mercoledì 8 novembre 2023

Giuseppe Sabalich

Giuseppe Sabalich nacque a Zara e fu uno dei più grandi, se non il più grande tra i personaggi poliedrici che diedero lustro con ricerche scientifiche e opere di qualsiasi portata e prospettiva, alla comunità dalmata zaratina.
Si laureò a Graz in giurisprudenza,ma si rese subito contro di essere insofferente e inadatto ad una posizione di impiegato sia della professione notarile.
La sua passione si accese nel leggere i libri e i manoscritti della biblioteca della famiglia Pappafava.
Innumerevoli sono le sue opere, sia sul campo della ricerca paremioligica, archivistica,teatrale, e poetica ed è quindi impossibile raccogliere qui tutte le sue fatiche.
Sicuramente tra i suoi capolavori risultano:

"Cronistoria aneddotica del teatro nobile di Zara 1781-1881"

Tradizioni popolari zaratine

Curiosità storiche zaratine

Vecchie storie zaratine

Giuochi popolari zaratini

A teatro viene ricordato con la sua opera di esordio:

Le simpatie di Gemma

Il giuogo

L'amico dell'uomo

Tra i due litiganti il terzo perde

Una rappresentazione sacra di Traù

Gustavo Modena

Tra i suoi sillogi di poesie più belle ci sono:

Bufonade
Soneti zaratini
Le campane zaratine.

Carlo Dompieri

Carlo Dompieri nacque in Trieste il 29 luglio 1842 di padre trentino. È tramandato che la famiglia fosse originaria di Francia, del ceppo Dompierre, cui appartennero guerrieri illustri. Un ramo si stabilì nel secolo XVII a Terlago nei pressi di Trento, ma causa distruzione di archivi, avvenuta nell'epoca napoleonica, non si può con sicurezza risalire che al nonno Giovanni, accasatosi colla veronese Rosa Quarella e morto nel 1816. Il padre Luigi, nato in Trento nel 1792, si trasferì da ragazzo a Trieste, nel 1804, e s'accasò tardi, con Clementina Scandella di progenie lombarda.


Nell'anno 1876 egli entrò a far parte del Consiglio municipale di Trieste. Dal 1886 al 1897 fu vicepodestà e dal 1897 al 1900 podestà di Trieste.


Nell'agone forense s'era provato presto col difendere nel 1871 Edgardo Rascovich dall'accusa di alto tradimento. 

Difese lo stampatore dell'Indipendente, arringò in altri processi politici e non tardò a diventare patrono autorevole e ricercato. Alcuni anni tenne studio insieme con Antonio de Tommasini, figlio di Muzio e famoso avvocato, ma dissentiva dallo stesso per ragioni politiche, tant'è che finì col separarsi, incurante del grave scapito personale, perché il Tommasini, di sentimenti austriaci, tentava, sia pur timidamente, d'infrenarlo. Correva allora il tragico anno 1882, in cui aspettandosi la visita di Francesco Giuseppe fu lanciata una bomba in Corso; l'anno di Guglielmo Oberdan.


Nel 1892 fu relatore nella Dieta provinciale della richiesta di un'università italiana per Trieste. La richiesta era naturalmente rivolta al Governo austriaco, per persuadere il quale così argomentava:


«Ragioni storiche che attraverso il medioevo risalgono ai tempi antichi hanno assicurato alla cultura latina il primato sul mare Mediterraneo; se pertanto l'Impero austriaco intende conservarsi potere e importanza sul mare, deve esso far tesoro dell'elemento italiano sparso sulle rive dell'Adriatico da lui possedute, promuoverne la conservazione e la vita, e non già assecondare gli sforzi inconsulti di coloro che s'industriano a svellere e distruggere in questi lidi quei germi preziosi di latinità che la natura e la storia con lunga elaborazione di secoli vi hanno collocato».


(Anno 1897) Il contrasto fra Italiani e Slavi si faceva sempre più angoscioso anche sull'estremo lembo dell'Adriatico. Poco dopo la sua elezione, degli operai romagnoli furono aggrediti a Servola presso Trieste e preferirono lasciar la città. 

Ma egli era intervenuto con energia in lor difesa, onde sentite grazie ebbe dal municipio di Cesenatico; e in Consiglio protestò sdegnosamente fra scroscianti applausi contro l'autorità governativa «che dimostravasi da per tutto non pari al suo dovere di proteggere l'elemento italiano avente pieno diritto di vivere sotto l'egida delle leggi dello Stato».


A fine anno, dopo la caduta del ministero Badeni, il luogotenente Rinaldini fu sostituito dal conte Goess, pare per accontentare gli Slavi.


Nel 1898 La Lega nazionale si riunì a congresso in Monfalcone e il podestà Dompieri intervenne e ne esaltò l'opera patriottica in un ardente discorso.

(Anno 1899) L'anno iniziò con una disperata doglianza per le sopraffazioni slave e la connivenza del Governo. 

Nella seduta del 3 gennaio la Dieta provinciale. dopo roventi discorsi protetti dall'immunità votò un gagliardo atto d'accusa e per avvalorarlo si riunirono in Trieste il 15 gennaio i rappresentanti dei comuni dell'Istria e del Friuli. Il podestàDompieri ricordò in tale circostanza il numerus tergestinus, la legione confinaria cui venne fatto d'impedire per lungo tempo che calassero sull'Istria i popoli che s'agitavan di là dall'alpe Giulia, e indi lanciò contro gli Slavi la frase veemente che s'era udita al tempo di Carlo Magno, l'anno 804, nel Placito del Risano: «Et nos eos ejciamus foras!». 


Il Governo proibì l'epigrafe ch'egli aveva dettata per la sala municipale in memoria della solenne adunata e che diceva: 


IL XV DI GENNAIO DEL MDCCCIC 

I DEPUTATI E I PODESTÀ 

DELL'ISTRIA DI TRIESTE E DEL FRIULI ORIENTALE 

QUI ADUNATI 

AFFERMARONO 

CONTRO LE NOVISSIME PRETENSIONI DI ALTRE GENTI 

L'INDELEBILE MILLENARIO CARATTERE ITALIANO 

DELLA REGIONE POSTA FRA LE ALPI GIULIE E IL MARE 


(Anno 1900) Nonostante tutto il podestà Dompieri riuscì ancora a portare a compimento un'opera immensamente utile per la città. l'ampliamento dell'acquedotto d'Aurisina. 

Di fronte a vastissimi disegni neppur oggi posti in atto egli badò a cosa pratica a provvedere Trieste almeno dell'acqua necessaria per uso domestico. Con una spesa di 4.600.000 corone da pagarsi senza interessi dopo un decennio l'acquedotto fu messo in condizioni di fornire ventimila metri cubi giornalieri. Meritano attenzione l'esattezza del contratto e del conseguente onere addossato al Comune, inoltre la rapidità con cui tutto fu portato a compimento.


Nel 1901 egli era infervorato del problema amministrativo, era intimamente convinto che ivi si celasse il pericolo maggiore, che perciò la difesa più urgente del carattere italiano della città consistesse nella gestione irreprensibile e parsimoniosa del pubblico danaro. Si legge nelle sue note come il ricordo di ciò ch'era toccato ai Comuni di Dalmazia accrescesse i sui timori. Avversava ormai tutto che di men puro fosse nell'irredentismo massonico e politicamente andava accostandosi al pensiero del Crispi che la Triplice alleanza rappresentasse una necessità per l'Italia, epperò Trieste non dovesse porre intralci. Nel plebiscito raccolto in primavera aveva creduto di scorgere il segno certo e duraturo della volontà popolare. Prevalse la sua tempra di lottatore e preferì resistere agli avversari, anziché loro asservirsi accettando l'offerta o darsi vinto col lasciar la contesa. 

Si ebbe così subito dopo il 1900 un'ancor più grave dissensione nella compagine nazionale della città che culminò nelle successive elezioni comunali del 1903; dissensione che fu causa d'ire violente.

In Consiglio municipale egli non mise piede che per la morte di re Umberto, la quale giova ricordare fu sentita in tutta Trieste con un impeto di passione senza pari. Era suo proposito di dirne la necrologia, ma fu dissuaso dal Podestà. 

Comprese di nulla poter fare isolato e solo. Rifiutò con lettera aperta di partecipare ad un'inchiesta sulla gestione dell'officina comunale del gas. Tardò tuttavia a dimettersi fino all'ottobre del 1902.


Mediante i manifesti elettorali del 2 marzo e del 9 aprile 1903 Carlo Dompieri propose agli elettori triestini la pura questione amministrativa della cosa pubblica. «La gestione del Comune dev'essere informata a verità e sincerità », diceva chiedendo nel tempo istesso che gli amministratori fossero «meglio compenetrati dei doveri incombenti a chi rappresenta l'intera cittadinanza»; e soggiungeva: «Il denaro pubblico è denaro del popolo: non è lecito agli amministratori di disporne a loro capriccio o per mire politiche particolari». Si professava contrario alla gestione municipale dei pubblici ser,vizi e infine dichiarava «di amare il popolo, di voler promuoverne il bene, ma non già col lusingarne le passioni, bensì col rafforzare in tutti l'idea del dovere». 

Voleva logicamente che anche gl'impiegati dello Stato entrassero nel civico consesso contro l'usanza che fino allora li aveva sbanditi. A questa regola era infatti venuto meno il fondamento, dacché era stata riveduta e cambiata la tattica politica. È noto che per vari lustri, sino al 1897, non s'eran mandati più da parte liberale italiana deputati al parlamento di Vienna, come per non riconoscerlo. Tale tattica negativa, che invano egli aveva acutamente confutata negli anni precedenti, fu dovuta modificare sul finir del secolo, dopo la prova manifesta dei danni che apportava. Si elessero da quel momento in poi deputati italiani e conseguentemente si sollecitarono i cittadini a entrare al servizio dello Stato austriaco per non cadere altrimenti in completa balia degli Slavi. 


Quindi la sua richiesta elettorale che questi impiegati entrassero in Consiglio appare perspicace e giusta. 

Egli condusse la lotta amministrativa a visiera alzata, facendo assegnamento solo su se stesso e sulla causa che appassionatamente sosteneva, tant'è che proclamò di ripudiare ogni voto non dato per intimo convincimento. Aveva impostato tale lotta, come s'è visto, su terreno puramente amministrativo, ma non gli venne fatto di contenervela.

Dopo le citate elezioni comunali del 1903 egli si ritrasse in famiglia, dedicandosi agli studi preferiti e alla professione d'avvocato. Meditò sul passato, sulle vicende e gli errori della vita pubblica, sui propri e sugli altrui. Riconobbe senz' ambage d'aver perduto quel favore popolare che tre anni prima l'aveva spontaneamente alzato sugli scudi.


Il diario che ha lasciato è tutto steso di suo pugno, con calligrafia nitida ed elegante, senz'aiuto di lenti che non adoperò mai, né da lontano, né da presso, e fu continuato fino all'ottantesimo anno di vita. È formato di cotidiane anno, tazioni e le notizie familiari sono interpolate nei grandi fatti della storia, ch'egli ritrae compostamente, con parsimonia di giudizi. Ha significato per Trieste, di cui rispecchia un caratteristico mezzo secolo di storia.

L'anima squisitamente italiana del cronista balza agli occhi in ogni episodio: l'Italia è la meta costante de' suoi viaggi, la terra d'educazione e di studio dei figlioli. Egli peregrina lungo la penisola e annota tutto che alla storia della patria si appartiene, in particolare quanto può significare volontà e speranza. La morte di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi suonano nel diario come rintocchi funebri, ma le visite che i patriotti italiani ogni tanto rendono, tra sospetti di polizia, alla «curva Trieste», le loro parole che il cronista con attenzione registra, infondono coraggio. La politica coloniale è del pari sin dai primi passi seguita dal suo acuto ingegno e il fatto d'armi di Dogali appare registrato in una sola riga di spartana fierezza: 

«Rimasero morti o feriti tutti gl'ltaliani che vi erano impegnati». Ogni pagina del diario è un ricordo della grande vigilia, vigilia di Trieste e di tutta la patria


Molto egli sofferse per la nequizia della gente, in tempi e luoghi di passioni politiche ardentissime: fu assalito spietatamente e si sarebbe voluto colpirlo fin nell'onore. Ma tutto dimenticò nelle ore tremende della guerra e dopo la redenzione. 

La memoria sua tenace sembrava risalire a tempi favolosi, allorché raccontava l'apparizione della squadra sarda entro il golfo di Trieste e la cavalcata del messo imperiale recante la costituzione del Quarantotto. Sotto i suoi occhi eran pas sati il 1849, il '59, il '66, il '70, il 1918: a lui triestino stava innanzi sul declinar della vita un quadro davvero ammaliante! 

E quell'estrema annotazione del diario rimane lì a far rivivere il vegliardo nella sua antica fede nella visione del gran sogno compiuto: ormai i cippi confitti lungo il limite italico hanno consacrata l'opera immane; egli pure scambiando uomini e date, tiene fermo lo sguardo sul patto definitivo «che restituisce alla patria il confine delle alpi Giulie» e a questo punto sembra che la stanca mano che la stanca mano chiuda il quaderno ingiallito...


Seguono pagine vuote, non poté più scrivere, la mente gli si era annebbiata. Lottò tuttavia a lungo in piedi contro il male, finché non chinò il capo la mattina del 3 ottobre 1925.

Giovanni Visin

Giovanni Visin (Perzagno, 1806 – Perzagno, 1868) Nacque a Perzagno, nella baia di Cattaro (all'epoca nel regno d'Italia napoleonico). Frequentò l'Accademia Nautica di Trieste e servì come primo ufficiale prima di ricevere, nel 1850, il brevetto di Capitano di lungo corso.

La sua famiglia era di origine istriana. Il cognome "Visin" è attestato nel nordest d'Italia, fra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Il fatto che la famiglia Visin fosse d'origine istriana ha dato il destro ai croati di ritenere che questo Giovanni fosse in realtà un croato! (Come anche Wikipedia italia che lo cita come austriaco/croato) E quindi al Museo Croato della Marina di Spalato una sala è dedicata al "Put oko svijeta s hrvatskim kapetanom Ivom Visinom" (Viaggio attorno al mondo col capitano croato Ivo Visin). Va da sé che nei suoi scritti Visin si firma "Giovanni" e scrive in italiano e in tedesco (la lingua ufficiale della marina austriaca), così come "Giovanni" è il nome che si legge nel diploma che accompagnò la consegna della Bandiera. Oltre a ciò, è interessante ricordare che il brigantino "Splendido" venne costruito a Fiume dal cantiere navale di Andrea Zanon (tipicissimo cognome veneto, della zona dell'Alpago), e che il nome di questo brigantino fu scelto da Visin stesso avendo sentito gli operai e i suoi marinai che dopo averlo visto dissero "È splendido!".

Giovanni fu il sesto al mondo a compiere la completa circumnavigazione del globo terrestre, al comando del brigantino "Splendido" con soli dodici uomini d'equipaggio. Il viaggio durò ben sette anni, e quando Visin tornò a Trieste (il luogo nel quale all'epoca risiedeva) venne accolto con tutti gli onori e decorato dall'imperatore Francesco Giuseppe con la Bandiera Bianca "Merito Navali".

Successivamente, Visin diventò cittadino onorario di Trieste. La sua impresa può essere considerata una pietra miliare fondamentale delle esplorazioni navali del XIX secolo.

Don Pietro Stancovich

"Nacque in Barbana, l'antico Barbianum, castello adagiato sopra il colle alla destra dello storico Arsa non lungi dal Quarnero, addi 21febbraio 1771. Istruito in patria ne' primi rudimenti, passò alle scuoleelementari di Rovigno e quindi in Udine agli studi filosofici. Si recò poi a Padova quale alunno della facoltà teologica in quell'illustre ateneo,dove insegnavano il celebre Valsecchi ed il distinto parenzano padre Giorgio Maria Albertini; ed ivi si diede con fermo proposito ad apprendere ogni
maniera di studi, fattosi amico a quanti tra i migliori concorrevano da ogni provincia del Bel Paese. Partito dal luogo natale con l'anima piena, di forti memorie, educato all'amore della sua Istria, la svegliata mente dello Stancovich dove ricever ispirazioni da quella terra, che è tuttaun sorriso di cielo. Terminato con moltissima lode il corso teologico,ritornò in Barbana, e ricevuti gli ordini sacri dal vescovo di Pola, vennedopo due anni eletto per voto unanime de' suoi conterranei, che sinceramente lo amavano, canonico della sua patria, e per la morte di quel curato, amministratore parrocchiale. Caldo d'anima e d'immaginazione, non siconfaceva il modesto officio alla sua brama ardente di applicare con serietàagli studi; si pose quindi a viaggiare tutta Italia e in Roma strinse di mestichezza col cardinale Angelo Mai, miracolo di scienza paleografica edarcheologica. Conobbe ancora altri archeologi e storici distinti: il Furlanetto e il Piazza di Padova, il Fea e il Nibby di Roma, i quali lo animaronoa raccogliere manoscritti, diplomi, libri e medaglie, per illustrare la sua diletta provincia. Primo frutto della preziosa raccolta fu uno scritto intornoalla classica arena di Pola e a molte importanti lapidi romane trovate in que' dintorni. Scrisse poi altro lavoro sulla patria del suo comprovincialeSan Girolamo, il più grande dottore della chiesa latina, e lo dedicò alpatriarca di Venezia, che lo accolse riconoscente. Parecchi altri lavori,la maggior parte di soggetto istriano, compose ancora lo Stancovich, ne' quali lascia sempre intravedere un nobile e delicato sentimento pelprogresso civile del suo Paese. Fra que' lavori merita un posto onorevole la presente Biografia; opera, che, se non è scevra di mende nè del tutto
compiuta, mancandovi i distinti comprovinciali delle isole del Quarnero,mostrerà in ogni tempo la vasta erudizione, la somma pazienza, e l'immenso
affetto a cui s'ispirò l'autore.
Morì lo Stancovich, dove nacque, in Barbana, addi 12 settembre 1852,tra il sincero compianto degl' istriani, i quali perdettero in lui un virtuoso
sacerdote, un laborioso cittadino, un benemerito illustratore del loro passato,palladio di civiltà, perenne scuola ed esempio alle novelle generazioni.

Capodistria nel febbraio 1888."

Giorgio Pitacco

Giorgio Pitacco è stato un politico italiano. Fu senatore del Regno d'Italia a vita dalla XXVI legislatura in poi.

Nacque a Pirano, in Istria, il 25 aprile 1866 da Simeone e Caterina Ruzzier. La famiglia, di modeste origini artigiane, si trasferì a Cervignano e Pitacco compì gli studi prima al Ginnasio liceo tedesco (Staatsgymnasium) di Gorizia e in seguito all’Università di Graz, dove, nel 1890, conseguì la laurea in giurisprudenza. Dopo un anno di pratica giudiziaria presso il tribunale di Trieste, alla fine del 1891 entrò in comune come «quarto alunno di concetto» percorrendo la carriera fino al grado di assessore alla presidenza municipale, e in questa veste ebbe modo di conoscere Felice Venezian, capo del Partito liberale nazionale. Nel 1892 venne nominato segretario generale della Lega nazionale, mantenendo l’incarico per due decenni, quando l’Austria soppresse il sodalizio in seguito all’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, ma nel dopoguerra la Lega venne nuovamente ricostituita e la presidenza fu affidata a Pitacco. Nel 1905, non ancora quarantenne, fu eletto al parlamento di Vienna, dove difese la causa degli italiani con estrema dignità e senza compromessi, occupandosi tenacemente della questione dell’Università italiana di Trieste. P. conservò la carica di parlamentare fino al 1907 e successivamente fu rieletto dal 1909 al 1914. Prima dello scoppio della guerra, tra il 1905 e il 1910 fu anche professore di italiano allo Staatsgymnasium ed ebbe tra i suoi allievi Dolfo Zorzut. Nel corso delle sue lezioni, P. incoraggiava gli studenti italiani a parlare nella loro lingua e a raccogliere le testimonianze della cultura popolare; da questa iniziativa nacque il breve saggio Per una raccolta etnografica friulana (nota di un non friulano), pubblicato su «Forum Iulii», un periodico attivo tra il 1907 e il 1910 che diede voce in particolare alle ricerche degli appassionati di cultura friulana del Goriziano. Sulla medesima rivista P. fece uscire anche un importante contributo sulla figura di Graziadio Isaia Ascoli. Collaborò inoltre con le «Nuove pagine», nate dopo la chiusura delle «Pagine friulane». Durante lo stesso periodo partecipò alla realizzazione dell’importante volume di Luigi Salvatore d’Asburgo Lorena Zärtlichkeits Ausdrücke und koseworte in der friulanischen Sprache, per il quale il piranese svolse il compito di coordinatore redazionale. Nel periodo bellico P. si arruolò volontario e fu nominato tenente nell’81° reggimento fanteria con sede a Roma. In quegli anni svolse un ruolo fondamentale nel rivendicare e portare insistentemente all’attenzione della classe politica italiana la condizione dei giuliani, e diede alle stampe un volume di carattere propagandistico intitolato Il travaglio dell’italianità di Trieste (1917). Furono anni molto intensi vissuti nella totale dedizione alla causa delle terre adriatiche, e i ricordi di quella sua esperienza vennero raccolti nell’opera La passione adriatica nei ricordi di un irredento, pubblicata a Bologna nel 1934. Nel novembre del 1920 il trattato di Rapallo segnò il passaggio definitivo di Trieste all’Italia e il 17 febbraio 1922 P. fu eletto sindaco della città. L’anno seguente fu nominato anche senatore del Regno per meriti eminenti verso la patria, e il suo ingresso in Senato a Roma, il 14 maggio, fu un importante riconoscimento per il capoluogo giuliano e per le terre adriatiche. P. rimase sindaco fino al 1926 e divenne poi podestà tra il 10 maggio 1928 e l’ottobre 1933. Nel 1924 gli venne assegnata ad honorem la tessera del Partito fascista e, con decreto sovrano del 12 dicembre 1938, fu nominato ministro di Stato. P. ottenne così a settantatré anni il titolo di “eccellenza”, anche se senza ufficio e senza prebende. Durante la seconda guerra mondiale guardò con preoccupazione alla sorte delle popolazioni della Venezia Giulia minacciata dalle rivendicazioni jugoslave. Morì a Trieste il 25 agosto 1945.

Giuseppe Tominz

Giuseppe Tominz (Gorizia, 6 luglio 1790 – Gradiscutta, 24 aprile 1866) è stato un pittore italiano, di fama internazionale, considerato il massimo ritrattista di area goriziano-triestina dell'Ottocento.

Nato a Gorizia, figlio di Ivano Tominz un commerciante italiano in ferramenta, studiò in seminario e nel contempo apprese a dipingere con un pittore suo concittadino, Carlo Kebar. Restato orfano della madre Maria Anna Giacchini in giovanissima età, abbandonò la casa paterna dopo le seconde nozze di suo padre, nel 1803. Dopo aver errato per alcuni anni nei paesi e nelle borgate del goriziano guadagnandosi da vivere come ritrattista, nel 1808 fu notato dall'arciduchessa Marianna d'Austria, sorella dell'imperatore Francesco I che, riconosciuto il talento del giovane, l'anno successivo lo inviò a Roma a perfezionarsi presso la bottega di Domenico Conti Bazzani, artista mantovano che risiedeva da tempo nella città papale.

A Roma Tominz entrò in contatto con alcuni grandi pittori del tempo, come Francesco Hayez e Ingres ed apprese le tecniche dell'incisione da Bartolomeo Pinelli. Di questo periodo sono La venere e cupido, La lettrice e soprattutto uno Studio di apostolo che ottenne premi e riconoscimenti da parte del mondo accademico capitolino. Dopo il matrimonio con una cameriera romana e la nascita del primo figlio Augusto (1818), Tominz rientrò con la famiglia a Gorizia (1819), dove nascerà il secondogenito Raimondo (1822).

La notorietà acquisita a Roma permise a Tominz di ottenere, nella propria città natale, numerose e importanti commesse, sia da parte delle gerarchie ecclesiastiche locali che di quelle civili. Molto ammirate furono sia una sua pala d'altare per la cappella di San Carlo che quella per la cattedrale di Gorizia richiestegli entrambe dall'Arcivescovo. Fra i ritratti emergono quelli di note famiglie goriziane e due effigie dell'imperatore che dipinse per conto del Tribunale civico della sua città natale e per il Tribunale commerciale di Trieste.

Il pittore fu anche a Lubiana dove immortalò la nobildonna Cecilia di Auersperg, uno dei suoi capolavori. Sono di questo periodo (1825-1826 circa) anche due celebri autoritratti, entrambi inseriti in ambienti domestici; il secondo, del 1826, è anche conosciuto come Ignoto alla finestra.

Attorno al 1825 Tominz si trasferì a Trieste dove era già noto per alcuni suoi lavori, come la già citata effigie imperiale per il Tribunale commerciale. Fra i suoi ritratti più celebri realizzati negli anni triestini ricordiamo quello dei coniugi Demetrio, del conte Pasquale Revoltella, della famiglia Moscon, di Zuan delle Rose e di Giuseppe e Fanny de Toppo. Quest'ultima immortalò l'avvenimento in uno dei suoi diari. L'artista non disdegnò ritrarre familiari ed amici, fra cui suo fratello Francesco, Giuseppe Bernardino Bison, pittore anch'esso ed autore degli affreschi di una casa di campagna di proprietà dei Tominz a Gradiscutta e Natale Pontoni, farmacista.

Sono della fine degli anni trenta del Ottocento i ritratti di Maria e Caterina Ragusin, di Lussino e quello di Giusto Giuseppe Allodi con cui Tominz vinse il primo premio all'Esposizione d'arte di Venezia del 1840. Ammiratissimi furono anche i suoi oli del quinto decennio del XIX secolo, spesso esposti insieme a quelli dei più celebri artisti italiani del tempo presso l'Accademia triestina di Belle Arti, meglio conosciuta come Filotecnica. Nel 1848-1849 Tominz dipinse i suoi ultimi capolavori (Ritratto del padre e la Famiglia Parisi).

Dopo il 1850, una progressiva diminuzione della vista fece perdere all'artista il rigore e le doti pittoriche di un tempo. Tominz si fece aiutare sempre più da suo figlio Augusto, anch'egli pittore, ma meno dotato di lui. I ritratti si fecero sempre meno espressivi, le committenze diminuirono e l'artista goriziano si vide costretto ad aprire uno studio fotografico per poter mantenere il tenore di vita cui era avvezzo.

Nel 1855, ormai sessantacinquenne, abbandonò definitivamente Trieste e fece ritorno a Gorizia, dove aveva ancora molti ammiratori e dove dipinse i suoi ultimi ritratti. Fu anche invitato ad eseguire alcuni affreschi per il Teatro sociale della città, ma declinò l'offerta. Iniziò a trascorrere lunghi soggiorni a Gradiscutta in Val Vipacco presso Prevacina, nella propria casa di campagna, spesso accompagnato da suo fratello Francesco o dai suoi due figli. Ivi Tominz si spense nel 1866, all'età di settantasei anni.

Antonio Grossich

Antonio Grossich (Draguccio, 7 giugno 1849 – Fiume, 1º ottobre 1926) è stato un medico e politico italiano. Fu senatore del Regno d'Italia.

Nato nel piccolo paese di Draguccio, una località del comune di Cerreto in Istria, era figlio dell'agiato vinaio e commerciante Giovanni Matteo e di Angela Francovich. Dopo aver frequentato la scuola elementare a Draguccio e a Capodistria, assieme al fratello maggiore Giovanni si trasferì in quest'ultima cittadina, ospite dello zio, il patrizio Angelo Grossich. Nel 1862 morì il padre, di conseguenza Giovanni fu costretto a lasciare gli studi per sovrintendere alle attività della famiglia, mentre Antonio si spostò al Ginnasio di Pisino, per essere più vicino alla madre.
Avviatosi inizialmente agli studi giuridici presso l'Università di Graz per rispettare la volontà paterna, dopo tre semestri passò alla facoltà di medicina presso l'Università di Vienna, ove si laureò nel 1875. Rientrato in patria esercitò a partire dal 1876 la professione di medico a Castua, finché fu richiamato nell'esercito austro-ungarico in occasione della campagna militare di Bosnia ed Erzegovina del 1877-1878. Congedato al termine del servizio, si trasferì nel 1879 a Fiume dove proseguì nella professione medica. Qui conobbe e sposò Edvige Maylender, sorella di Michele Maylender, che gli diede due figli: Beatrice e Ruggero.
Tornato a Vienna per ottenere il diploma di "fisicato" e le specializzazioni in ginecologia e chirurgia, lavorò presso la clinica di chirurgia della stessa facoltà viennese. In questo periodo divenne allievo e collaboratore di Eduard Albert e lavorò con Karel Maydl, chirurghi e professori molto noti ed affermati nell'ambiente austriaco, i quali volevano indirizzarlo alla carriera accademica. Ricevute varie offerte di lavoro nella capitale austriaca, le rifiutò per impiegarsi nel reparto di chirurgia dell'Ospedale Civico di Fiume, divenendone primario nel 1886. Dopo il trasferimento a Fiume iniziò a partecipare attivamente alla vita culturale e politica della città d'adozione. Questo periodo coincise con le prime decise prese di posizione del Grossich sulle colonne dei giornali istriani a difesa dell'identità italiana in Istria, messa in pericolo dalla politica di germanizzazione di Vienna decisa ad aprire scuole tedesche in aperta concorrenza con quelle italiane.
Nel 1897 aderì al Partito autonomista fiumano di M. Maylender, suo cognato, e l'anno seguente fu eletto nel Consiglio comunale di cui divenne uno dei membri più attivi, particolarmente nella difesa dello statuto cittadino. Il medico istriano fu italiano non solo moralmente, per l’ardente irredentismo che permeò la sua azione politica, ma anche a tutti gli effetti di legge. Proprio la sua cittadinanza italiana gli consentì di ricevere la nomina al Senato del Regno (Italia).
Salì alle cronache e agli onori internazionali nel 1908 quando ideò la tintura di iodio come sterilizzazione rapida per uso esterno, oltre ad essere già stato probabilmente il primo a praticare la sterilizzazione della sala operatoria. La nuova soluzione disinfettante verrà utilizzata una prima volta su larga scala durante la Guerra italo-turca nel 1911-1912. Per questi suoi meriti, Grossich venne insignito dell'Ordine della Corona d'Italia (l'equivalente monarchico dell'attuale Ordine al Merito della Repubblica Italiana che ne ha assunto le veci). Il primo uso della tintura fu nella guerra in Libia.
Fu eletto nel 1914 consigliere comunale e poi vicepresidente del Consiglio comunale di Fiume (Corpus separatum) e per questa sua carica, nella prima fase della prima guerra mondiale, venne dalle autorità confinato per un certo periodo a Vienna in Austria, dove rimase fino all'estate del 1918, come numerosi altri italiani della Venezia Giulia. Il 29 ottobre 1918, in seguito alla disfatta militare e alla conseguente dissoluzione dell'Impero asburgico, si costituì il Comitato nazionale italiano, poi denominato Consiglio nazionale italiano di Fiume, per amministrare l'autonomia cittadina preesistente e gestire l'annessione al Regno d'Italia, di cui Grossich fu eletto presidente. In tale veste egli rivendicò per il capoluogo del Quarnero corpo separato costituente un comune nazionale italiano […] il diritto di autodeterminazione delle genti e ne proclamò l'annessione all'Italia. Con l'inizio delle trattative, operò attivamente per ottenere che la Conferenza di pace di Parigi si pronunciasse a favore dell'assegnazione di Fiume all'Italia.
Il 12 settembre 1919, quando D'Annunzio, alla testa di un migliaio di volontari, entrò in città ponendo fine all'occupazione interalleata, salutò il comandante-poeta come un liberatore e, a nome del Consiglio, gli conferì i pieni poteri militari e civili, che portarono, l'8 settembre 1920, all'atto di proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro. Aveva così inizio uno stretto, ma anche difficile, rapporto tra i due, contrassegnato dai contrasti presto sorti tra D'Annunzio, sempre più insofferente dei limiti posti alla sua azione, e le forze politiche locali, ormai inclini a un compromesso. In seguito all'allontanamento dalla città dei legionari dannunziani, Grossich divenne governatore provvisorio dello Stato libero di Fiume, istituito dal trattato di Rapallo, dal 1º gennaio 1921 fino al 24 aprile 1921, giorno delle elezioni per l'Assemblea Costituente del nuovo Stato da cui uscì vincitore il Partito Autonomista di Riccardo Zanella.
Il 19 aprile 1923 viene nominato da Vittorio Emanuele III senatore del Regno. Dopo il passaggio della sua città alla sovranità italiana, a seguito dell'Accordo di Roma (27 gennaio 1924), fu proprio Grossich a consegnare simbolicamente le chiavi della città di Fiume al Re d'Italia, nel giorno della sua visita, per ufficializzarne l'annessione. Venne a mancare il 1º ottobre 1926 in Fiume.

PRODUZIONI
Agli inizi della sua professione medica risale il primo lavoro "Trattatello di igiene" (Fiume, 1882), una denuncia della grave situazione in cui versava la sanità austriaca, bisognosa di una radicale riforma, in un’epoca in cui mancavano gli antibiotici e l’igiene era scarsissima nelle trincee e negli ospedali da campo. Nel 1893, fu tra i fondatori del Circolo letterario che si proponeva di diffondere la letteratura italiana tra i giovani. Inoltre lo stesso G. fu autore di un dramma in quattro atti "La donna fatale" (Milano, 1893), cui sarebbe seguito, tre anni dopo, "Viaggio di una principessa in Terra Santa", dedicato a Stefania del Belgio, vedova del principe ereditario Rodolfo d'Asburgo.