mercoledì 15 novembre 2023

Antonio Slavich

Antonio Slavich (Fiume, 3 luglio 1935 – Bolzano, 11 marzo 2009) è stato uno psichiatra e politico italiano, collaboratore di Franco Basaglia e impegnato nella trasformazione metodologica dell'approccio alla psichiatria in Italia.


Slavich nacque a Fiume ma visse gli anni giovanili in Alto Adige, nella città di Bolzano, dove frequentò il liceo classico. In seguito si trasferì per studiare medicina presso l'Università degli Studi di Padova. Qui conobbe Franco Basaglia, che in quel momento dirigeva il reparto psichiatrico della clinica neurologica, e divenne prima suo studente poi suo collaboratore.

In seguito, nel 1962, si trasferì a Gorizia dove Basaglia già dal 1961 aveva iniziato le sue prime esperienze innovatrici. Sul finire degli anni sessanta si spostò a Parma, sempre collaborando con Basaglia, poi divenne direttore dei servizi di salute mentale di Ferrara.


L'importante esperienza nella città estense, che durò dal 1971 al 1978, portò innovazioni nell'approccio al disturbo mentale pure nella città emiliana. Divenuto direttore anche dell'ospedale psichiatrico, nel 1975, Slavich fece abbattere parte delle mura dell'antico palazzo di via della Ghiara, sede dell'ospedale. L'altra sede dell'ospedale psichiatrico, in quegli anni, era a San Bartolo, un antico convento col tempo utilizzato per accogliere i matti e Slavich, aiutato anche dai numerosi collaboratori e da rappresentanti dell'amministrazione locale, fece organizzare un trasporto-navetta tra il palazzo entro le mura e la sede fuori dalle mura, a San Bartolo, a circa tre chilometri di distanza, creando una nuova abitudine tra persone che sino a poco prima vivevano recluse in una struttura senza aver più contatti col mondo esterno.


Nel febbraio 1977 si tenne nei locali aperti di palazzo Tassoni Estense il convegno La Scopa Meravigliante. Slavich così non solo aprì le porte del manicomio ma ottenne la collaborazione di persone solitamente estranee a quel mondo ed iniziò un'esperienza che gli veniva dal suo precedente incarico a Gorizia ed alla quale la struttura sanitaria di Ferrara non era abituata.

In seguito ottenne un analogo incarico all'ospedale psichiatrico di Quarto a Genova. A Quarto si impegnò anche sul piano politico e divenne consigliere comunale e provinciale.

Trieste e l'Istria e loro ragioni nella quistione italiana (Giovanni De Castro. 1861)

PDF: https://books.google.com/books/about/Trieste_e_l_Istria_e_loro_ragioni_nella.html?hl=it&id=L3YX6KwgmTYC#v=onepage&q&f=false


A malgrado dell'eterno diritto di ciascun popolo di appartenersi e di venire considerato quale padrone del suolo ch'esso abita, entro i confini dalla natura indicati, non sempre hanno potuto, nemmeno le nazioni più colte, più gloriose e più benemerite dell' umana civiltà, decidere assolutamente dei proprii destini. La lotta, che per l'Italia dura da secoli, n'è una prova. Il diritto, per avere ragione intera, nella società dei popoli, ha d'uopo anche della forza. Tanto meno un frammento d'una nazione, che occupa una ristretta parte d'un paese, ha bastevole importanza per sè stesso da decidere da sè solo le proprie sorti.


Non l'hanno certo una tale importanza l'Istria e Trieste, ultima regione orientale della penisola Italica, i di cui abitanti formano una parte non grande dell'intera Nazione Italiana, la quale aspira ora all'uguaglianza a cui ha diritto rispetto alle altre Nazioni d'Europa, ed è sul punto di ottenerla. L'Italia lotta animosamente, non ben certa ancora dell' esito, sebbene sia risoluta ad esistere ad ogni costo come Nazione. Troppi ha dessa avversarii, o dubbii amici, od interessati a menomarle parte di quello che le appartiene, perchè possa mostrarsi sicura di ottenere tutto quello che le si deve; e forse che la sua risolutezza, se giunge al punto di farle arrischiare tutto per essere una ed indipendente, non sarebbe però tale da spingerla a contendere, senza viste di transazioni possibili, per l'ultimo lembo del proprio territorio. Di più, in queglino stessi, che sono e vogliono essere italiani ad ogni patto, ma che hanno pure la coscienza delle difficoltà in cui la Nazione si trova, per guisa da non volerle aggravare nell' interesse proprio soltanto, lo spirito di vero patriottismo, ch'è spirito di sacrificio, prevale a segno da bramare piuttosto indugiata la propria redenzione, che non mettere a pericolo l'esistenza della Nazione intera. Al paro dei Veneti, e più de' Veneti, gl'Istriani ed i Triestini sono disposti a dimenticare per poco sè stessi ed i proprii desiderii, al segno di non pretendere, che per la parte si metta in forse il tutto. Sia pure indipendente e libera frattanto una gran parte d'Italia. Il resto verrà poi. Ma l'abnegazione significherà essa abbandono? Ma il posporre il proprio diritto potrebbe mai voler dire dimenticarlo? Ma se noi Istriani e Triestini non abbiamo la forza necessaria per emanciparci, rinuncieremo per questo alla cittadinanza dell'Italia, ora che l'Italia sta per diventare padrona de' suoi destini?

Tanto non si può, non si deve pretendere da noi. Non si può pretendere, che noi rinunciamo alla nostra parte di patimenti e di sacrificii per la causa nazionale. Non si può pretendere, che noi più del Veneto, più del Lombardo, più del Toscano, più del Romano, o di qualunque altro Italiano, rinunciamo alla nostra individualità nazionale. Anzi, senza un suicidio morale, noi non potremmo a meno di affermare ad ogni costo la nostra essenza e natura di italiani. Non potremmo a meno di affermare il nostro diritto e la nostra volontà di appartenere all'Italia. Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo ai figli nostri, i quali avrebbero tutta la ragione di rimproverarci, se trascurassimo questo nostro dovere a loro riguardo. Cessare per essi dalla testimonianza paterna del nome e dell'origine, sarebbe lo stesso, che un padre trascurasse la legittimazione de' suoi figliuoli. Lo dobbiamo all'Italia, dalla quale ebbimo lingua ed origine, ebbimo il beneficio della civiltà comune ed il tesoro delle antiche tradizioni, che devesi conservare indiminuito ai posteri. Quand'anche il vantaggio nostro (il che per certo non è) fosse contrario e ci chiamasse a sacrificare la nazionalità agli interessi materiali, noi non potremmo togliere noi stessi all' Italia. Che se l'Italia stessa, o dubitando delle nostre intenzioni poco si curasse di noi, o veggendo la difficoltà di averci, dissimulasse il suo diritto, noi non dovremmo per questo tacere. Dobbiamo anzi costringere l'Italia a confessare, che Trieste e l'Istria le appartengono di diritto, e che Istriani e Triestini essendo Italiani entro al territorio dell'Italia, devono essere suoi figli legittimi, e non possono venir ripudiati come bastardi ed avveniticci.


Noi abbiamo affermato più volte la natura nostra di Italiani, il diritto e la volontà di appartenere anche politicamente all' Italia, protestando in molte guise contro i tentativi dell'Austria di germanizzarci, parlando e scrivendo la lingua nazionale, volgendo alla grande patria nostra l'Italia la mira, mandando voti per la vittoria degli Italiani contro la comune nemica l'Austria, danari e soldati e marinai per la sua guerra nazionale. Lo abbiamo affermato con dimostrazioni ostili all'Austria anche sotto alla minaccia del carcere e del Consiglio di guerra. Lo abbiamo affermato con una numerosa emigrazione e col manifestare i nostri voti nella stampa di parecchie nazioni. Lo affermiamo ora con questo scritto, onde non resti per parte nostra nessun dubbio sull' italianità di questi paesi. Scriviamo di Trieste e dell'Istria, Istriani e Triestini, giacchè nessun dubbio rimane per alcuno ormai sul paese oltre il Timavo, che termina il Carso di Trieste; ma corrono tuttora false idee sul nostro conto.

12 novembre 1866, Francesco Giuseppe dichiara guerra agli italiani

Nel 1866 la competizione tra Impero d’Austria e Regno di Prussia per il predominio nell’area tedesca si concluse con il successo prussiano al termine di un conflitto culminato con la battaglia di Sadowa. Contestualmente il neonato Regno d’Italia si era alleato con la Prussia e, nonostante le varie sconfitte (Custoza e Lissa) ed i pochi successi (i garibaldini a Bezzecca), aveva ottenuto il Veneto ed il Friuli al termine di quella che era stata la Terza guerra d’indipendenza.

Negli anni precedenti vani erano stati i tentativi della classe dirigente italiana in Istria affinchè dal punto di vista amministrativo la penisola istriana venisse accorpata a Venezia , in nome degli antichi legami risalenti all’epoca della Serenissima Repubblica e con l’auspicio di seguirne le sorti in caso di una nuova iniziativa risorgimentale da parte di Casa Savoia.

L’impero asburgico perse così ulteriori territori nella penisola italiana, fu respinto dalla Germania e prese il via una politica di inorientamento, cioè di spostamento delle proprie aspirazioni a Oriente, verso la penisola balcanica.

Da un lato significò porsi in contrasto con le mire della Russia zarista, la quale, in nome del panslavismo, mirava a guidare i popoli slavi ancora sudditi o tributari dell’impero ottomano al fine di ottenere uno sbocco al Mediterraneo tramite questi Stati una volta diventati indipendenti. Dall’altro le popolazioni slave della monarchia danubiana, che avevano dato prova di lealismo durante la primavera dei popoli e nel fronteggiare le guerre di indipendenza italiane, diventavano interlocutori privilegiati in una politica proiettata verso la penisola balcanica.

Dopo tre guerre d’indipendenza, la componente italiana residua all’ interno dell’impero (in Trentino, Venezia Giulia, Dalmazia e Quarnero) era percepita come inaffidabile e propensa al separatismo nella sua interezza, perciò il 12 novembre 1866 il Verbale del Consiglio della Corona (reperibile in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst, Vienna 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297) riporta tra l’altro:

Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, daß auf die entschiedenste Art dem Einflusse des in einigen Kronländern noch vorhandenenitalienischen Elementes entgegengetreten und durch geeignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluß der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Pflicht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen. 

«Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua Maestà impone il rigoroso dovere a tutti gli uffici centrali di procedere secondo quanto deliberato in questo senso».

L’anno seguente l’Ausgleich trasformò l’impero in austro-ungarico, riconoscendo quindi alle componenti germanica e magiara un carattere predominante nei confronti delle altre comunità nazionali, che nelle zone mistilingui (come nell’Adriatico orientale oppure in Galizia) veniva contrapposte secondo la logica del divide et impera, individuando nei vari contesti un gruppo etnico sul quale fare affidamento in contrapposizione ad un altro ritenuto inaffidabile.

Invece di provvedere ad una più ampia riforma in senso federale della compagine imperiale, venivano così fomentati opposti nazionalismi che potevano destabilizzare l’assetto statuale e sarebbero sfociati nelle rivendicazioni nazionali che avrebbero contribuito ad alimentare le cause della Prima guerra mondiale. Altro che Austria Felix!

L'Istria di San Marco (Baccio Ziliotto)

Il carattere dell'Istria fu sempre. si conservò e si conserva profondamente italiano. Il torpore della cultura italiana avanti il secolo XII, e il suo ridestarsi nei secoli venienti; il formarsi delle scuole ecclesiastiche prima, laiche dipoi, e l'organamento della vita di queste scuole; il diffondersi delle leggende che furono materia di canto e della poesia popolare profana e religiosa: il culto della poesia italiana nel Trecento e nel Quattrocento, l'ardore del primo movimento umanistico e la tenacia del suo durare: tutto ciò non esce di un passo dalla via maestra della letteratura generale d'Italia. D'infiltrazioni straniere neanche l'ombra: anzi se un contatto con altre genti ci fu, mutuarono qualche cosa da noi: Pier Paolo Vergerio è forse il primo umanista italiano che muoia in terra straniera, certo il primo che porti l'umanesimo in Ungheria; Pietro e Francesco Bonomo sono esempio di quegli Itali che le Corti e le Università tedesche si disputano.

«Questa nostra impronta così indelebile, anche nell'Istria, derivava non solo dall'essere noi Italiani, ma più ancora dalla coscienza di essere tali. Gli è che la lotta diuturna con gli Slavi invasori accampatisi sul confine delle nostre terre ed agognanti alla conquista, aveva fin dal primo assalto fatto scattare e via via affinato il sentimento nazionale. Già nel 1804 il contrasto è vivo ed acre nella coscienza degli Istriani ed è dimostrato con accenti dolorosi nel Placilo del Risano. Lo Slavo alle porte non concede a nessuno da quella volta ad oggi di minorare la propria nazionalità e il sentimento nazionale, vario col variare dei tempi e delle condizioni politiche, è sempre vigile negli scrittori nostri: si concreta da prima nella breve affermazione incalzante, dall' intonazione polemica o sentimentale; diventa fulcro di vasti problemi, ammonimento e presagio nel mirabile discorso di Gian Rinaldo Carli sulla patria degli Italiani (1765), si fa sovrano, sto per dire tirannico. nella letteratura dell'ultimo secolo».

L'ultimo quarto di secolo ha però recato profondi mutamenti, e nel parlare ora delle genti slave, dobbiamo tener conto di quanto abbiamo più volte affermato. E anzitutto aggiungiamo qualche altra notizia sui ripopolamenti avvenuti nell'Istria dopo i vuoti lasciati dalle stragi, dalle guerre, dalle pestilenze, dalle epidemie, per cui vennero modificate le condizioni etnologiche, linguistiche e civili della nostra Provincia. Dobbiamo ritenere che i primi Slavi introdotti all'epoca dei Franchi tornarono alle loro terre in seguito al Placito del Risano. Era stato questo infatti il principale lamento contro il duca Giovanni insuper Sclavos super terras nostras posuit. E ancora, dopo le grandi depredazioni e le stragi inflitte all'Istria - meridionale dai Saraceni, dai Narentani, dai Croati, molti di questi si stabilirono nella penisola, ma la dovettero in gran parte abbandonare.

Ciò che ha dato l'Istria all'Italia rimarrà indelebile poiché è scritto nella storia.

Pellegrino per l’Istria (Gianfranco Franchi)

"A sessant’anni e poco più dalla fine dello spaventoso esodo che ha svuotato le due piccole città, e i tanti borghi e i tanti paesi istriani dalla totalità o dalla maggioranza assoluta della popolazione, il paesaggio istriano non smette di raccontare la ferita dell’innaturale distacco della popolazione autoctona, sparpagliata in una drammatica diaspora in tante e diverse parti del mondo, dal Canada all’Australia, dall’Italia superstite al Sudafrica. A raccontare con disarmante crudezza l’irrimediabile accaduto sono soprattutto le campagne: quello che un tempo era il borgo di riferimento per buona parte del contado, cioè Portole, è forse quello più disastrosamente vicino a un borgo fantasma: sembra abitato da figuranti, o da comparse svogliate; saranno poche decine di unità, forse un centinaio, contro le svariate migliaia degli ultimi due secoli. S’entra, costeggiata la loggia veneziana, in una ghost town veneziana: là dove era la semplice e onesta vita dei figli del popolo non rimane che polvere e ruggine, le case deserte di vita sono state lasciate andare alle intemperie, e quando il tetto non ha ceduto di schianto, agevolando la fatiscenza, sono state prima le finestre o le porte a cedere, e le facciate, e le vecchie gronde. Si scende per le scale di quella che un tempo era la piazza principale del paese, là dove c’è la chiesa: si scende per le scale, giù, e fatti trenta passi si incontrano palazzi e vecchi edifici nascosti da una vegetazione invincibile, imprevedibilmente sopraffatti dalla natura. La strada, a un tratto, finisce, senza più grazia e senza più senso, perché ingombra di erbacce e di calcinacci. Si va per il borgo, tra case in rovina e altre faticosamente restaurate, per lo più da una minoranza di nuovi coloni spediti, a suo tempo, da queste parti dalle logiche bizzarre dell’amministrazione titina: là dove era la splendida fatica della vita dei contadini ora sono i volti allucinati dei forestieri, e degli estranei, figli o forse nipoti di gente spedita da lontano a ripopolare la terra appena conquistata. Si esce dal borgo e ci si ritrova a guardare il panorama da quello che un tempo doveva essere un balcone d’eccezione, venerato dai paesani e apprezzato dai viandanti, simile ai balconi della nostra Umbria; là, un grottesco moncone di un vecchio pilo portabandiera veneziano, con una lapide abrasa, ci racconta che non troppi anni fa la storia si poteva raccontare ancora, con diversa e migliore fortuna.


Nei dintorni di Portole ci sono scenari forse più lunari, e lancinanti: come quello del vecchio villaggio di Cuberton, abitato oggi da una o due famiglie di poche unità di persone, un tempo paesotto con la sua chiesa, la sua piazza, il suo cimitero, i suoi stupendi e faticosi campi, le sue tante case. Cuberton è oggi un luogo da meditazione sul senso della vita e delle cose degli esseri umani, una meta sciamanica, raggiungibile per lo più per strade sterrate, isolata su una collinetta; la wilderness s’è già portata via l’aspetto del paese, camminare per i viottoli e i sentieri superstiti è difficile anche se ti accompagna una figlia dell’esodo, una che ha fatto in tempo a essere bambina e a imparare il dialetto, per sempre, prima di finire profuga a Trieste – anzi: a Padriciano, in Carso, là dove, paradosso dei paradossi, i nostri profughi finivano per ritrovarsi circondati dall’antagonista presenza slovena. L’alternativa a questo scenario malinconico della campagna istriana, che non può non strappare sospiri ai figli, ai nipoti e ai pronipoti degli esuli, e ammutolire fino al torpore i vecchi esuli ancora superstiti, è la reinvenzione dei paesi, in salsa artistoide: chi conosce le vicende d’antan di Calcata, nel viterbese, riconosce una simile impronta nella nuova vita del borgo veneziano di Grisignana, seducente borgo di pietra, vecchio accampamento e vecchia roccaforte della gente nostra; adesso è una sorta di paesotto degli artisti, sulla carta “cosmopolita”, ogni tanto c’è una rassegna musicale o artigianale di discreto ritorno, almeno nei paraggi, e per il resto della cultura millenaria passata non rimangono che l’architettura e il respiro delle strade, a parlare per bene, a raccontare quello che è successo.


Non troppo distante c’è Montona, altro borgo andato deserto della totalità della popolazione originaria, autoctona: dopo un periodo di disastroso abbandono e di crolli e di fatiscenza, adesso ospita periodicamente eventi o rassegne che finiscono per dargli un tono addirittura vivace, almeno la domenica. È forse il paese dell’entroterra istriano che mostra, nonostante qualche restauro assassino e nonostante l’inevitabile freddezza dei nuovi coloni nei confronti del passato veneziano e latino, la sua originaria fratellanza con la campagna umbra o toscana: sta là, orgoglioso e imprendibile, su un monticello, a dominare una vallata; ai suoi piedi, lungo il fiume Quieto, c’è quella che un tempo Venezia chiamava “Foresta di san Marco”; andando per il borgo, superstiti al massacro degli scalpelli, ruggiscono chiari segni della Serenissima. L’aria è buona, e il panorama apre il cuore. Profondamente.


Sulla costa occidentale istriana, quella che forse nessuno degli ex jugoslavi si sarebbe mai potuto sognare di slavizzare, i risultati sono diversi; prima di tutto perché appare diversamente riabitata, o in qualche caso, come Rovigno, ancora abitata da una rispettabile minoranza di autoctoni, o di loro discendenti; elemento questo che ha garantito, nel caso della cittadina di Ligio Zanini, una diversa continuità col passato, nel dialetto e in qualche istituto storico.


I disastri peggiori sono nelle cittadine considerate, un tempo, “gemma dell’Istria”, come Capodistria: quella che chiamavano “Atene dell’Istria” è oggi prigioniera di uno squallido e anonimo megamagazzino sloveno, e da dolce porticciolo è diventata modesto ma aggressivo scalo di una nazione piccolissima che un giorno ha preteso un corridoio e un accesso al mare: esteticamente è irriconoscibile, la città vecchia è circondata dal cemento e dalla plastica oscena del Novecento, è come se Capodistria fosse sfigurata – e non ci sarà nessuna medicina e nessuna chirurgia e nessuna magia per riportarla indietro. Quando si trova, non senza stupore, una viuzza d’accesso alla città vecchia, alla vera Capodistria oggi prigioniera di Koper, lo sguardo si riempie di emozione, e di colori mediterranei; la vecchia Piazza del Duomo è mozzafiato, col Palazzo Pretorio e la Loggia, ed è estraniante non sentire più nessuno parlare in istroveneto, è imbarazzante, e sconfortante.


Isola d’Istria, subito dopo, è un paesetto senz’anima, penalizzato dai soliti restauri criminali, e dalle colate di cemento che hanno finito per nascondere o umiliare la pietra originaria. Pirano ha mantenuto la sua grazia veneziana perché i nuovi amministratori hanno distrutto la sua vecchia baia, la baia di Portorose, trasformandola in una terrificante passeggiata turistica, tutta alberghi e centri benessere, e accompagnando la fondazione del nuovo, sfavillante borgo turistico con abbondante edificazione di case, alberghi e casupole, e ristoranti e buffet di ogni ordine e grado. Perché è successo tutto questo?


L’ultimo direttore del glorioso quotidiano “L’Arena di Pola”, il socialista Guido Miglia, spiegava, nei suoi fondamentali “Bozzetti istriani” [1967], che “coloro che avevano il potere non hanno saputo distinguere ciò che era difendibile da ciò che in qualunque caso si doveva perdere: non hanno saputo distinguere un’Istria veneta da un’Istria slava: per confondere questa con quella, abbiamo perduto tutto, e non ci siamo quasi accorti di ciò che stavamo perdendo. Coloro invece che hanno capito la propria sorte, cioè gli abitanti dei luoghi sacrificati, hanno lasciato ogni cosa più cara, ed hanno ricominciato tutto da capo, in un silenzio doloroso”. E ancora, sempre Guido Miglia, sempre nel 1967 spiegava: “Oggi poco è rimasto di quanto noi abbiamo lasciato, e quel poco tende a diventare un mito nella nostra fantasia: eppure sembra giusto tramandarlo così anche ai nostri figli, che molte volte non possono comprendere, perché essi stanno formandosi altrove, e non sanno la spina dei loro padri”.


Sarebbe forse bastato poco per evitare un simile, a volte irreparabile disastro: sarebbe bastato che il socialismo propagandato dalla nuova amministrazione fosse stato quello dell’utopia originaria, e quindi davvero fraterno, solidale e rispettoso di ogni diversità, come un cristianesimo nuovissimo. Sarebbe bastato che nessuno dimenticasse che l’Istria non era e non poteva diventare parte di una nazione chiamata “Jugoslavia”, perché l’elemento slavo, in Istria, era storicamente minoritario, se non in qualche campagna e nel paese di Fontane, e di Pisino: l’Istria doveva e poteva diventare qualcosa d’altro, una nazione cuscinetto, autonoma, multietnica e multiculturale, e tuttavia capace di restare fedele alla sua storia, ai suoi toponimi, al suo dialetto. Oggi, chi viene da sangue istriano torna nella terra degli antenati come un pellegrino: si va in una terra santa, a pregare e piangere quel che è stato, a difenderlo e tutelarlo, almeno nella memoria. E nel sogno."

martedì 14 novembre 2023

Foiba di Basovizza: quando i documenti occulti di un archivio falsano la storia (Unione degli Istriani)

Per anni, molti anni, questo documento importantissimo, conservato negli archivi triestini dell'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, è stato nascosto, cioè secretato, per ragioni politiche.


Il notivo, molto probabilmente, è legato al fatto che bisognava nasconderlo agli studiosi per mantenere in piedi la vulgata di certa storiografia di parte e menzognera, secondo la quale la Foiba di Basovizza altro non è che un falso, cioè una cavita vuota sulla quale si è costruito un mito.


Privo di una collocazione originale è stato soltanto recentemente "ritrovato" ed inserito in una collezione di nuovi documenti versati nel corso del tempo e che finora non avevano trovato una sistemazione coerente ed idonea.


Il documento consiste in due pagine dattiloscritte e uno schizzo fuori scala della frazione carsica triestina di Basovizza. Dalla stampigliatura posta ai margini dei tre fogli “carteggio E.M.” si deduce che il documento faceva parte dell’ampio carteggio che Ercole Miani, partigiano antifascista istriano, aveva raccolto in particolare nel secondo dopoguerra, per versarlo all’allora Deputazione regionale per la storia del movimento di liberazione, di cui era stato uno dei promotori e fondatori nel 1953, e che diresse fino alla morte.


Si tratta di una breve relazione dattiloscritta anonima, accompagnata da uno schizzo a matita della zona di Basovizza e più precisamente del Pozzo della miniera – oggi noto come Monumento nazionale della Foiba di Basovizza. Nel testo sono narrate alcune vicende relative ai giorni della capitolazione tedesca e dell’ingresso delle truppe jugoslave a Trieste, comprese tra il 30 aprile e 3 maggio 1945, mentre successivi riferimenti giungono fino al 25 agosto di quell’anno. 


La relazione comprende pure la descrizione di una clandestina esplorazione del sito nel corso dell’estate durante le operazioni di esplorazione della cavità da parte delle autorità anglo-americane e di parziale recupero delle salme ivi giacenti.


Molto interessante è il passaggio nel quale vengono elencati i nominativi, con relativi indirizzi di casa, di cinque testimoni oculari, quattro uomini e una donna, di cui tre abitanti a Basovizza e due a Opicina, i quali avrebbero assistito agli infoibamenti di massa nei primi giorni di maggio 1945.


Il fatto è disgustoso: che un archivio di fondamentale importanza per lo studio e l'interpretazione delle vicende dell'occupazione tito-comunista di Trieste abbia nascosto per decenni un simile documento, dimostra chiaramente che la volontà di celarlo sia stata funzionale ad impedire che i testimoni indicati venissero interrogati. Questa è una delle prime, istintive e naturali valutazioni.





Quello che ci chiediamo adesso, invece, è: quanti documenti sono ancora nascosti e non compresi tra quelli disponibili alla consultazione?

Una tradizione Triestina: quella delle carte

La città è conosciuta per il mondo delle carte. Questa attrazione è presente in tutta Italia, ma in particolare in territorio triestino perché è presente il celebre stabilimento storico Modiano, dove vengono prodotte ancora oggi le famose carte triestine.



Modiano nasce nel 1868 a Trieste. Inizialmente focalizzata sulla produzione e commercializzazione di cartine da sigarette con diversi marchi, tra i quali il “CLUB”, nel 1884 sviluppa la propria attività, avviando una litografia che fa scuola per le riproduzioni artistiche e per la produzione di carte da gioco. In breve tempo le carte da gioco Modiano, grazie al connubio tra arte, tecnologia e abilità commerciale superano per stile e qualità gli standard europei stabiliti per tradizione da austriaci e tedeschi.


Nuovi stabilimenti vengono avviati oltre i confini urbani a Romans d’Isonzo, Fiume e Budapest, dove si sviluppa una collaborazione con i maggiori artisti dell’ateneo ungherese.


Agli inizi del ‘900 poi l’azienda si specializza nella produzione di manifesti pubblicitari e diventa promotrice della cartellonistica italiana avvalendosi del contributo di artisti di fama quali Orell, Cambon, Sigon, Quaiatti, Cuccoli, Tominz, Timmel, etc. L’attività prosegue di generazione in generazione sino al 1987, anno in cui Modiano viene acquisita dalla Grafad, un’industria cartotecnica già presente sul mercato. Oggi è attiva e nota principalmente per la produzione e commercializzazione di carte da gioco di cui è uno dei principali giochi nazionali ed internazionali mantenendo la sua identità di affidabile partner grafico nel mondo degli astucci in cartoncino.


Un’elite della produzione italiana di carte, anche se alcuni mazzi sono prodotti dalla trevigiana Dal Negro e da aziende estere in Austria e Slovenia.