezia nel IX e X secolo, mentre il sontuoso portale, «gloria culminante dell'architettura dalmata» capace di «sfidare il confronto con qualsiasi opera di architettura romanica o gotica», è una sinfonia di suggestioni attente a cogliere o meglio raccogliere ora lo spirito eclettico del protiro del duomo di Ferrara, ora il repertorio di racemi e animali del portale maggiore di S. Marco a Venezia, ora l'innovativa poetica di Benedetto Antelami e le raffinatezze del Gotico francese. Lo scultore Radovan - "Raduanus", secondo l'iscrizione che ne commemora il capolavoro datandolo al 1240 - riversa i vertici dell'immaginazione delle due sponde adriatiche in un cesello di sculture e rilievi che ricoprono, con "horror vacui", le superfici di pilastri e ghiere concentriche. Il portale, inquadrato da due leoni stilofori su cui si ergono, pudichi, i Progenitori - una Eva-cariatide a sinistra e un Adamo-telamone a destra, medita, entro un ricco programma iconografico popolato da profeti, mesi e scene di caccia, il mistero della Natività, abilmente descritto nell'esiguo spazio della lunetta accanto al Bagno del Bambino, l'Annuncio ai pastori e l'Arrivo dei Magi.

Non sapremo mai, probabilmente, se l'autore della «più bella opera del morente Romanico in Dalmazia» abbia partecipato ai lavori della basilica marciana, se abbia agito da solo o affiancato da altre mani, come lui addestrate alla medesima ampiezza di vedute. Ciò che risulta certo, ancora una volta, è che il patrimonio storico e architettonico delle coste orientali dell'Adriatico sa raccontare un'incantevole storia di contatti e feconde "maree culturali" grazie alle quali, per dirla con lo storico dell'arte Adolfo Venturi, «tant'arte fluita in Dalmazia rifluì in Italia» nei tempi e nei modi che ancor oggi contempliamo ammirati.
Duomo di S. Lorenzo (1213-1698)




Gli altissimi ideali di un'epoca nella scultura di Giovanni Dalmata (Stefano Restelli)

È noto come negli anni del Rinascimento il versante istriano-dalmata. si sia imposto quale fucina di idee su entrambe le sponde dell'Adriatico, da un lato esportando sul territorio della penisola italiana artisti valenti, dall'altro attraendo, per converso, non pochi ingegni, richiamati dalla nomea del passato. classico-romano. Nell'instancabile dialogo delle due rive il volto di molti territori mutò profondamente, rispecchiando i principi di una cultura incline alla conoscenza onnicomprensiva del reale, in grado di definire una gerarchia coerente fra gli svariati ambiti del sapere e persino tra valori etici ed estetici. Senza queste invidiabili premesse non avremmo il palazzo ducale di Urbino, concepito nei suoi caratteri di fondo dallo zaratino Luciano Laurana, né la cattedrale di Sebenico, sorta di attuazione delle meditazioni di Leon Battista Alberti sul Tempio malatestiano di Rimini; non ammireremmo, poi, le sculture di Francesco Laurana, la cui mano si rintraccia addirittura ad Avignone. Tutte le istanze qui in gioco trovano degna rappresentanza anche nella vicenda di un altro artista di quei luoghi, accostato da alcuni commentatori proprio ai due Laurana, con i quali costituirebbe una "triade" di punta per l'orgoglio dalmata.

E "Dalmata" è appunto l'epiteto col quale è meglio noto lo scultore Giovanni Dalmata (1440 ca-post 1509). Dopo una prima formazione in patria, forse sotto la guida di Giorgio da Sebenico, Giovanni Dalmata passò in Italia, dove entro il 1464 completò il portale del tempietto di San Giacomo a Vicovaro, iniziato dal conterraneo Domenico da Capodistria. Fu quindi attivo a Roma, forse già sotto il pontificato di Pio II (1458-64), ma senz'altro al servizio del successore Paolo II (1471). Nel cuore della cristianità collaborò con gli scultori Andrea Bregno e Mino da Fiesole e, al lavoro sui portali di Palazzo Venezia, subì il fascino dell'Alberti, sviluppando un'inclinazione per l'architettura tale, da meritargli il ricordo di architetto accanto a quello di scultore e medaglista. Nel decennio 1481-91 godette di grande considerazione alla corte ungherese di Mattia Corvino, mentre a cavallo dei due secoli è attestato su entrambi i litorali adriatici: Venezia, Ragusa, Ancona e infine Traù, dove probabilmente morì, non senza avere lasciato traccia della sua arte, ravvisata in alcune sculture della Cappella Orsini nel duomo. Dal 'corpus' di Giovanni non pervenuto nella sua interezza emerge la conoscenza della scultura antica e una singolare fascinazione per le innovazioni introdotte da Donatello (1386-1466). Prova ne è il raffinato altorilievo rappresentante la "Madonna col Bambino" conservato a Padova, che riprende alcuni tratti dal gruppo centrale di medesimo soggetto scolpito dall'artista sul monumento al cardinale Bartolomeo Roverella in San Clemente a Roma (1476-77). La Vergine, posta frontalmente per due terzi della sua altezza, tiene il Figlio sulle ginocchia e volge con lui lo sguardo verso destra, assisa su un trono riccamente ornato. Dell'arredo spicca, in primo piano, il partico- lare della sfinge alata, che cita un dettaglio dell'altare del Santo realizzato da Donatello per la basilica di Sant'Antonio a Padova (1447-50). Anche l'ampio panneggio dalle pieghe spezzate è un indizio che riconduce alla personalità del maestro fiorentino e al classicismo dal carattere espressivo da lui propugnato. La composizione si inscrive in una cornice che, grazie al sovrapporsi del seggio e del capo di Maria, aggiunge una nota di profondità all'esiguo campo scolpito. Il motivo a sfere che la percorre nella parte superiore si trasforma, presso la base leggermente aggettante, in un ritmico ricadere di festoni formati da perline di dimensione decrescente e sorretti da piccoli nastri, secondo uno stilema diffuso nella pittura settentrionale.

Un elemento di questo ornato svela poi qualcosa riguardo alla possibile committenza:

nel piccolo stemma bipartito al centro si scorgono infatti l'emblema di Este (Padova) e una fascia caricata di cinque stelle con una collina a tre cime in punta, che rinvia alla famiglia Franco. L'uso della forma ellittica, frequente in ambito ecclesiastico, stringe ulteriormente il cerchio: con ogni probabilità il rilievo venne elaborato per la devozione privata per conto di Niccolò Franco (1425-1499 ca.), arciprete della cattedrale patavina, nunzio alla corte di Spagna dal 1475, vescovo di Parenzo tra 1476 e 1485 e poi di Treviso. Mecenate di letterati e artisti, ricoprì inoltre mansioni diplomatiche fra Venezia e la Corte pontificia. È quindi verosimile che l'incarico sia giunto al Dalmata nel corso del soggiorno romano, oppure in territorio veneto. Pare a ogni modo lecito (e forse anche più suggestivo) immaginare che il primissimo proponimento del prelato riguardo a un'opera firmata da Giovanni sia emerso, suscitato dalla di lui fama, sull'altra sponda adriatica, dove Franco svolse - almeno nominalmente - una parte significativa del proprio ministero episcopale.



Giovanni Lovrovich

Giovanni Eleuterio Lovrovich (Sebenico, 20 febbraio 1915 – Albano Laziale, 11 luglio 1998) è stato un presbitero e storico italiano.

Lovrovich nacque a Sebenico da Nicolò Lovrovich, funzionario governativo di origine italiana, e Petronilla Borchich, nata nella vicina Lissa. Il cognome stesso della famiglia, come affermerà in seguito lui stesso, era in realtà la traduzione slava del cognome italiano "Lorenzi" o "Di Lorenzi".

In seguito alla cessione di buona parte della Dalmazia al regno SHS in forza del Trattato di Rapallo, nel 1923 i Lovrovich si spostarono a Zara, rimasta in territorio italiano. L'intera famiglia fu costretta a spostarsi nuovamente ad Ala, in provincia di Trento, al seguito di Nicolò che aveva ottenuto un incarico nella località trentina: fu proprio in Trentino che morì Petronilla, ancora giovane, il 23 luglio 1924. Nicolò e i figli, tra cui il piccolo Giovanni, tornarono infine a Zara, dove Giovanni terminò gli studi elementari.

All'età di soli undici anni il ragazzo dichiarò al padre di volere diventare sacerdote, e così il 13 agosto 1926 Giovanni Lovrovich entrò nel seminario arcivescovile di Zara dove frequentò il ginnasio, poi il liceo e infine il corso di teologia. Proprio a Zara il giovane sacerdote incontrò nuovamente Pietro Doimo Munzani, che già aveva conosciuto in Dalmazia durante la sua infanzia, il quale nell'agosto 1926 venne eletto arcivescovo di Zara. Fu appunto monsignor Munzani che ordinò sacerdote don Giovanni, il 26 giugno 1938.

Nominato vice-direttore del seminario arcivescovile e responsabile della locale Azione Cattolica, che operava in semi-clandestinità a causa dell'opposizione del regime fascista, nel 1940 don Giovanni venne nominato parroco della Collegiata di San Simeone in Zara: tuttavia in quel periodo si verificarono la seconda guerra mondiale, con la ritirata italiana dalla Dalmazia, la proclamazione del regime di Ante Pavelić nel nuovo stato della Croazia e in seguito l'annessione di Zara alla Jugoslavia comunista di Tito.

La situazione degli italiani che risiedevano in territorio jugoslavo era precipitata, nonostante fosse stato siglato un armistizio tra Italia e Jugoslavia e la carta fondamentale jugoslava riconoscesse pari diritti a tutti. Don Lovrovich, insieme al suo arcivescovo Pietro Doimo Munzani, si recarono a Zagabria il 7 maggio 1948 per parlare con il presidente della repubblica federale croata, dal quale non ottennero garanzie riguardo agli italiani di Dalmazia. Fu favorito l'esodo della popolazione italiana rimanente, e così anche la famiglia del Lovrovich partì da Zara nella notte tra il 25 luglio e il 26 luglio 1948, diretta alla volta dell'Italia dove don Giovanni, il padre Nicolò e la sorella ritrovarono i loro due fratelli.

Giovanni Lovrovich fu testimone oculare dei bombardamenti di Zara, e in prima linea nel soccorso materiale e spirituale ai civili in difficoltà. Iscrittosi nel 1966 alla Società Dalmata di Storia Patria, nel 1974 don Giovanni pubblicò la monografia storica "Zara dai bombardamenti all'esilio 1943-1944", testo di grande importanza nella ricostruzione storica di quel tragico periodo, tradotto in lingua croata nel 2008.

Al suo arrivo in Italia, don Giovanni Lovrovich venne accolto dal cardinale vescovo di Albano Giuseppe Pizzardo, che lo nominò direttore spirituale del seminario vescovile di Albano Laziale. In seguito, il 15 luglio 1950, il cardinal Pizzardo nominò Giovanni Lovrovich "vicario coadiutore perpetuo con diritto di successione" di monsignor Guglielmo Grassi, abate parroco della basilica di San Barnaba in Marino. Il 14 settembre 1954 monsignor Giovanni succedeva a Guglielmo Grassi nella carica di abate parroco mitriato della Basilica di San Barnaba.

L'impegno pastorale di don Lovrovich fu molto intenso, nei quasi trenta anni di attività nella parrocchia di San Barnaba. Nel 1963 papa Giovanni XXIII, che aveva visitato Marino nell'agosto 1962, nominò don Giovanni cameriere segreto soprannumerario. Nel 1980 papa Giovanni Paolo II invece lo nominò Prelato Ordinario.

Fu per l'impegno del nuovo parroco e dell'onorevole, futuro Servo di Dio, Zaccaria Negroni[senza fonte] che venne restaurato e ampliato l'Oratorio Parrocchiale San Barnaba. Nel 1973 organizzò la celebrazione religiosa per il bicentenario della morte della Serva di Dio marinese Barbara Costantini. Tra il 1978 e il 1979 vennero messi in opera importanti lavori nella Basilica di San Barnaba, tra cui la messa a norma del presbiterio secondo le disposizioni del Concilio Vaticano II.

Sotto la sua guida pastorale fiorirono numerose compagnie teatrali a Marino e nelle due sale parrocchiali, l'Auditorium "monsignor Guglielmo Grassi" e il cinema-teatro "Vittoria Colonna", si tennero numerosi spettacoli fra cui, nel 1980, il dramma La Parrocchietta di Leone Ciprelli, di cui ricorrevva il quarantesimo anno dalla morte.

Don Lovrovich, la cui situazione di salute non era più buona come un tempo, si ritirò ufficialmente dalla guida della parrocchia il 3 dicembre 1989 succeduto nella carica da don Elio Abri. Da allora il prelato visse nella Casa dei Sacerdoti situata presso il seminario di Albano Laziale, dove morì nel 1998.

Nel decennale dalla sua morte, l'11 luglio 2008, a Marino è stata dedicata al sacerdote la scalinata che collega piazza San Barnaba in via Giuseppe Garibaldi, inaugurata negli anni sessanta proprio dallo stesso don Lovrovich.

Oltre all'impegno come memore della tragedia degli italiani e dei dalmati durante e dopo la seconda guerra mondiale, Giovanni Lovrovich si dedicò anche a numerosi scritti sulla sua "nuova patria", Marino: oltre al merito di aver "riscoperto" una figura per molti versi dimenticata come Giacoma de Settesoli, nel 1981 pubblicò una preziosa e completa monografia su Marino ("Lo vedi ecco Marino") scritta a quattro mani con Franco Negroni, giornalista e autore teatrale dialettale.

Opere:

Zara dai bombardamenti all'esodo 1943-1944 (Marino 1974);

Jacopa dei Settesoli (Marino 1976);

Pietro Doimo Munzani Arcivescovo di Zara (Marino 1978);

Lo vedi ecco Marino (Marino 1981).

giovedì 7 dicembre 2023

Letteratura Capodistriana

Capodistria non è stata una città grande e nemmeno ricca ma, entrata nella sfera d'influenza di Venezia e divenuta parte integrante e attiva della Repubblica Veneta, ha acquistato una posizione di preminenza in Istria quale centro amministrativo e giurisdizionale provinciale, sede di un capitano e podestà d'ordine senatorio con competenza prefettizia. Ha operato, a latere, un suo Maggior Consiglio al quale è stata affidata qualche funzione pubblica, l'elezione del podestà della località di Due Castelli, e, per concessione dogale, la giurisdizione di "misto e mero imperio" del castello di Pietra Pelosa ai marchesi Gravisi.

Importante centro anche religioso con un antico vescovato, un nutrito corpo ecclesiastico, chiese, conventi e monasteri ai quali si deve il substrato di una cultura che ha elevato la piccola città su posizioni degna di ogni considerazione.

Significativa la cura riservata fin dai tempi più antichi alla scuola quale fucina di formazione umanistica, alla quale sono andate le cure e le risorse disponibili con interventi pubblici e privati tanto da lasciare tracce eminenti tutt'ora riscontrabili.

Da ricordare per primo il Collegio Giustinopolitano (detto poi dei Nobili) entrato in attività con la costruzione di una propria sede nel 1675 ed operante fino al 1947, fucina di molte generazioni di giovani avviati poi agli studi universitari.

Nel corso del 1700 i vescovi Paolo Naldini e Bonifacio da Ponte hanno aperto un seminario ecclesiastico per la preparazione in sede propria dei sacerdoti della diocesi, che non sono stati pochi. Il Collegio Giustinopolitano è passato attraverso le vicende storiche seguite alla caduta della Repubblica Veneta assumendo i modelli statali francese ed austriaco e nel 1848 è avvenuta la rifondazione comunale quale Ginnasio Giustinopolitano, poi Ginnasio Superiore statale per assumere infine, dopo il 1918, la strutturazione del Ginnasio Liceo classico "Carlo Combi".

Nella seconda metà del 1800 vi si affiancavano l'Istituto Magistrale ed il Convitto Parentino-Polese, interdiocesano, che negli anni 20 del 1900 è divenuto Seminario Ecclesiastico, sempre interdiocesano.

La scuola elementare di primo grado veniva completata con un grado secondario, detto "scuola cittadina", riformato negli anni 20 in Scuola di Avviamento al Lavoro, intitolata a "Gian Rinaldo Carli", affiancata da una libera Scuola Agraria con un proprio convitto, e verso la fine degli anni 30 dall'Ente Nazionale di Educazione Marinara con una propria scuola intitolata a "Nazario Sauro" e con un motopeschereccio per le esercitazioni pratiche.

Si sono guadagnati la generale considerazione cittadina due istituti di origine privata, il Pio Istituto Grisoni ed il Collegio Santa Chiara. Il primo, di origine testamentaria con sezioni maschile e femminile, ha svolto funzioni assistenziali con una notabile sezione anche scolastica e mantenimento agli studi superiori, magistrali e universitari. Il secondo, ha svolto attività scolastica ed educativa femminile, gestito dalle Dame Dimesse di Udine con classi magistrali in- terne riconosciute dalla scuola pubblica. Negli anni '30 è entrato in attività anche il Collegio San Marco, maschile, gestito da un sacerdote che ha curato l'assistenza sociale e scolastica di ragazzi bisognosi e meritevoli di studi ginnasiali e liceali. La frequentazione era buona e non pochi alunni venivano dall'Istria, dalla Dalmazia e da Trieste al richiamo di una classe di insegnanti ben preparati, di un ambiente culturalmente ricettivo, ordinato e disciplinato.

Non poche le biblioteche, specialmente monastiche, e ricco il patrimonio librario pubblico e privato, laico e chiesastico, con libri rari e di valore, opere miniate, codici membranacei e cartacei, incunaboli, cinquecentini via via arricchitisi nei secoli tanto da potersi contare a migliaia, che solo gli eventi distruttivi del dopoguerra del 1945 hanno falcidiato o disperso.

Un particolare accenno va fatto al ricco fondo musicale del Duomo ed hanno rivestito un ruolo di primaria importanza anche le accademie letterarie, la più importante e longeva delle quali è stata l'Accademia dei Risorti.

Non è vuota enfatizzazione parlare di qualificati contributi di Capodistria alla storia della letteratura italiana. Sia per una precisa caratterizzazione attinente a molti degli autori e ai contenuti delle loro opere, sia per quanto riguarda la componente cronologica, che prende l'avvio nel 1200 con la "Summa perutilis" di fra Monaldo da Capodistria, detta anche "aurea" o "monaldina", testo di formazione giuridica civile e canonica riportato nel corso del tempo in numerose copie delle quali si conoscono oggi sette codici, uno dei quali a Trieste (Coll. Scaramanga). Nel 1516 compare in Francia anche un'edizione a stampa.

Una letteratura che nasce e prospera localmente ma che travalica spesso il confine locale occupando dignitosamente un suo proprio spazio.

In latino e in volgare, con quella "Canzone della pietra filosofale" di Daniele di Bernardo del Pozzo che compare tra i primi autori ad avvalersi dell'italiano quale lingua degna di considerazione anche in sede letteraria. Siamo tra il 1300 e il 1400.

Nicoletto d'Alessio, cancelliere e protonotaro dei Carraresi di Padova, è anche umanista e verseggiatore. Pier Paolo Vergerio il Vecchio, docente nello Studio di Padova, pedagogista, entra nel novero dei maggiori umanisti e lascia inedito l'epistolario che, tradotto dal latino in perfetto italiano, viene pubblicato nel 1934 per conto dell'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (Fonti per la Storia d'Italia) dall'inglese Leonard Smith residente a Capodistria per non pochi anni. Santo de Pellegrini, vicario in temporalibus dei patriarchi d'Aquileia, trova il tempo di dedicarsi anche alle lettere. Andrea Divo, grecista e latinista, cura edizioni che vengono riprese anche in Francia e in Svizzera, con più ristampe. Gerolamo Muzio, propugnatore della lingua italiana e della disciplina civica, è autore del poemetto "L'Egida" (che verrà dato alle stampe nel 1913) nel quale riveste di versi la leggenda della fondazione di Capodistria sullo scudo gorgoneo. Poi Giovanni de Albertis, medico che affronta le epidemie di peste con acute osservazioni e ne scrive, Giandomenico e Giovanni Maria Tarsia, Girolamo e Giovanni Vida, Giovanni Tazio, Alfonso Valdera, e Vincenzo Metelli e Giovanni Zarotti nei versi dei quali giunge l'eco delle lotte contro gli Ottomani e della battaglia di Lepanto. Roncaldino Spelati riordina e salva le opere di un trisavolo. E ancora Crispo Justinopolitano (Belgramoni), poeta lirico, Cristoforo Belgramoni, Giulio de Belli, che verseggia in latino, mentre Leandro Zarotti, medico, pubblica un testo di medicina. Vengono ammesse nella repubblica delle lettere (e nella Compagnia della Calza) anche le donne, con Caterina de Ingaldeo.

Si impone la lingua italiana come lingua elitaria, si usa anche il dialetto non come mero indulgere a viete forme di campanilismo ma come materia di studio che sfocia nella glottologia e nella dialettologia prestando attenzione ai testi delle antiche "mariegole", le popolari confraternite d'arti e mestieri nonché, comparandone i testi, alle lettere di corrispondenza privata Dialetto che trova nei versi di Tino de Gavardo l'aedo più amato e citato anche al giorno. d'oggi. Emergono, specchio di una realtà storica ben radicata, studiosi di valore quali Giuseppe Vidossi, già preside del Ginnasio Superiore e professore nell'Ateneo di Torino; il preside Enrico Rosamani, autore di due vocabolari; Giulio de Manzini, autore di un terzo vocabolario, e Lauro Decarli.

Per quanto riguarda il latino, va detto subito che Capodistria si trova collocata in una posizione culturale non ancora cancellata, allineando tutt'ora non poche persone educate dalla scuola nel clima di una civiltà creata proprio dal latino. Mario Derin, traduttore dei poeti classici in versi ritmici italiani, rappresenta come si vedrà un singolare tratto d'unione tra il latino e il dialetto con due sostanziosi suoi volumi editi nel 1959 e il 1965.

Nel 1500 fanno la parte del leone Gerolamo Muzio, da un lato, e Pier Paolo Vergerio il Giovane, vescovo apostata, dall'altro, in feroce lotta tra la Riforma, il Concilio di Trento e la Controriforma, motivo di numerose pubblicazioni a sostegno dell'una e dell'altra delle parti in lotta. Numerosi i libri, molti dei quali (quelli circolanti in Istria) sono stati sequestrati e relegati presso la sede provinciale dell'Ufficio contro l'Eretica Pravità, ubicata nel convento di San Francesco, dove sono andati perduti in epoca napoleonica al tempo dei lavori di apertura della Strada Eugenia che hanno comportato la demolizione di una parte del convento. Giovanni Tazio (Tacco) si fa paladino, con un trattatello, della disciplina intellettuale, Gian Domenico Tarsia è traduttore di Floro e Valentiniano e si pone tra i pochi che osano. testimoniare in favore del vescovo Vergerio, Cristoforo Zarotti, oratore, è commentatore di Ovidio, Giovanni Andrea Favonio Vergerio, discendente del primo Vergerio, l'umanista, è della partita con un altro Vergerio, Aurelio, letterato e segretario di Papa Clemente VII.

II 1600 è l'epoca di Santorio Santorio, il celebrato medico iniziatore della medicina sperimentale e dell'uso del termometro, autore di molti testi ripetuti in molte edizioni e tradotti in lingue estere. Il campo delle pubblicazioni si allarga trattando argomenti non solo letterari ma anche storici con Nicolò Manzuoli (è sua, edita nel 1611, una storia dell'Istria), di medicina con Marc'Antonio Valdera e Girolamo Vergerio, di araldica con Giulio Cesare de Beatiano, di geografia con Francesco Almerigotti, scientifici con Carlo Antonio Manzini, con i tre de Belli, Raimondo Fini, Francesco Grisoni. Prospero Petronio, medico esercitante a Trieste, lascia una voluminosa opera manoscritta in due volumi, pubblicati in questo dopoguerra, riguardanti la storia dell'Istria e sue memorie sacre e profane con molte illustrazioni a penna. Gian Rinaldo Carli Senior, dragomanno veneziano a Costantinopoli, spazia in un campo del tutto inusitato traducendo dal turco testi di letteratura e di musica ottomana. Ottoniello de Belli illustra in versi satirici l'ambiente universitario dello Studio di Padova e Pietro Pola si dedica alla commediografia.

Il 1700 è il secolo dei nuovi orizzonti culturali, scientifici, filosofici, sociali, con un finale travolgente che introduce tutto e tutti in un mondo nuovo. Domina la figura del conte Gian Rinaldo Carli, che lascia un'eminente mole di opere e di scritti vari che egli stesso rac- coglie nell'opera omnia di diciannove grossi volumi usciti tra il 1784 e il 1787 con numerosi ampliamenti e rifacimenti. Poligrafo di grande versatilità, letterato, storico, archeologo, economista, riformista, industriale, docente dello Studio di Padova, preposto ad una branca della. Casa dell'Arsenale di Venezia, uomo di governo nella Milano di Maria Teresa, va ricordato anche per essere stato uno dei primi italiani a manifestarsi cosciente dell' unità nazionale col noto articolo Della patria degli Italiani (1765). Va ricordato il singolare caso di una sua opera pubblicata a seguito della morte della prima moglie (deceduta per tisi polmonare) con la quale attacca i medici curanti che gli fanno causa ottenendo dal tribunale l'eliminazione dell'edizione, della quale si salva una sola copia conservata dalla Biblioteca di Lucca in cassaforte dato l'elevato valore bibliografico del libro. Opera a Capodistria in sintonia con lui il cugino marchese Girolamo Gravisi di Pietrapelosa, letterato ed accademico dei più attivi, agronomo e aperto allo spirito di rinnovamento, autore di una decina di pubblicazioni e di una cinquantina di inediti con intensi carteggi, mantenuti anche da lui come dal cugino, con i perso- naggi più in vista del suo tempo. L'epistolario del Carli verrà pubblicato nel 1914. Un ampio sguardo sulla società di questo periodo è dato dal poemetto satirico "La Rinaldeide o sia il Lanificio di Carlisburgo" di Alessandrone de Gavardo, che del Carli è stato compagno e Accademico Risorto, dato alle stampe nel 1947. Verseggiatore di facile vena (si amava dire che egli poteva poetare stando anche su di un solo piede), è figura rappresentativa di una società amante degli spassi e dei convenevoli di circostanza come documentato dalle numerose raccolte in versi pubblicate da vari gruppi di autori nelle più disparate occasioni tra i quali egli non manca di comparire.

Secolo ricco di opere letterarie, accanto alle quali si pongono anche opere di contenuto storico, economico, amministrativo e scientifico con Vincenzo Ricci, fra Domenico Maria Pellegrini, Giuseppe Bonzio. L'ingegnere Nicolò de Belli lascia tre opere di contenuto tecnico e Giuseppe Gravisi si interessa di antiquariato.

Vanno ricordate in questa cornice settecentesca anche le raccolte a stampa delle norme amministrative di buon governo locale, come la Raccolta Paruta, la corografia ecclesiastica del vescovo Naldini (ripubblicata in edizione anastatica dall'Editore Forni di Bologna), il catechismo del vescovo Bruti, i sinodi diocesani, le anagrafi del canonico Rossi.

Interessante la traduzione in italiano della monumentale opera concernente lo stato presente di tutti i paesi e popoli dell'inglese John Salmon (1756), curata dal Carli, che introduce tra le illustrazioni l'incisione della prima veduta panoramica della Capodistria settecentesca...

II 1800, iniziato sotto l'influenza degli eventi di fine 1700, è un secolo di grandi rivolgimenti con avvenimenti incalzanti tanto che la nostra letteratura perde alquanto del suo nitore formale e la posizione di centro indiscusso e invidiato della cultura istriana, allargandosi però in campi sempre più vasti resi possibili col venir meno dell'assolutismo governativo nei principali paesi europei con risonanze specifiche rispondenti a nuovi ideali sociali filosofici e politici, che sfociano dopo il 1848-1849 in intrecci e finali ancor più travolgenti.

Paolo Blasi ha raccolto ed ordinato la materia in quattro volumi riguardanti la produzione poetica, che per praticità d'ordine e consultazione conviene qui seguire con riguardo anche alla prosa in quanto gli scrittori non producono solo opere di poesia ma anche, e magari in prevalenza, opere di prosa di vario genere e contenuto.

Il primo periodo va dal 1797 al 1849, comprende Giulio de Gravisi, funzionario dell'amministrazione austriaca a Trieste e a Gradisca, ossequiente quindi all'ordine costituito, autore di testi teatrali di contenuto drammatico, di componimenti lirici e di versi encomiastici. Tra i verseggiatori si pongono Antonio Albertini e Antonio Carpaccio detto anche Scarpazza.

Molto attivo è Giuseppe de Lugnani, che opera a Trieste, bibliotecario della Civica, professore accademico, che lascia tre volumi di tragedie, autore di una dozzina di testi di cantate eseguite talune nel Teatro Grande (l'attuale Giuseppe Verdi) e di opere didattiche. L'età risorgimentale prende l'avvio con Antonio de Madonizza, avvocato, eminente uomo politico deputato al Parlamento di Vienna e presidente della Dieta dell'Istria. Compare tra i fondatori del noto periodico letterario triestino "La Favilla" e lascia memorie che vengono pubblicate a Trieste nel secondo dopoguerra. in due edizioni biografiche.

Francesco Combi, avvocato, podestà, letterato di vecchio stampo, autore di poemi di contenuto biblico e didascalico e di non poche traduzioni di testi latini. Lascia un inedito riguardante la produzione delle saline locali costituenti ancora un importante elemento nell'economia locale, di cui si interessa anche Nazario Gallo in sede sia tecnica che letteraria. Il figlio Carlo Combi, avvocato anche lui, è figura centrale e capo riconosciuto dell'irredentismo istriano e pertanto deve esulare a Venezia dove entra nel corpo docente in diritto civile di quell'ateneo. Filantropo, giornalista, scrittore dei più autorevoli con opere che lasciano tracce durature, verseggiatore ironico e giocoso, autore anonimo della corposa strenna "Porta Orientale" uscita per un triennio e ristampata alcuni anni dopo in volume unico. Lascia un voluminoso epistolario che viene pubblicato a Trieste nel 1946.

Nazario Gallo si interessa dei problemi della salificazione, come detto, ma anche del collocamento del prodotto. Filantropo, è aperto ai problemi sociali che tratta anche con partico- lari edizioni libresche. Giovanni de Manzini, avvocato, socialmente attento ai problemi del vivere civile, poeta vernacolo, è considerato il maggior verseggiatore di questo periodo, attento anche ai problemi della scuola. Paolo Tedeschi, triestino ma insegnante nel Ginnasio di Capodistria, dove per lo più vive, è autore di non poche poesie di contenuto serio ma non disdegna il vernacolo e il colore locale in versi non scevri di sottile contenuto ironico. Il marchese Federico de Gravisi, avvocato residente a Napoli, dantista, pubblica alcuni libri di vario contenuto letterario, storico e sociale. Giovanni Riosa, residente a Milano, preside a Monza, pubblica un compendio di storia della pedagogia, che, tirando le somme, possiamo considerare una delle materie di interesse specifico più seguita dagli autori capodistriani di ogni epoca.

Si arriva verso la fine di un'epoca (1870-1914) con l'abate Lorenzo Schiavi, friulano lealista, insegnante ginnasiale molto impegnato, autore eclettico e faceto che mette in versi tutti i fasti e nefasti di Capodistria, dove, profugo a rovescio, si è ritirato a vivere nel 1866 quando gran parte del Friuli passa al Regno d'Italia. Anteo Gravisi ristampa in un volume unico l'opera in tre volumi dello Stancovich, "Gli uomini distinti dell'Istria" col corredo di note esplicative, lascia sei suoi lavori editi con lo pseudonimo Gian Filippo Squinziani. Nicoletta de Madonizza traduce e pubblica lo studio sui castellieri istriani di Richard Francis Burton, console inglese a Trieste, uno dei primi a prestar interesse a questo tipico insediamento preistorico. Giacomo Babuder, esimio direttore per molti anni del Ginnasio Superiore, lealista, si occupa di letteratura popolare e, verso la fine del secolo, pubblica alcuni approfonditi saggi. Di Tino Gavardo si dice a parte (sei edizioni riguardanti la silloge Fora del semenà, e altri scritti, 1912, 1914, 1939, 1944, 1944, 1950). Personaggio di spicco in sede irredentista è Felice Bennati, avvocato e giornalista, deputato liberale nella Dieta dell'Istria, deputato italiano a Vienna, infine senatore del Regno d'Italia, in servizio diplomatico nel primo dopoguerra, autore di un libro comparso con lo pseudonimo Istriano riguardante il diritto d'Italia all'Istria. Il fratello maggiore, don Giovanni Bennati, tenuto in disparte dall'amministrazione diocesana per le sue idee liberali, è prolifico autore di versi in rime ingenue.

Si distinguono in questo periodo alcuni uomini di chiesa per cultura non comune. Nella prima metà del secolo, Elio Nazario Stradi, preposito mitrato, professa sentimenti schiettamente italiani pur in veste lealistica, ed è autore di cinque opere a stampa. Don Angelo Marsich, studioso di storia locale, raccoglie in un voluminoso codice manoscritto le effemeridi storiche istriane, che egli pubblica volta per volta sulla stampa periodica. Giovanni Favento, canonico Apollonio, educatore, primo direttore del Ginnasio civico quarantottesco, è autore di libri di teologia e storia ecclesiastica tradotti anche in francese ed inglese. Universalmente stimato, si vuole erigere in sua memoria un marmo, che le autorità politiche vietano per le sue idee liberali.

Il poetare, lo scrivere versi a proposito e sproposito attira un po' tutti, perfino quel Giovanni Depangher, che pubblica una silloge tanto strampalata da indurre l'editore a scusar- si con i lettori quale semplice esecutore. Poesie su fogli volanti vengono pubblicate per lo più con pseudonimi o cifrati scherzosi e distribuite in occasione di qualche avvenimento di richiamo o degno di citazione, come il varo di un veliero o la venuta di un apprezzato padre predicatore o la prima visita del nuovo vescovo, o un matrimonio e così via. Il foglio riguardante le fauste nozze della marchesa Gravisi con l'orefice Paccanoni è accompagnato da un opuscolo con la storia del castello di Pietrapelosa, antico feudo dei Gravisi. In questo secondo dopoguerra si arriva a Domenico Venturini che, in occasione dello sposalizio di una nipote, pubblica a lei dedicata una composizione in versi che rappresenta l'ultima manifestazione di questo genere, in epoca ormai moderna. Il comporre, lo scrivere, l'esternarsi in qualche maniera è cosa comune, ogni occasione è buona. Il barbiere Giovanni Pieri, che tiene bottega aperta anche a chi vuol declamare i suoi versi, pubblica un opuscolo in forma di trattatello dedicato all'arte ch'egli esercita. L'inaugurazione della nuova canonica ed episcopio viene ricordata con un opuscolo pubblicato dal canonico Francesco Petronio. È attivo a Trieste Nicolò Cobolli dove si occupa dell'educazione giovanile (vanno ricordati i ricreatori comunali), pubblica pagine di storia patria e di folclore popolare. A Trieste opera anche l'educatore Angelo Scocchi, mazziniano, che coltiva studi storici e linguistici cinque dei quali dati alle stampe. Nicolò del Bello estende il campo dei suoi studi su tutta l'Istria pubblicando un documentato volume sulla situazione economica della provincia.

Da ricordare inoltre i numerosi annuari, ricchi di notizie e di dati, pubblicati regolarmente dal Ginnasio Superiore, dall'Istituto Magistrale, dal Convitto Parentino Polese ed anche dalla Scuola di primo grado. Non manca chi si interessa della socialità popolare quale il tipografo editore Tondelli, che pubblica annualmente un "Lunario pel popolo di Capodistria" in adatto formato tascabile.

La storia di Capodistria e della terra d'Istria mantiene posizioni centriche con pubblicazioni curate per lo più dall'editore Carlo Priora, conduttore e proprietario dello stabilimento tipografico cittadino più attrezzato ed attivo. Ricorrono i nomi del prof. Giuseppe Vatova, glottologo, cultore di studi folcloristici, che lascia una corposa raccolta di proverbi pubblicata postuma dal figlio; del prof. Francesco Majer, primo direttore della biblioteca civica ed ordinatore dell'archivio storico comunale del quale cura la pubblicazione, autore di vari studi storici; di Gedeone Pusterla, pseudonimo di Andrea Tomasich, instancabile compulsatore dei patri documenti e autore di non pochi scritti quasi tutti pubblicati. Sono da ricordare le memorie del capitano Biagio Cobol, comandante per molti anni di piroscafi del Lloyd Austriaco sulle linee dell'Estremo Oriente, raccolte in un grosso volume manoscritto sul quale egli ha riportato notizie e curiosità di vario genere, annotazioni tecniche raccolte in mari dove non esisteva ancora la cartografia moderna, episodi curiosi, incontri con spunti un po' avventurosi, usi e costumi locali da tenere presenti negli approdi. Il tutto rimasto inedito e probabilmente andato perduto, tranne una piccola parte comparsa a puntate nel settimanale "La Sveglia" del 1903. Legato in fraterna amicizia col poeta Tino Gavardo, il capitano Cobol scambia con lui scherzosi versi. Il congiunto Giuseppe Cobòl, enotecnico attento ai problemi rurali con una pubblicazione in materia di igiene, intraprende una viaggio di studio fino in Giappone e pubblicava un libro di memorie (1904).

Nella seconda metà del 1800 vedono la luce diversi periodici, primo e più longevo dei quali "La Provincia dell'Istria" di proprietà della famiglia Madonizza, che ne cura assiduamente le puntuali uscite. Da ricordare poi "L'Unione Cronache Capodistriane" curata dal dott. Domenico Manzoni, propugnatore di una scuola di giornalismo a livello universitario, cospiratore attentamente vigilato dalla polizia con perquisizioni ed angherie tali da far sì ch'egli, in un certo momento, si chiuda in casa non uscendo più. Lascia due racconti lunghi. E ancora i periodici "Patria", "Risveglio", il foglio satirico "El Pever" dell'editore Priora. Col nuovo secolo, il 1900, seguono i periodici "Era Nuova", "La Sveglia", "Egida", "L'Aurora" curata dal Pio Istituto Grisoni come scuola tipografica, e il bollettino della Società Escursionisti Monte Maggiore curato dal prof. Gian Andrea Gravisi Barbabianca, uno dei fondatori della società. Notabile sopra tutto la rivista culturale "Pagine Istriane" con molti collaboratori di valore, che esce in tre serie (1904, 1922, 1946) fino a non molti anni fa quando emigra a Genova dopo molti pregevoli numeri usciti a Capodistria e a Trieste. Non mancano i numeri unici e le strenne, circa una ventina in tutto.

Il nuovo secolo richiama Nazario Stradi, avvocato, patriota ancora al passo del Risorgimento e apprezzato relatore delle glorie municipali, attento alla socialità, che si esprime anche in versi. Figura quanto mai esuberante di carattere e di spregiudicate uscite è Michele Depangher, medico otorinolaringoiatra esercitante a Trieste, autore di interessanti opere di vario contenuto e prolifico verseggiatore (ha messo in versi anche la medicina in due volumi, uno per gli uomini ed uno per le donne). Dichiarato antisemita, non esitata a prendersela anche col comune di Trieste e col sommo vate Gabriele D'Annunzio. La palma della maggior rappresentatività in materia letteraria va a Domenico Venturini, dirigente scolastico, scrittore eclettico e assai prolifico, storico, verseggiatore, commediografo, dirigente con la moglie Pinotta Ciasca delle compagnie filodrammatiche cittadine, pubblicista, attivo anche dopo il 1945 a Capodistria e a Trieste. Tutt'ora valida la sua guida storica della città, edita nel 1906 per conto dell'editore Benedetto Lonzar. Il trentino Celso Osti, residente a Capodistria quale professore ginnasiale, è primo preside del Ginnasio Liceo "Combi (1918) e autore di non poche pagine storiche e illustrative dell'antico celebre istituto. Inizia la sua attività un giovane promettente, Francesco Semi, professore ginnasiale, latinista, glottologo e dialettologo, con studi storici riguardanti le belle arti di Capodistria e di tutta l'Istria. Trasferitosi a Venezia, continua indefessamente a lavorare fino a tarda età, con studi e pubblicazioni riguardanti la piccola patria ormai perduta., da considerare uno degli autori più prolifici. E legato alla scuola anche Renato Pieri, dirigente scolastico con incarichi espletati all'estero, che pubblica le memorie della sua permanenza nei vari paesi. Il conte Gregorio de Totto si occupa di storia patria con particolare riferimento alla genealogia delle numerose famiglie nobiliari locali con il ricco corredo araldico, che le ha contraddistinte, Il prof. Gian Andrea Gravisi rivolge la sua attenzione al territorio e pubblica per lo più lavori di toponomastica.

Non mancano i buontemponi che si scambiano versi giocosi, Toni Padovan, Nicolò Scampicchio, Rino Rello (pseudonimo di Vittorino Pizzarello), versi che compaiono a volte pubblicati dal periodico umoristico triestino "El Marameo". Toni Minutti, direttore del ricreatorio comunale, raccoglie in un volume dattiloscritto, intitolato "Liber Niger", una nutrita serie di poesie dialettali di contenuto autobiografico e satirico, specchio fedele della vita cittadina suo tempo, rimasto quasi del tutto inedito.

Comincia a fasi conoscere il conte Nino de Totto con due sillogi poetiche.

Con l'entrata dell'Italia nel secondo conflitto mondiale il corso degli studi e delle pubblicazioni subisce qualche rallentamento ma compaiono gli scritti dei più giovani in certo qual modo favoriti dal richiamo alle armi dei più anziani.

L'ultimo giorno di aprile del 1945 segna la fine della seconda guerra mondiale ma anche la fine dell'antica e civile città di Capodistria con stacco violento dal contesto di appartenenza storica e l'esodo della popolazione autoctona.

Emerge uno stato di fatto difficilmente riscontrabile in casi similari, la permanenza di una "capodistrianità" mantenuta caparbiamente da molta parte degli esodati anche in terre lontane e manifestata nel modo più civile con opere dello spirito, della letteratura, dell'arte. Pur cancellata dalla carta geografica e dalla memoria storica ufficiale, Capodistria continua a vivere tra gli esuli, che non hanno accettato il ruolo a loro imposto, attraverso le pagine di un notevole numero di scritti, per lo più pubblicati..

Il romanzo raggiunge con Pier Antonio Quarantotti Gambini, che vive tra Trieste e Venezia, il vertice letterario non solo locale ma con risonanza in campo europeo, con edizioni in alcune lingue di maggior diffusione ed una trasposizione cinematografica per il grande e piccolo schermo. Emerge il ciclo detto "degli anni ciechi" ambientato a Semedella, due volumi di versi e altri scritti. Nino de Totto, vive a Roma incline ad occuparsi anche di politica entrando in parlamento e nel consiglio comunale romano, pubblica quattro romanzi a sfondo autobiografico alternati con opere in versi. Pier Paolo Vergerio conte di Cesana, vive in Veneto completamente staccato dalla "capodistrianità" ma va ricordato anche lui per essere il discendente diretto dell'omonimo cinquecentesco vescovo apostata e per il romanzo biografico che lo riguarda da lui pubblicato nel 1989. Bruno Maier, il noto critico letterario e storico della letteratura italiana, si fa romanziere una volta tanto con un lavoro autobiografico.

Segue, forse con meno fortuna ma non senza qualche buona pagina, la novellistica, l'aneddotica, il racconto, la favola, genere questo rimasto per lo più inedito o non accessibile. Non mancano comunque lavori dati alle stampe in lingua e in dialetto da autori quali Francesco Semi e Mario Zetto con testi del contenuto più vario.

Il diario di Lina Derin comparso postumo nel 2000 in forma epistolare a cura di Giannantonio Godeas apre una finestra sul più cruciale periodo della storia cittadina, il secondo dopoguerra, e così pure i diari di Domenico Venturini (1914-18) e di Benedetto Lonza (1942-47) andati perduti nel marasma dell'esodo. Molto interessanti ma tutt'ora inedite le me- morie del gen. Elio Italo Vittorio Zupelli, ministro italiano della guerra il 24 maggio 1915, e le memorie di Ettore Gerosa legate all'ambiente dei fuoriusciti capodistriani del 1915-18, inedite. Inedite o poco note anche le memorie di Antongiulio Cobolli Gigli, sottotenente di artiglieria sul fronte russo del Don (1942) e di Giorgio Cobolli, cieco di guerra, arrestato e imprigionato in un campo slavo. Il periodico "La Sveglia" della Fameia Capodistriana pubblica tra il 1958 e il 1989 le cronache cittadine di Aldo Cherini riguardanti il periodo "italiano" (1918-45), parte di una panoramica molto più ampia rimasta inedita. Gino Gonni vissuto tra Firenze e Portoferraio (Elba), pittore, viaggiatore, spirito libero, pubblica sui giornali locali diversi articoli di memorie non dimentico della sua Capodistria. Pagine autobiografiche in forma narrativa portano la firma di Gioacchina Sandrin, ed altre vengono pubblicate in Australia in lingua italiana, in due edizioni, con la firma di Mario Vesnaver che lascia ancora inedite interessanti altre memorie di guerra e di prigionia. Ercole Parenzan, insegnante e musicologo attivo a Padova, presenta memorie biografiche di vita musicale della città natale nella quale si è formato. I fratelli Vittorio e Guido Porro, artista a Monfalcone il primo e insegnante molto impegnato a Pordenone il secondo, pubblicano due libri interessanti, l'uno riguardante l'essenza tecnica del legno e le sue rese artistiche, mentre l'altro riprende vividi ricordi della fanciullezza rivisti in chiave psicologica.

Il teatro è molto amato nelle varie sue manifestazioni sia in sede professionale e filodrammatica sia come spettacolo e richiamo culturale. Il conte Armando Borisi è attore eccellente e capocomico con una sua compagnia di giro. Va ricordato che la prima sala teatrale viene aperta a cura dell'Accademia dei Risorti nel 1600 e viene ricostruita in forma moderna nel 1824 prendendo poi il nome di Teatro Sociale "Adelaide Ristori". Non mancano gli amatori e gli autori di testi teatrali e di libretti d'opera e di musica chiesastica in sede cittadina locale, nella Londra del 1700, nella Milano e nella Trieste del 1800, nella Capodistria del 1900. Pietro Pola viene ricordato come commediografo. L'abate Gavardo de Gavardo, librettista, opera a Londra nella Società del Teatro Italiano a contatto con l'esclusiva Royal Society e di celebri musicisti ai quali fornisce qualche libretto. Librettista è anche Giacomo de Belli. Il giovanissimo marchese Dionisio Gravisi è traduttore di Voltaire, compone una tragedia data sulle scene con molto successo facendo bene sperare, ma viene colto dalla morte non ancora ventenne. Il Duomo è sede eminente per attività musicale, raccolta e conservazione di spartiti e testi letterari, quali la cantata di Antonio Tarsia "Angelo et homo" del 1660, che viene eseguita anche al tempo nostro. Il fondo musicale storico del Duomo è molto ricco.

A cavallo tra il 1700 e il 1800 Gian Stefano Carli viene citato come autore di una tragedia. Agostino Carli Rubbi, figlio del celebre Gian Rinaldo, archivista dei Frari a Venezia, scrive in francese una composizione didattica su Capodistria su commissione del conte Francesco Grisoni. Giuseppe de Lugnani, professore accademico e bibliotecario a Trieste, compone i testi di due cantate eseguito nel Teatro Grande (attualmente "Giuseppe Verdi") ed altre ne lascia inedite. Alberto Giovannini, professore di canto nel conservatorio di Milano, è autore del testo ritmico italiano (da lui tradotto dal tedesco) dell'opera lirica "Il vascello fantasma" di Wagner pubblicato dalla casa editrice Ricordi. In sede locale, Domenico Venturini dà inizio nel 1920 ai suoi lavori teatrali in dialetto con "I Franzesi a Capodistria", primo della serie delle sue commedie d'ambiente locale e qualche suo lavoro viene trasmesso nel secondo dopoguerra da Radio Trieste o messo in scena dalla compagnia filodrammatica del Dopolavoro Poligrafici triestino. Rino Rello è autore del copione della commedia "Il Trillo del Diavolo" musicata da Alfredo Conelli e data con successo al "Ristori" nel 1935: Lo stesso. Conelli musica poi la commedia "Il sogno di Magda" su copione di Giuseppe Padovan data anch'essa con successo nel 1942 a Santa Chiara. Seguono qui alcune azioni sceniche musicate su testi adattati da Bruno Maier, allora giovanissimo. Il maestro Antonio Milossi, maestro di canto a Trieste, pubblica due volumetti di musica e parole di canti popolari istriani.

Il vasto campo della letteratura continua a non presentare limiti. Giuseppe Vatova, professore ginnasiale, lascia un'approfondita miscellanea di pagine storiche. Licio Burlini, giornalista professionista e dirigente RAI a Trieste e Venezia, è autore di più saggi di attualità e attento ai problemi sociali. Bruno Maier, professore universitario, critico e storico italianista, conferenziere (e come abbiamo visto romanziere sia pure "unius libri"), lascia alle stampe moltissimi lavori letterari, circa duecento. Paolo Blasi, preside, dantista, è particolarmente versato nella letteratura dell'Istria e lascia più opere. con particolare riguardo alla poesia. Più d'uno sono gli storici con il già citato Domenico Venturini, scrittore poligrafo, pubblicista, biografo. Molto prolifico anche Francesco Semi, latinista, glottologo, pubblicista, autore di più volumi con particolare riguardo alla storia delle belle arti locali, ma non solo. Aldo Cherini, pubblicista eclettico, cronachista, indaga la storia locale nei suoi vari campi ed aspetti con non poche pubblicazioni, libri, opuscoli, articoli di stampa periodica. Vittorio Luglio, tipografo, fa la sua parte con due pubblicazioni, la prima di carattere biografico, la seconda riguardante il quadro storico dell'antica diocesi di Capodistria e suo territorio.

Un settore del tutto particolare e di grande importanza, molto poco o nulla conosciuto per la sua stessa natura altamente specializzata e tale da non prestarsi alla divulgazione corrente ma meritevole di citazione, riguarda la letteratura tecnica e scientifica che reca opere di livello anche molto elevato. Del medico Santorio Santorio, si è detto. Emilio Gerosa, ingegnere civile molto attivo a Capodistria e a Trieste, è autore di diversi studi riguardanti varie materie tecniche diligentemente pubblicati. Aristide Vatova, professore universitario e biologo marino è presente in vari campi di ricerca in Italia, nel Mediterraneo e in Africa, partecipa a diversi congressi internazionali e pubblica molto. Umberto Urbani, professore di letteratura nell'ateneo triestino, si distingue in campo slavistico. Silvia Nobile specializzata in chimica farmaceutica è stata molto attiva e conosciuta anche all'estero. Altrettanto vale per Vittorio Longo, ingegnere chimico, docente nell'ateneo triestino e preside dell'Istituto di Chimica Applicata, che ora è intitolato al suo nome. Laura Jona regge la Soprintendenza archivistica e libraria del Friuli e Venezia Giulia, presente con pubblicazioni specializzate. Ugo Pizzarello, architetto, vive a Venezia e pubblica una guida della città lagunare in quattro volumi riccamente illustrati da suoi disegni particolareggiati. Luisa Crusvar opera a Trieste nell'ambito dei musei civici ed è specializzata in arte orientale che illustra in più pubblicazioni. Sta al vertice l'ing. Giulio Maier, fratello di Bruno, professore del Politecnico di Milano, direttore dell'Istituto di Scienza delle Costruzioni, che vanta una posizione di altissimo prestigio anche all'estero nei vari istituti dei quali fa parte con la distinzione, in Italia, di Accademico dei Lincei e la pubblicazione di moltissime opere. In sede militare va ricordato Giorgio Cobolli, medaglia d'oro al V.M. e grande invalido, che ha pubblicato un volume riguardante il servizio di scoperta aereo- fonica espletato durante la guerra da militi ciechi. Citabili anche, seppur destinate soltanto allo stato maggiore dell'esercito, le importanti monografie del gen. Zupelli riguardanti materie riservate.

Un cenno più approfondito va fatto infine, a termine di questa sintetica carrellata, alla pubblicazione antologica comparsa nel corrente anno, il 2003, riguardante i poeti capodistriani dell'esodo. Lavoro di Paolo Blasi, molto significativo pur essendo ristretto al campo della sola poesia, che si riporta nell'ordine espositivo dell'autore. Il romanziere e scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini non è indifferente al richiamo della poesia e pubblica due nu- trite sillogi a sfondo autobiografico. La poesia come reazione all'esilio allinea componimenti che si, distinguono per la semplicità di rappresentazioni delle ore liete e tristi di vita vissuta nell'amata terra perduta, con Giovanni Fontanotti, Giuseppe Padovan, Paolo Sardos, Maria Rasman Ceron, Agnese de Manzini. Non mancano i verseggiatori di circostanza che rivestono di versi seri o faceti le ore vissute nella natia terra, con Giuseppe Orbani, Piero Almerigogna, Romano de Maiti, Paolone Marsi, Giovanni de Madonizza, versi che arrivano da tutti gli angoli dell'esodo. La musa dialettale si fa sentire da Giulio de Manzini, Lauro Decarli, Giuseppe Lonzar (il popolare Bepi Luna), con un dialetto che è divenuto materia di studio linguistico. Non mancano coloro che si possono definire verseggiatori elitari, operanti cioè su scale rispondenti ad estetismi elevati, con Nino de Totto. Fulvio Apollonio, Lidia Steffè, Paolo Signoretto, Giorgio Depangher, Edda Vergerio, lo stesso Blasi, e il già citato Mario Derin.

Non pochi i libri di prosa, che si presentano ricchi di titoli, di materie e di pagine di valore non solo letterario, coprenti tutti i settori più significativi del vivere e della cultura civile, storia, araldica ed epigrafia, archeologia, biografia, giornalismo, etnologia, dialettologia, musica, religione, politica, con Fabio Zetto, Piero Almerigogna, Pier Antonio Quarantotti Gambini (anche in edizioni postume). Benedetto Lonza (in edizioni postume), Francesco Semi, Lino Sardos Albertini, Enrico Rosamani (anche in edizioni postume), Ranieri Ponis (giornalista professionista, autore di rievocazioni storiche e biografiche), Francesco Venturini (edizione postuma), e non sono tutti. Anita Derin presenta un itinerario di Capodistria scritto per immagini ricavate da vecchie cartoline e da rare fotografie.

Si pone in chiusura il volume di Lauro Decarli frutto di un annoso lavoro riguardante i soprannomi capodistriani presentati nel tessuto anagrafico, sociale e urbanistico della città in una raffigurazione di vita vissuta assai originale.

Negli anni che vanno dal 1945 al 2003, segnati dalla diaspora, vengono edite complessivamente 135 opere di varia letteratura, tra cui 25 di poesia, 33 di narrativa e autobiografia, 77 di vario contenuto, senza contare le opere riguardanti argomenti che travalicano l'ambito dichiarato di questo promemoria, che non sono poche. Indice di radici tanto profonde da dare ancora frutti. Qual è il significato di tutto ciò? Un atto di denuncia vissuto con sofferenza ma senza eccessi da parte di cittadini che si sentono traditi e mistificati, una "vox clamans in deserto", forse, in una società scarsa di valori ma che finirà per farsi sentire quando sarà costretta a svegliarsi e a reagire, come insegna la Storia, quella vera.