In difesa dell'italianità dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia
venerdì 10 novembre 2023
Personalità: Clovio, Meldolla
Personalità: Biondi, Cotrugli, Baglivi
giovedì 9 novembre 2023
Romolo Vennucci
Romolo Venucci (Fiume, 4 febbraio 1903 – Fiume, 3 agosto 1976) è stato un pittore e scultore italiano.
Il padre - Antal Wnoucsek - era un ufficiale dell'esercito austroungarico, trasferitosi dalla natia Pécs a Fiume, dove sposò Anna Maria Rostand. In famiglia la coppia parlava in ungherese, tedesco e fiumano con i propri sei figli. Romolo studiò nelle scuole ungheresi di Fiume, diplomandosi poi all'Accademia d'Arte di Budapest, ove risiedette dal 1923 al 1928.
Nel periodo fra le due guerre mondiali, cambiò il proprio cognome di ascendenza ceca in Venucci, riconoscendosi con convinzione come italiano.
Fin dal periodo dell'accademia, Romolo Venucci si fece conoscere per le sue opere, che adottavano i linguaggi moderni in voga nell'Europa artistica di avanguardia, in special modo il cubismo. Fra il 1927 e il 1928 venne chiamato ad affrescare la nuova Chiesa dei Cappuccini, mentre fra il 1933 e il 1934 scolpì gli angeli della facciata della Chiesa di Cosala.
Al termine della guerra, Venucci decise di rimanere a Fiume, al contrario della stragrande maggioranza della popolazione.
Per un breve periodo insegnò disegno presso la Casa di Cultura "Vladimir Schwalba-Vid" all'interno dello storico Palazzo del Governo, venendo però licenziato per la scarsa conoscenza della lingua croata.
Venucci si impiegò quindi nelle strutture educative della minoranza italiana: dal 1947 insegnò educazione artistica nelle scuole elementari "Gelsi" e "Belvedere", nonché Storia dell'Arte e Storia della Musica al Liceo di lingua italiana. Organizzò poi - a far data dal 1957 - una serie di corsi di disegno e pittura per il Circolo Italiano di Cultura, creando una scuola locale che sfornò alcuni interessanti artisti come Mauro Stipanov, Gianfranco Miksa e Bruno Paladin e le pittrici Loretta Janko ed Erna Toncinich, divenuta critico d'arte e storico dell'opera del Venucci.
Nel contempo, Venucci percorse un proprio personalissimo tragitto, influenzato da tutti i principali fenomeni artistici dell'epoca: l'impressionismo e l'espressionismo negli anni venti, il già citato cubismo e il futurismo negli anni trenta, l'astrattismo negli anni settanta fino ad un ritorno al realismo nell'ultimo periodo della sua vita, abbinato ad un accentuato colorismo.
Romolo Venucci morì a Fiume il 3 agosto del 1976.
Placido Cortese
Raffaele Mario Radossi
Raffaele Mario Radossi— Nato il 3 giugno 1887 a Cherso. Sacerdote e vescovo francescano italiano. Ultimo Vescovo italiano di Parenzo e Pola dal 1941 al 1947. Dopo l'occupazione e l'annessione dell'Istria da parte dei comunisti jugoslavi alla fine della seconda guerra mondiale, fu costretto a fuggire nel 1947 e fu definitivamente esiliato sia dal suo vescovado in Istria che dalla sua casa a Cherso, senza mai più farvi ritorno. Arcivescovo di Spoleto dal 1948 al 1967. Si oppose al processo di beatificazione del sacerdote croato Miroslav Bulešić nel 1958, con la motivazione che Bulešić era irrispettoso e insubordinato. Inoltre, Bulešić preferiva il regime comunista di Josip Broz Tito e sosteneva l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia comunista, nonostante fosse consapevole che gli jugoslavi stavano sistematicamente perseguitando i civili italiani e uccidendo il clero (incluso lo stesso Bulešić, che fu poi ucciso dagli stessi comunisti jugoslavi nel 1947). La testimonianza di Radossi contro il sacerdote filo-jugoslavo è stata ignorata dalla gerarchia ecclesiastica, determinata a proclamare comunque Bulešić martire per motivi politici. Arcivescovo titolare di Equilio dal 1967 al 1972. Muore a Venezia il 27 settembre 1972.
Giovanni Moise
Giovanni Moise (Cherso, 1820 – Cherso, 1888) è stato un linguista, grammatico e scrittore italiano.
La famiglia Moise fu una delle più antiche e nobili di Cherso. La sua presenza in città è attestata fin dal XIV secolo, e due Moise parteciparono alla battaglia di Lepanto, imbarcati nella galera chersana agli ordini del sopracomito Collane Drasa.
Nato nel palazzo avito nel 1820, Giovanni Moise passò l'intera sua esistenza a Cherso, impegnato nelle mansioni dovute alla sua condizione di abate. Grazie alla fornitissima biblioteca famigliare, Moise poté dedicarsi agli studi prediletti di grammatica, filologia e letteratura, che lo condussero a divenire uno dei più importanti grammatici italiani del suo tempo.
Morì a Cherso in età avanzata (1888), onorato e rispettato da tutti i suoi concittadini come la massima autorità intellettuale dell'epoca.
Fu definito “un toscano di Cherso”, perché scrisse e pubblicò, nel 1867, una “Grammatica della lingua italiana” che fu lodata da insigni studiosi e letterati, come Niccolò Tommaseo e Giosuè Carducci.
Opere
Degli anni giovanili sono da ricordare alcune opere minori, quali le Regole del giuoco del quintilio, La vita della serva di Dio Suor Giacoma Giorgia e L'esercizio quotidiano di devozione per la sposa di Gesù (...). Questi ultimi due furono scritti su richiesta delle Suore Benedettine di Cherso. Dal 1873 fino alla morte, Moise curò la pubblicazione delle Strenne Istriane, con lo pseudonimo di "Nono Caio Baccelli": si tratta di vari almanacchi, novelle, dialoghi sulla lingua e racconti di viaggio.
Attese alla sua opera principale - quella Grammatica della lingua italiana, pubblicata infine a Venezia nel 1867 - per ben ventun anni. Per questo ponderoso studio di oltre mille pagine in tre volumi, Moise seguì l'ortografia etimologica del Gherardini, abbandonata però nella seconda edizione (Firenze, 1878). Nel 1875, sempre a Firenze, Moise diede alle stampe la Grammatichetta della lingua italiana, che ebbe tre edizioni (l'ultima nel 1889).
Dalla Grammatica, Moise estrasse con chiaro intento pedagogico le Regole ed osservazioni della lingua italiana proposte ai giovinetti studiosi (1884).
Il Moise - come la maggior parte dei suoi contemporanei - segue la dottrina della scuola grammaticale francese (nota col nome di grammatica filosofica o grammatica generale), che pretendeva di fondare lo studio delle lingue su principi filosofici e di stabilire una corrispondenza diretta fra le categorie grammaticali e quelle logiche. Nella prefazione alla sua Grammatica, il Moise cita quindi la prefazione alla Grammaire générale del Beauzée (1767), insistendo sulla distinzione tra arte e scienza grammaticale.
Questa sua scelta gli attirò anche delle critiche, in particolare di non aver preso in considerazione la moderna filologia, e di non riuscire quindi a percepire il chiaro sviluppo storico della lingua italiana. Due fra i suoi più aspri critici furono il triestino Gianmaria Cattaneo e il veglioto Giuseppe Vassilich. In particolare, quest'ultimo lo rimproverò di non voler "tratte profitto dei recenti studi filologici, forse perché in gran parte opera di stranieri". Risulta molto probabile quindi che il Moise non conoscesse l'ampia opera del Diez, pubblicata solo in lingua tedesca.
Giovanni Moise cercò di trarre profitto dalle critiche, chiedendo delucidazioni all'inizio degli anni '80 al già citato Fornaciari, ma senza ricevere grandi informazioni. Nel 1887 iniziò una corrispondenza col prof. Giuseppe Vettach, allora direttore del Ginnasio (Liceo) Comunale di Trieste, dalla quale si ricava una rinnovata consapevolezza e il desiderio di ritornare ai propri studi con la "mente disnebbiata". Gli mancò il tempo, visto che la morte lo colse solo l'anno dopo.
Felice Bennati
Felice Bennati — Nato il 6 maggio 1856 a Pirano, in Istria. È stato un politico e patriota italiano. Senatore del Regno d'Italia. Assessore Comunale a Capodistria. Deputato della Dieta istriana. Suo fratello Giovanni Bennati divenne sacerdote cattolico. Scrive per il quotidiano italiano “ Patria ”, poi bandito dalle autorità austriache. Arrestato per le sue attività filoitaliane. Morì a Capodistria, il 3 marzo 1924.
Felice Bennati scrisse nel libro L'Istria e il diritto d'Italia, 1918:
«L'Italia è entrata in guerra...col preciso programma di conseguire le sue frontiere naturali, di liberare i suoi figli ancora irredenti... Come il possesso dell'Istria le è indispensabile per raggiungere la sua frontiera orientale, che è là segnata dalla natura e dalla storia...col meraviglioso porto di Pola, e delle sue isole del Quarnero le è necessario per la sistemazione difensiva dell'Adriatico, altrettanto è legittimo il suo proposito di liberare dal giogo straniero i generosi figli di quella terra che è sua. ... I monti, i fiumi, i mari segnano i confini delle nazioni; e questi caratteri indelebili attestano l'appartenenza dell'Istria all'Italia».