In difesa dell'italianità dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia
domenica 12 novembre 2023
Antologia del calcio a Fiume, 1904-1956 (Rodolfo Decleva)
Irredentisti fiumani del Risorgimento (Luigi Peteani)
Slovenia, cimitero a cielo aperto d'Europa
Abbiamo esaminato la scomparsa delle popolazioni neolatine nei territori della Slovenia dai tempi della fine dell'impero romano. Abbiamo analizzato lo sterminio attuato dalle invasioni slave che cancellarono la romana Emona (oggi chiamata Lubiana) e dintorni nel settimo secolo, ricordando che fino ad oltre l'anno mille vi erano numerose popolazioni ladine nelle vallate e montagne di quella che fu la Venezia Giulia del Regno d'Italia. Del resto lo stesso Dante cita l'esistenza nel Trecento di queste popolazioni, che avevano una lingua simile a quella friulana, a Postumia e nell'area delle grotte che gli ispirarono l'ingresso al suo "Inferno".
Ma dal Rinascimento inizia la lenta e costante assimilazione dei rimanenti neolatini nella Venezia Giulia centro-settentrionale da parte degli sloveni locali, grazie anche al servilismo slavo verso i dominatori austriaci che li preferivano agli "italiani". Questa assimilazione avvenne talora in forma forzata, specie nell'Ottocento asburgico; comunque mai si raggiunsero i livelli dei massacri avvenuti al tempo delle invasioni barbariche (anche per via dell'azione civilizzatrice attuata dalla Chiesa cattolica di Roma).
Purtroppo un ritorno di questa barbarie si ebbe nella seconda guerra mondiale, quando praticamente sparirono dalla Slovenia quasi tutte le popolazioni neolatine insieme a centinaia di miglia di slavi/tedeschi/ebrei/ecc. in uno spaventoso bagno di sangue dove la Slovenia divenne "il cimitero a cielo aperto dell'Europa" (specialmente durante e dopo il 1945).
In questo articolo cerco di spiegare come sia potuto accadere questo fatto, traducendo in parte (e trascrivendo) brani di autori che hanno scritto in merito.
Prima di tutto va ricordato che la Slovenia viene ad essere l'unico posto d'Europa dove si incrociano il mondo slavo, germanico e latino (e finanche quello magiaro!). E nel Novecento -il cosiddetto secolo dei nazionalismi- questo fatto comporto' scontri e tentativi di assimilazione come non se ne sono visti altrove in Europa. Non mi dilungo in merito, ma voglio ricordare il "crescendo" di morti dovuto all'iniziale terrorismo antiitaliano degli sloveni del TIGR, seguito prima dall' occupazione tedesca e italiana e poi, specialmente dopo il 1943, dalla guerra partigiana dei comunisti di Tito con gli ustascia croati in queste martoriate Slovenia e Croazia.
In secondo luogo, va ricordato che il dittatore Tito era di madre slovena e questo fatto gli fece approvare la "pulizia etnica" di tedeschi ma anche di italiani ed altri a favore del suo popolo slavo. Essendo inoltre un comunista cresciuto nella logica stalinista dell'epoca, Tito attuo' i metodi brutali di "soppressione" (e successivamente di "sparizione del misfatto" con falsificazioni) dei nemici vinti attuati dagli stalinisti nell'Europa orientale: ma il fatto che la Slovenia si trova al confine tra Europa occidentale ed orientale ha comportato che queste esecuzioni di massa siano state documentate con relativa precisione (a differenza di quanto avvenuto in Russia/Ucraina/Polonia/ecc.) e dopo la fine della guerra esposte pubblicamente.
In terzo luogo va ricordato quanto rinvenuto su questi eccidi dalla governativa "Komisija za reševanje vprašanj prikritih grobišč" (Commissione per fosse comuni nascoste in Slovenia) finora negli ultimi anni: Agosto 2007: 550 fosse comuni; Febbraio 2008: 570 fosse comuni; Ottobre 2009: 581 fosse comuni; gennaio 2011: 594 fosse comuni. In totale si parla di OLTRE 120.000 CADAVERI RINVENUTI ufficialmente finora nel cimitero a cielo aperto detto Slovenia. Ma alcuni studiosi sloveni (come Franc Perme e Anton Zitnik) arrivano a calcolare in quasi mezzo milione di persone le vittime sepolte in slovenia tra il 1945 ed il 1950! In poche parole, mezzo milione di uccisioni in una Slovenia che in quel 1945 non raggiungeva i 2 milioni di abitanti... significa che vi fu sterminata quasi la quarta parte della popolazione maschile atta alle armi (ma a onor del vero va ricordato che la meta' degli uccisi non erano sloveni): con Tito la Slovenia torno' ai massacri mostruosi del Medioevo barbarico con le selvaggie invasioni slave...
Per ultimo voglio precisare che esiste un'organizzazione di titini e neotitini che mira a fare scomparire "evidenze" su questi massacri (per ovvie ragioni, dato che alcuni dei responsabili dei massacri sono ancora in vita e non sono stati mai consegnati alla giustizia, a differenza dei criminali nazisti): questo rende difficile anche solo esporre con precisione questi massacri titini! Ne sa qualcosa lo stesso presidente Napolitano, attaccato duramente per avere "osato" esporre la verita' su quanto fatto dopo il 1943 agli italiani nella Venezia Giulia e Dalmazia, quando ne parlo' nel "Giorno del Ricordo" del 2007 ricordandone i "sinistri contorni di pulizia etnica".
Ecco a continuazione quanto scritto su questi massacri, nella parte della Slovenia che era la Venezia Giulia del Regno d'Italia, da Franc Perme ed altri sloveni nel libro "Slovenia 1941-1952. Anche noi siamo morti per la Patria" (titolo originale: "Tudi mi smo umrli za domovino / Slovenia 1941-1948-1952"):
GLI ABISSI COME TOMBE DI MASSA
Della foiba Krimska, della foiba Mokrska, della foiba dei Ziglovic, e di quella dei Kozlov si bisbigliava solamente a quattrocchi. Sugli abissi si era poi sussurrato fino al 1990. Si parlava delle foibe, ed i nostri giornali scrivevano definendole come grossolane e provocatorie bugie degli irredentisti italiani.È stato scritto molto sugli abissi di Kocevje, ma sugli abissi (foibe) del Litorale dove sono finiti gli italiani poco o nulla era stato detto.Le foibe sul Litorale sloveno sono state sempre descritte come l'ultimo posto di riposo di martiri conosciuti e sconosciuti, che furono assassinati solamente per vendetta e per il tronfio orgoglio dei vincitori sui vinti e come una epurazione del territorio dai nemici di classe, per accaparrarsi e requisire il potere assoluto e molte loro proprietà. Dopo l'occupazione da parte dei partigiani del Litorale, cioè della Venezia Giulia di Trieste e di Gorìzia, erano iniziati molteplici arresti già dal 1° maggio, fino alla spartizione e rispettivamente la collocazione della linea di demarcazione della zona A e B. Arrestati furono soprattutto dei possidenti di classe elevata e anche famiglie intere che nel contempo furono depredati anche dei loro patrimoni.Gli arrestati a Gorizia erano soprattutto gli addetti alle scuole, i militari ed i civili della città.La maggioranza degli arrestati erano stati immediatamente portati via e gettati nelle foibe, cioè in quella di Basovizza, di Monrupino nel circondario di Opicina e nei fossati intorno a Stanjel.I Domobranzi catturati nelle postazioni di Tolmino, Salcano, Fossa Baska e alcune centinaia di bersaglieri, catturati presso Mlinsk, erano stati immediatamente trucidati e gettati nel precipizio di Zagomila sotto Grgar (l'italiana Gargaro), circa cento bersaglieri erano stati portati a Tolmino, da dove erano scomparsi. I catturati di Trieste, destinati ai lavori forzati, durante la ritirata da Trieste li portarono nelle prigioni di Lubiana e là entro la fine del 1945 li avevano trucidati tutti. Dove si trovino i loro sepolcri, non si ricorda niente, e nemmeno chi li abbia liquidati.
GLI ABISSI INTORNO A PIVKA (L'ITALIANA SAN PIETRO DEL CARSO) - LE GOLOBINE:
Da queste parti in alcuni luoghi vi sono degli abissi denominati Golobine (colombaie). A Prestrane, durante i primi mesi del dopoguerra, nel campo di concentramento, o meglio nelle aviorimesse dell'esercito italiano, erano state internate delle persone. Si stima che il numero di persone, fonti scritte non se ne hanno, fossero state circa cinquecento. Quando il campo di concentramento fu abbandonato, in agosto 1946, a seguito dell'amnistia, di tutti gli internati erano arrivati a casa solamente qualche decina.La maggioranza degli internati erano stati portati via e gettati nelle Golobine.
GLI ERRORI (ORRORI) DELLA RIVOLUZIONE:
Il precipizio Golobivnica presso Lokva, i prati di Loka-Brezove-Susice, nel Comune di Sezana (l'italiana Sesana), il precipizio foiba Kasirova, presso Slopa, nel Comune di Herpelje-Kozine (le italiane Erpelle e Cosine), il cimitero di Bukovici ed il cimitero nella Golobovina sulla strada di llirska Bistrica-Sebijami, (le italiane Bisterza ovvero Villa del Nevoso - Sebiano), e sull'intero territorio del Comune di llirska Bistrica (l'italiana Bisterza ovvero Villa del Nevoso) sono solamente i maggiori sepolcri e le più grandi tombe dei massacri di massa eseguiti dopo la fine della guerra.
GLI ABISSI NEL BOSCO DI TRNOVO (L'ITALIANA SELVA DI TARNOVA):
1) ZAGOMILA PRESSO GRGAR (l'Italiana Gargaro). La foiba è profonda 40 metri, nelle sue viscere giacciono soprattutto dei domobranzi del Litorale (italiani di lingua slovena), arrestati nelle vallate dell'lsonzo e trasportati dalle prigioni di Gorizia il 6 e 7 maggio 1945 inoltre dei civili italiani di lingua slovena, e probabilmente, anche soldati e civili di nazionalità e lingua italiana.
2) ZALESNIK PRESSO TRNOVO (l'italiana Tarnova). La voragine è profonda 130 metri, e vi trasportarono persone, combattenti e civili di nazionalità italiana di lingua slovena e italiana nel maggio e nel luglio del 1945 dalle prigioni di Gorizia, in tutto qualche centinaio.
3) CVETREZ PRESSO TRNOVO, (l'italiana Tarnova)… presso il casale Zavrh, c'è il precipizio profondo 90 metri…In questo abisso l'identità delle vittime, il periodo e la provenienza sono le stesse che a Zalesnik, numericamente qualche centinaio.
4) FOIBA PRESSO OBREZNICA SULL'OTLICI (territorio italiano)
Da Obreznice verso Podkaplice. Non vi sono né dati né indicazioni, su quanto è stato investigato, ma solo dalle testimonianze degli abitanti di Obreznice, costì poco dopo la fine della guerra furono portati dei carichi di persone, si suppone da Gorizia, incatenati tra di loro e con le mani legate, furono fucilati e gettati nel precipizio.
BARATRI SULLA CRNOVRSKA PLANOTA (TERRITORIO ITALIANO):
1) PRECIPIZIO ANDREJCKOVO (territorio italiano).Profondo 63 metri.In base alle deposizioni di alcuni testimoni dalla fine di maggio, e più credibile fino all'11 oppure 12 luglio del 1945, avevano portato fin qui, durante la notte con dei camion ed altri mezzi di trasporto molte persone, che furono fucìlate e gettate nel precipizio.Potrebbero essere state duecento o forse di più, furono trasportate presumibilmente da Ajduvscina (l'italiana Aidussina).
2) PRECIPIZIO AJHARJEVO (territorio italiano).Profondo 14 metri. Nell'ultimo giorno di maggio del 1945 avevano prima di notte per due volte portato delle persone da Gorizia oppure da Aidussina, tra queste considerevole era la presenza di donne, che furono gettate nel precipizio.
ALTRE SEPOLTURE SUL LITORALE (TERRITORIO ITALIANO):
1) FOSSA PODGRIVSKA NELLA GORENJA TREBUSA (l'italiana Trebusa Superiore).Nella fossa ci sono, secondo le più precise valutazioni, 500 tumulazioni, solamente di italiani di lingua slovena trucidati solamente durante la guerra.
2) I SEPOLCRI DI ZAKRIZ PRESSO CERK (territorio italiano). In questo sepolcro ci sono 23 vittime. Nelle immediate vicinanze si trova un altro tumulo con 27 vittime, massacrale lo stesso giorno.
Dopo la fine della guerra i partigiani avevano arrestato 42 persone di Postojna (l'italiana Postumia). Dove si trovi il posto del loro ultimo riposo, non si sa con certezza, forse nelle vicinanze della strada per Javor oppure dietro alla caserma del comando di Ravbar.
3) IL PRECIPIZIO A ZAGORI (territorio italiano). Dopo la guerra, in verità nella seconda metà di maggio, si erano notificati alle autorità a Logatec circa 60 ragazzi. Erano della parrocchia di Rovte e Sentjost. Ii avevano finito le loro vite macellati nelle caverne del bosco.
3) IL SEPOLCRO NEL PRECIPIZIO SOTTO IL MONTE KLES VICINO A| POZARJE KOCE (territorio italiano). Quante sono le vittime che riposano in quell'abisso, non lo si è mai venuto a sapere. Secondo la narrazione di Brusa di Hrusice circa cento.
LE TOMBE COLLETTIVE SCOPERTE FINO ADESSO NEI DINTORNI DI TOLMIN (L'ITALIANO TOLMINO) TOMBE COLLETTIVE, CHE ERANO PRESENTI GIÀ PRIMA DELLA FINE DELLA GUERRA (CIOÈ FINO AL MESE DI MAGGIO DEL 1945):
1. La sepoltura nel bosco vicino al villaggio di Cadrag. Là i partigiani avevano costituito alcune specie di tribunali partigiani definiti rapidi e li avevano costituiti con delle persone primitive, ed analfabete. Nella casa all'estremo limite del villaggio (presso Krizarje) avevano portato delle persone accusate, erano state velocemente interrogate, portate nel bosco più vicino e fucilate. Non c'è lì nessuna naturale foiba carsica, e per questo li avevano seppelliti in terra. A causa del terreno sassoso molto superficialmente questi cadaveri furono scoperti dagli animali selvatici. A lungo gli abitanti avevano raccolto le ossa per il bosco e le seppellivano in un modo più umano. Nella maggioranza dei casi erano della vittime innocenti, solamente per qualche sospetto oppure erano stati colpiti per pura e sola personale resa dei conti.
2. Il sepolcro nella foiba carsica nei dintorni del villaggio di Gorenja Trebusa. (l'italiana Trebusa Superiore) A Gorenja Trebusa vi era stata la sede del IX Korpus (e/o trattoria degli Skok). Nel 1944 -1945 i partigiani avevano pressoché giornalmente trasportato delle persone, ed anche intere famiglie con bambini… le vittime venivano fatte procedere a piedi per ulteriori 2 chilometri, là trucidate e poi gettate nella profonda foiba carsica, che i contadini del luogo conoscono bene.Si sapeva anche, che le vittime erano state per la maggioranza delle vallate di Vipava (l'italiana Vipacco) e di Gorizia.
3. Sepolcri lungo il ruscello sopra il villaggio di Gabrje.In questa località sono state liquidate moltissime persone locali di Tolmin (l'italiana Tolmino) e dei suoi dintorni. Trucidavano persone del tutto innocenti, bastava essere parenti di qualcuno che era stato uno dei domobranzi, o che fosse stato un tempo un impiegato italiano oppure avesse avuto qualche altro incarico pubblico. All'inizio avevano fatto credere, che regolamentavano questioni pubbliche, poi si seppe che le motivazioni erano assolutamente private e frutto di un soverchio rancore.
SEPOLTURE COLLETTIVE, AVVENUTE NEL DOPOGUERRA (1945-1946):
1) TRINCEE E FERITOIE SUL MONTE DEL CASTELLO DI TOLMIN (L'ITALIANA TOLIMO). I partigiani avevano occupato la caserma a Tolmino, che era stata accuratamente recintata già da quando era stata costruita. Oltre alla caserma così recintata poi si erano ancora, a parte, potuto recintare altri due grandi fabbricati a piano rialzato, nei quali avevano condotto i civili, in molti casi intere famiglie con mogli e bambini e donne singole.Le fucilazioni venivano eseguite lungo lo scavo delle trincee sul materiale di riporto e le vittime successivamente sotterrate.
2) FOSSA COMUNE DEI DOMOBRANCI ITALIANI DI LINGUA SLOVENA DI TOLMIN, (l'ITALIANA TOLIMO) sulla strada Salkan-Grgar sotto Sveto Coro (le italiane Salcano-Gargaro sotto il Monte Santo). Alla liberazione nel maggio 1945 i domobranzi italiani di lingua slovena di Tolmino dalle proprie postazioni di Kobarid e Tolmin (italiane Caporetto e Tolmino) in colonna si erano mossi lungo la strada verso Gorizia, perché da là si sarebbe meglio varcato il confine verso occidente, dove erano già arrivati gli alleati.Nei pressi dì Salcan (l'italiana Salcano) però i partigiani avevano preparato loro un'imboscata, li accerchiarono e li disarmarono. La maggioranza era composta da persone molto giovani di Tolmino, che erano stati mobilitati poco prima. Li deportarono lungo la strada verso Grgar (l'italiana Gargaro) e in un posto a circa metà strada vennero fucilati e li gettarono nella profonda foiba carsica, dove riposano ancora oggi.
3) MOLTI GRANDI SEPOLCRI poi sono dispersi dappertutto lungo il territorio di Tolmino. Sorti spontaneamente sul luogo dove avveniva il crimine... Gli italiani oggi cercano lungo il territorio di Tolmino la sepoltura di 67 militari italiani (bersaglieri), che avevano fino alla liberazione collaborato con i tedeschi. Si sa che furono portati nella caserma di Tolmino, e che da qui, di nascosto, erano spariti.
Va precisato che Franc Perme considera nelle ultime pagine del suo libro che "La Slovenia è ultra satura d’enormi cimiteri nascosti di persone assassinate... Le loro testimonianze indicano che il numero dei massacrati potrebbe certamente essere anche superiore ai 550 mila."
Perseguitato il clero soprattutto italiano «La chiesa molto ben radicata in Istria, andava distrutta»
A Fiume solo croati che parlavano l'italiano? (Kristjan Knez)
La pulizia etnica come oggettivo risultato finale: gli italiani stranieri in casa propria (Orietta Moscarda Oblak)
Se il risultato dell'esodo fu oggettivamente la “pulizia etnica” dell’Istria dalla presenza italiana, è necessario risalire alle origini del fenomeno, per verificare se si trattò di un disegno prestabilito oppure di una catena di azioni e reazioni, in certa misura almeno impreviste, che l’evolversi degli avvenimenti finì per configurare come un evento epocale per la storia istriana. Per poter scegliere però fra un’ipotesi per così dire “intenzionalista” e una invece di tipo “funzionalista”, è indispensabile fare chiarezza sull’evoluzione della politica jugoslava nei confronti degli italiani dell’Istria e sulla logica interna che la governò, e quindi distinguerla in tutte le sue articolazioni e nei diversi periodi. Muovendosi all’interno di tale prospettiva sono dunque individuabili una serie di soggetti politici – il governo federale, quelli repubblicani, i Comitati popolari di liberazione, la polizia segreta (OZNA), l’esercito, mossi da logiche spesso diverse, come a esempio la rivalsa nazionale, ben presente a livello repubblicano croato e sloveno, e l’aggressività nazionale e ideologica, che, secondo innumerevoli testimonianze, permeò l’azione dei quadri locali del regime. Discrepanze in tal senso si possono notare anche in riferimento all’atteggiamento tenuto nei confronti delle partenze degli italiani: partenze che a livello locale furono in genere accolte con grande favore, se non apertamente sollecitate anche con l’uso di metodi terroristici, mentre da parte del governo di Belgrado – consapevole dei riflessi negativi di una troppo plateale fuga degli italiani sul negoziato in corso in merito alla sorte dell’Istria – si cercò invece a più riprese di rallentarle con una serie di provvedimenti intimidatorii. Un primo elemento di valutazione è dunque costituito dalla politica della “fratellanza italo-slava”, all’insegna della quale i nuovi poteri presentarono la loro azione nel 1945 e alla quale rimasero almeno a parole fedeli fino a quando la rottura con il Cominform nel giugno 1948 non indusse il governo di Belgrado a mutare linea.
Va subito infatti precisato che – al di là delle declamazioni teoriche e propagandistiche – quanto a contenuti politici tale linea non prevedeva affatto un’autentica parità di condizioni fra il gruppo nazionale italiano e quelli sloveno e croato viventi in Istria, ma si limitava a consentire che nello Stato socialista jugoslavo fosse mantenuta una componente italiana, purché in tutto e per tutto conformista rispetto agli orientamenti ideologici e nazionali del regime. Agli italiani, insomma, era permesso di partecipare all’edificazione del socialismo sulla base del contributo da loro dato alla lotta di liberazione, ma la costruzione del socialismo significò in concreto la distruzione delle basi su cui si fondava il ruolo tradizionalmente svolto dalla componente italiana nella società istriana e, in ultima analisi, l’eliminazione di qualsiasi forma di potere economico, sociale e culturale del gruppo nazionale italiano. La “costruzione del socialismo” fu infatti il prodotto di un processo rivoluzionario che comportò l’instaurazione di un sistema politico-amministrativo basato sui CPL, organi supremi del potere popolare, l’attuazione di rigide misure economiche attraverso gli ammassi, i sequestri e le confische dei patrimoni, l’istituzione di cooperative, la riforma agraria, e tutta una serie di altri provvedimenti, complessivamente percepiti dalla popolazione come affatto contrari ai propri interessi. Inoltre, l’efficienza di un apparato poliziesco e repressivo la cui pressione era in genere inasprita dai pregiudizi nazionalisti a danno degli italiani, la negazione delle libertà individuali e l’uso assai disinvolto di una giustizia “rivoluzionaria” attraverso i tribunali del popolo, generarono nella popolazione forti risentimenti verso le autorità popolari, considerate del tutto estranee e avverse. A ciò si aggiunse una sensazione di generale oppressione che finì per sfociare nel rifiuto da parte degli istriani di una prassi che comportava uno sconvolgimento totale delle loro vite. In particolare, le forme in cui si attuò la “giustizia del popolo”, favorite da una legislazione spregiudicata, costituirono un fattore molto importante nelle spinte che determinarono l’esodo. L’uso strumentale della giustizia, attraverso il meccanismo dei processi, dei sequestri e delle confische nei confronti dei cittadini italiani, non solo favorì la conquista del potere politico da parte dei comunisti e la creazione della base economica dello stato “socialista”, ma agì anche come elemento di sopraffazione nazionale. Attraverso tali sistemi furono infatti colpiti con grande efficacia gli avversari politici della Jugoslavia comunista, gli esponenti di qualsiasi partito diverso da quello comunista – e nel 1948 anche i comunisti “cominformisti” –, i ceti considerati “capitalistici”, dagli industriali ai commercianti, agli esercenti e artigiani, assieme ai religiosi (parroci, vescovi e frati) e agli intellettuali, in particolare gli insegnanti, definiti in blocco “nemici del popolo”.
È evidente che provvedimenti del genere colpivano pure, in Istria come nel resto della Jugoslavia, anche un gran numero di sloveni e croati riluttanti all’adesione al regime, o anche semplicemente considerati potenzialmente pericolosi sulla base del loro passato politico e della loro stessa collocazione sociale. Ma è altrettanto chiaro che la decapitazione della classe dirigente italiana, e i comportamenti persecutorii contro figure chiave per la difesa dell’identità nazionale italiana, quali gli insegnanti e il clero, assumevano un’oggettiva valenza snazionalizzatrice di cui le autorità erano perfettamente consapevoli. Quindi, nel rapporto tra obiettivi politici – cioè l’annessione del territorio istriano alla Jugoslavia – e rivoluzionari emerge la presenza di una politica rivolta a intaccare profondamente l’identità nazionale degli italiani dell’Istria e di Fiume. Peraltro, la questione di fondo, che lo stato degli studi non ci consente di chiarire, è appunto la logica che di volta in volta regolava il nesso tra radicalismo ideologico e pulsioni nazionaliste. Perciò rimane sostanzialmente aperto l’interrogativo sull’esistenza o meno di un generale disegno di persecuzione politica e di espropriazione economica, diretto a rendere di fatto impossibile la permanenza della popolazione italiane nella sua terra d’origine. Del tutte frammentarie, infatti, e soprattutto prive di una rigorosa possibilità di verifica, rimangono quindi le pur importanti testimonianze, come quella resa a decenni di distanza da Milovan Djilas, secondo le quali Tito stesso avrebbe ordinato, fin dal 1945, di provvedere all’espulsione degli italiani dall’Istria, incaricando di ciò lo stesso Djilas assieme a Kardeij. Né si può dimenticare che, almeno in una prima fase, alla persecuzione contro gli “elementi ostili” ai poteri popolari collaborarono anche i quadri comunisti di lingua italiana presenti negli organismi locali del partito e dell’amministrazione, e che, evidentemente, si muovevano sulla base di spinte di natura ideologica e non nazionale. Accanto a queste considerazioni va comunque tenuto nel debito conto quell’elemento soggettivo, presentato come motivazione centrale dell’esodo dalla memorialistica degli esuli, che è costituito dalla paura. Era infatti un clima di paura quello che si respirava in Istria nel dopoguerra: una paura alimentata dai precedenti creati dalle foibe del 1943 e del 1945, e continuamente ravvivata dalle prepotenze, spesso sanguinose, talora fatali, compiute direttamente dai poteri dello Stato o, più spesso, delegate agli attivisti del partito con la benevola tolleranza delle autorità. Ma al timore per l’incolumità fisica si sommava quello innescato dallo sconvolgimento che le nuove culture egemoni, rispettivamente croata e slovena, portavano nella società. La trasformazione dei rapporti di classe, l’azzeramento delle consuetudini sociali, la scomparsa dei punti di riferimento culturale, la criminalizzazione della vita religiosa, l’ imposizione di una nuova etica, al centro della quale stava la fedeltà alla finalità rivoluzionarie e alla patria jugoslava, portavano con sé anche il sovvertimento delle tradizioni, dei valori e dei contenuti della cultura istriana, e quindi, per gli italiani, la negazione della propria identità. Ciò che la popolazione dell’Istria finì dunque per percepire fu la sensazione di una radicale estraneità rispetto a una società che era mutata completamente. L’alternativa era costituita dall’abbandono della propria terra, unica scelta possibile per “non sentirsi stranieri in casa propria”.
sabato 11 novembre 2023
Dalle invasioni barbariche alle foibe, il lungo genocidio (M. Vigna)
Non si può ridurre la tragedia delle foibe a un capitolo cruento della lotta antifascista. In realtà, la persecuzione degli italiani fu un processo plurisecolare, iniziato con la fine dell’Impero Romano, di cui la politica titina fu solo l’esito estremo…
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| Una riesumazione di corpi infoibati |
Le foibe e l’esodo, con lo sterminio di decine di migliaia di vittime e con la cacciata d’oltre 300 mila persone dalle loro terre avite, sono solo l’ultima fase d’un processo plurisecolare d’invasione ed occupazione di territori italiani durato oltre 2000 anni, mediante la cacciata o l’uccisione degli abitanti autoctoni.
Esso può essere immaginato come la lenta erosione d’una spiaggia sotto l’azione delle onde del mare, che crescono gradualmente. Ciò che è avvenuto può essere definito un lungo genocidio, che si è esteso progressivamente nell’arco dei secoli. All’alba del VII secolo d. C. Venezia Giulia e Dalmazia erano interamente latine. Nel 1948, tranne una piccola parte della prima regione, sono ormai quasi interamente slavizzate.
In termini di lunga durata si può scorgere distintamente la pressione esercitata dalla Deutschland e dalla Jugoslavia (Slavia meridionale) sull’Italia. L’Italia è, assieme alla Grecia, la più antica nazione d’Europa ed ha confini geografici e culturali precisi da oltre 2000 anni. Germani e slavi, giunti a sud del Danubio piuttosto tardi e privi per lungo periodo di una vera caratterizzazione etnica unitaria, hanno invaso terre di ben più antico popolamento latino ed italiano.
Ad esempio, in Alto Adige si possono distinguere almeno otto fasi diverse di germanizzazione: nel periodo delle invasioni barbariche, sotto ostrogoti e longobardi, sotto la dinastia degli Ottoni, nel secolo XIV, sotto Massimiliano d’Asburgo, nel secolo XVII, sotto Maria Teresa, sotto Francesco Giuseppe.
Lo stesso è accaduto, mutatis mutandis, in Venezia Giulia ed in Dalmazia: con il vero e proprio genocidio fisico avvenuto nel VII secolo d.C. al momento dell’invasione dei Balcani da parte delle tribù slave; con la scomparsa delle comunità latinofone ancora esistenti nel secolo XIV nell’alta e media valle dell’Isonzo; con la slavizzazione di parte dell’Istria nei secoli XVI-XVII in seguito al ripopolamento di alcuni comuni colpiti da epidemie con abitanti provenienti dall’entroterra balcanico; sotto Francesco Giuseppe, con le persecuzioni in Dalmazia fra le due guerre mondiali; poi naturalmente con le foibe e l’esodo.
Un genocidio su grande scala avvenne al momento dell’invasione degli slavi alla fine del VI secolo d.C e specialmente nella prima metà del VII, quando per la prima volta scesero a sud del Danubio spandendo ovunque massacri d’enormi proporzioni e costringendo i superstiti delle stirpi latine a rifugiarsi in Istria ed in Dalmazia.
Furono distrutte intere città, come Salona all’epoca principale centro urbano della Dalmazia, totalmente annientata. I superstiti fuggirono nelle isole, trasferendosi infine nella villa fondata dall’imperatore romano Diocleziano, Asphalatos, che divenne in nucleo della futura città di Spalato. Questo avvenne tra il 638 ed il 641. Lo stesso accadde con la fondazione di Ragusa e Traù, in origine isole costiere, oppure per Zara posta su di una penisola.
La chiesa metropolitana di Aquileia, grande centrale evangelizzatrice dell’Europa centrale, fu testimone impotente della progressiva distruzione di alcune delle sue più antiche diocesi suffraganee (Aguntum, Teurnia, Scarabantia, Emona, Celeia, Poetovio, Virunum). Anche dopo le immense devastazioni nella Pannonia romana (bizantina all’epoca) erano sopravvissute comunità di lingua romanza, rintracciabili ancora ai tempi di Carlo Magno sino quasi all’odierna Ungheria.
Rimasero però gruppi di italiani su tutto l’arco alpino orientale. Ancora il francese Auguste De Marmont, nel suo censimento napoleonico, rintracciò l’esistenza di una comunità italiana abbastanza numerosa nella zona di Tolmino-Idria, che invece risultava completamente scomparsa un secolo più tardi.
Un altro genocidio, questa volta culturale od etnocidio, avvenne nel 1866-1918 ad opera dell’impero asburgico e dei nazionalisti sloveni e croati suoi alleati, con la slavizzazione forzata, la cacciata, la progressiva privazione dei diritti come gruppo etnico degli italiani. Fu in questi anni che la Dalmazia, italiana e latina sin dai tempi della repubblica romana e da prima della nascita di Cristo, venne forzatamente slavizzata.
Con l’annientamento della italianità della Dalmazia si realizzava ciò che i patrioti italiani avevano predetto sin dal secolo XIX, quando già i nazionalisti croati perseguivano la cancellazione della millenaria presenza italiana ed avveniva una durissima persecuzione contro gli italiani per opera dell’autorità imperiale asburgica.
Il podestà di Spalato Antonio Baiamonti nel suo ultimo discorso davanti alla Dieta Dalmata nel 1887 dichiarò:
«Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse introdotta nelle scuole e negli uffici».Egli ricordava come gli slavi in Dalmazia fossero immigrati o discendenti di immigrati, in una regione latina ed italiana da 2000 anni e che i nazionalisti croati pretendevano come loro possesso esclusivo, progettando di buttare gli italiani in mare:
«Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma».Baiamonti affermava profeticamente:
«Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite».Anche dopo il primo conflitto mondiale proseguirono le violenze e le persecuzioni contro gli italiani, in Venezia Giulia con un’intensa attività terroristica appoggiata dal regime jugoslavo, in Dalmazia con una pulizia etnica orchestrata sempre dalla Jugoslavia che condusse alla fuga di almeno 20 mila italiani.
Da ultimo ebbe luogo il genocidio compiuto dal dittatore comunista Josip Broz, detto Tito, che condusse allo sterminio di massa di decine di migliaia di italiani, alla cacciata di altri 350 mila ed alla mutilazione dal territorio nazionale di due intere regioni, l’Istria e la Dalmazia.
Le foibe e l’esodo sono pertanto inspiegabili in termini di presunta ritorsione al “fascismo”, poiché si pongono in un rapporto di continuità con una lunghissima sequenza di genocidi, invasioni, persecuzioni che gli slavi attuarono contro gli italiani.


