giovedì 2 novembre 2023

Un monumento ai fiumani a Sülysáp, Ungheria

A Sülysáp, contea di Pest, nel cosiddetto cimitero di Sülyá, troviamo un monumento ai caduti italiani di Fiume.

Intere famiglie fiumane che erano ritenute compromesse con l’irredentismo vi furono deportate: circa 800 i fiumani internati e di questi ben 149 perirono per denutrizione, freddo e colera, mentre nacquero 17 bambini e ci furono pure due matrimoni. 




Allo scoppio della prima guerra mondiale, le autorità ungheresi guardavano con sospetto alcune nazionalità che vivevano nel paese, mettendo in dubbio la loro fedeltà alla monarchia. 


Questi "soggetti sospetti e inaffidabili" sono stati rinchiusi nei campi di internamento. Durante la guerra, uno dei campi di internamento istituiti in Ungheria per la detenzione di civili operò nel villaggio di Sülysáp, Tápiósüly, allora ancora separato, tra il 1915 e il 1918. Dal 1916 in poi centinaia di rumeni della Transilvania furono ammassati nel campo. C'è stato un tempo in cui il campo, originariamente progettato per 2.000 persone, ospitava 4.000 persone, più di mille delle quali morirono, principalmente a causa di una furiosa epidemia di tifo tra febbraio e maggio 1917.


La maggioranza di coloro che morirono durante il campo erano rumeni, ma persero la vita anche civili internati italiani, la maggioranza dei quali erano cittadini della città di Fiume.


Nel 1995, il partito italiano promotore - Società Storica di Fiume con sede a Roma e Comunità della Città Libera di Fiume in Esilio - si è rivolto all'Ambasciata d'Ungheria a Roma. Sulla base della gentile dichiarazione di György Réti, consigliere capo degli affari esteri in pensione dell'ambasciata ungherese a Roma, in seguito ha fornito un'assistenza significativa ai ricorrenti.


Amleto Ballarini e i suoi colleghi, con l'aiuto del personale dell'Archivio Nazionale Ungherese, hanno identificato i cittadini di Fiume morti nel campo sulla base delle copie del registro dei morti. In tal modo, si è concluso che 149 persone potevano essere considerate residenti a Fiume.


Il comune di Sülysáp ha accolto con favore l'approccio italiano: “la dirigenza del villaggio sostiene l'attuazione dell'idea italiana nelle proprie possibilità, descrivendola come esemplare” - si legge nel rapporto dell'NKKA sul caso. Si legge inoltre che ”sulla base dei documenti esistenti si può dare un quadro preciso di coloro che morirono nel campo e del luogo di sepoltura […] nazionalità.“


Contrariamente alla dichiarazione positiva nel documento NKKA sull'esatta posizione del cimitero del campo, infatti, la più grande difficoltà nell'individuare il monumento era che non potevano identificare con precisione la posizione delle tombe. Per localizzare il cimitero - in assenza di documentazione superstite - i creatori hanno dovuto fare affidamento da un lato alla memoria degli anziani ancora viventi e dall'altro al numero estremamente ridotto di fonti scritte. Il primo è stato decisivo, poiché i residenti più anziani che vivevano nell'insediamento ricordavano ancora la storia dei loro genitori, i loro nonni, che gli italiani e i rumeni che erano morti nel campo furono sepolti sulla collina del cimitero. Mentre molti di loro ricordavano il luogo, sulla base dell'annuncio di István Benkó, l'allora sindaco dell'insediamento, lo mostrarono al comitato che conduceva l'ispezione sul campo. Al termine del sopralluogo, il sito dell'ex cimitero, tenuto conto dei dati conservati nella memoria umana e delle fonti, è stato collocato come una sorta di consenso sulla collina cimiteriale ad ovest della colonna eretta dalle truppe rumene che occupavano il villaggio in 1919. (Nella sua giovinezza, István Benkó aveva sentito da suo padre e da altri, allora anziani, parlare della "fossa comune" nel cimitero. e la posizione del monumento fu designata approssimativamente al centro dell'area più ampia e contigua risultante.


Prima dell'inaugurazione, il parroco dell'insediamento, dott. László Szegedi e padre Sergio Katunarich da parte italiana, al termine della messa, “i presenti si sono organizzati in processione, davanti alla quale è passata la bandiera della città di Fiume, […] e insieme tutti gli ufficiali civili, militari ed ecclesiastici, ungheresi e fiumani, sono giunti insieme al memoriale che fu inaugurato e benedetto con gli inni delle due nazioni”.










La torre civica di Fiume in esilio



La Torre civica di Fiume data ai Fiumani Diracca dalla vedova di Mario Blasich uno dei capi autonomisti di Fiume, il quale ormai anziano e paralitico, fu strangolato nel suo letto da due partigiani slavi Pilepic e Smerdelj il 4 maggio 1945 a Fiume occupata. 

La vedova di Blasich diede ai Diracca la Torre civica affinché la portassero in esilio e per paura che i titini tornassero in quella casa per rubare ancora e distruggessero la Torre a cui tenleva particolarmente il marito. 

Museo Archivio Storico di Fiume a Roma.

TESTIMONIANZE: STEFANO PETRIS E GLI EROI DI CHERSO E OSSERO

La mia Cherso era bellissima, con le sue strette calli veneziane, i campielli nascosti e le piazzette… Le “ciacole” erano lievi e volavano come note in un minuetto veneziano tra una vecchia finestra bifora ed un antico portale in bianca pietra d’Istria…e poi i sentieri sassosi, gli ulivi argentei e i mille profumi, salvia, timo, elicriso...”


Chi parla è Gigliola Salvagno, esule da quell’isola del Quarnaro.


Si ferma un attimo e poi riprende: “Le mura, i palazzi, le rive e le vie sono lì, immutabili come le lasciammo settant’anni fa, ma senza anima perché un paese è vivo solo se è amato come noi lo amavamo, da sempre. Ora le case sono silenti e accigliate, nell’aria si ode una lingua dura senza armonia, quelli che ci hanno sostituiti non sono suoi figli… Non potrò mai dimenticare il male che ci hanno fatto. L’arrivo delle truppe partigiane di Tito, il 20 aprile 1945 è stampato dentro di me come una fotografia: dai volti tirati della nostra gente e dalle voci che sussurravano cose strane e terribili capii che il mondo nel quale eravamo vissuti serenamente da secoli stava inesorabilmente e incredibilmente cambiando”.


Quel 20 aprile fu davvero terribile.


I titini erano sbarcati sull’isola, sotto Verin, alle prime ore del mattino, trasportati dai gommoni degli inglesi che il giorno prima l’avevano pesantemente bombardata. 


Il primo scontro si ebbe a Ossero, presidiata da 36 tedeschi, quindici dei quali caddero in combattimento: gli altri furono fucilati sul posto. 


A Lussinpiccolo, invece, la piccola guarnigione tedesca si arrese quasi subito. Qui i titini eressero l’indomani una specie di altare sulla piazza, con un crocefisso al centro e due ritratti ai lati, di Stalin e di Tito.


A Neresine i partigiani irruppero verso le 9.30 ed attaccarono in forze il presidio italiano, difeso da 28 uomini della Xª MAS, armati solo di mitra e bombe a mano. Esaurite le munizioni si arresero.


Il marò Mario Sartori, piuttosto che consegnarsi ai titini, si suicidò con l’ultimo colpo della sua pistola. Gli altri 27, fatti prigionieri, furono prima rinchiusi nella scuola elementare e poi fatti marciare scalzi, per 25 kilometri, su una strada sassosa, fino a raggiungere Ossero: qui vennero prima portati nella residenza del parroco, quindi al cimitero dove furono costretti a scavare due fosse a ridosso del muro, una piccola e una grande, nelle quali finirono gettati dopo essere stati fucilati.


Di quella strage vi era la testimonianza di un pescatore, Giovanni Balanzin, che così raccontò: “Io e mio papà avevamo calato la rete in località Scaline, abbiamo poi lasciato la barca in Vier. La mattina del 22 aprile alle ore 6, mentre andavamo a recuperare la barca, a Vier incontrammo quattro titini. L’ufficiale ci chiese in slavo dove fossimo diretti. Ma non capivamo. Tra loro c’era una milite che parlava un po’ di italiano e così l’ufficiale ci fece accompagnare. Passando vicino al cimitero, il partigiano disse: “Gli italiani pregavano la Santa Croce e piangevano”. Noi non dicemmo niente. Poi, al ritorno, disse di nuovo: “Là dietro ci sono gli italiani”, dietro il muro nord del camposanto… Sul muro del cimitero si potevano vedere i fori dei proiettili della mitragliatrice. Si vedono tutt’oggi”.


Il capitano Federico Scopinich, di origini lussiniane, dedicò anni di ricerche alla vicenda e nel 2008 riuscì a far porre una lapide sul muro del cimitero ed a far benedire e consacrare la terra sotto la quale riposavano i 27 marò.


Nel maggio del 2019, Onorcaduti ha riesumato i loro resti che, a novembre, sono stati traslati al Sacrario dei Caduti d’oltremare a Bari. 


Ma torniamo ad allora.


Anche Cherso era attaccata: a difenderla, con un eroismo da leggenda, un maestro di lettere con i suoi 90 volontari, il tenente Stefano Petris, capo della Compagnia autonoma “Tramontana”, quella che nel giugno ’44 aveva resistito ai tedeschi ingaggiando una battaglia armata quando avevano preteso di ammainare il tricolore per far posto alla loro bandiera.


Circa 4.600 partigiani titini avevano accerchiato Cherso dal primo mattino: attaccarono prima attraverso il Prato e per la via del Torrion ma furono respinti. A metà mattina i tedeschi, che erano 200, accettarono una proposta di resa e abbandonarono le loro posizioni sul lato meridionale della città.


Petris, allora, con un pugno di suoi volontari andò a riprendere le posizioni lasciate sguarnite e riuscì a fermare gli assalitori. I titini iniziarono quindi ad incendiare le case e ad avanzare nel centro. Il comandante continuò la sua battaglia, nonostante fosse stato ferito una prima e poi una seconda volta. Gli cadde accanto Silvio Tomaz, mitragliere, che aveva difeso il palazzo comunale: ferito, fu portato a morire davanti a casa sua. Spirò dicendo: “Mio Dio, quanto sangue… Viva l’Italia!”.


I soldati chersini combattevano casa per casa, davanti agli occhi dei figli, delle mogli, dei loro vecchi. Stefano Petris non trattò la resa e con suoi volontari, rimasti ormai in venti, scelse il sacrificio fino alla fine.


Verso sera il gruppo di valorosi, arroccati nella scuola elementare del Prato, era allo stremo. Petris, ferito per la terza volta, ordinò allora ai suoi di lasciarlo e di ritirarsi nelle proprie case.


A quel punto gettò la pistola, ormai scarica, e si arrese.


Appena catturato, un ufficiale yugoslavo propose di fucilarlo sul posto. Ma il suo eroismo aveva stupito anche gli occupatori: un maggiore russo, che stava coi titini, cercò di convincerlo a passare con loro, promettendogli non solo di salvargli la vita ma anche di riconfermargli i gradi di ufficiale nell’esercito rosso. Rifiutò sdegnosamente.


Due giorni dopo lo fecero passare prigioniero attraverso la città. La vide per l’ultima volta con la morte nel cuore. Lo fecero salire su una barca che partì alla volta di Fiume. Lì lo buttarono in carcere ferito, senza cura alcuna. Una piaga divenne purulenta e, quando chiese di essere medicato, un secondino gli rispose: “Ma a che ti serve? Tanto devi morire…”


In queste condizioni, nel mese di luglio, venne processato e condannato a morte: l’accusa fu di “resistenza ai liberatori”.


L’11 dicembre 1945, a guerra ampiamente finita, fu fucilato nei pressi del cimitero di Sussak. 


Nel carcere di Fiume, la notte prima di morire, Stefano Petris affidò al suo compagno di cella, Sergio Buzzi, il suo testamento, una lettera alla moglie, scritta sui fogli bianchi sgualciti dell’“Imitazione di Cristo” che teneva sempre con sé: “Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l'ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l'Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia, falciati giornalmente dall'odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra Istriana che è e sarà Italiana. Se il tricolore d'Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: “Viva l’Italia!”.


(dal libro di R. Menia “10 Febbraio. Dalle Foibe all’Esodo, 2020)


Cherso italiana


Il martirio di Norma Cossetto

Norma era una splendida ragazza di 24 anni di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'Università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite).


Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa. Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici.


Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio urla e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare la mamma.


Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate.


Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite di armi da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri. Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti.


La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima,nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra.


“Voleva parlare con il professor Marchesi della sua tesi di laurea – ha detto Paola Del Din – perciò Norma Cossetto ha chiesto se poteva passare davanti al gruppo che aspettava il docente, dato che doveva prendere la corriera per ritornare in Istria e l’abbiamo assecondata poi, giorni dopo, abbiamo saputo della sua fine tragica e indecente”. Del Din, classe 1923, ha aggiunto che: “chi si ostina a negare questi fatti, sbaglia perché gli errori vanno riconosciuti, non va bene portare avanti l’odio per colpire la memoria degli infoibati. Bisogna parlarne, accettare e comprendere, abbiamo sbagliato tutti, ma è necessario andare avanti”.


— Paola Del Din, partigiana e insegnante italiana, nota durante la Resistenza con il nome di battaglia di "Renata", medaglia d'oro al valor militare.



«Norma

sguardo  

che illumina l’azzurro del cielo

mente

aperta verso il mondo

cuore

pronto a vivere e donare



Norma

fiore

sradicato dalla terra rossa d’Istria

sorriso

sprofondato nella nera voragine d’odio

strazio indicibile

innocenza violata

vita spezzata



Norma

Giovane maestra di vita

testimonianza di coerenza

coraggio per chi resta

memoria perenne

dolore che non si può rimarginare



Ti sentiremo nel profumo del tuo mare

Ti sentiremo tra le pietre riarse della tua Istria

Ti rivedremo, esuli in Cielo,

tra le braccia amorose del Padre».

La triste storia della dimenticata Dara Čok, violentata ed uccisa a Trieste dai partigiani slavo comunisti

Dora Čok nasce a Longera, alla periferia est di Trieste, il 12.9.1924. È una bella ragazza, semplice e fa la casalinga.


Il 3 maggio 1945, all'inizio della terribile occupazione jugoslava della città giuliana, viene arrestata nella sua abitazione dai partigiani titini Francesco Marušić ed Alberto Gruden (soprannominato Blisk), e tradotta nella caserma di San Giovanni, dove venne successivamente visitata dalla sorella Amalia. La notte del 5 maggio venne prelevata dalla citata caserma dai partigiani Francesco Marušić, Alberto Gruden, Vladislao Ferluga e Danilo Pertot (tutti appartenenti alla minoranza slovena della provincia di Trieste) e portata in un bunker vicino alla foiba denominata Pozzo di Gropada.


La colpa, per la quale Dora venne arrestata, era quella di non aver ceduto alle pretese sessuali del citato Danilo Pertot, che era un suo cugino nonché esponente del Comitato Esecutivo Antifascista Italo-sloveno che comandava in quei giorni a Trieste.


Nel bunker, Dora venne denudata, picchiata e violentata ripetutamente dai quattro partigiani, poi ancora viva, con le braccia legate al corpo con cinghia e filo spinato (particolari, questi, stabiliti dall'autopsia eseguita sul suo cadavere nell'agosto 1946), fu precipitata nel vicino abisso.


La madre della ragazza, dopo lunghe ed infruttuose ricerche della figlia, nella primavera dell'anno seguente quando Francesco Marušić ricompare in licenza, lo affrontò decisamente per sapere la sorte della figlia. Costui, probabilmente tormentato dal rimorso, raccontò tutta la vicenda dicendole che Dora era stata uccisa dal cugino Danilo Pertot e gettata nella foiba di Gropada.


Tale versione, ripetuta davanti agli avvocati incaricati dai famigliari di Dora, fece iniziare l'inchiesta giudiziaria che portò al ritrovamento dei cadaveri di cinque persone nella foiba.


Il processo che seguì davanti alla Corte d'Assise di Trieste si concluse con la condanna all'ergastolo dei suoi assassini.



La sezione della Foiba "Pozzo di Gropada" (profondità 64 m).

2 settembre 1951: una guardia confinaria jugoslava uccide a colpi di mitra due triestini in cerca di funghi

Si tratta di Pierina Panicari ved. Bolletti, di anni 50, e Vittorio De Pompeo, di anni 54, due gitanti triestini che si erano recati a funghi nella boscosa zona di Draga S. Elia, nel Comune di San Dorligo della Valle, ed avevano inavvertitamente varcato la linea di demarcazione tra la Zona A del Territorio Libero di Trieste, amministrato dal Governo Militare Alleato, e la Zona B amministrata dalla Jugoslavia.


Per questo futile motivo una guardia confinaria jugoslava aprì il fuoco su di essi e uccise a bruciapelo entrambi.


La notizia suscitò allora molto scalpore in città e a Roma, alla Camera dei Deputati, l'onorevole Giovanni Tanasco depositò una interrogazione scritta al Ministro degli Affari esteri (nella foto la trascrizione del testo e la risposta scritta).



mercoledì 1 novembre 2023

Lettera del Viceré Eugenio di Beauharnais all’Imperatore contro il distacco di Istria e Dalmazia dal Regno d’Italia

Sire! Il ministro Aldini mi fa conoscere, come fosse intenzione di V. M. che l'Istria e la Dalmazia più non appartenessero al suo Regno d'Italia.

Ella già comprese la Dalmazia fra le Provincie Illiriche, ma l'Istria, già veneziana, ne era stata eccettuata. Ed in proposito di quest'ultima provincia, mi permetterò di far riflettere alla M. V.: 1° com'essa formi un dipartimento organizzato a modo degli altri dipartimenti del Regno, e che questa organizzazione ebbe luogo in seguito alla riunione al Regno delle provincie già venete; 2° come il Regno tragga dall'Istria la maggior parte del sale di suo consumo; 3° come infine cavi dalle sue foreste tutto il legname di costruzione. Tali foreste furono in ogni tempo conservate ed amministrate con grandissima cura, giacchè, senza i mezzi che forniscono, riuscirebbe impossibile ogni costruzione navale a Venezia. Potrei anzi notare a V. M. che, avendole gli Austriaci trascurate l'ultimo anno che le possedettero, ci trovammo a Venezia nel più grande imbarazzo, e abbisognò severissima vigilanza perché si disponessero e si fornissero all'Arsenale i mezzi d'eseguire i lavori, cui si diè mano ne' tre anni passati.

Prego la M. V. di darmi i suoi ordini per quanto riguarda il messaggio che è a farsi al Senato d'Italia, sia che la Dalmazia soltanto rimanga unita al Regno, o che anche l'Istria continui ad appartenergli.


Dalle Memorie del Regno d'Italia, del Principe Eugenio (Collana di Storie e Memorie contemporanee diretta da Cesare Cantù), Milano, 1865, vol. VI, p. 34-35.