giovedì 2 novembre 2023

Nereo Rocco

Nereo Rocco è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano. Considerato uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi, è famoso per essere stato uno degli allenatori di maggior successo in Italia, vincendo diversi titoli nazionali e internazionali durante il suo mandato con l'AC Milan. A Padova, è stato uno dei primi fautori del catenaccio nel paese.


Zona A e Zona B, ma tutti in Serie A

1945 e il 1948


Gli avvenimenti di politica e diplomazia internazionale in cui lo sport recita un ruolo di primo piano. Per la prima volta nella storia una città si trova ad avere due squadre di calcio in Serie A, ma in due Paesi vicini e diversi: la Triestina in Italia, la compagine del Ponziana nel campionato jugoslavo. La divisione in Zona A e Zona B della città giuliana si palesa così anche nello sport, con un ruolo decisivo giocato dal Coni, che si appella al Cio per vedere riconosciuta l’italianità degli atleti triestini.


Le ricostruzioni vanno dal contestato arrivo del Giro d’Italia a Trieste al difficile destino toccato agli sportivi istriani e dalmati, dai successi di Nino Benvenuti a quelli della Triestina, la squadra di Nereo Rocco che nel 1947-48 si classificò al secondo posto accanto a Juventus e Milan, a ridosso solamente del grande Torino.


Il talento del Signor Roch

Nereo Rocco è stato uno degli allenatori italiani più vincenti, grazie ad una lunga sequenza di trofei conquistati tutti col Milan negli anni '60/'70. A Trieste era nato il 20 maggio 1912, città dove di fato abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. Di origine austriaca, il nome originale era Roch.


Racconto di Cesare Lanza

L’ho incontrato la prima volta a Torino, quando aveva lasciato il Milan (prima di ritornarvi) e allenava la gloriosa squadra granata, per un’intervista al Corriere dello Sport. Ero molto giovane, emozionato. Lui era un mito vivente del calcio italiano. E sapeva mettere tutti a loro agio. «Boria!», mi gridò Nereo Rocco quando mi vide e poi, ovviamente metà in triestino e metà in veneto, ma non saprei tradurre bene: «Bocia, aspetta che finissa ‘sta monada de alenamento, poi se metemo tranquili davanti al me spogliatoio, se beven un goto de vin, anca due o tre, e te me chiedi quel che te voi…». E subito mi guardò sospettoso: «Non sarai tanto mona che vieni da Roma e no te piase el vin?». Lo rassicurai, anche se all’epoca ero pressoché astemio, e lo aspettai: davanti al suo spogliatoio c’era un tavolino già apparecchiato con una bottiglia di Barbera e due bicchieri. Finì l’allenamento e mi raggiunse. Ricordo la sua spontaneità, l’ottimo umore, la simpatia. «Scusi, Parón, com’erano sinceramente i rapporti tra lei e Gipo Viani?». «Ottimi! Meglio non si poteva. Quando vincevamo, era merito di Gipo; quando si perdeva, la colpa era mia…». Con Giuseppe «Gipo» Viani, dirigente non meno simpatico, in realtà formava una formidabile coppia (due amici, si diceva, ed era vero!) alla guida di un grande Milan. E quella battutaccia spiritosa – che poi vale spesso nei matrimoni, negli affari, in qualsiasi sodalizio – era una delle tante esternazioni argute di Rocco, un triestino affabile, loquace, coinvolgente. Tra gli allenatori, a mia memoria il più simpatico, insieme con Oronzo Pugliese, di stile popolaresco estremo, e Fulvio Bernardini, al contrario di raffinata eleganza. In quell’intervista innaffiata dalla Barbera si mise a ridere quando gli ricordai un celebre episodio: alla vigilia di una partita del Padova contro una grande squadra (Juventus, Inter? Neanche lui, forse fingendo, se lo ricordava più) un cronista gli disse: «Allora, Parón: vinca il migliore!». E lui, pronto: « Sperem de no…». La prontezza delle battute in dialetto era la sua forza, il suo codice tanto comprensibile quanto intraducibile. E nella chiacchierata a Torino mi travolse: frizzi e lazzi, tanti ricordi… Al suo calciatore Alberto Bigon, prima di una partita con una squadra straniera: «Ti te ga studià, vero? E alora, mona de un dotòr, tradusi, che questi no conossi le lingue». «Pelè? Mi no credevo che un omo podessi far questo!». Ai calciatori, durante l’intervallo, se la partita stava andando male: «Testa de gran casso, ti e anca quel che t’ha messo in squadra». Ai calciatori anziani: «Te jèri campion, no’ ti poi finir bidòn!». Sugli allenatori: «Dal lunedì al venerdì, ixe olandesi. Al sabato, i ghe pensa. La domenica, giuro su la mia beltà, tuti indrìo e si salvi chi può». Sulla sua partecipazione alla Domenica sportiva: «Mi go fato el paiazzo in spogliatoio par tanti ani parché me divertivo, non poso farlo in televisiòn parché se diverta el siór Tito Stagno». Su Dino Sani: «Gaverao comprà un impiegà del catasto. Gipo nostro ga fato rimpatriar el nonno». A Nestor Combin: «Tasi ti, che ti xe tanto testa de mona, che tuti i mesi te perdi sangue del naso». Su Nils Liedholm: «Quel mona de Baròn! Con lu me toca sempre parlar italian». A un giornalista francese che lo salutava così: «Monsieur Rocco, mon ami…». «Mona a mi? Mona a ti e anca testa de gran casso». Ci scolammo la Barbera e ci salutammo con un abbraccio, come vecchi amici.


Aveva l’età di mio padre, era nato nel 1912! Ricordo che mi disse, sempre con spreco di mona qui e là: «Devi venire a Trieste, mona di un bocia, a casa mia: in cantina ho vini buoni, ti piaceranno, niente a che vedere con questa Barberaccia», come se io fossi un esperto o un appassionato. Lo ringraziai disinvoltamente: ero brillo, lui invece perfettamente lucido. Diciamolo… Descritto così, Rocco potrebbe apparire – a chi non l’abbia conosciuto – un personaggio folcloristico. Macché! E stato un eccezionale allenatore di calcio, iperrealista. Il Milan, nei festeggiamenti per i primi cent’anni di vita del club, lo designò come l’allenatore del secolo. Ha vinto tantissimo. Come calciatore era stato dignitoso: una mezzala combattiva, con il senso del gol. Debutto nella Triestina a 17 anni, sette stagioni in biancorosso, anche una presenza in Nazionale: contro la Grecia, 4-0. Poi al Napoli per tre anni e due a Padova all’inizio della seconda guerra mondiale. Da allenatore, la grande fama: subito ottimi risultati con la Triestina, poi il Treviso, ancora Triestina e a seguire sette anni – dal 1954 al 1961 – nel Padova: un successo incredibile, imprevedibile, sette al Milan, quattro al Torino, quando lo intervistai; uno alla Fiorentina e infine l’ultimo di nuovo al Milan. Ha vinto due volte lo scudetto, tre volte la Coppa Italia, due volte la Coppa dei campioni (fu il primo in Italia), due volte la Coppa delle coppe. E una volta la Coppa intercontinentale: a Buenos Aires, nel 1969, e c’ero anch’io. Non potrò mai dimenticare la forza d’animo, la solidarietà verso il suo campione Nestor Combin, argentino, che era stato arrestato – alla fine della partita e del successo milanista – con l’accusa di aver disertato il servizio militare. Quel giorno Rocco mi disse, dopo la baraonda: «Il nostro aereo non riparte, se prima Nestor non viene rilasciato». Impose la sua linea e così fu. Ho scritto: simpatico a tutti, grande fama… Non è proprio andata così. Il Parón dovette sudare molto, diciamo fino all’arrivo al Milan, prima di conquistare il pieno successo. Era apprezzato dalla maggior parte degli addetti ai lavori, dai pochi giornalisti imparziali, era amico del sommo Gianni Brera, che adorava le tattiche difensive. Ma era detestato dal pubblico delle squadre avversarie e dai giornalisti tradizionalisti, che avversavano il sano e concreto realismo di Rocco («primo non prenderle, poi in contropiede si vedrà»). Lo stadio padovano, l’Appiani, comunque diventò una specie di inespugnabile fortino. Il Parón razionalizzò scientificamente il catenaccio, il verrou di origine svizzera, con difensori come Ivano Blason, Aurelio Scagnellato, Giovanni Azzini. Il libero davanti al portiere e alle spalle della difesa, centrocampo di grintosi lottatori, contropiedisti veloci e concreti. «Sono stato attaccato come un tipo rozzo, ultra difensivista, ma nel mio Padova ci furono cinque miei attaccanti convocati in Nazionale…». Niente da fare! In ogni campo ostilità pesanti, insulti. «Una volta, dopo una partita con l’Inter, Italo Allodi mi regalò un soprabito nuovo, con le scuse sue e di Angelo Moratti, per come i tifosi nerazzurri mi avevano conciato l’impermeabile».


Già nella Triestina nel 1947 era arrivato secondo, alla pari con Juventus e Milan, alle spalle del Grande Torino. Nel Padova, un autentico capolavoro: grazie anche all’ingaggio sapiente dello svedese Kurt Hamrin, reduce da un grave infortunio. Terzo posto, sesto, quinto, ancora sesto… Il Padova si era inserito stabilmente tra le grandi squadre ed era diventato una grande e popolare realtà del calcio. E dopo una fantastica vittoria sul Milan (4-1) Andrea Rizzoli e Gipo Viani lo vollero alla guida dello squadrone rossonero. E finalmente qui ottenne la consacrazione, con trionfi che gli permisero di entrare nella leggenda calcistica. A Milano con intelligenza modificò i rudi ed efficaci schemi tattici che avevano reso vincente il Padova. Seppe utilizzare la qualità dei campioni che il club gli aveva posto a disposizione: in primis Gianni Rivera, ma anche Combin, il prediletto Hamrin, José Altafini… Il suo temperamento restò immutato: dialetto, affetto e confidenza con i giocatori, battute scherzose, compattamento assoluto del gruppo. Ha scritto la Gazzetta: «Il suo set era il campo, era lì che offriva performance indimenticabili, accompagnato dal più grande di tutti i grandi: Gianni Rivera. Lo ascoltava, lo adorava, era il suo terzo figlio». Hanno chiesto al suo bambino d’oro: Rocco era più persona o personaggio? E Gianni: «Uomo. Lui era sempre vero, sempre sé stesso». Gli hanno dato del catenacciaro, anche nel Milan. «Ma per favore, davanti eravamo io, Hamrin, Sorniani e Prati e prima ancora Mora, Altafini e Barison ». Rocco era nato a Trieste, nel rione di San Giacomo, il 20 maggio 1912. Già da piccolo con la famiglia si trasferì nel cosiddetto Rion del Re (così chiamato in quanto inaugurato nel 1925, giubileo di regno di Vittorio Emanuele III), nel sobborgo di Rozzol, dove poi abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. La famiglia di Rocco era agiata, per il commercio delle carni di sua proprietà (un’importante realtà nelle forniture navali di allora). Il cognome del padre Giusto era Roch, austriaco di origine viennese. Il nonno, Ludwig, un brillante borghese di Vienna, faceva il cambiavalute e fuggì per amore di quella che diventò la nonna di Nereo: una ballerina o acrobata spagnola di Palma di Maiorca. Roch diventa Rocco nel 1925, quando per lavorare era obbligatorio avere la tessera del Fascio. Il cognome italianizzato doveva essere Rocchi, ma l’impiegato all’anagrafe sbagliò e nacque così Rocco. Nereo morì il 20 febbraio 1979 nell’Ospedale Maggiore di Trieste, dopo una breve malattia. Una malattia che si era fatta cronica, le difese immunitarie erano compromesse da un principio di cirrosi epatica. Prima di spegnersi, a soli 66 anni, l’ultima battuta.


Al suo capezzale c’è Tito, il figlio minore, el dotor farmacista. Tito racconta: «Il giorno prima mi guardò con gli occhi confusi e mi disse: “Tito, dame el tempo”». Come diceva a Marino Bergamasco e Cesare Maldini verso la fine della partita, quando non c’era ancora il recupero. «Pensava forse di essere in panchina». La Gazzetta dello Sport lo ha ricordato così: «Il funerale viene celebrato due giorni dopo e Trieste si ferma e le rive sono piene, i ristoranti, raccontano i ristoratori, fanno anche tre turni. Ci sono tutti ai funerali del «filosofo, burbero, bonario, popolaresco, impetuoso uomo di sport».

Ottavio Scotti

Nato ad Umago il 23 febbraio 1904, Scotti ha legato la propria fama ad un film di prestigio quale fu Senso di Luchino Visconti, ed è stato molto attivo nella cinematografia italiana degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, quando lavorò con i principali registi di quel periodo, da Blasetti a Mastrocinque, da Carlo L. Bragaglia a Giorgio Ferroni, da Matarazzo a Goffredo Alessandrini, da Max Neufeld a Brignone, da De Sica a Mattoli, da Nunzio Malasomma a Renato Castellani. 


Di fatto il panorama filmografico di tutto il nostro cinema di quegli anni deve praticamente tutte le scenografie al nostro artista istriano.


Alle soglie degli anni ’60 viene arruolato per il genere peplum che in quel periodo conosceva la sua stagione d’oro, quando finito un film – come in una catena di montaggio – si approntava in tutta fretta un’altra produzione che spesso utilizzava gli stessi set appena dismessi. Erano anche gli anni delle incursioni nel filone degli spaghetti western e del giallo all’italiana (con Mario Bava e Antonio Margheriti), che al botteghino riscuotevano tanto consenso.

Dalla natia Umago, Scotti si trasferisce Roma negli anni ’30, proprio in coincidenza con la nascita di Cinecittà e con l’affermazione del cinema come industria e come macchina di propaganda. 


Ha lavorato ininterrottamente per quasi quarant’anni ed è morto nella città eterna il 23 maggio 1975.


Della sua sterminata filmografia ci piace ricordare quella dei film di ambientazione storico-mitologica, con eroi invincibili e maliarde seduttrici, che riuscivano a catturarci incondizionatamente, a dispetto delle ingenuità dell’impianto narrativo, della approssimazione filologica, e dei moduli recitativi spesso amatoriali.


Firma la sua prima scenografia con Alessandro Blasetti: il film è Ettore Fieramosca del 1938. E sarà ancora Blasetti a volerlo per l’ultimo film da lui diretto; Io, Io, Io e gli altri del 1966. Con l’austriaco Neufeld cura le scene di Mille lire al mese (1939); Taverna Rossa (1940); La prima donna che passa (1940); Il tiranno di Padova (1946).


Ripetuti gli appuntamenti con Guido Brignone: La mia canzone al vento (1939); Cantate con me (1940); Mamma (1941); Romanzo di un giovane povero (1942); Il fiore sotto gli occhi (1944); Processo contro ignoti (1952); Bufere (1953); Noi peccatori (1953); Ivan il figlio del diavolo bianco (1953); Quando tramonta il sole (1955); Nel segno di Roma (1959) dove incontriamo un insospettabile co-regista (non accreditato): si tratta niente meno che di Michelangelo Antonioni !


Altro regista con cui lo scenografo Scotti ha molto lavorato è Camillo Mastrocinque: I mariti, tempesta d’anime (1941); Le vie del cuore (1942); Fedora (1942); La maschera e il volto (1943); L’uomo dal guanto grigio (1948); Gli inesorabili (1950); Napoli terra d’amore (1954); È arrivata la parigina (1958),


Ripercorrere le scenografie di Ottavio Scotti equivale ad una storia in formato ridotto del cinema italiano di genere e Raffaello Matarazzo è l’emblematico compendio del film “strappalacrime”: Catene (1949); Tormento (1950); I figli di nessuno (1952); Chi è senza peccato… (1952); La schiava del peccato (1954); Vortice (1955); L’angelo bianco (1955).


Ma eccolo il ciclo dei film storico-mitologici, con quelle improbabili scene di cartapesta – in cui si mescolavano senza troppa veridicità gli stili più disparati: dall’egizio al cretese, dal mesopotamico al romano – che hanno fatto la gioia dei produttori, dei gestori di sale cinematografiche di seconda visione e di noi ragazzetti di quegli anni.


La regina delle Amazzoni (1960), regia di Vittorio Sala; L’assedio di Siracusa (1960), regia di Pietro Francisci; I mongoli (1961), regia di Leopoldo Savona; Ponzio Pilato (1962), regia di Gian Paolo Callegari; Arrivano i titani (1962), regia di Duccio Tessari; Il figlio di Spartacus (1962), regia di Sergio Corbucci; Oro per i Cesari (1963), regia di Sabatino Ciuffini; Anthar l’invincibile (1964), regia di Antonio Margheriti (con Scotti arredatore); Saul e David (1964), regia di Marcello Baldi; I grandi condottieri (1965), regia di Marcello Baldi.


Del 1964 un film “gotico” in bianco e nero, tratto da Edgar A. Poe, che può considerarsi anticipatore del genere horror in voga negli anni ’70. Si tratta di Danza macabra (con Barbara Steel e Georges Rivière), la cui particolarità è che tutto il cast tecnico adottò pseudonimi stranieri a copertura della loro identità italiana. 


Così lo scenografo Ottavio Scotti diventa Warner Scott per uniformarsi al regista Antonio Margheriti (alias Anthony Dawson); agli sceneggiatori: Bruno Corbucci (fratello minore di Sergio e che perciò si firma Gordon Wilson Jr.) e Gianni Grimaldi (nei titoli di testa Jean Grimaud); al direttore della fotografia e al montatore: Riccardo Pallottini e Otello Colangeli (rispettivamente Richard Kramer e Otel Langhel). 


Questo espediente non era inconsueto, soprattutto nei western: la pellicola veniva spacciata come un prodotto d’Oltreoceano per attirare più pubblico. Si pensi a Carlo Simi che per Sergio Leone diventa Charles Simons; o a Mario Chiari che si firma Sammy Fields per Lo spettro di Riccardo Freda (a sua volta Robert Hampton). Altro pseudonimo di Scotti era stato Dick Grey, utilizzato in La frusta e il corpo, film di Mario Bava del 1963.

Gianni Brezza

Nato a Pola il 9 novembre 1937, nell’immediato dopoguerra si trasferisce con la famiglia a La Spezia divenendo anche lui esule. Dopo la perdita di entrambi i genitori decide di entrare nella Marina Militare. Durante il servizio viene scelto insieme ad altri colleghi di corso dal regista Francesco De Robertis. Lui cercava attori non professionisti per interpretare il film Ragazzi della marina nel 1958.


Abbandona la Marina dopo quattro anni di servizio e si trasferisce a Roma nei primi anni Sessanta per continuare l’attività cinematografica. Inizia anche a lavorare come danzatore. Riesce ad entrare nel corpo di ballo della Rai grazie al suo portamento atletico ed elegante. Lavora nei principali varietà a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Tra questi Canzonissima, Studio Uno, Doppia Coppia (1969), Ciao Rita (1971), Per un gradino in più (1971) e Milleluci (1974). Danza con Mina, Raffaella Carrà, Sandra Mondaini, Sylvie Vartan, Rita Pavone, Gisella Pagano, Lola Falana. 


Nella metà degli anni Settanta abbandona la professione di danzatore per raggiunti limiti di età e si dedica all’attività di skipper. La Rai nel 1979 lo convince a tornare in qualità di coreografo. I passi di Loretta Goggi nei numeri di ballo della trasmissione Fantastico sono i suoi.


Negli anni seguenti si dedica alla carriera della compagna: oltre a farle da coreografo, ne diventa anche manager e addetto stampa. È anche fotografo e curatore d’immagine. 


Sotto la guida di Brezza la Goggi raggiunge la piena maturità artistica diventando una delle presentatrici di maggior successo degli anni Ottanta in una serie di trasmissioni di grande popolarità dirette dal compagno. Dirige anche gli spettacoli teatrali di Loretta. 


Purtroppo ci lascia nel 2011 a 73 anni a causa delle complicanze di un tumore al colon. 


Riposa a Roma nel Cimitero di Prima Porta.

Roberto Soffici

Figlio del famoso compositore e arrangiatore Piero Soffici (di Rovigno) e di Agnese Ines Budicin, Roberto è nato a Pola il 29 ottobre 1946 ed inizia la carriera come autore di canzoni, firmando, tra le altre, "Non credere" per Mina, "Un pugno di sabbia" per i Nomadi e "Casa mia" per l'Equipe 84.


Nel 1969 incide il primo 45 giri a proprio nome, "Una parola/Possibile", per la Dischi Ricordi, casa discografica con cui incide altri due 45 giri ed un LP, senza raggiungere il successo.


Dopo il cambio di casa discografica ed il passaggio alla Fonit Cetra, ottiene la prima affermazione con "Invece adesso", il suo primo disco che entra in classifica.


Del 1980 è "Io ti voglio tanto bene", che rimane il suo singolo di maggior successo, risultando uno dei più venduti dell'anno in Italia. Nello stesso anno incide la sigla italiana dell'anime "The Monkey", dal titolo Monkey, con lo pseudonimo I Coccodrilli.


In seguito Soffici partecipa al Festival di Sanremo 1982 con la canzone "Strano momento", scritta con Andrea Lo Vecchio.


Nel 1987 torna alla ribalta collaborando con Adriano Celentano per la produzione dell'album "La pubblica ottusità" e scrivendo il brano omonimo, fortemente ambientalista, in linea con le idee di Celentano.


Tra gli altri suoi brani più noti si possono annoverare "Malinconia", "All'improvviso l'incoscienza", "Nel dolce ricordo del suo sorriso", "Tanto donna", "Dimenticare" e "Un taxi giallo".

Giuseppe Furlani

Nato a Pola il 10 novembre 1885 da Francesco e Luigia Damiani, Giuseppe Furlani si laureò in giurisprudenza nel 1908 e in filosofia nel 1913 all'università di Graz. In seguito soggiornò a lungo a Monaco, Berlino, Parigi e Londra, perfezionando gli studi di filosofia orientale.

Durante la prima guerra mondiale fu Segretario della Commissione governativa italiana a Londra; tale impegno diplomatico non gli impedì di frequentare assiduamente le maggiori biblioteche di quella città, né di ricavarne una gran quantità di materiali contenuti prevalentemente in poco noti manoscritti del Vicino Oriente.

Terminato il conflitto, trascorse un anno al Cairo come professore incaricato di lingua inglese e di lingua araba presso il liceo italiano; ebbe così modo di viaggiare ed esplorare l'Egitto, la Palestina e la Siria, tutti luoghi che suscitavano la sua appassionata curiosità di studioso delle civiltà antiche mediorientali.

Avendo ormai concretizzato in circa trenta contributi pubblicati su varie riviste i suoi studi storici e filosofici, Furlani nel 1922 conseguì, per titoli, la libera docenza in lingue semitiche presso l'università di Torino, che esercitò in quell'ateneo fino al 1925.

Intanto già nel 1924 venne chiamato all'università di Firenze per ricoprirvi, su incarico, l'insegnamento di arabo e civiltà islamica. Dal 1925 divenne, sempre a Firenze, professore non stabile di filologia semitica e civiltà dell'Oriente classico. Di questa stessa materia fu nominato professore stabile nel 1930 e professore ordinario nel 1931, dopo che, fin dal 1926, aveva definitivamente lasciato l'università torinese.

Nel 1932 l'Accademia d'Italia gli conferì il "Premio Mussolini" per le discipline storiche.

Nel 1933 diresse la prima ed unica campagna italiana di scavi in Mesopotamia.

Quando poi, nel 1940, l'università di Roma istituì la cattedra di assiriologia e archeologia orientale, ne divenne subito titolare, mantenendola fino ai raggiunti limiti di età (1960).

Dell'università di Roma diresse pure la Scuola orientale e l'Istituto di studi orientali, sostenendo, nel contempo, l'insegnamento per l'incarico di ebraico e lingue semitiche comparate.

La vastissima opera di Furlani (la bibliografia completa dei suoi lavori, escluse le voci enciclopediche, conta 610 titoli) si diffuse in un ampio arco di discipline, inoltrandosi in vasti e diversi settori di ricerca.

Furlani morì a Roma il 17 dicembre 1962.


Tra le opere principali, si segnalano:

- Contributi alla storia della filosofia greca in Oriente. I. Testi arabici. Pseudo Aristotele, Roma 1915;

- Contributi alla storia della filosofia greca in Oriente. II. Testi siriaci, Roma 1914;

- Contributions to the History of Greek Philosophy in the Orient, Syriac Texts, IV: A Syriac Version of the Logos Kephalaiodes*** of Gregory Thaumaturgus, Journal of the American Oriental Society 35, 1915, pp. 297–317;

- Contributi alla storia della filosofia greca in Oriente. III. Testi siriaci: Frammenti di una versione siriaca del commento di Pseudo-Olimpiodoro alle Categorie d'Aristotele, Roma 1916;

- Contributi alla storia della filosofia greca in Oriente. VI. Testi siriaci: Una introduzione alla logica aristotelica di Atanasio di Balad, Rendiconti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche V, 25, 1916, pp. 717–778;

- Il trattato di Giovanni Filopono sul rapporto tra le parti e gli elementi ed il tutto e le parti tradotte dal siriaco, Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 81, 1922, pp. 83–105;

- Uno scolio d'Eusebio d'Alessandria alle "Categorie" d'Aristotele in versione siriaca, Assisi, 1922;

- Le antiche versioni araba, latina ed ebraica del "De partibus animalium" di Aristotele, Roma, 1922;

- 'Sull'introduzione di Atanasio di Baladh alla logica e sillogistica aristotelica, Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1921-1922, pp. 635-644;

- Uno scolio d'Eusebio d'Alessandria alle Categorie d'Aristotele, Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, 3, 1922, pp. 1-14;

- Sul trattato di Sergio di Resh'ayna circa le categorie, Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, 3, 1922, pp. 135-172;

- Il trattato di Sergio di Resh'ayna sull'universo, Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi 4, 1923, pp. 1-22;

- La versione e il commento di Giorgio delle Nazioni all'Organo aristotelico, Studi italiani di filologia classica, NS 3, 1923, pp. 305-333;

- Un trattato di Sergio di Resh'ayna sopra il genere, le specie e la singolarità, in Raccolta di scritti in onore di Giacomo Lumbroso (1844-1925), Milano, 1925, pp. 36-44;

- Il Manualetto di Giacomo d'Edessa (Brit. Mus. Manuscr. Syr. Add. 12.154): traduzione dal siriaco e note, Studi e materiali di storia delle religioni, 1, 1925, pp. 262-282;

- L'Introduzione di Atanasio di Baladh alla logica e sillogistica aristotelica, tradotta dal siriaco, Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti IX, 6, 1926, pp. 319-344;

- Due scolî filosofici attribuiti a Sergio di Teodosiopoli (Rîš'aynâ), Aegyptus, 7, 1926, pp. 139-45;

- La logica del Libro dei Dialoghi di Severo bar Shakkô, Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti IX, 11, 1926-1927, pp. 289-348.

Religione babilonese e assira, voll. I e II, Bologna 1928-29;

- Religione dei Yezidi. Testi religiosi dei Yezidi, Bologna 1930;

- Le Categorie e gli Ermeneutici di Aristotele nella versione siriaca di Giorgio Delle Nazioni, Atti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Serie VI, Memorie della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, vol. 5, fasc. 1, Roma 1933, pp. 5–68;

- Contributi sulla religione dei Cananei, degli Aramei e degli Hittiti in Storia delle religioni, a cura di Pietro Tacchi Venturi, Torino 1934-36;

- Il primo libro dei "Primi analitici" di Aristotele nella versione siriaca di Giorgio Delle Nazioni, Atti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Serie VI, Memorie della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, vol. 5, fasc. 3, Roma 1935, pp. 145–230;

- Il secondo libro dei "Primi analitici" di Aristotele nella versione siriaca di Giorgio Delle Nazioni, Atti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Serie VI, Memorie della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, vol. 6, fasc. 3, Roma 1937, pp. 233–287;

- Religione degli Hittiti, Bologna 1936;

- Il Secondo libro dei "Primi analitici" di Aristotele nella versione siriaca di Giorgio delle Nazioni, Roma 1937;

- Il proemio di Giorgio delle Nazioni al Primo Libro dei Primi Analitici di Aristotele, Roma 1939.

Scolii siriaci al "Perí ermeneias" di Aristotele, Roma 1945;

- Miti babilonesi e assiri, Firenze 1958.

Silvio Vardabasso

Nato a Buie d'Istria il 19 aprile 1891, Vardabasso completò gli studi giovanili a Capodistria e si iscrisse dapprima all'Università di Vienna - Facoltà di Scienze e Chimica, passando poi a Padova, dove si laureò in Scienze Naturali nel 1919. 


L'anno successivo divenne assistente di Giorgio Dal Piaz alla cattedra di geologia, e nel 1925 ricevette l'incarico di insegnamento di mineralogia e geologia alla Regia Scuola di ingegneria; nel 1928 conseguì la libera docenza in geologia. In quegli anni Dal Piaz lo coinvolse anche nel progetto Carta Geologica delle Tre Venezie, per la quale partecipò al rilevamento di vari fogli.


Nel 1931 fu designato titolare della cattedra di geologia all'Università cagliaritana e si trasferì con la famiglia in Sardegna, dove egli diede nuovo impulso agli studi geologici sull'isola, sulla scia delle ricerche pionieristiche di Alberto Lamarmora, a cui fecero seguito tra tutti Domenico Lovisato (anch'egli istriano) e Michele Gortani. 


In oltre un trentennio di ricerche egli acquisì approfondite conoscenze della Sardegna, dal Cambriano al Quaternario, poi riversate nei suoi studi d'insieme. 


A lui si deve la riorganizzazione dell'Istituto di Geologia e del Museo geominerario di Cagliari, quest'ultimo danneggiato pesantemente dai bombardamenti nel 1943. 


Tutta la sua carriera accademica si svolse presso l'ateneo cagliaritano (di cui presiedette anche la facoltà di Scienze) sino al suo collocamento a riposo avvenuto nel 1961, con contestuale nomina a professore emerito.


Fu professionalmente impegnato nella questione giuliano-dalmata per la definizione del confine nazionale orientale; fece infatti parte della Commissione italiana delegata alla Conferenza di pace di Parigi del 1946, su nomina dal Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi. La questione lo coinvolse profondamente anche dal punto di vista umano, e si adoperò per l'accoglienza dei profughi nel centro di Fertilia.


La sua corposa produzione scientifica abbracciò varie discipline specialistiche (geologia stratigrafica e regionale, tettonica, magmatismo e metamorfismo, geomorfologia, carsismo, e idrogeologia, geologia applicata e risorse minerarie). 


Nella parte iniziale della carriera Vardabasso lavorò in Istria, nelle Prealpi venete e nelle Dolomiti, in particolare sul distretto magmatico di Predazzo e dei Monti Monzoni, di cui continuò comunque ad occuparsi per un quarto di secolo. 


Gran parte dei suoi lavori vertono sulla Sardegna: stratigrafia dal Paleozoico sino al Quaternario, tettonica e orogenesi, vulcanismo, geomorfologia, risorse minerarie. Produsse anche alcuni contributi sulla Calabria, sull'Africa settentrionale e sui Balcani. In gioventù si confrontò con le allora recenti teorie di Alfred Wegener, delle quali seppe intuire la grande portata innovatrice, pur nutrendo forti perplessità sulle non dimostrate cause delle mobilità dei continenti.


Viene ricordato per sue notevoli capacità didattiche e divulgative, nonché per la sensibilità riguardo alla scienza applicata alla gestione del territorio, molti anni prima che il ruolo professionale del geologo venisse formalmente riconosciuto. In Sardegna prestò la sua consulenza per opere pubbliche di rilevante interesse, quali interventi di bonifica e bacini idroelettrici, in primis quello del Flumendosa.


Fu socio della Società geologica italiana, di cui fu presidente nel 1952, membro del Comitato nazionale per la geologia del C.N.R., presidente della sezione sarda dell'Istituto italiano di paleontologia umana, presidente dell'Ente provinciale per il turismo di Cagliari, fondatore del Centro speleologico sardo, socio dell'Accademia Nazionale dei Lincei, membro della Geologische Gesellschaft di Vienna. 


Ottenne la medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte (1961) e la medaglia d'oro di benemerenza dell'Università di Cagliari (1966). 


Vardabasso morí a Vicenza, dopo breve malattia, il 16 dicembre 1966.


A lui sono intitolate strade di Predazzo, della sua cittadina natale, Buie d'Istria, di Sassari e Cagliari, un'aula dell'Istituto geologico dell'Università di Cagliari e una targa apposta dal CAI cagliaritano lungo la passeggiata di Nebida (Sulcis- Iglesiente).

Odorico Borsatti

Giovane istriano, volontario nelle forze armate tedesche, impegnatosi a contrastare i partigiani comunisti titini e ucciso proditoriamente.


Odorico Borsatti di Pola, classe 1921, fu uno dei tanti soldati che decisero di continuare a combattere con l’Asse e che vennero uccisi da partigiani in seguito a processi sommari ad opera dei cd. “Tribunali del popolo”, predisposti per eliminare i nemici sconfitti a guerra conclusa. La particolarità è che fu tenente di un gruppo a cavallo delle SS composto da volontari italiani, comandando la caserma “Piave” di Palmanova e dedicandosi con grande energia alla lotta anti-partigiana con metodi duri ed efferati. Prima di essere fucilato il 5 maggio 1945, a guerra finita, l’accusa mossegli fu proprio l’aver colpito partigiani e civili coinvolti in attività di rappresaglia ma cosa avrebbe dovuto fare, porgere l’altra guancia a banditi responsabili di sevizie anche peggiori? Nella sua attività di duro contrasto al banditismo partigiano Borsatti stipulò una sorta di "accordo" con alcuni partigiani della Brigata Osoppo per contrastare i garibaldini comunisti affiliati ai partigiani jugoslavi. Rifiutò di aderire alla RSI ma divenne volontario delle SS, questa sua scelta, seppur suscettibile di critiche, lo rendeva in ogni caso un soldato regolare che sarebbe dovuto essere sottoposto a regolare processo giuridico per valutare suoi crimini di guerra. 


Venne invece ucciso sommariamente: questo è il prezzo della giustizia dei vili.


"Borsatti viene processato da un Tribunale del Popolo e quindi condannato a morte. Contro il parere degli inglesi, viene ucciso in cella nel corso di una irruzione di un commando partigiano nel carcere di via Spalato a Udine. Forse una esecuzione non casuale perché, se Borsatti era un violento torturatore, era anche il custode di troppe cose scomode sulla Resistenza."