lunedì 27 novembre 2023

Vittorio Privileggi

Vittorio Privileggi (Parenzo, 13 novembre 1880 – Trieste, ... gennaio 1955) è stato un ingegnere italiano.

Vittorio Privileggi nacque a Parenzo il 13 novembre 1880, cugino del poeta irredentista Giuseppe Picciola.

Si laureò in ingegneria civile a Vienna nel 1903 e si iscrisse all'albo professionale nel 1926. Durante il primo conflitto mondiale fu imprigionato dal governo austriaco.

Dal 1904 lavorò come funzionario dell'Ufficio tecnico comunale, dove fu a lungo capo della divisione urbanistica, realizzando alcuni fra i principali interventi cittadini durante il Ventennio.

Nel 1930 progettò l'ingresso della necropoli monumentale di Sant'Anna a Trieste e una nuova galleria per il Teatro Verdi.

Progettò e realizzò in autonomia la nuova sede del Liceo ginnasio Dante Alighieri (1934-36) e l'ampliamento del palazzo municipale di Trieste in Largo dei Granatieri (1937-40). Nella costruzione di quest'ultimo, nel rispetto del principi autarchici dell'epoca, l'uso del ferro e del calcestruzzo armato viene limitato al massimo privilegiando l'uso di muratura in pietra e di mattoni, ove possibile.

Il progetto di maggior rilievo predisposto da Privileggi è la sistemazione del colle di San Giusto, sul quale nel 1933 si era prevista la realizzazione di un monumento ai Caduti; durante il cantiere, vennero portati alla luce i resti archeologici di una basilica e di un propileo di epoca romana. Il restauro del sito venne inaugurato nel 1935 alla presenza del re.

In occasione della visita del duce nel 1938, firmò il progetto ad opera del collega Camillo Jona (che a breve fu colpito dalle leggi razziali) e realizzò la fontana luminosa di Montuzza, collocata sul colle di San Giusto a coronamento della scala dei giganti.

Fra gli altri progetti, curò la sistemazione della Biblioteca Civica, del Museo lapidario, della Galleria Revoltella; l'ampliamento del giardino pubblico, la ricostruzione del monumento a Verdi, il progetto dei pili in Piazza Unità d'Italia.

Fu a lungo socio della Società di Minerva, della quale fu anche revisore dei conti dal 1947 alla morte.

Opere:

1930-32 - Ingresso monumentale al Cimitero di Sant'Anna

1933-35 - Sistemazione del colle di San Giusto (con il soprintendente Ferdinando Forlati)

1934-36 - Liceo-Ginnasio Dante Alighieri, Trieste

1937-40 - Ampliamento del palazzo municipale, Trieste

1938 - Fontana di Montuzza

1953-54 - Sistemazione architettonica e urbanistica dell'area di Santa Maria Maggiore e di San Silvestro, Trieste

Giuseppe Picciola

Giuseppe Picciola (Parenzo, 26 settembre 1859 – Firenze, 18 giugno 1912) è stato uno scrittore e patriota italiano.

Di idee irredentiste venne per questo perseguitato dagli austriaci e nel 1878 andò esule a Pisa dove all'università si laureò in letteratura italiana.

Nel 1882 l'irredentista triestino Guglielmo Oberdan confidò a lui e a Salomone Morpurgo di essere l'organizzatore dell'attentato a Trieste per uccidere l'arciduca Carlo Ludovico, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe.

Era estimatore e amico di Giosuè Carducci e amava il suo patriottismo.

Sposò nel 1891 Beatrice "Bice" Vaccaj, figlia del deputato e sindaco di Pesaro Giuseppe Vaccaj (1836-1912), da quel momento rimase sempre legato alla città marchigiana e fu anche presidente della sezione locale della Società Dante Alighieri.

Il 16 agosto 1896 pronunciò il discorso di inaugurazione ufficiale per l'inaugurazione del monumento a Terenzio Mamiani opera di Ettore Ferrari.

Insegnò nelle scuole di Pesaro, fu poi preside del Liceo-Ginnasio di Pesaro, poi di quello di Ancona e nel 1909 divenne preside al Liceo "Galileo Galilei" di Firenze.

Morì a Firenze nel 1912 a 52 anni; venne sepolto a Umago, non lontano da Parenzo.

A Pesaro sono state dedicate al Picciola una scuola media (ora dedicata a don Gianfranco Gaudiano) e una via.

Opere:

Stanze dell'Orlando furioso, 1883

Versi, 1884

Rime, 1899

Versi, 1890

Letterati triestini, 1893

Giosuè Carducci, 1901

Matelda, 1902

Antologia carducciana. Poesie e prose scelte e commentate da Guido Mazzoni e Giuseppe Picciola, Bologna, Zanichelli, 1907, pp. 85–86.

Poeti d'oltre confine, 1914 (postuma).

Società Canottieri Nettuno di Trieste

Tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 nella Trieste asburgica si viveva un momento di sviluppo dell’irredentismo, come sentimento di identificazione all’Italia. Da qui nacque l’idea che portò alla fondazione della Canottieri Nettuno su iniziativa di un gruppo di Soci fondatori provenienti dal Rowing Club triestino, tuttora esistente con il nome di Società Canottieri Trieste, tra cui Marcello Zuculin, personaggio “irrequieto” e ben conosciuto nell’ambito cittadino per essere stato, precedentemente fondatore della Società Remiera Esperia.

Venne scelta la località di Barcola alle porte di Trieste dove un possidente Alessandro Cesare, divenuto uno dei soci fondatori fece iniziare una nuova costruzione ad un solo piano nella parte interrate a fianco del porticciolo, che divenne la Sede della Canottieri Nettuno e dove sino al 1991 rimarrà in affitto.

Sin dall’anno della sua fondazione 1904 inizia l’attività agonistica ottenendo spesso buoni piazzamenti.

Nel 1915, allo scoppio della guerra con l’Italia, al pari di altre società sportive triestine, il sodalizio venne sciolto di autorità con vendita del patrimonio sociale (barche ecc.), con occupazione della sede da parte dei soldati austriaci e con il risultato di ritrovarsi, nel 1919, nelle condizioni di dover ricominciare nuovamente.

La volontà ed entusiasmo non mancarono tanto che alla fine del 1920, sotto la presidenza dell’avv. Giulio Paolina venne ultimata la ricostruzione della sede. 

I risultati sportivi non tardarono ad arrivare sia in campo nazionale sia internazionale, conquistando a Milano nel 1938 il titolo di Campione d’Europa nella specialità del due di coppia con l’equipaggio formato da Giorgio Skerl ed Ettore Brosch. Non esistendo all’epoca un Campionato del Mondo tale risultato può essere senz’altro considerato di valore assoluto in campo mondiale, colto da due atleti che avranno modo di ripetersi in numerosi campi da gara nazionali e non, e che, nel 1939 ad Henley, giunsero a pari merito nella stessa specialità con gli Inglesi Campioni Olimpici a Berlino nel 1936.

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale anche la Società Nettuno visse dei momenti difficili. In questa occasione il sentito spirito sociale dell’allora presidente Mario Loeffler riuscì a salvaguardare gran parte delle imbarcazioni nonostante alcune vennero distrutte durante un tentativo di fuga di alcuni soldati tedeschi dal vicino “Bunker” su delle jole. 

Nel periodo post bellico l’attività agonistica riprese raggiungendo traguardi sportivi complessivi di assoluto rilievo, tanto che nel 1962 la Canottieri Nettuno raggiunse il 6°posto in Italia tra quasi duecento società. Negli anni ’80 con la Presidenza di Corrado Davide e un rinnovato gruppo di collaboratori si ripartì dai giovanissimi e si ricostruì il gruppo sportivo. I risultati cominciano ad arrivare anche grazie alla preparazione fornita del valente allenatore Francesco Dapirane, nel 1981, venne vinto un Campionato d’Italia: Romeo Grbec e Giovanni Miccoli, timoniere Fabrizio Compare, vinsero a Piediluco il titolo del Due con timoniere juniores. Nel 1982 la SNC Nettuno ritirò la Stella d’Oro al Merito Sportivo del CONI, assegnata nell’anno precedente.

Nel 1983 il testimone della Presidenza venne raccolto da Fabio Bolcic che si trovò ad affrontare il lungo e travagliato percorso di acquisizione della sede portato a termine nel 2000.

Nel corso degli anni l’attività sociale ed agonistica è proseguita con soddisfazione e sbocciò anche il settore femminile che portò tra 1986 e 1987 alla conquista di cinque titoli Italiani della categoria Ragazze e Juniores.

Nel biennio successivo venne eletto presidente Marino Mengaziol, uno dei soci più rappresentativi della Nettuno, a cui si deve il merito di aver gestito la concitata trattativa della proprietà della sede sociale. Dal 1988 ebbe inizio la lunga Presidenza di Paolo Seganti che durò sino al 2000. Sulle basi costituite dal precedente, viene acquistato l’immobile e vengono svolti inoltre importanti lavori di adeguamento della sede sociale che vedono anche la costruzione di un piccolo terrapieno che porta alla scomparsa del mitico “ponte levatoio” che da sempre aveva caratterizzato la facciata della costruzione.

Negli anni 1990-1991-1992 la Nettuno con l’atleta Enrico Massari, si aggiudica ben 5 titoli italiani e un secondo posto nel 1991 con il quattro di coppia azzurro, ai Campionati Mondiali juniores di Banjoles (Spagna) ed un quarto posto nel 1992 con il due di coppia a Montreal (Canada).

Nel 1993 nasce alla Nettuno per iniziativa di un gruppo di soci la “Bavisela” manifestazione podistica che dopo alcuni anni si trasferisce presso altra sede.

Nel 2000 inizia la presidenza di Fabio Massari e l’attività agonistica prosegue con la collaborazione di un allenatore dello spessore di Gianfranco Bosdachin. Il gruppo agonistico riparte da zero con giovanissimi atleti che riportano in alto i colori bianco-verdi salendo numerose volte sul podio nazionale ed internazionale.

I risultati agonistici di quegli anni, hanno il loro culmine nell’anno 2008 quando la Nettuno si aggiudica ben 6 titoli Italiani in diverse specialità fornendo atleti alla squadra nazionale che partecipa ai Campionati Mondiali juniores di Ottensheim a Linz in Austria, e conquista un secondo posto con l’atleta Bernardo Miccoli nel quattro di coppia azzurro e partecipa con il doppio societario composto da Davide Sverko e Massimiliano Minca.

Nel 2009 diventa Presidente Giovanni Miccoli, tuttora alla guida del Sodalizio, allora anche vice Presidente della Federazione Italiana Canottaggio.

Altri tre titoli Italiani vennero conquistati dagli atleti della Nettuno e nel 2010 nel quattro di coppia l’atleta Zobec Mitia un quarto posto ai campionati mondiali Under 23 pesi leggeri a Brest (Polonia).

Nello stesso anno l’atleta iridato Bernardo Miccoli, passato alle Fiamme Gialle, partecipava a 6 Campionati Italiani e nel 2012 conquistando l’argento nel 4 di coppia ai Mondiali Under 23 a Trakai (Lituania).

In data 11 novembre 2013 un grave incendio mise in ginocchio il prosieguo dell’attività sportiva e societaria. Furono distrutte 28 imbarcazioni e altre 11 risultarono danneggiate, oltre alla perdita di remi e attrezzatura sportiva. Grazie all’impegno di tutti, la società nell’arco di poco tempo riesce a recuperare nuova attrezzatura e nel corso di diversi anni riesce a ripristinare il proprio parco imbarcazioni senza mai interrompere o sospendere l’attività giovanile di promozione sportiva.

Negli anni successivi il testimone per la guida tecnica è passato in una prima fase al tecnico Luca De Marchi, e successivamente con il più titolato Claudio Cristin proveniente dalla società monfalconese Timavo, dove vantava la conquista di oltre 50 titoli italiani.

Con i suoi 118 anni di storia la S.N. Canottieri Nettuno A.S.D. continua la sua attraversata dei secoli navigando ad oggi in acque tranquille, sempre alla ricerca di nuovi atleti e atlete da far competere con i colori sociali bianco e verde.



Società di canottieri Esperia di Trieste

La Società fu fondata nel 1879 da Marcello Zuculin (1853-1931), atleta ed esponenete dell'alta borghesia triestina. La Società, con una forte connotazione anche irredentistica, ebbe grande prestigio sportivo in ambito nazionale e internazionale.

Dei due rami triestini della famiglia Zuculin, originaria di Basaldella di Vivaro (Pordenone), uno fissò la sua dimora nel rione di Roiano aprendo una fabbrica di asfalti; presero in seguito la cittadinanza austriaca. L'altro ramo abitò in un palazzo delle Assicurazioni Generali in piazza dei Negozianti n. 2, poi Tommaseo, di fianco al Teatro G. Verdi, dove gestiva, al pianoterra, un ufficio di cambiavalute con succursale pure a Udine. Questo ramo "regnicolo" della famiglia, da cui traspaiono manifeste dimostrazioni d'italianità, faceva parte dell'alta borghesia triestina.

Dopo un primo tentativo nel 1873, Marcellino Zuculin fondò la Società di canottieri "Esperia" nel 1879 e la resse fino a poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, quando essa si estinse per "fisiologico esaurimento". Pochi giorni prima dello scoppio del conflitto Marcellino e la moglie. si recarono a Vienna a trovare il figlio Roberto studente di medicina. E li, come cittadini italiani, vennero bloccati per tutto il periodo bellico.

Roberto Zuculin (1883-1962) si laureò in medicina e chirurgia a Padova nel 1922. Nel 1930 sposó Anna Zanini ed andò a risiedere nella casa di via Belpoggio 16; alla fine degli anni Trenta nasceva la figlia Letizia che, come padrino di battesimo, ebbe l'architetto Arduino Berlam, primo cugino di Roberto (i Berlam erano imparentati con gli Zuculin già da tre generazioni). Il dottor Roberto Zuculin fu particolarmente impegnato in campo culturale: socio della Società di Minerva e del Circolo Artistico Triestino, rifondatore e presidente del Circolo Fotografico Triestino; in campo sportivo fu un abile spadaccino e canottiere; da giovanissimo lo troviamo al timone delle imbarcazioni dell'"Esperia" sulle quali vogava il padre Marcellino (come si può rilevare dalle foto presenti in questo fondo). Tra i nipoti, Roberto era il prediletto del nonno paterno; questi mori a Venezia mentre si trovava presso una figlia, e li venne sepolto come da sua volontà: forse non a caso troviamo nella busta n. 13 ("Famiglia Zuculin") un "santino" dedicato a San Cristoforo con sullo sfondo uno scorcio del cimitero di Venezia. Il dott. Roberto Zuculin ebbe un fratello, Aurelio, coniugato ma senza prole, una sorella rimasta nubile ed un'altra sorella coniugata Battino.

Il padre Marcellino sposò Emma, una delle sorelle Roediger, nipote dell'architetto Corti ben noto a Trieste agli inizi dell'Ottocento, ed imparentata con una famiglia Camilleri di Malta.

Da una prima analisi dei documenti emerge la figura di Marcellino Zuculin, fondatore, atleta appassionato e tutore, forse anche per le sue possibilità economiche, della Società di canottieri "Esperia", che più tardi invece si esauri per un mancato trapasso generazionale supportato da un concreto impegno nel filone irredentistico, manifestato invece da altre società sportive triestine di fine Ottocento.

Dal materiale conservato si evidenza come il canottaggio triestino fosse, all'epoca, in primo piano a livello internazionale ed avesse quindi a pieno titolo il diritto di fondare a Torino, nel 1892, attraverso la "Società delle Regate", a fianco delle federazioni nazionali di Belgio, Francia, Svizzera ed Italia, la Federazione Internazionale (FISA) che tuttora gestisce ufficialmente il canottaggio mondiale.

Un quesito che viene spontaneo riguarda il momento in cui il materiale, ora raccolto in 13 buste, venne portato dalla residenza di piazza Tommaseo in via Belpoggio 16, dove si trovava da ultimo, al momento della donazione all'Archivio di Stato. Probabilmente ciò avvenne alla morte di Marcellino o forse dopo, in concomitanza con l'abbandono della residenza da parte della figlia nubile per i programmati lavori di restauro dell'edificio da parte dei proprietari, le Assicurazioni Generali.

Pur sembrando scarso il materiale cartaceo in alcuni settori, per la sua eccezionale compattezza questo archivio sociale rappresenta un fondo di grande importanza storica e sportiva per Trieste e per il canottaggio mondiale.

Il fondo è stato donato all'Archivio di Stato nel 1994 dalla nuora di Marcellino Zuculin, Anna Zanini, nata a Trieste il 12 febbraio 1906, che lo conservava nella sua abitazione. (I dati sulla famiglia sono stati tratti da un'intervista di Franco Stener con la stessa Anna Zanini vedova Zuculin: Trieste. 13.2.1998).

Il fondo è stato riordinato tra il 1997 e il 1998. La documentazione comprende, oltre a materiale proprio della Società "Esperia", anche documentazione prodotta dalla Società delle Regate", della quale Marcellino Zuculin fu componente del direttivo dalla costituzione (1884) al 1900. Lo stesso Marcellino ospitò per un periodo nella sua abitazione di piazza Tommaseo la sede della "Società delle Regate".

Nel lavoro di riordinamento si è innanzitutto ricreata la distinzione tra questi due nuclei di provenienza diversa. Per il materiale, essenzialmente formato da stampati e fotografie a carattere sportivo, che non è stato possibile attribuire all'una o all'altra Società, si è creata una sezione apposita, collocata di seguito alla documentazione di sicura attribuzione.

All'interno del materiale della Società "Esperia" si sono collocati, nell'ordine, gli atti di carattere costitutivo e direttivo, quelli legati all'attività sociale, quelli connessi alla gestione economica e tecnico-sportiva e, infine, vari stampati non compilati e oggetti di proprietà della Società che sono stati tramandati insieme all'archivio.

Gli atti della "Società delle Regate" sono stati disposti in un ordine analogo a quello adottato per la documentazione dell'"Esperia".

Loris Premuda

Loris Premuda (Montona, 4 gennaio 1917 – Trieste, 17 aprile 2012) è stato un medico e storico della medicina italiano.

«La Storia della medicina non è la dottrina dei morti, come taluno ingenuamente e fornito di scarsa informazione può ritenere, ma è disciplina viva, che, accanto alla custodia delle antiche e gloriose reliquie del passato, intende svolgere una funzione altrettanto nobile in sede teorica, propedeutica, critica e proiettare i semi di un passato fecondo verso l’avvenire, partecipando all’ evoluzione progressiva della medicina, non certo al suo regresso».

Nel 1936 consegue la maturità classica al liceo "Petrarca" di Trieste, dove fu allievo del filosofo Giorgio Fano e del filologo Emilio Bidoni. Nello stesso anno si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia presso l'università di Padova, dove il 29 giugno 1942, si laurea con una tesi in "Clinica dermosifilopatica su ricerche cliniche sulle bartoliniti gonococciche e forme similari" con il professore Mario Truffi.

Il commissario dell'Ospedale Regina Elena gli assegna l'11 luglio 1942 l'incarico di assistente praticante. Premuda era destinato alla 2ª Divisione medica, ma per carenza di personale fu spostato dal direttore Pietro Gall alla sezione uomini della 1ª Divisione medica, diretta dal professor Introna, che si occupava soltanto dei malati di tubercolosi.

Nel febbraio del 1943, a Bologna, sostenne l'esame di stato per l'abilitazione all'esercizio professionale con i docenti Antonio Gasbarrini, Gerardo Fogni e Luigi Bacialli. Tra il 1942 e il 1943 frequentò a Padova, come medico interno, l'istituto di anatomia e istologia patologica.

Il 7 aprile 1943 inaugurò il suo studio privato in via Ugo Foscolo 27, in un appartamento al secondo piano. Durante la sua attività di medico privato ebbe l'occasione di entrare in amicizia sia con famiglie prestigiose triestine, che con uomini e donne di basso livello sociale e modeste condizioni economiche.

Il 9 giugno 1944 consegue il diploma di specializzazione in malattie dell'apparato respiratorio presso la clinica medica dell'università di Padova, diretta da Pio Bastai, con una tesi "Sull'uso di alcuni metalli nella cura della tubercolosi polmonare".

Nel 1946 partecipa al concorso, bandito dalla commissione ospedaliera per titoli ed esami, per un posto di assistente di medicina, classificandosi al 1º posto su 41 concorrenti con un punteggio di 197 su 200 così suddiviso: nell'esame dei titoli, 97 su 100; nella prova scritta, 50 su 50; alla prova orale, 50 su 50. Tra i titoli presentati oltre a quelli del professor G.B. Zanetti e del primario Enrico Ferrari, vi era anche quello del primario Adriano Sturli che lo aveva definito in questo modo:

«diligente ed intelligente osservatore al letto degli ammalati, avente ampia possibilità di perfezionarsi sempre più nei moderni metodi di indagine sia clinici che di laboratorio, così da riuscire molto abile tanto nella diagnosi che nella terapia degli infermi affidati alle sue cure».

(Adriano Sturli)

Partecipa anche al concorso per titoli e per esami per la posizione di aiuto di medicina generale piazzandosi al 3º posto su 17 concorrenti, con un punteggio di 186,5 su 200 così suddivisi: nell'esame dei titoli 86,5 su 100, nella prova scritta di cultura che riguardava l'angina pectoris e altre forme simili, 30 su 30, nella prova clinica sul malato, 50 su 50, nella prova di anatomia patologia e laboratorio, 17.5 su 17.5 e nella prova orale di igiene ospedaliera voti 2.5 su 2.5. Fu nominato, dopo nemmeno 5 anni di laurea, aiuto di ruolo in medicina generale con effetto 15 maggio 1947. Divenne così aiuto di Adriano Sturli e fu affidato alla 2ª Divisione medica.

Dal luglio 1945 al febbraio 1946 fu chiamato a svolgere la funzione di tisiatra, cioè specialista in malattie polmonari, presso l'ambulatorio specialistico della Cassa provinciale in via della pietà 5. Per l'anno scolastico 1946-1947 presentò domanda per il servizio di medico scolastico e dal 1º novembre 1946 iniziò a svolgere questa attività.

Cultore della figura di Augusto Murri iniziò ad appassionarsi all'antropologia criminale di diritto penitenziario e di letteratura sul mondo carcerario. Iniziò a prendere contatto con l'istituzione penitenziaria, per conoscerla non solo teoricamente. Si specializzò all'istituto di medicina legale a Padova il 15 novembre 1948 con il professore Rinaldo Pellegrini e il 26 giugno del 1950 e fu inserito nell'albo dei consulenti tecnici del tribunale di Trieste.

Dopo quasi un decennio di attività ospedaliera nel 1952 Loris Premuda decide di abbandonarla per dedicarsi alla libera docenza in Storia della medicina. La decisione di tale cambiamento è dovuta soprattutto a stimoli di natura intellettuale: in lui non si erano mai spenti tutti quei richiami alla cultura classica e ad un'investigazione filosofica che si portava dietro dal liceo classico. Così giustificò tale cambiamento:

«Spunta ora apertamente la mia seconda esistenza intellettuale, già convissuta in fase embrionale fin dal terzo anno di università quando si era palesata con prepotenza alla mia mente l'esigenza di conoscere le radici dell'impianto storico-scientifico della patologia e pertanto di esplorare i meccanismi attraverso i quali i medici fin dai tempi più remoti avevano interpretato il concetto di malattia, di infiammazione, di tumore, di febbre e via dicendo. Fu davvero galeotto questo impulso, questa vigorosa aspirazione che mi rese prigioniero di ogni spazio di tempo che avrei potuto strappare all'esercizio della professione medica. Ovviamente non si erano mai spenti nel cervello tutti quei richiami dalla cultura classica e da una investigazione filosofica del mondo naturale, che mi ero portato dietro da un severo liceo classico e dalle lezioni di Giorgio Fano, docente di alta classe e docente autorevole e stimolante».

La fine della guerra gli diede l'opportunità di riprendere i rapporti, sia diretti che indiretti tramite lettere, con studiosi di Storia della Medicina. Nel 1940 iniziò con Adalberto Pazzini, professore di Storia della medicina presso La Sapienza - Università di Roma, un rapporto epistolare, che si interruppe per diversi anni, per poi riprendere nel 1946. Nel 1944 iniziò un rapporto epistolare con Nicola Latronico, professore all'università di Milano, con cui mantenne rapporti di amicizia fino alla sua morte.

Acquistò tra Trieste, Padova e Venezia molteplici volumi che trattavano di argomenti "Storico-Medici". Nella seconda metà del 1945 acquistò a Firenze quasi tutta la collezione della "Rivista critica di Storia delle scienze mediche e naturali".

Nel 1946 fu organizzato a Trieste il "1º Convegno Medico Giuliano" dall'associazione medica triestina, di cui Premuda era segretario.[19] Al convegno, che si tenne tra le giornate del 15 e 16 settembre 1946, parteciparono illustri personaggi dell'ambiente medico e non, tra i quali Pazzini e Arturo Castiglioni.

Nel giugno del 1947 scrisse, in vista del concorso per la libera docenza, un volume di 180 pagine con il titolo " L'olimpo medico dell'antica Roma". Nello stesso anno uscì il bando per le libere docenze e tra queste c'era anche Storia della medicina, a cui Loris partecipò. L'esame era composto da due prove: la prima consisteva nella discussione dei titoli presentati; per la seconda era necessario portare a termine un saggio di cultura specifica della materia. Infine per la prova didattica, una lezione di 45 minuti da svolgere il giorno dopo, si poteva scegliere tra due temi proposti dalla Commissione: la Scuola Medica Salernitana o la medicina Ippocratica. Loris per la sua prova decise di trattare quest'ultimo argomento.

Nel settembre del 1948 gli fu rilasciato tale giudizio:

«La Commissione avendo esaminato l'opera del dottor Premuda nel campo storico-medico ritiene che essa dimostri attitudini di ricercatore e di storico attento e che possieda le qualità necessarie per insegnare e infondere l'amore alla Storia della Medicina. La Commissione unanime lo propone all'abilitazione in Storia della Medicina.»

Dopo l'esame Loris rimase a Roma per altri due giorni per salutare Pazzini e altri colleghi. Sulla via del ritorno aveva già premeditato una sosta a Ferrara.

A Ferrara si recò alla sede centrale dell'università, situata a via delle scienze a Palazzo Paradiso per depositare la sua libera docenza, ponendo così le basi della sua carriera universitaria. La sua richiesta fu accettata e nel 1949 tenne la sua prima lezione di un corso libero, una prolusione , sul tema: "essenza e obiettivi di un insegnamento storico".

Nelle successive lezioni trattò dei grandi maestri dello studio ferrarese, dedicò alcune lezioni alla storia dell'anatomia, dell'anatomia patologica e della semeiotica. Tutti e 3 i corsi liberi che tenne fino al 1951 furono sempre seguiti con molto entusiasmo e interesse dagli studenti, e anche da qualche professore. Il Consiglio di Facoltà, il 21 novembre 1950, dopo due anni dall'inizio dei corsi liberi, propose l'introduzione dell'insegnamento della Storia della medicina tra le materie complementari della facoltà. Il 1º febbraio 1951 la prima sezione del Consiglio superiore della pubblica istruzione espresse all'unanime parere favorevole sulla proposta.

Il 10 settembre dello stesso anno il Consiglio di Facoltà deliberò con voto unanime l'assegnazione a Loris del ruolo di professore in Storia della medicina, i cui corsi iniziarono nell'anno accademico 1951-1952. La materia fu collocata tra quelle consigliate per il quarto anno.

Nel 1955 gli fu rilasciato a Ferrara, un certificato di riconoscimento dal Consiglio di Facoltà per la sua attività, dove era sottolineato l'impegno e l'entusiasmo con cui Loris aveva svolto il suo lavoro, suscitando anche interesse nei giovani. Oltre all'attività didattica egli ha svolto anche un'intensa attività di studio con oltre 115 pubblicazioni tra sue e dei suoi allievi.

«Ha svolto con vivo entusiasmo e grande efficacia didattica l'insegnamento , suscitando interesse e passione e profitto nei discenti . Oltre all'attività didattica espletata con zelo ammirevole egli ha svolto intensa attività di studioso e ricercatore , ciò che viene documentato da oltre 115 pubblicazioni personali e di allievi.»

Padova benché contasse sette secoli di storia alle spalle, e fosse considerata il centro di nascita della medicina moderna, finin dal 1935 era sprovvista dell'insegnamento di Storia della medicina, anno di ritiro del Prof. Castiglioni.

L'introduzione di una nuova materia come Storia della medicina era controversa. Nonostante fosse ben vista dal Preside e da alcuni professori della facoltà, una frangia era convinta che la medicina stesse nascendo in quel periodo con le scoperte di quel tempo.[32] Grazie all'aiuto di Roncato e Meneghetti, professori dell'ateneo patavino, nel 1954 iniziò l'incarico di insegnamento della stessa materia all'università di Padova, ove divenne professore ordinario dal 1968 fino al 1992.

Iniziò le lezioni il 21 gennaio 1955 nell'anfiteatro di anatomia patologica. La prima lezione prevedeva solo la determinazione dei concetti base e delle problematiche che si sarebbero affrontate durante il corso. Successivamente iniziò la trattazione del pensiero medico classico; inoltre gli fu possibile leggere e commentare passi di diversi testi di Ippocrate: gli Aforismi, gli Epidemiorum libri e del Morbo Sacro, l'odierna epilessia.

Nello stesso anno presentò alla casa editrice CEDAM le cartelle dattiloscritte sui "problemi della medicina in relazione alla Metodologia e alla scienza".

Il 1º novembre del 1957 venne creato un "Istituto di Storia della Medicina" assegnato a Loris Premuda. Nel 1965 l'istituto prese possesso della sezione antica della biblioteca Medica Pinali. Disponendo di una stanza per la segreteria, di uno studio per il direttore, una sala di lettura, uno stanzino per le attrezzature scientifiche e uno per i servizi igienici, due ampi saloni in cui venne custodito l'ingente materiale.

Rimaneva inoltre all'istituto, la sua sede primitiva e uno scantinato. Nella sezione antica sono custoditi 117 manoscritti di singolare valore, 481 edizioni del XVI secolo e infine più di 20.000 opere di biologia e medicina dei secoli passati. La biblioteca dell'"Istituto di Storia della Medicina " è il frutto di un lavoro di scelta e ricerca compiuto tra il 1965 e il 1992.

La dotazione di cui dispose fu usata fino al 1992, anno della quiescenza di Premuda, interamente per l'acquisto di opere storico-mediche italiane e straniere: un totale di circa 2.000 volumi tra cui 15 enciclopedie, dizionari enciclopedici, collezioni complete delle più importanti riviste nazionali e internazionali di Storia della medicina, della biologia e filosofia della scienza. Si creò una fototeca, una cineteca e inoltre l'istituto si adoperò per l'acquisto di apparecchiature per la riproduzione fotografica di film e la lettura di microfilm.

L'istituto promosse anche un'attività editoriale che si concretizzò con pubblicazioni di monografie o libri scritti dai suoi allievi e di un sunto di tutte le sue attività, in 5 volumetti dal titolo "L'istituto di Storia della medicina dell'Università di Padova". Di fondamentale importanza fu la pubblicazione di "Acta Medicae Historiae Patavina", che continuò per 37 anni e che comprendeva ricerche sia fatte da Loris Premuda che dai suoi allievi, ma anche relazioni tenute da storici della medicina sia stranieri che italiani.

Premuda scrisse oltre 400 fra libri storico-scientifici, monografie e pubblicazioni. Nel corso della sua lunga carriera è stato invitato da università italiane e straniere a tenere lezioni e seminari. Si recò nelle università di Zurigo, Berna, Amsterdam, Leida, Vienna, Monaco di Baviera, Tubinga, Bonn, Colonia, Düsseldorf, Amburgo, Kiel, Heidelberg, Francoforte sul Meno, Ingolstadt, Zagabria, Ragusa e in quelle di tutta Europa e al di fuori dell'ex Unione Sovietica.

Ha ricevuto onorificenze e medaglie da parte di università e società scientifiche, tra le quali la "medaglia d'oro Rinecker" dall'Università di Würzburg e la medaglia d'argento dell'università di Leida. Fu socio onorario di accademie e società scientifiche italiane ed europee.

Opere:

Sanità e personaggi nell'Istria veneto-asburgica, Trieste, Ars Libera, 2011

Una vita, un ideale, Trieste, Scenario, 2007

Medicina tra realtà e storia, memorie in libertà di un medico mitteleuropeo, Marsilio editori, 2003.

La scuola medica ferrarese attraverso i tempi, Milano, A. Cordani

Giovan Battista Morgagni, Nova institutionum medicarum idea, versione italiana e introduzione di Loris Premuda, Padova, La garangola, 1982

Metodo e conoscenza da Ippocrate ai nostri giorni, Cedam Padova, 1971

Gli aspetti scientifici della medicina ippocratica, Milano, 1965

Aspetti medici nell'opera di Dante, Milano, Editrice Sigurta farmaceutici, 1965

Atomismo filosofico e medicina nella cultura greco-romana : Lucrezio e Asclepiade, Milano, 1966

Storia della Medicina, Cedam Padova, 1960

Famiglia: Vergottini

Nicolò Vergottini (Parenzo, 1797 – Venezia, 1859) è stato un politico italiano nel periodo del Risorgimento italiano.

Figlio di Giuseppe Vergottini (1760 – 1833) e Bianca Maria Stae, si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova nel 1818. Negli studi e nella professione seguì quindi le orme dei suoi avi nel campo del diritto, iniziando la sua carriera come avvocato a Venezia. Pochi anni dopo, nel 1822, il governo austriaco lo nominò funzionario del fisco a Pinguente, per poi trasferirsi a Trieste e infine a Venezia.

Come affermato da Giovanni Quarantotti in La Venezia Giulia e la Dalmazia nella rivoluzione nazionale del 1848-1849, Nicolò ai suoi tempi era stimato per la sua "cultura giuridica, rettitudine e patriottismo". Quegli anni a Venezia furono segnati dall'insurrezione guidata da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, con la conseguente formazione del governo provvisorio. Il riconoscimento dell'impegno patriottico di Nicolò si tradusse dunque nella sua nomina da parte di Manin stesso come Prefetto dell’ordine pubblico, ruolo oggi assimilabile a ministero dell’interno o di polizia. Anche in questo caso Nicolò Vergottini seguì l’attivismo e orientamento politico del padre Giuseppe, il quale si era schierato contro il governo austriaco, insieme a Ludovico Manin, negli anni precedenti la fine della Repubblica di Venezia. Documenti dell’epoca attestano, inoltre, che Nicolò cedette alla Repubblica di San Marco tutte le sue disponibilità finanziarie, sottoscrivendo un prestito pubblico mai rimborsato in combinazione con versamenti in argento e contanti al governo insurrezionale.

Stremata dal colera, nell’agosto 1849 Venezia si arrese agli asburgici. Nicolò Vergottini venne escluso dall’amnistia generale concessa dagli austriaci ai rivoltosi: egli, infatti, era stato incluso tra i condannati all’esilio nel bando del generale Gorzkowski insieme a Manin e Tommaseo. Con la moglie Teresa, Nicolò andò quindi in esilio a Torino, da dove inviò molteplici istanze al governo austriaco nel tentativo di rientrare a Venezia. Anche il fratello di Nicolò – Giuseppe – cercò di contribuire alla sua causa recandosi personalmente dalle autorità austriache a Graz e Vienna, ma invano. A inizio 1851, dopo quasi 18 mesi di esilio, l’ambasciata Austriaca permise a Nicolò di tornare a Venezia dove rimase fino alla morte, senza però poter riprendere l’ufficio pubblico e l’attività di avvocato.

Passò dunque i suoi ultimi anni di vita dedicandosi agli studi giuridici. Venne infatti associato all’Ateneo Veneto nel 1853 e pubblicò una serie di articoli su riviste giuridiche, una Analisi del Concordato austriaco del 18 agosto 1855, un Commento al "Trattato sulle servitù prediali" di Bartolomeo Cipolla, e un Commento al trattato degli Statuti imperiali del 1855. Per sua volontà, alla sua morte queste e altre opere facenti parte della sua biblioteca personale vennero donate al Comune di Parenzo, arricchendone la biblioteca cittadina.


Tomaso de Vergottini (Parenzo, 30 dicembre 1933 – Montevideo, maggio 2008) è stato un diplomatico italiano.

Nato il 30 dicembre del 1933 a Parenzo, nell'allora Istria italiana, figlio del podestà Antonio, lasciò Parenzo nell'ottobre 1943 con la madre Paola e il fratello Pier Paolo in seguito all'uccisione del padre durante il periodo delle foibe.

Concluse gli studi prima a Udine e poi a Roma, sotto la tutela di suo zio Mario, laureandosi in giurisprudenza nel 1957 e cominciando la carriera diplomatica nel 1962. Lavorò nei consolati di Innsbruck (1964), Norimberga (1966), Tel Aviv (1968) e dal 30 dicembre del 1973 resse l'ambasciata di Santiago del Cile. Resse anche le sedi di Santiago del Cile (1973-1983), Montevideo (1984-1988), e Santo Domingo (1992-1996). Giunto in Cile dopo il golpe di Augusto Pinochet, insieme al funzionario della Farnesina Emilio Barbarani, continuò l'opera di salvataggio dei rifugiati in ambasciata avviata dal suo predecessore, l'Incaricato d'Affari a.i. Piero De Masi, che aveva lasciato Santiago il 26 gennaio 1974. De Vergottini rimase in Cile fino al 21 febbraio del 1984.

In seguito divenne ambasciatore a Montevideo in Uruguay e rimase nello stato sudamericano fino al 1988 per passare a Santo Domingo nella Repubblica Dominicana, dove concluse la carriera diplomatica. Tornò a Montevideo dove visse fino alla sua scomparsa nel 2008. Dopo la caduta di Pinochet è stato nominato nel 1990 Gran Croce dell'Ordine di Bernardo O'Higgins, la più alta onorificenza cilena; venne anche nominato Grande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana e venne decorato con l'onorificenza dominicana dell'Ordine al merito di Duarte, Sanchez e Mella. Nel 1991 pubblicò in Cile il libro autobiografico sui primi anni da ambasciatore in Cile sotto Pinochet; il libro è stato tradotto in italiano nel 2000. Tomaso si dedicò agli studi di politica internazionale collaborando a riviste specializzate, trattando della politica italiana nell’Est Europa e dei paesi dell’America Latina. Particolarmente intensa la sua collaborazione al periodico La discussione, dove scrisse sotto pseudonimo di Giorgio Horvat.

Opere:
De Vergottini, Tomaso. Miguel Claro 1359. Recuerdos de un diplomatico italiano en Chile 1973-1975, Editorial Atena, Santiago, 1991, pp. 319.
De Vergottini, Tomaso. Cile: diario di un diplomatico (1973-1975), Koinè/Nuove Edizioni, Roma, 2000, pp. 255.


Mario de Vergottini (Parenzo, 7 novembre 1901 – Roma, 6 aprile 1971) è stato uno statistico italiano.

Svolse i suoi studi universitari a Torino. La sua carriera universitaria iniziò a Trieste, quindi proseguì a Catania (1942) e infine a Pisa (1956), dove fu il primo preside dell'allora nuova facoltà di Economia e Commercio. Prima di essere chiamato a Catania, passò un periodo a Roma come capo servizio presso l’Istituto Centrale di Statistica, svolgendo una significativa attività di ricerca.

Fu autore di oltre 200 pubblicazioni nei campi della statistica, della demografia, dell’economia. Di particolare importanza sono i suoi studi sullo sviluppo demografico, sulle migrazioni interne, sulla demografia italiana all’estero, e sulla fecondità della donna italiana.

Fu membro del Consiglio direttivo del REMP, del Consiglio superiore di statistica, dell’Unione internazionale per lo studio scientifico della popolazione e dell’Istituto internazionale di statistica. Fece parte, inoltre, della Società italiana di statistica, della Società italiana degli economisti, e della Società italiana di economia, demografia e statistica, di cui fu anche membro del Comitato di direzione.

Al termine della sua carriera pubblicò un esteso volume su Le statistiche finanziarie nel Trattato di scienza delle finanze diretto da Ernesto D’Albergo (Utet, 1968). Ricevette anch’egli la Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura, dell’arte.

Morì a Roma il 6 aprile 1971. Alla sua morte, la famiglia de Vergottini costituì un Fondo di 850 volumi scientifici donato all'Università di Pisa.

Qui alcune delle opere pubblicate da Mario de Vergottini.

M. de Vergottini, Le statistiche finanziarie. UTET, 1968. ISBN 9788802020914.
M. de Vergottini, Medie, variabilita, rapporti. Torino, Edizioni Scientifiche Einaudi, 1957. BN: 1957 10189.
M. de Vergottini, Considerazioni sul calcolo del reddito nazionale dell'Italia nel 1952. Milano, Ed. L'industria, 1953.
M. de Vergottini, Il movimento naturale della popolazione nel suo aspetto qualitativo. Milano, A. Giuffré, 1934


Giovanni de Vergottini (Parenzo, 14 agosto 1900 – Bologna, 1973) è stato uno storico italiano.

Studiò al Liceo Ginnasio Dante di Trieste dove ottenne la maturità a pieni voti il 28 giugno 1918.

Dimostrò una particolare passione per gli studi storici, che sviluppò utilizzando la ricca disponibilità della biblioteca di famiglia. Unì questa vocazione con la bisecolare tradizione della famiglia nel settore della formazione giuridica. Terminò i suoi studi liceali sul finire del primo conflitto mondiale e col passaggio dei territori istriani all’Italia. Cambiando il programma originale che lo voleva a Graz, decise di iscriversi alla Facoltà di giurisprudenza di Roma (1918-1919), dove terminò gli studi con una tesi diretta dallo storico del diritto Francesco Brandileone sulla Costituzione politica dell’Istria nel medioevo. Si laureò con lode il 14 luglio 1923. Nel periodo universitario aderì al movimento nazionalista e all’impresa fiumana di D’Annunzio. Si arruolò il 21 settembre 1919 e congedò il 15 settembre 1920. Un documento del Comando Battaglione Volontari della Venezia Giulia, comandato da Ercole Miani, attesta “ininterrotto servizio militare dal 13 settembre 1919 al 13 aprile 1920 quale volontario nella Compagnia Mitraglieri “Egidio Grego” – Rilasciato a Fiume il 13 aprile 1920. Era iscritto al PNF, ma non risulta un suo particolare impegno nel partito. Con l’inizio del secondo conflitto mondiale tentò per due volte di andare volontario come ufficiale di complemento. Il Ministero della Marina rigettò la sua domanda il 7 marzo 1941 e quello dell’Aeronautica fece lo stesso il 19 agosto 1943.

Insegnò Storia del diritto italiano a Sassari come professore incaricato con nomina del 1º febbraio 1924. Conseguì quindi la libera docenza (16 novembre 1926). In seguito, ricoprì la cattedra a Cagliari (dal 29 dicembre 1926), Siena (dal 20 giugno 1927), Modena (dal 18 dicembre 1934), Pisa (dal 1º ottobre 1935) e infine Bologna (dal 18 gennaio 1949). Fu per tre mandati preside della facoltà di giurisprudenza bolognese (dall’anno accademico 1950-51 al 1960-61). Morì a Bologna il 27 agosto 1973.

I suoi numerosi studi riguardarono argomenti legati alla storia delle istituzioni in Istria e Friuli, ai rapporti fra impero e papato, alla legislazione di Federico II, all’Università di Bologna, alle innovazioni introdotte in Italia nel periodo rivoluzionario francese. Scrisse un corso di lezioni che abbracciava in generale l’intero campo della storia del diritto pubblico italiano.

Fu membro della Accademia dei Lincei, dell’Accademia delle scienze di Bologna, e di numerose altre, ricevendo inoltre la Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte (1958). Fu in seguito Presidente onorario della Società istriana di archeologia e storia patria (1970) e Presidente della Deputazione di storia patria per le province di Romagna (1952).

Giovanni de Vergottini visse in prima persona la tragedia delle foibe: sia suo fratello Antonio, ex podestà di Parenzo, sia suo cugino Nicolò furono infatti uccisi nel 1943. Mentre sull'uccisione di Nicolò e il riconoscimento della sua salma non ci furono mai dubbi, Antonio non fu mai ritrovato. Giovanni si era recato in Istria quando si accentuarono le preoccupazioni in seguito al dissolversi dell’amministrazione militare e civile italiana in Venezia Giulia dopo l’8 settembre. Si presume che non abbia ricevuto nessuna informazione diretta fino a una lettera del 15 ottobre da parte della madre Rosa e del 16 ottobre da parte della cognata Paola, in cui esprimono le loro preoccupazioni dopo il sequestro. Un’ulteriore lettera di Paola è datata 23 ottobre, quindi scritta quando Giovanni non era ancora sul posto. Ma il 24 era sul luogo e si recava ad Albona, dove era stata scoperta la foiba in cui si presumeva fosse Antonio. Il 25 Giovanni scrisse alla moglie Luisa del presunto ritrovamento di Antonio e Nicolò.

In un primo tempo si era creduto che Antonio fosse fra gli assassinati della Foiba di Vines, la stessa in cui fu ritrovato il cugino Nicolò. Infatti, sarebbe stato riconosciuto da persona a lui nota e in tal senso, quando Giovanni si recò sul posto il 24 ottobre, firmò il verbale di riconoscimento. Tuttavia, in un secondo tempo la moglie di Antonio, Paola, ebbe dei dubbi ed escluse che il corpo identificato fosse quello del marito.

Sembrerebbe che Antonio la sera del 3 ottobre era finito sulla corriera diretta verso il Monte Maggiore e che fu poi trovata abbandonata e incendiata per far perdere le tracce del suo carico. È quindi probabile che sia finito a Semich e ucciso il 4 ottobre. I dati relativi alla corriera sono riportati in una lettera che Giovanni ha conservato, inviata da un certo Egidio Fonda di Capodistria al congiunto di altra vittima il 18 novembre 1943.

Opere:
Lineamenti storici della costituzione politica dell'Istria durante il medioevo, Roma 1924-25.
Origini e sviluppo storico della comitatinanza, Siena 1929.
Il "popolo" nella costituzione del comune di Modena sino alla metà del sec. XIII, Siena 1931.
Ricerche sulle origini del vicariato apostolico, Milano 1939.
Arti e popolo nella prima metà del sec. XIII, Milano 1943.
Lezioni di storia del diritto italiano. Il diritto pubblico italiano nei secoli XII-XV, Bologna 1950-51 3ª ed. Milano 1959-60.
Studi sulla legislazione di Federico II in Italia. Le leggi del 1220, Milano 1952.
La fine del dominio napoleonico in Istria, AMSI, XXVIII, 1926, ora in Scritti di storia del diritto italiano, III, Milano, 1977.

Andrea Antico da Montona

Andrea Antico da Montona (Montona, 1470/1480 – 1540) è stato un editore musicale e compositore italiano. Si occupò principalmente di editoria musicale e composizione musicale.

Generalmente è considerato come il maggiore antagonista di Ottaviano Petrucci da Fossombrone, benché i due utilizzassero tecniche di stampa diverse: Petrucci inventò la stampa a caratteri mobili con triplice impressione, Antico praticava la xilografia.

Eccellente miniatore, Antico incideva su una matrice di legno la pagina di musica che poi avrebbe impresso su carta. Questo procedimento era più economico rispetto alla stampa a caratteri mobili, ma le edizioni erano sicuramente meno belle e precise.