mercoledì 15 novembre 2023

Pellegrino per l’Istria (Gianfranco Franchi)

"A sessant’anni e poco più dalla fine dello spaventoso esodo che ha svuotato le due piccole città, e i tanti borghi e i tanti paesi istriani dalla totalità o dalla maggioranza assoluta della popolazione, il paesaggio istriano non smette di raccontare la ferita dell’innaturale distacco della popolazione autoctona, sparpagliata in una drammatica diaspora in tante e diverse parti del mondo, dal Canada all’Australia, dall’Italia superstite al Sudafrica. A raccontare con disarmante crudezza l’irrimediabile accaduto sono soprattutto le campagne: quello che un tempo era il borgo di riferimento per buona parte del contado, cioè Portole, è forse quello più disastrosamente vicino a un borgo fantasma: sembra abitato da figuranti, o da comparse svogliate; saranno poche decine di unità, forse un centinaio, contro le svariate migliaia degli ultimi due secoli. S’entra, costeggiata la loggia veneziana, in una ghost town veneziana: là dove era la semplice e onesta vita dei figli del popolo non rimane che polvere e ruggine, le case deserte di vita sono state lasciate andare alle intemperie, e quando il tetto non ha ceduto di schianto, agevolando la fatiscenza, sono state prima le finestre o le porte a cedere, e le facciate, e le vecchie gronde. Si scende per le scale di quella che un tempo era la piazza principale del paese, là dove c’è la chiesa: si scende per le scale, giù, e fatti trenta passi si incontrano palazzi e vecchi edifici nascosti da una vegetazione invincibile, imprevedibilmente sopraffatti dalla natura. La strada, a un tratto, finisce, senza più grazia e senza più senso, perché ingombra di erbacce e di calcinacci. Si va per il borgo, tra case in rovina e altre faticosamente restaurate, per lo più da una minoranza di nuovi coloni spediti, a suo tempo, da queste parti dalle logiche bizzarre dell’amministrazione titina: là dove era la splendida fatica della vita dei contadini ora sono i volti allucinati dei forestieri, e degli estranei, figli o forse nipoti di gente spedita da lontano a ripopolare la terra appena conquistata. Si esce dal borgo e ci si ritrova a guardare il panorama da quello che un tempo doveva essere un balcone d’eccezione, venerato dai paesani e apprezzato dai viandanti, simile ai balconi della nostra Umbria; là, un grottesco moncone di un vecchio pilo portabandiera veneziano, con una lapide abrasa, ci racconta che non troppi anni fa la storia si poteva raccontare ancora, con diversa e migliore fortuna.


Nei dintorni di Portole ci sono scenari forse più lunari, e lancinanti: come quello del vecchio villaggio di Cuberton, abitato oggi da una o due famiglie di poche unità di persone, un tempo paesotto con la sua chiesa, la sua piazza, il suo cimitero, i suoi stupendi e faticosi campi, le sue tante case. Cuberton è oggi un luogo da meditazione sul senso della vita e delle cose degli esseri umani, una meta sciamanica, raggiungibile per lo più per strade sterrate, isolata su una collinetta; la wilderness s’è già portata via l’aspetto del paese, camminare per i viottoli e i sentieri superstiti è difficile anche se ti accompagna una figlia dell’esodo, una che ha fatto in tempo a essere bambina e a imparare il dialetto, per sempre, prima di finire profuga a Trieste – anzi: a Padriciano, in Carso, là dove, paradosso dei paradossi, i nostri profughi finivano per ritrovarsi circondati dall’antagonista presenza slovena. L’alternativa a questo scenario malinconico della campagna istriana, che non può non strappare sospiri ai figli, ai nipoti e ai pronipoti degli esuli, e ammutolire fino al torpore i vecchi esuli ancora superstiti, è la reinvenzione dei paesi, in salsa artistoide: chi conosce le vicende d’antan di Calcata, nel viterbese, riconosce una simile impronta nella nuova vita del borgo veneziano di Grisignana, seducente borgo di pietra, vecchio accampamento e vecchia roccaforte della gente nostra; adesso è una sorta di paesotto degli artisti, sulla carta “cosmopolita”, ogni tanto c’è una rassegna musicale o artigianale di discreto ritorno, almeno nei paraggi, e per il resto della cultura millenaria passata non rimangono che l’architettura e il respiro delle strade, a parlare per bene, a raccontare quello che è successo.


Non troppo distante c’è Montona, altro borgo andato deserto della totalità della popolazione originaria, autoctona: dopo un periodo di disastroso abbandono e di crolli e di fatiscenza, adesso ospita periodicamente eventi o rassegne che finiscono per dargli un tono addirittura vivace, almeno la domenica. È forse il paese dell’entroterra istriano che mostra, nonostante qualche restauro assassino e nonostante l’inevitabile freddezza dei nuovi coloni nei confronti del passato veneziano e latino, la sua originaria fratellanza con la campagna umbra o toscana: sta là, orgoglioso e imprendibile, su un monticello, a dominare una vallata; ai suoi piedi, lungo il fiume Quieto, c’è quella che un tempo Venezia chiamava “Foresta di san Marco”; andando per il borgo, superstiti al massacro degli scalpelli, ruggiscono chiari segni della Serenissima. L’aria è buona, e il panorama apre il cuore. Profondamente.


Sulla costa occidentale istriana, quella che forse nessuno degli ex jugoslavi si sarebbe mai potuto sognare di slavizzare, i risultati sono diversi; prima di tutto perché appare diversamente riabitata, o in qualche caso, come Rovigno, ancora abitata da una rispettabile minoranza di autoctoni, o di loro discendenti; elemento questo che ha garantito, nel caso della cittadina di Ligio Zanini, una diversa continuità col passato, nel dialetto e in qualche istituto storico.


I disastri peggiori sono nelle cittadine considerate, un tempo, “gemma dell’Istria”, come Capodistria: quella che chiamavano “Atene dell’Istria” è oggi prigioniera di uno squallido e anonimo megamagazzino sloveno, e da dolce porticciolo è diventata modesto ma aggressivo scalo di una nazione piccolissima che un giorno ha preteso un corridoio e un accesso al mare: esteticamente è irriconoscibile, la città vecchia è circondata dal cemento e dalla plastica oscena del Novecento, è come se Capodistria fosse sfigurata – e non ci sarà nessuna medicina e nessuna chirurgia e nessuna magia per riportarla indietro. Quando si trova, non senza stupore, una viuzza d’accesso alla città vecchia, alla vera Capodistria oggi prigioniera di Koper, lo sguardo si riempie di emozione, e di colori mediterranei; la vecchia Piazza del Duomo è mozzafiato, col Palazzo Pretorio e la Loggia, ed è estraniante non sentire più nessuno parlare in istroveneto, è imbarazzante, e sconfortante.


Isola d’Istria, subito dopo, è un paesetto senz’anima, penalizzato dai soliti restauri criminali, e dalle colate di cemento che hanno finito per nascondere o umiliare la pietra originaria. Pirano ha mantenuto la sua grazia veneziana perché i nuovi amministratori hanno distrutto la sua vecchia baia, la baia di Portorose, trasformandola in una terrificante passeggiata turistica, tutta alberghi e centri benessere, e accompagnando la fondazione del nuovo, sfavillante borgo turistico con abbondante edificazione di case, alberghi e casupole, e ristoranti e buffet di ogni ordine e grado. Perché è successo tutto questo?


L’ultimo direttore del glorioso quotidiano “L’Arena di Pola”, il socialista Guido Miglia, spiegava, nei suoi fondamentali “Bozzetti istriani” [1967], che “coloro che avevano il potere non hanno saputo distinguere ciò che era difendibile da ciò che in qualunque caso si doveva perdere: non hanno saputo distinguere un’Istria veneta da un’Istria slava: per confondere questa con quella, abbiamo perduto tutto, e non ci siamo quasi accorti di ciò che stavamo perdendo. Coloro invece che hanno capito la propria sorte, cioè gli abitanti dei luoghi sacrificati, hanno lasciato ogni cosa più cara, ed hanno ricominciato tutto da capo, in un silenzio doloroso”. E ancora, sempre Guido Miglia, sempre nel 1967 spiegava: “Oggi poco è rimasto di quanto noi abbiamo lasciato, e quel poco tende a diventare un mito nella nostra fantasia: eppure sembra giusto tramandarlo così anche ai nostri figli, che molte volte non possono comprendere, perché essi stanno formandosi altrove, e non sanno la spina dei loro padri”.


Sarebbe forse bastato poco per evitare un simile, a volte irreparabile disastro: sarebbe bastato che il socialismo propagandato dalla nuova amministrazione fosse stato quello dell’utopia originaria, e quindi davvero fraterno, solidale e rispettoso di ogni diversità, come un cristianesimo nuovissimo. Sarebbe bastato che nessuno dimenticasse che l’Istria non era e non poteva diventare parte di una nazione chiamata “Jugoslavia”, perché l’elemento slavo, in Istria, era storicamente minoritario, se non in qualche campagna e nel paese di Fontane, e di Pisino: l’Istria doveva e poteva diventare qualcosa d’altro, una nazione cuscinetto, autonoma, multietnica e multiculturale, e tuttavia capace di restare fedele alla sua storia, ai suoi toponimi, al suo dialetto. Oggi, chi viene da sangue istriano torna nella terra degli antenati come un pellegrino: si va in una terra santa, a pregare e piangere quel che è stato, a difenderlo e tutelarlo, almeno nella memoria. E nel sogno."

martedì 14 novembre 2023

Foiba di Basovizza: quando i documenti occulti di un archivio falsano la storia (Unione degli Istriani)

Per anni, molti anni, questo documento importantissimo, conservato negli archivi triestini dell'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, è stato nascosto, cioè secretato, per ragioni politiche.


Il notivo, molto probabilmente, è legato al fatto che bisognava nasconderlo agli studiosi per mantenere in piedi la vulgata di certa storiografia di parte e menzognera, secondo la quale la Foiba di Basovizza altro non è che un falso, cioè una cavita vuota sulla quale si è costruito un mito.


Privo di una collocazione originale è stato soltanto recentemente "ritrovato" ed inserito in una collezione di nuovi documenti versati nel corso del tempo e che finora non avevano trovato una sistemazione coerente ed idonea.


Il documento consiste in due pagine dattiloscritte e uno schizzo fuori scala della frazione carsica triestina di Basovizza. Dalla stampigliatura posta ai margini dei tre fogli “carteggio E.M.” si deduce che il documento faceva parte dell’ampio carteggio che Ercole Miani, partigiano antifascista istriano, aveva raccolto in particolare nel secondo dopoguerra, per versarlo all’allora Deputazione regionale per la storia del movimento di liberazione, di cui era stato uno dei promotori e fondatori nel 1953, e che diresse fino alla morte.


Si tratta di una breve relazione dattiloscritta anonima, accompagnata da uno schizzo a matita della zona di Basovizza e più precisamente del Pozzo della miniera – oggi noto come Monumento nazionale della Foiba di Basovizza. Nel testo sono narrate alcune vicende relative ai giorni della capitolazione tedesca e dell’ingresso delle truppe jugoslave a Trieste, comprese tra il 30 aprile e 3 maggio 1945, mentre successivi riferimenti giungono fino al 25 agosto di quell’anno. 


La relazione comprende pure la descrizione di una clandestina esplorazione del sito nel corso dell’estate durante le operazioni di esplorazione della cavità da parte delle autorità anglo-americane e di parziale recupero delle salme ivi giacenti.


Molto interessante è il passaggio nel quale vengono elencati i nominativi, con relativi indirizzi di casa, di cinque testimoni oculari, quattro uomini e una donna, di cui tre abitanti a Basovizza e due a Opicina, i quali avrebbero assistito agli infoibamenti di massa nei primi giorni di maggio 1945.


Il fatto è disgustoso: che un archivio di fondamentale importanza per lo studio e l'interpretazione delle vicende dell'occupazione tito-comunista di Trieste abbia nascosto per decenni un simile documento, dimostra chiaramente che la volontà di celarlo sia stata funzionale ad impedire che i testimoni indicati venissero interrogati. Questa è una delle prime, istintive e naturali valutazioni.





Quello che ci chiediamo adesso, invece, è: quanti documenti sono ancora nascosti e non compresi tra quelli disponibili alla consultazione?

Una tradizione Triestina: quella delle carte

La città è conosciuta per il mondo delle carte. Questa attrazione è presente in tutta Italia, ma in particolare in territorio triestino perché è presente il celebre stabilimento storico Modiano, dove vengono prodotte ancora oggi le famose carte triestine.



Modiano nasce nel 1868 a Trieste. Inizialmente focalizzata sulla produzione e commercializzazione di cartine da sigarette con diversi marchi, tra i quali il “CLUB”, nel 1884 sviluppa la propria attività, avviando una litografia che fa scuola per le riproduzioni artistiche e per la produzione di carte da gioco. In breve tempo le carte da gioco Modiano, grazie al connubio tra arte, tecnologia e abilità commerciale superano per stile e qualità gli standard europei stabiliti per tradizione da austriaci e tedeschi.


Nuovi stabilimenti vengono avviati oltre i confini urbani a Romans d’Isonzo, Fiume e Budapest, dove si sviluppa una collaborazione con i maggiori artisti dell’ateneo ungherese.


Agli inizi del ‘900 poi l’azienda si specializza nella produzione di manifesti pubblicitari e diventa promotrice della cartellonistica italiana avvalendosi del contributo di artisti di fama quali Orell, Cambon, Sigon, Quaiatti, Cuccoli, Tominz, Timmel, etc. L’attività prosegue di generazione in generazione sino al 1987, anno in cui Modiano viene acquisita dalla Grafad, un’industria cartotecnica già presente sul mercato. Oggi è attiva e nota principalmente per la produzione e commercializzazione di carte da gioco di cui è uno dei principali giochi nazionali ed internazionali mantenendo la sua identità di affidabile partner grafico nel mondo degli astucci in cartoncino.


Un’elite della produzione italiana di carte, anche se alcuni mazzi sono prodotti dalla trevigiana Dal Negro e da aziende estere in Austria e Slovenia.

Il Faro della Vittoria (Trieste)

È noto che le zone di mare costituenti i frequentati crocevia della navigazione e i punti di approdo del naviglio mercantile hanno richiesto fin dai tempi antichi particolari impianti luminosi di riferimento, segnalazione e di allerta tali da assicurare percorsi e manovre esenti da pericoli e da possibili danni ai corpi e ai beni. 

Dai semplici fuochi accesi in punti costieri eminenti si è passati presto a quelle costruzioni note come fari, nome comune derivante da Faro, quale è il nome proprio dello scoglio esistente davanti al porto egizio di Alessandria, sul quale era stato costruito in epoca ellenistica il più noto e celebrato degli impianti antichi. 

Dal fuoco a fiamma libera, soggetto al capriccio delle intemperie, si è passati via via a fonti luminose protette e sempre più efficienti fino ad arrivare, dopo tanti secoli di attuazioni e pratiche sempre più elaborate, agli attuali sistemi automatizzati che non sembrano suscettibili di ulteriori sviluppi pragmatici nella catena delle luminosità segnaletiche snodantesi lungo tutte le coste e gli approdi marittimi. 

Il Golfo di Trieste ha rappresentato, specialmente a partire dalla metà del 1800 e fino alla metà di questo nostro secolo, una delle zone più intense di traffico battuto sia da navi di altura, da passeggeri e da carico, sia da naviglio costiero di linea e di piccolo cabotaggio armati da grandi compagnie di navigazione e da una miriade di armatori minori. 

L’impianto di fari di grande atterramento e di portata locale, dalla foce del fiume Tagliamento a Punta Salvore, è stato pertanto particolarmente curato con cinque costruzioni oggi non tutte in attività ma ancora esistenti tranne una, la minore, demolita nel secondo dopoguerra. 


L’idea di un faro rispondente non solo alle funzioni nautiche come prodotto tecnico ma anche con carattere di monumentalità come espressione artistica secondo un abbinamento forse unico in un impianto del genere, è nata a Bologna durante la prima guerra mondiale, nel 1917, tra un gruppo di profughi, in casa del dott. Silvio Sbisà, parentino. Era presente anche l’architetto Arduino Berlam che si assumeva l’impegno di stendere il progetto di massima per un’opera che si presentasse veramente monumentale a ricordo dei caduti in una guerra immane che aveva portato alla realizzazione del sogno irredentistico delle terre adriatiche. 

Tornato a Trieste, l’architetto Berlam prendeva contatto con lo scultore Giovanni Mayer per la parte artistica e col capitano Piero Fragiacomo per la parte nautica dando forma concreta al progetto che incontrava l’interesse del conte Salvatore Segrè Sartorio, presidente della neocostituita sezione triestina della Lega Navale Italiana, mentre il contrammiraglio Guido Fava, comandante della Difesa Marittima di Trieste, assicurava il suo appoggio.

Scartata l’idea di alzare la costruzione sulla Punta Salvore (dove esisteva già un grande faro, funzionante), parve più favorevole la posizione offerta dal ciglione del colle di Gretta, che dava direttamente sul porto con la possibilità di avere un punto luce molto elevato sul livello del mare. 

Fu così che, il 10 agosto 1919, la Lega Navale sottoponeva il progetto al Ministero della Marina, che dava la sua approvazione il 3 novembre successivo. Si formava un comitato cittadino con alla testa il contrammiraglio Fava e con la partecipazione della Lega Navale, dei rappresentanti degli armatori, delle industrie, degli enti economici, e contemporaneamente l’ing. Ettore Pollich della Navigazione Libera Triestina provvedeva all’acquisto del vecchio forte ex austriaco di Gretta col relativo terreno. 

Il lavoro preparatorio veniva portato avanti con notevole celerità, tanto che il progetto particolareggiato poteva essere spedito a Roma già nel 1920 incontrando l’approvazioneve senza tante lungaggini burocratiche con un premio concesso al Berlam, che lo destinava all’opera raddoppiando l’importo secondo la volontà testamentaria del padre. Il contratto di costruzione veniva firmato il 30 luglio 1922 con un consorzio fra cooperative edili di ex combattenti ed assumeva la direzione dei lavori il noto architetto Guido Cirilli con l’architetto Paladini quale coadiutore. L’architetto Arduino Berlam manteneva la consulenza generale dell’opera, di cui era l’autorevole e riconosciuto promotore. Va ricordato che il Berlam, allora quarantottenne, era il terzo di una generazione familiare di architetti noti dal 1860, che avevano lasciato più di un’impronta nell’ambiente urbanistico triestino.


I lavori avevano inizio il 15 gennaio 1923 con la demolizione delle parti non utilizzabili del vecchio forte, sul quale veniva incorporata la grande base di appoggio della nuova costruzione, sotto la vigilanza del Genio Civile, che provvedeva a lavori in proprio per il consolidamento dell’area interessata e la costruzione della strada di accesso con interventi degli ingegneri Lori, Krall, Piacentini, Baratelli, Rizzoli, Camanzi e, da ultimo, dell’ingegnere capo Atena coadiuvato dall’ing. Verderame. Ogni appoggio era assicurato dall’armatore Alberto Cosulich, nuovo presidente della Lega Navale, il governo concedeva 15.000 chilogrammi di bronzo (ricavato dalla fuzione di armi di preda bellica), l’opinione pubblica manifestava vivo interesse, si appassionava, arrivavano numerose oblazioni specialmente da parte delle società di navigazione, anche da parte degli italiani d’America tramite il giornale “Il Progresso Italo-Americano” rispondendo all’iniziativa dell’architetto Whitrey Warren. 

La costruzione di un’opera tanto particolare non era facile, si presentavano grossi problemi di statica, di solidità e di resistenza alla torsione imponendo delle modifiche in corso d’opera specialmente a livello del basamento con intervento degli ingegneri Cirilli e Pincherle Muratori. Venivano incaricati dei calcoli delle resistenze gli ingegneri Raffaello e Beniamino Battigelli, ai quali si deve la solidità della base e dell’alta costruzione a colonna rispetto alle sollecitazioni provocate da movimenti tellurici e dalle raffiche della bora, che in quel punto scende gagliarda dall’altipiano carsico. 

Il 3 febbraio 1924, il Grande Ammiraglio Thaon de Revel veniva ad ispezionare i lavori, che trovava molto avanzati: recava in dono l’ancora del cacciatorpediniere “Audace”, che suggeriva di sistemare sul prospetto del basamento, e due grandi proiettili da 305 mm. della corazzata austro-ungarica “Viribus Unitis” (affondata il 3 novembre 1918 nel porto di Pola dagli incursori Paolucci e Rossetti ) che venivano sistemate a fianco della porta d’ingresso del Faro. 

Sull’ancora dell’”Audace” si trovava applicata una targhetta con la scritta “Fatta prima d’ogni altra sacra dalle acque della Gemma Redenta il III Novembre MCMXVIII”, vale a dire in ricordo del primo attracco dell’unità avvenuto in quella data.


Lo scultore Mayer, approvate certe modifiche concettuali ed estetiche all’idea iniziale del Berlam, portava a compimento la grande statua lapidea del Marinaio e alla fine del 1925 appariva in tutta la sua altezza il corpo cilindrico del Faro simile ad una gigantesca colonna scanalata. 

Seguiva, nell’agosto del 1926, nell’officina del triestino Giacomo Srebot, il collaudo della statua della Vittoria Alata risultante dal martellamento di lastre di rame sulla figura originale in gesso ed arrivava la lanterna metallica sormontata dalla cupola di rame squamata a sbalzo, eseguita dalla ditta Alfonso Curci di Napoli su disegno dell’Officina Autonoma dei Fari e Segnalamento di Trieste. 

Collocate al loro posto le due grandi statue, la litica su di un plinto a coronamento della base e la metallica sopra la cupola, l’opera poteva dirsi compiuta nei primi mesi del 1927.


Veniva solennemente inaugurata alla presenza della massima autorità dello stato, del Re d’Italia, e delle maggiori e più rappresentative autorità del momento.


Il Faro triestino, pensato, voluto e realizzato con tanta determinazione, idealità e concorso di impegni di vario genere e significato, veniva a distinguersi ed acquistava notorietà quale monumentale opera d’arte che nulla sottraeva e sottrae al fine pratico al quale era ed è destinato. Opera maestosa e dominatrice da qualunque parte si guardi, alta 68,8 metri dalla base alla cima delle ali della statua superiore, che misura 7 metri come la statua del Marinaio. La parte inferiore del basamento veniva eseguita in pietra grigia di Gabria, la parte scampanata e il resto della costruzione in pietra bianca di Orsera, con colonna rastremata terminante in un capitello costituito da una gola aerea con pietre ad incastro aggettanti a raggera , punto di passaggio dalla costruzione litica a quella metallica munita di un secondo terrazzino aereo circolare. 

Sulla base spicca un grande e semplice cartello dedicatorio rettangolare, recante la scritta dettata dallo stesso Berlam, senza enfasi 

A.D. MCMXXVII

SPLENDI.E.RICORDA 

I.CADUTI.SVL.MARE 

MCMXV MCMXVIII


Le varie parti che compongono il monumento sono realizzate con tanta coesione da sembrare monolitiche. L’esecuzione è in calcestruzzo e in cemento armato irrobustiti da un’ossatura di ferro, con rivestimento litico a fine estetico. Una scala a chiocciola interna dà accesso al primo ballatoio aereo, che gira intorno al basamento a 17 metri d’altezza; una seconda scala a chiocciola interna porta al secondo ballatoio aereo posto a 51 metri di altezza consentendo una vista sulla città e sul golfo di grande suggestione e richiamo; si continua a salire entro la cella metallica fino alla parte superiore che dà accesso ad un terzo ballatorio circolare, con chiusura a vetrate e sede della potente fonte luminosa elettrica rotante costituente il fine istituzionale della non comune costruzione. 


Gli apparecchi ottici e la lampada del Faro venivano collocati, e tutt’ora lo sono, nei due ripiani della lanterna posti sotto la cupola di rame. 

La sistemazione completa di questa parte dell’opera veniva affidata dal Ministero della Marina al Comando di Zona Fari e Segnalamenti Marittimi di Trieste, che allora era retto dal capitano di fregata Gino Fanelli, sotto la cui direzione si segnalarono il capitano Pietro Fragiacomo, collaboratore fin dal tempo del primo progetto, il capotecnico Cesare Chenda, che concepiva e disegnava la lanterna e l’elettrotecnico Marcello Tomasincig. che curava tutta la sistemazione del macchinario, con rotazione a contrappesi.

Il Faro era allacciato alla rete elettrica cittadina ma, contemplandosi il caso di caduta dell’energia erogata da questa fonte, si provvedeva ad un impianto di emergenza autonomo con un generatore sistemato nell’attigua casamatta del vecchio forte. Ipotizzato un guasto a carico anche dell’impianto elettrico di emergenza, si istallava un secondo ausilio con una fonte luminosa a vapori di petrolio come sperimentata dal R.Ufficio Tecnico dei Fari e Segnalamenti Marittimi di Napoli. 

La fonte luminosa era emessa da una grande lampada ad incandescenza da 80 Volts e 30 Ampères fornita dalla Società olandese Philips di Eindhoven, capace di sviluppare un’intensità media di 4.350 candele internazionali. Intorno ad essa ruotava (e ruota) un apparecchio ottico costituito da due gruppi di due lenti Fresnel ciascuno, che elevava la potenza fino a 1.250.000 candele internazionali, tale da assicurare un raggio luminoso della portata per trasparenza media di circa 26 miglia, secondo un ampio cerchio che andava dalla foce del fiume Tagliamento fino all’altezza della città istriana di Parenzo, al limite quindi delle possibilità tecniche di convenienza, condizionate dalla fisica dello strato inferiore, assorbente, dell ’atmosfera. 

La sigla di riconoscimento del Faro triestino, come dire il biglietto da visita, era data (e tutt’ora lo è) da due lampi di luce bianca intervallati da quattro secondi di eclissi, ripetuti tre volte nel giro completo. 

Non è molto cambiato, nel tempo, in questa sistemazione se non l’automazione che è ormai completa.


Opera d’arte, si è detto, e come tale il Faro abbisognava di una illuminazione che, di notte, ne rivelasse la linea architettonica ed ne esaltasse le modanature, uniche nel suo genere ed ispirate ai monumenti della classicità. 

Se ne faceva carico l’ing. Italo Bonazzi, presidente della sezione di Trieste dell’Associazione Elettrotecnica Italiana, pensando fin dall’estate del 1930 ad una luce radente esterna con proiettori sistemati convenientemente. Quando nel settembre successivo si teneva nel capoluogo giuliano la XXXV Riunione annuale dell’Associazione con una visita, tra l’altro, al Faro, l’ing. Bonazzi veniva incoraggiato a portare avanti l’idea con l’approvazione del sindaco senatore Giorgio Pitacco e dello stesso architetto Berlam. Ma il Comando Zona Fari dava risposta negativa in quanto il regolamentointernazionale proibiva l’accensione di luci entro l’area di 200 metri intorno al faro stesso ritenendo necessario evitare interferenze nei confronti dei naviganti. 

L’ing. Bonazzi non si arrendeva, si recava a Roma, interessava della questione il Ministero della Marina ed otteneva che il comando della Base di Venezia inviasse nel Golfo di Trieste il rimorchiatore “Porto Empedocle” con alcuni ufficiali allo scopo di effettuare prove tecniche notturne mentre a terra venivano accesi dei faretti che l’ing. Bonazzi s’era fatto prestare dall’ACEGAT. Si scattavano delle fotografie che mostravano come l’illuminazione esterna non comportava alcuna interferenza con la segnalazione ottica del Faro. 

Caduta ogni opposizione, l’ing. Bonazzi, evidentemente uomo di grande polso e attivo, non perdeva tempo e faceva sistemare l’impianto esterno con prontezza in modo che si potesse inaugurarlo il 20 settembre 1930, giorno della sessione conclusiva del raduno nazionale dell’Associazione Elettrotecnica Italiana tra l’entusiasmo dei congressisti e delle autorità ospitate a bordo del transatlantico “Vulcania” mentre la gente gremiva la riviera di Barcola . L’architetto Berlam non mancava di manifestare al Bonazzi la sua soddisfazione nel constatare che, grazie alla illuminazione radente, la sua opera acquistava la piena valorizzazione anche in sede morale ed estetica. 

Durante il secondo conflitto mondiale, l’impianto dei faretti veniva distrutto ma l’ing. Bonazzi s’interessava, appena possibile, a farlo ricostruire almeno parzialmente superando con pazienza le difficoltà frapposte dagli ufficiali del Governo Militare Alleato, che ne avevano sbarrato il passo, riuscendo, il 24 settembre 1949, a far risplendere nuovamente il ciglione di Gretta dopo quasi dieci anni di eclisse. 

A partire dal 1986 i faretti cominciarono a cedere richiedendo continui lavori di parziale riparazione finchè si è imposta la ricostruzione di tutto l’impianto esterno. Il che è avvenuto ridando pace, crediamo, agli spiriti di Berlam, di Bonazzi, di quanti con tanto impegno si sono prestati ad un’ opera che non ha uguali, di quanti essa è sorta a ricordare. 


Rovigno: Pilo della Vittoria

Pilo della Vittoria innalzato per commemorare la vittoria della 1^ Guerra Mondiale con la redenzione della città dall'occupazione Austro-ungarica. Si trattava di un'artistica opera bronzea istoriata con lo scudo sabaudo con una statua personificante la vittoria posta al di sopra di una prua di nave. Il pilo poggiava su un basamento marmoreo quadrato su cui erano incise le parole: ITALIA! ITALIA! ITALIA! Maestra di civiltà alle genti!


Inutile dire che i titini al loro arrivo provvidero a farlo saltare per aria nel maggio del 1945. In molte case di esuli rovignesi sono tuttora gelosamenti conservati dei frammenti e del pilo bronzeo e del basamento in pietra d'Istria. Ora al suo posto vi è una fontanella su cui campeggia un putto.



Altra angolazione di ripresa del Monumento alla Redenzione che consente una diversa visuale della piazza e del bel lampione in bronzo che fa da pendant al Pilo.

Il blocca porta antenna del Pilo della Vittoria prima della sua collocazione. Si può notare che a fianco dello scudo crociato sabaudo spicca lo stemma con la capretta istriana. Come si può vedere è un'opera di bella fattura in cui spicca la personificazione della Vittoria che si slancia su di una prua rostrata.

Qui l'opera collocata in Piazza dell'Orologio, sulla sinistra spiccano le tipiche figure italiane di due carabinieri.




Italia artistica: Pirano

Pirano, anche, è Venezia, dall’ogiva delle sue porte allo scialle delle sue donne, ai fanali da processione della sua cattedrale, tulipani meravigliosi di scarlatto e d’oro nella loro ricchezza accartocciata e barocca, memore di prore di galera... Venezia superficialmente forse ivi più settecentesca che altrove; nell’anima fieramente Dominante. Domandate alla storia...

«La città è allegra. In quelle calli intricate, ove si radunano presso alle portele amiche di vicinato a far commenti alle novelle divulgate o a render con le quatrociàcole cadenzate più leggero il lavoro dell’ago o del modano o dei ferri; in quelle vie ove passano disinvolte e svelte, chiuse nello scialle nero più artistico d’ogni altra veste le donne..., traspare riflessa l’anima della città, e si vedono frequenti e vivi episodi di pretto carattere veneto che le fanno piacevoli e divertenti al passeggero...». 

Dell'arte romanica Pirano conserva la vasca del battistero, con una finestra della sagrestia testimone d’un’antica basilica. Del secolo XIII una Madonna col Bambino, a S. Michele; del X IV due case a bifore, testimoni forse dell’attività edilizia del podestà Manolesso; del tre e quattrocento un salterio con miniature e un’ancona esistenti nella biblioteca del Duomo, insigne anche per l’armadio-reliquario, con formelle dipinte da qualche scolaro del Vivarini; del più puro quattrocento il Cristo in legno dipinto della Pia Casa di ricovero, il Crocifisso con figure della Scuola di Santo Stefano. E non basta. La Pirano del cinquecento emula Venezia nel chiamare gliartisti ad adornarle chiese e dimore; e si nominano Vettor Carpaccio, Paolo Veronese, Tiziano, Paris Bordon, il Palma e Jacopo da Ponte coloro che e in propria persona e per mano degli alunni migliori rispondono a quest’appello. 

Così nei 1518 Vettor Carpaccio dipinge per il convento di San Francesco la Madonna col Bambino in una corona di santi schierati sui gradini del trono: sant’Antonio, santa Chiara e san Giorgio da una parte, dall’altra san Francesco, san Pietro e san Lodovico; più due musici giovinetti su un lato e sull’altro, e in mezzo un vaso di giaggiolie gigli. Così Benedetto Carpaccio nel 1541 dipingeva pel Consorzio dei sali la Madonna in trono tra s. Luca e s. Giorgio; così l’eco di Tiziano si manifesta nel quadro della chiesetta di San Pietro raffigurante la Madonna che presenta il Bambino a san Girolamo, verosimilmente ascrivibile a Polidoro da Lanciano; così Jacopo da Ponte dà alla sagrestia dei Francescani il suo Cristo sul Monte Oliveto; e Paris 

Bordon compone un venustissimo riposo della Sacra Famiglia, e Andrea Solario un Ecce Homo ammirabile; e Jacopo Palma il Giovane una bionda Maddalena per la sagrestia di San Francesco e una Annunciazione per un altare di S. Stefano, a tacer dei minori, e delle due opere insigni che furon di qui portate a Vienna: la gran tela di Alvise Vivarini, la Madonna che adora il Bambino dormente; e la famosa Battaglia di Salvore del Tintoretto. E degnissime anche le memorie del seicento, fra cui piena di grazia la Madonnina del Sassoferrato appesa dietro l’altar maggiore in San Francesco, specialmente nelle chiesette dedicate alla Madonna della Neve e della Consolazione, dov’è ammirabile anche una squisita cornice del Brustolon.

Alla veneziana esterna eleganza delle architetture corrispondeva nella Pirano della Rinascenza tutta la fioritura decorativa interna: oltre ai quadri, opera d’arte pura, nielli e intagli, damaschi e maioliche, merletti e mobili integravano dentro le dimore dei cittadini il sogno di bellezza italico e veneziano. E il Leone, onnipresente, lo glorificava.

E Francesco Morosini, reduce nel 1689 dalle vittorie gloriosissime di Morea, nel Mar di Portorose — oltre alle cui saline sta la graziosa solitaria Buie — tra applausi e bandiere, tra musiche e colori, in una gran festa di popolo, ne consacrava l’apoteosi.

Italia artistica: Muggia, Capodistria e Isola

"Quando si lascia Trieste, subito Muggia prenunzia e riassume il carattere essenzialmente veneziano della costa istriana: Muggia, piccola città battuta dal mare e dai secoli, col suo leoncino dal muso arguto e dal libro chiuso; col suo piccolo porto, nel quale Enrico Dandolo approdava alla testa dei crociati. Non questo è il primo ricordo della città, che assai tempo innanzi era già insigne, col nome di Mugla, per battaglie e riti fiorenti di leggenda, per gloria di pio culto cristiano, come del resto tutta la rimanente Istria e la Dalmazia; ma è il segno dei crociati con quello del Leone che, alla romanità ond’è segnata gran parte del mondo, aggiunge primo a questa sponda dell’Adriatico un’impronta unica di venezianità e quindi di italianità. Quando, dunque, Enrico Dandolo vi approdava «la città s’adergeva sul monte San Michele, ed il caseggiato presso il porto dicevasi Borgo Lauro; in quel tempo Muggia era soggetta al vescovo d’Aquileia, insignito del titolo di Patriarca; il quale, dominatore poco meno potente di Roma, vi teneva un palazzo — poi occupato dai Veneziani ed infine, dopo parecchi restauri, oggidì casa municipale — , nonché un forte castello più minaccioso ai sudditi che al nemico». Muggia vecchia dista tre quarti d’ora dalla sua città marina, e dell’antica gloria non ha che la disfatta corona delle sue mura, oggi ridotte a baluardo del piazzale e a sedile de’ pellegrini dell’interno; e la basilica, detta anche della Monticula, dedicata agli apostoli Pietro e Paolo, con le sue pietre scolpite che rivelano lo stile longobardo di Cividale. L'atrio, l’ambone su colonne, gli ornati dei cancelli, qualche frammento di pittura bizantina sono argomento di studio e di discussione agli intenditori. Più antica della basilica, l’ombra degli atavi Istriani celti ed illirici, dalle armi di bronzo e Torror sacro della leggenda della sacerdotessa forse druidica murata e arsa nelle vecchie mura, li tra le nebbie della preistoria, — contemporanea delle grotte spaventose, là nella montagna, di San Canziano, — gravano sulla solitudine pànica del luogo e dell’ora. Integrano poi la leggenda le sovrapposizioni bizantine, longobarde e franche; affrettano la formazione della storia e l’atteggiamento della chiesa romana erede dei diritti dello stato e la lotta necessaria delle città costiere contro l’invasione slava che cala come il nembo dalla montagna ad avvolgere la costa latina; e che già nel secolo IX si esprime con la dieta del Risano, finché tra conti di Gorizia e patriarchi d’Aquileia appare a Muggia unico protettore liberatore possibile, San Marco. La bella cattedrale dal campanile cuspidato, il palazzo pubblico col suo leone, il tipo e il parlare del popolo rendon testimonianza anche oggi alla sovranità della Dominante. — Così per tutta l'Istria per tutta la Dalmazia noi ci prepariamo a vedere ormai presente il segno del Leone.




Subito dopo Muggia, salutate nel golfo Giustinopoli, gemma dell’Istria, Egida,Giustinopoli, Capodistria: attraverso questi tre nomi dei quali il poeta ha prescelto quello più suggestivo di tradizione imperiale, la capitale dell’Istria, la cui origine è confusa negli involgimenti del mito argonautico, ha vissuto una sua storia complessa e magnifica, a cui la vita veneziana ha dato qualche secolo di conclusione. L’alba di Egida è nello scudo di Minerva; colchica e argonautica la vela che prima scoperse la sua bellezza marina. Romana, orientale, longobarda, franca, come Muggia, essa pure, la città trismegista, Egida-Giustinopoli-Capodistria si avvicina a Venezia nel X secolo; ed è nel 1096 che dinanzi al suo scoglio sfilano imponenti le navi che conducono in Terra Santa i primi crociati. Oggi, l’unico vestigio della sua esistenza come città romana è la porta detta la Muda. Tutto il resto o quasi nella città di San Nazario riflette e raffigura la città di San Marco. «Le vie, gli edifiziipubblici e privati costituiscono precisamente come un brano di Venezia che si fosse staccato dalla laguna e traversando l’Adriatico si fosse ancorato alla costa del golfo triestino: ivi come a Venezia si fusero in armoniosi prodotti le architetture bizantine, moresca, ogivale e del Rinascimento, l’impronta del leone di San Marco ripetuta a profusione non è ivi necessario suggello per riconoscere la venezianità del luogo...». Più veneziana di così?... Capodistria che ha dato cinque dogi alla Serenissima, se pure non è più assolutamente identica alla sua forma quattrocentesca quale la fissò, in un trionfo di linee e di colori, Benedetto Carpaccio, nella tavola insigne che rappresentaappunto l’entrata del podestà veneto nella città peninsulare, certo almeno dal principio del seicento ad oggi non ha subito mutazioni notevoli. L’ossatura urbana, per così dire, è sempre quella antichissima, essendo Capodistria una scogliosa penisoletta d’ogni parte chiusa. — E sebbene per tutta la sua cerchia si respiri l’aria stessa di Venezia, è sulla Piazza grande, dove il Palazzo della Ragione o del Podestà erge la sua altera grazia turrita e merlata, che lo splendore della Dominante ci affascina e ci ammalia. Sotto la merlatura ghibellina ricorrente in alto per tutta la sagoma dell’edificio, tra la varietà delle forme dei finestroni a tutto sesto ed ogivali, una serie di busti, di statue, di stemmi, d’iscrizioni viene a documentare sulla facciata maestosa, più che la storia, l’anima stessa ormai fatta definitivamente veneziana, della città argonautica, circondando, non senza una certa qual virtù di simbolo inconsapevole, testimone di romanità, una statua di Cibele, che per attrazione di luogo e di significato fu venerata poi come simulacro di Giustizia, e siede ancora sul fronte della merlatura, corrosa dal tempo. Di fronte alla gloria del Palagio e del Duomo, del quale diremo appresso, non è maraviglia che sembrino minori altri pur notevoli ed eleganti edificii: la loggia della Calza edificata nel quattrocento, il fondaco con le sue finestre semicircolari ed ogivali e le sue iscrizioni commemorative di savii provvedimenti veneziani; il Castel del Leone — intorno al quale la città pare aggrupparsi veduta dal mare — ridotto oggi ad ergastolo; la foresteria, e anche la venusta fontana che in piazza del Ponte sorge sotto un arco esattamente riprodotto da un ponte veneziano del seicento. E sorridono inoltre di tutta grazia, qua e là, le architetture delle vecchie case dagli stemmi scolpiti, dalle finestre trilobate, dalle merlature veneto-moresche, dalle travature, talora, sporgenti. Che se poi di troppi tesori la contemporanea avidità commerciale ha spogliato le sale e denudato le fronti alle case, bene è ricordare che i palazzi dei Tacco, dei Borisi, dei Del Bello vantano ancora gli antichi battitoi di bronzo alle loro porte, in figura di Veneri e di guerrieri, di putti e di fogliami, intatti.

Così, attraverso una varietà infinita di visioni e di sensazioni d’arte e di storia, si può dal rude carattere arcaico dello squero nel quartier dei pescatori — così arcaico anche nella vita che v’erano dei vecchi che non avevano mai visto altra chiesa, contenti di ascoltar la messa nella loro attigua cappella — risalire alla gioia e alla gloria del più fulgido Rinascimento nel Duomo, superbo della sua facciata, stranamente ricostituita con frammenti e accozzaglie di nobilissime scolture da restauratori spietati e non curanti, e pur bella di vigorosi dettagli e di effetto complessivo; del suo tesoro con la cappella simile a quella famosissima di Cividale, coll’ostensorio ripreso ai Turchi nella guerra del Sobieski, con il suo calice tedesco e con le sue croci italiane; dei quadri di Vittore e di Benedetto Carpaccio, di Liberale, del Luini.

Ma il vanto di Capodistria in fatto di pitture è certo tenuto dalla chiesa di Sant’Anna, dove la grande ancona del Cima da Conegliano folgora e splende dietro l’altare maggiore. In un grande trionfo di gloria s. Anna; la Maddalena, san Giovacchino e santa Caterina in piedi, ai lati; poi in mezza figura san Francesco e santa Chiara, san Girolamo e san Nazario fan corona alla Madonna con angeli eBambino; mentre in alto si libera la visione del Redentore con san Pietro e sant’Andrea. 

Davanti a questa meraviglia quasi passerebbero inosservati — e non devono — i due dipinti della sagrestia attribuiti al Giambellino, quello del Palma Giovane e l’altro di Benedetto Carpaccio nella stessa chiesa; mentre la chiesa di San Niccolò ne ha uno a cui forse collaborarono Vittore e Benedetto. E non sono i dogi gli unici figli gloriosi della città, essenzialmente anche nel nome istriana, chè da Pier Paolo Vergerlo al Muzio Giustinopolitano e più giù nel settecento a Gian Rinaldo Carli, spesso la sua coltura umanistica ed erudita trascese il confine delle sue mura a diffondersi pel mondo.



Ed ora, come dire la grazia di Isola a piè del suo promontorio coronato di pampini, della dolce Isola fedele a Venezia, di Isola dalle strade porticate, dal bel campanile aguzzo, dalla ghirlanda di peschi e di mandorli fioriti lungo la marina? 

È Isola che nel 1797 non voleva credere alle stipulazioni di Campoformio, e in una sollevazione di popolo uccise come un traditore il podestà Pizzamano, perchè non vi si ribellava. Due palazzi insigni — Manzuoli e Lovisato — d’architettura veneziana; la chiesa della Madonna d’Alieto; la casa del Comune segnata, anch’essa, del Leone, circondano la piazza del mercato, sul mare, dove si accentra la vita del paese; ma anche nelle stradicciole più umili e più deserte, una non so qual grazia di forma edi colore si diffonde. E c’è il fastoso palazzo Besenghi e una scuola di merletti nella casa d’un poeta... Su, in alto, affacciato alla sua ampia terrazza guardando il mare, il Duomo sta."