Il 5 maggio 1945 alcuni ragazzi si erano organizzati per manifestare contro l’occupatore jugoslavo distribuendo dei volantini con lo scopo di catturare l’attenzione del generale americano Mark W. Clarke il quale aveva preso alloggio presso l’allora Hotel de la Ville, (l’edificio tra il Palazzo Carciotti e la Chiesa greco-ortodossa di San Nicolò) sulle Rive. L’intenzione dei giovani era quella di far capire agli Stati Uniti che Trieste voleva essere italiana. Mentre percorrevano l’attuale Corso Italia, giunti all’incrocio con l’attuale Via Imbriani, si trovarono al cospetto di una ronda di titini i quali li abbatterono a raffiche di mitragliatore. La versione costruita ad hoc per motivare la strage fu quella di “scongiurare il rischio di un rigurgito fascista”. Giovanna Drassich, Claudio Burla, Carlo Murra, Graziano Novelli e Mirano Sancin, furono solo le prime vittime acclarate di quei 40 giorni di occupazione jugoslava
In difesa dell'italianità dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia
venerdì 17 novembre 2023
Giacomo Vuxani
Giacomo Vuxani (Borgo Erizzo, 20 luglio 1886 – Trieste, 7 aprile 1964) è stato un politico e patriota italiano. Nato da Simeone Vukich e Domenica Caruz nel sobborgo di Zara noto come Borgo Erizzo, compiuti gli studi medi classici s'iscrisse nel 1910 ai corsi della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Graz.
Dal 1916 al 1918 venne destinato al Comando d'operazioni dell'esercito austroungarico in Albania dove espletò le funzioni di interprete.
Nel maggio 1919, assunse servizio nella Prefettura di Zara e sempre in quell'anno partecipò all'Impresa di Fiume come volontario.
Nel 1930 ottenne la riduzione del cognome alla forma italianizzata "Vuxani" ai termini del art .2 del R.decreto-legge 10 gennaio 1926, n.17.
Nel 1937 fu nominato Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia.
Il Governo italiano lo inviò in Albania nel 1940 in missione organizzativa e nel 1942 assunse presso il Ministero della Terre Liberate, retto da Eqrem Vlora, le mansioni di Consigliere Permanente.
Il 16 aprile 1943 riprese servizio presso la Prefettura di Zara. Quando i bombardamenti aerei Angloamericani del 16 e 30 dicembre 1943 rasero al suolo gran parte della città, Vuxani, rimase al suo posto in qualità di Commissario Prefettizio al Comune e si prodigò alla assistenza della popolazione.
Il 28 ottobre 1944, il Prefetto Bruno Coceani da Trieste ritrasmise a Zara il telegramma con cui il Ministero dell'interno di Salò ordinava al Capo della Provincia Serrentino l'abbandono della città e Vuxani rimase l'ultima autorità Italiana di Zara che venne occupata dalle truppe Jugoslave il 31 ottobre 1944.
Arrestato il giorno dopo, fu processato più volte e condannato a morte, ma alla fine i partigiani decisero di liberarlo consegnandolo alla vigilia di Natale a suo genero Giovanni Minak.
Appena libero, contro ogni prudenza, continuò a curarsi della popolazione italiana e a seguito dei suoi coraggiosi interventi rimpatriarono nel gennaio - giugno 1947 circa 950 italiani di Zara.
Ottenuto nel 1948 il decreto di cittadinanza italiana, a seguito delle opzioni previste dal Trattato di Pace, rientrò in Italia portando con sé il Gonfalone di Zara e, dopo un breve periodo nel campo profughi di Massa, riprese servizio presso la Prefettura di Ferrara e in seguito presso quella di Trieste fino al 1955.
Caffè Trieste a San Francisco
Caffè Trieste è un caffetteria di fama a San Francisco. Aperto nel 1956, è stato il primo caffè espresso sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Il Caffè Trieste è considerato un'istituzione di San Francisco e un centro locale per poeti e scrittori.
Nel 1951 Giovanni Giotta (alias "Papà Gianni", 1920–2016) e la sua famiglia emigrarono dall'Italia negli Stati Uniti. Era nato e cresciuto nella piccola città di pescatori di Rovigno d'Istria per poi esodare a Monfalcone e rimase lì dal 1947 al 1951.
Nel 1956, Giotta ebbe l'opportunità di rilevare Piccola Café, una piccola impresa situata in 601 Vallejo Street a North Beach, ribattezzando la sua nuova attività Caffè Trieste.
Giotta importava e tostava i chicchi, cosa non ancora comune nella cultura dei caffè americani.
Il caffè divenne rapidamente popolare tra i residenti, principalmente italiani del quartiere. "Era tutta gente italiana", disse Giotta, del quartiere, "ma ho convinto gli americani ad amare il cappuccino".
Il Caffè Trieste divenne un comodo luogo d'incontro per scrittori del movimento Beat come Lawrence Ferlinghetti, Alan Watts, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Richard Brautigan, Bob Kaufman, Gregory Corso, Michael McClure, Kenneth Rexroth e Neeli Cherkovski. Jack Hirschman, ex poeta laureato di San Francisco, è stato anche un mecenate regolare. Oltre ad altri scrittori e poeti, pittori come Peter Le Blanc e Don Moses e i fotografi Joe Rosenthal ( Premio Pulitzer ), Christopher Michel, Jimo Perini e Christopher Felver, altre celebrità come Paul Kantner, Jack Sarfatti, Joey Reynolds e Mal Sharpe.
Anche il politico di San Francisco Aaron Peskin è un frequentatore abituale della caffetteria.
Alcuni personaggi locali hanno discusso dell'impatto culturale che ha avuto. Come descritto da Mark Bittner, "Penso al Caffè Trieste come a una delle ultime roccaforti, anzi al vero centro, di ciò che ha reso questo quartiere così favoloso". Tony Long, giornalista e autore locale, lo ha descritto come il "salotto" dei suoi clienti abituali. Jack Hirschman ha ricordato: "Quando sono arrivato nel 1972, (la sorella di papa Gianni) Iolanda mi ha sfamato per circa 6 mesi perché non avevo soldi. Molto tempo dopo, prima della celebrazione ufficiale all'Auditorium Koret per il mio diventare Poeta Laureato hanno tenuto prima una festa per me".
Il caffè è apparso in diversi film, in televisione, alla radio, su riviste e in dozzine di libri di fotografia, turismo e altri, di portata locale, nazionale e internazionale.
Francis Ford Coppola scrisse gran parte della sceneggiatura de Il Padrino mentre era seduto al Caffè Trieste.
Rodolfo Batagelj
Capitano del Genio Navale (D.M.)
Nacque a Trieste il 5 giugno 1906. Uscito dall'Istituto nautico della sua città natale con il diploma di capitano marittimo, si arruolò nella Regia Marina per ottemperare al servizio militare di leva iniziando a frequentare come allievo ufficiale di complemento il 23º Corso della Regia Accademia Navale di Livorno. Nel 1928 uscì dall'Accademia fu promosso sottotenente assegnato alla direzione di macchine. Trattenuto in servizio al termine del periodo di ferma fu promosso tenente il 24 marzo 1930 e capitano il 10 maggio 1937. Con l'eccezione di brevi periodi trascorsi a terra fu sempre imbarcato su navi da battaglia e siluranti, e imbarcato sulla torpediniera Alcione partecipò alle operazioni di occupazione dell'Albania (marzo 1939). Il 25 dicembre 1939 si imbarcò come direttore di macchina a bordo del cacciatorpediniere Daniele Manin, in forza alla 3ª Squadriglia di stanza nel Mar Rosso.
Dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia, avvenuta il 10 giugno 1940, partecipò alle operazioni belliche nelle acque dell'A.O.I., in particolare nel bombardamento contro Porto Sudan. Cadde in combattimento il 3 aprile 1941, quando il Daniele Manin rimase immobilizzato da un attacco aereo, e il suo comandante ne ordinò l'autoaffondamento per evitarne la cattura. Mentre egli stava predisponendo le cariche il cacciatorpediniere si capovolse causandone la morte. Per onorarne il coraggio in questo frangente gli fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Una via di Trieste porta il suo nome.
Medaglia d'oro al valor militare
«Direttore di macchina di C.T. dislocato in mari lontani dalla Patria, prendeva parte al disperato tentativo di attacco a base navale avversaria durante il quale l’unità veniva sottoposta ad incessanti attacchi aerei che la danneggiavano gravemente fino a renderla inerme relitto in fiamme. Durante disperate ore di lotta, assicurava il perfetto funzionamento delle motrici ed abbandonava fra gli ultimi la nave. Assillato dal timore che l’ordine di affondare la nave non avesse ancora esecuzione, tornava a bordo — malgrado il mitragliamento di aerei che la sorvolavano — per affrettarne la fine e scompariva in mare con essa nel generoso tentativo. Esempio di elevate virtù militari e profondo senso del dovere. Mar Rosso, 3 aprile 1941.»
— Decreto del Presidente della Repubblica 6 dicembre 1947.
Matteo Gladig
Matteo Gladig (Trieste, 1880 – Lubiana ?, 1915) è stato uno scacchista italiano.
Grande amico di G.Martinolich, e con lui fondatore nel 1904 della Società Scacchistica Triestina.
Non si sa quando e da chi abbia imparato a giocare, ma è possibile che già da ragazzino sia stato allievo di Vincenzo Hruby, insegnante di scuola elementare di origine boema, considerato il primo maestro di scacchi triestino (morirà nel 1917).
E poi è probabile che, insieme a Martinolich che divenne suo grande amico, si sia perfezionato alla “Società Filarmonica” di Trieste, che il problemista Nicolò Sardotsch diresse fino alla morte avvenuta nel 1898; da ricordare che il figlio di Sardotsch, pure appassionato del gioco, successivamente modificò il cognome in Sardos e con questo nome prese parte a vari tornei italiani.
Nel 1903 Martinolich e Gladig inviarono una lettera ufficiale al Governatore Austriaco della città chiedendo l’autorizzazione a costituire il club scacchistico, autorizzazione che a quanto pare venne concessa, dato che nel 1904 si ha notizia del primo campionato sociale vinto da Vincenzo Hruby con Martinolich secondo, e nel 1905 del secondo campionato, vinto da Gladig con Martinolich ancora secondo.
Nonostante il legame d’interessi e dipendenza con l’Austria, il sentimento di appartenenza alla lingua e cultura italiana portò fin dall’inizio i giocatori della Scacchistica Triestina a sentirsi giocatori italiani ed a partecipare dunque ai principali tornei italiani (non ancora ufficialmente ‘campionati italiani’ dato che la Federazione nazionale vera e propria nascerà solo nel 1920).
Il 18 luglio 1920 Gladig partì per andare a giocare ad Amburgo il 17º Congresso della Federazione Tedesca. Fu ammesso nel Principale B, 16 giocatori, secondo torneo per importanza dopo il Magistrale (che sarà vinto da Schlechter); fu iscritto come giocatore di ‘Austria-Ungheria’. Gladig iniziò con due vittorie e due sconfitte. Vinse con con Carls, che poi arriverà secondo nel torneo, e con J.C. Rosenthal (1881-1954) polacco nato nell’impero russo, poi dopo un periodo trascorso in Olanda, scappato negli Stati Uniti proprio subito dopo il torneo di Amburgo: da non confondere con il più celebre Samuel (del resto morto nel 1902).
Perse con Bush e Mayer, che alla fine si piazzarono a metà classifica.
Improvvisamente dopo il 4’ turno si ritirò. Evidentemente il ritiro fu dovuto alla notizia dell’infarto che aveva colpito l’amico Martinolich, che sarebbe infatti morto pochi giorni dopo.
Nel dicembre 1910 giunse a Trieste Karl Schlechter che il 7 dicembre si esibì simultanea (su 20 scacchiere), poi in una simultanea alla cieca l’8 (vinse 6 partite su 6) e il 9 giocò una partita proprio con Gladig, una partita che sebbene amichevole fu giocata con grande serietà da entrambi e finì pari dopo 4 ore.
Nel 1911 Matteo Gladig andò a Roma a giocare il 5’ torneo nazionale dell’USI (8-15 ottobre).
In gara nove giocatori, tra i quali Rosselli, Reggio, Marotti e anche Giuseppe Benini padre della celebre Clarice.
A sorpresa Gladig vinse e venne proclamato “campione italiano” (il titolo USI però non fu riconosciuto dalla FSI, la Federazione Scacchistica Italiana, dopo che fu fondata nel 1920).
Una curiosità: quello di Roma 1911 fu il secondo torneo italiano giocato con l’uso dell’orologio. La cadenza era 2 ore per 30 mosse, poi 15 per ogni ora successiva; ebbene Gladig perse per il tempo con Bonanno!
Dell’Unione Scacchistica Italiana (USI) si hanno già notizie del 1894, quando fu tentato un congresso costitutivo, di cui diede notizia la Nuova Rivista degli Scacchi. Tuttavia l’Unione Scacchistica, risulta ufficialmente fondata solo nel 1898, dopo varie vicissitudini e contrasti, da Augusto Guglielmetti (Roma 1864-1936).
Organizzò vari tornei (tra i quali quello del 1906 vinto da Martinolich) fino al 1911, quando ancora a Roma organizzò un torneo nazionale che avrebbe dovuto celebrare il Cinquantenario dell’Unità d’Italia (ma a questo torneo fu preferito quello di Sanremo): 9 giocatori si affrontarono a girone doppio nell’arco di tre settimane, stando a quanto riporta L’Italia Scacchistica; al vincitore, il triestino Matteo Gladig, fu attribuito ufficialmente per la prima volta il titolo di Campione Italiano. Ma proprio alla fine del 1911 l’USI concluse la sua attività.
Su L’Italia Scacchistica del 1911 furono pubblicate due partite di Gladig del torneo di Roma: la Cenni – Gladig (0:1) commentata da Cenni, e la Gladig – Rosselli (patta) commentata da Rosselli.
Non si hanno altre notizie di Matteo Gladig fino al 23 maggio 1915.
Anche Gladig, sentendosi fortemente italiano, non volle assoggettarsi a combattere nella grande guerra per l’impero Austro-Ungarico, ma fu sfortunato: mentre cercava di raggiungere le truppe italiane fu fermato, arrestato e mandato in carcere a Lubiana dove morì nel 1915. Morì “in circostanze non chiare” si legge su ‘Storia degli scacchi in Italia’ di Chicco e Rosino. Ma su L’Italia Scacchistica 1915 si legge: “Il Maestro Matteo Gladig, secondo quanto riferisce un profugo triestino, tentò di disertare dalle file austriache per passare alle nostre, ma fu sorpreso ed arrestato. Ignorasi la sua sorte ma l’informatore crede che sia stato fucilato.” Purtroppo probabilmente la realtà è peggiore: sembra che Gladig sia stato impiccato, dato che gli austro-ungarici lo consideravano disertore. Secondo altre versioni riuscì invece ad arruolarsi nell'esercito italiano e morì combattendo al fronte.
Giovanni Martinolich
Giovanni Martinolich (Trieste, 22 giugno 1884 – Trieste, 25 luglio 1910) è stato uno scacchista italiano.
Martinolich è un nome oggi quasi dimenticato. Agli inizi del ‘900 Giovanni Martinolich era forse l’unica figura che avrebbe potuto contendere con sicuro successo, e per molti anni, al marchese Stefano Rosselli del Turco la palma di miglior giocatore italiano.
Martinolich era figlio di un avvocato (Giovanni anche lui) e di un’armatrice di Lussimpiccolo, Anna Gerolimich. A 16 anni imparò le mosse del “nobil giuoco” dal padre ed esercitò la sopravvenuta passione alla “Società Filarmonica” di Trieste, che era diretta dal problemista Nicolò Sardotsch. Iniziò a studiare sugli scritti del toscano Amerigo Seghieri (1831-1893) e del notaio veneziano Carlo Salvioli (1848-1930).
Nel 1901, appresa bene la lingua tedesca, arricchì la sua cultura teorica scacchistica leggendo i migliori e più recenti testi dell’epoca, che erano i trattati del prussiano Curt von Bardeleben, di Jacques Mieses, di Paul Rudolph von Bilguer, e nei volumetti di Ludwig Bachmann.
Nello stesso anno Martinolich si recò a studiare a Vienna, al Politecnico, e a Vienna (che in quel periodo era una delle capitali mondiali del gioco) fu ovviamente un assiduo frequentatore dei principali centri scacchistici. Ebbe così l’occasione di incontrare alcuni dei più noti grandi maestri del tempo, quali Milan Vidmar, Gustav Neumann, Julius Perlis, e il loro mentore dott. Meitner.
Nel 1903, rientrato a Trieste, fondò lì la “Società Scacchistica Triestina” e nel primo torneo sociale giunse secondo alle spalle di Vincenz Hruby, risultato che bissò nel 1905, stavolta preceduto da Matteo Gladig.
Sempre nel 1905 tornò a Vienna e partecipò al Campionato viennese presso il “Wiener Schachklub”: arrivò buon quarto, dietro nomi famosi quali Leopold Löwy, Milan Vidmar e Xavier Tartakower. Nell’estate 1906 fu a Norimberga, a giocare nel 15° Congresso della Federazione Tedesca; non andò troppo bene, ma fu un buon allenamento.
In ottobre era a Milano per il 4° torneo della “Unione Scacchistica Italiana”, che fu considerato alla stregua di un Campionato Italiano. Qui avvenne la sua consacrazione, perché sorprendentemente, ad appena 22 anni, riuscì a mettere in fila i nostri migliori giocatori del tempo: Stefano Rosselli del Turco, Arturo Reggio, Luigi Miliani.
Nel gennaio 1907 era di nuovo a Vienna, a giocare il “1° Memorial Trebitsch”. Leopold Trebitsch era stato un ricco industriale (della seta), che aveva deciso con la famiglia di destinare un fondo per organizzare grandi tornei ogni anno a Vienna, ma che morì purtroppo un mese prima dell’inizio della prima edizione. “Vienna 1907” fu così un fortissimo torneo, che vide il successo di Jacques Mieses, davanti a Duras, Tartakower, Vidmar, Maroczy, Schlechter, Berger e Perlis. Giovanni Martinolich fu soltanto 9° con p.6 su 13, ma in buona compagnia (Rudolf Spielmann ed Heinrich Wolf), e si lasciò alle spalle gente di fama come Adolf Albin, Leopold Löwy e Ladislav Prokes. Giovanni, bravissimo, pattò appena due partite (con Duras e Wolf) e ne vinse ben cinque (con gli ultimi tre classificati, con Berger e Perlis).
Di Martinolich non si hanno notizie per il 1908, ma nel 1909 vinse il torneo sociale della “Scacchistica Triestina” superando Matteo Gladig di ben 1,5 punti, e nel 1910 il torneo nazionale “Crespi”. Iniziò anche a scrivere di scacchi e, sempre nel 1910, pubblicò sulla “Rivista Scacchistica Italiana” l’articolo “Il Fegatello nell’apertura Spagnola”.
Nello stesso 1910 Martinolich fu purtroppo colpito da una malattia al cuore, malattia che in poche settimane lo condusse, a soli 26 anni, ad una rapida e prematura morte, avvenuta nella sua Trieste il 25 di luglio.
Giovanni Martinolich era (come scrisse ARGUS sulla “Italia Scacchistica”, XII-1936) “un giocatore attento, corretto, senza audacia, ma non scevro di genialità, capace di dominare lo slancio naturale della giovane età; era stella destinata a brillare nel campo internazionale e costituiva senza dubbio una speranza per gli scacchi in Italia”.
Il canto dei Croati (Cesare Betteloni)
Cesare Betteloni (Verona, 26 dicembre 1808 – Bardolino, 27 settembre 1858). Dopo aver compiuto i primi studi a Como, proseguì la sua formazione personale presso il liceo veronese. Il lago di Garda fu per lui motivo di grande ispirazione poiché molte liriche furono ispirate dai paesaggi benacensi e in particolare il suo primo poemetto del 1834 fu intitolato proprio Il Lago di Garda. Soggiornò anche in Valpolicella, nella frazione di Castelrotto, nel comune di San Pietro in Cariano, dove possedeva una villa di famiglia. Dedicò al 1848, alle speranze e alle delusioni che caratterizzarono quell’anno, una serie di poesie, alcune giocose e satiriche, altre molto toccanti come Il canto dei Croati. Di stile decisamente romantico pubblicò nel 1855 l’opera considerata della maturità: Ultimi versi di Callofilo Benacense. Costretto alla depressione da una malattia e da alcune tristi vicende famigliari, si tolse la vita a Bardolino nella notte del 27 settembre 1858. Anche il figlio Vittorio fu un poeta, amico intimo di Carducci.
Ha dedicato diverse poesie ai Croati, corpo militare asburgico che nel Lombardo Veneto si macchiò di efferate violenze durante le Cinque giornate di Milano e che fu criticato dagli stessi scrittori austriaci.
Questi sono i primi versi a titolo esemplificativo de:
Già suona il tamburo, già
squilla la tromba
Marciamo croati
Tremendi soldati;
Già suona il tamburo, già
squilla la tromba
A popoli regi scaviamo la
tomba.
Ci chiamino infami, liburni,
ladroni,
Spregevoli, impuri,
Feroci panduri,
Ci chiamino infami, liburni,
ladroni,
Noi siam dell'impero
gl'invitti campioni.
Si lascin cantando le madri e
le spose
La madri cadenti,
Le spose piangenti,
Si lascin cantando le madri e
le spose
Le donne dei vinti farem più
dogliose.
La morte, lo stupro,
l'incendio, il saccheggio
O popoli udite
Tremate e fuggite.
La morte, lo stupro,
l'incendio, il saccheggio
De' nostri vessilli sia sempre
il corteggio.

