venerdì 17 novembre 2023

Giuseppe Prospero Revere

Giuseppe Prospero Revere (1812-1889) nasce a Trieste il 2 settembre 1812 in una famiglia originaria del Mantovano, Giuseppe Revere era destinato a intraprendere una carriera commerciale. Tuttavia, all'età di 23 anni, decise di dedicarsi agli studi letterari a Milano, dove entrò nel prestigioso salotto della contessa Maffei, guadagnandosi la simpatia di quel circolo colto grazie alla sua vivacità e arguzia.

Durante gli anni giovanili, la sua passione per la patria lo portò a partecipare attivamente ai movimenti risorgimentali. Fu combattente nelle Cinque Giornate di Milano del 1848 e si unì ai difensori di Roma e Venezia nel 1849. Questa sua partecipazione lo portò in stretto contatto con figure risorgimentali di spicco come Carlo Cattaneo a Milano e Goffredo Mameli a Roma. Durante il periodo di resistenza a Venezia, ebbe dissidi con Daniele Manin, che lo portò ad essere bandito dalla città.

Revere fu un prolifico scrittore e artista, influenzato da grandi nomi come Heine e Ugo Foscolo. Le sue poesie, ricche di brio, humour e carica satirica, riflettono spesso temi sociali e politici dell'epoca. Tra queste, "Sdegno ed affetto" (1845), "Persone ed ombre" (1862) e "Sgoccioli" (1881) si distinguono. Ma non solo poesie; Revere scrisse anche drammatici racconti storici, tra cui "Lorenzino de' Medici" (1839) e "Il marchese di Bedmar" (1846), oltre a pezzi di costume come "Vittoria Alfiani" (1849). Alcune delle sue opere migliori sono raccolte di impressioni, come "Bozzetti alpini" (1857) e "Marine e paesi" (1858), che furono composte durante i suoi soggiorni a Genova e Susa.

Revere non si limitò alla scrittura. Fu anche un attivo pubblicista. A Milano scrisse per la "Rivista europea", mentre a Torino collaborò con la "Rivista contemporanea", usando vari pseudonimi come Anacleto Diacono e Cecco d'Ascoli.

Nel 1869, la sua reputazione lo portò a rappresentare il Regno d'Italia all'apertura del Canale di Suez come delegato.

Si spense a Roma, il 22 novembre 1889. Le sue spoglie mortali furono riportate a Trieste appena nel 1921, dopo essere state negate per molto tempo dall'Austria. 

In suo onore, gli è stata titolata una strada di Milano. 

Nel 1896, postume, le opere di Revere furono raccolte in quattro volumi, con una prefazione di A. Rondani.

Nonostante alcuni critici abbiano sottolineato le mancanze nella sua concezione artistica e nella forma, permane l'importanza di Revere nella letteratura e nella storia italiana. 

Tra le sue opere più importanti si ricordano:

Poesie: Sdegno ed affetto (1845); Persone ed ombre (1862); Sgoccioli (1881)

Drammi: Lorenzino de' Medici (1839); I piagnoni e gli arrabbiati al tempo di Girolamo Savonarola (1843); Sampiero da Bastelica (1846)

Saggi: Marine e paesi (1858), in cui Revere descrive le donne di Muggia come regatanti famose; Bozzetti alpini (1857); Storie di terra e di mare (1865).

Giuseppe Revere ha scritto sull'Istria, tra cui:

"Istria", un articolo pubblicato sulla rivista "Rivista contemporanea" nel 1866. In questo articolo descrive le bellezze naturali e la storia dell'Istria, e sottolinea l'importanza di questa regione per l'Italia.

"L'Istria e i suoi abitanti", un saggio pubblicato nel 1875 in cui offre un'analisi approfondita della storia, della cultura e della società istriana.

"Poesie istriane", una raccolta di poesie pubblicata nel 1881 in cui descrive la bellezza naturale dell'Istria, la sua storia e la sua cultura. 

"Istria"

Istria, terra di confine,

tra mari e monti,

tra culture e lingue,

tu sei un gioiello prezioso.


"La costa istriana"

La costa istriana è un sogno,

con le sue spiagge bianche e il mare blu.

È un luogo di pace e di bellezza,

dove il tempo sembra essersi fermato.


"Il popolo istriano"

Il popolo istriano è un popolo antico,

con una storia e una cultura millenaria.

È un popolo ospitale e gentile,

che ama la sua terra.

Leo Valiani

«A Fiume si parlavano quattro lingue: l’italiano, l’ungherese, il tedesco e il croato. L’italiano lo parlavano quasi tutti, l’ungherese gli insegnanti (le scuole erano italiane e ungheresi), i ferrovieri, i posttelegrafici, i giudici, i poliziotti. Il tedesco, quanti si occupavano di commercio internazionale, che alimentava il grande porto. Il croato, i lavoratori non qualificati, e le lavoratrici domestiche che dalle campagne circostanti scendevano in città».

Storico e uomo politico italiano (Fiume 1909 - Milano 1999). Aderì giovanissimo al Partito comunista e vi rimase fino al 1939. Arrestato e internato in Francia durante il fascismo, tornò in Italia nel 1943. Deputato all'Assemblea costituente per il Partito d'azione, allo scioglimento di quest'ultimo si dedicò agli studî storici e all'attività giornalistica. Nel 1980 venne nominato senatore a vita. Come storico, V. fornì contributi importanti allo studio del socialismo e dell'Italia contemporanea: Tutte le strade conducono a Roma (1947); Storia del movimento socialista. L'epoca della prima internazionale (1951); Questioni di storia del socialismo (1958); Dall'antifascismo alla Resistenza (1959); Il Partito socialista italiano nel periodo della neutralità, 1914-1915 (1963); Azionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza (in collab. con G. Bianchi ed E. Ragionieri, 1971). La sua ricerca di maggior impegno storiografico fu dedicata alla crisi dell'Impero asburgico alla vigilia del conflitto mondiale: La dissoluzione dell'Austria-Ungheria (1966). Nel 2009, per la ricorrenza del centenario della nascita e del decennale della morte, è stato pubblicato a cura di D. Bidussa il volume Leo Valiani tra politica e storia. Scritti di storia delle idee (1939-1956), selezione di suoi articoli e saggi sulla storia dell'Europa moderna e contemporanea.

Giuseppe Accurti

La fraternità dei porti italiani dell'Adriatico ha profonde radici in tutte le città del mare amarissimo pel passato glorioso di Venezia, che ha un'irradiazione perpetua in tutti i porti adriatici. A Fiume, è meglio parlar francamente, era rimasta indelebile la memoria di Angelo Trevisan, il quale durante la guerra di Gradisca nel 1509 distrusse Fiume; eppure a questi ricordi del passato fu superiore il pensiero di Venezia gloriosa nel passato e dal 1821 forte di relazioni ben velate col Piemonte, ma non ignorate negli altri porti adriatici dai fedeli all'unità d'Italia. Che cosa fosse, lo prova, tra gli altri, l'esempio del flumano Giuseppe Accurti, di cui vogliamo dare una biografia breve.


Nato a Fiume addì 26 gennaio 1823 da Luigi Accurti, patrizio di Fiume, e da Antonia Silenzi, entrò a 14 anni nell'Accademia navale austriaca di Venezia e ne uscì cadetto (guardiamarina). A Venezia deve aver incontrato partigiani dell'unità d'Italia e sembra probabile li abbia conosciuti a mezzo del futuro cognato Vincenzo conte Domini, ufficiale addetto all'insegnamento in quella Accademia, poi perseguitato politico dell'Austria e Antonio Lassovich, fiumano, professore ordinario di quell'Accademia, poi profugo a Genova.

Quando, al 22 marzo 1848, la rivoluzione trionfo a Venezia, egli era tenente di fregata, e senz'indugio accorse fra le bandiere di Daniele Manin, che, conservando il suo rango, lo accolse fra i combattenti. Giuseppe Accurti non ha lasciato un' autobiografia nè appunti personali, quindi si è ricorrso alle prove documentali esistenti negli archivi di Fiume e di Venezia nonché al ricordi dei suoi consanguinei.

Dagli archivi però risulta che, con ordine del giorno del 30 marzo 1848, il governo di Venezia promoveva Giuseppe Accurti ad alfiere di vascello col rango dal 1° aprile 1848. Accurti fino al giorno 23 agosto del 1849, quando fu firmata la capitolazione di Venezia.

Risulta, che egli si rifugiò a Costantinopoli, d'onde tornò effettivamente a Fiume nel 1856. Qui c'è un punto che, non chiarito documentalmente, potrebbe portar cattiva luce sull'Accurti. Con lettera del 27 ottobre 1856 il governo generale di Verona informava la presidenza luogotenenziale in Venezia, che l'esiliato Giuseppe Accurti da Fiume, per grazia sovrana di data 8 febbraio dello stesso anno, poteva ritornare negli stati imperiali e, dopo aver fatto dichiarazione di lealtà, doveva presentarsi all'autorità politica di Fiume, la quale ne era già informata. 

C'è un fondato dubbio sulla veridicità di questa asserzione del governo generale di Verona, dubbio motivato da casi identici.

Anzitutto lette le memorie di Francesco Palszky, che fu colonnello garibaldino e prima segretario di Stato del governo ungherese nel 1848-49, egli nel 1861 ebbe il permesso di rientrare in Ungheria in seguito a morte di sua moglie, senza averne fatto domanda e senza averne avuto la menoma cognizione preliminare. Un caso consimile mi sembra essere stato quello dell'Accurti, il quale era cognato di Casimiro Cosulich potentissimo armatore. In ciò conferma la distinta dei compromessi politici dal '48 al '67 la quale lo tiene in evidenza e dice esser egli andato nel 1861 in Ungheria e poi in Italia. Ecco un nuovo errore burocratico austriaco. Trent'anni fa suo cognato Vincenzo conte Domini mi aveva detto ch'egli nel 1859 s'era arruolato nella marina sarda.

Sembrerà strano, ma pure è così, che presso l'Ufficio matricola del personale della R. Marina non risulta che Accurti Giuseppe sia stato ufficiale nè della Marina Sarda nè della R. Marina Italiana. Dai nipoti esiste un ritratto, dov'egli è in divisa della R. Marina Italiana e porta la croce di cavaliere della Corona d'Italia, la medaglia della guerra del 1859, la medaglia al valore civile e la medaglia al valore di Marina.

E indubbio che egli abbia goduto la cittadinanza italiana, perché fu Viceconsole onorario d'Italia accanto al Console Generale Ferdinando conte di Sambuy, carica onoraria conferita unicamente a cittadini italiani. Risulta inoltre che egli fu Viceconsole onorario d'Italia dal 1863 sino alla morte.

Spirò il giorno 24 novembre del 1886. La colonia italiana prese viva parte alle onoranze funebri e pubblicò un apposito avviso mortuario nel quotidiano di Fiume «La Bilancia».

Tanto l'avviso della famiglia come quello della colonia riunita nell'«Associazione di Beneficenza Italiana» lo designano «tenente di vascello in ritiro della R. Marina». L'avviso dell'associazione fu, come d'uso, riveduto dal console generale. Trovo negli archivi del Consolato, una lettera del fratello al console generale in cui ringrazia per la benevolenza usata al proprio suddito: 

«Il r. notaio pubblico di Fiume dott. Nicolò Gelletich presenta al tribunale il suo rapporto sul lascito e il giudizio lo passa per competenza al R. Consolato generale d'Italia».

Ora, se il tribunale di Fiume lo dichiara cittadino italiano sia lecito di credere, che la dichiarazione di lealtà, assertiva, fu un errore delle autorità austriache. Giuseppe Accurti da giovane diede tutta la sua anima all' ideale dell'unità d'Italia, forse allora fondendo i sentimenti dei tre porti nordici dell'Adriatico pensava all'Adriatico uno e all'Italia che, espandendosi nei mari, ripetesse le glorie immense del suo passato marinaro.

Fiume nell'opinione pubblica americana (1919)

Nell'opinione pubblica americana era diffusa la constatazione che i fiumani mai vollero diventare croati come appariva da uno studio compiuto da Henry I. Hazelton nel 1919, che aveva messo in evidenza l'identità italiana della città, composta per il 65 % da cittadini italiani, e solo 22% slavi e 13% magiari.

Henry Hazelton scriveva nel 1919: "Non è l'Italia che reclama il diritto di disporre di Fiume, ma è Fiume che si rivolta al pensiero di divenire parte della Jugoslavia. È Fiume che chiede il prezioso diritto all'autodeterminazione." Siccome gli italiani di Fiume rappresentano secondo le statistiche austriache accettate dagli slavi, il 65% e nel plebiscito di Novembre i voti per l'annessione all'Italia furono l'80%.

Il nome di Rijeka con il quale è chiamata la città dai Croati non è apparso mai sulle mappe. Il fatto che Fiume - pur non appartenendo all'Italia - sia rimasta totalmente italiana per oltre 1000 anni, è la più eloquente prova che trattasi di una città italiana. Nella vita politica e commerciale di Fiume i croati sono sempre stati considerati come stranieri.

Castua: il borgo istriano alle spalle di Fiume


Il nome deriva probabilmente dalla parola latina "Castrum", e da lì sarebbe derivato anche il nome geografico croato (quindi il toponimo croato non è affatto l'originale). Nel Basso Medioevo, i conti di Duino (TS) ressero anche il capitanato di Castua, mentre successivamente il paese ricadde sotto influenza austriaca.

Castua non fu annessa all'Italia insieme a Fiume negli anni Venti (In realtà, Castua era stata occupata nel 1918 dall'Italia - così come Veglia - con tanto di uffici postali italiani, fino al 1921...), perché oltre agli interessi stranieri contro l'eventuale assoluto dominio del Mare Adriatico che portarono al tradimento da parte degli alleati, la componente etnica era notevolmente cambiata a seguito delle persecuzioni asburgiche (dunque ben prima dell'esodo del 1919 o di quello post-seconda guerra mondiale).

In passato, gli italiani costituivano probabilmente un terzo degli abitanti del territorio comunale, e gli statuti comunali in vigore sino all'Ottocento erano scritti in italiano (i precedenti del 1400 furono per onestà in ciacavo, ma se furono rimpiazzati a modello di quelli italiani con lo sviluppo del paese in cittadina di certo gli statuti italiani non potevano essere disprezzati), lingua piuttosto utilizzata e conosciuta nell'area. Fu annessa all'Italia tra il 1941 e il 1943.

Ribadiamo inoltre che:

a) le popolazioni croate sono comunque un popolo colonizzatore, a dispetto della componente italiana che è millenaria in quanto, in genere, erede delle popolazioni dalmatiche latinizzate e linguisticamente poste sempre più a stretto contatto con l'Italia. Spesso gli slavi venivano volutamente importati per coltivare le terre e sopperire alle epidemie che decimavano la popolazione;

b) i croati in genere si italianizzavano di cultura e di lingua nelle città di dimensioni medio-grandi, mentre nelle città di dimensioni più ristrette mantenevano la loro lingua, pur afferendo alle città italiane ed essendo immersi nella cultura italiana (cfr slavi del Natisone). Castua era una città di cultura, forma e architettura italiana nonostante non fosse mai stata parte della Repubblica di Venezia, proprio come Fiume (a ulteriore dimostrazione del fatto che non è stata Venezia a italianizzare la Venezia Giulia, ma si tratta di eredità culturale), e chi la ritiene croata compie di fatto un grave errore di comprensione e analisi storica;

c) i croati furono posti contro gli italiani dall'Austria, e da lì, soprattutto grazie ad operazioni di emarginazione sistematica e lavaggio del cervello, iniziarono ad identificarsi come croate anche persone che in un altro contesto e in un'altra atmosfera avrebbero probabilmente accettato il dominio italiano. 

E invece, su territorio geograficamente, architettonicamente e storicamente italiano fu possibile assistere ad obbrobri incentivati dall'Austria tra i quali il primo raduno presso Rubessi dei croati abitanti nella Venezia Giulia.

Si identificarono come croate anche persone dal cognome chiaramente di origine italiana: Stefanic o Biankini...;

d) Castua fa parte dell'area geografica italiana e fu inserita nei vari Regnum Italiae succedutisi nei secoli dopo l'Impero Romano tra Ostrogoti e Bizantini.

Degni di menzione il centro storico e la zona denominata "Pelini", la fortezza, la Loggia, la chiesa di S.Elena della Croce.

Di seguito l'elenco degli insediamenti del territorio comunale: Bernici (Brnčići), Cicovici (Ćikovići), Castua (Kastav), Monte della Trinità (Trinajstići), Rubessi (Rubeši), Spincici (Spinčići).


Umberto D'Ancona

Umberto D'Ancona (Fiume, 9 maggio 1896 – Marina di Ravenna, 24 agosto 1964) è stato un biologo e naturalista italiano.

Nato a Fiume il 9 maggio 1896, studiò dapprima all'Università di Budapest e successivamente all'Università di Roma dove si laureò in scienze naturali nel 1920. Qui fu allievo di Giovanni Battista Grassi e dal 1925 al 1929 diresse l'istituto di anatomia comparata.

Il 22 luglio 1926 sposò Luisa Volterra, figlia del matematico Vito, che fu sua collaboratrice per molti anni e da cui ebbe una figlia, Silvia.
Nel 1930 si trasferì all'Università di Siena, nel 1936 all'Università di Pisa e infine, nel 1936 all'Università di Padova, dove rimase fino alla morte.
Scienziato di statura internazionale, è stato considerato sia in Italia che all'estero lo zoologo italiano più completo del secondo dopoguerra.
Accademico dei Lincei dal 1948, fu socio di svariate altre accademie scientifiche italiane e straniere.

Trattato di zoologia (UTET, 1953; 1960; 1965; 1973).
Elementi di biologia generale (Cedam, 1945, 1954; 1962).
Lezioni di biologia e zoologia generale (Cedam, 1938; 1941; 1943).
Elementi di biologia vegetale (Cedam, 1954).
La lotta per l'esistenza (Einaudi, 1942).

La Medaglia Commemorativa della Spedizione di Fiume

Venne conferita ai legionari che presero parte alla marcia su Ronchi e che arrivarono a Fiume, all'equipaggio della Regia Nave "Cortellazzo" che arrivo' a Fiume il 22.9.1919, a coloro che parteciparono ai combattimenti dal 24 al 28.12.1920 ( Natale di Sangue ) e a famose personalita', come Guglielmo Marconi, che contribuirono in varia misura alla causa fiumana.

Prima che fosse distribuita questa medaglia i legionari portavano come segno distintivo un nastrino con i tre colori della città: violetto, giallo e carminio. Spesso su questi nastrini era impresso il motto "Fiume o Morte!" o "Italia o Morte". Quest'ultimo si ritrova assai più spesso su nastrini con il tricolore italiano e, oltre dai legionari, venivano indossati dai giovani fiumani. Tra gli altri lo indossarono gli apparteneneti alla Gioventù Fiumana.