domenica 12 novembre 2023

Disposizione per la concessione all'Associazione "Libero Comune di Fiume in esilio" della medaglia d'oro al valor militare


PROPOSTA DI LEGGE d'iniziativa del deputato MENIA

Disposizione per la concessione all'Associazione «Libero Comune di Fiume in esilio» della medaglia d'oro al valor militare alla memoria dei suoi cittadini che in guerra e in pace hanno servito la Patria 

Presentata il 30 aprile 2008


Onorevoli Colleghi! — Si ritiene doveroso formulare la presente proposta di legge, in quanto l'attualità delle norme che detta è stata confermata proprio dal trascorrere del tempo, rendendo necessario un suo spassionato esame.

Fiume, con il nome di Tarsatica, fu antica colonia militare romana dell'epoca di Ottaviano Augusto. Era inclusa nel gigantesco vallo romano che correva per 35 chilometri da Aidussina al mare, proprio là «presso del Quarnaro che» — come Dante scrisse — «Italia chiude e i suoi termini bagna».

Risorta dopo il Mille con il nome di Flumen Terrae Sancti Viti, passa tra il 1028 e il 1465 dal Patriarcato d'Aquileia al Vescovo di Pola e poi dai Conti di Duino ai signori di Walsee. Alla fine diviene possesso diretto della Casa d'Austria.

Nonostante molteplici mutamenti si mantiene comune quasi indipendente con statuti, privilegi e franchigie propri. Vi si parla l'italiano, anzi il dialetto veneto. Il 14 febbraio 1776 Maria Teresa vuole annettere la città all'Ungheria per il tramite della Croazia, suscitando fiere proteste e agitazioni vivissime. Deve rivedere le sue decisioni e il 23 aprile 1779 firma un rescritto rimasto famoso: «Benignamente accordiamo che la commerciale di San Vito (Fiume) col suo distretto, si debba anche per innanzi considerare corpus separatum annesso alla sacra corona del regno ungarico, e così venga trattato in tutto e non confuso per alcun riguardo con il distretto di Bucari, appartenente al regno di Croazia (...)». Con tale rescritto, eccetto il dominio napoleonico dal 1809 al 1813 e quello successivo austriaco fino al 1822, ha inizio un periodo ungherese di grande prosperità, ma nel 1848, mentre l'Ungheria di Kossuth reclama, insorgendo contro gli Asburgo, la propria indipendenza nazionale, i croati fedeli all'Austria occupano Fiume, pretendendo di annetterla. È quella un'occupazione che dura vent'anni, suscitando la ferma opposizione dei fiumani, ma alla fine le loro proteste vengono accolte. La città ritorna alla Corona d'Ungheria e riprende il cammino interrotto del proprio sviluppo economico e sociale. L'idillio dura fin che, violando i diritti fondamentali dell'autonomia cittadina, il progetto di magiarizzazione non appare evidente. Dalla strenua difesa della propria italianità alla nascita dell'irredentismo, con la «Giovine Fiume» nel 1905, il passo è breve e necessario. Il circolo irredentista è sciolto d'autorità nel 1913.

Allo scoppio della prima guerra mondiale oltre un centinaio di fiumani accorrono volontari nelle file delle Forze armate italiane. Molti cadranno combattendo valorosamente. Centinaia di cittadini saranno deportati nei campi di concentramento austro-ungheresi.

Il 18 ottobre 1918, il deputato di Fiume al Parlamento di Budapest, Andrea Ossoinack, rivendica il diritto della città all'autodecisione e respinge ogni ipotesi di annessione alla Croazia. Il 30 ottobre 1918 un Consiglio nazionale, presieduto da Antonio Grossich, chiede l'annessione della città all'Italia. Le truppe croate di stanza a Fiume, al servizio dell'Impero, occupano gli uffici comunali dichiarando l'appartenenza della città alla Croazia. Il popolo disarmato resiste invocando l'intervento italiano. Il 4 novembre navi italiane entrano nel porto, ma i marinai non sbarcano. Il 17 novembre arrivano finalmente i granatieri di Sardegna e con essi anche truppe americane, inglesi e francesi. La città viene occupata nel nome dell'Intesa cui l'Italia, con il Patto di Londra, aveva aderito. In quel Patto a Fiume non si faceva cenno alcuno e il Presidente americano Wilson, nelle trattative seguite alla vittoria, si ostina a non riconoscere il manifesto desiderio della città, negando all'Italia il diritto di soddisfarlo.

Tra le truppe alleate presenti a Fiume, quelle francesi assumono un atteggiamento particolarmente provocatorio a sostegno delle pretese croate. Si arriva allo scontro aperto e alcuni soldati delle forze coloniali francesi vengono uccisi dalla folla inferocita. Si apre un'inchiesta e alla fine si decide di allontanare da Fiume i granatieri, di sciogliere il Consiglio nazionale e di provvedere all'ordine pubblico con la polizia maltese.

Gabriele d'Annunzio, che seguiva da tempo le sorti della città, rompe ogni indugio e con un'azione improvvisa, il 12 settembre 1919, parte da Ronchi per prendere possesso della città. I distaccamenti alleati ammainano le loro bandiere. Di fronte a una folla enorme si proclama solennemente l'annessione all'Italia.

Il Governo di Francesco Saverio Nitti si rifiuta di avallare l'atto compiuto, anzi, di fronte agli alleati, lo denuncia come arbitrario e illegale, dispone il blocco della città sperando di poter ottenere la resa senza impiegare la forza. Passeranno mesi di inutili trattative. I fiumani galvanizzati dalla parola del poeta non cedono. A Nitti succede Giolitti e iniziano intese dirette fra l'Italia e il Regno dei Serbo-Croati-Sloveni. D'Annunzio, ad evitare la dolorosa rinuncia che si sta profilando, proclama l'8 settembre 1920 la «Reggenza Italiana del Carnaro».

Con il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 l'Italia ritiene di risolvere il problema dando vita, a Fiume, ad uno Stato libero che la nascente Jugoslavia accetta ottenendo in cambio una parte vitale del porto.

Il 21 dicembre il generale Caviglia minaccia l'uso della forza contro quanti oseranno sfidare il blocco. D'Annunzio risponde proclamando lo stato di guerra nel territorio della reggenza. La parola passa alle armi. Cinque giorni durano gli scontri ma, sotto la minaccia di un bombardamento navale anche contro obiettivi civili, ad evitare una strage, si addiviene, da parte legionaria, all'atto di resa.

D'Annunzio lascia Fiume il 18 gennaio 1921.

Dopo alterne vicende si cerca con ogni mezzo di dar vita allo Stato libero previsto dal Trattato di Rapallo. Gli autonomisti di Riccardo Zanella vincono le elezioni indette allo scopo il 24 aprile e, nonostante che fiumani annessionisti e legionari intervengano a bruciare le urne e le schede, il risultato ottiene d'esser legittimato dalla magistratura. Il 4 ottobre, il generale Amantea, con poteri di Alto Commissario, s'impegna a garantire l'ordine e a convocare un'Assemblea costituente che elegge Riccardo Zanella primo Presidente dello Stato libero di Fiume. Governa poco. Il 3 marzo 1922 una rivolta armata pone fine all'esperimento. Passano altri due anni e con essi una lunga e confusa serie di governi militari e civili, tutti provvisori, per poter arrivare finalmente alla sospirata annessione. Il fascismo in Italia è ormai saldamente al potere. Con il Trattato di Roma, tra Mussolini e Pasic, la città vede esaudito il suo desiderio. Il 24 marzo dello stesso anno Re Vittorio Emanuele III sbarca a Fiume in un tripudio di folla.

La sovranità italiana cesserà di fatto il 3 maggio 1945, quando la città sarà invasa dall'esercito comunista del maresciallo Tito. In pochi giorni centinaia di fiumani scompaiono nel nulla; anticipando la firma del Trattato di Pace, il regime dispone liberamente della vita e dei beni dei cittadini italiani. Arresti e confische si susseguono ininterrottamente. Dopo il 1947 gli italiani avranno solo il diritto d'optare fra l'Italia e la Jugoslavia. Ogni domanda d'opzione sarà accettata o respinta dal potere comunista, riconoscendo o meno la dichiarazione della lingua d'uso presentata dagli interessati. Gli arbitrii saranno innumerevoli. Il 90 per cento degli abitanti sceglie la via dell'esodo.

Oggi la città di Fiume (Rijeka), unita a Sussak, conta 200.000 abitanti. Fra questi circa 4.000 sono italiani.

Si riporta di seguito l'esodo in cifre dalla città di Fiume:

- popolazione residente secondo il censimento del 1936: 53.896;

- popolazione residente secondo le stime delle autorità di occupazione al 3 marzo 1946 (circa): 43.000;

- popolazione emigrata tra il 1943 e il 1945 (circa): 10.000;

- esuli censiti dall'opera nazionale per l'assistenza ai profughi nel 1958: 31.840;

- sfuggiti al censimento dell'opera essendo emigrati in modo diverso (circa): 5.000;

- cittadini appartenenti alla comunità degli italiani di Fiume fino allo smembramento della Repubblica federativa di Jugoslavia e finché era d'obbligo l'iscrizione al partito comunista — imprecisabile il numero dei comunisti italiani che tra il 1945 e il 1947 emigrarono dall'Italia a Fiume aderendo alla comunità degli italiani, imprecisabile il numero di cittadini del circondario a maggioranza croata che si stabilirono in città dichiarandosi fiumani — (circa): 2.000;

- cittadini dichiaratisi di nazionalità italiana nei successivi censimenti della repubblica federativa (circa): 2.000;

- opzioni per l'Italia definitivamente respinte dalle autorità jugoslave dopo il 1947 — secondo stime degli italiani rimasti e non ufficiali — (circa): 2.000;

- emigrati in altro modo dopo il 1958, con stima prudenziale e molto approssimativa (circa): 1.000.

In base a quanto esposto si può ragionevolmente dedurre quanto segue: 

- l'esodo definitivo da Fiume coinvolse il 90 per cento circa della popolazione residente nel 1939;

- solo il 3,8 per cento degli abitanti censiti nel 1939 ritenne di poter aderire al regime comunista del maresciallo Tito. Gli altri rimasero perché furono costretti a rimanere.

L'esodo di massa da Fiume — come del resto per tutte le città e i paesi dell'Istria, del Quarnero e della Dalmazia — costituisce un immenso plebiscito di italianità e di libertà.

Nel nome dell'italianità, della civiltà e della libertà, caddero o scomparvero a Fiume, dopo il 3 maggio 1945, le seguenti persone:

Achillich Antonio, di Antonio, nato a Veglia; milite appartenente al reggimento MDT, disperso in Istria dopo l'occupazione titina.

Adam Angelo, nato a Fiume il 20 aprile 1898 da padre operaio delle Ferrovie dello Stato e da madre bidella della scuola elementare di via dei Gelsi. Autodidatta studiò la meccanica, divenne ottimo meccanico e fu assunto al silurificio Whitehead. Partecipò a varie manifestazioni di italianità prima della guerra 1914-1918. Nell'ottobre 1918 fece parte della Guardia nazionale e poi durante l'impresa di d'Annunzio si arruolò volontario nella Legione Fiumana. Antifascista dichiarato, espatriò a Sussak e tenne i contatti col Comitato antifascista di Parigi, dove poi si trasferì. Dopo l'8 settembre 1943 rientrò a Fiume e prese contatto col «Fronte Nazionale» onde raccogliere le varie correnti democratiche della città per un rinnovamento civile e sociale del Paese. Con l'occupazione tedesca venne arrestato e deportato a Dachau. Sopravvissuto alla prigionia rientrò a Fiume nel luglio 1945 e credette di poter riprendere la lotta a fianco dei lavoratori, cosa non gradita alle autorità titine, e il 4 dicembre 1945, mentre si accingeva a partire per Trieste venne arrestato insieme alla moglie Stefancich Ernesta. Il giorno successivo venne arrestata pure la figlia Zulema e della famiglia Adam non si seppe più nulla.

Alì Anna in Loffredo, di Tommaso. Arrestata nel maggio 1945 e deportata senza più dare notizie.

Aloi Domenico, deportato dopo il 3 maggio 1945, non diede più notizie.

Amato dottor Giuseppe, Commissario Capo della Questura di Fiume. Arrestato dagli slavi dopo l'occupazione della città venne fucilato al campo di Grobnico il 16 giugno 1945 insieme ad altre 93 persone la maggior parte appartenenti alla Questura. La notizia della fucilazione venne data alla moglie del dottor Amato da un ufficiale dell'OZNA senza precisare la data e la località dell'esecuzione.

Amici Franco, della provincia di Fiume. Arrestato e deportato per ignota destinazione.

Ancona dottor Guido, segretario della fondazione della «Fiume SA di Assicurazioni e Riassicurazioni». Alla morte del padre divenne direttore generale. Fu un funzionario e dirigente efficiente e ben voluto da tutto il personale. La notte del 15 novembre 1946, mentre si trovava ospite di una famiglia di conoscenti, venne prelevato da due esponenti dell'OZNA, fatto salire su una autovettura e scomparve dalla circolazione. Dopo alcuni giorni si venne a sapere che il dottor Ancona si trovava nelle carceri di via Roma. Verso la fine di novembre fu ricoverato nell'ospedale di Sussak in seguito ai maltrattamenti subiti e, per le sofferenze fisiche e morali, decedeva il 4 dicembre successivo.

Aquila colonnello, ufficiale dell'Esercito, richiamato, prestava servizio a Fiume. Arrestato dall'OZNA nel giugno 1945, venne isolato nell'istituto Branchetta insieme ad altri ufficiali fatti prigionieri. Non si ebbero più sue notizie e sembra sia stato fucilato nel mese di ottobre 1945.

Assalanna, arrestato dall'OZNA nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie alla moglie Marisa.

Bacci dottor Icilio — Senatore del Regno — di Eugenio e di Girardelli Isolina, nato a Fiume il 2 luglio 1879. Assolse gli studi liceali presso l'Istituto «Massimo d'Azeglio» di Firenze, si laureò in giurisprudenza all'università di Camerino nel 1902. Svolse la sua attività politica sia a Fiume, che in Italia, sempre in relazione all'irredentismo che lo animava e che lo spingeva a lottare per la italianità di Fiume. Nella sua città collaborò alla pubblicazione della rivista «Vita Fiumana» e del settimanale «La Difesa» che, stampato a Sussak, veniva da lui introdotto clandestinamente in città e diffuso. Fu uno dei fondatori della società «Giovine Fiume» e prese parte a tutte le attività culturali di carattere nazionale quali: il circolo letterario, la biblioteca Manzoni, la Filarmonica drammatica, dove ricoprì vari incarichi. Nel 1907 fondò il periodico letterario «La Vedetta» e fu eletto consigliere municipale per la Giovine Fiume, ricoprendo nel 1910 la carica di vice podestà. Nel 1911 a causa delle angherie delle autorità ungheresi si trasferì ad Ancona, dove si sposò con la signora Lidia Urbani. Tornato a Fiume nel 1913, fu espulso dalla città dopo poche ore. Fautore dell'irredentismo, nel 1915 si arruolò volontario nell'Esercito italiano. Dopo l'eroica morte del fratello Ipparco (tenente dei bersaglieri e medaglia d'argento al valor militare alla memoria) venne mandato in Russia per curare il trasferimento dei prigionieri austro-ungarici irredenti in Italia. Finita la guerra rientrò a Fiume e quale membro del Consiglio nazionale fu fedele collaboratore di d'Annunzio e nominato Rettore della Reggenza del Carnaro per la giustizia. Dopo l'impresa di Fiume si dedicò all'attività di notaio e dal 1929 al 1936 coprì la carica di preside della provincia. Nel 1933 fu nominato, da Vittorio Emanuele III, senatore del Regno. Nel 1945, ormai quasi settantenne, convinto di non aver fatto del male a nessuno, accettò l'occupazione titina ma, il 21 maggio recatosi alla polizia per ritirare un lasciapassare, fu arrestato e incarcerato. Intorno alla sua fine si ha notizia che nel gennaio del 1946 il Reggente della Croazia avvocato Mandich di Abbazia, indirizzò a una persona di Abbazia una lettera dalla quale risultava che il senatore Bacci era stato trasferito nelle carceri di Karlovac, dove era stato processato e fucilato. Sulla tomba di famiglia a Sirolo (Ancona) la signora Lidia Urbani fece apporre una lapide ricordo con la scritta: «Per la Patria visse per la Patria fu ucciso».

Baratto Albino, residente a Fiume, panettiere presso il panificio Chiopris. Legionario fiumano, patriota ardente, partecipò a tutte le manifestazioni per l'italianità della città. Dopo il 3 maggio 1945 venne arrestato e di lui non si seppe più nulla.

Battestin professor Oscar di Oscar e di de Benzoni Cornelia, nato a Fiume il 26 agosto 1912. Ragioniere e diplomato all'Accademia di educazione fisica della Farnesina; insegnante di educazione fisica. Capitano degli Alpini Divisione «Julia», 8° Reggimento. Alla data dell'8 settembre 1943 si trovava in servizio quale comandante di Compagnia a Sella Nevea di M. Nevoso. Il 25 aprile 1945 raggiunse la famiglia a Fiume, ma il 25 maggio 1945 il furiere della sua compagnia venne a Fiume ad arrestarlo; imprigionato nelle carceri di Fiume insieme ad altri prigionieri politici, venne successivamente trasferito a Castua dove si perse ogni traccia.

Barbieri Eugenio di Guglielmo e di Tominich Edvige, nato a Fiume il 22 ottobre 1923. Guardiamarina in servizio a Pola. Catturato dagli slavi nel maggio 1945 e deportato senza più dare sue notizie.

Baucer Radoslav, da Fiume. Direttore amministrativo dell'ospedale civile della città. Nella notte tra il 3 ed il 4 maggio 1945, dopo l'occupazione della città, un commando titino si presentò in casa sua per farsi consegnare le chiavi della cassaforte. Al suo rifiuto lo arrestarono e gli tolsero le chiavi, asportando dalla cassa dell'ospedale l'ammontare di oltre tre milioni. Il giorno seguente il suo corpo venne trovato annegato nello specchio d'acqua di fronte al Palazzo Adria.

Bellussi Pietro, nato nel 1881. Arrestato nel maggio 1945, non ha più dato notizie.

Benas Giovanni, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie.

Benedetti Albino, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie.

Benussi Pietro, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, venne trucidato.

Berini Boris, da Fiume. Ucciso dagli slavi nel maggio 1948.

Bertazzolo Ottorino, da Fiume. Arrestato dalla polizia titina nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Bertoli Ennio, di Bruno e di Otmarich Maria, nato a Fiume il 7 dicembre 1927, studente ginnasiale. Volontario nel 3° Reggimento MDT col grado di aspirante ufficiale. Di servizio a Sappiane, venne catturato nel maggio 1945. Dalle carceri di Fiume, dove era stato inizialmente tenuto, venne avviato, con i polsi legati da filo di ferro, verso Castua unitamente a una colonna di prigionieri tedeschi. Successivamente fu trasferito a Buccari e da qui a Tersatto e di nuovo a Fiume. Il giorno 23 giugno 1945, scortato da un partigiano armato, si è presentato a casa, avendo ottenuto un permesso di poche ore; consumato un pasto in famiglia e cambiatosi degli indumenti, accompagnato dal padre, si ripresentò al comando dei partigiani a Sussak. Da quel momento non si ebbero più sue notizie.

Bertos Giovanni da Fiume, di anni 66, macchinista navale. Ferito gravemente a baionettate dagli slavi durante l'aggressione ai danni di un gruppo di italiani che si trovava nella trattoria «Monteverde» di Fiume. Nel processo che ne seguì nell'aprile 1947 gli imputati italiani non ebbero alcuna possibilità di difendersi. L'accusa era che si trattava di una riunione di reazionari fascisti. Il Bertos morì dopo qualche giorno all'ospedale della città.

Bertucci Francesco di Emanuele e di Compagni Rosalia, nato nel 1922 ad Ustica (Palermo). Arrestato a Fiume e deportato per ignota destinazione.

Bettin dottor Giangiorgio, medico dentista, residente a Fiume, con ambulatorio in piazza Regina Elena. Arrestato dopo l'occupazione della città, fu fucilato il 7 luglio 1945.

Beuzzer Giuseppe di Michele e di Zimich Maria, nato ad Abbazia il 10 marzo 1897. Segretario federale di Gorizia, venne arrestato l'8 maggio 1945 ed incarcerato. Risulta fucilato nei pressi di Gorizia insieme ad altri prigionieri.

Bignardi Alessandro Ettore, nato a Quistello (Mantova) nel 1906. Le ultime notizie fornite da lui stesso ai genitori risalgono al 15 aprile 1945 mentre prestava servizio quale artigliere nel BA unità PC 81867 nei pressi di Fiume.

Bittner Adolfo, da Abbazia, impiegato alberghiero. Ucciso dagli slavi nel maggio 1945.

Blasich dottor Mario, di Giuseppe e di Calich Erminia, nato a Fiume il 18 luglio 1878. Laureato in medicina, ha sempre esercitato la professione a Fiume. Uomo politico in vista già nei primi decenni del secolo, lottò attivamente a fianco di Riccardo Zanella nel Partito autonomo di allora. Allo scoppio della prima guerra mondiale venne richiamato in servizio nell'esercito austro-ungarico. Il 5 giugno 1915, al momento di partire lasciò alla figlia Ada (maggiore di cinque figli) le seguenti righe: «Figlia carissima, parto dalla città che mi vide nascere con una grande fede nel cuore. Non so se mi sarà dato di ritornare alla mia casa, ma sono però sicuro che questa mia fede, anche se non fossi più, troverà in te figlia diletta la più fervida seguace. Alto il cuore e coraggio! Tuo padre — Fiume 5 giugno 1915». Avviato al fronte russo riuscì, oltrepassando le linee, a consegnarsi a quelle truppe dichiarandosi irredento italiano e deciso a raggiungere l'Italia per arruolarsi volontario nell'Esercito italiano. Arruolato col grado di capitano medico combatté sul Carso. Finita la guerra rientrò a Fiume nel 1919 e riprese la sua attività politica a fianco di Zanella. Concluso il Trattato di Rapallo, che istituiva lo Stato Libero di Fiume, venne designato quale Ministro dell'interno. Dopo la caduta dello Stato Libero avvenuta il 3 marzo 1922 ad opera delle forze irredentistiche e propugnanti l'annessione all'Italia, il Blasich non seguì Zanella nell'esilio in Jugoslavia, ma rimase a Fiume. Riprese la sua attività di medico, attività che dovette abbandonare in seguito ad una grave malattia che gli tolse l'uso delle gambe. Dopo l'8 settembre 1943 in una riunione in casa sua con i rappresentanti del CNL, agli esponenti jugoslavi che esigevano una sua dichiarazione di combattere i tedeschi per annettere Fiume alla Jugoslavia, il dottor Blasich, dalla sua sedia a rotelle dichiarò: «Potete tagliarmi la gola, ma dalla mia bocca non uscirà tale bestemmia. Sarò felice di offrire all'Italia quanto resta della mia povera vita e del mio vecchio sangue». Nella notte del 3 maggio 1945, giorno stesso dell'occupazione della città, i partigiani slavi entrarono nella sua abitazione e, chiusa la moglie, la figlia e il genero nella stanza da bagno, entrarono nella stanza da letto e lo strangolarono sul letto stesso, salendo con gli scarponi sul lenzuolo lasciandovi le impronte. A completare l'opera dei liberatori, dal comodino asportarono l'orologio da polso e altri oggetti ivi depositati.

Blasich Matteo, da Fiume, arrestato dalla polizia nell'ottobre 1945, secondo dichiarazione della polizia stessa, nel novembre «morì suicida».

Boglioli Zebedeo, da Fiume, arrestato dall'OZNA dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Bolf Tabea maritata Curri, da Fiume, di anni 45. Nel 1936 venne arrestata dalla polizia jugoslava sotto l'accusa di spionaggio a favore dell'Italia e condannata a 20 anni di carcere. Dopo 5 anni scontati nel carcere di Ogulin (Croazia), nel 1941 con l'occupazione della Croazia da parte delle truppe italiane venne liberata e ritornò a Fiume. Nel giugno del 1945 venne nuovamente arrestata e nel settembre dello stesso anno fu fucilata a Tersatto.

Bonas Alberto, di Pietro e Maria, nato a Volosca nel 1908, prestò servizio nella regia Marina, vigile urbano ad Abbazia. Ucciso dagli slavi dopo l'8 maggio 1945.

Bonas Vittorio, di Vittorio e di Clasnar Maria, nato a Volosca nel 1903. Legionario Fiumano, combattente in AOI col grado di maresciallo. Autista ad Abbazia. Ucciso dagli slavi nel maggio 1945.

Bonelli Gennaro, arrestato nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Bonfiglio Antonio, combattente della guerra 1915-18, operaio presso l'azienda elettrica di Abbazia. Ucciso nel maggio 1945.

Borri Giuseppe, di Francesco e di Vecchiet Maria, nato a Monfalcone il 10 settembre 1924. Arrestato a Villa del Nevoso e deportato per ignota destinazione.

Brandolini Guerrino, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Braveri Oscar, da Abbazia, di anni 60, capitano marittimo. Ucciso dagli slavi dopo l'occupazione.

Brelich Luigi, da Fiume, di anni 60, agente di cambio, arrestato dall'OZNA nel settembre 1945.

Sottoposto a stringenti interrogatori ed a sevizie fu restituito alla famiglia moribondo; spirò alcuni giorni dopo.

Bruno Filippo, di Giuseppe e di Zuccarelli Giuseppina, nato a Motta S. Anastasia (Catania) il 5 agosto 1905. Segretario della questura di Fiume. Arrestato dagli slavi dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie.

Brussich Antonio, da Fiume, arrestato dagli slavi il 10 aprile 1955 e deportato per ignota destinazione.

Brutti Mirto, di Severino, nato a San Michele, marinaio. Arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945.

Bucci Vladimiro di Giuseppe, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Burani Sabatino, nato a Siena nel 1916. Dopo l'8 settembre 1943 prestò servizio col grado di tenente di artiglieria al comando di batteria contraerea nella zona di Fiume, Sussak e Santa Caterina. Nei primi giorni di maggio 1945 venne arrestato e tradotto nelle carceri di Fiume. Deportato successivamente, non diede più sue notizie.

Buricchi Gino di Felice, brigadiere di pubblica sicurezza in servizio a Fiume. Arrestato dalla polizia jugoslava il 3 maggio 1945 e dichiarato irreperibile. Il 19 giugno 1950 il Ministero degli affari esteri con nota n. 15/10441/231 comunicava alla famiglia che: «Il cittadino italiano Buricchi Gino, con sentenza del Tribunale militare della XI Regione di Corpo d'Armata, era stato condannato alla pena di morte mediante fucilazione».

Burul Antonio da Fiume, maresciallo del Servizio informazioni della 61a Legione CCNN di Fiume. Eliminato dagli slavi dopo l'occupazione della città.

Butcovich Dolores, coniugata Superina da Fiume. Recatasi a Gorizia nell'aprile 1945, non fece più ritorno a Fiume.

Butti Vito, maresciallo di Finanza alla stazione di Borgomarina. Sposato con Vita Ivancich, risiedeva in Valscurigne. Il 3 maggio 1945 con l'entrata degli slavi in città cessò il servizio di Borgomarina e rientrò in famiglia. Dopo alcuni giorni saputo che gli slavi avevano arrestato tutti i finanzieri di Borgomarina e che li avviavano al Campo Marte, dichiarò che lui «doveva andare con i suoi figliuoli» e indossata la divisa andò a costituirsi. Veniva così arrestato e fucilato nel giugno successivo. Un testimone, che riuscì miracolosamente a scampare all'arresto, ha descritto con parole semplici e spaventose gli ultimi momenti della vita di questo veramente grande martire, alla cui memoria, in altre Nazioni, avrebbero dedicato per lo meno una caserma.

Buttiglione Donato, di Paolo e di Brienza Margherita, nato a Laviano (Salerno) il 14 agosto 1895. Ardito nella guerra 1915-18, legionario fiumano, decorato con medaglia di bronzo al valor militare, console della Compagnia lavoratori del porto di Fiume. Prelevato dalla sua abitazione il 5 maggio 1945 e, come da certificato del tribunale di Fiume, condannato a morte e fucilato il 7 luglio 1945 in località sconosciuta.

Calabria Renato, di Pasquale e di Ferrari Angela, nato a Pavia il 6 giugno 1919. Tenente di complemento di artiglieria in servizio a Laurana. Catturato dagli slavi il 27 aprile 1945, non ha più dato sue notizie.

Calafiore Emanuele, nato a Fiume l'8 marzo 1926. Diplomato al liceo scientifico di Fiume; milite del 3° reggimento DT (61a Legione). Il 5 maggio 1945 venne catturato dagli slavi a Villa del Nevoso, dove aveva accompagnato all'ospedale un commilitone ferito; d'allora non si sono più avute sue notizie. Il suo amore per il prossimo gli è stato fatale.

Campagna Giovanni da Fiume, arrestato dalla polizia slava nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Camsa Vladimiro, di Giuseppe e di Picich Maria, nato a Laurana il 28 ottobre 1922, macellaio. Prelevato dalla polizia slava il 26 settembre 1946 e trasferito nelle carceri di Volosca, dove secondo comunicazione fornita alla famiglia, si sarebbe impiccato.

Canciani Enrico di Carlo, arrestato nella provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Carbosiero Pasquale, deportato dagli slavi nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Carletti Bruno di Dante, da Fiume. Deportato dagli slavi nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Caroppo Guido, deportato dagli slavi nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Carta Giovanni Dario di Antonio e di Bede Amelia, nato a Fiume il 13 aprile 1925, studente universitario. Allievo ufficiale della RSI. Dopo il 3 maggio 1945 si trasferì a Trieste e si arruolò nella polizia del Governo militare alleato. Il 24 marzo 1946 mentre svolgeva servizio di polizia ad un posto di blocco situato lungo la frontiera fra il Territorio libero di Trieste e quella occupata dalle autorità militari jugoslave, scomparve; da allora ogni ricerca fu vana. Soltanto nell'autunno 1949 vennero individuati i responsabili della sua morte e conosciuta la località dove il cadavere venne occultato. Risultò che il Carta era stato prelevato con la forza dal posto dove disimpegnava il suo servizio e barbaramente trucidato da elementi anti-italiani. Dalle risultanze processuali che condussero alla condanna dei responsabili è evidente che il Carta fu assassinato perché rappresentante delle forze dell'ordine animato da sentimenti italiani. Sebbene i combattimenti fossero da tempo ufficialmente cessati e lo stato legale fosse quello di armistizio, la morte del Carta fu determinata da cause inerenti la guerra e, pertanto, le autorità militari acconsentirono a che la salma fosse tumulata nel cimitero dei caduti militari di Milano.

Cartelli Eugenio di Mario e di Marinich Margherita, nato a Fiume il 30 novembre 1918, pasticciere. Arrestato dagli slavi nel maggio 1945 e deportato. La dichiarazione di morte presunta indica come avvenuta l'8 maggio 1945.

Casale Raffaele, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, risulterebbe deceduto in prigionia.

Castello dottor Eolo, nato a Sesti Ponente (Genova) nel 1906. Direttore Amministrativo del silurificio Whitehead di Fiume. Arrestato dagli slavi al bivio di Rupa mentre ritornava a Fiume in automobile da Trieste, dove si era recato per servizio, e ucciso.

Cattaro Nicolò di Antonio, nato a Veglia nel 1910, panettiere ad Abbazia. Accusato di spionaggio venne arrestato dagli slavi e fucilato nel cimitero di Tersatto il 21 novembre 1946.

Cavalieri Tullio da Fiume, disegnatore al silurificio Whitehead. Eliminato dalla polizia titina dopo l'occupazione della città.

Celligoi Vittorio, nato a Fiume nel 1894, infermiere; appartenente al movimento autonomista. Prelevato dagli slavi nel maggio 1945, non si sono più avute sue notizie.

Cellus Antonio da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945 e scomparso.

Celotto Mario da Fiume, arrestato e deportato nel maggio 1945 senza più dare notizie.

Chesele Maria coniugata Budak da Fiume, di anni 55, arrestata dall'OZNA nel 1946. Nel 1947 le autorità jugoslave dichiararono che la detenuta si era suicidata nelle carceri di Fiume.

Chiuzzelin dottor Nazzareno di Saul e di Dinarich Giuseppina, nato a Fiume il 9 settembre 1898. Legionario fiumano, commissario di pubblica sicurezza a Gorizia. Nel maggio 1945 fu prelevato da casa e rinchiuso nel castello di Gorizia e poi trasportato ad Aidussina, dopo di che ogni ricerca fu vana. Dal verbale redatto dal sindaco di Gorizia risulta che è stato prelevato da casa da truppe jugoslave. La dichiarazione di morte presunta emessa dalla pretura di Gorizia indica la data del 31 dicembre 1945.

Cimini Virgilio Giuseppe di Giovanni, nato a Livorno il 1° febbraio 1888. Legionario fiumano, gestore di un bar in riva Emanuele Filiberto. Milite del 3° reggimento MDT, dopo il 3 maggio 1945 raggiunse Trieste. Il 27 maggio 1945 fu arrestato nei pressi di piazza Goldoni e trasferito nelle carceri di Fiume e poi fucilato.

Ciuffarin Anna Maria di Lodovico e di Gorian Eleonora, nata a Volosca il 19 dicembre 1915, residente a Gorizia. Arrestata il 3 maggio 1945 e deportata. La dichiarazione di morte presunta indica la data del 31 maggio 1945.

Civini da Fiume. Arrestato dalla polizia titina, non ha più dato sue notizie.

Clave Mario da Fiume. Arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Cociani Dante da Fiume. Ucciso dagli slavi dopo l'occupazione della città, accusato di «attività antipopolare e terroristica».

Collavalle Quintilio. Arrestato e deportato.

Colmanni Arturo da Fiume. Esattore dell'Azienda servizi pubblici municipalizzati. Eliminato dalla polizia titina dopo l'occupazione della città.

Colombo Rosario. Arrestato e deportato.

Colussi Carlo di Giovanni e di Felicita Nardini, nato a Fiume il 7 dicembre 1891. Giornalista. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò volontario nell'Esercito italiano, combattendo sul Carso e raggiungendo il grado di tenente degli Alpini; decorato di medaglia d'argento al valor militare. Nella seconda guerra mondiale venne richiamato con il grado di maggiore e promosso poi al grado di tenente colonnello. Presidente dell'Associazione nazionale mutilati ed invalidi di guerra dall'annessione di Fiume alla Madrepatria fino al 1943. Amministratore delegato dello stabilimente tipografico de «La Vedetta d'Italia», ricoprì varie cariche fra le quali quelle di presidente della Cassa di risparmio e di podestà. La moglie Copetti Nerina, di Giorgio e di Regina Simonetti, nata a Fiume il 30 marzo 1914. Dopo l'occupazione della città i coniugi Colussi, con regolare permesso della polizia titina, si accingevano a partire per Trieste con l'autocorriera. Lungo la strada per raggiungere la stazione delle autocorriere furono fermati da agenti dell'OZNA e portati nella sede della polizia in via Firenze. La signora Sofia Dolenz-Capriotti, amica della famiglia Copetti, passando davanti alla sede della polizia si sentì chiamare e così seppe che i coniugi Colussi erano stati arrestati e ne informò la famiglia. La madre di Copetti, recatasi alla polizia, poté parlare con la figlia e seppe che non erano stati ancora interrogati. Ritornata il giorno dopo si sentì dire che i coniugi Colussi non risultavano arrestati bensì che erano partiti per Trieste. Alle insistenze della signora Copetti per avere precise notizie venne minacciata di arresto. Poiché ogni ricerca risultò vana, nel mese di dicembre 1945 la famiglia presentò un esposto al Comando militare di Abbazia ed ebbe come risposta che i coniugi Colussi erano stati condannati dal tribunale popolare di Fiume, alla pena di morte mediante fucilazione e che la sentenza era stata eseguita senza però indicare la data e il posto.

Contesso Vincenzo. Nato a La Spezia nell'ottobre 1906, impiegato presso il silurificio Whitehead di Fiume. Arrestato a Trieste dalla polizia titina insieme alla moglie Laura Jurinovich (nata a Fiume). Trasferiti nelle carceri di Fiume non se ne ebbe più notizia.

Conti (già Grofcich) Carlo. Nato a Villa del Nevoso. Ucciso, dopo essere stato barbaramente seviziato, nel maggio 1945 a Castelnuovo d'Istria.

Corgo Giuseppe di Antonio. Deportato da Fiume nel maggio 1945.

Cornelli Francesco di Alberto e di Palmira Rebecchi, nato a Piacenza il 4 agosto 1902. Maresciallo dei Carabinieri in servizio a Fiume fino all'agosto 1944. Dopo l'occupazione della città fu arrestato e deportato.

Corradi Adolfo, nato a Fiume, patriota e legionario fiumano. Usciere nel Palazzo della società di navigazione «Adria». Dopo l'occupazione della città venne arrestato e condannato a morte. Accompagnato da due poliziotti al cimitero di Cosala fu obbligato a scavarsi la fossa. Uomo particolarmente coraggioso, approfittando di un momento di disattenzione del milite, con la vanga che teneva in mano spaccò la testa del poliziotto. L'altro poliziotto presente lo fulminò con una scarica di mitra.

Coverlizza Siro di Giuseppe, nato a Fiume. Impiegato presso la cassa malattia di Abbazia. Ucciso nel maggio 1945.

Cressevich Antonio da Fiume. Arrestato dalla polizia titina nel 1949 per aver organizzato l'espatrio di alcuni cittadini.

Curasier. Due fratelli, da Fiume. Uccisi dagli slavi il 5 maggio 1945 a Sella di Monte Santo.

Dalla Pozza Dante da Fiume, legionario fiumano. Proprietario di una sartoria in via Bovio. Arrestato dopo l'occupazione, risulta ucciso nell'agosto 1945.

Dazzara Armando, impiegato del dazio a Laurana. Ucciso nel maggio 1945.

Decristofaro Giuseppe da Fiume. Deportato nel maggio 1945.

Dell'Olio Bartolomeo di Vincenzo e di Antonia Mango, nato a Trani (Bari) il 20 maggio 1923. Degente nell'ospedale di Laurana; dopo il 3 maggio 1945 fu arrestato e da allora non si sono più avute sue notizie.

De Masi Vincenzo, deportato dalla provincia di Fiume, non ha mai dato sue notizie.

Demini Giuseppe, nato ad Abbazia. Allievo ufficiale della Guardia di finanza. Catturato ed eliminato dai titini.

Demmanuele Gaetano da Fiume. Arrestato nel maggio 1945, non ha mai dato sue notizie.

De Montis Salvatore. Deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha dato più sue notizie.

De Venezia Erminio. Deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Devescovi Valerio di Matteo, nato a Fiume il 27 novembre 1892, usciere presso la questura di Fiume. Arrestato e fucilato nel mese di agosto 1945, nei pressi di Fiume.

Diana Alberto di Giuseppe. Deportato nel maggio 1945 e scomparso.

Di Lorenzo Costantino, di Cesare. Guardia scelta di pubblica sicurezza, autista del questore di Fiume. Fucilato il giorno seguente all'occupazione della città.

Di Tullio Sebastiano da Fiume. Deportato nel maggio 1945.

Dogana Antonio da Fiume. Deportato nel maggio 1945.

Duchich Antonio da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città, non si sono più avute sue notizie.

Dumicich da Fiume, industriale. Fucilato a Tersatto dopo l'occupazione della città.

Ecker Maria da Fiume, di anni 48. Arrestata alla stazione ferroviaria di Fiume al rientro di un viaggio a Trieste e fucilata con l'accusa di spionaggio.

Elia Francesco di Antonio. Deportato dalla provincia di Fiume, non ha più dato notizie.

Fabbris Massimo di Abramo. Deportato nel maggio 1945 e incarcerato a Maribor, senza più dare sue notizie.

Fanti Arturo da Fiume. Deportato nel maggio 1945, non ha mai dato sue notizie.

Fantini Emiro, nato a Fiume, irredentista e socio della «Giovine Fiume», legionario fiumano. Fotografo con studio e negozio sul corso Vittorio Emanuele III. Arrestato nel maggio 1945 e rinchiuso nelle carceri di Fiume, venne sottoposto a maltrattamenti e sevizie. Nell'aprile 1946 le autorità comunicarono la sua morte, dovuta ad otite.

Fattoretti Oscar di Paolo e di Maria Marassovich, nato a Trieste il 23 novembre 1891, funzionario comunale di Fiume. Irredentista e appartenente alla «Giovine Fiume», legionario fiumano. Prelevato dalla sua abitazione il 5 maggio 1945 ed eliminato. La dichiarazione di morte indica la data del 5 maggio 1945.

Ferlan Nicolò. Nato a Fiume, di anni 30. Tenente pilota. Arrestato dagli slavi nel maggio 1945, venne processato nel luglio dello stesso anno e condannato a dieci anni di lavori forzati, sotto l'imputazione di aver preso parte, come ufficiale italiano, ad azioni di guerra. Rinchiuso nel campo di lavoro di Kocevie (Slovenia) riuscì a fuggire. Ripreso, fu ricondotto a Kocevie e nel febbraio 1946 venne fucilato.

Flego Umberto. Nato a Laurana, giardiniere del vescovado di Fiume. Ucciso a Laurana nel maggio 1945.

Franchini Franchino di Gioacchino e di Lauretana Paoletti, nato a Livorno il 25 agosto 1892. Assistente del genio civile di Fiume, residente a Laurana. Combattente della prima guerra mondiale, legionario fiumano. Catturato da bande titine sulla strada di Abbazia il 19 settembre 1944. Nessuna notizia è stato possibile avere sulla sua fine.

Franchi Tullio da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città.

Fuchs Luigi di Laurana, spazzacamino. Ucciso nel maggio 1945.

Galli Alessandro di Rodolfo, da Fiume. Arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Gallovich Valentino da Fiume, di anni 20. Trucidato dagli slavi a Sella di Monte Santo (Gorizia) dopo il 3 maggio 1945. Faceva parte di un corpo di guardia alla centrale elettrica di Salcano.

Gasparini Albino di Angelo, nato a Quinto (Treviso) il 14 novembre 1914. Guardia di pubblica sicurezza in servizio a Fiume. Scomparso dopo l'occupazione della città (3 maggio 1945).

De Gaus Antonio, di famiglia patrizia fiumana, di anni 70, arrestato dagli agenti dell'OZNA nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Gavioli Mario da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non si sono più avute sue notizie.

Geletti ingegner Enea, nato a Laurana, possidente. Ucciso dagli slavi dopo il 3 maggio 1945.

Ghersi Michelangelo, nato a Laurana, impiegato comunale e segretario della sezione di Laurana del PFR. Ucciso dagli slavi insieme al figlio di anni 8, con una scarica di mitra attraverso la finestra della sua abitazione.

Giachetti Renzo di Amedeo, nato a Fiume il 16 settembre 1927. Scomparso nella zona di Caporetto nel maggio 1945.

Giacchi dottor Nicolò, di Biagio e di Virginia Cech, nato a Laurana il 6 gennaio 1902, impiegato presso l'azienda di soggiorno di Abbazia, capitano di artiglieria di complemento. Arrestato nel maggio 1945, non si sono più avute sue notizie.

Giampà Giovanni, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha mai dato sue notizie.

Giannetti Giovanni di Giovanni, nato in Cecoslovacchia nel 1895. Falegname a Rupa di Elsane. Arrestato dagli slavi nel maggio 1945, dopo una breve permanenza nel carcere di Trieste il 25 venne fatto partire per Lubiana e da allora non si sono più avute sue notizie.

Gigante Riccardo, Senatore del Regno, di Agostino e di Canarich Francesca, nato a Fiume il 27 gennaio 1881, diplomato presso l'Accademia di commercio di Graz. Di puri sentimenti italiani, fu sempre presente nelle varie manifestazioni di italianità nel periodo antecedente la prima guerra mondiale. Fu uno dei soci fondatori della «Giovine Fiume», organizzatore di due viaggi a Ravenna. Allo scoppio della guerra raggiunse l'Italia e si arruolò volontario raggiungendo il grado di capitano. Dopo la guerra, rientrato a Fiume, fu acceso sostenitore dell'annessione all'Italia e fu uno dei più fedeli collaboratori del comandante d'Annunzio, tanto che per lui è stata riservata una delle arche del Vittoriale. Dopo l'impresa dannunziana continuò a lottare per l'annessione e venne eletto sindaco, carica che ricoprì anche successivamente. Era decorato dell'Ordine militare di Savoia, della Military Cross britannica e insignito del grado di Grand'ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Dopo l'occupazione della città da parte dei titini, si rifiutò di abbandonarla per rimanere con la sua gente. Il 4 maggio 1945 venne arrestato e fu visto per l'ultima volta alla periferia di Castua legato insieme al maresciallo di finanza Butti Vito. Si seppe poi che ambedue erano stati barbaramente uccisi.

Gigante Vincenzo di Antonio, brigadiere della milizia portuale in servizio a Fiume, arrestato il 4 maggio 1945 e fucilato.

Giubella Giovanni da Fiume, arrestato dalla polizia titina nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Giurso Pasquale di Aristodemo, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Giusti Roberto, nato a Fiume, eliminato dagli slavi dopo l'occupazione della città.

Grandi Grossmann Mario, nato a Laurana il 15 agosto 1877, agente della riunione adriatica di sicurtà. Di sentimenti italiani, venne internato dall'Austria durante la guerra 1915-1918. Dopo il 3 maggio 1945 venne arrestato dagli slavi e morì in carcere a Laurana il 2 gennaio 1946.

Grani (già Granitz) Nicolò di Rodolfo e di Anita, nato a Fiume il 19 febbraio 1917, di religione ebraica. Dopo l'8 settembre 1943 aveva militato nelle formazioni partigiane piemontesi. Nei primi giorni di maggio 1945, ancora vestito con la divisa americana di combattimento, venne a Fiume ma insieme allo zio Granitz Edmondo mentre si trovava all'ufficio postale venne arrestato e, con l'accusa di spionaggio a favore dell'Italia venne fucilato dopo essere stato costretto a scavarsi la fossa.

Granitz Edmondo di Guglielmo e di Lina, nato a Raab (Ungheria) nel 1898, residente a Fiume, con ufficio filatelico al Corso. Rientrato a Fiume insieme al nipote Grani Nicolò, subì la sorte di questi.

Gregorat Renato, nato ad Abbazia, elettricista. In servizio militare nella contraerea a Lampedusa, fu fatto prigioniero e trasferito in Algeria. Dopo la fine della guerra, rientrato ad Abbazia, venne arrestato dai titini e ucciso.

Grubessi, nato a Fiume, addetto all'ufficio informazioni della Milizia. Arrestato dalla polizia titina dopo l'occupazione della città, venne eliminato.

Guerdinari Antonio da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

de Hajnal Mario, nato a Fiume nel 1891, pittore accademico. Ucciso dagli slavi nella sua abitazione nel maggio 1945.

Hartman Alfredo, nato ad Abbazia nel 1900, arrestato dagli slavi a Trieste dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Hödl Enrichetta, nata a Zagabria il 21 luglio 1927, cittadina italiana, residente a Fiume. Il giorno 4 giugno 1945, un mese dopo l'occupazione della città, mentre usciva dall'ufficio comunale dove si era recata per ritirare la carta d'identità, venne arrestata ed incarcerata; per tre giorni la madre ha potuto avere sue notizie, ma poi scomparve. Ne è stata dichiarata la morte presunta.

Hupp Francesco, nato a Graz. Residente a Fiume. Insieme alla moglie Capudi Maria vedova Giovanelli, proprietari della nota pasticceria Giovanelli al Corso. Abitanti a Borgomarina, uccisi nella loro villa e spogliati di ogni loro avere.

Iker Anna vedova Mandich e Iker Vittoria, nate a Fiume, rispettivamente nel 1889 e 1891, da famiglia ungherese. Ospiti nella villa dei coniugi Hupp, vennero arrestate e di loro non si seppe più nulla.

Innorcia Francesco di Salvatore, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non se ne ha più avuto notizia.

Jacopacci Ezio, combattente della prima guerra mondiale, maresciallo dei vigili urbani di Abbazia. Ucciso dagli slavi l'8 maggio 1945.

Januale Raffaele, nato a Fiume, di anni 19. Mobilitato in un battaglione costiero, era di presidio alla centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Nel maggio 1945 il reparto cadde nelle mani dei titini e tutti i componenti furono uccisi.

Jelaushegg Loris di Pietro, nato a Fiume nel 1930, arrestato dagli slavi a Trieste nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Kastl Giuseppe, nato a Fiume, funzionario dei magazzini generali di Fiume. Trucidato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945.

Kepa Enrico, nato nel 1912, deportato dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Kindle Massimiliano, nato a Vaduz, residente a Fiume, odontotecnico, arrestato dagli slavi ed internato nel carcere di Maribor, vi decedeva nel 1948.

König. Titolare di una salumeria nel Mercato di Braida, arrestato nel maggio 1945 ed eliminato.

Kosiorowki Giovanni di Martino e di Barbara Miska, nato a Cmolas (Polonia) il 25 febbraio 1884, odontoiatra, residente ad Abbazia e cittadino italiano. Prelevato dagli slavi dalla sua abitazione nel maggio 1945 e deportato.

Kregar, nato a Fiume, autista delle poste. Dopo l'occupazione della città, venne arrestato e barbaramente bastonato; riportato a casa moribondo, vi decedeva dopo pochi giorni.

Landriani Adolfo, arrivato a Fiume al seguito di d'Annunzio, con un reparto di Arditi fece parte della «Compagnia d'Annunzio» come legionario. Sposatosi, rimase a Fiume e si occupò come custode, prima al parco arciducale e poi al giardinetto di piazza Verdi. Data la sua statura era conosciuto col nomignolo di «Maresciallino». Arrestato dalla polizia titina, i poliziotti intimarono al Landriani di gridare «Viva Fiume jugoslava», ma lui invece gridò «Viva Fiume italiana». Insistendo i titini nella loro pretesa e rifiutandosi lui di obbedire venne brutalmente sbattuto sul soffitto della prigione, continuando a gridar fino alla morte «Viva l'Italia».

Lanfredi Giulio di Vittorio, da Fiume, arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945.

Lembo Renata vedova Cernigoi di Savino, nata a Canosa di Puglia nel 1913, casalinga, residente a Laurana. Arrestata nel maggio 1945 e deportata.

Lenaz Antonio, nato a Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Librio Giuseppe da Fiume, catturato dagli slavi l'ultima domenica di ottobre del 1945 e ucciso con un colpo di rivoltella alla nuca tra le rovine del Molo Stocco, reo di aver strappato la bandiera jugoslava da un pennone di piazza Dante.

Ljubicich Giovanni da Fiume, prelevato dalla sua abitazione nel maggio 1945 e ucciso.

Loffredo Primo, arrestato nel giugno 1945 e rinchiuso insieme ad altri ufficiali nell'istituto Branchetta trasformato in penitenziario e, verso la fine di ottobre, fucilato.

Loffredo Raimondo di Primo, arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Luciani dottor Oscarre di Cirillo, nato a Fiume il 16 agosto 1900. Legionario fiumano, laureato in giurisprudenza, commissario di pubblica sicurezza in servizio alla questura di Gorizia. Arrestato il 6 maggio 1945 e condannato dal tribunale militare di Lubiana alla pena di morte con sentenza dell'8 gennaio 1946. Sentenza eseguita il 17 gennaio 1946.

Luksich-Jamini Maria, nata a Fiume, di anni 69, arrestata nel maggio 1945, già in gravi condizione di salute e sottoposta a stringenti interrogatori dopo l'arresto dei figli, morì il 10 gennaio 1947.

Lupino Terenzio, deportato dalla provincia di Fiume.

Lusina Gabriele di Mattia, nato il 13 marzo 1922, arrestato dagli slavi il 15 maggio 1945 e deportato.

Macauda Ignazio, nato a Modica nel 1896. Legionario fiumano, già dipendente dei cantieri navali di Fiume. Combattente e mutilato sul Carso, fu decorato con medaglia di bronzo al valor militare. Richiamato nella Finanza nella seconda guerra, venne decorato con la croce di guerra. Arrestato dai titini a Mattuglie, fu barbaramente trucidato.

Macchi, ingegnere, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 a Trieste e deportato.

Maguolo Sergio da Fiume, deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie.

Mahrer Rodolfo da Abbazia, cameriere d'albergo. Ucciso dagli slavi nel maggio 1945.

Malesi Gualtiero di Gustavo e di Maria Padovan, nato a Volosca il 16 settembre 1903, ragioniere, cassiere della Cassa di risparmio di Abbazia. Prelevato dalla sua abitazione nella notte del 2 maggio 1945 e incarcerato a Laurana. Il 10 dello stesso mese unitamente ad altri arrestati venne portato al Piccolo Montemaggiore e trucidato.

Malusà Matteo di Giovanni e di Maria Bertoli, nato a Moschiena il 29 marzo 1915. Arrestato in Istria mentre tentava di raggiungere Pola. Deportato ad Idria il 15 luglio 1945, scomparve.

Mandechich Franco e Rosa, residenti a Fiume. Partiti il 15 aprile 1945 per Trieste e scomparsi durante il viaggio. La dichiarazione di morte presunta indica la data «agosto 1945».

Manfredi Giulio di Vittorio, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Manfrini Solpensiero, nato ad Ancona il 16 marzo 1904, marittimo, residente a Fiume, scomparso il 23 maggio 1945.

Manzolillo Giuseppe, nato nel 1922, arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Maracich Dario (o Mario) di Antonio, nato a Veglia il 10 ottobre 1921. Vigile del fuoco a Monfalcone, arrestato il 6 maggio 1945, fu portato a Volosca e non si hanno avuto più sue notizie.

Maraspin Giovanni da Fiume, arrestato dall'OZNA nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Marciano Carmine di Vincenzo, arrestato nel maggio 1945 e scomparso.

Marsanich Aurelio di Antonio e di Giovanna Jardas, nato a Fiume l'11 settembre 1925, diplomato alla scuola industriale di Fiume. Mobilitato in un battaglione costiero era di presidio alla centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Alla cessazione della guerra fatto prigioniero, venne fucilato a Sella di Montesanto e seppellito in una fossa comune insieme ad altri commilitoni.

Martincich Valeria da Laurana, uccisa dagli slavi nel maggio 1945.

Martinolich Stanislao, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Marussi Dante di Giovanni, nato a Fiume, figlio del noto patriota irredentista fiumano, scultore e insegnante alla scuola di avviamento professionale di Fiume. Deceduto in carcere in seguito alle percosse e ai maltrattamenti subìti.

Marussi Giovanni di Giovanni, nato a Fiume, fratello di Dante, arrestato dalla polizia titina alla fine del 1947 sotto l'imputazione di attività politica clandestina. Morto in carcere, secondo versione della polizia «suicida».

Marzucco Nicola di Giovanni, nato a San Basilio del Pireo (Grecia) nel 1895. Legionario fiumano, arrestato il 3 maggio 1945, venne portato a Castua legato insieme al senatore Gigante e al maresciallo Butti. Mentre gli slavi infierivano sul corpo del senatore Gigante, il Marzocco prese a gridare «Viva l'Italia» e venne a sua volta massacrato.

Masotti Giuseppe di Guglielmo, deportato dagli slavi dalla provincia di Fiume nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Matera da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha mai dato sue notizie.

Matikinich Stanislao da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Maurel Lidia da Laurana, casalinga, uccisa dagli slavi nel maggio 1945.

Maurinaz da Fiume, operaio della raffineria olii minerali, arrestato nel 1947 insieme ad altri fiumani, accusato di cospirazione irredentistica, fu ucciso nel carcere di Fiume.

Mazzoli Silvio da Fiume, deportato dagli slavi dopo l'8 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Meducheschi Virgilio, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Meintz Alessandro, albergatore, da Laurana. Trucidato dopo il 3 maggio 1945.

Menzutti Stanislao da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Miclavio Antonio, nato a Fiume nel 1900, legionario fiumano, partecipò al Natale di sangue. Impiegato alla Romsa, scrittore di novelle e saggi critici. Appartenente al PRI di Fiume e al CLN dal 1943 al 1945. Arrestato nel gennaio 1944, riuscì a sopravvivere ed a ritornare a Fiume. Esule a Milano, morì poco dopo a causa delle sofferenze patite durante la deportazione.

Mingotti-Messori Gina da Fiume, di anni 38, arrestata dagli slavi con l'accusa di essere stata spia dei tedeschi, venne fucilata a Tersatto nel maggio 1945.

Mittrovich Gustavo, di Gustavo e di Marcovich Alessandra, nato a Fiume nel 1884, legionario fiumano, impiegato all'Azienda servizi pubblici. Brigadiere del 3° Reggimento GNR. Venne fatto prigioniero a Passiacco (Istria) il 3 maggio 1945 e, preso a caso dal gruppo dei prigionieri, fu fucilato.

Moderini Giacinto, di Francesco e di Cattalinich Luigia, nato a Fiume il 9 settembre 1909, artigiano meccanico. Prelevato dalla sua abitazione il 5 maggio 1945 e incarcerato insieme al fratello Dante. Il 9 maggio 1945 fu fatto uscire dalla cella e non se ne seppe più nulla.

Molessi Gualtiero, di Gustavo, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Moncilli Rodolfo (già Moncillovich), da Fiume, capo reparto presso la fonderia Skull. Avendo manifestato la sua avversione al comunismo, dopo l'8 settembre 1943 venne più volte minacciato dagli elementi slavi. Alla sera del 3 maggio 1945, presente al prelevamento del titolare dell'azienda, dottor Skull, venne arrestato e poi rilasciato con l'obbligo di rientrare nello stabilimento. Circa un mese dopo, mentre transitava per il corso insieme ad un amico, fu nuovamente arrestato e rinchiuso nelle carceri di Fiume, da dove sparì senza più dare notizie. Successivamente la famiglia ricevette la comunicazione che il Moncilli era stato fucilato nel mese di agosto 1945.

Montante Salvatore, da Fiume, arrestato nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Morich Ilario, di Giuseppe, nato a Veglia, disperso in Istria nel maggio 1945.

Napolitano Antonio, da Fiume, arrestato nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Nardin don Saverio, di Giuseppe e di Del Din Maria, nato il 12 febbraio 1900 a Faver (Trento). Cappellano militare dell'ospedale di Abbazia. Venne arrestato dopo il 3 maggio 1945 e deportato.

Naselli Domenico, di Luigi, arrestato nel maggio 1945 e deportato senza più dare sue notizie.

Neugebauer Amanda, nata a Fiume nel 1901 da famiglia di puri sentimenti italiani. Nel corso dell'impresa dannunziana fu decorata dal comandante d'Annunzio con la stella d'oro per la sua opera assistenziale. Successivamente il generale Giardino, che comandava la città, le conferì due medaglie d'oro di benemerenza. Nel corso della guerra 1940-1943 fece servizio al fronte come crocerossina. Arrestata dalla polizia slava nel giugno 1945, fu condannata a morte per essersi macchiata di «gravi crimini di guerra».

Nicolosi Domenico, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato senza più dare notizie.

Nicora Federico, da Abbazia, addetto al mercato. Ucciso dagli slavi dopo il 3 maggio 1945.

Orlando Vito, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Orsanelli Bruno, di Giovanni, nato a Vicenza il 14 luglio 1917, caporale di artiglieria in servizio a Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945 e scomparso.

Osseri Bruno, di Damaso, nato a Fiume il 16 agosto 1919, arrestato dopo il 3 maggio 1945 e fucilato il 2 luglio 1945.

Pagan Antonio, di Ugo e di Benedetti Maria, nato a Fiume nel 1899.

Pagan Margherita vedova Pavesi di Ugo e di Benedetti Maria, nata a Fiume nel 1898.

Pagan Maria nata Benedetti di Antonio, nata a Novi (Dalmazia) nel 1872. Arrestati dagli slavi nel giugno 1945 e soppressi in carcere il 28 agosto 1945.

Paganini Pompilio di Tito, nato a Rovigno, caposquadra della milizia ferroviaria, residente a Fiume. Prelevato dai titini nel maggio 1945 e scomparso.

Paladin Silvano di Antonio, deportato dagli slavi nel maggio 1945 nel carcere di Maribor e scomparso.

Panigatti ingegner Umberto di Ercole, nato a Robbio (Pavia) nel 1889, direttore generale del silurificio Whitehead di Fiume, arrestato a Trieste il 26 maggio 1945 dalla polizia slava e tradotto nel carcere di Fiume, dove decedette per le sevizie subite.

Paolato Luigi, di Giovanni, nato a Fiume il 23 aprile 1890, volontario irredento nella guerra 1915-1918, residente a Capodistria, arrestato il 10 maggio 1945 e deportato per ignota destinazione.

Paradiso Giovanni, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Parma Gino, da Fiume, deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie.

Pecere Agostino, di Pietro e di Palmisano Angela, arrestato dagli slavi il 3 maggio 1945 e scomparso.

Pellegrini Oscar, di Giacomo e di Ferrari Giovanna, nato a Fiume il 25 aprile 1901, di famiglia di puri sentimenti italiani, legionario fiumano, impiegato presso l'azienda servizi pubblici municipalizzati di Fiume. Il 5 maggio 1945, mentre si recava al lavoro fu preso e incarcerato. Nonostante le ricerche effettuate non è stato possibile avere sue notizie. Dopo parecchio tempo la famiglia ricevette la notizia che il Pellegrini era stato fucilato a Tersatto.

Penso Mario, da Fiume, di anni 44, capo magazziniere della raffineria olii minerali di Fiume, arrestato dalla polizia titina, morì in carcere nel 1948 in seguito alle percosse subite.

Percich Antonio, da Fiume, deportato dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie.

Perkan don Vittorio, parroco di Elsane (Fiume), trucidato dagli slavi il 9 aprile 1945, mentre impartiva la benedizione a una salma nel cimitero locale.

Petterutti Leopoldo, da Fiume, arrestato dopo il 3 maggio 1945 e deportato senza più dare notizie.

Pezzano Michele, da Abbazia, combattente della guerra 1915-18, calzolaio, trucidato dagli slavi nel maggio 1945.

Piccariella Carmine, da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Pidatella Vincenzo, di Giovanni, da Fiume, arrestato dopo il 3 maggio 1945, deportato senza più dare notizie.

Piesz Aurelio, di Emilio e di Busaz Maria, nato a Fiume nel 1919. Richiamato alle armi nel 1940, combatté in Balcania col grado di sergente maggiore di artiglieria, guadagnandosi la Croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione: «Durante un violento combattimento contro formazioni avversarie, incaricato di recapitare un ordine ad alcuni reparti staccati, attraversava zone battute da intenso fuoco nemico, assolvendo con ardimento il compito affidatogli. Zrnovica (Balcania), 8 luglio 1943». Dopo l'8 settembre 1943 comandava il distaccamento dislocato a caposaldo del bivio di Rupa sulla strada per Trieste. Il 28 aprile 1945, riuscì a ripiegare col suo reparto a Trieste. Successivamente venne catturato da elementi slavi giunti da Fiume e impiccato al bivio di Rupa. Oltre al padre trucidato dagli slavi in provincia di Gorizia dopo l'8 settembre 1943, anche una sorella di anni 15 non ha mai dato sue notizie. La decorazione conferita al Piesz è stata consegnata alla vedova il 2 novembre 1954 nel corso di una cerimonia che ha avuto luogo a Gradisca d'Isonzo.

Pillepich Claudio, nato a Fiume nel 1926, studente del liceo «Dante Alighieri», arrestato il 3 maggio 1945, comandato dalle autorità slave a liberare i dintorni della città dalle mine lasciate dai tedeschi, periva dilaniato in località Drenova il 4 maggio 1945.

Pinto Ciro Francesco, di Antonio, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha dato più sue notizie. Plavis Vladimiro, da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Pluchino Guglielmo, da Fiume, deportato dagli slavi dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Podobnik Giovanni, di anni 48, profugo da Castelnuovo d'Istria, il 17 luglio 1950, colto da sconforto si tolse la vita gettandosi sotto il treno della linea di Poggioreale.

Pognani Natale, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Polonio Balbi Michele, di Michele e di Martinolich Irene, nato a Fiume il 19 maggio 1920, studente universitario di economia e commercio. Sottotenente carrista con la divisione «Ariete» in Africa. Rientrato ferito dall'Africa, dopo l'8 settembre 1943 fu destinato quale comandante al «Comando Tappa» presso la caserma di finanza «Macchi» di Fiume. Il 3 maggio 1945 fu fatto prigioniero nello stesso comando che non aveva abbandonato. Da quel momento non si ebbero più sue notizie. Il 13 novembre 1955 l'università degli studi di Trieste ha conferito al glorioso caduto la laurea ad honorem.

Porcù Giuseppe, di Erminio e di Licciardò Annunziata, nato a Cagliari l'8 febbraio 1903. Diplomato in ragioneria, ufficiale in SPE nei bersaglieri, residente a Fiume avendo contratto matrimonio con Sucich Iginia. Tenente colonnello comandante della sessantunesima legione CCNN. Dopo l'8 settembre 1943 si occupò per la ricostituzione delle Forze armate italiane a Fiume. Il 5 maggio 1945 fu arrestato a Trieste e rinchiuso nelle carceri del Coroneo. La notte tra il 19 e il 20 maggio 1945 venne trasferito nelle carceri di Lubiana dove rimase fino al dicembre dello stesso anno. Successivamente venne deportato per ignota destinazione e non se ne seppe più nulla.

Poso Aldo, di Angelo e di Zadaricchio Eugenia, nato a Fiume il 4 luglio 1909, impiegato presso l'azienda servizi pubblici municipalizzati. Dopo l'occupazione della città venne convocato nella caserma di via Trieste per un'informazione e non fece più ritorno a casa.

Poschini (Poschich) Matteo, di Matteo e di Lucich Giuseppina, nato a Fiume il 24 febbraio 1898, operaio. Milite del terzo reggimento MDT. Fatto prigioniero a Sappiane il 18 maggio 1945 e immediatamente trucidato.

Pranz Natale, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945, non fece più ritorno.

Premuda Guglielmo e Venanzio, fratelli, di origine istriana, residenti con la madre a Grobnico (Fiume) dove gestivano un mulino di loro proprietà. Nell'aprile del 1945 furono prelevati e trucidati perché secondo l'accusa fornivano farina ai Carabinieri. Da sicura testimonianza risulta che gli indumenti dei due fratelli furono messi in vendita sulla piazza di Grobnico. La vecchia madre a causa del dolore decedeva poco dopo.

Radesich Mario, da Fiume, deportato dopo il 3 maggio 1945 e scomparso.

Rahteli Giovanni, da Fiume, dipendente del silurificio Whitehead di Fiume, ucciso dai titini dopo l'occupazione della città.

Rathofer Giovanni e Margherita, titolari a Fiume del negozio di ferramenta Simper sul corso, arrestati a Trieste dalla polizia slava dopo il 3 maggio 1945, trasferiti nelle carceri di Fiume da dove sono poi scomparsi.

Ratti (già Simiczek) Mario, di Luigi e di Bellemo Albertina, nato a Fiume il 19 marzo 1904, impiegato presso l'azienda servizi pubblici municipalizzati, arrestato dopo l'occupazione della città e deportato, comunicato il decesso alla famiglia in data 15 giugno 1945.

Riboni Mario, da Fiume, ucciso dagli slavi a Sesana nel 1948, mentre con altri giovani cercava di raggiungere il territorio italiano.

Ricchetti, soldato, da Carpi (Modena), fucilato dagli slavi nel campo di Borovnica nell'estate 1945.

Riosa Gastone, di Gaudenzio e di Marsa Anna, nato a Caltignaga (Novara) il 5 novembre 1925, residente a Fiume. Scomparso dopo l'occupazione della città.

Rivari Vladimiro, di Ladislao, da Abbazia, ucciso dagli slavi il 30 giugno 1948.

Rivosecchi Bruno, da Fiume, di anni 26, il 12 maggio 1945, mentre con altri compagni era forzatamente addetto al dragaggio di mine subacquee nel porto del Delta, incappava in una mina magnetica che lo dilaniava completamente.

Ronco Enzo, di Eugenio e di Marrozzini Annunziata, nato a Fermo il 24 agosto 1900, volontario nella guerra 1915-1918, legionario fiumano e combattente nella guerra 1940-1945, ferito in combattimento contro formazioni titine, fu catturato nel maggio 1945 e fucilato.

Rosman Luigi, di Antonio, arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Rossi Tommaso, di Enrico, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Rotondo Vito, di Giuseppe e di Salvemini Agnese, nato a Fiume nel 1920, arrestato dagli slavi dopo l'occupazione della città, non ha più dato sue notizie.

Rumaz Antonietta, di Paolo, nata a Ville d'Icici (Abbazia) nel 1891. Prelevata dagli slavi nel 1945 e scomparsa.

Rusich Matteo (chiamato Matich), di Giovanni, nato a Fiume nel 1911, impresario edile, invalido a un braccio, deportato dopo il 3 maggio 1945 e scomparso.

Sabez Fridi, di Carlo, nato a Fiume l'11 novembre 1919, deportato da Santa Lucia di Tolmino, non ha mai dato sue notizie.

Salvi Stanislao, di Giuseppe, nato nel 1908, arrestato a Fiume alla fine del 1945. È stata dichiarata la morte presunta come avvenuta il 15 gennaio 1946.

Sartorio Vincenzo, da Fiume, arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Scantamburlo Daniele, di Giuseppe e di Teresa, nato a Mira Oriago il 27 gennaio 1904, vigile urbano di Abbazia, ucciso a Laurana il 27 maggio 1945.

Scherianz Lucia in Vendramin, di Vittorio, nata a Mattuglie, di anni 20, trucidata nei pressi del cimitero di Tersatto nel novembre 1946.

Schirinzi Achille, da Fiume, di anni 74, prelevato dai titini il 14 luglio 1947, non ha più dato sue notizie.

Schulisch Helmut, di Riccardo, medico, arrestato ad Abbazia e deportato.

Schwartz Massimiliano, da Fiume, di anni 74, prelevato dai titini il 14 luglio 1947, non ha più dato sue notizie.

Sennis Gigliola coniugata Peresson, di Mauro e di Dumicich Margherita, nata a Fiume il 27 giugno 1917, frequentò il liceo scientifico di Fiume e conseguì il diploma di abilitazione magistrale. Nel 1939 contrasse matrimonio con Peresson Sergio, ufficiale del genio navale.

Sennis Margherita, nata Dumicch, madre di Sennis Gigliola, nata a Fiume nel 1893, laureata al magistero di Firenze, si dedicò con amore all'insegnamento. Fervente assertrice dell'italianità della sua città, fine, colta, generosa, amata dalle colleghe, fu ancora giovanissima nominata direttrice didattica del circolo scolastico di piazza Cambieri. La notte del 6 maggio 1945, agenti della polizia politica slava si presentarono in casa Sennis e trovata una divisa da ufficiale del marito della Gigliola la sequestrarono e le ingiunsero di seguirli al comando della polizia per essere interrogata, ma non venne più rilasciata. La madre cercò di sapere i motivi dell'arresto e recatasi al comando di polizia, il capo le diede assicurazione che la figlia sarebbe stata rilasciata e le consegnò una lettera da presentare alle carceri di via Roma. La signora Sennis, con in braccio la nipotina Tiziana si presentò alle carceri; la fecero entrare da sola lasciando la bambina alla signora Jole Udovich che l'aveva accompagnata. La signora Udovich attese tutta la giornata davanti alle carceri ma né la madre né la figlia uscirono e da allora non se ne seppe più nulla.

Sepich Romano, di Giovanni, nato a Volosca nel 1907, arrestato dagli slavi nel maggio 1945, deportato nelle carceri di Maribor dove rimase alcuni anni e poi non se ne seppe più nulla.

Serafini Tullio, da Abbazia, impiegato, assassinato dalla polizia politica dopo l'occupazione.

Sicolo Franco, di Domenico, nato a Trani, residente a Fiume, arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945.

Sigulin Miro, di Giovanni, nato a Matteria nel 1921, residente a Trieste, arrestato nel maggio 1945, non si ebbero più sue notizie.

Don Simone, monaco benedettino olivetano, cappellano militare presso l'ospedale militare di Abbazia. Venne prelevato dagli slavi nel maggio 1945, non ha dato più sue notizie.

Sorbello Vincenzo, da Fiume, arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945.

Sincich Giuseppe, di Marco e di Hervatin Maria, nato a Fiume il 24 aprile 1893, assolto il ginnasio ungherese, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza presso l'università di Budapest, studi che non poté portare a compimento per lo scoppio della prima guerra mondiale. Si distinse quale esponente dell'autonomismo fiumano tenendo però sempre viva la fiamma dell'italianità di Fiume. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, creatasi a Fiume la critica situazione politica, essendo gli slavi decisi ad impadronirsi della città, ricostituì con il dottor Mario Blasich, il dottor Nevio Skull e l'ingegner Peteani, il partito autonomo fiumano col preciso compito di impedire l'occupazione slava. A più riprese gli emissari titini tentarono di far aderire i capi dell'autonomismo al movimento jugoslavo. In una memorabile seduta, Giuseppe Sincich rifiutò con veemenza ogni compromesso e al rappresentante titino disse: «voi seguite il vostro destino e noi il nostro!». Continuamente minacciato di morte non desistette, anzi disse: «Chi combatte per un'idea, deve affrontare tutto, anche la morte. Che cosa penserebbero i miei seguaci sapendo che il loro capo li ha abbandonati?». Il figlio, pure Giuseppe, descrive come segue la fine di suo padre: «Il tre maggio 1945 i titini entrarono in città e, prima di tutti, prelevarono mio padre dalla sua abitazione, noncuranti del dolore della moglie e della figlia presenti, ed alle ore 9,30 lo trucidarono nella vicina fabbrica di prodotti chimici; il suo corpo martoriato, ma composto e sereno, confermò la sua idea». Al momento dell'esecuzione fu spogliato di ogni suo avere.

Sirola professor Gino, di Francesco e di Rusich Anna, nato a Fiume il 16 maggio 1885. Compiuti gli studi al ginnasio ungherese di Fiume, ottenne una borsa di studio del comune e si iscrisse alla facoltà di lettere dell'università di Bologna. Allievo prediletto del Pascoli, ebbe compagno di studi un altro concittadino, il fiumano Amedeo Hodnig, del quale il Pascoli disse: «il mio virginale Hodnig, nato nell'Italia d'oltre i confini». A quella scuola il Sirola temprò i propri sentimenti di italianità. Ottenuta la laurea, rientrò a Fiume dedicandosi all'insegnamento e alle attività politiche di allora. Fu uno del fondatori della «Giovine Fiume». Nel 1911 risultò eletto nella lista cittadina opposta al partito autonomo, insieme a Isidoro Garofalo, Riccardo Gigante e Luigi Cussar. Durante la prima guerra venne chiamato alle armi e inviato al fronte russo nelle file dell'esercito austro-ungarico. Rientrato a Fiume dopo la guerra, continuò la lotta per l'annessione all'Italia facendo parte del governo provvisorio. Ritiratosi, venne in seguito nominato preside dell'istituto tecnico «Leonardo da Vinci», carica che tenne fino alla sua morte. Amante degli studi letterari, lo interessava molto la letteratura ungherese, tanto che pubblicò in traduzione due volumi: nel 1928 uno sotto il titolo «Accordi magiari» e il secondo nel 1932 dal titolo «Amore e dolore di terra magiara». Per questa sua attività venne eletto membro dell'Alta accademia letteraria ungherese. Dopo l'8 settembre 1943 un gruppo di cittadini lo pregò di occupare temporaneamente la carica di podestà della città, per difendere gli interessi dei cittadini nei confronti delle autorità di occupazione. Confermato nella carica, il 9 febbraio 1944 pronunciò con grande coraggio un discorso, invitando i cittadini ad unirsi per difendere sino all'ultimo Fiume, nell'interesse della città e dell'Italia. Il 3 maggio 1945 raggiunse Trieste, ma due giorni dopo venne arrestato dalla polizia titina e riportato a Fiume. Fu visto da alcuni concittadini nella villa Rippa trasformata in carcere e poi scomparve.

Skull dottor Nevio, di Giuseppe e di Foretich Giuseppina, nato a Fiume il 23 dicembre 1903. Laureato in medicina, esercitò la professione di medico. Nel 1935 alla morte del cognato abbandonò la professione per dedicarsi alla direzione della «Fonderia e fabbrica macchine M. Skull», fondata dal nonno paterno Matteo Skull nel 1878. Di puri sentimenti italiani, fu legionario fiumano. Oltre all'attività industriale ricopriva cariche cittadine, quale consigliere della Banca d'Italia, vice presidente della Cassa di risparmio di Fiume, membro della commissione per le tasse e di quella per il trattamento dei carcerati. Durante la guerra le officine Skull furono militarizzate, prima dalle autorità italiane e poi da quelle tedesche di occupazione. Alla fine della guerra riuscì a sventare la distruzione delle officine da parte dei tedeschi in ritirata, ma fu breve la sua soddisfazione di aver salvata l'opera di generazioni e il futuro lavoro dei metalmeccanici fiumani. La sera del 3 maggio 1945, giorno dell'entrata delle truppe titine in città, venne prelevato da elementi della polizia titina e barbaramente ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Il suo corpo fu poi trovato tra le macerie dei ponti sul fiume Eneo.

Sottin Francesco da Fiume. Arrestato e deportato dopo il 1945.

Sposta Mario, nato a Trieste il 27 agosto 1899. Fotografo della questura di Fiume. Arrestato dopo il 1945 e rinchiuso nelle carceri di Maribor. Morto nell'infermeria del carcere in seguito ai maltrattamenti subiti.

Springhetti Ada nata Martini da Fiume, di anni 44. Arrestata nel maggio 1945, non ha più dato sue notizie.

Stefan Severino da Fiume, tranviere. Arrestato il 16 giugno 1949 e scomparso.

Steinberger Antonio di Giuseppe, da Fiume. Arrestato a Brioni nel maggio 1945 e deportato.

Stercich Giovanni, già segretario del partito autonomista di Fiume. Trucidato dagli slavi il 3 maggio 1945.

Sternissa Mario da Fiume, di anni 13. Ucciso il 16 maggio 1945 durante un conflitto tra la polizia jugoslava e alcuni giovani fiumani renitenti alla chiamata di leva ordinata dal comando slavo.

Stich Otto di Nicola. Arrestato e deportato dopo il 3 maggio 1945.

Stifanich Carlo di Martino e di Gulich Stefania, nato a Fiume il 4 giugno 1922. Il 17 maggio 1952 cercava di raggiungere l'Italia attraversando l'Adriatico con una barca, partendo da Pola, insieme ad altri quattro amici; non si ebbero più sue notizie.

Succi Francesco di Giuseppe, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945.

Superina Alessandro da Fiume, rappresentante di case editrici italiane. Dopo l'occupazione della città si recò a Roma per prendere contatto con le case rappresentate. Al suo rientro a Fiume fu arrestato e lungamente interrogato. Dopo un breve rilascio venne nuovamente arrestato e da allora non si ebbero più sue notizie.

Superina Giovanni di Giuseppe, nato a Fiume, di anni 23. Dopo la condanna del padre ad alcuni anni di reclusione, da parte del tribunale militare jugoslavo di Fiume, tentò nel 1948 di raggiungere l'Italia clandestinamente, ma sorpreso dalle guardie di confine nei pressi di Trieste, fu ucciso a fucilate.

Superina Silvio di Silvestro, nato a Fiume nel 1923. Arruolato dopo l'8 settembre 1943 in un reparto inviato a presidiare la centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Dopo il 3 maggio 1945 venne catturato dagli slavi e barbaramente trucidato. La fossa comune dove era stato sepolto unitamente ad altri suoi compagni fu scoperta per caso qualche anno dopo.

Surdo Salvatore. Deportato dalla provincia di Fiume dopo l'occupazione da parte titina.

Taucer Santo di Giuseppe e di Boboschich Elena, nato a Fiume il 26 settembre 1905. Occupato quale amministratore nelle officine Skull. Prelevato dalla sua abitazione nei primi giorni di maggio del 1945 da partigiani slavi; secondo loro, doveva fornire delle informazioni e sarebbe ritornato dopo un'ora. Invece non solo non è rientrato, non si seppe più nulla della sua sorte.

Tenaglia Lamberto da Fiume, nato nel 1924. Appartenente a un reparto di stanza a Laurana. Venne ucciso dagli slavi dopo l'occupazione della riviera.

Tesi Attilio. Combattente della guerra 1915-1918. Residente ad Abbazia dove faceva il fornaio. Ucciso dagli slavi dopo il 3 maggio 1945.

Toich Antonio di Federico, nato a Veglia il 21 maggio 1927. Arrestato dopo l'occupazione a Sappiane e disperso.

Tori Bruno di Gino, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945.

Torre Carlo di Carlo, da Fiume. Arrestato dopo il 3 maggio 1945 e deportato.

Tosi professor Giuseppe di Giacomo, nato a Pola il 4 agosto 1890. Già insegnante nella scuola italiana di Volosca prima della redenzione, riuscì da solo a mantenere la cultura e la lingua italiane e ad educare italianamente intere generazioni. Dopo l'annessione alla Italia venne nominato preside della scuola media di Abbazia, incarico che tenne fino alla morte. Dopo il 3 maggio 1945 fu arrestato dai titini e torturato barbaramente. Dopo un'atroce agonia fu costretto a bere, in un bicchiere, il suo stesso sangue.

Tropper Emilio di Rodolfo, nato ad Abbazia il 13 maggio 1894, portiere d'albergo. Arrestato a Volosca il 5 maggio 1945 e scomparso.

Tuchtan Leopoldo. Nato a Fiume, di anni 74. Proprietario del negozio «La Sanitaria» situato al Corso. Nel 1948 gli slavi arrestarono il figlio Leopoldo e dopo sentenza del tribunale iugoslavo subì la confisca di tutti i beni. Impazzito dal dolore, morì nel 1949 senza essersi più ripreso.

Vaduch Giovanni da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945.

Vale dottor Antonio, di Vittorio e di Macovez Maria, nato a Fiume il 1° gennaio 1906. Dottore in chimica alle dipendenze della raffineria di olii minerali. Prelevato dalla sua abitazione nel maggio 1945 e ucciso un mese dopo in luogo sconosciuto.

Vamos Alberto, di Sigismondo e di Kamras Elisabetta (deportati in Germania ed eliminati), nato a Stavropol (Russia) l'11 novembre 1897, cittadino italiano, residente a Fiume. Arrestato dagli slavi il 26 ottobre l947 e ucciso a Buccari il giorno successivo.

Vaukich Anna in Corigliano. Deportata da Fiume dopo il 3 maggio 1945.

Vilfinger Marghierita coniugata Zuliani. Eliminata dai titini dopo il 3 maggio 1945.

Villardito Liberato, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945.

Visinko Carlo, di Pietro, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945 e incarcerato a Maribor fino alla data del 18 febbraio 1948, poi scomparso.

Visintin Lucio, di Guido. Deportato da Fiume dopo il 3 maggio 1945.

Vollmann Adalberto, da Abbazia. Commesso delle cooperative operaie. Arrestato dopo il 3 maggio 1945 e ucciso.

Viti Ettore, di Iginio e di Hervatin Francesca, nato a Fiume il 23 aprile 1911. Dipendente della raffineria di olii minerali. Arrestato da elementi slavi nei pressi della questura, non ha fatto ritorno a casa e non diede mai più notizie.

Volpe Antonio, da Fiume. Deportato dopo il 3 maggio 1945.

Vrazich Olga, nata a Fiume. Dopo l'occupazione della città venne arruolata nella polizia titina. Quando gli slavi si accorsero che aveva cercato di mitigare la sorte di alcuni cittadini arrestati, l'arrestarono a sua volta e fu fucilata.

Wilhelm Raimondo. Nato a Gyekenyes, nel 1896, fotografo.

Wilhelm Teresa. Nata a Vienna, moglie di Raimondo; figli: Wilhelm Guglielmo, nato a Fiume nel 1920; Wilhelm Guglielmina, nata a Fiume nel 1921; Wilhelm Gherardo, nato a Fiume nel 1926. Il padre, disertore dell'esercito austro-ungarico nella guerra 1914-1918, visse nascosto a Fiume in casa della famiglia Ricatti. Durante l'impresa dannunziana fece parte della Guardia nazionale e prese parte al Natale di sangue. Dopo l'occupazione della città avvenuta il 3 maggio 1945, i tre figli vennero arrestati dai titini. I genitori cercarono a lungo notizie dei figli rivolgendosi ai vari uffici di polizia senza però sapere nulla in merito. Due settimane dopo, cioè alla fine di maggio, furono arrestati pure loro e sparirono per sempre.

Zaller Antonio, di Giuseppe e di Jankovich Agnese, nato a Sussak il 13 giugno 1905. Legionario fiumano. Vice console della compagnia lavoratori del porto. Arrestato dopo l'occupazione della città e fucilato al campo di aviazione di Grobnico (Fiume) insieme ad altri 93 italiani, tra i quali il dottor Amato, Commissario capo della questura di Fiume.

Zanardo Italo, di Antonio, nato a Santa Lucia di Piave (Treviso) nel 1922. Residente a Fiume, deportato dagli slavi il 22 maggio 1945.

Zanchi Umberto, di Nereo, nato a Sussak nel 1905. Legionario fiumano. Dopo l'annessione di Fiume si trasferì a Trieste. Arrestato a Santa Lucia di Tolmino il 30 aprile 1945, venne deportato a Santa Caterina (Fiume) e qui eliminato.

Zangrillo Sergio Umberto, di Umberto, nato a Venezia il 3 dicembre 1923, residente ad Abbazia. Arrestato dagli slavi dopo l'occupazione e scomparso.

Zar Maria, residente a Fiume. Arrestata dopo l'occupazione della città ed eliminata.

Zmarich Alfredo, di Antonio, nato a Laurana il 15 aprile 1914, macellaio. Arrestato nel maggio 1945 e deportato.

Zulian Giovanni, da Fiume. Deportato dopo l'occupazione della città.

Zullich Mario, da Fiume, nato nel 1925. Arruolato nella milizia difesa territoriale e inviato alla difesa della centrale elettrica di Salcano (Gorizia). Catturato dai titini e barbaramente trucidato, fu sepolto in una fossa comune. La fossa venne scoperta alcuni anni dopo e i resti trasferiti nel cimitero di Gorizia.

Questo elenco, compilato sulla base di testimonianze orali, faticosamente e spesso fortunosamente raccolte, può contenere inevitabili errori e omissioni.

Ma il suo significato è inequivocabile: è l'olocausto d'italianità dei figli di Fiume d'Italia.

E oltre la tragedia degli assassinati, dei fucilati, degli sgozzati, degli annegati, vi è quella — mai spenta — degli esuli.

Erano italiani a cui non è stata possibile altra scelta pur di conservare la propria italianità; italiani che vedevano, giorno per giorno, uccisi e calpestati i propri diritti alla libertà, alla vita, alla proprietà, al lavoro e alla pratica della propria fede religiosa. Non è possibile enumerare coloro che ebbero familiari condannati a morte, prelevati dalle proprie case e mai ritornati, incarcerati, condannati al carcere e ai lavori forzati; tutti subirono l'esproprio dei propri beni, e scelsero, lasciando le proprie case, le povere cose, i propri morti, la via dell'esilio.

Troncarono le loro stesse radici, e coscientemente lo fecero, perché essendo italiani e liberi tali vollero restare.

Esuli in Patria, donarono ancora all'Italia la vita del giovane Nardino Manzi, colpito a morte dalla polizia alleata a Trieste, il 6 novembre 1953, quando la città giuliana era ancora contesa.

La comunità degli esuli di Fiume, sparsa oggi in tutto il mondo, è rappresentata dal Libero comune di Fiume in esilio cui fanno capo circa 10.000 famiglie e quindi non meno di 30.000 esuli.

La forza spirituale di questo comune, senza territorio — ma con il suo sindaco, la sua gente, i suoi consiglieri, la sua anagrafe -, che riviveva nel solco della storia della città, ha dato un senso alla loro condizione di esuli in Patria.

Il 2 agosto 1994, di fronte alla Commissione esteri della Camera dei deputati, il professor Claudio Schwarzenberg, sindaco del Libero comune di Fiume in esilio, ha dichiarato: «Ciò che noi chiediamo oggi alla Croazia non costa una lira: il riconoscimento morale del nostro esodo, cioè la necessità di lasciare le nostre terre di fronte alla minaccia di eccidio degli italiani; la composizione di una commissione italo-croata che proceda al censimento dei morti e quindi faccia sapere chi è stato ucciso, come, perché, e dove sono stati gettati i corpi delle vittime. Per noi questo viene prima di tutto. Chi parla solo ed esclusivamente dei beni abbandonati si propone di fare mercato di bassa lega, e noi non siamo disposti a barattare le no- stre memorie per trenta palanche. Anche perché mi dovrebbero spiegare come si fa a risarcire un dolore tanto grande (...)».

Nel corso del primo raduno mondiale degli esuli fiumani, nel cinquantesimo anniversario della tragedia del 1945, l'assemblea dei cittadini del Libero comune di Fiume in esilio ha espresso l'auspicio che «l'Italia voglia concedere a Fiume una medaglia d'oro al valor militare alla memoria dei suoi cittadini che in guerra e in pace hanno servito la Patria».

I dati riportati in questa relazione sono stati ripresi, in particolare, dal volume «Fiume, 3 maggio 1945-3 maggio 1995. Piccolo libro bianco di una grande ingiustizia» a cura del professor Claudio Schwarzenberg, sindaco del Libero comune di Fiume in esilio, e di Amleto Ballarini, presidente della Società di studi fiumani.


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Onorevoli colleghi! Affido alla vostra sensibilità questa proposta di legge, che conferma alla nostra storia il sacrificio e la dedizione di una comunità che ha sempre onorato l'Italia.

Antologia del calcio a Fiume, 1904-1956 (Rodolfo Decleva)

La storia dei calciatori fiumani è un orgoglio italiano ed europeo. Nel 1904 nasce a Fiume la prima società calcistica, come ha scritto Rodolfo Decleva, nel 2020. È il Club Sportivo “Olympia”. Durante la Grande Guerra sorge un altro Club, viene chiamato “Gloria”; è il 1917. Più tardi, mentre Fiume è al centro dell’attenzione europea, se non mondiale, per l’impresa di D’Annunzio e dei suoi Legionari partiti da Ronchi, nel 1919 sorge il Club Sportivo “Fiume” e nel 1920 un’altra associazione si attiva col nome di “Tarsia”, uno degli appellativi assegnati al fiume Eneo. La fotografia di mostra proprio il Club Sportivo “Tarsia” nel 1920 (Collezione Rodolfo Decleva).


Alessandro Lancellotti, di Vicenza, ha informato che: “Nel 1904 a Fiume in una squadra studentesca giocava Fiorello La Guardia, poi sindaco di New York”. La notizia compare anche sul sito web croato “Kvarner Rijeka”. Poi a Fiume, agli inizi del ‘900, vi era anche il “Viktorija” di Sussak, con sede a Sussak, ma giocava dalla parte di Fiume. Poi nel 1919 divenne “Orjent” e andò nella parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Infine, nel 1919, vi era la squadra di calcio dei Granatieri di Sardegna Fiume che partecipò a 4 tornei. Giocava allo stadio di Cantrida. L’informatore Lancellotti dice di “avere tutti i tabellini”.

Nell’interessante libro intitolato Sciabbolone! Vita sportiva del fiuman Rodolfo Volk campione indimenticato della A.S. Roma, di Giorgio Di Giuseppe, si possono leggere altri nomi di bravi calciatori di Fiume. Nel 1921, con la squadra della Juventus Enea all’Oratorio salesiano, oltre al già mitico Rodolfo Volk, giocano: Oliviero Serdoz, Mario Stepancich, Raimondo Gherbaz, Carlo Volk, Angelo Paldrugavaz, Giordano Percovich, Avellino Stepancich, Giovanni Giustinich, Lorenzo Pillepich e Mario Bursich (p. 19). Di Giuseppe propone ulteriori nomi di giocatori fiumani di quel periodo, come il portiere Milavetz, il difensore Greiner, il centrocampista Musiol e il goleador Giovanni Spadavecchia (p. 26). Nel 1925 su «La Vedetta d’Italia», citata da Di Giuseppe, vengono menzionati i seguenti calciatori fiumani del Club Gloria: Marietti, Greiner, Milinovich I, II e III, Musiol, Negrich, Dobrievich, Volk, Spadavecchia, Diosi, Serdoz, Percovich, Zenco, Milautz, Stipanovich, Balas, Egidio, Pillepich, Vicich, Host, Rebeuz, Crelis, Covacich, Marghetich e Polak (p. 28). Altri nomi fiumani ancora sono riportati nel documentato testo dedicato a Sciabbolone!, soprannome dato a Rudi Volk dai romanisti per la sua abilità nel tagliare in diagonale (come una sciabolata) l’area di rigore, per presentarsi alle spalle del portiere avversario e segnare gol a raffica.

C’è un insieme di altre squadre minori da menzionare per completare la nascita del calcio fiumano. Esse sono sorte alla fine della Prima guerra mondiale. Così troviamo la “Esperia”, “Juventus Fiume”, “Fiume”, “Libertas” e la “Arx Fiume”. Nel 1926 due società, “Olympia” e “Gloria”, si fondono, dando vita alla “Unione Sportiva Fiumana”; così ha riferito Decleva.

Un giornalista del giornale «Bazar del Guerin Sportivo» nel 1929 tesse le lodi dei calciatori fiumani, forti atleti, volitivi, impulsivi, intelligenti. Sono menzionati Mihalich, della Nazionale, Varglien, della Nazionale universitaria (ed ha un fratello che diventerà un asso) e Gregar ora nella Pro-Patria. Poi ci sono: Sternisa, mezzo destro del Milan, il cannoniere Volk della Roma e Tarlao, passato dal Bari alla Biellese. Fiumani sono inoltre Luigi Ossoinack, l’avanti della Roma, Paulinich, il mediano del Biella, Serdoz, l’ala destra della Cremonese e Giacchetti. Poi il giornalista accenna ad ulteriori gloriosi fiumani come i pugilatori, nuotatori, canottieri, tennisti ed altro.

Nel 1940 si costituisce il Gruppo Sportivo “Magazzini Generali” che si guadagna la promozione in “Serie C” giocando contro la “Fiumana” nella stagione 1942-1943, ha aggiunto Decleva. Squadre minori che partecipavano ai Campionati cittadini della Sezione Propaganda erano: Eneo, ASPM, Rivolta, Compensum, Raffineria olii minerali (ROMSA), Littorio, Torretta, Leonida, Borgomarina, Elettra. Fiumana B e Cantieri. Nel 1944 cessò l’attività italiana e con essa la storia della “Fiumana”. Del calcio fiumano nel secondo dopoguerra, ha concluso Decleva, rimane la squadra dei “Magazzini Generali”, che sotto il nome di “Quarnero” prende parte alla I Lega del calcio iugoslavo; così ha scritto Decleva nel 2020. Si tenga presente che ai primi del Novecento l’industria dei Cantieri contava su 4.387 dipendenti, mentre la ROMSA su 383; dati tratti da Luigi Maria Torcoletti, 1954, p. 207.

Avversari della Fiumana – Verso il 1938, stando a quanto ha scritto Mario Dassovich, i principali avversari della squadra di calcio “U.S. Fiumana” sono: il Grion di Pola, il Ponziana di Trieste, la Monfalconese e l’Ampelea d’Isola d’Istria. Erano incontri di football di “Serie C”. All’inizio degli anni ’40 secondo Dassovich “costituì un avvenimento memorabile una fuggevole promozione in ‘Serie B’ ed altrettanto memorabile fu qualche incontro con squadre di maggior levatura, come la vittoria di stretta misura sul Genoa, in una partita di Coppa Italia” (Dassovich, pag. 14).

Altri storici antagonisti della Fiumana, secondo lo scritto di Costanzo Delfino, della Lega Fiumana di Napoli, sono la Triestina e l’Edera di Trieste. “Com’è nostalgico ricordare la Juventus Enea di Facchini e Parenzan, il Fiume di Zamparo e Calcich; l’Esperia di Jacopich, Sperber. Bayer, Grainer; il Gloria di Moroni-Descovich, Host, Vescia; l’Olimpia di Susmel, Satti, Marchich, Crippa; e poi la Fiumana con Battiala, Capudi, Marassi, Pauletich, Rora, Szemere, Andreanelli; i Magazzini Generali, la creatura di Lauro Pillepich; e infine il CONI, presieduto dal dott. Descovich, che tanto impulso dava alle squadre minori, quali il Leonida, il Savoia, l’Elettra, il Belvedere” (C. Delfino).

Così ha continuato Costanzo Delfino: “Come batte il cuore quando si ritorna al Bar Piva, al Bar Roma, alla Conca d’Oro ed a tutti quegli altri locali che servivano per le sedute direzionali, ed ai veglioni del Deak, della Sala Bianca, del Talia, per ingumar schei. E chi dimentica il sassoso Campo di Cantrida, i progressi con quello vicino alla stazione e infine il grande stadio coi convogli ferroviari ed i vaporini supplementari, perché la linea tramviaria non era in grado di trasportare la massa sportiva?”.

Altri ricordi, scritti nel 1953, dallo stesso autore, coinvolgendo pure gruppi di fratelli, recitano: “E gli allenamenti allo scoglietto, a Plasse, in via Segantini, a Valscurigne, al Dol; il treno speciale di seicento persone per Udine; le festose accoglienze di Monza, Spezia, Brescia, Roma, Bari, ecc.? E quei nostri ragazzi – oggi qualcuno è nonno – da Goacci a Bibi, ai tre Milinovich, a Spadavecchia, ai vari Paulinich, ai Loik, a Ossoinack, a Gregar, a Mihailich, ai Serdoz, ai Burattini, ai Negrich, a Raicovich, a Volk, ai Mussiol, a Lorenzo Pillepich, ai Percovich (Leo vive ora a Montevideo), a Tarlao, ai fratelli Mario e Giovanni Varglien (entrambi allenatori), a Zidarich, ecc., che erano dei veri atleti, dei veri campioni che hanno sempre tenuto vivo ed alto il nome della Città?” (Delfino, p. 138).

Nella stagione sportiva 1942-1943 a Fiume ci sono ben due squadre a militare nella “Serie C”. oltre all’Unione Sportiva Fiumana, reduce da un anno d’incontri con le compagni della “Serie B”, si affianca infatti la nuova squadra dei Magazzini Generali, cresciuta tra le cosiddette squadre locali minori. La doppia presenza di squadre fiumane nella “Serie C”, tuttavia, non comporta brillanti piazzamenti in classifica nazionale di almeno uno dei due organismi (Dassovich, p. 75).

Nel dopoguerra fino all’esodo – Nonostante la città sia distrutta dalla Seconda guerra mondiale, al termine del conflitto, al campo sportivo di via Cellini, una rappresentativa calcistica locale si oppone “brillantemente alla squadra dell’Osijek”. Nel mese di ottobre del 1945 riprendono i vari campionati sportivi italiani. Nella “Serie A” c’è pure la Triestina. Nella “Serie C” si ritrovano i nomi della Ponziana, Ampelea e Monfalconese, rivali storici della Fiumana. Purtroppo c’è una suddivisione tra Nord e Sud sia a livello politico che in altri campi, come nello sport. Non c’è traccia di incontri in Italia della U.S. Fiumana nel 1945-1946. Pare che a Fiume ci si debba accontentare di un campionato calcistico cittadino, che impegna le seguenti squadre: Cantieri, Torpedo, ROMSA, Lignum, Dinamo, Metallurgica, ASPM e Portuale. Il calcio fiumano emigra dopo l’esodo fiumano. Un paio di calciatori fiumani, Lipizer e Bercich, ottengono un ingaggio alla Juventus di Torino. Uno dei fratelli Loik, che continuava a giocare nel Torino, viene convocato ai primi allenamenti della squadra di calcio italiana. È proprio Ezio Loik a segnare la rete alla Svizzera nell’incontro dell’11 novembre 1945, conclusosi con un pareggio tra Italia e Svizzera. Verso il 1947 le autorità iugoslave sciolgono le squadre dei Cantieri, dei Magazzini Generali e della Portuale per dar vita ad una nuova associazione sportiva, denominata “Mornar”, che in croato significa “Marinaio” (Dassovich, pp. 153, 220).

Si aggiunga che l’asso Ezio Loik muore a Superga, nel 1949 col grave incidente aereo dove scompare la squadra campione del Torino. Nei primi anni ’50 è ricordato il calciatore Belcastro della Pro-Patria (Lega Fiumana di Napoli). Nel 1953 a Fiume, ormai iugoslava, ci sono la Locomotiva, la Dinamo, il Siluro, il Magnete, come ha riportato Costantino Delfino. L’esodo da Fiume è già iniziato nel 1945 e si accentua dopo il Trattato di pace del 1947, con le opzioni. Diversi esuli fiumani passano per Udine, al Centro smistamento profughi (con oltre 100mila transiti), per essere sventagliati in oltre 140 Centri raccolta profughi (Crp) sparsi in Italia. Tra di essi primeggia, per capacità di posti, il Crp di Laterina (AR), che accoglie, dal 1946 al 1963, circa 10.343 italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in fuga dalle violenze titine, assieme ad altri fuoriusciti (Varutti 2020).

Riguardo alla squadra di calcio del Crp di Laterina si sa che, nel 1950, giocano Ireneo Giorgini-Juricich, Dante Marussich, Volk e i fratelli Gherdovich; così si legge in un appunto su una fotografia diffusa nel web, dal 2016, dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” Istoreto, di Torino. Proprio il signor Ireneo Juricich, poi Giorgini, ha raccontato una parte della vita al Crp di Laterina per tornare da scuola. Come facevate? “Si facevano in allegria quei chilometri tagliando per i prati, i boschi e gli argini dell’Arno. – ha detto Ireneo Giorgini – Pranzo alle 15.00. E poi a ‘zogar la bala’, quando c’era il pallone, il più delle volte scalzi su un campo di terra. Lascio immaginare cosa succedeva quando l’alluce incontrava una pietra. Allora di corsa in infermeria a farsi medicare. La signora Virginia, l’infermiera del campo ci rimproverava: ‘Sempre ‘sta bala. Meté le scarpe!’. ‘E con cosa andemo a scola: discalzi?’ – era la mia risposta”.

Nadia Della Bernardina, esule da Pola al Crp di Laterina, ha comunicato alcuni nomi dei calciatori per una partita giocata nel giorno di San Vito nel 1952 tra una rappresentativa degli Esuli, sotto il nome di “CRP” e quella della “PS” (Pubblica Sicurezza?) finita in pareggio per 1-1. Ecco i nomi dei giocatori del ‘CRP’: “Claudio Mersich, Attilio, Alberto Gherbaz, Tonci Gherbaz, Corrado Medeot e Volk”. Gioca a Laterina pure Dante Marussi, nato a Fiume, assieme a Medeot.

Rudi Volk, un fiumano visto da Decleva – “Quando il popolare Rudi Volk [a Fiume] svoltava dalla Via Roma per immettersi in Cittavecchia attraverso l’imboccatura di Calle del Barbacane – ha scritto Rodolfo Decleva nel 2016 – noi mularia [ragazzaglia] di quel rione eravamo subito attorno a lui anche se non lo avevamo mai visto giocare allo Stadio o al Campo di Casa Balilla. La sua fama era immensa. Aveva cominciato all’inizio degli anni ’20 giocando per la mitica ‘Gloria’ e si mise in grande evidenza nel 1927 giocando per la Fiumana in Prima Divisione. Fu ceduto alla Roma dove divenne una leggenda. Si parlava di lui come di uno che faceva i gol a occhi chiusi. Addirittura si era sparsa la voce tra di noi che in una partita avesse rotto la rete con la sua cannonata. Subito pensavamo alla fortuna che aveva avuto quel portiere a non essere stato investito da quella bordata. Quei cinque anni che militò nella Roma – dove segnò 103 reti – rappresentano per lui il periodo migliore della sua carriera. Nella stagione 1931 vinse la classifica dei cannonieri della ‘Serie A’ con 29 reti. Fece anche un Campionato nella Triestina con alterne soddisfazioni e ritornò a vestire la maglia amaranto fiumana nel 1935. Aveva perduto la moglie Nina e si era trasferito in Valscurigne con il primogenito Rodolfo – si chiamava come il padre ma era chiamato con il diminutivo di Rudino – mentre l’altro figlio Giulio – nostro amico di giochi – era rimasto a vivere con i nonni appunto in Calle del Barbacane. Per questo motivo Rudi Volk veniva spesso a trovarlo. Giulio Volk era molto coccolato dai nonni. Il nonno aveva un banco in Pescheria e già a quei tempi dava la paghetta al nipote. Poi c’era la nonna Jeliza e la cugina Ottilia che lo viziavano. E ci aggiungevamo anche noi mularia qualunque che volevamo essere amici del figlio di tanto Campione anche se c’era di mezzo l’interesse di stare nelle sue grazie. Infatti, noi mularia giocavamo nel campetto di Barbacan con le palle di strazza, al massimo con quelle di gomma, mentre lui aveva i palloni veri, quelli da calcio, con la camera d’aria che si pompava con la pompa di bicicletta e con il beccuccio che poi bisognava inzolare. Un giorno il grande Volk gli portò anche un paio di scarpe da calcio nuove fiammanti con i tacchetti e lui quel giorno non se le tolse nemmeno la sera a letto. Rudi Volk fu profugo nel 1948 a Laterina e intraprese la carriera di allenatore nei Campionati minori. Indubbiamente è una Gloria indimenticabile del calcio fiumano insieme a Ezio Loik, Mario Varglien, Marcello Mihalich e tanti altri. Morì a 77 anni a Nemi [Roma]”.

Da altre fonti si sa che Rodolfo Volk gioca con la Roma nel 1928-1929, assieme a Fulvio Bernardini, detto Fuffo e Bursich. “Arrivò a Roma nell’estate del 1928 e nelle file giallorosse rimase cinque stagioni giocando 154 partite e segnando ben 103 reti, record imbattuto. Per cinque volte vestì la maglia della nazionale B”. Di Volk, il suo compagno di squadra Fulvio Bernardini ha scritto, nel 1983, quando muore che, facendo il militare a Firenze “giocava già nella Fiorentina sotto falso nome perché a quel tempo i militari non potevano giocare in campionato: si faceva chiamare Bolteni. Aveva un fisico da gladiatore ed era bello e i tifosi lo chiamavano Sigfrido”. Nato a Fiume nel 1906, Volk inizia la sua carriera calcistica nella Fiumana. Acquistato dalla Roma, diventa l’idolo del Testaccio, il campo sportivo della capitale. È l’autore del gol decisivo nel primo derby Roma-Lazio, giocato nel 1929 e finito per 1-0. Gioca ancora a Pisa, nella Triestina e nella Fiumana nel 1940-1941.

Volk e Mario Varglien con la Nazionale italiana B giocano in Lussemburgo nel 1931. Sempre Volk, nel campionato italiano 1935-1936, gioca nella Triestina assieme a Nereo Rocco e Gino Colaussi.

Alfio Mandich nei ricordi di Decleva – “Se Rudi Volk era una vecchia Gloria della Fiume italiana – ha scritto Rodolfo Decleva – Alfio Mandich apparteneva invece alla generazione dell’esodo che aveva cominciato i primi calci nella Fiume titina. Giovanissimo era già impegnato nell’impresa della costituzione della ‘Portuale’. La guerra era appena terminata e anche se c’era la sofferenza dell’occupazione slava, lo sport voleva riemergere e sia giovani che anziani si sacrificarono per procurarsi magliette, scarpe, calzettoni e fu così che sorse questa squadra cittadina che fu un importante punto di riferimento per le nuove promesse. Alfio aveva statura e velocità, giganteggiava di testa e da centromediano era una sicurezza per la difesa e un tattico per l’attacco. Fu subito adocchiato dal Radnik nel Campionato jugoslavo, ma avendo optato si trovò profugo a Laterina”.

Così continua il ricordo di Decleva: “Alfio mi raccontava che erano arrivati di notte dopo un faticoso viaggio da Trieste-Udine. Il Campo Profughi era un ex Campo di concentramento di prigionieri alleati, appena aperto all’ospitalità dei profughi giuliani, ed era tutto sottosopra. Stanchi del viaggio dovettero trasportare brande e materassi per poter dormire in ambienti senza porte e finestre con servizi igienici maleodoranti”. Insieme al suo fraterno amico Giovanni Morsi, detto ‘Ciusca’, fu chiamato a Merano dove si mise in luce e da lì iniziò la sua seconda carriera che lo portò nella ‘Serie A’ italiana con la Pro-Patria (1949), la squadra di Busto Arsizio (MI). Giocò poi in ‘Serie C’ con il Varese, nel 1951, il Maglie e l’Empoli (1956).

“Ci incontrammo a Genova – ha scritto Decleva – dove aveva trovato impiego presso il Consorzio Autonomo del Porto e fu subito una grande amicizia. Lui era un grande camminatore e tutte le mattine si faceva i suoi 5 chilometri con la sua falcata da centromediano da Quarto a Nervi Sant’Ilario, e al ritorno si fermava a casa mia per il caffè e grandi discussioni. Come tutti i fiumani, anche lui voleva avere l’ultima parola sugli argomenti in discussione che riguardavano soprattutto la storia della nostra Fiume. È stato anche Consigliere del Libero Comune di Fiume in Esilio e collaboratore del mensile «La Voce di Fiume»; frequentava i Raduni dei Muli del Tommaseo ed era Socio del Coro ‘Monte Bianco’ di Genova. Sul piano umano era un generoso verso gli amici e il prossimo” (Rodolfo Decleva, 2016).

Alfio Mandich visto dai suoi familiari – La signora Orietta Compassi, esule al Crp di Laterina, ha visto il Mandich che alloggiava nella baracca dei celibi, poi a Genova si sono conosciuti e sposati. C’è un ricordo di suo marito, signora Orietta Compassi? Era Alfio Mandich, nato a Fiume il 9 ottobre 1928 e deceduto a Genova l’11 gennaio 2006, noto calciatore italiano, di ruolo jolly difensivo. Lo ha conosciuto a Laterina? “L’ho conosciuto successivamente a Genova – ha spiegato la signora Orietta – a Laterina lui stava nella baracca dei celibi assieme ad altri calciatori della Fiumana e siccome lì c’era pure un allenatore esule, cercò di sistemarli nelle squadre di calcio italiane, così Alfio partì poco dopo per Merano, dove trovò Toni Miletich, Giovanni Morsi, i fratelli Ugo e Corrado Ippindo e Alcide Flaibani”.

A questo punto ai ricordi della signora Orietta si aggiunge il racconto di Igor Mandich, suo figlio: “La squadra di calcio di Merano era composta per più della metà da Fiumani; dopo aver girato l’Italia giocando a calcio (Empoli, Varese, Busto Arsizio e Maglie, in Puglia), mio padre trovò lavoro a Genova grazie ad un altro grande Fiumano che si nomina poco, Raoul Greiner, che per papà era come uno zio in quanto aveva sposato Elena (Gina) Kovac che, rimasta orfana in giovane età, era stata adottata dalla famiglia di papà. Mi fa piacere nominare il grande Raoul perché disputò con la Fiumana 24 partite in Serie A nella stagione 1928-1929”.

Quando nasce la prima squadra di calcio, la Olympia, a Fiume, la città è pertinenza ungherese dell’Impero Austro-Ungarico. Alla fine della Grande Guerra “Con la dichiarazione presentata dal Deputato di Fiume Andrea Ossoinack alla Camera di Budapest il 18 ottobre 1918 e il memorabile plebiscito del 30 ottobre 1918, la Città aveva chiaramente ed unanimemente espresso la sua assoluta volontà di annessione all’Italia” (Carlo L. Conighi, Entrata di D’Annunzio a Fiume. Commemorazione del 12.IX.1919, on line dal 2014). A Fiume si tengono elezioni del Consiglio comunale il 26 ottobre 1919. Su 10.444 iscritti, esercitano il loro diritto di voto 7.154 cittadini. Di questi ben 6.688 votano compatti la lista dell’Unione nazionale, con programma d’annessione all’Italia. È il 93 per cento dei votanti; è un secondo plebiscito. (Silvino Gigante, Storia del Comune di Fiume, Firenze, Bemporad, 1928, VII, p. 214). Poi c’è l’Impresa di D’Annunzio (1919), la Carta del Carnaro, la Fiume autonoma e, nel 1924, l’annessione al Regno d’Italia.

La Seconda guerra mondiale sconvolge gli instabili equilibri. Dopo l’8 settembre 1943 Fiume fa parte del Terzo Reich, in quanto Zona d’operazioni del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland). Col 3 maggio 1945 la città è invasa dai titini e, col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 passa dall’Italia alla Federativa Repubblica Socialista di Jugoslavia. Il regime di Tito si sfalda nel 1991 e Fiume va a fare parte della Repubblica di Croazia.

Irredentisti fiumani del Risorgimento (Luigi Peteani)

Fiume, fin da quando dalle rovine della romana Tarsatica ri- sorse a nuova vita nell'alto Medio Evo, rappresentò il punto terminale del Sacro Romano Impero: al di là dell'Eneo, il piccolo corso d'acqua che lambisce ad oriente la città, cominciava la Croazia, sicchè ben si può dire che quel fiume venne a segnare il confine geografico, politico e culturale tra il mondo occidentale e quello slavo. Non si esagera affermando che Fiume fu una vera e propria vedetta d'italianità nel corso dei secoli. Se anche essa venne ad avere un destino storicamente molto diverso da quello dell'Istria, che in gran parte fu sottomessa a Venezia, non per questo ne scapitò le sua fisionomia nazionale: perché, grazie alla posizione isolata e lontana dai grandi centri, essa ebbe a risentire assai poco della soggezione feudale alla Casa dei Duino e dei Walsee prima e, dal 1465 in poi, alla Casa d'Austria; e così, costituitasi a libero Comune e garantita dalla sua autonomia, potè conservare intatto il suo carattere italiano: carattere che andò sempre più sviluppando soprattutto attraverso gli attivi traffici con le città italiane delle Marche e delle Puglie e con quelle in genere dello Stato Pontificio. D'altra parte le relazioni col retroterra slavo erano molto scarse, data la povertà delle sue risorse e la mancanza di adatte vie di comunicazione.

L'italianità di Fiume è, quindi, un fatto assolutamente originario ed autoctono, e non dovuto come pure generalmente si crede - all'influsso di Venezia, con la quale Fiume anzi si trovò spesso in lotta e non ebbe dei rapporti molto frequenti, poichè la Serenissima escludeva dal commercio con i propri territori i mercanti stranieri.

Fiume restò sotto l'Austria fino al 1776, anno in cui l'Imperatrice Maria Teresa, onde assicurare all'Ungheria un emporio marittimo diretto, la staccò dal nesso dei Paesi Ereditari di Casa d'Austria e la annettè alla finitima Croazia, che faceva appunto parte del Regno d'Ungheria. Se Fiume fosse stata una città prevalentemente croata, avrebbe dovuto esserne contenta. Invece, pur nella poca profondità del sentimento nazionale del Settecento, il Consiglio cittadino non mancò di fare energiche rimostranze, protestando contro l'incorporazione alla Croazia e reclamando che la città fosse direttamente annessa all'Ungheria col riconoscimento della sua avita au- tonomia. E Maria Teresa, in accoglimento dei voti dei fiumani, con di- ploma del 23 aprile 1779, revocò il precedente decreto e costitui Fiume quale "Corpus Separatum" dalla Croazia, direttamente annessa alla Corona d'Ungheria.

Questo diploma rappresentò il fondamento della nuova posizione di diritto pubblico della città, la base granitica della sua autonomia, che essa difenderà contro ogni tentativo sia di oppressione croata che di sopraffazione ungherese, fino all'annessione all'Italia.

Il nesso con l'Ungheria venne rotto ai tempi di Napoleone; svolta importante questa anche per Fiume, perché sono di allora le prime rivendicazioni di Fiume all'Italia in sede politica, e ciò in relazione al dibattuto problema dell'annessione della Venezia Giulia al Regno Italico, nelle trattative di pace con l'Austria dopo la vittoria di Austerlitz. Nel 1806 il governo del Regno scriveva infatti a Napoleone: "Se una linca bene ordinata di confine è egualmente utile ai due Stati potrà desiderarsi che S. M. fissi la sua attenzione sopra
la disconvenienza che il territorio di Trieste e Fiume, anzi l'intero tratto dell'Istria austriaca, separi il Regno dai suoi possessi d'Istria e Dalmazia veneta ". Il progettato confine all'Isonzo era allora molto discusso perché ben ci si avvedeva quanto quella fosse una linea artificiale e poco difendibile: si voleva avere Trieste e Fiume e portare il confine all'antica linea delle Alpi. 
Il console francese a Trieste scriveva che "Tôt ou tard Trieste et Fiume doivent être jointes à l'Italie." Invero con la pace di Presburgo, il confine del Regno Italico fu fissato all'Isonzo, sebbene per Napoleone fosse chiaro come lui stesso ribadisce nel memoriale di S. Elena che la divisione naturale delle montagne passava fra Lubiana e l'Isonzo, comprendeva una parte della Carniola e dell'Istria e raggiungeva l'Adriatico a Fiume. Fu in base a queste considerazioni che, con la successiva pace di Vienna (1809), Napoleone costitui le Provincie Illiriche, destinate ad essere una marca militare a difesa del Regno Italico, e di esse venne a far parte anche Fiume.

Sotto il dominio napoleonico l'italianità della città si ravvivo acquistando un più deciso colore politico e sociale in opposizione alla Casa d'Austria, che rappresentava nell'uno e nell'altro campo l' "ancien régime". Tra coloro che erano in più stretti rapporti col go- verno napoleonico citeremo l'insigne e ricco patrizio, Andrea Lodovico Adamich (1767-1828), il quale fu tra i primi ad inalberare sui suoi bastimenti la bandiera del Regno Italico con tre palle rosse in
campo bianco. Ma nel 1813 Fiume ricadde sotto l'Austria, che solo nel 1822 la restituì all'Ungheria. Scoppiata la rivoluzione del 1848, Fiume vide i suoi giorni più tristi, poichè venne occupata il 31 agosto dalle truppe croate al comando del Bunjevac, commissario delegato del Bano Jelacic, il quale era rimasto fedele all'imperatore e si era schierato contro l'Ungheria insorta. Quel giorno doveva segnare l'inizio di un lungo periodo di oppressione sotto i croati, che durò fino al 1867. II governatore ungherese se ne era andato alla chetichella, non riuscendo ad aver l'appoggio della guarnigione; sicchè la difesa dei diritti cittadini venne assunta dal vice-capitano Agostino Tosoni. Egli si batte energicamente per il mantenimento dell'autonomia di Fiume non meno che della universalmente usitata lingua italiana. Le promesse in un primo tempo non mancarono, ma poi non vennero mantenute; i creati instaurarono un regime di violenze e di soprusi, che Niccolò Tommaseo bollò a sangue. Ma la resistenza della città fu tenace e indomabile. Il fatto che le autorità croate erano satelliti dell'Austria accomunò in un solo odio Croazia ed Austria, cementando vieppiù il vincolo di solidarietà verso gli altri italiani, che subivano la stessa oppressione. È significativo il fatto che, tenendosi una rappresentazione a celebrazione dell'ingresso di Radetzky a Milano (26 settembre 1848), questa venne accolta dal pubblico con aperti mormorii e zittii, tanto che il Bunjevac ne fece una rimostranza alle autorità municipali, con la minaccia di tenerle personalmente responsabili qualora tali manifestazioni avessero a ripetersi.

D'altra parte Fiume era presente anche alla menti di quei primi illuminati assertori dell'unità ed indipendenza nazionale, i quali avevano ben chiara la visione di un'Italia che, conformemente alla realtà geografica e alla tradizione storica, arrivasse fino a Fiume, meta segnata alla Patria attraverso i secoli già dal verbo del Sommo Poeta. Cosi essa, alla pari di Trieste, è compresa nel territorio della " Repubblica Ausonia" vagheggiata dai Carbonari; Mazzini, durante la guerra del 1848, ebbe a scrivere: "La guerra italiana non deve, non può cessare finchè una sola insegna straniera sventoli al di qua del cerchio superiore delle Alpi, dalla foce del Varo a Fiume".

Terenzio Mamiani del pari sosteneva la necessità che l'Italia nella lotta contro l'Austria raggiungesse "le sue naturali frontiere dal Varo al Quarnaro".

Del resto lo stato maggiore di Carlo Alberto, già in una sua opera del 1845, aveva fissato i confini naturali dell'Italia, oltre Fiume, al monte Bitorai. La commissione senatoriale per l'annessione della Lombardia e del Veneto al Piemonte affermò che l'Italia doveva arrivare fino alle Alpi Giulie. Il generale Guglielmo Pepe, in un suo piano del 1849, che sottopose a Carlo Alberto, intendeva occupare Trieste, Pola e Fiume, sperando da Fiume in particolare di "iniziare corrispondente con l'Ungheria per aiutarla nella sollevazione contro l'Austria". Purtroppo queste aspirazioni e progetti non poterono allora essere attuati, e Fiume restò a languire sotto il giogo croato. Ma esso non poteva impedire che la sua anima vibrasse appassionatamente alle sorti della Patria. Abbiamo notizia certa che Vincenzo Solitro, redattore dell'Eco del Litorale ungarico, e Carlo Marussig si batterono alla difesa di Venezia, dove anzi quest'ultimo venne ferito a morte. Cosi sappiamo che un catechista, Don Bernardino Malle, fur esonerato dall'insegnamento nel 1848 e successivamente anche nel 1861 perché faceva propaganda per l'Italia.

Concorse a tenere viva la fiamma dell'italianità e il sentimento di fratellanza nazionale, con un'efficacia che oggi difficilmente si può concepire, il teatro tanto lirico che drammatico. Il Teatro Civico e il circolo dei patrizi detto "Casino Patriottico" erano i centri della vita e delle manifestazioni politiche. Al circolo si potevano leggere i giornali della Penisola, tra cui il battagliero "Crepuscolo" del Tenca. 
Nell'agosto 1849, la cantante Maria Zagnoli, che aveva avuto due fratelli morti durante le Cinque Giornate di Milano, fu invitata a dare un concerto al teatro a beneficio delle vedove dei militari caduti per la libertà d'Italia, ed essa comparve in scena vestita a lutto con un nastro tricolore che le fasciava i capelli. Il comando militare la diffidò a lasciare la città, ma essa restò ancora per qualche tempo, ospite delle migliori famiglie... Grandi feste furono fatte anche alla celebre Adelaide Ristori; in occasione della sua serata d'onore (1 dicembre 1846) le fu presentata una dedica fervida d'amor patrio, redatta in questi termini da Gustavo Adolfo Lavoratori, nipote dell'Adamich: "Salve o donzella rapimento dei cuori a l'Italia nelle basse fortune dell'arte sei speranza e conforto dimostri che se prepotenza d'eventi fa balda la straniera iattanza invidia non basta a soffocare il genio."

Le opere di Verdi destavano un grande entusiasmo patriottico a Fiume, come nel resto d'Italia, e venivano rappresentate presto e spesso: così l' "Ernani" fu rappresentato nel 1846, 1851, 1854, 1858 e il suo coro patriottico "Siamo tutti una sola famiglia" trascinava al delirio il pubblico, come continuò a trascinario fino alla redenzione. Venne anzi allora di moda, per qualche tempo, di portare i cappelli "alla Ernani" in segno dimostrativo come emblema rivoluzionario, e ciò dava forte ombra alle autorità croate. 
"I Lombardi" furono rappresentati nel 1847, e nel 1862; il "Nabucco nel 1845 e 1852, "Attila" nel 1849 e ognuno ravvisava in Attila Francesco Giuseppe in Ezio i condottieri della prima grande guerra d'indipendenza. Ricorderemo anche un episodio di tempi posteriori: nel 1868, dovendosi recitare un dramma patriottico "Coscienze elastiche" da parte della compagnia Peracchi, la polizia aveva vietato che si portasse in scena il tricolore italiano, come era richiesto dell'azione. Ma il pubblico protesto e alcuni giovani animosi corsero al porto a farsi dare un tricolore da un bastimento italiano e lo portarono a teatro, accolti da entusiastiche acclamazioni.

Noi sappiamo i nomi dei patrioti più ragguardevoli e ne possiamo conoscere l'attività non solo in base alle testimonianze orali che ci sono state tramandate, ma anche da un registro della polizia delle persone compromesse politicamente. L'Austria, infatti, per un senso di comprensibile diffidenza, nel ventennio dal 1848 al 1867, pur lasciando sussistere la polizia comunale, tenne a Fiume un commissario superiore di polizia quale osservatore, facendo pagare al Comune 32.000 forini annui per il suo stipendio. E questi appunto compiló un "Verzeich- nis der politisch-Kompromittierten", che si trova nell'Archivio di Stato di Fiume (1° -280), dal quale desumiamo la maggior parte di queste notizie. E così è documentata l'esistenza nella piccola Fiume, che contava poco più di 10.000 abitanti, di un forte gruppo di irredentisti. Osserviamo a questo punto che nel movimento nazionalista di Fiume bisogna distinguere un gruppo apertamente irredentista e un altro gruppo che, pur essendo fermo nel propugnare e difendere la cultura e le tradizioni italiane della città, puntava, sul terreno concreto dell'azione politica, ad ottenere la riannessione all'Ungheria. Ma ciò è anche comprensibile quando si pensi che l'Italia era allora appena in via di costituzione e l'unione ad essa poteva apparire alle menti più illuminate non più che come un sogno lontano, mentre l'immediata salvezza dell'autonomia e dell'italianità della città poteva essere rappresentata solo dall'Ungheria, con la quale, del resto, nella sua lotta contro l'Austria, avevano contatti anche i nostri maggiori uomini politici. Questo secondo gruppo costituiva il cosidetto partito italo-ungherese, del quale i più attivi esponenti nominati nell'elenco erano: 

Francesco Bartoli, Giovanni Carina, Eugenio, Giovanni e Giuseppe Cosulich, Giovanni Ciotta, di famiglia oriunda di Livorno, che fu Podestà di Fiume dal 1872 al 1897, Giovanni Cattalinich, Francesco Dobrovich, Nicolò Dergnievich, Luigi Deschmann, Antonio Gabre, Paolo Gaslovich, Edoardo Hauslik, Carlo Huber, Antonio Lassovich, Paolo Lenussi, Marziale e Norberto Malle, Gior- gio Milledragovich, Valentino Marussich, Vincenzo Millich, Olivo Rumich, Giuseppe Scalamera, Pietro Sicherle e Benvenuto Torri. A questi bisogna aggiungere il Dott. Antonio Felice Giacich, il quale scrisse anche un opuscolo: "Reminiscenze storiche del Municipio di Fiume dal giorno dell'occupazione dei croati", Gaspare Matcovich, che nel 1848 cooperò col conte Domini all'armamento del brick "Implacabile" per farne una nave da guerra ungherese, che avrebbe dovuto soccorrere Venezia, e poi subì la prigione per la sua fiera attività di agitatore contro i croati, Giuseppe Sgardelli, Giuseppe Wallaschnig. Luigi Francovich, che era in intima amicizia con l'ungherese Klapka, emissario di Kossuth in Italia. Questi fiumani ebbero una parte di primo piano nella lotta per la liberazione della città dal giogo croato e la sua riannessione all'Ungheria.

E ricordiamo qui anche i nomi dei quattro deputati che Fiume si decise a mandare alla dieta di Zagabria del 1867: Casimiro Cosulich, Giovanni Martini, Antonio Randich, Ernesto De Verneda "ma solo per protestare contro ogni unione della città alla Croazia". La protesta venne fatta dal Verneda in italiano, sollevando alla Dieta un vero putiferio, in seguito al quale i Deputati abbandonarono la seduta. Il gruppo veramente irredentista faceva capo ad Ercole Rezza, genovese. Questi, trasferitosi a Fiume, aveva iniziato la pubblicazione, nel 1857, dell' 'Eco di Fiume" che venne soppresso dalla polizia nel 1860 e sostituito quindi dallo stesso Rezza con "La Gazzetta di Fiume". A questa egli diede un indirizzo apertamente irredentista, tanto che nel 1862 egli ebbe a subire un processo per lesa maestà. Il Rezza era strettamente collegato con il movimento irredentista veneto e con molti patrioti del Risorgimento. È lui che stampa nel 1857, 1858 e 1859 la "Porta orientale" diretta dall'istriano Carlo Combi; è lui che organizza la diffusione dei libri rivoluzionari proibiti dall'Austria. Egli infatti era in attive relazioni col libraio Giovanni Grondona di Genova, fervente cospiratore mazziniano, il quale riceveva le stampe rivoluzionarie dalla Svizzera e le diffondeva in tutta Italia fino a Fiume per mezzo di velieri liguri che facevano il commercio di cabo- taggio lungo le coste del Tirreno e dell'Adriatico. Così si spiega come libri italiani proibiti dall'Austria furono trovati nelle biblioteche di patrioti fiumani quali il Peretti, il Politei, autore dell' "Almanacco Fiumano ", e il Ciotta.

Attiva figura di primo piano e fiumano anche di nascita è Luigi de Peretti (1819-1892). Nel 1848 egli teneva l'ufficio di segretario comunale e si trovò a fronteggiare, insieme al cognato, Agostino Tosoni, vice-capitano della città, l'invasione croata e a sostenere la difesa dei diritti autonomi della città. Nel 1854 venne destituito dalla carica; nel 1861 però fu eletto giudice rettore, e cioè direttore della polizia municipale. Il commissario austriaco lo accusa che in tale sua qualità, anziché impedire le dimostrazioni, le promuoveva. Era, oltre tutto, uomo di spirito e faceva circolare tra la popolazione i suoi scritti satirici. Fra questi sono rimasti famosi un "Credo" e un "Padre Nostro". II" Credo" è redatto in questi termini: "Credo in Napoleone Bonaparte, creatore dell'Impero Francese e del Regno d'Italia, così in Luigi Napoleone Bonaparte suo nipote, amico e salvatore nostro, il quale fu concepito per opera della Divina Provvidenza e nac que per la nostra liberazione. Credo nel Regno, costituito da Vittorio Emanuele, la santa unione lombardo-veneta-piemontese, la vita di fratellanza eterna". II "Padre Nostro" suona così: "Padre Nostro che siete a Vienna, sia dimenticato il nome vostro, il vostro regno sia ristretto al di là delle Alpi, non sia fatta la volontà vostra, nè in cielo nè in terra, dateci il pane che ci avete rubato, rimetteteci quell'oro e quell'argento siccome noi vi rimettiamo la carta moneta, non indu- ceteci alla disperazione, ma liberateci dalla vorace aquila vostra adesso. e per sempre. Così sia". Nel 1872 egli fu nominato dirigente magistratuale, cioè segretario generale del Comune e fu anche candidato al Parlamento ungherese. Egli assurse a vero e proprio simbolo della difesa dell'italianità del Comune.

Al gruppo nettamente irredentista dobbiamo inoltre ascrivere i seguenti indiziati: 

Giuseppe Accurti, Giovanni Agapito, Federico Böhm, Alessandro Bosichi, Conte Vincenzo Domini, Serafino Fulvi, Cario Lu- carelli, don Bernardino Malle, Roberto Marocchino, Giacomo Ricotti, Andrea Rossi, Giovanni Samsa, Antonio Walluschnig e Faustino Zanon. Giuseppe Accurti era un ufficiale di marina. Prima aveva prestato servizio in quella austriaca, ma nel 1848 era passato a militare con la Repubblica di Venezia; e nel 1859 si era arruolato nella Marina sarda quale Tenente di vascello. Carlo Lucarelli era cittadino pontificio e faceva il sarto. E indiziato di agire contro il suo legittimo governo e di aderire al partito rivoluzionario italiano. Federico Böhm era un tedesco venuto a Fiume dalla Dalmazia e, benchè tale, fervente apostolo della causa italiana. Il conte Vincenzo Domini era nativo di Casarsa del Veneto e mori a Fiume nel 1902. Ex-ufficiale della Marina austriaca, dalla quale aveva dato le dimissioni, nel 1848, per incarico di Luigi Kossuth, aveva condotto in Inghilterra il brick "Implacabile" che avrebbe dovuto portare soccorsi a Venezia, come detto più sopra. Però il brick venne sequestrato dal Governo inglese e consegnato a quello austriaco. Rientrato in Austria, il Domini subi il carcere per oltre un anno. Poi fu graziato, e venne a Fiume, dove apri una scuola per capitani marittimi mercantili, che acquistò grande fama, tanto che nel 1872 venne nominato quale direttore dell'Accademia Nautica, istituita dal Governo ungherese. È accusato di essere ardente fautore del partito italiano e di essere imparentato col conte Ercole Rudio, noto mazziniano. Alessandro Bosichi era figlio del console generale di Russia a Fiume; nel 1859 si era arruolato nelle file garibaldine ed era tornato a Fiume nel 1863. Altri fiumani che parteciparono alla guerra per l'indipendenza furono: 

Roberto Marocchino, i fratelli Antonio e Luigi De Emili, Giuseppe Bradicich, i due fratelli Kinsele, il Feni, Zanetto Rossini, Carlo Poglayen, Giovanni Samsa, Antonio Walluschnig, Santo Baccarchich.

Questo è il contributo che la piccola Fiume, quando l'Italia non era ancora formata, portò, con l'opera animosa dei suoi migliori cittadini, all'indipendenza e all'unità della Patria; e per coronarle con la propria redenzione, essa le offrì nella prima guerra mondiale la vita di sette suoi figli e centodieci volontari di guerra, senza contare quelli che per la loro fede italiana subirono l'internamento e disertarono dalle file dell'esercito austro-ungarico. Ed è da questo sangue offerto alla Patria attraverso le vicende di un secolo, dal 1848 al 1945, che Fiume trae la certezza nell'avvenire della sua ineluttabile unione all'Italia.

Slovenia, cimitero a cielo aperto d'Europa


Abbiamo esaminato la scomparsa delle popolazioni neolatine nei territori della Slovenia dai tempi della fine dell'impero romano. Abbiamo analizzato lo sterminio attuato dalle invasioni slave che cancellarono la romana Emona (oggi chiamata Lubiana) e dintorni nel settimo secolo, ricordando che fino ad oltre l'anno mille vi erano numerose popolazioni ladine nelle vallate e montagne di quella che fu la Venezia Giulia del Regno d'Italia. Del resto lo stesso Dante cita l'esistenza nel Trecento di queste popolazioni, che avevano una lingua simile a quella friulana, a Postumia e nell'area delle grotte che gli ispirarono l'ingresso al suo "Inferno".

Ma dal Rinascimento inizia la lenta e costante assimilazione dei rimanenti neolatini nella Venezia Giulia centro-settentrionale da parte degli sloveni locali, grazie anche al servilismo slavo verso i dominatori austriaci che li preferivano agli "italiani". Questa assimilazione avvenne talora in forma forzata, specie nell'Ottocento asburgico; comunque mai si raggiunsero i livelli dei massacri avvenuti al tempo delle invasioni barbariche (anche per via dell'azione civilizzatrice attuata dalla Chiesa cattolica di Roma).

Purtroppo un ritorno di questa barbarie si ebbe nella seconda guerra mondiale, quando praticamente sparirono dalla Slovenia quasi tutte le popolazioni neolatine insieme a centinaia di miglia di slavi/tedeschi/ebrei/ecc. in uno spaventoso bagno di sangue dove la Slovenia divenne "il cimitero a cielo aperto dell'Europa" (specialmente durante e dopo il 1945).

In questo articolo cerco di spiegare come sia potuto accadere questo fatto, traducendo in parte (e trascrivendo) brani di autori che hanno scritto in merito.

Prima di tutto va ricordato che la Slovenia viene ad essere l'unico posto d'Europa dove si incrociano il mondo slavo, germanico e latino (e finanche quello magiaro!). E nel Novecento -il cosiddetto secolo dei nazionalismi- questo fatto comporto' scontri e tentativi di assimilazione come non se ne sono visti altrove in Europa. Non mi dilungo in merito, ma voglio ricordare il "crescendo" di morti dovuto all'iniziale terrorismo antiitaliano degli sloveni del TIGR, seguito prima dall' occupazione tedesca e italiana e poi, specialmente dopo il 1943, dalla guerra partigiana dei comunisti di Tito con gli ustascia croati in queste martoriate Slovenia e Croazia.

In secondo luogo, va ricordato che il dittatore Tito era di madre slovena e questo fatto gli fece approvare la "pulizia etnica" di tedeschi ma anche di italiani ed altri a favore del suo popolo slavo. Essendo inoltre un comunista cresciuto nella logica stalinista dell'epoca, Tito attuo' i metodi brutali di "soppressione" (e successivamente di "sparizione del misfatto" con falsificazioni) dei nemici vinti attuati dagli stalinisti nell'Europa orientale: ma il fatto che la Slovenia si trova al confine tra Europa occidentale ed orientale ha comportato che queste esecuzioni di massa siano state documentate con relativa precisione (a differenza di quanto avvenuto in Russia/Ucraina/Polonia/ecc.) e dopo la fine della guerra esposte pubblicamente.

In terzo luogo va ricordato quanto rinvenuto su questi eccidi dalla governativa "Komisija za reševanje vprašanj prikritih grobišč" (Commissione per fosse comuni nascoste in Slovenia) finora negli ultimi anni: Agosto 2007: 550 fosse comuni; Febbraio 2008: 570 fosse comuni; Ottobre 2009: 581 fosse comuni; gennaio 2011: 594 fosse comuni. In totale si parla di OLTRE 120.000 CADAVERI RINVENUTI ufficialmente finora nel cimitero a cielo aperto detto Slovenia. Ma alcuni studiosi sloveni (come Franc Perme e Anton Zitnik) arrivano a calcolare in quasi mezzo milione di persone le vittime sepolte in slovenia tra il 1945 ed il 1950! In poche parole, mezzo milione di uccisioni in una Slovenia che in quel 1945 non raggiungeva i 2 milioni di abitanti... significa che vi fu sterminata quasi la quarta parte della popolazione maschile atta alle armi (ma a onor del vero va ricordato che la meta' degli uccisi non erano sloveni): con Tito la Slovenia torno' ai massacri mostruosi del Medioevo barbarico con le selvaggie invasioni slave...

Per ultimo voglio precisare che esiste un'organizzazione di titini e neotitini che mira a fare scomparire "evidenze" su questi massacri (per ovvie ragioni, dato che alcuni dei responsabili dei massacri sono ancora in vita e non sono stati mai consegnati alla giustizia, a differenza dei criminali nazisti): questo rende difficile anche solo esporre con precisione questi massacri titini! Ne sa qualcosa lo stesso presidente Napolitano, attaccato duramente per avere "osato" esporre la verita' su quanto fatto dopo il 1943 agli italiani nella Venezia Giulia e Dalmazia, quando ne parlo' nel "Giorno del Ricordo" del 2007 ricordandone i "sinistri contorni di pulizia etnica".

Ecco a continuazione quanto scritto su questi massacri, nella parte della Slovenia che era la Venezia Giulia del Regno d'Italia, da Franc Perme ed altri sloveni nel libro "Slovenia 1941-1952. Anche noi siamo morti per la Patria" (titolo originale: "Tudi mi smo umrli za domovino / Slovenia 1941-1948-1952"):


GLI ABISSI COME TOMBE DI MASSA

Della foiba Krimska, della foiba Mokrska, della foiba dei Ziglovic, e di quella dei Kozlov si bisbigliava solamente a quattrocchi. Sugli abissi si era poi sussurrato fino al 1990. Si parlava delle foibe, ed i nostri giornali scrivevano definendole come grossolane e provocatorie bugie degli irredentisti italiani.È stato scritto molto sugli abissi di Kocevje, ma sugli abissi (foibe) del Litorale dove sono finiti gli italiani poco o nulla era stato detto.Le foibe sul Litorale sloveno sono state sempre descritte come l'ultimo posto di riposo di martiri conosciuti e sconosciuti, che furono assassinati solamente per vendetta e per il tronfio orgoglio dei vincitori sui vinti e come una epurazione del territorio dai nemici di classe, per accaparrarsi e requisire il potere assoluto e molte loro proprietà. Dopo l'occupazione da parte dei partigiani del Litorale, cioè della Venezia Giulia di Trieste e di Gorìzia, erano iniziati molteplici arresti già dal 1° maggio, fino alla spartizione e rispettivamente la collocazione della linea di demarcazione della zona A e B. Arrestati furono soprattutto dei possidenti di classe elevata e anche famiglie intere che nel contempo furono depredati anche dei loro patrimoni.Gli arrestati a Gorizia erano soprattutto gli addetti alle scuole, i militari ed i civili della città.La maggioranza degli arrestati erano stati immediatamente portati via e gettati nelle foibe, cioè in quella di Basovizza, di Monrupino nel circondario di Opicina e nei fossati intorno a Stanjel.I Domobranzi catturati nelle postazioni di Tolmino, Salcano, Fossa Baska e alcune centinaia di bersaglieri, catturati presso Mlinsk, erano stati immediatamente trucidati e gettati nel precipizio di Zagomila sotto Grgar (l'italiana Gargaro), circa cento bersaglieri erano stati portati a Tolmino, da dove erano scomparsi. I catturati di Trieste, destinati ai lavori forzati, durante la ritirata da Trieste li portarono nelle prigioni di Lubiana e là entro la fine del 1945 li avevano trucidati tutti. Dove si trovino i loro sepolcri, non si ricorda niente, e nemmeno chi li abbia liquidati.

GLI ABISSI INTORNO A PIVKA (L'ITALIANA SAN PIETRO DEL CARSO) - LE GOLOBINE:

Da queste parti in alcuni luoghi vi sono degli abissi denominati Golobine (colombaie). A Prestrane, durante i primi mesi del dopoguerra, nel campo di concentramento, o meglio nelle aviorimesse dell'esercito italiano, erano state internate delle persone. Si stima che il numero di persone, fonti scritte non se ne hanno, fossero state circa cinquecento. Quando il campo di concentramento fu abbandonato, in agosto 1946, a seguito dell'amnistia, di tutti gli internati erano arrivati a casa solamente qualche decina.La maggioranza degli internati erano stati portati via e gettati nelle Golobine.

GLI ERRORI (ORRORI) DELLA RIVOLUZIONE:

Il precipizio Golobivnica presso Lokva, i prati di Loka-Brezove-Susice, nel Comune di Sezana (l'italiana Sesana), il precipizio foiba Kasirova, presso Slopa, nel Comune di Herpelje-Kozine (le italiane Erpelle e Cosine), il cimitero di Bukovici ed il cimitero nella Golobovina sulla strada di llirska Bistrica-Sebijami, (le italiane Bisterza ovvero Villa del Nevoso - Sebiano), e sull'intero territorio del Comune di llirska Bistrica (l'italiana Bisterza ovvero Villa del Nevoso) sono solamente i maggiori sepolcri e le più grandi tombe dei massacri di massa eseguiti dopo la fine della guerra.

GLI ABISSI NEL BOSCO DI TRNOVO (L'ITALIANA SELVA DI TARNOVA):

1) ZAGOMILA PRESSO GRGAR (l'Italiana Gargaro). La foiba è profonda 40 metri, nelle sue viscere giacciono soprattutto dei domobranzi del Litorale (italiani di lingua slovena), arrestati nelle vallate dell'lsonzo e trasportati dalle prigioni di Gorizia il 6 e 7 maggio 1945 inoltre dei civili italiani di lingua slovena, e probabilmente, anche soldati e civili di nazionalità e lingua italiana.

2) ZALESNIK PRESSO TRNOVO (l'italiana Tarnova). La voragine è profonda 130 metri, e vi trasportarono persone, combattenti e civili di nazionalità italiana di lingua slovena e italiana nel maggio e nel luglio del 1945 dalle prigioni di Gorizia, in tutto qualche centinaio. 

3) CVETREZ PRESSO TRNOVO, (l'italiana Tarnova)… presso il casale Zavrh, c'è il precipizio profondo 90 metri…In questo abisso l'identità delle vittime, il periodo e la provenienza sono le stesse che a Zalesnik, numericamente qualche centinaio.

4) FOIBA PRESSO OBREZNICA SULL'OTLICI (territorio italiano)

Da Obreznice verso Podkaplice. Non vi sono né dati né indicazioni, su quanto è stato investigato, ma solo dalle testimonianze degli abitanti di Obreznice, costì poco dopo la fine della guerra furono portati dei carichi di persone, si suppone da Gorizia, incatenati tra di loro e con le mani legate, furono fucilati e gettati nel precipizio.

BARATRI SULLA CRNOVRSKA PLANOTA (TERRITORIO ITALIANO):

1) PRECIPIZIO ANDREJCKOVO (territorio italiano).Profondo 63 metri.In base alle deposizioni di alcuni testimoni dalla fine di maggio, e più credibile fino all'11 oppure 12 luglio del 1945, avevano portato fin qui, durante la notte con dei camion ed altri mezzi di trasporto molte persone, che furono fucìlate e gettate nel precipizio.Potrebbero essere state duecento o forse di più, furono trasportate presumibilmente da Ajduvscina (l'italiana Aidussina).

2) PRECIPIZIO AJHARJEVO (territorio italiano).Profondo 14 metri. Nell'ultimo giorno di maggio del 1945 avevano prima di notte per due volte portato delle persone da Gorizia oppure da Aidussina, tra queste considerevole era la presenza di donne, che furono gettate nel precipizio.

ALTRE SEPOLTURE SUL LITORALE (TERRITORIO ITALIANO):

1) FOSSA PODGRIVSKA NELLA GORENJA TREBUSA (l'italiana Trebusa Superiore).Nella fossa ci sono, secondo le più precise valutazioni, 500 tumulazioni, solamente di italiani di lingua slovena trucidati solamente durante la guerra.

2) I SEPOLCRI DI ZAKRIZ PRESSO CERK (territorio italiano). In questo sepolcro ci sono 23 vittime. Nelle immediate vicinanze si trova un altro tumulo con 27 vittime, massacrale lo stesso giorno.

Dopo la fine della guerra i partigiani avevano arrestato 42 persone di Postojna (l'italiana Postumia). Dove si trovi il posto del loro ultimo riposo, non si sa con certezza, forse nelle vicinanze della strada per Javor oppure dietro alla caserma del comando di Ravbar.

3) IL PRECIPIZIO A ZAGORI (territorio italiano). Dopo la guerra, in verità nella seconda metà di maggio, si erano notificati alle autorità a Logatec circa 60 ragazzi. Erano della parrocchia di Rovte e Sentjost. Ii avevano finito le loro vite macellati nelle caverne del bosco. 

3) IL SEPOLCRO NEL PRECIPIZIO SOTTO IL MONTE KLES VICINO A| POZARJE KOCE (territorio italiano). Quante sono le vittime che riposano in quell'abisso, non lo si è mai venuto a sapere. Secondo la narrazione di Brusa di Hrusice circa cento.

LE TOMBE COLLETTIVE SCOPERTE FINO ADESSO NEI DINTORNI DI TOLMIN (L'ITALIANO TOLMINO) TOMBE COLLETTIVE, CHE ERANO PRESENTI GIÀ PRIMA DELLA FINE DELLA GUERRA (CIOÈ FINO AL MESE DI MAGGIO DEL 1945):

1. La sepoltura nel bosco vicino al villaggio di Cadrag. Là i partigiani avevano costituito alcune specie di tribunali partigiani definiti rapidi e li avevano costituiti con delle persone primitive, ed analfabete. Nella casa all'estremo limite del villaggio (presso Krizarje) avevano portato delle persone accusate, erano state velocemente interrogate, portate nel bosco più vicino e fucilate. Non c'è lì nessuna naturale foiba carsica, e per questo li avevano seppelliti in terra. A causa del terreno sassoso molto superficialmente questi cadaveri furono scoperti dagli animali selvatici. A lungo gli abitanti avevano raccolto le ossa per il bosco e le seppellivano in un modo più umano. Nella maggioranza dei casi erano della vittime innocenti, solamente per qualche sospetto oppure erano stati colpiti per pura e sola personale resa dei conti. 

2. Il sepolcro nella foiba carsica nei dintorni del villaggio di Gorenja Trebusa. (l'italiana Trebusa Superiore) A Gorenja Trebusa vi era stata la sede del IX Korpus (e/o trattoria degli Skok). Nel 1944 -1945 i partigiani avevano pressoché giornalmente trasportato delle persone, ed anche intere famiglie con bambini… le vittime venivano fatte procedere a piedi per ulteriori 2 chilometri, là trucidate e poi gettate nella profonda foiba carsica, che i contadini del luogo conoscono bene.Si sapeva anche, che le vittime erano state per la maggioranza delle vallate di Vipava (l'italiana Vipacco) e di Gorizia. 

3. Sepolcri lungo il ruscello sopra il villaggio di Gabrje.In questa località sono state liquidate moltissime persone locali di Tolmin (l'italiana Tolmino) e dei suoi dintorni. Trucidavano persone del tutto innocenti, bastava essere parenti di qualcuno che era stato uno dei domobranzi, o che fosse stato un tempo un impiegato italiano oppure avesse avuto qualche altro incarico pubblico. All'inizio avevano fatto credere, che regolamentavano questioni pubbliche, poi si seppe che le motivazioni erano assolutamente private e frutto di un soverchio rancore.

SEPOLTURE COLLETTIVE, AVVENUTE NEL DOPOGUERRA (1945-1946):

1) TRINCEE E FERITOIE SUL MONTE DEL CASTELLO DI TOLMIN (L'ITALIANA TOLIMO). I partigiani avevano occupato la caserma a Tolmino, che era stata accuratamente recintata già da quando era stata costruita. Oltre alla caserma così recintata poi si erano ancora, a parte, potuto recintare altri due grandi fabbricati a piano rialzato, nei quali avevano condotto i civili, in molti casi intere famiglie con mogli e bambini e donne singole.Le fucilazioni venivano eseguite lungo lo scavo delle trincee sul materiale di riporto e le vittime successivamente sotterrate.

2) FOSSA COMUNE DEI DOMOBRANCI ITALIANI DI LINGUA SLOVENA DI TOLMIN, (l'ITALIANA TOLIMO) sulla strada Salkan-Grgar sotto Sveto Coro (le italiane Salcano-Gargaro sotto il Monte Santo). Alla liberazione nel maggio 1945 i domobranzi italiani di lingua slovena di Tolmino dalle proprie postazioni di Kobarid e Tolmin (italiane Caporetto e Tolmino) in colonna si erano mossi lungo la strada verso Gorizia, perché da là si sarebbe meglio varcato il confine verso occidente, dove erano già arrivati gli alleati.Nei pressi dì Salcan (l'italiana Salcano) però i partigiani avevano preparato loro un'imboscata, li accerchiarono e li disarmarono. La maggioranza era composta da persone molto giovani di Tolmino, che erano stati mobilitati poco prima. Li deportarono lungo la strada verso Grgar (l'italiana Gargaro) e in un posto a circa metà strada vennero fucilati e li gettarono nella profonda foiba carsica, dove riposano ancora oggi.

3) MOLTI GRANDI SEPOLCRI poi sono dispersi dappertutto lungo il territorio di Tolmino. Sorti spontaneamente sul luogo dove avveniva il crimine... Gli italiani oggi cercano lungo il territorio di Tolmino la sepoltura di 67 militari italiani (bersaglieri), che avevano fino alla liberazione collaborato con i tedeschi. Si sa che furono portati nella caserma di Tolmino, e che da qui, di nascosto, erano spariti.

Va precisato che Franc Perme considera nelle ultime pagine del suo libro che "La Slovenia è ultra satura d’enormi cimiteri nascosti di persone assassinate... Le loro testimonianze indicano che il numero dei massacrati potrebbe certamente essere anche superiore ai 550 mila."

Perseguitato il clero soprattutto italiano «La chiesa molto ben radicata in Istria, andava distrutta»

Al convegno il prof. mons. Pietro Zovatto (Università di Trieste) è intervenuto in merito alla persecuzione titina del clero fedele al Vaticano. «Dopo la Seconda Guerra Mondiale – ha rammentato – la Diocesi di Trieste e Capodistria, che si estendeva in parte dell’Istria fin quasi a toccare Fiume, venne divisa in tre amministrazioni apostoliche. Per il Goriziano era responsabile Franc Močnik, che non venne accettato dall’amministrazione dell’Esercito jugoslavo e fu rimandato a Gorizia. Si recò a Belgrado e Lubiana per parlare con le autorità, ma una volta tornato fu preso, messo in un sacco, bastonato, preso in giro e buttato oltre confine. Antonio Santin de iure era ancora vescovo di tutta quanta la diocesi, ma de facto non poteva andare oltre confine. Nel 1946 si recò per impartire le cresime a Cittanova, ma nel duomo due giovani di 15 e 16 anni, entrati in chiesa all’inizio della cerimonia con il fucile spianato, lo fecero uscire immediatamente. Nel 1947 a Capodistria fu pestato, con la connivenza delle autorità jugoslave, e poi non poté più andarci per amministrare le cresime, benché avesse chiesto l’autorizzazione. Il segretario di Stato Montini protestò. Il terzo amministratore apostolico nel territorio occupato dagli jugoslavi fu addirittura cosparso di benzina mentre si recava in una chiesa e incendiato».

A Fiume solo croati che parlavano l'italiano? (Kristjan Knez)

Per alcuni studiosi, parlare degli Italiani di Fiume sarebbe fuori luogo o meglio ritengono rappresenti una questione controversa, molto discussa e non ancora risolta. È solo un problema interpretativo o ci troviamo di fronte a qualcos’altro? Da almeno un secolo e mezzo, cioè dall’età dei risorgimenti nazionali e delle contemporanee o successive spinte nazionalistiche, determinati ambienti politici e culturali cercano di proporre la tesi di un’italianità fiumana artificiale, giunta da altrove, quindi trapiantata, tanto da essere presentata come una sorta di “pianta esotica”.

Per giustificare una presenza che ha plasmato concretamente la città sulla Fiumara, si tirano in ballo addirittura Venezia e i suoi commerci. Quest’ultima, grazie all’influenza esercitata e alla sua forza attrattiva, avrebbe “italianizzato”, in un’accezione assolutamente negativa, la vita sociale dello scalo quarnerino. Gli Italiani residenti, di conseguenza, fin dall’inizio furono considerati estranei a quel contesto, oriundi, approdati colà soprattutto per motivi economici, per praticare i commerci.
Per sostenere una tesi claudicante e maldestra, era doveroso falsificare la vera natura del capoluogo liburnico, occultare le sue peculiarità e presentare la città come croata “ab initio”.


La stessa stampa coeva diffondeva un’immagine contraffatta di Fiume e contribuiva a forgiare l’opinione pubblica, offrendole una messe di argomentazioni manipolate a sostegno delle rivendicazioni avanzate in sede politica. Non erano per niente inusuali le considerazioni sulla “Fiume edificata dai Croati”, per esempio. Non vi era però spazio per la sua dimensione plurale, anche bilingue, non dimentichiamolo, in cui popolazioni romanze e slave nel corso dei secoli si erano intersecate e anche fuse. Tutto ciò era, ed è, volutamente ignorato, perché non giova a certe macchinazioni.
E per dare un’impronta un po’ più credibile, sempre nel periodo delle passioni nazionali, si ritenne opportuno dipingere la classe dirigente fiumana (italiana) come una sorta di sparuta minoranza. 

Quest’ultima sarebbe stata un corpo staccato, il quale, però, avrebbe fagocitato ogni potere e di conseguenza detenuto un’autorità e un prestigio capaci di piegare tutto e tutti alla sua volontà, “opprimendo” la componente croata che avrebbe costituito la maggioranza assoluta della popolazione. Allorché i Fiumani stanchi del dominio croato, iniziato nel 1848, ai primi anni Sessanta di quel secolo decisero di scalzarlo a favore dell’antica autonomia.
Per Ivan Kukuljevi?, membro della Dieta di Zagabria, lo stato di “anarchia” doveva terminare proprio come “il dominio sopra la nazione slava di alcuni italiani colà stabiliti”. In altre parole essi erano visti come dei colonizzatori.
Gli Italiani, allora, avrebbero controllato e sfruttato quell’angolo adriatico nello stesso modo in cui gli Inglesi amministravano l’India. Nulla di più falso! Quel cliché, comunque, era stato accolto senza obiezioni e non pochi furono i sostenitori che alimentarono quell’idea. Erano veramente convinti delle asserzioni che andavano diffondendo o erano in malafede?

Nella Croazia banale può essere comprensibile non si conoscesse appieno la realtà fiumana e quindi fosse più facile diffondere artatamente un’immagine falsa.
Meno chiara è invece la posizione difesa da quanti avevano avuto modo di conoscere la specificità di quel centro urbano. In quel caso si tratta di una palese contraffazione. E come tale dobbiamo considerare le valutazioni dello sloveno Janez Trdina, docente, scrittore e giornalista, che al ginnasio fiumano aveva insegnato per una dozzina d’anni (1855-1867).
Ebbene, questi scrisse che Fiume era stata edificata “dai più puri croati” e che in essa si parlava principalmente il croato. I “signori” avrebbero appreso l’italiano soltanto a scuola e grazie ai rapporti, in primo luogo commerciali, con i Veneziani che dominavano sull’Istria, sulle isole del Quarnero e sulla Dalmazia, mentre successivamente nella città di San Vito si sarebbero trasferite anche numerose famiglie italiane. E alla fine si contraddice, giacché riconosce che “Fiume mai s’era riconosciuta come una città croata”, malgrado fosse, a suo giudizio, “per origine e per sangue più croata di Zagabria”.

Gli intellettuali italiani della regione erano consapevoli delle mistificazioni che sempre più si tentava di far passare per buone. L’istriano Carlo De Franceschi, proprio da Fiume, alla fine del 1860, scrisse all’amico Pietro Kandler: “La nostra storia viene dai Croati invalidata. Secondo loro, croato o slavo è tutto il paese di qua dall’Alpi sino all’Isonzo e più oltre. L’antica Venezia era occupata da Slavi, la moderna città fu fondata in massima parte da emigrati slavi della costa istriana”.
Sembra proprio non siano trascorsi centocinquant’anni, poiché anche nel terzo millennio non è affatto inusitato imbattersi in affermazioni che attingono nientemeno che a tesi anacronistiche che dovrebbero costituire tutt’al più un oggetto di studio storiografico. E poi vi è il “noto” censimento del 1851 curato dalle autorità croate
Nella città liburnica su una popolazione di 12.667 anime, gli Italiani avrebbero costituito poco più del cinque per cento degli abitanti complessivi. I dati, fortemente ambigui, che non svelano, tra l’altro, i criteri utilizzati nel rilevamento, furono dapprima diffusi dalle “Narodne novine” di Zagabria del 1852, successivamente furono divulgati dallo storico Franjo Rački.

Come evidenzia lo storico Attilio Depoli quella percentuale non corrisponderebbe alla reale consistenza numerica della componente italiana, perché non si riferiva alla lingua materna, bensì all’appartenenza politica, per cui tutti i cittadini di Fiume, ivi nati, erano registrati semplicemente come croati, mentre coloro che erano giunti da contesti diversi furono annotati usando un altro parametro.
Depoli scrive, ancora, che il criterio usato fu quello della “natio” cioè della “narodnost”, che corrispondeva all’appartenenza politica dei Fiumani, quindi anche gli Italiani, in quel periodo sudditi della Croazia, erano indicati come Croati, ma “non perché si sentano tali o perché si servano della lingua croata”.
Che si tratti di un’incongruenza è più che evidente; e secondo questa interpretazione una modesta comunità italiana avrebbe detenuto una forza non indifferente e un’influenza notevolissima, in grado di monopolizzare la scena urbana in tutte le sue articolazioni. Successivamente, invece, essa sarebbe aumentata demograficamente conquistando una posizione preminente che avrebbe modificato il carattere slavo di quel territorio.

Il già ricordato Trdina scriveva sul “Pozor” di Zagabria che sino a quel momento, cioè gli anni Sessanta del XIX secolo, alla città di San Vito “era stata imposta la nazionalità italiana”, che i tempi erano ormai cambiati e che la giustizia era prossima a riparare i torti, mentre la “nostra città croata”, finalmente, non avrebbe più “danzato” secondo la “musica” di una ventina di “famiglie forestiere” e alcuni “infami traditori”.

Sono solo fisime. Basti ricordare che il municipio di Fiume, orgoglioso della sua autonomia e difensore dell’italianità linguistica e culturale, intesa come elemento imprescindibile, da conservare in quanto patrimonio della sua specifica identità, mosse dura battaglia a coloro che erano intenti a croatizzare la città. Quella presa di posizione non passò inosservata e fu registrata anche dal barone du Règne, agente consolare francese nella città liburnica, in un rapporto a Touvenel, ministro degli esteri di Napoleone III.
La “Gazzetta di Fiume”, il 17 gennaio 1861, caldeggiava l’autonomia cittadina nonché “(…) il bisogno lampante come la luce del sole di conservarle la lingua italica come quella che realmente prepondera nel paese; ed è egualmente naturale che il Pozor ed i suoi allucinanti corrispondenti, nei momenti di parossismo si facciano a bandire l’ostracismo contro la lingua italiana, ostracismo che vorrebbero estendere addirittura anche su tutti quelli che la parlano. Ma si calmino questi signori, ed apprendano che questa lingua è quella dei fiumani, che ereditarono dai loro padri, nonni, e bisavoli, e che nella stessa guisa che la parlano attualmente la parleranno e scriveranno anche in appresso, rispettando sempre come è di dovere la lingua slava in miglior modo che non facciano i loro avversari di contro all’idioma italico qui preponderante”.

Da questo passo si evince altresì che la convivenza non era una parola vuota, ma qualcosa di concreto, un valore da rispettare. Anche di fronte all’evidenza si tende ancora ad occultare la verità storica, e recentemente lo storico dell’arte Igor Žic ha nuovamente ribadito che nel periodo austro-ungarico, Fiume sarebbe stata abitata solo da Croati i quali parlavano l’italiano.
Tante acrobazie pur di non ammettere l’esistenza concreta della collettività italiana autoctona su quei lidi. Vi erano certamente croati che usavano correntemente e correttamente l’italiano, ma costituivano solo un tassello di quella società plurale che ancora non si vuole riconoscere e rappresentare com’era. Stendiamo un velo pietoso.

La pulizia etnica come oggettivo risultato finale: gli italiani stranieri in casa propria (Orietta Moscarda Oblak)

Se il risultato dell'esodo fu oggettivamente la “pulizia etnica” dell’Istria dalla presenza italiana, è necessario risalire alle origini del fenomeno, per verificare se si trattò di un disegno prestabilito oppure di una catena di azioni e reazioni, in certa misura almeno impreviste, che l’evolversi degli avvenimenti finì per configurare come un evento epocale per la storia istriana. Per poter scegliere però fra un’ipotesi per così dire “intenzionalista” e una invece di tipo “funzionalista”, è indispensabile fare chiarezza sull’evoluzione della politica jugoslava nei confronti degli italiani dell’Istria e sulla logica interna che la governò, e quindi distinguerla in tutte le sue articolazioni e nei diversi periodi. Muovendosi all’interno di tale prospettiva sono dunque individuabili una serie di soggetti politici – il governo federale, quelli repubblicani, i Comitati popolari di liberazione, la polizia segreta (OZNA), l’esercito, mossi da logiche spesso diverse, come a esempio la rivalsa nazionale, ben presente a livello repubblicano croato e sloveno, e l’aggressività nazionale e ideologica, che, secondo innumerevoli testimonianze, permeò l’azione dei quadri locali del regime. Discrepanze in tal senso si possono notare anche in riferimento all’atteggiamento tenuto nei confronti delle partenze degli italiani: partenze che a livello locale furono in genere accolte con grande favore, se non apertamente sollecitate anche con l’uso di metodi terroristici, mentre da parte del governo di Belgrado – consapevole dei riflessi negativi di una troppo plateale fuga degli italiani sul negoziato in corso in merito alla sorte dell’Istria – si cercò invece a più riprese di rallentarle con una serie di provvedimenti intimidatorii. Un primo elemento di valutazione è dunque costituito dalla politica della “fratellanza italo-slava”, all’insegna della quale i nuovi poteri presentarono la loro azione nel 1945 e alla quale rimasero almeno a parole fedeli fino a quando la rottura con il Cominform nel giugno 1948 non indusse il governo di Belgrado a mutare linea.

Va subito infatti precisato che – al di là delle declamazioni teoriche e propagandistiche – quanto a contenuti politici tale linea non prevedeva affatto un’autentica parità di condizioni fra il gruppo nazionale italiano e quelli sloveno e croato viventi in Istria, ma si limitava a consentire che nello Stato socialista jugoslavo fosse mantenuta una componente italiana, purché in tutto e per tutto conformista rispetto agli orientamenti ideologici e nazionali del regime. Agli italiani, insomma, era permesso di partecipare all’edificazione del socialismo sulla base del contributo da loro dato alla lotta di liberazione, ma la costruzione del socialismo significò in concreto la distruzione delle basi su cui si fondava il ruolo tradizionalmente svolto dalla componente italiana nella società istriana e, in ultima analisi, l’eliminazione di qualsiasi forma di potere economico, sociale e culturale del gruppo nazionale italiano. La “costruzione del socialismo” fu infatti il prodotto di un processo rivoluzionario che comportò l’instaurazione di un sistema politico-amministrativo basato sui CPL, organi supremi del potere popolare, l’attuazione di rigide misure economiche attraverso gli ammassi, i sequestri e le confische dei patrimoni, l’istituzione di cooperative, la riforma agraria, e tutta una serie di altri provvedimenti, complessivamente percepiti dalla popolazione come affatto contrari ai propri interessi. Inoltre, l’efficienza di un apparato poliziesco e repressivo la cui pressione era in genere inasprita dai pregiudizi nazionalisti a danno degli italiani, la negazione delle libertà individuali e l’uso assai disinvolto di una giustizia “rivoluzionaria” attraverso i tribunali del popolo, generarono nella popolazione forti risentimenti verso le autorità popolari, considerate del tutto estranee e avverse. A ciò si aggiunse una sensazione di generale oppressione che finì per sfociare nel rifiuto da parte degli istriani di una prassi che comportava uno sconvolgimento totale delle loro vite. In particolare, le forme in cui si attuò la “giustizia del popolo”, favorite da una legislazione spregiudicata, costituirono un fattore molto importante nelle spinte che determinarono l’esodo. L’uso strumentale della giustizia, attraverso il meccanismo dei processi, dei sequestri e delle confische nei confronti dei cittadini italiani, non solo favorì la conquista del potere politico da parte dei comunisti e la creazione della base economica dello stato “socialista”, ma agì anche come elemento di sopraffazione nazionale. Attraverso tali sistemi furono infatti colpiti con grande efficacia gli avversari politici della Jugoslavia comunista, gli esponenti di qualsiasi partito diverso da quello comunista – e nel 1948 anche i comunisti “cominformisti” –, i ceti considerati “capitalistici”, dagli industriali ai commercianti, agli esercenti e artigiani, assieme ai religiosi (parroci, vescovi e frati) e agli intellettuali, in particolare gli insegnanti, definiti in blocco “nemici del popolo”.

È evidente che provvedimenti del genere colpivano pure, in Istria come nel resto della Jugoslavia, anche un gran numero di sloveni e croati riluttanti all’adesione al regime, o anche semplicemente considerati potenzialmente pericolosi sulla base del loro passato politico e della loro stessa collocazione sociale. Ma è altrettanto chiaro che la decapitazione della classe dirigente italiana, e i comportamenti persecutorii contro figure chiave per la difesa dell’identità nazionale italiana, quali gli insegnanti e il clero, assumevano un’oggettiva valenza snazionalizzatrice di cui le autorità erano perfettamente consapevoli. Quindi, nel rapporto tra obiettivi politici – cioè l’annessione del territorio istriano alla Jugoslavia – e rivoluzionari emerge la presenza di una politica rivolta a intaccare profondamente l’identità nazionale degli italiani dell’Istria e di Fiume. Peraltro, la questione di fondo, che lo stato degli studi non ci consente di chiarire, è appunto la logica che di volta in volta regolava il nesso tra radicalismo ideologico e pulsioni nazionaliste. Perciò rimane sostanzialmente aperto l’interrogativo sull’esistenza o meno di un generale disegno di persecuzione politica e di espropriazione economica, diretto a rendere di fatto impossibile la permanenza della popolazione italiane nella sua terra d’origine. Del tutte frammentarie, infatti, e soprattutto prive di una rigorosa possibilità di verifica, rimangono quindi le pur importanti testimonianze, come quella resa a decenni di distanza da Milovan Djilas, secondo le quali Tito stesso avrebbe ordinato, fin dal 1945, di provvedere all’espulsione degli italiani dall’Istria, incaricando di ciò lo stesso Djilas assieme a Kardeij. Né si può dimenticare che, almeno in una prima fase, alla persecuzione contro gli “elementi ostili” ai poteri popolari collaborarono anche i quadri comunisti di lingua italiana presenti negli organismi locali del partito e dell’amministrazione, e che, evidentemente, si muovevano sulla base di spinte di natura ideologica e non nazionale. Accanto a queste considerazioni va comunque tenuto nel debito conto quell’elemento soggettivo, presentato come motivazione centrale dell’esodo dalla memorialistica degli esuli, che è costituito dalla paura. Era infatti un clima di paura quello che si respirava in Istria nel dopoguerra: una paura alimentata dai precedenti creati dalle foibe del 1943 e del 1945, e continuamente ravvivata dalle prepotenze, spesso sanguinose, talora fatali, compiute direttamente dai poteri dello Stato o, più spesso, delegate agli attivisti del partito con la benevola tolleranza delle autorità. Ma al timore per l’incolumità fisica si sommava quello innescato dallo sconvolgimento che le nuove culture egemoni, rispettivamente croata e slovena, portavano nella società. La trasformazione dei rapporti di classe, l’azzeramento delle consuetudini sociali, la scomparsa dei punti di riferimento culturale, la criminalizzazione della vita religiosa, l’ imposizione di una nuova etica, al centro della quale stava la fedeltà alla finalità rivoluzionarie e alla patria jugoslava, portavano con sé anche il sovvertimento delle tradizioni, dei valori e dei contenuti della cultura istriana, e quindi, per gli italiani, la negazione della propria identità. Ciò che la popolazione dell’Istria finì dunque per percepire fu la sensazione di una radicale estraneità rispetto a una società che era mutata completamente. L’alternativa era costituita dall’abbandono della propria terra, unica scelta possibile per “non sentirsi stranieri in casa propria”.