domenica 12 novembre 2023

Antologia del calcio a Fiume, 1904-1956 (Rodolfo Decleva)

La storia dei calciatori fiumani è un orgoglio italiano ed europeo. Nel 1904 nasce a Fiume la prima società calcistica, come ha scritto Rodolfo Decleva, nel 2020. È il Club Sportivo “Olympia”. Durante la Grande Guerra sorge un altro Club, viene chiamato “Gloria”; è il 1917. Più tardi, mentre Fiume è al centro dell’attenzione europea, se non mondiale, per l’impresa di D’Annunzio e dei suoi Legionari partiti da Ronchi, nel 1919 sorge il Club Sportivo “Fiume” e nel 1920 un’altra associazione si attiva col nome di “Tarsia”, uno degli appellativi assegnati al fiume Eneo. La fotografia di mostra proprio il Club Sportivo “Tarsia” nel 1920 (Collezione Rodolfo Decleva).


Alessandro Lancellotti, di Vicenza, ha informato che: “Nel 1904 a Fiume in una squadra studentesca giocava Fiorello La Guardia, poi sindaco di New York”. La notizia compare anche sul sito web croato “Kvarner Rijeka”. Poi a Fiume, agli inizi del ‘900, vi era anche il “Viktorija” di Sussak, con sede a Sussak, ma giocava dalla parte di Fiume. Poi nel 1919 divenne “Orjent” e andò nella parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Infine, nel 1919, vi era la squadra di calcio dei Granatieri di Sardegna Fiume che partecipò a 4 tornei. Giocava allo stadio di Cantrida. L’informatore Lancellotti dice di “avere tutti i tabellini”.

Nell’interessante libro intitolato Sciabbolone! Vita sportiva del fiuman Rodolfo Volk campione indimenticato della A.S. Roma, di Giorgio Di Giuseppe, si possono leggere altri nomi di bravi calciatori di Fiume. Nel 1921, con la squadra della Juventus Enea all’Oratorio salesiano, oltre al già mitico Rodolfo Volk, giocano: Oliviero Serdoz, Mario Stepancich, Raimondo Gherbaz, Carlo Volk, Angelo Paldrugavaz, Giordano Percovich, Avellino Stepancich, Giovanni Giustinich, Lorenzo Pillepich e Mario Bursich (p. 19). Di Giuseppe propone ulteriori nomi di giocatori fiumani di quel periodo, come il portiere Milavetz, il difensore Greiner, il centrocampista Musiol e il goleador Giovanni Spadavecchia (p. 26). Nel 1925 su «La Vedetta d’Italia», citata da Di Giuseppe, vengono menzionati i seguenti calciatori fiumani del Club Gloria: Marietti, Greiner, Milinovich I, II e III, Musiol, Negrich, Dobrievich, Volk, Spadavecchia, Diosi, Serdoz, Percovich, Zenco, Milautz, Stipanovich, Balas, Egidio, Pillepich, Vicich, Host, Rebeuz, Crelis, Covacich, Marghetich e Polak (p. 28). Altri nomi fiumani ancora sono riportati nel documentato testo dedicato a Sciabbolone!, soprannome dato a Rudi Volk dai romanisti per la sua abilità nel tagliare in diagonale (come una sciabolata) l’area di rigore, per presentarsi alle spalle del portiere avversario e segnare gol a raffica.

C’è un insieme di altre squadre minori da menzionare per completare la nascita del calcio fiumano. Esse sono sorte alla fine della Prima guerra mondiale. Così troviamo la “Esperia”, “Juventus Fiume”, “Fiume”, “Libertas” e la “Arx Fiume”. Nel 1926 due società, “Olympia” e “Gloria”, si fondono, dando vita alla “Unione Sportiva Fiumana”; così ha riferito Decleva.

Un giornalista del giornale «Bazar del Guerin Sportivo» nel 1929 tesse le lodi dei calciatori fiumani, forti atleti, volitivi, impulsivi, intelligenti. Sono menzionati Mihalich, della Nazionale, Varglien, della Nazionale universitaria (ed ha un fratello che diventerà un asso) e Gregar ora nella Pro-Patria. Poi ci sono: Sternisa, mezzo destro del Milan, il cannoniere Volk della Roma e Tarlao, passato dal Bari alla Biellese. Fiumani sono inoltre Luigi Ossoinack, l’avanti della Roma, Paulinich, il mediano del Biella, Serdoz, l’ala destra della Cremonese e Giacchetti. Poi il giornalista accenna ad ulteriori gloriosi fiumani come i pugilatori, nuotatori, canottieri, tennisti ed altro.

Nel 1940 si costituisce il Gruppo Sportivo “Magazzini Generali” che si guadagna la promozione in “Serie C” giocando contro la “Fiumana” nella stagione 1942-1943, ha aggiunto Decleva. Squadre minori che partecipavano ai Campionati cittadini della Sezione Propaganda erano: Eneo, ASPM, Rivolta, Compensum, Raffineria olii minerali (ROMSA), Littorio, Torretta, Leonida, Borgomarina, Elettra. Fiumana B e Cantieri. Nel 1944 cessò l’attività italiana e con essa la storia della “Fiumana”. Del calcio fiumano nel secondo dopoguerra, ha concluso Decleva, rimane la squadra dei “Magazzini Generali”, che sotto il nome di “Quarnero” prende parte alla I Lega del calcio iugoslavo; così ha scritto Decleva nel 2020. Si tenga presente che ai primi del Novecento l’industria dei Cantieri contava su 4.387 dipendenti, mentre la ROMSA su 383; dati tratti da Luigi Maria Torcoletti, 1954, p. 207.

Avversari della Fiumana – Verso il 1938, stando a quanto ha scritto Mario Dassovich, i principali avversari della squadra di calcio “U.S. Fiumana” sono: il Grion di Pola, il Ponziana di Trieste, la Monfalconese e l’Ampelea d’Isola d’Istria. Erano incontri di football di “Serie C”. All’inizio degli anni ’40 secondo Dassovich “costituì un avvenimento memorabile una fuggevole promozione in ‘Serie B’ ed altrettanto memorabile fu qualche incontro con squadre di maggior levatura, come la vittoria di stretta misura sul Genoa, in una partita di Coppa Italia” (Dassovich, pag. 14).

Altri storici antagonisti della Fiumana, secondo lo scritto di Costanzo Delfino, della Lega Fiumana di Napoli, sono la Triestina e l’Edera di Trieste. “Com’è nostalgico ricordare la Juventus Enea di Facchini e Parenzan, il Fiume di Zamparo e Calcich; l’Esperia di Jacopich, Sperber. Bayer, Grainer; il Gloria di Moroni-Descovich, Host, Vescia; l’Olimpia di Susmel, Satti, Marchich, Crippa; e poi la Fiumana con Battiala, Capudi, Marassi, Pauletich, Rora, Szemere, Andreanelli; i Magazzini Generali, la creatura di Lauro Pillepich; e infine il CONI, presieduto dal dott. Descovich, che tanto impulso dava alle squadre minori, quali il Leonida, il Savoia, l’Elettra, il Belvedere” (C. Delfino).

Così ha continuato Costanzo Delfino: “Come batte il cuore quando si ritorna al Bar Piva, al Bar Roma, alla Conca d’Oro ed a tutti quegli altri locali che servivano per le sedute direzionali, ed ai veglioni del Deak, della Sala Bianca, del Talia, per ingumar schei. E chi dimentica il sassoso Campo di Cantrida, i progressi con quello vicino alla stazione e infine il grande stadio coi convogli ferroviari ed i vaporini supplementari, perché la linea tramviaria non era in grado di trasportare la massa sportiva?”.

Altri ricordi, scritti nel 1953, dallo stesso autore, coinvolgendo pure gruppi di fratelli, recitano: “E gli allenamenti allo scoglietto, a Plasse, in via Segantini, a Valscurigne, al Dol; il treno speciale di seicento persone per Udine; le festose accoglienze di Monza, Spezia, Brescia, Roma, Bari, ecc.? E quei nostri ragazzi – oggi qualcuno è nonno – da Goacci a Bibi, ai tre Milinovich, a Spadavecchia, ai vari Paulinich, ai Loik, a Ossoinack, a Gregar, a Mihailich, ai Serdoz, ai Burattini, ai Negrich, a Raicovich, a Volk, ai Mussiol, a Lorenzo Pillepich, ai Percovich (Leo vive ora a Montevideo), a Tarlao, ai fratelli Mario e Giovanni Varglien (entrambi allenatori), a Zidarich, ecc., che erano dei veri atleti, dei veri campioni che hanno sempre tenuto vivo ed alto il nome della Città?” (Delfino, p. 138).

Nella stagione sportiva 1942-1943 a Fiume ci sono ben due squadre a militare nella “Serie C”. oltre all’Unione Sportiva Fiumana, reduce da un anno d’incontri con le compagni della “Serie B”, si affianca infatti la nuova squadra dei Magazzini Generali, cresciuta tra le cosiddette squadre locali minori. La doppia presenza di squadre fiumane nella “Serie C”, tuttavia, non comporta brillanti piazzamenti in classifica nazionale di almeno uno dei due organismi (Dassovich, p. 75).

Nel dopoguerra fino all’esodo – Nonostante la città sia distrutta dalla Seconda guerra mondiale, al termine del conflitto, al campo sportivo di via Cellini, una rappresentativa calcistica locale si oppone “brillantemente alla squadra dell’Osijek”. Nel mese di ottobre del 1945 riprendono i vari campionati sportivi italiani. Nella “Serie A” c’è pure la Triestina. Nella “Serie C” si ritrovano i nomi della Ponziana, Ampelea e Monfalconese, rivali storici della Fiumana. Purtroppo c’è una suddivisione tra Nord e Sud sia a livello politico che in altri campi, come nello sport. Non c’è traccia di incontri in Italia della U.S. Fiumana nel 1945-1946. Pare che a Fiume ci si debba accontentare di un campionato calcistico cittadino, che impegna le seguenti squadre: Cantieri, Torpedo, ROMSA, Lignum, Dinamo, Metallurgica, ASPM e Portuale. Il calcio fiumano emigra dopo l’esodo fiumano. Un paio di calciatori fiumani, Lipizer e Bercich, ottengono un ingaggio alla Juventus di Torino. Uno dei fratelli Loik, che continuava a giocare nel Torino, viene convocato ai primi allenamenti della squadra di calcio italiana. È proprio Ezio Loik a segnare la rete alla Svizzera nell’incontro dell’11 novembre 1945, conclusosi con un pareggio tra Italia e Svizzera. Verso il 1947 le autorità iugoslave sciolgono le squadre dei Cantieri, dei Magazzini Generali e della Portuale per dar vita ad una nuova associazione sportiva, denominata “Mornar”, che in croato significa “Marinaio” (Dassovich, pp. 153, 220).

Si aggiunga che l’asso Ezio Loik muore a Superga, nel 1949 col grave incidente aereo dove scompare la squadra campione del Torino. Nei primi anni ’50 è ricordato il calciatore Belcastro della Pro-Patria (Lega Fiumana di Napoli). Nel 1953 a Fiume, ormai iugoslava, ci sono la Locomotiva, la Dinamo, il Siluro, il Magnete, come ha riportato Costantino Delfino. L’esodo da Fiume è già iniziato nel 1945 e si accentua dopo il Trattato di pace del 1947, con le opzioni. Diversi esuli fiumani passano per Udine, al Centro smistamento profughi (con oltre 100mila transiti), per essere sventagliati in oltre 140 Centri raccolta profughi (Crp) sparsi in Italia. Tra di essi primeggia, per capacità di posti, il Crp di Laterina (AR), che accoglie, dal 1946 al 1963, circa 10.343 italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in fuga dalle violenze titine, assieme ad altri fuoriusciti (Varutti 2020).

Riguardo alla squadra di calcio del Crp di Laterina si sa che, nel 1950, giocano Ireneo Giorgini-Juricich, Dante Marussich, Volk e i fratelli Gherdovich; così si legge in un appunto su una fotografia diffusa nel web, dal 2016, dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” Istoreto, di Torino. Proprio il signor Ireneo Juricich, poi Giorgini, ha raccontato una parte della vita al Crp di Laterina per tornare da scuola. Come facevate? “Si facevano in allegria quei chilometri tagliando per i prati, i boschi e gli argini dell’Arno. – ha detto Ireneo Giorgini – Pranzo alle 15.00. E poi a ‘zogar la bala’, quando c’era il pallone, il più delle volte scalzi su un campo di terra. Lascio immaginare cosa succedeva quando l’alluce incontrava una pietra. Allora di corsa in infermeria a farsi medicare. La signora Virginia, l’infermiera del campo ci rimproverava: ‘Sempre ‘sta bala. Meté le scarpe!’. ‘E con cosa andemo a scola: discalzi?’ – era la mia risposta”.

Nadia Della Bernardina, esule da Pola al Crp di Laterina, ha comunicato alcuni nomi dei calciatori per una partita giocata nel giorno di San Vito nel 1952 tra una rappresentativa degli Esuli, sotto il nome di “CRP” e quella della “PS” (Pubblica Sicurezza?) finita in pareggio per 1-1. Ecco i nomi dei giocatori del ‘CRP’: “Claudio Mersich, Attilio, Alberto Gherbaz, Tonci Gherbaz, Corrado Medeot e Volk”. Gioca a Laterina pure Dante Marussi, nato a Fiume, assieme a Medeot.

Rudi Volk, un fiumano visto da Decleva – “Quando il popolare Rudi Volk [a Fiume] svoltava dalla Via Roma per immettersi in Cittavecchia attraverso l’imboccatura di Calle del Barbacane – ha scritto Rodolfo Decleva nel 2016 – noi mularia [ragazzaglia] di quel rione eravamo subito attorno a lui anche se non lo avevamo mai visto giocare allo Stadio o al Campo di Casa Balilla. La sua fama era immensa. Aveva cominciato all’inizio degli anni ’20 giocando per la mitica ‘Gloria’ e si mise in grande evidenza nel 1927 giocando per la Fiumana in Prima Divisione. Fu ceduto alla Roma dove divenne una leggenda. Si parlava di lui come di uno che faceva i gol a occhi chiusi. Addirittura si era sparsa la voce tra di noi che in una partita avesse rotto la rete con la sua cannonata. Subito pensavamo alla fortuna che aveva avuto quel portiere a non essere stato investito da quella bordata. Quei cinque anni che militò nella Roma – dove segnò 103 reti – rappresentano per lui il periodo migliore della sua carriera. Nella stagione 1931 vinse la classifica dei cannonieri della ‘Serie A’ con 29 reti. Fece anche un Campionato nella Triestina con alterne soddisfazioni e ritornò a vestire la maglia amaranto fiumana nel 1935. Aveva perduto la moglie Nina e si era trasferito in Valscurigne con il primogenito Rodolfo – si chiamava come il padre ma era chiamato con il diminutivo di Rudino – mentre l’altro figlio Giulio – nostro amico di giochi – era rimasto a vivere con i nonni appunto in Calle del Barbacane. Per questo motivo Rudi Volk veniva spesso a trovarlo. Giulio Volk era molto coccolato dai nonni. Il nonno aveva un banco in Pescheria e già a quei tempi dava la paghetta al nipote. Poi c’era la nonna Jeliza e la cugina Ottilia che lo viziavano. E ci aggiungevamo anche noi mularia qualunque che volevamo essere amici del figlio di tanto Campione anche se c’era di mezzo l’interesse di stare nelle sue grazie. Infatti, noi mularia giocavamo nel campetto di Barbacan con le palle di strazza, al massimo con quelle di gomma, mentre lui aveva i palloni veri, quelli da calcio, con la camera d’aria che si pompava con la pompa di bicicletta e con il beccuccio che poi bisognava inzolare. Un giorno il grande Volk gli portò anche un paio di scarpe da calcio nuove fiammanti con i tacchetti e lui quel giorno non se le tolse nemmeno la sera a letto. Rudi Volk fu profugo nel 1948 a Laterina e intraprese la carriera di allenatore nei Campionati minori. Indubbiamente è una Gloria indimenticabile del calcio fiumano insieme a Ezio Loik, Mario Varglien, Marcello Mihalich e tanti altri. Morì a 77 anni a Nemi [Roma]”.

Da altre fonti si sa che Rodolfo Volk gioca con la Roma nel 1928-1929, assieme a Fulvio Bernardini, detto Fuffo e Bursich. “Arrivò a Roma nell’estate del 1928 e nelle file giallorosse rimase cinque stagioni giocando 154 partite e segnando ben 103 reti, record imbattuto. Per cinque volte vestì la maglia della nazionale B”. Di Volk, il suo compagno di squadra Fulvio Bernardini ha scritto, nel 1983, quando muore che, facendo il militare a Firenze “giocava già nella Fiorentina sotto falso nome perché a quel tempo i militari non potevano giocare in campionato: si faceva chiamare Bolteni. Aveva un fisico da gladiatore ed era bello e i tifosi lo chiamavano Sigfrido”. Nato a Fiume nel 1906, Volk inizia la sua carriera calcistica nella Fiumana. Acquistato dalla Roma, diventa l’idolo del Testaccio, il campo sportivo della capitale. È l’autore del gol decisivo nel primo derby Roma-Lazio, giocato nel 1929 e finito per 1-0. Gioca ancora a Pisa, nella Triestina e nella Fiumana nel 1940-1941.

Volk e Mario Varglien con la Nazionale italiana B giocano in Lussemburgo nel 1931. Sempre Volk, nel campionato italiano 1935-1936, gioca nella Triestina assieme a Nereo Rocco e Gino Colaussi.

Alfio Mandich nei ricordi di Decleva – “Se Rudi Volk era una vecchia Gloria della Fiume italiana – ha scritto Rodolfo Decleva – Alfio Mandich apparteneva invece alla generazione dell’esodo che aveva cominciato i primi calci nella Fiume titina. Giovanissimo era già impegnato nell’impresa della costituzione della ‘Portuale’. La guerra era appena terminata e anche se c’era la sofferenza dell’occupazione slava, lo sport voleva riemergere e sia giovani che anziani si sacrificarono per procurarsi magliette, scarpe, calzettoni e fu così che sorse questa squadra cittadina che fu un importante punto di riferimento per le nuove promesse. Alfio aveva statura e velocità, giganteggiava di testa e da centromediano era una sicurezza per la difesa e un tattico per l’attacco. Fu subito adocchiato dal Radnik nel Campionato jugoslavo, ma avendo optato si trovò profugo a Laterina”.

Così continua il ricordo di Decleva: “Alfio mi raccontava che erano arrivati di notte dopo un faticoso viaggio da Trieste-Udine. Il Campo Profughi era un ex Campo di concentramento di prigionieri alleati, appena aperto all’ospitalità dei profughi giuliani, ed era tutto sottosopra. Stanchi del viaggio dovettero trasportare brande e materassi per poter dormire in ambienti senza porte e finestre con servizi igienici maleodoranti”. Insieme al suo fraterno amico Giovanni Morsi, detto ‘Ciusca’, fu chiamato a Merano dove si mise in luce e da lì iniziò la sua seconda carriera che lo portò nella ‘Serie A’ italiana con la Pro-Patria (1949), la squadra di Busto Arsizio (MI). Giocò poi in ‘Serie C’ con il Varese, nel 1951, il Maglie e l’Empoli (1956).

“Ci incontrammo a Genova – ha scritto Decleva – dove aveva trovato impiego presso il Consorzio Autonomo del Porto e fu subito una grande amicizia. Lui era un grande camminatore e tutte le mattine si faceva i suoi 5 chilometri con la sua falcata da centromediano da Quarto a Nervi Sant’Ilario, e al ritorno si fermava a casa mia per il caffè e grandi discussioni. Come tutti i fiumani, anche lui voleva avere l’ultima parola sugli argomenti in discussione che riguardavano soprattutto la storia della nostra Fiume. È stato anche Consigliere del Libero Comune di Fiume in Esilio e collaboratore del mensile «La Voce di Fiume»; frequentava i Raduni dei Muli del Tommaseo ed era Socio del Coro ‘Monte Bianco’ di Genova. Sul piano umano era un generoso verso gli amici e il prossimo” (Rodolfo Decleva, 2016).

Alfio Mandich visto dai suoi familiari – La signora Orietta Compassi, esule al Crp di Laterina, ha visto il Mandich che alloggiava nella baracca dei celibi, poi a Genova si sono conosciuti e sposati. C’è un ricordo di suo marito, signora Orietta Compassi? Era Alfio Mandich, nato a Fiume il 9 ottobre 1928 e deceduto a Genova l’11 gennaio 2006, noto calciatore italiano, di ruolo jolly difensivo. Lo ha conosciuto a Laterina? “L’ho conosciuto successivamente a Genova – ha spiegato la signora Orietta – a Laterina lui stava nella baracca dei celibi assieme ad altri calciatori della Fiumana e siccome lì c’era pure un allenatore esule, cercò di sistemarli nelle squadre di calcio italiane, così Alfio partì poco dopo per Merano, dove trovò Toni Miletich, Giovanni Morsi, i fratelli Ugo e Corrado Ippindo e Alcide Flaibani”.

A questo punto ai ricordi della signora Orietta si aggiunge il racconto di Igor Mandich, suo figlio: “La squadra di calcio di Merano era composta per più della metà da Fiumani; dopo aver girato l’Italia giocando a calcio (Empoli, Varese, Busto Arsizio e Maglie, in Puglia), mio padre trovò lavoro a Genova grazie ad un altro grande Fiumano che si nomina poco, Raoul Greiner, che per papà era come uno zio in quanto aveva sposato Elena (Gina) Kovac che, rimasta orfana in giovane età, era stata adottata dalla famiglia di papà. Mi fa piacere nominare il grande Raoul perché disputò con la Fiumana 24 partite in Serie A nella stagione 1928-1929”.

Quando nasce la prima squadra di calcio, la Olympia, a Fiume, la città è pertinenza ungherese dell’Impero Austro-Ungarico. Alla fine della Grande Guerra “Con la dichiarazione presentata dal Deputato di Fiume Andrea Ossoinack alla Camera di Budapest il 18 ottobre 1918 e il memorabile plebiscito del 30 ottobre 1918, la Città aveva chiaramente ed unanimemente espresso la sua assoluta volontà di annessione all’Italia” (Carlo L. Conighi, Entrata di D’Annunzio a Fiume. Commemorazione del 12.IX.1919, on line dal 2014). A Fiume si tengono elezioni del Consiglio comunale il 26 ottobre 1919. Su 10.444 iscritti, esercitano il loro diritto di voto 7.154 cittadini. Di questi ben 6.688 votano compatti la lista dell’Unione nazionale, con programma d’annessione all’Italia. È il 93 per cento dei votanti; è un secondo plebiscito. (Silvino Gigante, Storia del Comune di Fiume, Firenze, Bemporad, 1928, VII, p. 214). Poi c’è l’Impresa di D’Annunzio (1919), la Carta del Carnaro, la Fiume autonoma e, nel 1924, l’annessione al Regno d’Italia.

La Seconda guerra mondiale sconvolge gli instabili equilibri. Dopo l’8 settembre 1943 Fiume fa parte del Terzo Reich, in quanto Zona d’operazioni del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland). Col 3 maggio 1945 la città è invasa dai titini e, col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 passa dall’Italia alla Federativa Repubblica Socialista di Jugoslavia. Il regime di Tito si sfalda nel 1991 e Fiume va a fare parte della Repubblica di Croazia.

Irredentisti fiumani del Risorgimento (Luigi Peteani)

Fiume, fin da quando dalle rovine della romana Tarsatica ri- sorse a nuova vita nell'alto Medio Evo, rappresentò il punto terminale del Sacro Romano Impero: al di là dell'Eneo, il piccolo corso d'acqua che lambisce ad oriente la città, cominciava la Croazia, sicchè ben si può dire che quel fiume venne a segnare il confine geografico, politico e culturale tra il mondo occidentale e quello slavo. Non si esagera affermando che Fiume fu una vera e propria vedetta d'italianità nel corso dei secoli. Se anche essa venne ad avere un destino storicamente molto diverso da quello dell'Istria, che in gran parte fu sottomessa a Venezia, non per questo ne scapitò le sua fisionomia nazionale: perché, grazie alla posizione isolata e lontana dai grandi centri, essa ebbe a risentire assai poco della soggezione feudale alla Casa dei Duino e dei Walsee prima e, dal 1465 in poi, alla Casa d'Austria; e così, costituitasi a libero Comune e garantita dalla sua autonomia, potè conservare intatto il suo carattere italiano: carattere che andò sempre più sviluppando soprattutto attraverso gli attivi traffici con le città italiane delle Marche e delle Puglie e con quelle in genere dello Stato Pontificio. D'altra parte le relazioni col retroterra slavo erano molto scarse, data la povertà delle sue risorse e la mancanza di adatte vie di comunicazione.

L'italianità di Fiume è, quindi, un fatto assolutamente originario ed autoctono, e non dovuto come pure generalmente si crede - all'influsso di Venezia, con la quale Fiume anzi si trovò spesso in lotta e non ebbe dei rapporti molto frequenti, poichè la Serenissima escludeva dal commercio con i propri territori i mercanti stranieri.

Fiume restò sotto l'Austria fino al 1776, anno in cui l'Imperatrice Maria Teresa, onde assicurare all'Ungheria un emporio marittimo diretto, la staccò dal nesso dei Paesi Ereditari di Casa d'Austria e la annettè alla finitima Croazia, che faceva appunto parte del Regno d'Ungheria. Se Fiume fosse stata una città prevalentemente croata, avrebbe dovuto esserne contenta. Invece, pur nella poca profondità del sentimento nazionale del Settecento, il Consiglio cittadino non mancò di fare energiche rimostranze, protestando contro l'incorporazione alla Croazia e reclamando che la città fosse direttamente annessa all'Ungheria col riconoscimento della sua avita au- tonomia. E Maria Teresa, in accoglimento dei voti dei fiumani, con di- ploma del 23 aprile 1779, revocò il precedente decreto e costitui Fiume quale "Corpus Separatum" dalla Croazia, direttamente annessa alla Corona d'Ungheria.

Questo diploma rappresentò il fondamento della nuova posizione di diritto pubblico della città, la base granitica della sua autonomia, che essa difenderà contro ogni tentativo sia di oppressione croata che di sopraffazione ungherese, fino all'annessione all'Italia.

Il nesso con l'Ungheria venne rotto ai tempi di Napoleone; svolta importante questa anche per Fiume, perché sono di allora le prime rivendicazioni di Fiume all'Italia in sede politica, e ciò in relazione al dibattuto problema dell'annessione della Venezia Giulia al Regno Italico, nelle trattative di pace con l'Austria dopo la vittoria di Austerlitz. Nel 1806 il governo del Regno scriveva infatti a Napoleone: "Se una linca bene ordinata di confine è egualmente utile ai due Stati potrà desiderarsi che S. M. fissi la sua attenzione sopra
la disconvenienza che il territorio di Trieste e Fiume, anzi l'intero tratto dell'Istria austriaca, separi il Regno dai suoi possessi d'Istria e Dalmazia veneta ". Il progettato confine all'Isonzo era allora molto discusso perché ben ci si avvedeva quanto quella fosse una linea artificiale e poco difendibile: si voleva avere Trieste e Fiume e portare il confine all'antica linea delle Alpi. 
Il console francese a Trieste scriveva che "Tôt ou tard Trieste et Fiume doivent être jointes à l'Italie." Invero con la pace di Presburgo, il confine del Regno Italico fu fissato all'Isonzo, sebbene per Napoleone fosse chiaro come lui stesso ribadisce nel memoriale di S. Elena che la divisione naturale delle montagne passava fra Lubiana e l'Isonzo, comprendeva una parte della Carniola e dell'Istria e raggiungeva l'Adriatico a Fiume. Fu in base a queste considerazioni che, con la successiva pace di Vienna (1809), Napoleone costitui le Provincie Illiriche, destinate ad essere una marca militare a difesa del Regno Italico, e di esse venne a far parte anche Fiume.

Sotto il dominio napoleonico l'italianità della città si ravvivo acquistando un più deciso colore politico e sociale in opposizione alla Casa d'Austria, che rappresentava nell'uno e nell'altro campo l' "ancien régime". Tra coloro che erano in più stretti rapporti col go- verno napoleonico citeremo l'insigne e ricco patrizio, Andrea Lodovico Adamich (1767-1828), il quale fu tra i primi ad inalberare sui suoi bastimenti la bandiera del Regno Italico con tre palle rosse in
campo bianco. Ma nel 1813 Fiume ricadde sotto l'Austria, che solo nel 1822 la restituì all'Ungheria. Scoppiata la rivoluzione del 1848, Fiume vide i suoi giorni più tristi, poichè venne occupata il 31 agosto dalle truppe croate al comando del Bunjevac, commissario delegato del Bano Jelacic, il quale era rimasto fedele all'imperatore e si era schierato contro l'Ungheria insorta. Quel giorno doveva segnare l'inizio di un lungo periodo di oppressione sotto i croati, che durò fino al 1867. II governatore ungherese se ne era andato alla chetichella, non riuscendo ad aver l'appoggio della guarnigione; sicchè la difesa dei diritti cittadini venne assunta dal vice-capitano Agostino Tosoni. Egli si batte energicamente per il mantenimento dell'autonomia di Fiume non meno che della universalmente usitata lingua italiana. Le promesse in un primo tempo non mancarono, ma poi non vennero mantenute; i creati instaurarono un regime di violenze e di soprusi, che Niccolò Tommaseo bollò a sangue. Ma la resistenza della città fu tenace e indomabile. Il fatto che le autorità croate erano satelliti dell'Austria accomunò in un solo odio Croazia ed Austria, cementando vieppiù il vincolo di solidarietà verso gli altri italiani, che subivano la stessa oppressione. È significativo il fatto che, tenendosi una rappresentazione a celebrazione dell'ingresso di Radetzky a Milano (26 settembre 1848), questa venne accolta dal pubblico con aperti mormorii e zittii, tanto che il Bunjevac ne fece una rimostranza alle autorità municipali, con la minaccia di tenerle personalmente responsabili qualora tali manifestazioni avessero a ripetersi.

D'altra parte Fiume era presente anche alla menti di quei primi illuminati assertori dell'unità ed indipendenza nazionale, i quali avevano ben chiara la visione di un'Italia che, conformemente alla realtà geografica e alla tradizione storica, arrivasse fino a Fiume, meta segnata alla Patria attraverso i secoli già dal verbo del Sommo Poeta. Cosi essa, alla pari di Trieste, è compresa nel territorio della " Repubblica Ausonia" vagheggiata dai Carbonari; Mazzini, durante la guerra del 1848, ebbe a scrivere: "La guerra italiana non deve, non può cessare finchè una sola insegna straniera sventoli al di qua del cerchio superiore delle Alpi, dalla foce del Varo a Fiume".

Terenzio Mamiani del pari sosteneva la necessità che l'Italia nella lotta contro l'Austria raggiungesse "le sue naturali frontiere dal Varo al Quarnaro".

Del resto lo stato maggiore di Carlo Alberto, già in una sua opera del 1845, aveva fissato i confini naturali dell'Italia, oltre Fiume, al monte Bitorai. La commissione senatoriale per l'annessione della Lombardia e del Veneto al Piemonte affermò che l'Italia doveva arrivare fino alle Alpi Giulie. Il generale Guglielmo Pepe, in un suo piano del 1849, che sottopose a Carlo Alberto, intendeva occupare Trieste, Pola e Fiume, sperando da Fiume in particolare di "iniziare corrispondente con l'Ungheria per aiutarla nella sollevazione contro l'Austria". Purtroppo queste aspirazioni e progetti non poterono allora essere attuati, e Fiume restò a languire sotto il giogo croato. Ma esso non poteva impedire che la sua anima vibrasse appassionatamente alle sorti della Patria. Abbiamo notizia certa che Vincenzo Solitro, redattore dell'Eco del Litorale ungarico, e Carlo Marussig si batterono alla difesa di Venezia, dove anzi quest'ultimo venne ferito a morte. Cosi sappiamo che un catechista, Don Bernardino Malle, fur esonerato dall'insegnamento nel 1848 e successivamente anche nel 1861 perché faceva propaganda per l'Italia.

Concorse a tenere viva la fiamma dell'italianità e il sentimento di fratellanza nazionale, con un'efficacia che oggi difficilmente si può concepire, il teatro tanto lirico che drammatico. Il Teatro Civico e il circolo dei patrizi detto "Casino Patriottico" erano i centri della vita e delle manifestazioni politiche. Al circolo si potevano leggere i giornali della Penisola, tra cui il battagliero "Crepuscolo" del Tenca. 
Nell'agosto 1849, la cantante Maria Zagnoli, che aveva avuto due fratelli morti durante le Cinque Giornate di Milano, fu invitata a dare un concerto al teatro a beneficio delle vedove dei militari caduti per la libertà d'Italia, ed essa comparve in scena vestita a lutto con un nastro tricolore che le fasciava i capelli. Il comando militare la diffidò a lasciare la città, ma essa restò ancora per qualche tempo, ospite delle migliori famiglie... Grandi feste furono fatte anche alla celebre Adelaide Ristori; in occasione della sua serata d'onore (1 dicembre 1846) le fu presentata una dedica fervida d'amor patrio, redatta in questi termini da Gustavo Adolfo Lavoratori, nipote dell'Adamich: "Salve o donzella rapimento dei cuori a l'Italia nelle basse fortune dell'arte sei speranza e conforto dimostri che se prepotenza d'eventi fa balda la straniera iattanza invidia non basta a soffocare il genio."

Le opere di Verdi destavano un grande entusiasmo patriottico a Fiume, come nel resto d'Italia, e venivano rappresentate presto e spesso: così l' "Ernani" fu rappresentato nel 1846, 1851, 1854, 1858 e il suo coro patriottico "Siamo tutti una sola famiglia" trascinava al delirio il pubblico, come continuò a trascinario fino alla redenzione. Venne anzi allora di moda, per qualche tempo, di portare i cappelli "alla Ernani" in segno dimostrativo come emblema rivoluzionario, e ciò dava forte ombra alle autorità croate. 
"I Lombardi" furono rappresentati nel 1847, e nel 1862; il "Nabucco nel 1845 e 1852, "Attila" nel 1849 e ognuno ravvisava in Attila Francesco Giuseppe in Ezio i condottieri della prima grande guerra d'indipendenza. Ricorderemo anche un episodio di tempi posteriori: nel 1868, dovendosi recitare un dramma patriottico "Coscienze elastiche" da parte della compagnia Peracchi, la polizia aveva vietato che si portasse in scena il tricolore italiano, come era richiesto dell'azione. Ma il pubblico protesto e alcuni giovani animosi corsero al porto a farsi dare un tricolore da un bastimento italiano e lo portarono a teatro, accolti da entusiastiche acclamazioni.

Noi sappiamo i nomi dei patrioti più ragguardevoli e ne possiamo conoscere l'attività non solo in base alle testimonianze orali che ci sono state tramandate, ma anche da un registro della polizia delle persone compromesse politicamente. L'Austria, infatti, per un senso di comprensibile diffidenza, nel ventennio dal 1848 al 1867, pur lasciando sussistere la polizia comunale, tenne a Fiume un commissario superiore di polizia quale osservatore, facendo pagare al Comune 32.000 forini annui per il suo stipendio. E questi appunto compiló un "Verzeich- nis der politisch-Kompromittierten", che si trova nell'Archivio di Stato di Fiume (1° -280), dal quale desumiamo la maggior parte di queste notizie. E così è documentata l'esistenza nella piccola Fiume, che contava poco più di 10.000 abitanti, di un forte gruppo di irredentisti. Osserviamo a questo punto che nel movimento nazionalista di Fiume bisogna distinguere un gruppo apertamente irredentista e un altro gruppo che, pur essendo fermo nel propugnare e difendere la cultura e le tradizioni italiane della città, puntava, sul terreno concreto dell'azione politica, ad ottenere la riannessione all'Ungheria. Ma ciò è anche comprensibile quando si pensi che l'Italia era allora appena in via di costituzione e l'unione ad essa poteva apparire alle menti più illuminate non più che come un sogno lontano, mentre l'immediata salvezza dell'autonomia e dell'italianità della città poteva essere rappresentata solo dall'Ungheria, con la quale, del resto, nella sua lotta contro l'Austria, avevano contatti anche i nostri maggiori uomini politici. Questo secondo gruppo costituiva il cosidetto partito italo-ungherese, del quale i più attivi esponenti nominati nell'elenco erano: 

Francesco Bartoli, Giovanni Carina, Eugenio, Giovanni e Giuseppe Cosulich, Giovanni Ciotta, di famiglia oriunda di Livorno, che fu Podestà di Fiume dal 1872 al 1897, Giovanni Cattalinich, Francesco Dobrovich, Nicolò Dergnievich, Luigi Deschmann, Antonio Gabre, Paolo Gaslovich, Edoardo Hauslik, Carlo Huber, Antonio Lassovich, Paolo Lenussi, Marziale e Norberto Malle, Gior- gio Milledragovich, Valentino Marussich, Vincenzo Millich, Olivo Rumich, Giuseppe Scalamera, Pietro Sicherle e Benvenuto Torri. A questi bisogna aggiungere il Dott. Antonio Felice Giacich, il quale scrisse anche un opuscolo: "Reminiscenze storiche del Municipio di Fiume dal giorno dell'occupazione dei croati", Gaspare Matcovich, che nel 1848 cooperò col conte Domini all'armamento del brick "Implacabile" per farne una nave da guerra ungherese, che avrebbe dovuto soccorrere Venezia, e poi subì la prigione per la sua fiera attività di agitatore contro i croati, Giuseppe Sgardelli, Giuseppe Wallaschnig. Luigi Francovich, che era in intima amicizia con l'ungherese Klapka, emissario di Kossuth in Italia. Questi fiumani ebbero una parte di primo piano nella lotta per la liberazione della città dal giogo croato e la sua riannessione all'Ungheria.

E ricordiamo qui anche i nomi dei quattro deputati che Fiume si decise a mandare alla dieta di Zagabria del 1867: Casimiro Cosulich, Giovanni Martini, Antonio Randich, Ernesto De Verneda "ma solo per protestare contro ogni unione della città alla Croazia". La protesta venne fatta dal Verneda in italiano, sollevando alla Dieta un vero putiferio, in seguito al quale i Deputati abbandonarono la seduta. Il gruppo veramente irredentista faceva capo ad Ercole Rezza, genovese. Questi, trasferitosi a Fiume, aveva iniziato la pubblicazione, nel 1857, dell' 'Eco di Fiume" che venne soppresso dalla polizia nel 1860 e sostituito quindi dallo stesso Rezza con "La Gazzetta di Fiume". A questa egli diede un indirizzo apertamente irredentista, tanto che nel 1862 egli ebbe a subire un processo per lesa maestà. Il Rezza era strettamente collegato con il movimento irredentista veneto e con molti patrioti del Risorgimento. È lui che stampa nel 1857, 1858 e 1859 la "Porta orientale" diretta dall'istriano Carlo Combi; è lui che organizza la diffusione dei libri rivoluzionari proibiti dall'Austria. Egli infatti era in attive relazioni col libraio Giovanni Grondona di Genova, fervente cospiratore mazziniano, il quale riceveva le stampe rivoluzionarie dalla Svizzera e le diffondeva in tutta Italia fino a Fiume per mezzo di velieri liguri che facevano il commercio di cabo- taggio lungo le coste del Tirreno e dell'Adriatico. Così si spiega come libri italiani proibiti dall'Austria furono trovati nelle biblioteche di patrioti fiumani quali il Peretti, il Politei, autore dell' "Almanacco Fiumano ", e il Ciotta.

Attiva figura di primo piano e fiumano anche di nascita è Luigi de Peretti (1819-1892). Nel 1848 egli teneva l'ufficio di segretario comunale e si trovò a fronteggiare, insieme al cognato, Agostino Tosoni, vice-capitano della città, l'invasione croata e a sostenere la difesa dei diritti autonomi della città. Nel 1854 venne destituito dalla carica; nel 1861 però fu eletto giudice rettore, e cioè direttore della polizia municipale. Il commissario austriaco lo accusa che in tale sua qualità, anziché impedire le dimostrazioni, le promuoveva. Era, oltre tutto, uomo di spirito e faceva circolare tra la popolazione i suoi scritti satirici. Fra questi sono rimasti famosi un "Credo" e un "Padre Nostro". II" Credo" è redatto in questi termini: "Credo in Napoleone Bonaparte, creatore dell'Impero Francese e del Regno d'Italia, così in Luigi Napoleone Bonaparte suo nipote, amico e salvatore nostro, il quale fu concepito per opera della Divina Provvidenza e nac que per la nostra liberazione. Credo nel Regno, costituito da Vittorio Emanuele, la santa unione lombardo-veneta-piemontese, la vita di fratellanza eterna". II "Padre Nostro" suona così: "Padre Nostro che siete a Vienna, sia dimenticato il nome vostro, il vostro regno sia ristretto al di là delle Alpi, non sia fatta la volontà vostra, nè in cielo nè in terra, dateci il pane che ci avete rubato, rimetteteci quell'oro e quell'argento siccome noi vi rimettiamo la carta moneta, non indu- ceteci alla disperazione, ma liberateci dalla vorace aquila vostra adesso. e per sempre. Così sia". Nel 1872 egli fu nominato dirigente magistratuale, cioè segretario generale del Comune e fu anche candidato al Parlamento ungherese. Egli assurse a vero e proprio simbolo della difesa dell'italianità del Comune.

Al gruppo nettamente irredentista dobbiamo inoltre ascrivere i seguenti indiziati: 

Giuseppe Accurti, Giovanni Agapito, Federico Böhm, Alessandro Bosichi, Conte Vincenzo Domini, Serafino Fulvi, Cario Lu- carelli, don Bernardino Malle, Roberto Marocchino, Giacomo Ricotti, Andrea Rossi, Giovanni Samsa, Antonio Walluschnig e Faustino Zanon. Giuseppe Accurti era un ufficiale di marina. Prima aveva prestato servizio in quella austriaca, ma nel 1848 era passato a militare con la Repubblica di Venezia; e nel 1859 si era arruolato nella Marina sarda quale Tenente di vascello. Carlo Lucarelli era cittadino pontificio e faceva il sarto. E indiziato di agire contro il suo legittimo governo e di aderire al partito rivoluzionario italiano. Federico Böhm era un tedesco venuto a Fiume dalla Dalmazia e, benchè tale, fervente apostolo della causa italiana. Il conte Vincenzo Domini era nativo di Casarsa del Veneto e mori a Fiume nel 1902. Ex-ufficiale della Marina austriaca, dalla quale aveva dato le dimissioni, nel 1848, per incarico di Luigi Kossuth, aveva condotto in Inghilterra il brick "Implacabile" che avrebbe dovuto portare soccorsi a Venezia, come detto più sopra. Però il brick venne sequestrato dal Governo inglese e consegnato a quello austriaco. Rientrato in Austria, il Domini subi il carcere per oltre un anno. Poi fu graziato, e venne a Fiume, dove apri una scuola per capitani marittimi mercantili, che acquistò grande fama, tanto che nel 1872 venne nominato quale direttore dell'Accademia Nautica, istituita dal Governo ungherese. È accusato di essere ardente fautore del partito italiano e di essere imparentato col conte Ercole Rudio, noto mazziniano. Alessandro Bosichi era figlio del console generale di Russia a Fiume; nel 1859 si era arruolato nelle file garibaldine ed era tornato a Fiume nel 1863. Altri fiumani che parteciparono alla guerra per l'indipendenza furono: 

Roberto Marocchino, i fratelli Antonio e Luigi De Emili, Giuseppe Bradicich, i due fratelli Kinsele, il Feni, Zanetto Rossini, Carlo Poglayen, Giovanni Samsa, Antonio Walluschnig, Santo Baccarchich.

Questo è il contributo che la piccola Fiume, quando l'Italia non era ancora formata, portò, con l'opera animosa dei suoi migliori cittadini, all'indipendenza e all'unità della Patria; e per coronarle con la propria redenzione, essa le offrì nella prima guerra mondiale la vita di sette suoi figli e centodieci volontari di guerra, senza contare quelli che per la loro fede italiana subirono l'internamento e disertarono dalle file dell'esercito austro-ungarico. Ed è da questo sangue offerto alla Patria attraverso le vicende di un secolo, dal 1848 al 1945, che Fiume trae la certezza nell'avvenire della sua ineluttabile unione all'Italia.

Slovenia, cimitero a cielo aperto d'Europa


Abbiamo esaminato la scomparsa delle popolazioni neolatine nei territori della Slovenia dai tempi della fine dell'impero romano. Abbiamo analizzato lo sterminio attuato dalle invasioni slave che cancellarono la romana Emona (oggi chiamata Lubiana) e dintorni nel settimo secolo, ricordando che fino ad oltre l'anno mille vi erano numerose popolazioni ladine nelle vallate e montagne di quella che fu la Venezia Giulia del Regno d'Italia. Del resto lo stesso Dante cita l'esistenza nel Trecento di queste popolazioni, che avevano una lingua simile a quella friulana, a Postumia e nell'area delle grotte che gli ispirarono l'ingresso al suo "Inferno".

Ma dal Rinascimento inizia la lenta e costante assimilazione dei rimanenti neolatini nella Venezia Giulia centro-settentrionale da parte degli sloveni locali, grazie anche al servilismo slavo verso i dominatori austriaci che li preferivano agli "italiani". Questa assimilazione avvenne talora in forma forzata, specie nell'Ottocento asburgico; comunque mai si raggiunsero i livelli dei massacri avvenuti al tempo delle invasioni barbariche (anche per via dell'azione civilizzatrice attuata dalla Chiesa cattolica di Roma).

Purtroppo un ritorno di questa barbarie si ebbe nella seconda guerra mondiale, quando praticamente sparirono dalla Slovenia quasi tutte le popolazioni neolatine insieme a centinaia di miglia di slavi/tedeschi/ebrei/ecc. in uno spaventoso bagno di sangue dove la Slovenia divenne "il cimitero a cielo aperto dell'Europa" (specialmente durante e dopo il 1945).

In questo articolo cerco di spiegare come sia potuto accadere questo fatto, traducendo in parte (e trascrivendo) brani di autori che hanno scritto in merito.

Prima di tutto va ricordato che la Slovenia viene ad essere l'unico posto d'Europa dove si incrociano il mondo slavo, germanico e latino (e finanche quello magiaro!). E nel Novecento -il cosiddetto secolo dei nazionalismi- questo fatto comporto' scontri e tentativi di assimilazione come non se ne sono visti altrove in Europa. Non mi dilungo in merito, ma voglio ricordare il "crescendo" di morti dovuto all'iniziale terrorismo antiitaliano degli sloveni del TIGR, seguito prima dall' occupazione tedesca e italiana e poi, specialmente dopo il 1943, dalla guerra partigiana dei comunisti di Tito con gli ustascia croati in queste martoriate Slovenia e Croazia.

In secondo luogo, va ricordato che il dittatore Tito era di madre slovena e questo fatto gli fece approvare la "pulizia etnica" di tedeschi ma anche di italiani ed altri a favore del suo popolo slavo. Essendo inoltre un comunista cresciuto nella logica stalinista dell'epoca, Tito attuo' i metodi brutali di "soppressione" (e successivamente di "sparizione del misfatto" con falsificazioni) dei nemici vinti attuati dagli stalinisti nell'Europa orientale: ma il fatto che la Slovenia si trova al confine tra Europa occidentale ed orientale ha comportato che queste esecuzioni di massa siano state documentate con relativa precisione (a differenza di quanto avvenuto in Russia/Ucraina/Polonia/ecc.) e dopo la fine della guerra esposte pubblicamente.

In terzo luogo va ricordato quanto rinvenuto su questi eccidi dalla governativa "Komisija za reševanje vprašanj prikritih grobišč" (Commissione per fosse comuni nascoste in Slovenia) finora negli ultimi anni: Agosto 2007: 550 fosse comuni; Febbraio 2008: 570 fosse comuni; Ottobre 2009: 581 fosse comuni; gennaio 2011: 594 fosse comuni. In totale si parla di OLTRE 120.000 CADAVERI RINVENUTI ufficialmente finora nel cimitero a cielo aperto detto Slovenia. Ma alcuni studiosi sloveni (come Franc Perme e Anton Zitnik) arrivano a calcolare in quasi mezzo milione di persone le vittime sepolte in slovenia tra il 1945 ed il 1950! In poche parole, mezzo milione di uccisioni in una Slovenia che in quel 1945 non raggiungeva i 2 milioni di abitanti... significa che vi fu sterminata quasi la quarta parte della popolazione maschile atta alle armi (ma a onor del vero va ricordato che la meta' degli uccisi non erano sloveni): con Tito la Slovenia torno' ai massacri mostruosi del Medioevo barbarico con le selvaggie invasioni slave...

Per ultimo voglio precisare che esiste un'organizzazione di titini e neotitini che mira a fare scomparire "evidenze" su questi massacri (per ovvie ragioni, dato che alcuni dei responsabili dei massacri sono ancora in vita e non sono stati mai consegnati alla giustizia, a differenza dei criminali nazisti): questo rende difficile anche solo esporre con precisione questi massacri titini! Ne sa qualcosa lo stesso presidente Napolitano, attaccato duramente per avere "osato" esporre la verita' su quanto fatto dopo il 1943 agli italiani nella Venezia Giulia e Dalmazia, quando ne parlo' nel "Giorno del Ricordo" del 2007 ricordandone i "sinistri contorni di pulizia etnica".

Ecco a continuazione quanto scritto su questi massacri, nella parte della Slovenia che era la Venezia Giulia del Regno d'Italia, da Franc Perme ed altri sloveni nel libro "Slovenia 1941-1952. Anche noi siamo morti per la Patria" (titolo originale: "Tudi mi smo umrli za domovino / Slovenia 1941-1948-1952"):


GLI ABISSI COME TOMBE DI MASSA

Della foiba Krimska, della foiba Mokrska, della foiba dei Ziglovic, e di quella dei Kozlov si bisbigliava solamente a quattrocchi. Sugli abissi si era poi sussurrato fino al 1990. Si parlava delle foibe, ed i nostri giornali scrivevano definendole come grossolane e provocatorie bugie degli irredentisti italiani.È stato scritto molto sugli abissi di Kocevje, ma sugli abissi (foibe) del Litorale dove sono finiti gli italiani poco o nulla era stato detto.Le foibe sul Litorale sloveno sono state sempre descritte come l'ultimo posto di riposo di martiri conosciuti e sconosciuti, che furono assassinati solamente per vendetta e per il tronfio orgoglio dei vincitori sui vinti e come una epurazione del territorio dai nemici di classe, per accaparrarsi e requisire il potere assoluto e molte loro proprietà. Dopo l'occupazione da parte dei partigiani del Litorale, cioè della Venezia Giulia di Trieste e di Gorìzia, erano iniziati molteplici arresti già dal 1° maggio, fino alla spartizione e rispettivamente la collocazione della linea di demarcazione della zona A e B. Arrestati furono soprattutto dei possidenti di classe elevata e anche famiglie intere che nel contempo furono depredati anche dei loro patrimoni.Gli arrestati a Gorizia erano soprattutto gli addetti alle scuole, i militari ed i civili della città.La maggioranza degli arrestati erano stati immediatamente portati via e gettati nelle foibe, cioè in quella di Basovizza, di Monrupino nel circondario di Opicina e nei fossati intorno a Stanjel.I Domobranzi catturati nelle postazioni di Tolmino, Salcano, Fossa Baska e alcune centinaia di bersaglieri, catturati presso Mlinsk, erano stati immediatamente trucidati e gettati nel precipizio di Zagomila sotto Grgar (l'italiana Gargaro), circa cento bersaglieri erano stati portati a Tolmino, da dove erano scomparsi. I catturati di Trieste, destinati ai lavori forzati, durante la ritirata da Trieste li portarono nelle prigioni di Lubiana e là entro la fine del 1945 li avevano trucidati tutti. Dove si trovino i loro sepolcri, non si ricorda niente, e nemmeno chi li abbia liquidati.

GLI ABISSI INTORNO A PIVKA (L'ITALIANA SAN PIETRO DEL CARSO) - LE GOLOBINE:

Da queste parti in alcuni luoghi vi sono degli abissi denominati Golobine (colombaie). A Prestrane, durante i primi mesi del dopoguerra, nel campo di concentramento, o meglio nelle aviorimesse dell'esercito italiano, erano state internate delle persone. Si stima che il numero di persone, fonti scritte non se ne hanno, fossero state circa cinquecento. Quando il campo di concentramento fu abbandonato, in agosto 1946, a seguito dell'amnistia, di tutti gli internati erano arrivati a casa solamente qualche decina.La maggioranza degli internati erano stati portati via e gettati nelle Golobine.

GLI ERRORI (ORRORI) DELLA RIVOLUZIONE:

Il precipizio Golobivnica presso Lokva, i prati di Loka-Brezove-Susice, nel Comune di Sezana (l'italiana Sesana), il precipizio foiba Kasirova, presso Slopa, nel Comune di Herpelje-Kozine (le italiane Erpelle e Cosine), il cimitero di Bukovici ed il cimitero nella Golobovina sulla strada di llirska Bistrica-Sebijami, (le italiane Bisterza ovvero Villa del Nevoso - Sebiano), e sull'intero territorio del Comune di llirska Bistrica (l'italiana Bisterza ovvero Villa del Nevoso) sono solamente i maggiori sepolcri e le più grandi tombe dei massacri di massa eseguiti dopo la fine della guerra.

GLI ABISSI NEL BOSCO DI TRNOVO (L'ITALIANA SELVA DI TARNOVA):

1) ZAGOMILA PRESSO GRGAR (l'Italiana Gargaro). La foiba è profonda 40 metri, nelle sue viscere giacciono soprattutto dei domobranzi del Litorale (italiani di lingua slovena), arrestati nelle vallate dell'lsonzo e trasportati dalle prigioni di Gorizia il 6 e 7 maggio 1945 inoltre dei civili italiani di lingua slovena, e probabilmente, anche soldati e civili di nazionalità e lingua italiana.

2) ZALESNIK PRESSO TRNOVO (l'italiana Tarnova). La voragine è profonda 130 metri, e vi trasportarono persone, combattenti e civili di nazionalità italiana di lingua slovena e italiana nel maggio e nel luglio del 1945 dalle prigioni di Gorizia, in tutto qualche centinaio. 

3) CVETREZ PRESSO TRNOVO, (l'italiana Tarnova)… presso il casale Zavrh, c'è il precipizio profondo 90 metri…In questo abisso l'identità delle vittime, il periodo e la provenienza sono le stesse che a Zalesnik, numericamente qualche centinaio.

4) FOIBA PRESSO OBREZNICA SULL'OTLICI (territorio italiano)

Da Obreznice verso Podkaplice. Non vi sono né dati né indicazioni, su quanto è stato investigato, ma solo dalle testimonianze degli abitanti di Obreznice, costì poco dopo la fine della guerra furono portati dei carichi di persone, si suppone da Gorizia, incatenati tra di loro e con le mani legate, furono fucilati e gettati nel precipizio.

BARATRI SULLA CRNOVRSKA PLANOTA (TERRITORIO ITALIANO):

1) PRECIPIZIO ANDREJCKOVO (territorio italiano).Profondo 63 metri.In base alle deposizioni di alcuni testimoni dalla fine di maggio, e più credibile fino all'11 oppure 12 luglio del 1945, avevano portato fin qui, durante la notte con dei camion ed altri mezzi di trasporto molte persone, che furono fucìlate e gettate nel precipizio.Potrebbero essere state duecento o forse di più, furono trasportate presumibilmente da Ajduvscina (l'italiana Aidussina).

2) PRECIPIZIO AJHARJEVO (territorio italiano).Profondo 14 metri. Nell'ultimo giorno di maggio del 1945 avevano prima di notte per due volte portato delle persone da Gorizia oppure da Aidussina, tra queste considerevole era la presenza di donne, che furono gettate nel precipizio.

ALTRE SEPOLTURE SUL LITORALE (TERRITORIO ITALIANO):

1) FOSSA PODGRIVSKA NELLA GORENJA TREBUSA (l'italiana Trebusa Superiore).Nella fossa ci sono, secondo le più precise valutazioni, 500 tumulazioni, solamente di italiani di lingua slovena trucidati solamente durante la guerra.

2) I SEPOLCRI DI ZAKRIZ PRESSO CERK (territorio italiano). In questo sepolcro ci sono 23 vittime. Nelle immediate vicinanze si trova un altro tumulo con 27 vittime, massacrale lo stesso giorno.

Dopo la fine della guerra i partigiani avevano arrestato 42 persone di Postojna (l'italiana Postumia). Dove si trovi il posto del loro ultimo riposo, non si sa con certezza, forse nelle vicinanze della strada per Javor oppure dietro alla caserma del comando di Ravbar.

3) IL PRECIPIZIO A ZAGORI (territorio italiano). Dopo la guerra, in verità nella seconda metà di maggio, si erano notificati alle autorità a Logatec circa 60 ragazzi. Erano della parrocchia di Rovte e Sentjost. Ii avevano finito le loro vite macellati nelle caverne del bosco. 

3) IL SEPOLCRO NEL PRECIPIZIO SOTTO IL MONTE KLES VICINO A| POZARJE KOCE (territorio italiano). Quante sono le vittime che riposano in quell'abisso, non lo si è mai venuto a sapere. Secondo la narrazione di Brusa di Hrusice circa cento.

LE TOMBE COLLETTIVE SCOPERTE FINO ADESSO NEI DINTORNI DI TOLMIN (L'ITALIANO TOLMINO) TOMBE COLLETTIVE, CHE ERANO PRESENTI GIÀ PRIMA DELLA FINE DELLA GUERRA (CIOÈ FINO AL MESE DI MAGGIO DEL 1945):

1. La sepoltura nel bosco vicino al villaggio di Cadrag. Là i partigiani avevano costituito alcune specie di tribunali partigiani definiti rapidi e li avevano costituiti con delle persone primitive, ed analfabete. Nella casa all'estremo limite del villaggio (presso Krizarje) avevano portato delle persone accusate, erano state velocemente interrogate, portate nel bosco più vicino e fucilate. Non c'è lì nessuna naturale foiba carsica, e per questo li avevano seppelliti in terra. A causa del terreno sassoso molto superficialmente questi cadaveri furono scoperti dagli animali selvatici. A lungo gli abitanti avevano raccolto le ossa per il bosco e le seppellivano in un modo più umano. Nella maggioranza dei casi erano della vittime innocenti, solamente per qualche sospetto oppure erano stati colpiti per pura e sola personale resa dei conti. 

2. Il sepolcro nella foiba carsica nei dintorni del villaggio di Gorenja Trebusa. (l'italiana Trebusa Superiore) A Gorenja Trebusa vi era stata la sede del IX Korpus (e/o trattoria degli Skok). Nel 1944 -1945 i partigiani avevano pressoché giornalmente trasportato delle persone, ed anche intere famiglie con bambini… le vittime venivano fatte procedere a piedi per ulteriori 2 chilometri, là trucidate e poi gettate nella profonda foiba carsica, che i contadini del luogo conoscono bene.Si sapeva anche, che le vittime erano state per la maggioranza delle vallate di Vipava (l'italiana Vipacco) e di Gorizia. 

3. Sepolcri lungo il ruscello sopra il villaggio di Gabrje.In questa località sono state liquidate moltissime persone locali di Tolmin (l'italiana Tolmino) e dei suoi dintorni. Trucidavano persone del tutto innocenti, bastava essere parenti di qualcuno che era stato uno dei domobranzi, o che fosse stato un tempo un impiegato italiano oppure avesse avuto qualche altro incarico pubblico. All'inizio avevano fatto credere, che regolamentavano questioni pubbliche, poi si seppe che le motivazioni erano assolutamente private e frutto di un soverchio rancore.

SEPOLTURE COLLETTIVE, AVVENUTE NEL DOPOGUERRA (1945-1946):

1) TRINCEE E FERITOIE SUL MONTE DEL CASTELLO DI TOLMIN (L'ITALIANA TOLIMO). I partigiani avevano occupato la caserma a Tolmino, che era stata accuratamente recintata già da quando era stata costruita. Oltre alla caserma così recintata poi si erano ancora, a parte, potuto recintare altri due grandi fabbricati a piano rialzato, nei quali avevano condotto i civili, in molti casi intere famiglie con mogli e bambini e donne singole.Le fucilazioni venivano eseguite lungo lo scavo delle trincee sul materiale di riporto e le vittime successivamente sotterrate.

2) FOSSA COMUNE DEI DOMOBRANCI ITALIANI DI LINGUA SLOVENA DI TOLMIN, (l'ITALIANA TOLIMO) sulla strada Salkan-Grgar sotto Sveto Coro (le italiane Salcano-Gargaro sotto il Monte Santo). Alla liberazione nel maggio 1945 i domobranzi italiani di lingua slovena di Tolmino dalle proprie postazioni di Kobarid e Tolmin (italiane Caporetto e Tolmino) in colonna si erano mossi lungo la strada verso Gorizia, perché da là si sarebbe meglio varcato il confine verso occidente, dove erano già arrivati gli alleati.Nei pressi dì Salcan (l'italiana Salcano) però i partigiani avevano preparato loro un'imboscata, li accerchiarono e li disarmarono. La maggioranza era composta da persone molto giovani di Tolmino, che erano stati mobilitati poco prima. Li deportarono lungo la strada verso Grgar (l'italiana Gargaro) e in un posto a circa metà strada vennero fucilati e li gettarono nella profonda foiba carsica, dove riposano ancora oggi.

3) MOLTI GRANDI SEPOLCRI poi sono dispersi dappertutto lungo il territorio di Tolmino. Sorti spontaneamente sul luogo dove avveniva il crimine... Gli italiani oggi cercano lungo il territorio di Tolmino la sepoltura di 67 militari italiani (bersaglieri), che avevano fino alla liberazione collaborato con i tedeschi. Si sa che furono portati nella caserma di Tolmino, e che da qui, di nascosto, erano spariti.

Va precisato che Franc Perme considera nelle ultime pagine del suo libro che "La Slovenia è ultra satura d’enormi cimiteri nascosti di persone assassinate... Le loro testimonianze indicano che il numero dei massacrati potrebbe certamente essere anche superiore ai 550 mila."

Perseguitato il clero soprattutto italiano «La chiesa molto ben radicata in Istria, andava distrutta»

Al convegno il prof. mons. Pietro Zovatto (Università di Trieste) è intervenuto in merito alla persecuzione titina del clero fedele al Vaticano. «Dopo la Seconda Guerra Mondiale – ha rammentato – la Diocesi di Trieste e Capodistria, che si estendeva in parte dell’Istria fin quasi a toccare Fiume, venne divisa in tre amministrazioni apostoliche. Per il Goriziano era responsabile Franc Močnik, che non venne accettato dall’amministrazione dell’Esercito jugoslavo e fu rimandato a Gorizia. Si recò a Belgrado e Lubiana per parlare con le autorità, ma una volta tornato fu preso, messo in un sacco, bastonato, preso in giro e buttato oltre confine. Antonio Santin de iure era ancora vescovo di tutta quanta la diocesi, ma de facto non poteva andare oltre confine. Nel 1946 si recò per impartire le cresime a Cittanova, ma nel duomo due giovani di 15 e 16 anni, entrati in chiesa all’inizio della cerimonia con il fucile spianato, lo fecero uscire immediatamente. Nel 1947 a Capodistria fu pestato, con la connivenza delle autorità jugoslave, e poi non poté più andarci per amministrare le cresime, benché avesse chiesto l’autorizzazione. Il segretario di Stato Montini protestò. Il terzo amministratore apostolico nel territorio occupato dagli jugoslavi fu addirittura cosparso di benzina mentre si recava in una chiesa e incendiato».

A Fiume solo croati che parlavano l'italiano? (Kristjan Knez)

Per alcuni studiosi, parlare degli Italiani di Fiume sarebbe fuori luogo o meglio ritengono rappresenti una questione controversa, molto discussa e non ancora risolta. È solo un problema interpretativo o ci troviamo di fronte a qualcos’altro? Da almeno un secolo e mezzo, cioè dall’età dei risorgimenti nazionali e delle contemporanee o successive spinte nazionalistiche, determinati ambienti politici e culturali cercano di proporre la tesi di un’italianità fiumana artificiale, giunta da altrove, quindi trapiantata, tanto da essere presentata come una sorta di “pianta esotica”.

Per giustificare una presenza che ha plasmato concretamente la città sulla Fiumara, si tirano in ballo addirittura Venezia e i suoi commerci. Quest’ultima, grazie all’influenza esercitata e alla sua forza attrattiva, avrebbe “italianizzato”, in un’accezione assolutamente negativa, la vita sociale dello scalo quarnerino. Gli Italiani residenti, di conseguenza, fin dall’inizio furono considerati estranei a quel contesto, oriundi, approdati colà soprattutto per motivi economici, per praticare i commerci.
Per sostenere una tesi claudicante e maldestra, era doveroso falsificare la vera natura del capoluogo liburnico, occultare le sue peculiarità e presentare la città come croata “ab initio”.


La stessa stampa coeva diffondeva un’immagine contraffatta di Fiume e contribuiva a forgiare l’opinione pubblica, offrendole una messe di argomentazioni manipolate a sostegno delle rivendicazioni avanzate in sede politica. Non erano per niente inusuali le considerazioni sulla “Fiume edificata dai Croati”, per esempio. Non vi era però spazio per la sua dimensione plurale, anche bilingue, non dimentichiamolo, in cui popolazioni romanze e slave nel corso dei secoli si erano intersecate e anche fuse. Tutto ciò era, ed è, volutamente ignorato, perché non giova a certe macchinazioni.
E per dare un’impronta un po’ più credibile, sempre nel periodo delle passioni nazionali, si ritenne opportuno dipingere la classe dirigente fiumana (italiana) come una sorta di sparuta minoranza. 

Quest’ultima sarebbe stata un corpo staccato, il quale, però, avrebbe fagocitato ogni potere e di conseguenza detenuto un’autorità e un prestigio capaci di piegare tutto e tutti alla sua volontà, “opprimendo” la componente croata che avrebbe costituito la maggioranza assoluta della popolazione. Allorché i Fiumani stanchi del dominio croato, iniziato nel 1848, ai primi anni Sessanta di quel secolo decisero di scalzarlo a favore dell’antica autonomia.
Per Ivan Kukuljevi?, membro della Dieta di Zagabria, lo stato di “anarchia” doveva terminare proprio come “il dominio sopra la nazione slava di alcuni italiani colà stabiliti”. In altre parole essi erano visti come dei colonizzatori.
Gli Italiani, allora, avrebbero controllato e sfruttato quell’angolo adriatico nello stesso modo in cui gli Inglesi amministravano l’India. Nulla di più falso! Quel cliché, comunque, era stato accolto senza obiezioni e non pochi furono i sostenitori che alimentarono quell’idea. Erano veramente convinti delle asserzioni che andavano diffondendo o erano in malafede?

Nella Croazia banale può essere comprensibile non si conoscesse appieno la realtà fiumana e quindi fosse più facile diffondere artatamente un’immagine falsa.
Meno chiara è invece la posizione difesa da quanti avevano avuto modo di conoscere la specificità di quel centro urbano. In quel caso si tratta di una palese contraffazione. E come tale dobbiamo considerare le valutazioni dello sloveno Janez Trdina, docente, scrittore e giornalista, che al ginnasio fiumano aveva insegnato per una dozzina d’anni (1855-1867).
Ebbene, questi scrisse che Fiume era stata edificata “dai più puri croati” e che in essa si parlava principalmente il croato. I “signori” avrebbero appreso l’italiano soltanto a scuola e grazie ai rapporti, in primo luogo commerciali, con i Veneziani che dominavano sull’Istria, sulle isole del Quarnero e sulla Dalmazia, mentre successivamente nella città di San Vito si sarebbero trasferite anche numerose famiglie italiane. E alla fine si contraddice, giacché riconosce che “Fiume mai s’era riconosciuta come una città croata”, malgrado fosse, a suo giudizio, “per origine e per sangue più croata di Zagabria”.

Gli intellettuali italiani della regione erano consapevoli delle mistificazioni che sempre più si tentava di far passare per buone. L’istriano Carlo De Franceschi, proprio da Fiume, alla fine del 1860, scrisse all’amico Pietro Kandler: “La nostra storia viene dai Croati invalidata. Secondo loro, croato o slavo è tutto il paese di qua dall’Alpi sino all’Isonzo e più oltre. L’antica Venezia era occupata da Slavi, la moderna città fu fondata in massima parte da emigrati slavi della costa istriana”.
Sembra proprio non siano trascorsi centocinquant’anni, poiché anche nel terzo millennio non è affatto inusitato imbattersi in affermazioni che attingono nientemeno che a tesi anacronistiche che dovrebbero costituire tutt’al più un oggetto di studio storiografico. E poi vi è il “noto” censimento del 1851 curato dalle autorità croate
Nella città liburnica su una popolazione di 12.667 anime, gli Italiani avrebbero costituito poco più del cinque per cento degli abitanti complessivi. I dati, fortemente ambigui, che non svelano, tra l’altro, i criteri utilizzati nel rilevamento, furono dapprima diffusi dalle “Narodne novine” di Zagabria del 1852, successivamente furono divulgati dallo storico Franjo Rački.

Come evidenzia lo storico Attilio Depoli quella percentuale non corrisponderebbe alla reale consistenza numerica della componente italiana, perché non si riferiva alla lingua materna, bensì all’appartenenza politica, per cui tutti i cittadini di Fiume, ivi nati, erano registrati semplicemente come croati, mentre coloro che erano giunti da contesti diversi furono annotati usando un altro parametro.
Depoli scrive, ancora, che il criterio usato fu quello della “natio” cioè della “narodnost”, che corrispondeva all’appartenenza politica dei Fiumani, quindi anche gli Italiani, in quel periodo sudditi della Croazia, erano indicati come Croati, ma “non perché si sentano tali o perché si servano della lingua croata”.
Che si tratti di un’incongruenza è più che evidente; e secondo questa interpretazione una modesta comunità italiana avrebbe detenuto una forza non indifferente e un’influenza notevolissima, in grado di monopolizzare la scena urbana in tutte le sue articolazioni. Successivamente, invece, essa sarebbe aumentata demograficamente conquistando una posizione preminente che avrebbe modificato il carattere slavo di quel territorio.

Il già ricordato Trdina scriveva sul “Pozor” di Zagabria che sino a quel momento, cioè gli anni Sessanta del XIX secolo, alla città di San Vito “era stata imposta la nazionalità italiana”, che i tempi erano ormai cambiati e che la giustizia era prossima a riparare i torti, mentre la “nostra città croata”, finalmente, non avrebbe più “danzato” secondo la “musica” di una ventina di “famiglie forestiere” e alcuni “infami traditori”.

Sono solo fisime. Basti ricordare che il municipio di Fiume, orgoglioso della sua autonomia e difensore dell’italianità linguistica e culturale, intesa come elemento imprescindibile, da conservare in quanto patrimonio della sua specifica identità, mosse dura battaglia a coloro che erano intenti a croatizzare la città. Quella presa di posizione non passò inosservata e fu registrata anche dal barone du Règne, agente consolare francese nella città liburnica, in un rapporto a Touvenel, ministro degli esteri di Napoleone III.
La “Gazzetta di Fiume”, il 17 gennaio 1861, caldeggiava l’autonomia cittadina nonché “(…) il bisogno lampante come la luce del sole di conservarle la lingua italica come quella che realmente prepondera nel paese; ed è egualmente naturale che il Pozor ed i suoi allucinanti corrispondenti, nei momenti di parossismo si facciano a bandire l’ostracismo contro la lingua italiana, ostracismo che vorrebbero estendere addirittura anche su tutti quelli che la parlano. Ma si calmino questi signori, ed apprendano che questa lingua è quella dei fiumani, che ereditarono dai loro padri, nonni, e bisavoli, e che nella stessa guisa che la parlano attualmente la parleranno e scriveranno anche in appresso, rispettando sempre come è di dovere la lingua slava in miglior modo che non facciano i loro avversari di contro all’idioma italico qui preponderante”.

Da questo passo si evince altresì che la convivenza non era una parola vuota, ma qualcosa di concreto, un valore da rispettare. Anche di fronte all’evidenza si tende ancora ad occultare la verità storica, e recentemente lo storico dell’arte Igor Žic ha nuovamente ribadito che nel periodo austro-ungarico, Fiume sarebbe stata abitata solo da Croati i quali parlavano l’italiano.
Tante acrobazie pur di non ammettere l’esistenza concreta della collettività italiana autoctona su quei lidi. Vi erano certamente croati che usavano correntemente e correttamente l’italiano, ma costituivano solo un tassello di quella società plurale che ancora non si vuole riconoscere e rappresentare com’era. Stendiamo un velo pietoso.

La pulizia etnica come oggettivo risultato finale: gli italiani stranieri in casa propria (Orietta Moscarda Oblak)

Se il risultato dell'esodo fu oggettivamente la “pulizia etnica” dell’Istria dalla presenza italiana, è necessario risalire alle origini del fenomeno, per verificare se si trattò di un disegno prestabilito oppure di una catena di azioni e reazioni, in certa misura almeno impreviste, che l’evolversi degli avvenimenti finì per configurare come un evento epocale per la storia istriana. Per poter scegliere però fra un’ipotesi per così dire “intenzionalista” e una invece di tipo “funzionalista”, è indispensabile fare chiarezza sull’evoluzione della politica jugoslava nei confronti degli italiani dell’Istria e sulla logica interna che la governò, e quindi distinguerla in tutte le sue articolazioni e nei diversi periodi. Muovendosi all’interno di tale prospettiva sono dunque individuabili una serie di soggetti politici – il governo federale, quelli repubblicani, i Comitati popolari di liberazione, la polizia segreta (OZNA), l’esercito, mossi da logiche spesso diverse, come a esempio la rivalsa nazionale, ben presente a livello repubblicano croato e sloveno, e l’aggressività nazionale e ideologica, che, secondo innumerevoli testimonianze, permeò l’azione dei quadri locali del regime. Discrepanze in tal senso si possono notare anche in riferimento all’atteggiamento tenuto nei confronti delle partenze degli italiani: partenze che a livello locale furono in genere accolte con grande favore, se non apertamente sollecitate anche con l’uso di metodi terroristici, mentre da parte del governo di Belgrado – consapevole dei riflessi negativi di una troppo plateale fuga degli italiani sul negoziato in corso in merito alla sorte dell’Istria – si cercò invece a più riprese di rallentarle con una serie di provvedimenti intimidatorii. Un primo elemento di valutazione è dunque costituito dalla politica della “fratellanza italo-slava”, all’insegna della quale i nuovi poteri presentarono la loro azione nel 1945 e alla quale rimasero almeno a parole fedeli fino a quando la rottura con il Cominform nel giugno 1948 non indusse il governo di Belgrado a mutare linea.

Va subito infatti precisato che – al di là delle declamazioni teoriche e propagandistiche – quanto a contenuti politici tale linea non prevedeva affatto un’autentica parità di condizioni fra il gruppo nazionale italiano e quelli sloveno e croato viventi in Istria, ma si limitava a consentire che nello Stato socialista jugoslavo fosse mantenuta una componente italiana, purché in tutto e per tutto conformista rispetto agli orientamenti ideologici e nazionali del regime. Agli italiani, insomma, era permesso di partecipare all’edificazione del socialismo sulla base del contributo da loro dato alla lotta di liberazione, ma la costruzione del socialismo significò in concreto la distruzione delle basi su cui si fondava il ruolo tradizionalmente svolto dalla componente italiana nella società istriana e, in ultima analisi, l’eliminazione di qualsiasi forma di potere economico, sociale e culturale del gruppo nazionale italiano. La “costruzione del socialismo” fu infatti il prodotto di un processo rivoluzionario che comportò l’instaurazione di un sistema politico-amministrativo basato sui CPL, organi supremi del potere popolare, l’attuazione di rigide misure economiche attraverso gli ammassi, i sequestri e le confische dei patrimoni, l’istituzione di cooperative, la riforma agraria, e tutta una serie di altri provvedimenti, complessivamente percepiti dalla popolazione come affatto contrari ai propri interessi. Inoltre, l’efficienza di un apparato poliziesco e repressivo la cui pressione era in genere inasprita dai pregiudizi nazionalisti a danno degli italiani, la negazione delle libertà individuali e l’uso assai disinvolto di una giustizia “rivoluzionaria” attraverso i tribunali del popolo, generarono nella popolazione forti risentimenti verso le autorità popolari, considerate del tutto estranee e avverse. A ciò si aggiunse una sensazione di generale oppressione che finì per sfociare nel rifiuto da parte degli istriani di una prassi che comportava uno sconvolgimento totale delle loro vite. In particolare, le forme in cui si attuò la “giustizia del popolo”, favorite da una legislazione spregiudicata, costituirono un fattore molto importante nelle spinte che determinarono l’esodo. L’uso strumentale della giustizia, attraverso il meccanismo dei processi, dei sequestri e delle confische nei confronti dei cittadini italiani, non solo favorì la conquista del potere politico da parte dei comunisti e la creazione della base economica dello stato “socialista”, ma agì anche come elemento di sopraffazione nazionale. Attraverso tali sistemi furono infatti colpiti con grande efficacia gli avversari politici della Jugoslavia comunista, gli esponenti di qualsiasi partito diverso da quello comunista – e nel 1948 anche i comunisti “cominformisti” –, i ceti considerati “capitalistici”, dagli industriali ai commercianti, agli esercenti e artigiani, assieme ai religiosi (parroci, vescovi e frati) e agli intellettuali, in particolare gli insegnanti, definiti in blocco “nemici del popolo”.

È evidente che provvedimenti del genere colpivano pure, in Istria come nel resto della Jugoslavia, anche un gran numero di sloveni e croati riluttanti all’adesione al regime, o anche semplicemente considerati potenzialmente pericolosi sulla base del loro passato politico e della loro stessa collocazione sociale. Ma è altrettanto chiaro che la decapitazione della classe dirigente italiana, e i comportamenti persecutorii contro figure chiave per la difesa dell’identità nazionale italiana, quali gli insegnanti e il clero, assumevano un’oggettiva valenza snazionalizzatrice di cui le autorità erano perfettamente consapevoli. Quindi, nel rapporto tra obiettivi politici – cioè l’annessione del territorio istriano alla Jugoslavia – e rivoluzionari emerge la presenza di una politica rivolta a intaccare profondamente l’identità nazionale degli italiani dell’Istria e di Fiume. Peraltro, la questione di fondo, che lo stato degli studi non ci consente di chiarire, è appunto la logica che di volta in volta regolava il nesso tra radicalismo ideologico e pulsioni nazionaliste. Perciò rimane sostanzialmente aperto l’interrogativo sull’esistenza o meno di un generale disegno di persecuzione politica e di espropriazione economica, diretto a rendere di fatto impossibile la permanenza della popolazione italiane nella sua terra d’origine. Del tutte frammentarie, infatti, e soprattutto prive di una rigorosa possibilità di verifica, rimangono quindi le pur importanti testimonianze, come quella resa a decenni di distanza da Milovan Djilas, secondo le quali Tito stesso avrebbe ordinato, fin dal 1945, di provvedere all’espulsione degli italiani dall’Istria, incaricando di ciò lo stesso Djilas assieme a Kardeij. Né si può dimenticare che, almeno in una prima fase, alla persecuzione contro gli “elementi ostili” ai poteri popolari collaborarono anche i quadri comunisti di lingua italiana presenti negli organismi locali del partito e dell’amministrazione, e che, evidentemente, si muovevano sulla base di spinte di natura ideologica e non nazionale. Accanto a queste considerazioni va comunque tenuto nel debito conto quell’elemento soggettivo, presentato come motivazione centrale dell’esodo dalla memorialistica degli esuli, che è costituito dalla paura. Era infatti un clima di paura quello che si respirava in Istria nel dopoguerra: una paura alimentata dai precedenti creati dalle foibe del 1943 e del 1945, e continuamente ravvivata dalle prepotenze, spesso sanguinose, talora fatali, compiute direttamente dai poteri dello Stato o, più spesso, delegate agli attivisti del partito con la benevola tolleranza delle autorità. Ma al timore per l’incolumità fisica si sommava quello innescato dallo sconvolgimento che le nuove culture egemoni, rispettivamente croata e slovena, portavano nella società. La trasformazione dei rapporti di classe, l’azzeramento delle consuetudini sociali, la scomparsa dei punti di riferimento culturale, la criminalizzazione della vita religiosa, l’ imposizione di una nuova etica, al centro della quale stava la fedeltà alla finalità rivoluzionarie e alla patria jugoslava, portavano con sé anche il sovvertimento delle tradizioni, dei valori e dei contenuti della cultura istriana, e quindi, per gli italiani, la negazione della propria identità. Ciò che la popolazione dell’Istria finì dunque per percepire fu la sensazione di una radicale estraneità rispetto a una società che era mutata completamente. L’alternativa era costituita dall’abbandono della propria terra, unica scelta possibile per “non sentirsi stranieri in casa propria”.

sabato 11 novembre 2023

Dalle invasioni barbariche alle foibe, il lungo genocidio (M. Vigna)

Non si può ridurre la tragedia delle foibe a un capitolo cruento della lotta antifascista. In realtà, la persecuzione degli italiani fu un processo plurisecolare, iniziato con la fine dell’Impero Romano, di cui la politica titina fu solo l’esito estremo…


Una riesumazione di corpi infoibati
 

Le foibe e l’esodo, con lo sterminio di decine di migliaia di vittime e con la cacciata d’oltre 300 mila persone dalle loro terre avite, sono solo l’ultima fase d’un processo plurisecolare d’invasione ed occupazione di territori italiani durato oltre 2000 anni, mediante la cacciata o l’uccisione degli abitanti autoctoni.

Esso può essere immaginato come la lenta erosione d’una spiaggia sotto l’azione delle onde del mare, che crescono gradualmente. Ciò che è avvenuto può essere definito un lungo genocidio, che si è esteso progressivamente nell’arco dei secoli. All’alba del VII secolo d. C. Venezia Giulia e Dalmazia erano interamente latine. Nel 1948, tranne una piccola parte della prima regione, sono ormai quasi interamente slavizzate.

In termini di lunga durata si può scorgere distintamente la pressione esercitata dalla Deutschland e dalla Jugoslavia (Slavia meridionale) sull’Italia. L’Italia è, assieme alla Grecia, la più antica nazione d’Europa ed ha confini geografici e culturali precisi da oltre 2000 anni. Germani e slavi, giunti a sud del Danubio piuttosto tardi e privi per lungo periodo di una vera caratterizzazione etnica unitaria, hanno invaso terre di ben più antico popolamento latino ed italiano.

Ad esempio, in Alto Adige si possono distinguere almeno otto fasi diverse di germanizzazione: nel periodo delle invasioni barbariche, sotto ostrogoti e longobardi, sotto la dinastia degli Ottoni, nel secolo XIV, sotto Massimiliano d’Asburgo, nel secolo XVII, sotto Maria Teresa, sotto Francesco Giuseppe.

Lo stesso è accaduto, mutatis mutandis, in Venezia Giulia ed in Dalmazia: con il vero e proprio genocidio fisico avvenuto nel VII secolo d.C. al momento dell’invasione dei Balcani da parte delle tribù slave; con la scomparsa delle comunità latinofone ancora esistenti nel secolo XIV nell’alta e media valle dell’Isonzo; con la slavizzazione di parte dell’Istria nei secoli XVI-XVII in seguito al ripopolamento di alcuni comuni colpiti da epidemie con abitanti provenienti dall’entroterra balcanico; sotto Francesco Giuseppe, con le persecuzioni in Dalmazia fra le due guerre mondiali; poi naturalmente con le foibe e l’esodo.

Un genocidio su grande scala avvenne al momento dell’invasione degli slavi alla fine del VI secolo d.C e specialmente nella prima metà del VII, quando per la prima volta scesero a sud del Danubio spandendo ovunque massacri d’enormi proporzioni e costringendo i superstiti delle stirpi latine a rifugiarsi in Istria ed in Dalmazia.

Furono distrutte intere città, come Salona all’epoca principale centro urbano della  Dalmazia, totalmente annientata. I superstiti fuggirono nelle isole, trasferendosi infine nella villa fondata dall’imperatore romano Diocleziano, Asphalatos, che divenne in nucleo della futura città di Spalato. Questo avvenne tra il 638 ed il 641. Lo stesso accadde con la fondazione di Ragusa e Traù, in origine isole costiere, oppure per Zara posta su di una penisola.

La chiesa metropolitana di Aquileia, grande centrale evangelizzatrice dell’Europa centrale, fu testimone impotente della progressiva distruzione di alcune delle sue più antiche diocesi suffraganee (Aguntum, Teurnia, Scarabantia, Emona, Celeia, Poetovio, Virunum). Anche dopo le immense devastazioni nella Pannonia romana (bizantina all’epoca) erano sopravvissute comunità di lingua romanza, rintracciabili ancora ai tempi di Carlo Magno sino quasi all’odierna Ungheria.

Rimasero però gruppi di italiani su tutto l’arco alpino orientale. Ancora il francese Auguste De Marmont, nel suo censimento napoleonico, rintracciò l’esistenza di una comunità italiana abbastanza numerosa nella zona di Tolmino-Idria, che invece risultava completamente scomparsa un secolo più tardi.

Un altro genocidio, questa volta culturale od etnocidio, avvenne nel 1866-1918 ad opera dell’impero asburgico e dei nazionalisti sloveni e croati suoi alleati, con la slavizzazione forzata, la cacciata, la progressiva privazione dei diritti come gruppo etnico degli italiani. Fu in questi anni che la Dalmazia, italiana e latina sin dai tempi della repubblica romana e da prima della nascita di Cristo, venne forzatamente slavizzata.

Con l’annientamento della italianità della Dalmazia si realizzava ciò che i patrioti italiani avevano predetto sin dal secolo XIX, quando già i nazionalisti croati perseguivano la cancellazione della millenaria presenza italiana ed avveniva una durissima persecuzione contro gli italiani per opera dell’autorità imperiale asburgica.

Il podestà di Spalato Antonio Baiamonti nel suo ultimo discorso davanti alla Dieta Dalmata nel 1887 dichiarò:

«Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse introdotta nelle scuole e negli uffici».
Egli ricordava come gli slavi in Dalmazia fossero immigrati o discendenti di immigrati, in una regione latina ed italiana da 2000 anni e che i nazionalisti croati pretendevano come loro possesso esclusivo, progettando di buttare gli italiani in mare:

«Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma».
Baiamonti affermava profeticamente:

«Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite».
Anche dopo il primo conflitto mondiale proseguirono le violenze e le persecuzioni contro gli italiani, in Venezia Giulia con un’intensa attività terroristica appoggiata dal regime jugoslavo, in Dalmazia con una pulizia etnica orchestrata sempre dalla Jugoslavia che condusse alla fuga di almeno 20 mila italiani.

Da ultimo ebbe luogo il genocidio compiuto dal dittatore comunista Josip Broz, detto Tito, che condusse allo sterminio di massa di decine di migliaia di italiani, alla cacciata di altri 350 mila ed alla mutilazione dal territorio nazionale di due intere regioni, l’Istria e la Dalmazia.

Le foibe e l’esodo sono pertanto inspiegabili in termini di presunta ritorsione al “fascismo”, poiché si pongono in un rapporto di continuità con una lunghissima sequenza di genocidi, invasioni, persecuzioni che gli slavi attuarono contro gli italiani.