lunedì 24 giugno 2024

Lo scoprimento del busto in onore di Antonio Baiamonti

LO SCOPRIMENTO DEL BUSTO 

IN ONORE 

DI ΑΝΤΟΝΙΟ ΒΑΙΑΜΟΝΤΙ 

(Dalla cronaca dei giornali locali)


Il 13 ottobre 1922 appariva sugli albi di Trieste il seguente manifesto della Società Dalmatica:


Fratelli di Trieste!

Or è un secolo a Spalato invendicata nasceva

Antonio Baiamonti

il più gagliardo figlio di Dalmazia che, con il sacrificio di tutte le sue forze vitali, mantenne sacro nella coscienza della sua città l'amore per la Madrepatria. 

Podestà mirabile di Spalato, ingegno robustissimo, animo generoso e fiero Antonio Balamonti fu per tutta Dalmazia l'Apostolo d'una dottrina sublime e feconda donde la terra romano-veneta seppe trarre maggior vigore alla lotta combattuta arduamente sul campo arido della tirannia perversa intenta a sopprimere nel cuore del popolo dalmata il sentimento ingenito delle supreme idealità che avevano un solo nome: Italia. Invocato come un profeta in tutte le circostanze della vita nazionale delia Dalmazia, oggi all'Immortale Baiamonti volto il pensiero delle genti irredente costrette a subire l'oppressione d'una nuova schiavitù.


Fratelli d'Italia!

In questo infausto periodo della storia nazionale di Dalmazia ridestate nelle vostre coscienze il dovere d'Italiani, il sacro dovere di difendere gli estremi baluardi della Patria e della civilta vostra.

Onorate e commemorate nei vostri cuori il nome di Antonio Balamonti, il padre della nuovissima fede adriatica, la cui immagine di bronzo, opera viva della grande arte, oggi sorge superba a Trieste redenta ed è ferma in quest'ora di passione come la visione del nostro mare, di quel mare ch'è segno più puro e più assoluto del riscatto del popolo italiano, dell'unità nazionale e del trionfo della nuova civiltà mondiale, 

Viva l'Italia! 

Viva la Dalmazia italiana!

Per la Dalmazia

PER LA DALMAZIA
ai Mani di Antonio Baiamonti

Non la libertà del Mare Nostro, sitibondo 
di perenne sangue, quasi fosse in vano quello
che per l'Urbe, contro a Uscocchi, venne sparto da Metello, 
contro a Slavi, per San Marco, da Orseolo Secondo;

non quell'Arce d'Apennino, ch'ultima ti chiude
col Dinara, Italia, d'onde nasce a te il mattino;
non quel lito portuoso, ch'è tuo spalto e tuo confino, 
irto di seicento navi, di rostrate isole ignude;

non le mura e non i templi, di Roma e Venezia, 
con l'eloquio nostro, impronta fausta di quei porti; 
non le tombe nove sperse tra 'I mar d'Affrica e la Rezia,
olocausto a la Gran Madre, de' seicentomila Morti:

e non anco la vittoria maggiore di Roma,
maraviglia mai sognata, che su i tempi spazia, 
a l'Italia hanno ridata, prona sotto a l'aspra soma 
de l'ignavia secolare, la mia terra di Dalmazia.

Campoformido l'aombra, e l'inulta Lissa,
la dimane di Vittorio Veneto e Premuda,
questa Madre nostra Italia, da' suoi figli irrisa e scissa,
che, pur fisa al suo Destino, tace ed opra e sangue suda.

Terra de' miei Padri, attendi. Tempo è di silenzio.
Soffri senza grido, e imita la Madre immortale.
Santo è il sangue del martirio, pur quando Adria sa d'assenzio, 
s'esso innovi i cittadini de la Patria imperiale.

Chè se il secolo rammenti de la servitù,
o Dalmazia, e se l'incombe lonta di Rapallo, 
pensa e venera chi ha tolto il vessillo nero e gialio 
dal tuo suol, quando rifulser tutte l'itale virtù.

Fu prodigio di breve ora, nel gerontocomio
de l'Italia, anzi che fosse ogni viltà morta.
Ma fu tal che questa Patria ne perman tuttora assorta
in sua luce, indifferente a l'insulto et a l'encomio.

Luce è d'alba, che l'avvolge, nuncia del suo giorno,
che pur te nel tuo patire, o Dalmazia, ischiara
Veglia e spera. Chè l'Italia fatto ha ormai a te ritorno.
Salda è l'ancora a la fonda nel tuo cuore istesso, in Zara.

Luglio MCMXII.

Antonio Cippico

Un discorso non pronunziato

Un discorso non pronunziato

Richiesto dai Dalmati esuli a Trieste di un contributo alla pubblicazione commemorativa del grande Bajamonti, ho creduto opportuno ricercare fra i miei vecchi appunti un discorso che doveva essere tenuto sullo scorcio di quel tristissimo ottobre del 1920 a Milano, quando l'infamia non era ancora consumata ma si maturava ne l'ombra e che la polizia di Giovanni Giolitti mi impedì a tutti i costi di pronunciare.

Ho voluto lasciare queste pagine così come mi scaturirono dall'anima piagata in quella sera, quando stanca di violenza e di vergogna ne dettai allo stesso nel silenzio della mia stanza; la Bandiera di Perasto era stata invano spiegata e anche le mie povere mani di legno che uniche insorgeveno nella suprema viltà dell'ora vennero strappate e calpestate nel fango insieme alla speranza Dalmata e alla vittoria Italiana.

Quei giorni sono remoti e le mie parole soffrono il peso dei tempi mutati e della distanza ma io ho voluto lasciarle così, sconnesse, con gestionate sincere; non sono un saggio di dottrina ma il documento di un'anima, sono la confessione di un pellegrino, reduce dal Santuario che voleva dire la sua fede ritrovata al popolo miscredente, hanno la vivezza e la crudità di una piaga che non è ancora richiusa e non sarà mai che altri, leggendo, si accorga che l'oblio non è una medicina e sotto la polvere e le bende la ferita è sempre tutta rossa e aperta.

Da quando ritornammo a fare brancolando i primi passi nel mondo per portare un messaggio di luce attraverso le tenebre a tutta la patria chiamata a raccolta dall'urlo angoscioso della sconfitta, da quando lasciammo le corsie nere dell'ospedale dei ciechi nella solitudine taciturna della rinunzia sempiterna per riapparire pallidi ed esangui sulla scena del mondo a rinnovare l'olocausto e l'offerta agli occhi della moltitudine, dalle gelide albe di allora che davano i primi pallori sul nostro viso bianco, che davano i primi rossori sulle nostre cicatrici vermiglie a questo desolante crepuscolo senza fine nella tremenda incertezza della luce sospesa fra la notte e il giorno, in questi tre anni di freddi sudori e di febbri sorde che hanno bruciata in un'ora tutta la nostra giovinezza, noi non avevamo più avuta una settimana di sole e di sogno come quella che abbiamo trascorsa sull'altra riva così vicini alla realtà da piangere e tanto lontani da sorridere.

Come dimenticare? L'anima del popolo palpitante nell'aria come un'immensa bandiera issata alle cime della speranza, un canto possente come la voce del mare, un silenzio più vasto della quiete della montagna e nella moltitudine invisibile pareva di parlare all'infinito in nome del morti... l'orizzonte bruciava al tramonto come una camicia rossa incerata dagli ultimi raggi come da una selva di sciabole d'oro ed il sangue colava nel mare a torrenti.

Come dimenticare? Sulla riva una pioggia di fiori; un'improvvisa primavera sbocciava dal solco della nostra sventura e dopo un inverno di molti anni potevamo sull'ultimo lembo della patria ricogliere le rose della nostra giovinezza sepolta; ridevano di nascoto le nostre ferite, ridevano le sorgenti del sangue per sempre richiuse nella voglia di riscaturire ridevano davanti alla messe florita contonte d'aver seminato senza speranza nella fatica dell'uomo, ma fiduciose nel vento e nel sole di Dio.

Come dimenticare? Le labbra delle fanciulle schiudevano fiori di melograno sull'avorio candido dei denti alla luce di un dolce sorriso, e gli occhi brillavano sotto un velo di pianto come stelle nello specchio del mare; la gioia confinava con la sofferenza e la tristezza con l'entusiasmo. C'era nell'aria una soave poesia d'amore bagnata di pianto, un tepore ideale che riscaldava lo spirito, una freschezza di sentimento che lo dissetava; c'era un odore consolante di umanità, una luce di divina passione, un'intima armonia tra la terra e il ciclo tra l' uomo e Dio, tra la vita e l'eternità.

Il coro della moltitudine faceva tremare le volte del firmamento come un'immensa preghiera, cresceva oscurandosi come in una tremenda minaccia, si apriva nel largo respiro di un canto spezzandosi poi in un singhiozzo fino a soffocare in un silenzio senza fiato.

Che cosa non abbiamo sentita nella voce del popolo su quella riva? C'era la rampogna ai vivi e il ringraziamento ai morti, c'era l'umiltà della preghiera e la ribellione della minaccia, c'erano l'odio e l'amore, la disperazione e la fede, la maledizione e il bacio, lo schiaffo e la carezza. E noi ci siamo accorti come dalla Dalmazia lontana e dimenticata battesse per tutta l'Italia assente ed immemore il cuore di tutta la patria. 

Noi che eravamo andati al santuario per adorare l'immagine ci siamo trovati davanti al miracolo del sangue e abbiamo provato un rimorso vicino alla consolazione e una gioia profonda come un pentimento. Noi non avevamo mai sentito come la nostra sventura fosse un privilegio e una benedizione; non avevamo mai sentito come allora che la nostra mano perduta ritornava nella carezza del vento e nello schiaffo della bufera, che la nostra cecità era una visione più lontana, che il nostro dolore era un'insegna e la nostra vita una missione: allora noi sentimmo come non mai che la nostra rovina era un piedestallo, il nostro sacrificio una bandiera e ci parve che fra le nostre braccia diventasse uno scettro anche la croce.

Da quel giorno facemmo un giuramento e gli terremo fede fino in fondo: giurammo che dovunque, nel cerchio chiuso dell'amicizia e della casa, nel campo aperto del teatro e della piazza sempre avremmo gittata la nostra parola a costo di parlare al deserto e di seminare sulla sabbia e la nostra parola sarebbe stata quella di tutta la Dalmazia. Giurammo e oggi in questa città delle sante barricate gittiamo il grido della Dalmazia lontana sperando che la vedetta del risorgimento suonerà per la terza volta la diana della riscossa.

Rispondiamo a questa voce della Patria in esilio che ci porta il sale di quell'Adriatico che noi cercammo di addolcire con tutto il nostro sangue e che i nostri fratelli rifecero amaro con tutto il loro pianto: raccogliamo l'allarme che le ultime sentinelle della Patria urlano all'Italia addormentata ed assente. Sono pochi superstiti nella fortezza assediata da secoli ma hanno combattuto senza bandiera, hanno aspettato senza speranza e non meritano l'ingratitudine dell'abbandono e l'abbominio del tradimento.

Sono i fedeli che hanno pregato fuori del tempio, le scolte che vegliarono da sole fuori nella trincee e non vollero arrendersi anche quando la battaglia sembrava perduta per sempre e continuarono a pronunziare in italiano le loro preghiere, a squillare in italiano le loro canzoni.

Sono pochi ma ognuno di loro ha avuto il cuore di un popolo e la fede di una generazione; sono pochi ma ognuno di loro è l'Italia nella sua povertà e nella sua gloria; sono pochi ma sono i vincitori della più lunga guerra combattuta alle porte della casa, nel tempio e nella scuola, nel cuore della famiglia, sono i campioni della razza che hanno domato il tempo e la distanza, l'oblio e la morte.

Noi che una sera approdammo sfiduciati e stanchi sulla riva dalmata sentimmo come quella terra e quella gente fossero le più italiane del mondo: la Dalmazia che vive, che soffre, che ama, che spera, la Dalmazia che sente, che crede, che pensa, è italiana; il resto è umanità greggia e potrà fondersi nel crogiuolo della nostra civiltà per essere riplasmata dal genio della nostra stirpe.

Basta avventurarsi nell'interno per accorgersi che le genti del contado arretrate di molti secoli non hanno idea nazionale né coscienza di popolo; le tradizioni e i costumi sono quelli di una popolazione uscita ieri dalle tenebre delle barbarie che lungi dall'avere trovata l'unità della Patria fatica ancora attorno al nucleo della famiglia e domani dovrà accostarsi al focolare della nostra civiltà per riscaldarsi e alla luce del nostro pensiero per leggere i segni del suo destino.

Parlare di irredentismo entro i nostri confini sarebbe falso ed assurdo. Quale irredentismo? Quello dei mestatori croati pagati dall'oro internazionale che piangono ancora il trialismo dell'impero e la servitù perduta, quello dei preti inconsolabili che volentieri ritornerebbero ai bei tempi passati quando la maestà cattolica andava in processione del clero e la forca sovrana faceva parte della croce? Essi hanno la patria di chi li paga; lacché disoccupati in cerca di un padrone, servirauno domani come servirono ieri alla corte del vincitore. Soltanto i fratelli dalmati, avanguardia della Patria al di là del mare, se domani fossero abbandonati riaccenderebbero la fiaccola della rivolta per dare alla luce del martirio i loro cavalieri e i loro profeti finché un'Italia meno ingrata non sentirà la voce del sangue e la potenza dell'amore.

Ma gli inqualificabili piagnoni della rinunzia, gli apologisti del suicidio nazionale non sanno che nella terra dalmata tutto è italiano dal cielo che si respira al pane che si mangia, dalla faccia delle città e dei villaggi alla parola che ci fa riconoscere di lontano, non sanno che dalle guglie delle cattedrali ai merli dei palazzi, dalle voci delle campane ai canti di popolo, è tutta una musica italiana che inneggia alla Patria immortale, non sanno che laggiù ogni pietra e ogni solco, ogni linea, ogni colore, ogni pensiero e ogni accento sono sempre italiani.

Nell'isola di Curzola un nostro soldato poteva incidere sullo scoglio queste parole decisive come una sentenza: «Se trovi una pietra che non sia veneziana, scagliamela.»

Non hanno udito i rétori del cinismo e dell'indifferenza, le anime dannate dell'alta banca, i parricidi e i mercanti nazionalisti delle patrie altrui, non hanno uditi i canti del popolo quando salgono ardenti come una preghiera, quando scendono gravi come un giuramento, quando sforzano come una ironia e quando baciano come una carezza, quando si accendono come l'entusiasmo, quando si spengono nella tristezza: non li hanno uditi i canti del popolo che parlano della Patria e della madre, che parlano della morte e della gloria e sperano e soffrono e sorridono e piangono, i canti del popolo che nella Dalmazia risuonano come diane della libertà alla vigilia della riscossa.

C'è in questo rifiorire di canti come un ritorno improvviso del '48 quando i volontari partivano accompagnati dalle canzoni i poeti della musica e del verso interpretavano l'anima della Patria negli inni della redenzione.

E non è dire che l'italianità sia un capriccio intellettuale degli aristocratici, un bisogno ideale di arricchiti disoccupati e di nobili distratti: purtroppo certi alti papaveri sapevano vivacchiare anche all'ombra delle feluche austriache raccattando prebende e decorazioni e riducendo la passione della Patria ad un piacevole giuoco di parte: ma il popolo vero quello delle officine e dei fondachi, quello delle casupole lontane dai palagi e vicine al mare, assetate d'aria libera, non ha mai portata la livrea e piegata la schiena e sono gli scaricatori del porto e i braccianti della campagna che vogliono la miseria italiana piuttosto che l'agiatezza straniera e chiedono un grande tricolore sulla torre e un pane scuro nella casa.

Vorremmo abbandonare alla vendetta dello straniero le donne che accolsero in ginocchio sulla riva i primi marinai e i primi fanti d'Italia, le donne che abbracciarono i liberatori baciandoli sulle ferite e sulle decorazioni, i fanciulli che nel segreto della casa impararono a pregare Iddio nella nostra lingua, i giovani che sotto le odiate bandiere dovettero ribadire le catene del servaggio, i vecchi che già un'altra volta seppero l'ingiustizia dell'oblio nell'ora della sconfitta e non ammainarono il segno di fortuna, vorremmo lasciarli in balia di una gente che forse non può perdonare all'Italia una libertà mai aspettata e voluta?

Domandate al fratelli di Spalato perseguitati dalla marmaglia croata se la nuova tirannia non sia peggiore dell'antica; domandate ai fratelli di Spalato se hanno potuto ospitare per l'ultimo sonno in grembo alla terra natia i marinai d'Italia assassinati dai vecchi carcerieri dell'impero; domandate al fratelli di Spalato quante percosse e quante ingiurie costarono loro i fiori di riconoscenza e di amore deposti sulle bare degli ultimi eroi. Domandate agli slavi della zona occupata che cosa hanno portato i nostri fanti in mezzo a loro, i nostri semplici fanti che in ogni donna straniera hanno veduta una sorella ed una mamma che diceva con altre parole lo stesso grande amore, i nostri semplici fanti che in ogni casa straniera hanno rispettata la loro casa lontana e vi sono entrati a capo scoperto con il cuore in mano con quella santa umanità italiana che accomuna, affratella, ama, compatisce e perdona. Domandate! — E poi vedremo quale sarà l'ingiustizia peggiore, se abbandonare gl'italiani al croati o i croati agli italiani.

Abramo Lincoln un altro presidente che non tenne cattedra di filosofia mondiale ne fece il Salomone nelle contese del mondo, ma oprò per la giustizia e per l'amore, scrivendo a Giuseppe Mazzini, rammentava che i Serbi popolo selvaggio appena uscito dalla barbaria avrebbe dovuto vivere, imparare e migliorarsi prima di assidersi accanto ai popoli civili.

L'Austria moribonda, quando lasciava in eredità ai suol sgherri fedeli l'armata sconfitta senza la poesia di una battaglia sapeva che essi, i prediletti nipoti avrebbero continuata l'opera sua contro l'Italia. Questa Austria rediviva che i nostri soldati avevano demolita per sempre e alleati e nemici vollero risuscitare al nostro fianco, questo mosaico di razze diverse di religione, di storia, di lingua, questo simulacro di Nazione, aborto della diplomazia piuttosto che creatura del popolo, come potrebbe accusare l'Italia?

Come potrebbe accusarla se non ancora nata dimostrò l'anima sua rapace di ogni libertà vicina e lontana, se gli atti del suo governo furono di prepotenza e di sopraffazione, carnefice del Montenegro, carceriere di Dalmazia, invasore nell'Albania e nella Carinzia? Come potrebbero accusare l'Italia, gli altri alleati nel bisogno e nemici nella vittoria che già si spartiscono i tre quarti del mondo per invidiare l'unità della Patria a questa proletaria di tutte le genti che non ha altra ricchezza se non il sangue dei suoi soldati, il sudore dei suoi lavoratori e il genio dei suoi poeti? Perché dietro questa Jugoslavia malaticcia, prepotente e cenciosa c'è lo straniero che soffia e che paga, c'è il ricatto internazionale del carbone e del pane, c'è la coalizione usuraia del ferro e dell'oro che congiurano contro l'Italia che nella povertà generosa rappresenta l'onestà del lavoro: dietro l'arroganza dei sicari c'è la paura dei padroni e l'interesse dei potenti che non vorrebbero vedere l'Italia signora dell'Adriatico accamparsi nel Mediterraneo. In questa sacra battaglia più che l'avvenire della Patria noi difendiamo la libertà umana che volemmo salvare dalla spada prussiana non perché fosse venduta sulle bilancie dei mercanti: a questo invisibile giogo dell'oro avremmo preferita la prepotenza del ferro; soggiaceremmo piuttosto alla violenza che al ricatto, vorremmo essere piuttosto schiavi che servi. Se ancora una volta la nostra bandiera sull'altra riva vuol dire libertà e giustizia perché dovrebbe essere ammainata davanti al mercanti di fuori e ai venduti di dentro? Ma lasciamo che i governanti riprendano le vie traverse e i vicoli oscuri e guardiamo piuttosto i nostri soldati che non fanno discorsi e non imbrattano carte ma scrivono sulla roccia viva del Dinara dei versi che possono mancare di piedi ma hanno tutte le ali:

Il fante se ne andrà 
quando il Dinara con lui ne verrà

parole anonime come le croci del Carso che vogliono dire la volontà dei morti per tutta la Patria.

Noi non abbiamo che da imparare quello che il fante ha scritto cercando di renderci degni di tanto amore e di tanta costanza; non abbiamo che da eseguire il comandamento dei morti con obbedienza devota.

I marinai e i soldati d'Italia che hanno ritrovata in Dalmazia l'anima della Patria non torneranno indietro anche se i governanti che già premiarono i disertori daranno l'ordine del tradimento.

Giuriamo anche noi come hanno giurato i soldati dal mezzo all'ammiraglio, dal generale al fante, rinnoviamo quel giuramento che per tutte le vittime del sogno pronunziammo una sera in Sebenico d'Italia in un incendio di entusiasmo che bruciava anche sotto la pioggia del pianto.

Purtroppo il giuramento non venne mantenuto ma non per tradimento dei fanti e quella sera istessa ricevendo dalle mani delle fanciulle dalmate un mazzo di rose sanguigne, mi parve che esse si posassero sull'anima mia con un odore di morte... agonizzava in quei giorni la libertà dalmata invano dal nostro sangue rivendicata.

CARLO DELCROIX

Leopoldo Metlicovitz

Leopoldo Metlicovitz (il cognome della famiglia era in origine Metlicovich) (Trieste, 17 luglio 1868 – Ponte Lambro, 19 ottobre 1944) è stato un pittore, illustratore e cartellonista italiano.

È considerato uno dei padri del moderno cartellonismo italiano, assieme a Leonetto Cappiello, Adolf Hohenstein, Giovanni Maria Mataloni e Marcello Dudovich.

Figlio di Leopoldo, commerciante di origini dalmate e di Angela Sbisà, giovanissimo inizia a lavorare nell'attività familiare e a quattordici anni entra come apprendista in una tipografia di Udine, dove impara la tecnica della litografia. Trasferitosi a Milano nel 1888 per lavorare presso la ditta Tensi, azienda di prodotti fotografici, viene qualche anno dopo notato da Giulio Ricordi, titolare della omonima casa musicale e delle Officine Grafiche, che gli propone una collaborazione.

Nel 1892 entra in Ricordi come direttore tecnico. All'inizio fa pratica trasponendo i lavori di altri celebri cartellonisti come Hohenstein e Mataloni sulla pietra litografica, poi, grazie al suo talento pittorico sempre più apprezzato, inizia l'attività come disegnatore autonomo creando manifesti e illustrazioni per Ricordi. Verso la fine del secolo, il suo lavoro si lega sempre più all'attività teatrale e musicale milanese: molte delle opere dei più famosi compositori dell'epoca sono reclamizzate dai cartelloni firmati da Metlicovitz, da quelle di Giacomo Puccini come Tosca (1900), Madama Butterfly (1904) e Turandot (1926) a Iris di Pietro Mascagni (1898), a Conchita di Riccardo Zandonai (1911). Oltre che cartellonista, è scenografo e costumista per il Teatro alla Scala, illustratore di libretti, spartiti, calendari e riviste.

Grazie a Giulio Ricordi conosce personalmente Verdi e Puccini e può usufruire del palco riservato alla famiglia Ricordi alla Scala. In questo periodo di intense frequentazioni artistiche, Metlicoviz conosce Elvira Lazzaroni (1887-1941), attrice di teatro di quasi vent'anni più giovane di lui, che più tardi diverrà sua moglie.

A fine Ottocento i Grandi Magazzini Mele di Napoli cominciano ad affidare alle Officine Ricordi la campagna pubblicitaria per i propri capi di abbigliamento, una delle prime su larga scala. La collaborazione durerà dal 1898 al 1915 e gli artefici del successo sono i manifesti creati da Metlicovitz insieme ad Aleardo Terzi, Dudovich, Cappiello ed altri.

Nel 1906, in occasione della grande Esposizione Universale a Milano, Metlicovitz vince il concorso per il manifesto simbolo della fiera, dedicata al Traforo del Sempione, affermandosi sempre più come cartellonista. Sono decine le copertine di riviste, spartiti e libretti d'opera pubblicati da Ricordi, che recano la sua firma fra cui le riviste Musica e musicisti (1902-1905) e Ars et Labor (1906-1912); suoi lavori come illustratore appaiono anche su La Lettura (1906-1907,1909) mensile del Corriere della Sera.

A partire soprattutto dagli inizi del Novecento dalle Officine Grafiche Ricordi escono in vendita diversi prodotti frutto di un merchandising ante-litteram, grazie allo spirito imprenditoriale di Giulio Ricordi, e molti recano la firma di Leopoldo Metlicovitz come L'Almanacco Verdiano del 1902 o le serie di cartoline illustrate di tema musicale come quelle per le opere La Bohème, Tosca, Madama Butterfly, o Germania di Alberto Franchetti.

Con Elvira Lazzaroni, Metlicoviz gira l'Europa visitando le città e le capitali più ricche di fermenti culturali e di vita mondana. Nel 1907, su incarico di Ricordi, si reca a Buenos Aires per valutare la gestione di un'azienda grafica locale; arriva il primo figlio, Roberto (Milano, 1908-?) e i due decidono di unirsi in matrimonio. Nel 1910 i coniugi compiono un secondo viaggio in Argentina (vissuto dai due anche come viaggio di nozze) sempre per conto di Ricordi, che vorrebbe affidare a lui la direzione dell'azienda locale, incarico che l'artista tuttavia non ricoprirà. Molti cartelloni realizzati per il mercato argentino verranno poi riprodotti in Italia negli anni '20.

Il 1912 è un anno cruciale: nasce la seconda figlia, Leopolda (1912-2008) e muore Giulio Ricordi; Metlicoviz si sposterà gradualmente nella villa di Ponte Lambro, che prima veniva utilizzata solo nei periodi di villeggiatura e nel 1915, sfollato dal capoluogo lombardo, diventerà la sua dimora fissa, pur continuando ad utilizzare lo studio presso la Ricordi. In quegli anni il matrimonio entra in crisi e la moglie abbandonerà lui e i figli tanto che la sorella di Leopoldo verrà chiamata a vivere con loro per sostituire la figura materna.

Nel 1914 Metlicovitz è anche uno dei disegnatori, insieme ad Armando Vassallo, Luigi Caldanzano e Adolfo De Carolis, coinvolti nel lancio del film Cabiria, un kolossal del muto sceneggiato da Gabriele D'Annunzio, per cui realizzerà ben quattro manifesti. Sue anche alcune serie di Figurine Liebig e il marchio di fabbrica che ancora oggi viene utilizzato dalle Fratelli Branca Distillerie, produttrici del Fernet Branca, raffigurante un'aquila che ghermisce con le ali spiegate una bottiglia del liquore al di sopra di un globo terracqueo.

Terminata nel 1938 la collaborazione con Casa Ricordi, si concentra sempre più sulla pittura, prediligendo il paesaggio e il ritratto e partecipando alle prime edizioni del Premio Cremona (1939-1940). Il 19 ottobre 1943 muore nella sua casa a Ponte Lambro.

Marcello Dudovich

Marcello Dudovich (Trieste, 21 marzo 1878 – Milano, 31 marzo 1962) è stato un pubblicitario, pittore e illustratore italiano.

Assieme a Leonetto Cappiello, Adolf Hohenstein, Giovanni Maria Mataloni e Leopoldo Metlicovitz è stato uno dei padri del moderno cartellonismo pubblicitario italiano.

Marcello Dudovich nasce a Trieste nel 1878 da famiglia dalmata. Il padre Antonio lavorò come impiegato delle Assicurazioni Generali e indossò la camicia rossa garibaldina. La madre triestina, Elisabetta Cadorini, fu una pianista. È il terzo di quattro fratelli: Maria, Itala e Manlio. La formazione di Marcello avviene presso le scuole "reali" (corrispondenti agli istituti tecnici dell'attuale ordinamento) della sua città, istituto d'arte professionale, ragazzo svogliato e indisciplinato ma molto curioso e portato per il disegno. Inserito dal cugino, il pittore Guido Grimani, nell'ambiente del “Circolo Artistico Triestino”, frequenta gli atelier dei pittori triestini, entrando in contatto con i grandi artisti conterranei, quali Eugenio Scomparini e Arturo Rietti.

Da Trieste si trasferisce a Milano nel 1897. Grazie all'amicizia del padre con Leopoldo Metlicovitz, all'epoca già affermato pittore e cartellonista, Marcello viene assunto come litografo alle Officine Grafiche Ricordi. In questo ambiente, l'artista ha modo di confrontarsi con i lavori di alcuni dei più apprezzati cartellonisti dell'epoca, come Adolf Hohenstein, Aleardo Villa, Leonetto Cappiello, Giovanni Maria Mataloni e viene incaricato di realizzare bozzetti per la pubblicità. Amplia la sua formazione frequentando nel 1898 corsi di disegno accademico e di studio del nudo presso la Società Artistica Patriottica di Milano e apre uno studio di pittura assieme a Metlicovitz e al pittore greco Arvanitaki. Inizia a produrre autonomamente le prime opere di grafica pubblicitaria per la Ricordi ma anche per altri stabilimenti litografici quali Gualapini, Cantarella e Modiano.

Nel 1899, anno saliente nella sua vicenda artistica, viene chiamato a Bologna per lavorare presso lo Stabilimento Grafico di Edmondo Chappuis. L'artista, pur lasciando Milano, continua il suo rapporto di lavoro con le Officine Grafiche Ricordi. È nel capoluogo emiliano che inizia a produrre cartelloni pubblicitari, copertine, illustrazioni e schizzi per varie riviste; corrispondono proprio a questi anni le prime opere autonome e complete, firmate da Marcello. In questo periodo è anche illustratore di ruolo della rivista Fantasio nel 1902, edita a Roma e specializzata in letteratura, critica e varietà. Nel 1900 realizza manifesti che lo portano a vincere per tre anni consecutivi, dal 1900 al 1902, il concorso Feste di primavera bandito dalla Società per il Risveglio della Vita cittadina: diventa indiscusso caposcuola del cartellonismo italiano, arrivando a vincere anche la Medaglia d'Oro all'Esposizione Universale di Parigi del 1900.

Partecipa nel 1902 all'Esposizione Internazionale d'Arte Decorativa Moderna a Torino, esponendo il manifesto Fisso l'idea sotto la sigla societaria della cooperativa artistica Æmilia Ars, famosa per lo studio di antichi modelli del rinascimento, della lavorazione del gioiello, del cuoio, dei mobili e della ceramica. Collabora nel 1904 con la rivista d'arti e lettere Novissima, diretta da Edoardo De Fonseca. La rivista, divulgata per dieci anni, fu considerata il Manifesto della Grafica Moderna, una raffinata pubblicazione italiana dedicata all'arte della decorazione del libro e di ruolo fondamentale nei riguardi dello stile Liberty, in cui collaborarono i maggiori artisti dell'epoca: oltre a Dudovich vi furono Ferruccio Baruffi, Luigi Bompard, Felice Casorati, Giacomo Balla, Gaetano Previati.

L'artista rimarrà a Bologna per sei anni produttivi e qui conoscerà la futura moglie, Elisa Bucchi, giornalista di moda originaria di Faenza che rappresenterà la musa ispiratrice dei bei tratti femminili raffigurati nelle sue campagne pubblicitarie. La donna ha già un figlio, Ernesto, al quale Dudovich darà poi il proprio cognome. L'unica figlia di Elisa e Marcello è Adriana, che sposerà nel 1935 Walter Resentera, un giovane pittore veneto. Insieme al giovane, suo grande ammiratore trasferitosi a Milano col fermo proposito di diventare suo allievo, Dudovich inizierà una lunga cooperazione, sia nel campo del manifesto sia in quello della decorazione murale. Instaura in questo periodo rapporti artistici e storici con la città di Firenze, nella quale da molti anni opera Alfonso Rubbiani e la sua scuola di giovani artisti.

Lavora per il periodico umoristico bolognese Italia Ride, per il quale realizzerà numerose illustrazioni, vignette satiriche e decorative, una rivista proiettata verso una visione moderna dell'arte contemporanea che sfocia pian piano nella nuova e stimolante Art Nouveau. Questa collaborazione lo porta a stretto contatto con i più importanti personaggi di spicco dell'avanguardia italiana quali Augusto Majani, in arte Nasìca, direttore artistico, Augusto Sezanne, Luigi Bompard, Ugo Valeri, Ardengo Soffici, Galileo Chini e altri rinnovatori, dalla cui frequentazione l'artista trae ulteriore motivo di crescita. Rimane a Bologna fino al 1905, anno in cui termina la cooperazione con lo stabilimento Chappuis di Bologna, a causa di una indiscutibile tendenza del triestino alla libertà professionale, nella ricerca di sempre nuove esperienze che certo poteva concretizzare in città molto più industrializzate come Milano.

Nell'ottobre del 1905 giunge a Dudovich un invito dall'editore Armanino a recarsi a Genova e, nonostante l'entusiasmo iniziale, il capoluogo ligure non riesce ad offrirgli l'ideale ambiente lavorativo. Torna nuovamente a Milano nel 1906, dove prepara un avvenimento d'importanza europea: l'Esposizione Internazionale, collegata all'inaugurazione del Traforo del Sempione. Ristabiliti i rapporti con le Officine Grafiche Ricordi, l'artista partecipa con gli altri cartellonisti della scuderia al concorso indetto per scegliere il manifesto pubblicitario che rappresenterà l'Esposizione. Dopo i riconoscimenti ricevuti per l'inaugurazione del Traforo del Sempione, viene affidato a Dudovich l'incarico di decorare le pareti esterne del padiglione italiano di arte decorativa all'Esposizione Internazionale di Milano, devastato da un incendio. Dudovich, ormai maestro emergente nel panorama della grafica dell'inizio secolo, guarda con attento interesse le nuove avanguardie dell'Espressionismo, movimenti europei quali il Fauves, innescato da Henri Matisse ed il gruppo di Die Brücke di Dresda, che influenzeranno le sue opere. Il 1907 e il 1913 sono gli anni dei manifesti, realizzati per le campagne pubblicitarie promosse dai Grandi Magazzini napoletani dei Fratelli Mele, occupandosi della promozione di immagine della ditta. Essi rappresentano in assoluto le sue invenzioni più originali e felici: la “donna in abito rosso”, la “donna in abito azzurro”, la donna scrutata con contrastanti sentimenti da una coppia di passanti. Ma sono anche gli anni in cui Dudovich disegna uno dei suoi più famosi manifesti per la ditta alessandrina Borsalino, vincendo il concorso indetto dalla Casa per realizzare la pubblicità del cappello Zenit. Tale manifesto, pur essendo presentato da Dudovich fuori concorso, vincerà l'assegnazione del premio e rappresenterà per lui il maggior tributo e riconoscimento. L'artista frequenta con assiduità i pubblici ritrovi milanesi, entrando in contatto con i più grandi personaggi che animano la vita culturale metropolitana. Egli descrive gli ambienti dove si muovono i signori, i borghesi, dove si esibisce la mondanità, riuscendo però quasi ad idealizzare un mondo del quale diviene interprete, una nuova società fiorente e in continua crescita: la Belle Époque. In questi ambienti intrattiene rapporti di amicizia con Camillo Boito e con tutta la serie dei grandi artisti e letterati dei circoli milanesi, quali Filippo Carcano, Antonio Ambrogio Alciati, Umberto Boccioni e Federico Andreotti. Frequentando regolarmente il Caffè Biffi, il Savini e l'Orologio, entra in contatto con gli ambienti della moda, facilitato anche dalla moglie Elisa Bucchi che lavora come capo corrispondente per alcune riviste rinomate dell'abbigliamento. Dudovich, assistendo alla trasformazione dell'abbigliamento, soprattutto nella linea dell'abito femminile, approfitta del momento emancipando la figura della donna e dotandola di tutti gli accessori della seduzione: guanti, fiocchi, colletti e calze, il tutto accompagnato dalla sigaretta con bocchino da fumo, divenuta simbolo della verve femminile di quell'epoca. La donna evade dal contesto casalingo non più relegata alle sole mansioni domestiche di fine Ottocento, vedendosi finalmente elevata ad un ruolo determinato nella società.

Conosciuto oltre i confini nazionali, nel 1911 l'artista è chiamato a Monaco di Baviera dalla Casa Editrice Albert Langen, dove gli viene offerta una collaborazione di reporter come inviato speciale del famoso periodico di satira politica e sociale Simplicissimus. Accetta l'incarico e sostituisce Reznicek come disegnatore nella redazione: illustrerà per circa quattro anni, dal 1911 al 1915, la pagina mondana del giornale tedesco con un'estesa produzione di acquarelli, chine e disegni, entrando in contatto con gli esponenti di spicco della grafica tedesca quali Wilhelm Schulz, Theodor Heine e Eduard Thöny. In questi anni di attività molto produttivi a Monaco di Baviera, il triestino collabora con il direttore Albert Langen e con altre riviste tedesche quali la Meggendorfer Blatter, precisamente nel 1912, pubblicando un album composto da 32 tavole ed intitolato Corso. Come inviato speciale Dudovich viaggia molto in tutta Europa, offrendo con la propria grafica una viva testimonianza delle abitudini mondane dell'alta società. Nel 1956, con una punta di nostalgia per gli anni andati, l'artista ormai anziano racconta la sua vita, riporta il senso di quelle esperienze professionali di viaggio con le seguenti parole:

«Lasciatemi parlare con gioia di un tempo in cui gli inviati speciali non venivano spediti su campi di battaglia, ma su campi di corse e di golf per ritrarvi le belle donne, la mondanità elegante, le raffinatezze della moda. Si viaggiava da una nazione all'altra senza passaporto e senza carta d'identità: una cosa meravigliosa. Esisteva poi una specie di internazionale dell'intelligenza che superava tutte le frontiere e anche gli eventuali dissensi politici. Era un'epoca in cui non si poteva che avere fiducia nell'avvenire […] La guerra cancellò tutto questo. Tornammo subito in Italia, mia moglie ed io. Boccioni, Sironi, Martinetti e Carrà partirono per il fronte cantando: «A morte Franz, viva Oberdan!. Io, figlio di garibaldino, non potei partire. Una lettera era giunta alle autorità in cui mi si accusava di germanofilia. La mia collaborazione al Simplicissimus contribuiva a rendermi sospetto. Mi salvai dal confino per l'intervento del vecchio Ricordi. Rimasi però un vigilato speciale e per tutta la durata della guerra dovetti presentarmi ogni settimana in Questura. Con la guerra era finito il periodo più bello e spensierato della mia vita!»

(Marcello Dudovich, ora in Maurizio di Puolo (a cura di) Marcello Dudovich 1878-1962. I 100 bozzetti e manifesti per La Rinascente, Milano, Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, 1985, p. 15).

Nonostante il suo impegno nel ruolo di inviato speciale, non interrompe la sua collaborazione come cartellonista con lo Stabilimento Grafico Ricordi per la creazione di importanti manifesti pubblicitari. Dudovich rimarrà al Simplicissimus fino allo scoppio della prima guerra mondiale quando, essendo egli figlio di un garibaldino, non può sopportare che i suoi disegni escano accanto alle vignette umoristiche che screditano l'Italia. Nella città bavarese, l'artista rimane fino al 1914 e qui sposa Elisa Bucchi, conosciuta durante il soggiorno a Bologna e dalla quale avrà la figlia Adriana.

Allo scoppio della I Guerra Mondiale nel 1915 Marcello Dudovich rientra in Italia. A differenza di molti suoi colleghi artisti come Umberto Boccioni, Mario Sironi, Carlo Carrà e Filippo Tommaso Marinetti, che partiranno volontari o verranno arruolati per combattere nelle trincee nelle Alpi, egli non potrà partire per il fronte. La decisione viene presa dalle autorità italiane che, nonostante figlio di un garibaldino, lo accusano di essere germanofilo sulla base della sua lunga collaborazione con Simplicissimus. Mandato su decisione del Tribunale militare in un luogo di internamento, la salvezza del triestino è voluta dall'intervento e dall'influenza politica del suo vecchio datore di retribuzione, Giulio Ricordi, con il quale non aveva mai interrotto la collaborazione. Nonostante tutto, è tenuto sotto sorveglianza speciale per l'intera durata della guerra, costretto ad andare ogni settimana alla questura e a sottoporsi a ripetuti controlli riguardanti le sue opinioni politiche. L'artista dimostra il proprio patriottismo lavorando, negli anni della guerra, ad alcuni manifesti di soggetto bellico, realizza infatti un bozzetto a tempera che rappresenta un soldato italiano avvinto alla bandiera italiana.

Per i suoi lavori, egli trae spunto dalla realtà, ritraendo modelli in carne e ossa o lavorando su fotografie da lui stesso scattate. Nell'occasione è Marcello stesso a fare da modello per i propri lavori, facendosi fotografare in uniforme e utilizzando quindi quell'immagine come riferimento preciso per la stesura dell'opera. Negli ultimi anni della guerra, 1917-1920, l'artista si sposta nella capitale del Piemonte, Torino, dove lavora sia in campo cinematografico, realizzando un numero imprecisabile di manifesti per film, sia alle dipendenze del giovane editore Polenghi. Dudovich rimane a Torino fino al 1920, anno in cui si riaccende l'amicizia con il grande artista grafico Achille Luciano Mauzan, italiano, che crea locandine di film. Sia Mauzan che Dudovich lavorano per la Ricordi Officine e la loro amicizia li porterà ad una collaborazione per l'industria cinematografica di Torino, più precisamente per la Cleo Films e la Felsina Films. A Torino collabora ai fascicoli antiaustriaci Gli Uni…e gli altri! (1915) di G. Antona Traversi, a Il Pasquino e a Satana Beffa (1919) ed infine a Illustrazione italiana (1922). Oltre a collaborare con più riviste, crea anche disegni per i modelli delle bambole di produzione Lenci. Gli anni della Grande Guerra segnarono, per molteplici, evidenti ragioni, una drammatica cesura: Dudovich si rese conto che il suo mondo, la Belle Époque, era morto per sempre e si rinnovò, aderendo al Novecento plastico di Pietro Marussig e Achille Funi.

Tornato a Milano nel 1920, fonda con l'avvocato Arnaldo Steffenini la società editrice Star, ditta che produce manifesti per conto dell'I.G.A.P. (Impresa Generale Affissioni Pubblicità), della quale fu direttore artistico dal 1922 al 1936 insieme a Marcello Nizzoli e Luigi Martinati. Dudovich crea manifesti per le campagne pubblicitarie delle maggiori industrie italiane e inizia in quegli anni la lunga collaborazione che lo legherà ai grandi magazzini La Rinascente, per la quale, dal 1921 al 1956, realizzerà oltre 100 manifesti. La produzione dei manifesti per La Rinascente conta di circa 5-6 lavori annuali realizzati, destinati a pubblicizzare molte collezioni. Le immagini si concentrano essenzialmente sul modello di sartoria, sull'accessorio da promuovere.

I grandi magazzini che rappresentano il mercato della media borghesia, offrono un buon prodotto ad un prezzo contenuto così da uniformare la popolazione. Attraverso i cartelloni per essi realizzati Dudovich viene riconosciuto come un'importante figura non solo dal punto di vista grafico, ma anche per la capacità che hanno le sue immagini di comunicare un messaggio che interesserà e influenzerà milioni di persone. Nella produzione in serie per La Rinascente, Dudovich mette in forte risalto soprattutto la figura della donna: illustrazioni rappresentanti un'unica presenza femminile si concentrano a evidenziare l'abbigliamento e gli accessori da lei indossati. Si basa proprio su questo l'illustrazione di moda di Dudovich, mettere in risalto la forte carica seduttiva del capo d'abbigliamento che raffigura, idonea al primario obiettivo della divulgazione commerciale della sua vendita. Noti sono anche la sua partecipazione con numerosi altri artisti al catalogo Veni vd vici (1924) per l'imprenditore Giuseppe Verzocchi, i suoi cartelloni per il Concorso ippico internazionale di Milano del 1926, il Concorso ippico di Stresa e tutta la serie dei manifesti per le automobili Alfa Romeo. Riconosciuto a livello nazionale nel mondo del cartellonismo, nel 1930 disegna il celebre manifesto per i copertoni Pirelli e realizza manifesti per le più importanti società industriali italiane e straniere, (Shell, Agfa Film, Bugatti, Fiat, Martini, Campari, Assicurazioni Generali, Magazzini Mele).

L'operato del triestino viene ricordato soprattutto per aver messo in scena gli agi della borghesia italiana nel periodo della Belle Époque: l'eleganza, la mondanità, le corse dei cavalli, gli abiti eleganti e soprattutto la femminilità delle donne altolocate.

Dudovich inizia una collaborazione come disegnatore alla rivista La Donna, illustrandola come esempio di raffinatezza ed eleganza. L'artista immortala le donne sdraiate su morbidi divani o in alcove con i loro grandi cappelli, ombrelli, ventagli e gioielli. Celebri protagoniste dei suoi racconti in cartellone sono le bagnanti. Durante il ventennio fascista l'emancipazione femminile vive una regressione: il regime impone alle donne lavoratrici un abbigliamento maschile, con scopo di garantire maggiore libertà di movimento, ma soprattutto uniformare l'estetica e i comportamenti allo stile militare. Di conseguenza spopolano vesti e abiti che non facciano più risaltare le linee del corpo ma, al contrario, che si adattino ad esse con naturalezza. Fissando i parametri che dovranno comporre i nuovi cartelloni il regime porterà Dudovich, contro la sua volontà, ad un forte cambiamento dei suoi modelli femminili. La nuova produzione di cartelloni perderà il raffinato soggetto femminile per lasciare spazio alla virilità della figura maschile, con corpi muscolosi e pose in tensione che saranno le nuove immagini propagandistiche dell'epoca fascista. Partecipa alla Esposizione internazionale d'arte di Venezia del 1920 e del 1922 con il dipinto ad olio La signora Dalla Veletta: il titolo dell'opera deriva dal cappellino che la donna porta in testa e dal quale scende una veletta.

Nei primi anni trenta con lo sviluppo dell'aviazione, l'artista viene chiamato a Roma per realizzare una serie di affreschi a parete, con tecnica a tempera, per i locali del Ministero dell'aeronautica, compiuti poi in collaborazione con il genero Walter Resentera. È questa, tuttavia, l'unica commissione pubblica; per il resto Dudovich lavora soltanto per i più cari amici, decorando ambienti delle residenze di città o di campagna delle famiglie Borsalino-Savazzi e Brustio-Borletti. È un divertimento che gli consente di rifugiarsi in un suo mondo ideale, popolato di contadini al lavoro o in festa, di animali e alberi. In molte occasioni egli ritrae gli stessi committenti o gli animali a loro cari. Succede a Villa Piccoli di Gardone, dove all'insegna dell'Ospitalità vengono raffigurati, amichevolmente riuniti, un pastore tedesco, un gatto e perfino un topo; oppure a Villa Makallé di Guello, proprietà dei Brustio, dove i padroni di casa e i loro ospiti sono raffigurati intenti al gioco del golf. Con particolare evidenza, nel vasto ciclo dipinto nel 1946 in un salotto della Tenuta Amalia, a Villa Verucchio (Rimini), residenza di campagna della famiglia Borsalino, in ringraziamento dell'ospitalità e dell'amicizia di Alessandra Druidi, vedova Borsalino, realizzerà alcuni affreschi a tempera sulle tre pareti del salone della villa. L'effetto generale è di quattro padiglioni aperti sull'esterno, dotati di drappi e tendaggi e bandiere poste sui lati, introducendo lo spettatore nel paesaggio che vi si apre oltre.

Nel 1937 Marcello si reca in Libia chiamato da Italo Balbo, per un lungo soggiorno e vi ritornerà nel 1951 ospite della nipote Nives Comas Casati, già sua allieva e modella. La Casati fu anche cartellonista, come dimostra ad esempio il cartellone per il Palio di Ferrara, eseguito nel 1933 in collaborazione con Amerigo Ferrari. Il lungo soggiorno libico lo influenzerà fermamente: il suggestivo ambiente esotico offre a Dudovich una quantità di soggetti e di spunti e ravviva la sua appannata freschezza ideativa. Egli scatta molte fotografie di scene e figure indigene, realizza numerosi disegni e schizzi: questo materiale si traduce a livello pittorico in una serie di opere a tempera, tra cui, per solenne imponenza, primeggia il ritratto – oggi in America – raffigurante la nipote Nives in abito africano. Da ora, quasi in ogni mostra personale che Dudovich allestirà, sarà presente una sezione dedicata alla Libia e alle “scene libiche”: paesaggi, castelli, mura, moschee ed ancora scene di vita vissuta, tipi umani, con particolare attenzione alle grazie delle belle e giovani indigene. Rientrato in Italia, l'artista continuerà a riflettere su quel mondo colorito e al rapporto tra le “due civiltà”, al punto da organizzare nel proprio studio, sedute di posa per evocare fittizie situazioni “libiche”, obbligando amici e modelle a indossare improvvisati burnus e a posare per qualche serie di scatti fotografici. In Libia, egli tornerà ancora nel 1951 e vi terrà anche un paio di mostre personali.

La Seconda guerra mondiale e la morte della moglie Elisa Bucchi rappresentano la cesura definitiva, il taglio netto con l'attività cartellonistica commerciale, determinato anche dalla difficoltà di confrontarsi con i nuovi cartellonisti, ormai denominati designers. In questo periodo l'artista si dedica intensamente alla pittura, al ritratto ed alla decorazione. Al manifesto tuttavia egli non rinuncerà mai, creando nell'immediato dopoguerra e nell'arco degli anni cinquanta, una quarantina di manifesti noti e riprendendo un'intensa collaborazione con La Rinascente, alla quale sarà capace di dedicare ancora lavori di sorprendente freschezza.

Marcello Dudovich muore a causa di un'emorragia cerebrale il 1º aprile 1962 a Milano: riposa nel Cimitero Monumentale di Milano, tumulato in un colombario.

Gli sono state intitolate una via e una scuola secondaria di secondo grado a Milano e una via anche a Trieste e Rimini.

Principali manifesti

  • 1899: Fisso L'Idea, Chappuis Bologna
  • 1901: Esposizione di Lodi, Chappuis Bologna
  • 1901: Coppia al tabarin, Ricordi Milano
  • 1901-1902: Terme di Porretta, Chappuis Bologna
  • 1906: Liquore Strega, G. Ricordi Milano
  • 1906: Fonotipia, G. Ricordi Milano
  • 1907: Corse di Brescia, G. Ricordi Milano
  • 1908: Bianco & Nero, Ricordi Milano
  • 1908: Mele Confezioni, Mele & C. Napoli
  • 1908: Mele Novità Estive, G. Ricordi Milano
  • 1911: Marca Zenit, G. Ricordi Milano
  • 1912: Il Bacio di Margherita da Cortona, G. Ricordi Milano
  • 1912: Mele Confezioni, G. Ricordi Milano
  • 1913-1914: Mele Confezioni mode - stoffe, G. Ricordi Milano
  • 1914: Mele Calzature, G. Ricordi Milano
  • 1918: Vermouth Martini, G. Ricordi Milano
  • 1924: Borsalino Antica Casa.

Antonio Barichievich

Antonio Barichievich o Baricevich (Lussingrande, 10 ottobre 1925 – Montréal, 7 settembre 2003), è stato un sollevatore, wrestler e attore italiano naturalizzato canadese.


La sua famiglia era di Lussingrande, al tempo italiana e non di Zagabria come hanno scritto su Wikipedia.


A Lussingrande esistevano i BARICEVICH, BARICHIEVICH E BARICELLI prima del grande esodo.


Durante la seconda guerra mondiale la sua famiglia finì in un campo profughi a Bagnoli in provincia di Napoli. Nel 1945 emigrò in Canada.


Paul Vachon, ex wrestler, in un suo libro scriverà che «Nessuno alla fine conosceva le origini (del Grande Antonio), ma parlava un misto di inglese, italiano, francese, russo e penso addirittura un pizzico di ungherese». 


Barichievich affermava di essere un russo della Siberia, uno jugoslavo di Zagabria e, infine, un italiano di Lussingrande.


La storia del 'Grande Antonio' è narrata dalla nota autrice italo-canadese Caterina Edwards, lei stessa figlia di un esule di Lussingrande, e si basa su ampie ricerche da lei condotte in archivi e biblioteche e sulle sue interviste con persone che conoscevano personalmente Antonio Baricevich. (EL BOLETIN' PERIODICO INFORMATIVO DEL CLUB GIULIANO-DALMATO DI TORONTO)


Nel 1952 tirò un treno da 433 tonnellate per 19,8 metri, un'impresa inserita nel Guinness dei primati.


Andando avanti Barichievich sarebbe andato in tournée dando dimostrazioni di forza e lottando professionalmente. Nel 1960 apparve per la seconda volta nel Guinness dei primati trainando quattro autobus urbani carichi di passeggeri. Barichievich ha lottato fino alla fine degli anni '70 e dimostrazioni di forza fino agli anni '80.


Negli anni Barichievich apparve in alcuni film, inclusi La guerra del fuoco, The Abominable Snowman e A 20th Century Chocolate Cake. Inoltre, fece alcune apparizioni negli Stati Uniti in vari show televisivi, inclusi The Ed Sullivan Show e The Tonight Show.


Fino alla sua morte nel 2003, Barichievich divenne un eccentrico di Montreal che vagava per le strade vendendo cartoline di fotomontaggio delle sue imprese passate. Alla fine della sua vita, i suoi fotomontaggi iniziarono a ottenere riconoscimenti artistici e sono attualmente esposti in mostre museali. 


              

domenica 23 giugno 2024

Mario Mirko Vucetich

Mario Mirko Vucetich (Bologna, 9 gennaio 1898 – Vicenza, 6 marzo 1975) è stato un artista italiano, anche noto solo come Mirko Vucetich, che operò nel periodo tra modernismo, futurismo e novecentismo.

Nacque da Francesca Cappelli e Giovanni Vucetich, originario della Dalmazia, impiegato presso le Ferrovie dello Stato. La sua prima formazione artistica si svolse nella città felsinea, in seguito si trasferisce con la famiglia a Napoli. Proseguì i suoi studi, fino ad ottenere nel 1917 la cattedra in Disegno architettonico del Real Istituto di Belle Arti.

Nel 1919 fu assunto come architetto comunale a Gorizia. Qui iniziò a frequentare i circoli futuristi. Nello stesso anno redasse, insieme a Sonofrio Pocarini, il Manifesto del movimento futurista giuliano, pubblicato sull'Eco dell'Isonzo e sul Roma futurista.

Venne trasferito nel 1920 al Comune di Vittorio Veneto (TV), per svolgere servizio presso il Ministero delle Terre Liberate. Dopo lo scioglimento del dicastero, che avvenne l'anno seguente, continuò le sue attività a Bologna, Venezia, infine a Roma.

Nel 1923 vinse in un primo concorso emiliano di Decorazione nell'ambito del Pensionato Artistico Nazionale, e in una seconda prova del 1925 in Architettura. Nel 1928 partecipò al concorso curlandese per il "Padiglione della Mostra Coloniale" indetto dall'Accademia di Belle Arti bolognese.

Nel maggio 1929 partì per New York, dove risiedette per due anni, e lavorò come aiuto regista e direttore all'allestimento al Forhtysecond Street Theatre, con Henry Dreyfuss (1930), e al Roxy Theatre (1931).

Rimpatriò nel 1932. Ristabilendosi nella capitale aprì uno studio a Valle Giulia, e riprese con successo le sue attività sceniche, allestendo numerosi spettacoli teatrali. Durante il secondo conflitto mondiale lasciò Roma per rifugiarsi a Siena, occupato all'Accademia Musicale Chigiana. Si trasferì poi a Vicenza restandovi oltre la fine della guerra, e lavorandovi per il resto dei suoi giorni. Nel 1954 scrisse la scenografia, i testi e fece la regia della "Partita a Scacchi a Personaggi Viventi" di Marostica che diresse sino alla metà degli anni settanta.

Alcune opere
  • La Partita a Scacchi, Marostica (VI)
  • Villa Antolini (1923), Riccione (RN)
  • Villa Lampo (1922), Riccione (RN)
  • Rappresentazione e testo teatrale della scacchiera vivente nella piazza di Marostica (VI), con Neri Pozza
  • 25 xilografie per il volume Il primo libro delle favole di Carlo Emilio Gadda
  • Statua di San Francesco, Basilica di San Francesco, Siena
  • Statua di San Bernardino, Basilica dell'Osservanza, Siena
  • Monumento agli Internati nei campi nazisti, Balconi di Pescantina (VR)
  • Statua del Cristo Crocefisso, Chiesetta di Santa Maria degli Emigranti, Velo di Lusiana (VI)
  • Monumento ai caduti, Bolzano Vicentino (VI)