lunedì 6 novembre 2023

Indirizzo degli italiani dei confini orientali, esiliati dagli austriaci, a Vittorio Emanuele I re d'Italia, 18 giugno 1866

(Fonte: La provincia dell'Istria e la città di Trieste: atti dei mesi di giugno, luglio e agosto 1866, G. Barbèra: Firenze, 1866)

« Essi saranno i guardiani dell'Alpe Giulia, di quell'Alpe che, violata troppe volte dallo straniero, è complemento necessario e sicurezza del territorio nazionale; essi sono i discendenti di quegli arditi marinari istriani che combatterono e vinsero sotto il glorioso vessillo di San Marco. Essi Vi daranno in mano quella Pola che, fin dall'epoca romana porto militare italiano, l'Austria ha ormai convertito in minaccia di tutta la nostra costa adriatica. Essi vi daranno quella Trieste che l'Austria vorrebbe malamente far credere di pertinenza germanica. »



Memorie per la storia della Dalmazia Vol. 1 - Proemio di Giovanni Kreglianovich Albinoni









giovedì 2 novembre 2023

Famiglie: MATTHEIS, MATTIAZZI, MAVER

MATTEO BOTTERI

Nasce sull’isola di Lesina nell’omonima città il 7 settembre 1808. Infaticabile naturalista, esplora la flora e la fauna delle numerose isole dell’arcipelago della Dalmazia centrale. Nel 1854 si trasferisce nel Messico con lo scopo di raccogliere le piante per la reale Società dell’orticultura (Royal Horticultural Society). Si stabilisce a Orizaba, dove diventa docente di lingue e storia naturale al locale Orizaba College. Il passero di Botteri (Aimophila botterii) è una specie da lui scoperta nel Messico nel 1857, chiamata così nel suo onore. Collabora con molti naturalisti del suo tempo tra i quali il celebre Roberto De’ Visiani, per la cui opera Flora dalmatica ha raccolto una notevole quantità di materiale. Il suo manoscritto di quattro cataloghi della flora e fauna è stato pubblicato in versione ridotta da Spiridone Brusina. I suoi erbarii sono parzialmente custoditi nell’Istituto botanico della Facoltà di matematica di Zagabria. Muore a Orizaba il 3 luglio 1877.


MATTEO DA SEBENICO

Nasce a Sebenico e nel 1485 è ricordato come rettore degli Artisti nell’Università di Padova.


MATTEO DI POMENO

Nasce a Traù ed è ricordato dalle cronache del tempo come un abile orafo e cesellatore, noto particolarmente tra il 1448 ed il 1477.


FRANCESCO MATTHEI

Nasce ed opera a Ragusa nel XVI secolo dove lascia significativi quadri.


CAROLINA MATTIAZZI

Con il gruppo di Sebenico espone in città nel gennaio 1919 un manifesto per Spalato italiana, ritenendo ancora che i Patti di Londra sarebbero stati onorati e che Sebenico fosse pacificamente italiana.


GIOVANNI MAVER

Nasce a Curzola nel 1891 da padre italiano e da madre tedesca. Studia nelle locali scuole croate e si laurea in filologia romanza a Vienna, dove ha per maestro il celebre Meyer-Lübke. Già a 23 anni ottiene il dottorato accademico sub auspiciis imperatoris. dopo la Prima guerra mondiale si stabilisce a Padova dove insegna inizialmente la lingua tedesca e poi la serbo-croata. Approfondisce inoltre la lingua e la letteratura polacca e si occupa di quella ceca, slovacca e russa. Insegna nelle Università di Padova e di roma ed ottiene la prima cattedra italiana di Letteratura polacca, diventando in breve tempo la massima autorità della slavistica all’Università di Roma, nella quale svolge anche la funzione di rettore. Collabora con l’Enciclopedia italiana alla stesura degli articoli sulla letteratura polacca, risultati i più esaustivi nel mondo letterario di allora. Nel 1925 fonda la rivista “ricerche slavistiche”. Scrive numerosi articoli sull’influsso culturale italiano e sulla presenza di vocaboli italiani nelle lingue e nei dialetti dell’Istria e della Dalmazia. Muore a Roma nel 1970. 

Opere 

Parole serbocroate o slovene d’origine italiana (dalmatica), 1923. 

Intorno a due parole serbocroate della Dalmazia, 1924. 

Intorno alla penetrazione del lessico italiano nel serbo-croato della Dalmazia e dei territori vicini: criteri metodologici, 1924-25.

Dal Tirreno all’Adriatico: considerazioni intorno ad alcuni termini marinareschi, 1959. 

Leopardi e Villicky, 1929. 

Leopardi presso i croati ed i serbi, 1929. 

La letteratura croata in rapporto alla letteratura italiana, Ivo Vojnovic, Roma, 1924. 

Le letterature slave nei secoli 19. e 20., tre lezioni tenute alla scuola superiore libera di studi sociali di Brescia, Padova, Tip. Seminario, 1925. 

La letteratura croata in rapporto alla letteratura italiana, Roma, Reale Accademia d’Italia, 1942.

Canti popolari delle colonie slavo-molisane (con Alberto M. cirese e Milko Maticetov), Rieti, s.n., 1957.

Letteratura serbocroata, Milano, 1960.

Famiglie: MISSONI, MISTACHIELI, MITIS, MLADINEO

LUIGI MISSONI
Nasce a Gravosa vicino a Ragusa (il regno di Jugoslavia, con l’intento di cancellare il nome di antica repubblica, unificò Ragusa e Gravosa, chiamandole Dubrovnik) nel 1915 e segue la famiglia che negli anni ‘20 va in esilio in Italia. Consegue il diploma di ragioniere all’Istituto “Nolfi” di Fano e nel 1936 entra nell’Accademia militare di Modena. Nell’ottobre del 1939 è nominato sottotenente di fanteria. Parte per l’Albania dove è destinato al 3° Granatieri e partecipa a numerose azioni di guerra al comando di un plotone di fucilieri della 7° compagnia. Per l’estremo eroismo dimostrato nella battaglia di M. Shpat, il 14 dicembre del 1940 è decorato di medaglia d’oro al V.m. che gli viene appuntata al petto dalla regina Elena che lo chiama “cugino” per il rapporto di parentela della famiglia De’ Fenzi - De' Vidovich - Missoni con la Casa reale montenegrina, con la seguente motivazione: “Comandante di un plotone fucilieri, si distingueva in numerosi combattimenti per l’ardire e l’entusiasmo che trasfondeva nei propri granatieri, guidandoli alla lotta. Durante un violentissimo attacco condotto da preponderanti forze nemiche, si prodigava incessantemente per incitare i suoi uomini al combattimento, portandosi con eroico ardire ove più ferveva la mischia. Mentre aiutava due granatieri feriti a recarsi in luogo più coperto, veniva colpito gravemente al viso da una raffica di mitragliatrice. Invitato dal comandante la compagnia a portarsi al posto di medicazione, fieramente rispondeva che, poiché l’avversario incalzava, suo dovere era di rimanere fra i propri uomini. Partecipava quindi, di nuovo, valorosamente alla lotta, lanciando bombe a mano contro il nemico in forze giunto a distanza d’assalto. Una fucilata gli faceva esplodere una bomba nella mano destra, asportandogli l’arto. Mutilato nel corpo, ma saldo nell’animo, lanciava a più riprese ai suoi granatieri il grido di fede e di lotta “Viva l’Italia”, fino a quando, per la grande perdita di sangue, si accasciava al suolo. Espressione delle più salde virtù militari”.
Per le gravi mutilazioni riportate in battaglia, Missoni viene collocato a riposo, si dedica al giornalismo, collabora all’Avvenire di Bologna e nel 1942 pubblica uno studio intitolato L’Italia ritorna in Dalmazia. Si trova a Bologna, ospite dell’istituto Rizzoli dove gli veniva adattata la protesi all’arto amputato, quando viene firmato l’armistizio. Muore a Castelfranco Emilia, ucciso dalle bombe anglo-americane durante una pesante incursione aerea il 17 settembre 1944.



OTTAVIO MISSONI
Divenne il più famoso stilista italiano, "maestro del colore", tra i padri fondatori del Made in Italy con i suoi arazzi coloratissimi, patchwork, righe e un caleidoscopio di motivi e di tinte.

"Un uomo geniale, pieno di talento, un colorista fantastico, avrebbe potuto fare il pittore" racconta la moglie Rosita, classe 1931, con la quale fondò la casa di moda Missoni scegliendo, oggi diremmo in "modo sostenibile", di trasferire casa e bottega a Sumirago, dove poteva anche continuare ad allenarsi. Perché prima di essere uno stilista Ottavio Missoni era anche un atleta fenomenale, finalista dei 400 metri ostacoli alle Olimpiadi di Londra 1948, campione del mondo studentesco nei 400 metri piani e vincitore di otto titoli nazionali. E ancora nella categoria master, con titoli e medaglie nel nuoto, nel lancio del giavellotto e del peso.  
Nato e cresciuto a Zara, dove la famiglia si stabilì quando lui aveva pochi anni, ma triestino di adozione, Missoni ha sempre rivendicato le proprie origini orgogliosamente italiane con i sentimenti feriti di un esule. "Noi della costa non siamo né danubiani né balcanici, e se qualcuno oggi la chiama Croazia io insisto a dire che è e rimane sempre Dalmazia", soleva dire spesso.

I ricordi sono quelli di un esule: "L'ultimo Natale a Zara - aveva raccontato - è stato quello del 1941, poi sono andato militare. Quando ci furono i bombardamenti degli anglo-americani, io ero prigioniero in Egitto, mio padre e mio fratello erano imbarcati. A casa era rimasta mia madre che, ai primi del 1944, è fuggita da sola a Trieste lasciando tutto, ma portandosi via il pianoforte, che ancora abbiamo". Il resto andò perduto, anche la casa di famiglia. 

Nel 1935, a 14 anni, Missoni aveva cominciato a praticare seriamente l'atletica, nei 400 piani e nei 400 ostacoli. Nel 1939 era diventato campione mondiale studentesco a Vienna e dopo la guerra, che gli aveva portato via i migliori anni per lo sport, aveva partecipato alle Olimpiadi di Londra nel 1948 (classificandosi al sesto posto nella finale dei 400 ostacoli e correndo la staffetta 4x400) ed era poi arrivato quarto agli europei del 1950.

Nella sua carriera ha vestito 23 volte la maglia azzurra e conquistato 8 titoli italiani. Ma era rimasto sempre uno sportivo e, con l'avanzare dell'età si era dedicato ai lanci, partecipando perfino ai mondiali di giavellotto (per 'under 90', disse con autoironia prima di compierli). 
A Londra Ottavio aveva conosciuto Rosita Jelmini, figlia di imprenditori tessili lombardi, e con lei, diventata sua moglie, iniziò a sviluppare la sua attività, già iniziata da solo con una piccola produzione di indumenti sportivi, il nucleo di quell'impresa che avrebbe portato la coppia sulle vette della moda. 
Agli esordi, aprirono un laboratorio a Gallarate. Il salto avvenne nel 1958, quando la Rinascente commissionò ai Missoni 500 abiti a righe.

"Tentavamo di lavorare sul colore ma, con le macchine che avevamo allora, era difficile" ha ricordato Tai in seguito (Balthus lo definì "maestro del colore"). 

Dall'esigenza creativa si sviluppò la ricerca tecnica.
Nel 1969 Tai e Rosita costruirono lo stabilimento e la casa di Sumirago, nel Varesotto. All'inizio degli anni 70 fu successo mondiale: arazzi coloratissimi, patchwork, righe e fiammati arcobaleno e il famoso 'put together', espressione con cui Ottavio spiegò agli americani che si trattava di 'mettere insieme' fantasie di punti e colori che mai nessuno avrebbe osato accostare, in un caleidoscopio di motivi e di tinte. 
Una vita, quella di Missoni, dedicata allo sport, al lavoro ed all'associazionismo della Diaspora dalmata, non mancando mai di partecipare ai raduni annuali ed ai principali appuntamenti del Libero Comune di Zara in Esilio.
Le sue ultime settimane di vita furono però segnate dalla tragica scomparsa del figlio: era il 4 gennaio 2013, quando un piccolo bimotore britannico Norman BN2, decollato dallo scalo di Los Roques precipita nelle acque nel mar dei Caraibi. A bordo Vittorio Missoni, la compagna Maurizia Castiglioni, e una coppia di amici, insieme ai due piloti del velivolo, i cui resti furono rinvenuti mesi più tardi e dopo la morte di Ottavio, avvenuta la notte dell'8 maggio 2013.
L'originalità e la riconoscibilità di questa moda ha portato i Missoni nei più importanti musei. Gli arazzi in mostra e nel centenario della sua nascita, il Museo MA*GA di Gallarate (VA), che nel 2015 dedicò alla Maison un’ampia antologica, presenta il nuovo allestimento della Sala Arazzi Ottavio Missoni, in collaborazione con la Fondazione Ottavio e Rosita Missoni. 
La sezione, divenuta parte permanente della collezione, conserva una serie di grandi arazzi realizzati in patchwork di tessuto a maglia, allestiti in uno spazio immaginato dal figlio Luca Missoni e progettato da Angelo Jelmini, per sottolineare la valenza di queste particolari realizzazioni tessili di Ottavio Missoni il quale, a partire dagli anni Settanta, li elegge come esclusiva tecnica di espressione artistica, capace di concentrare in modo peculiare gli interessi trasversali, sia nella moda che nell'arte, per materia e colore. 
“In occasione dei 100 anni dalla nascita di mio papà - dice Luca Missoni - ci è sembrato naturale avvalorare l’esposizione dei suoi arazzi nella sala del museo a lui dedicata con una narrazione tematica del suo lavoro artistico. Una selezione di studi originali, da sempre disegnati usando pennarelli colorati su carta a quadretti, realizzati per progettare le sue creazioni e i suoi arazzi. Una scelta di tessuti in maglia, alcuni dei quali già esposti nel 1975 alla sua prima mostra alla Galleria Il Naviglio di Venezia".

TEODORO MISTACHIELI
Proviene dalla Dalmazia, ma la tradizione ignora il luogo della sua nascita. È sindaco e pro-rettore degli Artisti all’Università di Padova nel 1643.

FRANCESCO MITIS
Nasce a Cherso, è avvocato e tra il 9 febbraio al 4 luglio del 1849 combatte alla difesa della Repubblica Romana.

SILVIO MITIS
Nasce a Cherso nel 1853. Noto professore, diventa preside di liceo nel quale insegna. Scrive numerosi saggi sulla Storia d’Istria e Dalmazia e collabora con la “Rivista Dalmatica”. Muore a Pola nel 1934.

GIUSEPPE MLADINEO
Deputato della dieta del regno di Dalmazia per il Partito autonomista dalmata, filoitaliano, è stato eletto nella circoscrizione di Spalato dal 1871 al 1874.

Famiglie: Filippi

AMATO FILIPPI

Nasce nel 1884 a Obrovazzo nei dintorni di Zara, studia Lettere a Vienna avendo per maestro Alberto Mussafia ed a Firenze Mazzoni. E' ricordato come un fecondo col laboratore de La Rivista Dalmatica ed autore di numerosi saggi inerenti la letteratura ragusea dell'Umanesimo. Ricordiamo un suo importante studio sulle Satire di Giunio Resti. Muore nel 1943.


GIAN GIUSEPPE FILIPPI

Nasce a Zara nel 1787 ed è primo giudice alla Corte d’Appello di Zara, dal 1811 al 1813. Quando il Dandolo riapre a Zara una scuola di diritto, che esisteva già nel Trecento, è presente come allievo Gian Giuseppe Filippi che diventa poi giudice del tribunale d’appello all’età di ventun anno. È avvocato sotto gli austriaci. Ottiene il trasferimento all’ordine degli avvocati nel 1813 ed esercita l’avvocatura fino alla morte. Dal 1813 è ricordato tra i consiglieri comunali, come membro della Commissione per l’apertura del nuovo Casinò di Zara e come proprietario di diversi palazzi in città nell’Isola Lunga e di terre a Obrovazzo, Scardona e Zemonico. È membro della Commissione per l’ospedale (1818, 1821-’22) e della Commissione straordinaria di Carità (1836) ed è anche tra i finanziatori del Teatro Nobile di Zara ed ottiene nel 1832 il possesso permanente di un palco rimasto alla famiglia fino al 1945. La sua attività politica comincia nel 1848. Per potersi dedicare ad essa rinuncia ai posti nelle varie Commissioni ed al Consiglio comunale ed è eletto deputato di Zara al Parlamento di Vienna (dieta imperiale), dove sostiene l’autonomia della Dalmazia. Contro le pressioni di chi (B. Petranovich, S. Ivicevich) voleva l’introduzione della lingua croata come materia obbligatoria anche per gli italiani nelle scuole della Dalmazia, nel settembre 1848 si oppone esprimendo il timore che il croato potesse presto sostituire totalmente l’italiano nell’istruzione, nel sistema giudiziario e nell’amministrazione in Dalmazia, ma sostiene che nel Parlamento di Zagabria sia doveroso consentire ai croati di parlare nella loro lingua, perché potevano fino allora esprimersi solo in tedesco, ungherese e latino. Nel mese di dicembre 1848, insieme ad altri rappresentanti della Dalmazia, è uno dei firmatari della protesta rivolta all’imperial regio ministro degli Affari Interni, per la nomina del barone Josip Jelacic a Governatore di Dalmazia. Con questo documento si ammoniva sui pericoli che tale nomina presentava come l’accorpamento del regno di Dalmazia al banato di Croazia. Presenta, assieme a Petranovich, il progetto del ritorno delle isole del Quarnaro al regno di Dalmazia con Zara capitale. Nonostante i suoi progetti fossero stati avversati a Vienna, si batte per mantenere la scuola di giurisprudenza di Zara in lingua italiana con un celebre discorso al Parlamento di Vienna del 20 febbraio 1849. 

A partire dal 1809 è per lungo tempo fabbricere, e, occasionalmente, rettore del duomo, e, secondo C. F. Bianchi, è il principale promotore del culto di Santa Anastasia ed il maggiore benefattore della chiesa. 

Pubblica per due volte (1831, 1833) l’ opuscolo officia propria Sanctorum celebranda in civitate atque universa Archidiocesis Jadertina. Alla sua morte nel 1851 sono murate nella cappella di S. Anastasia della cattedrale e nel palazzo della Fabbriceria due lastre di marmo con iscrizioni che si riferiscono alla sua fondazione. 

Aveva sposato nel 1820 Chiara, figlia maggiore del conte Pietro Natale Fondra-Ferra. Con l’estinzione del ramo del casato Fondra-Ferra l’intero patrimonio passa ai Filippi, compresa la ricca collezione di incunaboli, oggetti storici e iscrizioni antiche. Tra questi il manoscritto Anonimo Filippi, una delle principali fonti storiche per la Dalmazia. Muore a Zara nel 1851.


NATALE FILIPPI

Nasce a Zara il 15 luglio 1823, avvocato e politico. Figlio di Gian Giuseppe e di Chiara Fondra-Ferra, si laurea in giurisprudenza a Padova nel 1847. Dopo un breve periodo passato come magistrato diviene avvocato, professione che esercita per tutta la vita. Avvocato di grande capacità, è presidente dell’ordine degli avvocati in Dalmazia negli anni 1871-’73. Appoggia il movimento antiaustriaco per l’autonomia dei croati e degli slavoni, ed è invitato al Congresso slavo di Praga del 21 maggio 1848. 

Dopo la restaurazione che stabilisce la preminenza dei nazionalisti austriaci nell’Impero, si allarma per la deriva filoslava attuata in funzione antitaliana del governo di Vienna. Nel 1861 Natale è il più energico tra i membri della delegazione del regno di Dalmazia a Vienna per contestare l’unificazione con il regno di Croazia: ad aprile dello stesso anno è tra i firmatari della nota di protesta contro le proposte del governo di Vienna di unificare a Zagabria una dieta croato-slavona-dalmata e si dichiara pronto a discutere la questione con i rappresentanti della dieta croata. Come rappresentante della dieta del regno di Dalmazia (1861-’64, 1866-’67, 1871-’73) e presidente del Comitato Nazionale (1861-’64) appartiene all’ala di tendenza liberale e autonomista di Zara ed avversa con determinazione l’unificazione della Dalmazia con la Croazia. Nonostante la dura reprimenda subita da parte del presidente della dieta M. Klaic per aver rifiutato di difendere Natko Nodilo in procedimenti giudiziari, mantiene permanente l’impegno a sostenere il primato della lingua italiana e per smontare l’accusa nei casi di seggi autonomisti contestati. Così la solidarietà tra autonomisti liberali e nazionalisti (Alleanza dei liberali) funziona per l’elezione al Consiglio dell’agosto 1864. Per imperial-regio decreto è nominato Vice-Presidente della dieta nel 1870, carica da cui si dimette con altri esponenti autonomisti quando vince per la prima volta il partito croato del Popolo che chiude tutte le scuole di lingua italiana eccezion fatta per quelle di Zara con decorrenza 1 settembre 1870. È eletto anche alle elezioni comunali e negli anni 1871-1873 è anche presidente della giunta comunale di Zara. dal 1850 è un promotore della vita culturale, in particolare teatrale, della città e presiede la Commissione per la costruzione del Teatro Verdi di Zara. Gli altri due commissari sono il dr. Simone Katich ed il dr. Antonio De’ Stermich. La costruzione inizia il 25 aprile 1864, sullo spazio del palazzo acquistato dalla famiglia Lantana al n. 414 di piazza Madonna del Castello. È fabbriciere e presidente della Basilica metropolitana e membro del Consiglio per la fondazione dell’asilo infantile e di puerizia di Zara (1871-’72). Muore a Zara il 12 gennaio 1873.


NATALE FILIPPI (2)

Fugge da Zara ed organizza a Venezia l’Associazione nazionale Pro Dalmazia italiana, fondata il 13 marzo 1915 che raccoglie i dalmati, esuli che fanno parte del Primo esodo per evitare le persecuzioni austro-ungariche. È citato nel rapporto del 1917 del capitano Neubauer degli i.r. servizi segreti austro-ungarici come irredentista pericoloso.

Famiglie: CARBONETTI, CARLOVICH, CARMELICH, CARMINATI, CARRARA

ANTONIO CARBONETTI

Nasce a Sebenico il 10 ottobre 1905 da Giuseppe, marchigiano, spedizioniere marittimo e da Anastasia Jovanovich, dalmata. Giovanissimo aderisce alle associazioni italiane. La famiglia nel 1921 è costretta, come tanti altri italiani, ad abbandonare la Dalmazia centrale a causa dell’odio montato contro gli italiani, culminato nell’eccidio di Spalato nel quale sono uccisi il capitano di corvetta Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi. Si stabiliscono a Pola aprendo un bar nella centrale piazza Foro. A Pola nel 1926 Antonio collabora con La Gazzetta di Venezia e con Il Piccolo di Trieste; tre anni dopo è già redattore del quotidiano di Pola il Corriere Istriano. Inizia quindi un’intensa attività giornalistica come corrispondente del Giornale Radio dell’Eiar, dell’Agenzia giornalistica Stefani, de Il Giornale di Dalmazia di Zara, La Stampa di Torino, Il Popolo di Roma, La Vedetta d’Italia di Fiume, Il Corriere Adriatico di Ancona, Il Popolo di Spalato e vari periodici. Volontario in un Battaglione di Camicie Nere, partecipa alle operazioni in Lika e sul fronte jugoslavo. Rientrato a Pola, il 1 febbraio 1944 assume la direzione del Corriere Istriano sostenendo una diuturna diatriba con la censura tedesca ed opponendosi decisamente alla stampa di una edizione del quotidiano in lingua croata. L’ultimo numero del giornale esce il 29 aprile 1945 con i partigiani slavi ormai alle porte della città. Esule a Mestre è arrestato dai partigiani italiani ed è sottoposto ad un processo nel quale viene assolto, ma subisce l’epurazione che gli proibisce di continuare l’attività giornalistica. Cerca quindi una nuova occupazione e diventa contabile in una azienda veneziana. Non rinuncia comunque alla sua passione e collabora a numerosi giornali di destra, firmando con pseudonimi. Scrive quindi su Brancaleone, La Patria degli Italiani, Il Merlo giallo, Il Nazionale, Ordine Sociale, Fiamma di Trieste, Veneto Sociale, Il Secolo d’Italia, Lotta Politica, l’Asso di Bastoni ed altri giornali del Msi. Dopo l’amnistia, riprende a firmare articoli su Difesa Adriatica, L’Altra Sponda ed altri giornali degli esuli. È Consigliere Nazionale della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Zara, e collabora assiduamente con l’on. Andrea Ossoinak, già deputato di Fiume al Parlamento ungherese di Budapest. Muore a Mestre l’11 gennaio 1976. 

Il Sindaco emerito del Libero Comune di Pola in Esilio Lino Vivoda gli ha dedicato il libro “Antonio Carbonetti giornalista esule dalmata” pubblicato ad Imperia dall’Edizioni Istria Europa nel 2000 per documentare la sua intensa attività politica.


ANDREA CARLOVICH

Riceve la consacrazione episcopale ed è insediato nella Diocesi di Arbe il 15 dicembre 1728. Mantiene l’incarico fino alla morte avvenuta il 12 gennaio 1738.


GIORGIO CAMELICH

Nato a Trieste nel 1907 dalla famiglia che aveva lasciato la Dalmazia in seguito alla chiusura delle scuole italiane da parte delle amministrazioni comunali unioniste favorite dall’Impero austro-ungarico, aderisce al movimento futurista di Marinetti, e dipinge quadri secondo le avanguardie che si sviluppano nel centro della vecchia Europa. Nell’esposizione triestina, in occasione del centenario del futurismo, il Comune di Trieste espone più di 130 sue opere, accanto a manoscritti come “La bottega di Eteo” in collaborazione con Emilio Dolfi ed “Il sindaco di Cork ed il cane inglese”, preziosa edizione manoscritta e decorata a mano, “Ridolini ed altri corridori” ed il volumetto di poesie “Il parco delle attrazioni”. Muore a Trieste il 17 agosto 1929.


TULLIO CARMINATI

Nasce a Zara nel 1894. Trasferitosi a Roma è conosciuto soprattutto come attore drammatico e cinematografico.


FRANCESCO CARRARA

Nasce a Spalato il 16 novembre 1812 e muore a Venezia il 29 gennaio 1854. Studia nel seminario della sua città e compie le prime ricerche storiografiche a Vienna che gli procurano notevoli ostilità politiche. Si laurea in teologia a Padova e per sette anni insegna storia e religione nel seminario di Spalato, ma le autorità austriache lo costringono ad abbandonare questo incarico con l’accusa di “aver nutrito e diffuso tra i giovani idee politiche esaltate”. Conservatore del Museo di Spalato, nel 1844 intraprende una serie di scavi archeologici nella zona di Salona, Aequum e Tillurium. Nella veste di capo della delegazione dalmata, illustra i suoi risultati al Congresso degli scienziati italiani tenutosi nel 1847 a Venezia, risultati che riporta nella monografia uscita nel 1850, Topografia di Salona. Oltre ad una dettagliata descrizione dei ritrovamenti, tra i quali pavimenti, lapidi, monete, gioielli, pezzi di scultura e architettura, iscrizioni epigrafiche, tre cimiteri e un teatro romano, espone anche la metodologia usata negli scavi e viene ingiustamente criticato ed attaccato a Spalato anche sul piano professionale. Nonostante autorevoli studiosi internazionali riconoscano ai suoi lavori validità scientifica, gli scavi sono avversati dalle autorità governative e la corte fa sapere di essere tiepidamente favorevole al ripristino delle memorie storiche, giudicandole però poco adatte al momento storico. Non gli è comunque consentito di continuare gli scavi.

Messo nell’impossibilità di continuare le ricerche archeologiche, intraprende la stesura dell’Antologia italiana, opera in due volumi destinata all’insegnamento scolastico. Sarà pubblicato solo il primo, che riguarda i secoli XIV e XV, e rimarrà inedito il secondo. Nonostante i suoi polmoni siano malati, trascorre gli ultimi anni della vita nella poco salubre Venezia. Insegna nel Ginnasio superiore di Santa Caterina e muore nella città di San Marco il 29 gennaio 1854.

Opere:

Teodora Ducaina Paleoghina, Vienna, 1840

Theses ex universa theologia, obtinendam in pervetusta ac celeberrima c.r. Patavina scientiarum universitate propugnandas assumit, quas ad lauream in sacra theologia, Padova, 1843

Archivio capitolare di Spalato, 1844 Spalato

Epoche storiche di Spalato, 1845

Curato, Traduzione in italiano di un discorso di A. Lamartine, con traduzione illirica a fronte di mons. Matteo Santich., Tipografia Olivetti e Comp., Spalato, 1845

Degli uomini illustri, Spalato, 1846

La Dalmazia. Descritta... con 48 tavole miniate rappresentanti i principali costumi nazionali, Zara, 1846

De’scavi di Salona nel 1846, Padova, 1847 

Album delle antichità di Spalato disegnate da Francesco Brattanich con cenni del Dr. Francesco Carrara, Tipografia Prosperino, Padova 1847

Salona und seine Ausgrabungen, Wien, 1847

Salona e Spalato, Spalato, 1848

I canti del popolo dalmata, Zara, 1849

Della vita e degli scritti di Gio. Cattalinich, per i tipi di Battara, Zara, 1849

Topografia e scavi di Salona nel 1848, in Atti dell’Associazione archeologico-britannica, Vienna, 1850

De’ scavi di Salona, Trieste, 1850

De’Scavi di Salona nel 1849, in Atti della Società archeologico-brittanica, Londra, 1851

Illustrazione ai progetti del 27 maggio 1850, 1 agosto 1846, 2 luglio 1850, Demarchi & Rugier, Zara, 1851

Memoria De’Scavi di Salona nel 1848, in Denkschriften giornale della i.r. Accademia di Scienze in Vienna, 1851 n. 2

De’ scavi di Salona nel 1849, Londra, 1851.