venerdì 24 novembre 2023

Tomaso Luciani

Tomaso Luciani (Albona, 7 marzo 1818 – Venezia, 9 marzo 1894) è stato un patriota italiano.

(Pagine Istriane. Capodistria, gennaio-aprile 1923)

Nella seconda metà del secolo XVIII l'Istria aveva avuto in Gian Rinaldo Carli, l'autore del discorso Della patria degli italiani, ora giustamente rivendicato al grande Istriano, uno dei precursori dell'idea nazionale; il culto della patria incominciava così a farsi strada fra noi quando era ancora patrimonio di poche anime elette. L'attaccamento al dominio secolare di Venezia continuava vivissimo, come s'era visto anche al momento della caduta della Repubblica; venute meno le speranze fallaci suscitate dalle prime vittorie napoleoniche in Italia, i nostri padri mantennero la loro fede durante il primo dominio austriaco e subirono l'influsso rinnovatore del Regno d'Italia e del governo delle cosidette Province Illiriche; ritornati gli austriaci, gli Istriani guardarono sempre verso Venezia come verso la Madre desiderata. L'idea d'una patria grande si diffondeva continuamente; il Metternich, sempre vigile, controllava ogni passo dei sudditi e dei presunti agenti dei Bonaparte; il nuovo movimento si ricollega vadifatti all'epoca napoleonica, come risulta dagli interessantissimi documenti che va ora pubblicando il prof. Silvio Mitis.

Tali erano le condizioni anche nella piccola Albona, posta sul Quarnero, che aveva conosciuto i fasti di Roma e di Venezia, che aveva visto un giorno le flotte di Cesare e di Pompeo in lotta per il dominio della Repubblica e gli Uscocchi vinti dalle navi della Serenissima.

In questo ambiente, saturo di memorie, pieno di speranze e di fede, nacque Tomaso Luciani il 6 o 7 marzo 1818'), cent'anni prima della nostra Redenzione, dall'avvocato Vittorio Luciani e da Lucia Manzoni.

Egli discendeva da due distinte famiglie; specialmente quella paterna aveva dato alla patria in varie epoche figli intelligenti e operosi, come il sacerdote Don Priamo Luciani, uno degli animatori della resistenza contro gli Uscocchi nella notte di S. Sebastiano del 19-20 gennaio 1599. Fu un ragazzo vivacissimo e dimostrò nei giovani anni poca passione allo studio; perduto il padre nel 1834, fu affidato per otto anni alle cure di Anton Maria Lorenzini, uomo di vasta coltura, di grande esperienza, di nobili sentimenti, di forte patriottismo, il quale esercitò sull'animo dell'alunno una influenza quanto mai benefica che il Luciani ricordava sino agli ultimi anni della vita con grato animo. Luciani può dirsi del resto un autodidatta; si approfondì da solo nelle lingue classiche e nelle discipline storiche e archeologiche, tra grandi difficoltà create dalla mancanza di libri e di mezzi didattici, propria dei piccoli centri; dimostrò però sin da quell'epoca una grande simpatia anche per gli studi di mineralogia e geologia.

L'ambiente di Albona era quanto mai ristretto e, a rendere ancor più grave questa circostanza, contribuiva il governo colle sue infinite restrizioni. Se le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte avevano già contribuito ad accrescere i rigori polizieschi in tutta I'Istria, dopo la rivoluzione di luglio del '30 l'autorità impensierita per il diffondersi delle nuove idee che si facevano sempre più strada, proibiva persino la festa popolare che si soleva celebrare ad Albona il 25 aprile e sopra tutto il grido Viva San Marco.

II 16 dicembre 1830 il Commissario distrettuale di Albona Beden rispondeva ad una circolare del Capitano di Pisino Barone Skrbensky che, estese le più accurate e diligenti indagini, s'era persuaso che nel suo distretto non era diffuso il Nuovo catechismo pel 1831, un libro di propaganda dei rivoluzionari parigini e che avrebbe tenuto in seguito l'occhio vigile tanto sulle secrete corrispondenze che sulle lettere private. Quattro anni dopo Biagio Adam comunicava da Albona al capitano circolare Barone Grimschitz che le gazzette forestiere non erano permesse nel suo distretto.

Tomaso Luciani cercava di dedicarsi almeno a quello che i tempi tristi permettevano ed, entusiasta del nostro passato, ammiratore delle bellezze incomparabili della natura, iniziava già nel 1842 una serie infinita di escursioni nell'agro albonese e nell'Istria orientale allo scopo di studiare il proprio paese, d'impararlo a conoscere e ad amare viepiù; durante le lunghe gite, intraprese spesse volte in compagnia del medico comunale dottor Luigi Barsan, frugava e cercava in ogni luogo, raccoglieva iscrizioni, monete, avanzi d'ogni specie e più di rado anche minerali e pietrificati, gettando così le basi di una raccolta, alla quale egli rimase quanto mai affezionato durante tutta la vita. A questo proposito egli stesso, ormai vecchio, scriveva al defunto presidente della Società istriana di archeologia e storia patria, dottor Andrea Amoroso: In questa raccolta c'è una parte dell'anima mia, della mia vita, c'è la mia prima passione, la mia prima espressione d'amor patrio, passione, espressione ed amore che mi accompagnarono in tutti gli studi, in tutte le vicende della fortunosa mia vita e che scenderanno con me nella tomba.»

Tomaso Luciani, sebbene fosse al primi passi del suo lavoro scientifico, divenne ben presto corrispondente della rivista L'Istria del Kandler, la grande miniera di notizie, alla quale devono attingere quanti vogliono occuparsi della nostra storia. Egli andava spesso a Trieste, dove si metteva a contatto con gli uomini migliori.

Trieste era divenuta difatti un centro notevole di studi, e intorno al libraio Orlandini e alla Favilla, periodico letterario fondato nel 1836 dal capodistriano Antonio Madonizza, si raccoglievano rappresentanti di tutte le Venezie, come Pasquale Besenghi, Francesco Dall'Ongaro, Antonio Somma, Pacifico Valussi, Antonio Gazzoletti. Francesco Hermet ricorda nelle sue memorie d'aver passato in quella compagnia, alla quale si associavano molte volte i migliori uomini d'Italia che fossero di passaggio per la città, le ore... più belle e gradite della... vita.

Nel frattempo era già entrato nella vita pubblica della sua terra, nel 1843 riusciva a creare un teatrino, coll'aiuto della gioventù albonese, al posto dell'antico fondaco veneto e della sottoposta loggia, dopo aver sostenuto una lotta vivacissima col commissario distrettuale de Pregl che voleva fare di quell'ambiente un corpo di guardia, mentre il Luciani desiderava che vi sorgesse appunto il teatro, fonte di piaceri affetti, civiltà, concordia. «Meglio cento volte il teatro che l'osteria, è quello che dicevamo sempre, e per questo abbiamo promosso l'erezione del teatro», cosi egli si esprimeva alcuni anni dopo in una lettera all'amico Giovanni Martinuzzi.

L'anno seguente, mentre era ancora podestà Giacomo Lius che da moltissimo tempo copriva quella carica, entrava nella delegazione comunale, avendo come compagno di lavoro Antonio Scampicchio, propugnava quindi con tutta energia, tra mille animosità, la costruzione della strada di Porto Albona che doveva congiun- gere la città col mare: in mezzo alla lotta manteneva però sempre calmo l'animo suo e, parlando degli avversari della strada, scriveva: Il cielo illumini le loro menti e renda migliori i loro cuori..

Divenuto podestà alla fine del 1847, rimase in carica fino al termine del '49; fece parte anche negli anni seguenti della delegazione municipale, per essere rieletto nel '56 e conservare il suo posto sino al '61. Come podestà favori in tutte le maniere il progresso materiale e intellettuale del paese, curò la conservazione dei beni del comune, l'intangibilità delle peschiere comunali, la vendita in piccole partite della vallata paludosa dell'Arsa, la sua conversione in praterie, fece sventrare singole parti della cittadina, portò a compimento la strada pittoresca, direi quasi alpina, di Porto Albona col bel ponte, opera di Matteo Bartoli, promosse la fondazione della scuola femminile, di quella di musica, della Società del casino. L'appoggio concesso a queste ultime istituzioni, come pure il riattamento del torrione e della loggia veneta, nella quale vennero murate le iscrizioni da lui raccolte che attestavano la bimillenaria civiltà latina di Albona sono una prova del culto, nel quale erano tenuti dal Luciani i valori morali,

Spuntava intanto il '48, questa sublime primavera di patriottismo italico, e Tomaso Luciani, podestà d'Albona, posto tra i suoi ideali e l'entusiasmo popolare dall'una parte e il sospetto e l'animosità del governo dall'altra, si trovò in una posizione difficile, che egli affrontò con dignità e con tatto notevolissimo. La rivoluzione fu accolta con entusiasmo, come in tutta l'Istria, così anche ad Albona: si fecero dimostrazioni, s'intonarono canti patriottici, si organizzò la guardia nazionale, a capo della quale fu posto Antonio Scampicchio. Tutti i cittadini poi erano forniti della coccarda tricolore. Il commissario Fradenek, venuto nella nostra cittadina, si spaventò al vedere sul petto di tutti la coccarda tricolore e chiese se la sua vita fosse sicura fra tanti repubblicani; benché rassicurato da molti, non prestò gran fede alle parole dei cittadini e di passaggio per Pedena e Gallignana diffuse la notizia che ad Albona fosse scoppiato un moto a favore di Venezia. Il famigerato capitano circolare barone de Grimschitz, appena avutane notizia, scrisse al commissario distrettuale di Volosca che raccogliesse un migliaio di contadini e li inviasse ad Albona. A quanto mi consta, però, quest'ultimo ordine per fortuna non fu eseguito; gli albonesi tennero fermo alle loro idee e ad un rappresentante del governo, presentato al popolo raccolto nella piazza del fontego dal podestà Luciani dal poggiuolo del palazzo pretorio, risposero unanimi: Quello che sarà di Venezia sia anche di noi. Per calmare l'autorità circolare si pensò però anche di mandare una deputazione a Pisino. Che lo spirito rivoluzionario fosse diffuso in tutta l'Istria, risulta anche da scritti pubblicati nella raccolta più volte ricordata ll diritto d'Italia su Trieste e l'Istria. Vi si accenna all'entusiasmo generale e a corrispondenze col presidente Manin; è probabile quindi che anche il nostro Luciani abbia avuto parte notevole in questi segreti accordi col governo di Venezia.

Passata ogni speranza dopo gli insuccessi militari del '48, subentrata la reazione specialmente dopo l'infausta giornata di Novara e caduta Venezia, Tomaso Luciani continua l'opera sua assidua e costante nella certezza che gli avvenimenti debbano avere il corso segnato loro dalla natura, che nessuna forza di despoti può trattenere. I deputati alla Dieta di Kremsier Carlo De Franceschi, Antonio Madonizza e Francesco Vidulich, impressionati dalle dichiarazioni del governo che gli italiani fossero nell'Istria la decisa minorità, rivolgevano nel gennaio '49 un manifesto agli Istriani, spiegando loro la gravità dell'enunciazione. Francesco Combi, allora podestà di Capodistria, si faceva, per opportuno consiglio di Antonio Madonizza, iniziatore d'un'azione simultanea dei comuni della provincia, la quale doveva dimostrare che tutti i comuni, anche le frazioni slave della campagna, erano d'accordo che si mantenesse l'italiano quale lingua d' ufficio e d'insegnamento.

I comuni istriani unanimi, e fra essi anche quello di Albona, rispondevano con entusiasmo all'invito e dichiaravano di volere un'amministrazione nazionale italiana scevra... da rapporti con province transalpine. Per interessamento del podestà Luciani, anche i nostri sottocomuni si dichiaravano solidali colla città.

Nel luglio del '49 i municipi istriani, preoccupati degli interessi nazionali e culturali del paese, si rivolgevano all'imperatore Francesco Giuseppe chiedendo di non essere uniti, come si progettava, alla Carniola e domandavano un'autonomia nazionale amministrativa che sola poteva garantire il carattere etnico della provincia. La copia autentica di questo documento conservasi appunto nelle carte del Luciani, che, quale podestà di Albona, era stato uno dei promotori della presentazione del memoriale.

Due anni dopo la delegazione municipale di Albona, seguendo l'esempio del comune di Pirano, decideva, colla cooperazione del Luciani, di presentare un reclamo al ministero del culto e dell'istruzione contro il divieto fatto agli studenti del cosidetto Litorale di proseguire gli studi nei licei delle province venete. Come si vede, Albona, per iniziativa del Luciani, prendeva parte ad ogni opera intesa a tutelare l'avito patrimonio nazionale; ma i tempi volgevano assai tristi; l'assolutismo decennale imperava in tutta la sua efficienza; limitazioni d'ogni specie, conculcamento d'ogni libertà erano le questioni del giorno. Nell'Istria le elezioni di molti podestà venivano annullate, così quella del dottor Egidio Mrach in Pisino nel gennaio 1849, perché ascritto al partito italiano ultraradicale..

A Trieste Pietro Kandler chiedeva invano l'introduzione della lingua italiana come lingua d'insegnamento al ginnasio dello stato.La Favilla, ricostituita nel 1850 da Francesco Hermet, dopo i tre ammonimenti di prammatica, doveva sospendere le pubblicazioni; avevano pure vita effimera II Popolano dell'Istria di Michele Fachinetti, L'Almanacco istriano di Jacopo Andrea Contento, Il Giornale di Gorizia di Carlo Favetti, L'Eco dell'Isonzo che si pubblicava a Gradisca.

Se Antonio Madonizza dava espressione ai suoi sentimenti e alla sua esasperazione in una lettera al conte Prospero Antonini, anche Tomaso Luciani scriveva in questi sensi all'amico dottor Luigi Barsan: lo le sono debitore da lungo tempo di una risposta. Mi scusino in parte i tempi mutati, che non consentono nessuna buona novella, che gettano lo sconforto nell'anima, che fan cadere la penna di mano e morir la voce sul labbro. Però non creda ch'io sia divenuto altr'uomo di quel ch'io era! Mutino pure i tempi le mille volte, io rimango fermo nei miei principi e non potrò mai dire che vi sia luce dove sono tenebre fitte. Erano forti, nobilissime parole che rivelavano un carattere, un uomo. Proseguendo aggiungeva: In Albona non si vive come anni fa, ma pure si vive; dal che si deduce che gli animi erano sempre fiduciosi e non disperavano.

Per evitare la malinconia, ricorda poi che si dedicava alla campagna; risulta però da molte altre fonti che egli attendeva sempre con fervore ad occupazioni intellettuali, nelle quali cercava distrazione e conforto..

Nell'inverno del 1853 preparava la maggior parte delle Tradizioni popolari albonesi, pubblicate molto più tardi, in parte nel Pro Patria e quindi complete in apposito opuscolo. Si trattava di oltre 2400 proverbi italiani e latini, di locuzioni argute, di motteggi comuni alle altre regioni d'Italia, che rivelavano l'anima italiana del popolo albonese attraverso i secoli, contributo indiretto al nostro diritto nazionale. 

Dal '53 al '60 mandava molte notizie sulla regione al Kandler per il suo Conservatore, la grande raccolta inedita, depositata all'archivio provinciale dell'Istria. 

Continuava poi con lena la raccolta, iniziata anni prima, di oggetti dell'epoca preistorica e di cimeli storici d'ogni genere atti ad attestare l'antichità originaria del popolo albonese, lo svolgimento successivo della sua civiltà. Lo studio non era per lui fine a sè stesso, non era l'apprendimento di aride discipline, ma doveva servire a dimostrare l'esistenza multisecolare della nostra stirpe in questo estremo lembo d'Italia, a comprovare la bontà della nostra causa. La preistoria incominciava ad attrarlo in modo speciale; assieme col giovane Antonio Scampicchio proseguiva le proprie esplorazioni, suscitando in lui l'amore per le memorie patrie e per le scienze naturali, scienze quest'ultime che lo Scampicchio curò poi in modo speciale, si da divenire il vero creatore del museo geologico albonese. Se non avessi trovato i fossili fra le anticaglie, non mi sarei dato certo a questo studio. lo ho incominciato ancora imberbe a lavorare con voi e sotto la vostra direzione, scriveva più tardi l'avvocato Antonio Scampicchio a Tomaso Luciani. Questi sosteneva, assecondato anche da Antonio Covaz di Pisino, contro le idee dominanti e contro il Kandler, il quale vedeva nei castellieri avanzi dell' età romana, che questi rappresentassero abitazioni preistoriche.

Nuove, vivissime speranze s' affacciarono nel '59, quando i sogni parvero per un momento divenire realtà, l'arrivo della flotta franco-sarda nell'alto Adriatico, come già quella dell'ammiraglio Albini nel '48, faceva fremere i cuori, ma l'armistizio di Villafranca portava la disillusione più completa in tutti i Veneti. Il Luciani durante quei fortunosi avvenimenti rimase ad Albona, e il municipio da lui diretto, non ostante i dispacci luogotenenziali e i decreti pretorili, contribuiva con una somma irrisoria al Corpo dei volontari e lasciava esclusivamente all'iniziativa privata qualsiasi altra azione di soccorso.

Quando nel luglio si conobbero i dettagli dell'armistizio, i municipi istriani, anche questa volta per iniziativa del comune di Capodistria, si affrettavano a chiedere al governo l'unione amministrativa dell'Istria col Veneto, sperando in tal modo di poter far parte dell'istituenda Confederazione italiana, alla quale doveva esser aggregato anche il Veneto, pur restando sotto la corona di S. M. Imp. e Reale Apost. In tale occasione il Luciani, podestà d'Albona, aderiva con entusiasmo alla richiesta l'i. r. pretore di Pisino, Schwarz, proibiva però poco dopo al dottor Cristoforo de Belli di Capodistria e ad Antonio Bartole di Pirano incaricati d'ottenere la firma di tutti i podestà dell'Istria, la continuazione dell'opera loro; ciononostante il memoriale, natural-mente con un numero di firme più limitato, veniva spedito al governo. Gli eventi precipitavano, la pace di Zurigo assegnava la Lombardia ai Savoia, gli stati dell'Emilia e la Toscana con una azione tenace ottenevano la loro annessione al regno di Vittorio Emanuele II, Garibaldi conquistava in brevissimo tempo coll' impresa gloriosa dei Mille il regno di Napoli; l'unificazione d'Italia non si sarebbe certamente arrestata a questo punto, bisognava agire al più presto: tale era l'opinione dei patriotti migliori. Il Luciani, il quale già negli anni precedenti era stato nei centri maggiori d'Italia, pensava intanto di venire a contatto coi dirigenti dei paesi già liberi; chiese quindi ed ottenne una licenza di sei mesi dalla carica di podestà ') e si recò in parecchie città del regno di Sardegna, venendo così a cognizione degli armeggii segreti dei vari circoli politici.

Nello stesso anno 1859 Carlo Combi, che negli ultimi tempi nella sua Porta Orientale, dal titolo tanto significativo, aveva sostenuto con ogni possa i diritti della nazione sulla nostra terra, diveniva il capo del Comitato nazionale segreto di Trieste e dell' Istria che doveva tener viva la fiamma del patriottismo e formare il legame tra i patriotti dei nostri paesi e quelli delle terre ormai redente. L'entusiasmo si diffondeva in tutta la regione, i popolani dell'Istria contribuivano all'acquisto del milione di fucili desiderato da Garibaldi, marinai dell'Istria e della Dalmazia, coll'appoggio del Cavour stesso, si arruolavano nella regia marina, altri accorrevano nelle file dei garibaldini, le donne del Friuli e dell'Istria donavano le bandiere ai reggimenti 37 e 38, si raccoglievano denari per la spedizione di Sicilia. Nessun particolare sappiamo del viaggio del Luciani; la delicatezza dell' argomento, la modestia dell' uomo ci spiegano il silenzio. Ritornato ad Albona, rimase, come risulta dagli atti e dai verbali delle sedute, quasi sempre lontano dal Comune. Difatti egli aveva deciso, secondo ogni probabilità d'accordo col Combi, col Comitato politico veneto di rappresentanza in Milano, e col Comitato centrale di Torino, d'abbandonare la sua piccola Albona, campo troppo ristretto, specialmente in tempi ritenuti decisivi, per la sua attività che nel regno di Vittorio Emanuele II poteva esplicarsi più feconda e libera dagli inciampi frapposti dal governo austriaco, sempre sospettoso e diffidente.

Prima della partenza egli consegnava tutte le sue raccolte, frutto di tanti anni di lavoro assiduo e intelligente, al collaboratore e compagno di fede avvocato Antonio Scampicchio, che le ospitò in casa sua. Nel gennaio del '61, presi accordi cogli amici più fidati, in tutta segretezza lasciava la sua terra coll' unico supremo scopo di contribuire con tutte le forze alla sua redenzione. Prima di lasciare l'Istria si recò da Carlo Combi per abboccarsi ancora una volta coll'amico che, in virtù della sua posizione ed autorità, era l'anima del nostro movimento nazionale, e per precisare con lui l'azione e combinare i minuti particolari sul da farsi. Tomaso Luciani nell' Italia libera e Carlo Combi nell'Istria dovevano preparare di comune accordo il giorno tanto auspicato.


«Un mio concittadino, amico di Tomaso Luciani, parlandomi un giorno dell' opera di lui, quale studioso e apostolo, opera molteplice ma tutta rivolta a un solo scopo, la definiva un prisma dalle cento faccette, in ciascuna delle quali è riflessa l'immagine della sua piccola Albona.

La brillante definizione, ch'è d'Isidoro Furlani, va intesa nel senso che il pensiero del Luciani era bensì rivolto costante- mente alla piccola patria, ma sempre col fine di congiungerla a una patria maggiore e alla massima, cioè a Venezia e all'Italia. Infatti la professione di fede del Luciani era questa: istriano e perciò veneto e perciò italiano.

Ebbene, questa professione di fede merita d'essere ricordata e spiegata oggi, mentre dura la polemica sui confini ed i nomi delle Venezie, e l'argomento mi sembra molto adatto al volume che si consacra alla venerata memoria di Lui.

La cosidetta antitesi fra Venezia e Trieste, che sono in certa guisa i due fuochi della elisse veneta, assomiglia a quella fra Roma e Milano. Ma non è antitesi. Le quattro città hanno funzioni diverse, ma non antitetiche. Non esiste, nel caso nostro, alcuna antitesi fra l'Italia antica e la nuova: non esistono leggi che la storia romano-veneta potrà forse ignorare ma quella dell'Italia nuova s'appresta fortunatamente a mettere in esecuzione.. Non esistono coteste leggi: l'Italia nuova deve in questo caso e in altri, far rinascere l'antica.

Dai giorni nostri ricomincia un nuovo Rinascimento, simile al carolingico e al napoleonico, se non al mediceo, e ad ogni modo un rinascimento italiano. E nella rinata prosperità dell'Italia di domani avranno degno posto Trieste e Venezia, Milano e Roma

Ed oggi, mentre è ricondotta da Venezia ad Albona la salma venerata di Tomaso Luciani, io la seguo col pensiero riverente da questa Torino, dove Egli, con gli altri esuli veneti, ha molto operato e sofferto, ma non mai disperato.

Torino, Pasqua 1923.

MATTEO BARTOLI».


«Le ossa di Tomaso Luciani ritornano alla terra nativa, e l'Istria si appresta ad accoglierle coi dovuti onori: dovuti ad un egregio uomo che alla patria diede tutto sé stesso, per illustrarla, metterla in pregio e redimerla...

Lo conobbi nel 1866, quando profugo insieme con mio padre egli dimorava in Milano: gioioso dapprima nelle speranze della redenzione, per la quale indefessamente operava con la parola e con la penna, poi, dopo Lissa, afflitto dall' ambascia, mai però disperato, anzi prontissimo a rifarsi da capo alla nobile azione cui s'era giurato. A Milano veniva ogni mattina da noi per accompagnare mio fratello e me a passeggio, di solito sui bastioni, e finire da Biffi, per rivolgere lo sguardo riverente all'autografo di Garibaldi ivi esposto. Non iscorderò mai l'affabilità e la gen- tilezza sua, e quel far suo prò di ogni occasione per darci utili ammaestramenti su mille cose, che la pratica della vita e il molto veduto gli appresentavano: tutto gli forniva materia a infervorarci nell'amore d'Italia e dell'Istria.

In grave momento, i membri del Comitato della emigrazione stimarono far giungere al signor di Bismarck un memoriale che gli chiarisse la condizione di Trieste e gli mostrasse la opportu- nità di annetterla all' Italia; altre faccende occupavano il Luciani e mio padre; onde pensarono potessi prepararlo io, ma, poichè le biblioteche di Milano erano chiuse al pubblico, il Luciani mi con- dusse a Federico Witen (fratello di Carlo), addetto alla Braidense, e, mercè sua, ottenni licenza ed agio di eseguire il lavoro a me affidato. Giacchè non dispiacque, vollero dessi mano a stendere il memoriale, che, corretto e ricorretto, fu spedito al Bismarck, del quale era dubbio se mirasse o no a Trieste. Ai 22 di luglio del '66 il Luciani scriveva: Hortis è ritornato dal campo, con buone notizie. In dieci giorni si spera di poter essere a Trieste. Ciò però dipenderà anche dalle operazioni e dai successi della flotta. Mio padre non era però soddisfatto del colloquio avuto al campo col generale La Marmora; quali i successi della flotta è pur troppo noto; i nostri esuli soffrivano gran pena a persuadere che vittoria non era, e a distogliere dal proponimento che per tale si festeggiasse.

Sull'armata era l'illustre deputato Boggio, che, per accordarsi con mio padre, era stato qualche mese prima in casa nostra, mandatovi dal Governo, e se n'era partito così convinto della italianità di Trieste che esclamava: Ma voi qui siete più italiani che a Torino. Ora veniva a Trieste commissario regio; mio padre doveva seguire l'esercito in ufficio di vicecommissario.

Il povero Luciani piangeva a calde lagrime, accomiatandosi da lui, benedicendo all'opera sua; così come aveva fatto pochi giorni innanzi abbracciando mio padre, che, per consiglio del principe Girolamo Napoleone, triestino, sempre sincero amico d'Italia, e a sollecitazione di Costantino Ressman, fervido patriota, doveva recarsi a Parigi, con una deputazione d'Istriani e Triestini per assicurare la connivenza dell' imperatore Napoleone Ill alla unione di Trieste all'Italia. Bettino Ricasoli, dapprima non ostile al divisamento, mutò parere, e poichè nulla si doveva fare senza il consentimento del Governo italiano, i nostri non vollero più andare a Parigi; poi si seppe che l'imperatore disfavoriva la nostra causa, e aveva mandato ordini suggellati all'ammiraglio francese che incrociava nell'Adriatico. Nostro obbligo era non lasciare intentata nessuna via per conseguire la liberazione delle nostre terre; ma, purtroppo, mio padre vide giusto quando nel 1866 ci predisse che le catene ci sarebbero ribadite per cinquanta anni. Circa dieci anni dopo, sulle rive della Senna mi fu dato rivedere spesso il Ressman, che mi fece allusioni tali da confermare e aggravare le predizioni paterne; ond' io, costernato, mi ribellai con soverchia vivacità. Il Ressman, uomo sapiente e di ottimo cuore, che non poteva svelare ciò che allora era un segreto diplomatico, compati al mio affanno, ch'era anche il suo, e si tacque.

Ritornato a Parigi nel 1908 per incarico degli amici, ottenuta non facile udienza dal più autorevole dei ministri, descritto lo stato dei nostri paesi e appagate le sue dimande, dopo avermi trattenuto per un' ora, mi strinse la mano con queste parole: Monsieur, je vous assure de tout mon assentiment. Mi affrettai di narrarlo agli amici, pensando come sarebbero stati lieti mio padre, il Luciani ed il Ressman, di udire, in quell' uggia della Triplice Alleanza, le parole confortatrici dell'arbitro della politica francese.

Dal '67 al '79 il Luciani rivide l'Istria più volte, accolto sempre in festa da tutti, segnatamente da Pietro Kandler, ch' egli venerava maestro, al quale aveva tante cose da dire e con lui mille problemi da risolvere; anch'io ebbi la fortuna di assistere a quei dotti conversari, insieme con l'avvocato Cambon e con l'avv. Ostrogavich, che si dilettavano degli studi patri e con l'abate Jacopo Cavalli, valente autore della Storia popolare di Trieste.

Nel '71 il Luciani s'era ammogliato con Evelina Previtali, donna di egregie virtù, che lo rese padre di tre figliuoli, ad uno dei quali e volle io fossi padrino. Col Luciani e con l'abate Rinaldo Fulin, che aveva battezzato il mio figlioccio, si ragionava molto di storia nostra, tra altro di quella tanto discussa battaglia di Salvore, narrata dal Liber Venetae pacis del Castellano Bassanese, che io m'accingevo a pubblicare, e per il quale l'ottimo Luciani ebbe la cortesia e la pazienza di riscontrare per me le varianti dei preziosi codici marciani.

A quanti lavori cosiffatti, di annegazione grande, non prestò egli la fatica e l'ingegno? specie quando si trattava di giovare egli amici e all'Istria sua; prima e dopo ch'e' fosse entrato nell'Archivio di Stato di Venezia, e che la Giunta Istriana, consavio avvedimento, gli avesse commesso di raccogliere e trascrivere i documenti della storia dell'Istria. Non era possibile scelta più felice. Di lui erano già alte prove della costanza nelle indagini e della perizia nel darne buon conto: aveva esplorata l'Istria nelle caverne dei primitivi abitatori, anzi che l'occhio esperto di Sir Richard Burton, di cara e celebre memoria, ravvisasse nei castellieri le rocche degl' Istri preistorici; aveva scoperte e commentate iscrizioni romane, porgendosi apprezzatissimo aiuto al grande Mommsen, ed era maestro nello interpretare documenti del medioevo e della età moderna, talora non meno indecifrabili degli antichi: degno veramente della confidenza e della stima del Kandler, che vedeva molto più lontano, dove il Luciani amava i contorni più precisi. Veniva da sé che curando io la pubblicazione dell'Archeografo Triestino, cercassi la cooperazione del Luciani, ond'egli volle farmi dono di quei documenti notevolissimi che riguardano l'acquisto della Contea di Pisino, offerta nel 1644 alla repubblica di Venezia, inutilmente, avvegnaché la Repubblica cadesse nel grave errore di non saperne profittare.

Nel '79 fu messo al bando dall'Austria: il suo avito patrimonio era stremato, sicché egli si vide costretto a tornare all'antico rifugio dell'Archivio di Stato; nel '92, con salvacondotto, nella grave età di settantaquattro anni, poté rimettere il piede sul suolo natale. Frattanto egli aveva perduto il suo quasi fratello, l'intrepido apostolo, Carlo Combi, col quale aveva combattuto tante aspre battaglie contro la ignoranza, la indifferenza e il malvolere dei regnicoli, che, a testimonianza non sospetta dell'arciduca Massi- miliano, con la loro attitudine davano partita vinta ai nemici. Vinse la costanza inflessibile degl'irredenti, la fede immutabile di Casa Savoia nei destini d'Italia, lo spirito eletto e il veggente amor patrio dei pochi.

Nel gennaio del '94, egli, fino allora validissimo, cominciò a declinare in salute; ai primi di marzo lasciò questa vita da lui spesa così bene nei servigi della scienza e della patria. La perfetta, matura ed intera opera sua di scienziato è palese nei molti lavori da lui messi in luce con tanta scienza e coscienza; l'opera sua costante di cittadino insigne apparirà luminosamente quando saranno resi noti i documenti con tanta pietà conservati dalla figlia Lucia e dal genero Enrico Genzardi; ma le virtù sue di galantuomo e di amico dobbiamo attestarle noi che abbiamo avuto il beneficio di stargli appresso, di amarlo e ammirarne la sconfinata bontà, la semplicità schietta e dignitosa, e la incredibile riconosciuto. modestia, più che insolita in letterato di valore universalmente

ATTILIO HORTIS».


«Sento con piacere della pubblicazione di un numero unico per l'occasione del trasporto in patria delle spoglie di Tomaso Luciani.

A Lui fui dapprima legato da grande ammirazione per le sue singolari doti di fervente patriota, di chiaro letterato, di si valoroso e tenace ricercatore e illustratore delle reliquie atoriche e anche preistoriche della nostra Istria. Nei primi mesi del 1882 feci la sua personale conoscenza; e da allora mi fu largo di grande benevolenza e mi giovò assai nel superare le molteplici difficoltà che ostacolavano in quei tempi i disertori dell'Austria. Ma non credo che tutto ciò facesse per quella simpatia che potessi inspirargli personalmente io, nato nella stessa cittadina. No: per Lui era oggetto di amore chiunque fosse giunto dall'altra sponda privo di conoscenze e di aiuti; era per Lui una religione poter aiutare tutti quei giovani che erano venuti nel Regno per trovare la Patria. Tutte le forze, anche deboli, che sfuggivano all'Austria, dovevano servire a far conoscere ai regnicoli che c'erano sull'altra sponda dei fratelli che aspettavano l'ora della liberazione. Ed Egli raccoglieva ed aiutava i fuorusciti per farne un focolaio di propaganda.

E l'ammirazione e la riconoscenza mie verso di Lui e la sua benevolenza sempre più grande verso di me si mutarono poi in una vera ed intima amicizia, che non diminui affatto anche quando, affievolita per molteplici ragioni l'agitazione irredentista, io ed altri abbracciammo la causa dell'innalzamento delle plebi italiane. Forse Egli intuiva, che le lotte impegnate, per il sorgere del socialismo, tra le masse operaie e le classi dirigenti, avrebbero portato alla formazione di un proletariato organizzato e di una borghesia non meno organizzata, e questo organismo coscente non si sarebbe certo opposto alle aspirazioni di libertà di quei fratelli che non si adattavano al giogo austriaco.

E infatti il socialismo di Bissolati e quello di Battisti insorsero contro il governo dei tiranni, e qualche socialista, che aveva tenuto a battesimo il partito nel 1892, firmò la domanda inviata al ministro Boselli dai Comitati d'azione per la soppressione del disfattista Avanti!.

Ed il vostro ed il mio nume, Tomaso Luciani, era sempre più impresso nella mente e nel cuore di tutti noi, e ci guidava e ci consigliava ancora come negli anni dell' esilio passati a Padova.

Di lui ricordo, oltre le sue elette virtù, la sua vita intima, famigliare, chè mi volle ospite in casa sua tanto nell'autunno del 1885 che in quello del 1887, per oltre un mese. Quale semplicità di costumi, quale cordialità sempre la stessa per l'amico; quale pazienza, mitezza, bontà verso i suoi piccoli figli, orfani della mamma! Quale operosità e preziosa utilizzazione di ogni ritaglio di tempo! E come sobrio! Nelle sue piuttosto frequenti gite a Bassano, per visitare i figli, faceva la sua fermata a Padova... senza fallo, e le sue visite erano per noi una festa dello spirito, dedicate a scambio di idee e d'informazioni, a partecipazione di propositi.

A Lui debbo la conoscenza fatta di uomini che non potevano che incoraggiarci nell' opera di irredentismo: a questo proposito ricordo la gita a Bassano in compagnia sua e del venerando Senatore Alberto Cavalletto, il glorioso prigioniero politico di Josephstadt. Con quale calma e serenità ci parlava delle sofferenze morali e materiali patite in quella famosa prigione!

E ricordo, con commozione che si rinnovò all'annunzio della vittoria di Vittorio Veneto, la gita fatta con Tomaso Luciani e coi suoi figli. Camminando tra Ceneda e Serravalle (i due paesetti che si sono uniti formando Vittorio Veneto) ad un tratto Egli si fermo e: Non vi pare, Tita, mi disse, che questo paesaggio così rigoglioso somigli a quello, da noi, di... e mi ricordò il nome della località presso Albona, a cui intendeva riferirsi. Ed io a mia volta: Ma si, caro signor Tomaso, si, Albona, l'Istria sono italianissime, non solo hanno la lingua parlata come questa, ma anche la terra, il cielo, la flora. Povero Tomaso Luciani. Cosi avesse potuto vedere la nostra guerra di liberazione e sapere che il giovane esercito italiano, formatosi per volontà del suo popolo, ha battuto l'agguerrita armata della vecchia Austria proprio in quei campi che tanto gli ricordavano la terra natia!

5 Gennaio 1923.

G. B. NEGRI».


«Ho conosciuto Tomaso Luciani nell'autunno del 1882 a Venezia, quando, per incarico dell'Accademia dei Lincei e di quella di Berlino attendeva a fare i supplementi per alcuni volumi del Corpus delle iscrizioni latine. Mi aveva a lui diretto Teodoro Mommsen, che per il Luciani nutriva molta stima ed affetto; da lui era stato più volte amorevolmente aiutato nella ricerca e riscontro delle epigrafi latine dell'Istria e del Veneto.

Il Mommsen temeva che io, come italiano, trovassi difficoltà o per lo meno diffidenze da parte delle autorità austriache nelle mie esplorazioni triestine ed istriane, ma confidava assai negli aiuti che il Luciani mi avrebbe saputo procurare. Mi rammento che con il Mommsen, mio maestro, avevo avuto qualche battibecco a Berlino a proposito dell'italianità di Trieste; ma dopo tutto, trattandosi di zone italiane e di interessi scientifici, egli pensava che il mio zelo d'italiano sarebbe riuscito utile all'impresa e mi affidava a Tomaso Luciani, esule istriano, del quale apprezzava il patriottismo, la dottrina ed il candore.

Nella settimana che passai a Venezia, Tomaso Luciani mi fu largo di consiglio e di aiuto. Percorsi con lui tutte le collezioni pubbliche e private. Benchè egli fosse già avanzato negli anni, aveva la mente alacre, il passo sicuro ed era animato da uno spirito veramente giovanile. Per Venezia, dopo tutto, eccorreva un poco di diligenza ma l'impresa non era difficile; le difficoltà cominciavano al confine austriaco. Non ero infatti uno dei soliti passeggeri che viaggiavano in ferrovia, e che muniti di passaporto nulla avevano da temere.. In tutta la Venezia, come nella regione Istriana, dovevo percorrere, e spesso a piedi, la campagna, visitare i casolari, investigare ruderi e frammenti d'iscrizioni; avrei mille volte destato il sospetto dei gendarmi austriaci tosto che avessi passato il confine.

Ed avvenne infatti così, tanto più che la mia visita aveva luogo pochi giorni dopo l'arresto di Guglielmo Oberdan, ed io, per necessità di studi, dovevo percorrere a piedi la stessa via.

Mi rammento lo spavento che recai allorquando non avendo trovato albergo per via, alle dieci di notte mi portai alla villa del Conte Toppo di Budrio presso il confine, il quale possedeva una grandiosa collezione di epigrafi romane. Quando vi giunsi, dalle persone convenute in quella splendida villa, si parlava paurosamente dell'arresto dell'Oberdan e si diceva che altri messi dell'irredentismo percorrevano le campagne. Anche a Trieste, pochi giorni dopo, fui malamente accolto dal direttore di polizia, sebbene mi recassi da lui accompagnato dal Console generale d'Italia, al quale ero stato raccomandato dal nostro Ministro degli Esteri. Mi si fecero minaccie ove risultasse che io avvicinassi persone se non per fini puramente scientifici. Insomma ad un italiano, viaggiare in quel tempo a Trieste e nell'Istria, non era cosa del tutto liscia; se voleva raggiungere il mio fine, rintracciare e studiare gli avanzi della romanità, dovevo procedere con circospezione; il meno che mi potesse toccare era l'essere espulso e la mia impresa sarebbe fallita.

Tomaso Luciani mi trasse mirabilmente d'impaccio. Prima ch'io partissi mi dette un lungo elenco d'istriani memori del nome e della patria italiana, che vivevano sparsi nella regione irredenta. Non v'era città o villaggio dell'Istria, per così dire, per il quale non fosse segnato il nome d'uno studioso locale. La lista di fronte alla sospettosa polizia austriaca non doveva in nessun caso apparire pericolosa. Se la polizia avesse per caso frugato le mie carte, vi avrebbe trovato un elenco appartenente innocuo di tranquilli cittadini che possedevano o raccoglievano antichità o che in qualche ora d'ozio dedicavano il loro tempo a studiarie memorie locali. Nel fatto però la lista aveva un significato. Tomaso Luciani mi aveva accuratamente segnato la serie delle persone che, paese per paese, nutrivano caldo amore per l'Italia e che speravano vedere l'alba del giorno in cui Trieste e l'Istria, oppresse dagli Slavi già favoriti dall'Austria, avrebbero riabbracciata la Madre Italia. Recandomi da essi potevo liberamente parlare della patria comune, esprimere i comuni sentimenti; non v'era in nessun caso pericolo di tradimenti e di denunzie.

Qualcheduno tra gli studiosi più o meno nascostamente perseguitati dalla polizia, doveva prendere certe precauzioni. Mi rammento che a Pisino Carlo De Franceschi, ottimo italiano, sto- rico dell'Istria, appena mi vide mi disse: lo sono tutto per lei e l'aiuterò come meglio potrò nelle sue indagini, ma io sono sospetto alla polizia; andiamo assieme dal Capitano distrettuale e facciamo nota la ragione dei nostri viaggi; altrimenti ci frapporranno difficoltà. Il Capitano, un italiano rinnegato, un tal conte Manzano, friulano, ci accolse con modi duri e burbanzosi e facendo la voce grossa mi minacciò se io nascondessi propositi d'irredentismo. Ero giovane baldanzoso (avevo 25 anni) e non temevo allora, come non ho temuto poi, minaccie d'autorità più o meno impertinenti, ed il conte abbassò la voce.

Dovunque mi recai, ebbi modo di constatare che nell'Istria v'era una serie di patrioti che nutrivano vivo amore per l'Italia, e che il culto delle memorie romane nell' Istria era il simbolo delle speranze di quella brava gente che soffriva l'oppressione dell'Austria e degli Slavi. Ovunque io mi recava, fra umili operai come fra persone colte ed agiate, trovava persone che sponta- neamente mi parlavano dell' esule Luciani, dell'Italia, dei desideri e dei sentimenti profondamenti nascosti affinchè l'artiglio dell'aquila austriaca non esercitasse persecuzioni e vendette. Fra le tante persone che amorevolmente mi accolsero e che costrette da prudente silenzio non mi dissero tutto quello che pensavano, ma me lo fecero intravedere, ricordo Andrea Amoroso, vicecapitano della Dieta provinciale in Parenzo, che con grande e signorile dignità e con affettuosa premura mostrò di comprendere il fine patrioltico che ispirava me, italiano, a raccogliere le memorie dell'Istria. Egli m'accompagno costantemente nelle mie escursioni e tenne fissi sempre gli occhi su me allorquando, salito a bordo d'un piroscafo, mi allontanai dalla sua spiaggia nativa. Il suo sguardo, i suoi modi, mi dicevano ciò che la sua parola non poteva pronunciare: la speranza che un giorno saremmo stati cittadini di una Patria comune.

Abituato ormai a constatare che tutte le indicazioni del Luciani erano esatte, che ovunque mi fossi recato avrei trovato cuori e sentimenti italiani, rimasi stranito quando, recatomi a Dignano presso Pola visitai la dimora e la fabbrica di seta del signor Sottocorona. Il nome di lut figurava nell' elenco datomi dal Luciani e andavo da lui, ben mi ricordo, per copiare una epigrafe sacra ad Eia, la divinità istriana adorata nell'antica Nesactium. Ma quale fu la mia meraviglia quando, credendo di avvicinare come sempre mi era avvenuto, un patriota, sul primo pianerottolo della casa vidi un'iscrizione di marmo nella quale il signor Sottocorona ricordava la visita con la quale S. M. l'imperatore Francesco Giuseppe aveva onorata la sua fabbrica. Mi parve evidente che in questo caso Tomaso Luciani si fosse ingannato. Ero di fronte ad un rinnegato, ad un servo umilissimo dell'Austria e natural- mente deliberai di essere più che riservato e di evitare qualunque accenno a cose estranee allo scopo strettamente scientifico che a lui mi conduceva. Tuttavia sin dalle prime parole che il Sotto- corona mi rivolse e dal modo col quale mostrò di gradire la mia visita, nutrii un certo sospetto sui sentimenti che avevano dettato l'iscrizione glorificante la visita dell'imperatore austriaco. Con il più cordiale sorriso il signor Sottocorona mi accolse tosto che udi essergli stato raccomandato dal Luciani. Non solo favori la mia ricerca scientifica, ma mi pregò di rimanere a desinare da lui e sebbene fosse uomo facoltoso non fece cerimonie con l'ospite italiano; volle che insieme alla sua famiglia desinassi con lui nell'intimità, in un vasto ambiente che faceva da cucina e da salotto da pranzo. Durante il pasto non si fece allusione alcuna di carattere politico. Il fare franco e sincero del signor Sottocorona contrastava con quella brutta iscrizione in onore dell'imperatore austriaco; ma non mi sentivo in grado di giudicare i sentimenti politici del mio ospite. A dissipare i quesiti che si formavano nella mia mente, provvide lo stesso Sottocorona tosto che il desinare fu terminato. Desidero mi disse farle vedere il mio appartamento..

E salita quella scala dove era quella maledetta iscrizione austriaca, mi condusse a traverso varie stanze fino alla sua camera da letto, e quivi, additandomi un quadro che pendeva sopra il letto, mi disse: Ecco il mio Santo.

Era un grande ritratto dipinto sotto il quale era scritto Vittorio Emanuele II. Aveva dunque ragione esclamai il nostro Luciani di rivolgermi a Lei come a caldo italiano; ma allora perchè quella iscrizione in onore di Francesco Giuseppe sul pianerottolo della scala?

Cosa vuole mi rispose l'imperatore volle per forza visitare la mia fabbrica: se non ci avessi messa quella iscrizione, me l'avrebbero chiusa e mi avrebbero rovinato. Ma io sono italiano di cuore e spero di rivedere l'Istria ricongiunta con I'Italia..

Potrei raccontare altri aneddoti relativi al mio viaggio istriano, ai sospetti dell'Austria, all'oppressione incipiente degli Slavi nemici delle memorie di Roma e di Venezia, ma nessun fatto mi rivelò così chiaramente i veri sentimenti degli istriani delle città e della costa, quanto l'incidente testè raccontato di Dignano e del signor Sottocorona.

D'allora in poi non m'è più avvenuto di rivedere Tomaso Luciani; mi scrisse anche in seguito più volte e sempre a pro- posito delle epigrafi della sua diletta Istria. Non lo rividi più di persona; ma la sua figura m'è anche ora scolpita nell'animo, Lo vedo ancora piuttosto alto e magro della persona, dal viso roseo, dallo sguardo premuroso ed ardente; mi pare ancora di stringergli la mano, ne sento la voce dei giorni in cui, con vivo entusiasmo accompagnandomi per Venezia, traghettando i canali, copiando con me le iscrizioni romane, mi parlava delle antichità romane dell'Istria e del suo desiderio di rivedere la sua Albona ridiventata italiana, libera dagli artigli della bicipite aquila austriaca.

Tomaso Luciani, Albona che profugo hai dovuto abbandonare, ridiventata italiana, ha ora la tua salma. Che la patria terra posi lieve sulle tue ossa e che il tuo spirito onesto e gentile aleggi sui tuoi concittadini come puro simbolo di quel santo amor di patria che ha concesso agli Istriani di mantenere salda la fede nell'Italia, di quella fede che è destinata un giorno a restituirci anche la limitrofa Dalmazia.

Roma, aprile 1923.

ETTORE PAIS».


«Nel 1903 Archeografo Triestino iniziava felicemente la aua rinascita, dando nella terza serie delle sue pubblicazioni periodiche maggiore sviluppo di studi all'Istria romana: fra i lavori. di tal genere usciti nel primo volume si distingueva per una certa geniale freschezza, una lettera, cavata dall'archivio provinciale di Parenzo, nella quale Tomaso Luciani informava l'amico e mae- stro suo, Pietro Kandler, di una peregrinazione da lui tentata nel 1869 in quella parte più orientale del Vallo Romano delle Giulie, ch'è conosciuta sotto il nome di Vallo di Fiume, e precisa. mente nel tratto da Clana alla Porta di ferro. Era stata la prima relazione sull' andamento e sulla struttura di quella catena di fortificazioni, appena visibili e di difficile accesso, pressochè celate fra l'intrico dei boschi; eppure, anche dopo le descrizioni che ne furon fatte in appresso, questo saggio del Luciani, a cosi grande distanza di tempo, ci servi da ottima guida, quando alla nostra volta visitammo quei luoghi in compagnia del colonnello Italo Gariboldi, tanto benemerito per i suoi rilievi scientifici di tutto il sistema fortificatorio romano alla porta orientale d'Italia. Si avverava così il sogno patriottico di Tomaso Luciani: i fanti della nuova Italia, dopo la lunga, secolare parentesi barbarica, ritornavano alla guardia delle strade, delle mura, delle torri co- struite dai legionari romani a difesa dei valichi giuliani.

E anche a un altro capitolo importantissimo della nostra storia romana è legato il nome di Tomaso Luciani: l'esplorazione di Nesazio. Fu il Luciani il primo ad avvalorare, mediante una diligente autopsia del terreno, la probabile ipotesi del Kandler, che l'ubicazione dell'antico castelliere dovesse cercarsi a fissarsi nella località chiamata Visazze d'Altura, sopra il Canale di Bado. Recatosi più volte colà, non solo descrisse con precisa chiarezza le caratteristiche topografiche di quel sito storico, ma facendo anche qualche tasto, scoperse avanzi di abitazioni, di architetture, di lapidi romane. L'articolo principale, in cui egli riferisce alla Giunta provinciale istriana intorno a una gita fatta a Visazze e nei dintorni, nell'anno 1878, insieme col dott. Amoroso, coll'avv. Scampicchio, con Antonio Covaz e coll'ing. Mattiassi, è stampato nella Provincia dell'Istria di quell'anno. Come è noto, la scoperta fatta durante i nostri scavi regolari nel 1901 di una base di statua de- cretata all'imperatore Gordiano dal comune di Nes (actium) condusse alla conferma piena e definitiva dell'idea propugnata dal Luciani. Da notarsi che, tanto nelle questioni di Nesazio e del Vallo romano delle Giulie, quanto in quella assai più ardua, riflettente

la natura or preistorica ed or romana dei castellieri e delle caverne abitate, di cui è fatto cenno in un altro articolo di questa miscellanea commemorativa, e infine nella lettura e interpretazione delle lapidi il Luciani, seppure abbia avuto la prima spinta dal Kandler, non si acquieta in tutto alle idee del maestro, ma ne sviluppa i giudizi e le congetture con indipendenza di indagine e con acutezza di criteri propri, giungendo non di rado a nuovi risultati. Prova ne sia il saggio epigrafico più notevole che di lui si legge nel Fascicolo unico, ossia nel primo bollettino edito nel 1885 dalla Società istriana di archeologia e storia patria un anno dopo la sua fondazione, articolo che inaugurava la serie delle rassegne epigrafiche istriane, pubblicate successivamente negli Atti e memorie della società per volere del compianto presidente dott. Andrea Amoroso e che dovevano illustrare le lapidi romane venute di volta in volta alla luce nella regione dopo il compimento del- l'opera monumentale del Mommsen, del Corpus inscriptionum latinarum, e del Supplemento di esso, curato da Ettore Pais. Per questo suo saggio il Luciani, al quale era stato mandato nel suo domicilio di Venezia un materiale assai vario per qualità e pro- venienza iscrizioni votive, pubbliche, militari, sepolcrali, cristiane di Pola, Medolino, Rovigno, Albona attinge con garbata eru- dizione alle fonti della letteratura e dei monumenti; ricorre per questioni onomastiche ed antiquarie a ripetute corrispondenze epistolari con Teodoro Mommsen, con Ettore Pais, con altri dotti; fa opportuni raffronti con lapidi delle regioni finitime, come per il frammento da lui ritrovato fra i ruderi dell'antica basilica di lesolo e messo felicemente in relazione con la dedica di P. Palpellio Clodio Quirinale, incisa sull'architrave del tempio capitolino di Tergeste; nè mai trascura la nota patriottica, incitando gli Istriani a curare i monumenti romani, diplomi di antica nobiltà italica, a tenere decorosamente le raccolte lapidarie paesane meglio di quel che faccia Rovigno nel cortile della sua cappella di S. Martino, dove pure si trovano, dice, pietre di gran pregio e fra queste la lapide votiva a Seixomnia Leucitica, che dal Mommsen era giudicata il più antico monumento epigrafico dell'Istria.

A questo proposito convien ricordare come il Luciani fu il primo e il più ardente promotore di tali raccolte: nella Provincia dell'Istria, che le ebbe pronto e costante collaboratore, egli trac- cia e sviluppa tutto un programma per la sistemazione dei musei regionali e dei lapidari locali, occupandosi più particolarmente del museo al Tempio di Roma e Augusto a Pola, programma che fu poi assunto e in parte mandato a compimento dalla Società istriana di archeologia e storia patria. Anzi egli era stato a darne l'esempio raccogliendo nella sua casa in Albona pregevoli collezioni di antichità, le quali, continuate coraggiosamente dal benemerito suo concittadino dott. Antonio Scampicchio, si può dire formarono, per cura precipua dell'Amoroso, il nucleo del piccolo ma interessante museo provinciale di Parenzo. E in Albona ancora fece mettere in mostra nella Loggia tutte le iscrizioni che poté ricuperare della città e del territorio, fondando quel notevole museo lapidario albonese che oggi è esposto bellamente nell'atrio e nella scalinata del nuovo palazzo municipale.

Ma il nome del nostro Luciani s'incontra con particolare frequenza nella rivista fondata e diretta da Pietro Kandler, in quell'Istria che per alcuni anni fu la palestra dei migliori ingegni nostrani e divenne l'archivio ricchissimo di notizie storiche per la Regione Giulia. Del Kandler egli fu attraverso le pagine di quel periodico l'informatore assiduo e coscienzioso: non vi sono questioni o interessi archeologici che non sieno stati o proposti o trattati dall'albonese con una modestia pari all'onestà scientifica e all'entusiasmo patriottico.

Erano gli anni intorno il 1870 in cui ferveva il grandioso lavoro di compilazione per il Corpus universale delle epigrafi romane, e Teodoro Mommsen aveva assegnato a diversi collaboratori i codici epigrafici di alcune regioni d'Italia e provincie, riservando a sè stesso gli altri, come il volume quinto per la Venetia et Histria e il terzo per le provincie orientali dell'impero romano. Dapprima dunque il Mommsen si vale per la nostra regione precipuamente dell'opera del Kandler, riproducendo alcune copie di iscrizioni che questi aveva ricevute dal Luciani e pubblicate anche a stampa nella sua silloge; dopo la morte del Kandler - del quale il nostro detto un'affettuosa biografia nell'Archivio Veneto del 1872 - le notizie e gli apografi gli vengono in gran copia e con la massima liberalità ed esattezza comunicati direttamente dal Luciani, tanto per la parte del quinto volume che comprende l'Istria italica fino all'Arsia, quanto per quella del terzo nella quale an- davano registrate le iscrizioni della Liburnia. Di solito il Mommsen andava a rivedere e a collazionare sul posto gli originali, mentre per alcuni luoghi di disagevole accesso egli si affidava agli stu- diosi locali: cosi, poiché non ebbe occasione di visitare le isole del Quarnero, pubblica le lapidi di Ossero e di Cherso sulle copie fornitegli dal Luciani. E dei contributi preziosi ch'egli ha dal suo vetus amicus et horum meorum laborum optimus adiutor fa frequente e onorevole menzione nei suoi volumi del Corpus e dell'Ephemeris epigraphica, e una volta anche ricorda con gratitudine speciale la comunicazione che gli fa il Luciani dei manoscritti del dott. Prospero Petronio da lui nuovamente scoperti a Venezia.

Da Venezia, dove s'era ritratto a vivere, il Luciani non solo non cessa di occuparsi con tutto l'amore della storia romana dell'Istria e di mandare nuovo materiale epigrafico a Ettore Pais, il quale stava componendo il Supplemento italico al Corpus mommseniano, ma pubblica per conto suo, nelle Notizie degli scavi del Fiorelli e in altre riviste e giornali, anche iscrizioni romane del Veneto. Come si vede, l'interesse storico e il sentimento patrio del Luciani non si limitava alla natia Albona o ai paesi bagnati dal Quarnero, ma si estendeva all'Istria, a Trieste, al Friuli, al Veneto tutto; e non è senza commozione che si legge la nobilissima lettera che dalle colonne della Gazzetta di Venezia indirizzava il 1° di novembre del 1876 ripubblicata nel IV volume della nuova serie dell'Archeografo Triestino all'illustre suo amico Teodoro Mommsen, per rallegrarsi con lui dell'opera Le antiche lapidi di Aquileia, che aveva dato allora alla luce il triestino Carlo Gregorutti, sollecitato dal desiderio dell'amico Luciani di vedere affrettata la pubblicazione delle epigrafi inedite aquileiesi, perchè potessero figurare nell'appendice del V volume del Corpus in corso di stampa.

Questi ed altri molteplici aspetti della feconda attività svolta da Tomaso Luciani nel campo archeologico e antiquario appariranno più chiaramente da una bibliografia ordinata dei suoi scritti editi e inediti, della quale bibliografia, assai desiderata dagli studiosi, dovrebbe farsi iniziatrice la Società istriana di archeologia e storia patria anche per compiere un atto di doveroso omaggio alla memoria del grande cittadino che oggi la patria redenta onora con rinnovato ardore.

PIERO STICOTTI».


Nella seduta della rappresentanza comunale di Albona del 31 luglio 1894 il ff. di podestà Vittorio Scampicchio e il rappresentante comunale dottor Ubaldo Scampicchio commemorarono l'illustre concittadino, tra la commozione dei presenti, con nobilissime parole:

«A

Tomaso Luciani

da Albona

che 

con fede di apostolo

studi pensieri azioni

converse 

al sommo obbietto

la italianità della patria 

l'Istria riconoscente

1896».

mercoledì 22 novembre 2023

Giuseppe Bellussich

Giuseppe Bellussich (12 marzo 1847 - 8 gennaio 1905) è stato un inventore e professore italiano di fisica e matematica. 


Nato nel piccolo insediamento di Zupanici, nella regione di Albona, frequentò la scuola a Pisino e Capodistria. Continuò i suoi studi a Vienna, si stabilì poi a Trieste e ritornò in Istria dove costruì la sua invenzione più nota, il tachimetro. Dopo aver completato gli studi, lavorò come professore di fisica e matematica alla Scuola Reale di Capodistria. In seguito divenne direttore della Scuola Marittima di Castelnuovo e fu impiegato come professore associato in quella istituzione.
Nel 1887, Bellussich sperimentò pubblicamente per la prima volta la sua nuova invenzione, un tachimetro elettrico. L'invenzione fu brevettata in Austria-Ungheria con il nome di "Velocimetro".
Bellussich espose la sua invenzione all'Esposizione Universale di Parigi del 1889, rinominandola "Controllore automatico per vetture". Nello stesso anno, il Municipio di Parigi annunciò un concorso pubblico, e oltre 120 brevetti furono registrati per competere. Il suo design vinse come il più preciso e affidabile e fu accettato nel giugno 1890. Il successivo anno, cento dispositivi furono installati sulle carrozze parigine.
L'invenzione di Bellussich fu anche il primo dispositivo di monitoraggio nella storia, precursore dei dispositivi di misurazione utilizzati oggi in camion, autobus e taxi. Pertanto, Bellussich è anche accreditato come il padre dei dispositivi di monitoraggio e sorveglianza.

martedì 21 novembre 2023

L'italianità di Lussino

"Tutta la vita nazionale, civile, culturale, amministrativa, commerciale, marittima dei due Lussini era improntata e modellata sulla perfetta falsariga della vita di Venezia ed i lussignani al pari dei fratelli istriani e dalmati erano attaccatissimi alla "Dominante".

È questo un dato di fatto imprescindibile, se si vuole comprendere a pieno il comportamento dei Lussignani in tutte le vicissitudini storiche che caratterizzano l'arco di tempo che va dal trattato di Campoformio, 17 ottobre 1797, ai prodromi della prima guerra mondiale.

Dai documenti consultati emerge il fatto che per gli abitanti di Lussino la Patria sia sempre stata la loro Isola; l'attività indiscutibilmente più importante era quella commerciale legata al mare; la loro lingua madre era quel la che già da molto tempo avevano eletto a propria, e per la quale si sono sempre battuti: l'italiano.

In seguito al trattato di Campoformio, Lussino, come gli altri paesi già della Repubblica di Venezia, fu assegnato al Granducato d'Austria. Questo primo periodo "austriaco", tuttavia, non fu felice in quanto, sia per ragioni politiche (la guerra tra Austria e Francia), sia naturali (una grave carestia), i Lussignani e le loro attività marittime e commerciali ebbero molto a soffrire.

Francesco Vidulich, riferendosi al 1802, scrive: Da quest'anno in poi seguivano tempi calamitosi. La face della guerra in tutta l'Europa e Lussinpiccolo facilmente espugnabile veniva occupato or da una, or da altra parti belligeranti (Austria, Francia ed Inghilterra), molestata da corsari, ed in questo continuo tramestio perdette pressochè tutto il suo materiale di navigazione, e poche famiglie trovarono modo di riparare in altre piazze commerciali e mettere al salvo alcuni de' loro navigli.

Inoltre, a causa dei fermenti dei nuovi pensieri liberali instillati dalla Rivoluzione francese, ebbero inizio tra i Lussignani le prime diatribe, che per circa cento anni videro il paese conteso tra fazioni avverse.

La prima scintilla di questi malumori, probabilmente, fu nel 1799 l'elezione a Parroco di Lussinpiccolo di don Giovanni Martino Nicolich, appena trentenne, istru- ito, di spirito bollente e con la testa piena delle nuove idee. Alla caduta del governo veneto fu tra i primi a inalberare la coccarda dei Giacobini. Suo avversario per la carica di Parroco, fu don Martino Martinolich, più vecchio e mo- derato e già cappellano della chiesa e sostenuto inoltre dal Vescovo di Ossero. Già si erano formati due partiti avversi nell'ambito della cittadinanza!

Nel 1802, a seguito di gravi accuse che gli erano state mosse, il Parroco Nicolich venne destituito dal Vescovo e al suo posto, quale decimo Parroco di Lussinpiccolo, venne messo don Martinolich.

Purtroppo questa vile pratica delle "soffiate" e delazioni da parte di esponenti di avverse fazioni continuò per decine e decine di anni.

In questo stesso periodo ebbe luogo l'abolizione nelle chiese della liturgia glagolitica, sostituita da quella latina, il che dopo pochi mesi causò scontenti nelle classi basse.

A seguito della pace di Presburgo (l'attuale Bratisla va) il 26 dicembre 1805 tra Francesco I d'Austria e Napoleone Bonaparte, tutti i paesi già assegnati all'Austria vennero ceduti a Napoleone e uniti al Regno d'Italia. Pertanto fino al 1813 per diversi intervalli Lussino fu sotto il dominio francese.

Vari eventi, sia positivi che nefasti, caratterizzarono questo periodo. Sotto il Procuratore generale della Dalmazia Dandolo, nel 1806 i due Lussini ebbero finalmente un'organizzazione comunale indipendente da Ossero, e il primo Podestà dei due Lussini fu Bernardo Capponi.

L'anno dopo però il Capponi (riassumendo quanto scrive il dott. Matteo Nicolich) venne insignito del titolo di vice Delegato del Governo francese e la sua carica di Podestà venne temporaneamente assegnata a Pietro Vittore Rizzetti. La nuova posizione del Capponi lo mise in opposizione alla popolazione per cui, a causa di pochi malconten ti perturbatori (motivo ricorrente!) egli dovette subire insulti e angherie finché, in seguito a un'adunanza di 195 Capi di famiglia, presieduta l'11 giugno da Matteo Baldini, si riuscì ad acquietare gli animi e a ristabilire la calma. Osservo che Alessandro Voltolina, nell'articolo che ha dato lo spunto al presente scritto, dice: Le promesse di Napoleone Bonaparte e la sua nuova aurea di libertà nulla avean potuto sull'anima profondamente veneziana dei lussignani, i quali nel giugno del 1807 ruppero in aperta ribellione contro il nuovo ordine di cose e ci volle del bello e del buono a rimettere pace negli animi esasperati, inducendo il lettore a pensare a una insurrezione di massa di tutti i Lussignani contro il governo francese.

Nello stesso anno 1807 la guerra tra Francesi e Inglesi, a causa delle loro reciproche azioni di pirateria sui mari, provocó un crollo dei commerci, con gran danno dei Lus signani. Nel 1809 gli Inglesi bombardarono il forte di Lussinpiccolo e causarono la resa del presidio del Regno Italico. L'occupazione inglese durò tuttavia molto poco e il 26 ottobre 1809 i due Lussini furono incorporati nelle Provincie Illiriche, con sede del governo a Lubiana. Fu in questo periodo che Bernardo Capponi si ritirò definitivamente dalla carriera politica.

Sullo scorcio della loro dominazione di Lussino, dal 1812 al 1813, i Francesi ebbero il merito di costruire la strada lungo tutta l'isola, che arrivava fino a Ossero.

Nel 1813 ritorno a Lussino il dominio austriaco. Il Budinich cosi scrive: Nel Settembre 1813 col ritorno dell'isola dei Lussini sotto il dominio Austriaco, Lussingrande dopo si lungo periodo di agitazioni e di calamità poté godere finalmente i beneficii della pace.

E il Vidulich scrive: Pell'atto del Congresso di Vienna 1814, il possesso di Venezia, Trieste, Fiume e le isole del Quarnero restava assicurato all'Austria, e cosi sorgeva un'era di pace con prospettiva di lunga durata...

Non sembra che i Lussignani fossero poi cosi disperati di essere tornati sotto l'Austria! Questo nonostante il fatto che tuttavia le cose in fatto di regime comunale fossero cam- biate in peggio. Scrive il Nicolich: Scomparve ogni ombra di Rappresentanza Comunale, e l'Autorità politica, cioè, l'I. R. Commissario nominava il Podestà con due Deputati

Ma gli interessi commerciali dei Lussignani venivano pur sempre al primo posto. Leggiamo il Vidulich: Fino al 1815 l'attività dei navigli di Lussino fà limitata alla cer- chia del Mediterraneo, e si estese poscia al Mar Nero. Nella pace generale del 1815, riapertisi i mari, i Lussignani colle reliquie dei loro legni e capitali ritornarono baldi alla navigazione.

Inoltre, le tradizioni venete durarono rigogliose e furono gelosamente conservate anche sotto l'Austria.

L'anno dopo tuttavia una nuova carestia si abbatté come una batosta su Lussino. Il 1816 fu l'anno in cui molte antiche famiglie per questo motivo abbandonarono la Patria. Quanti invece tennero duro e si fermarono sull'isola, poterono risollevare la loro fortuna nel 1828 e nel 1830. In quegli anni infatti ci furono la guerra tra Russia e Turchia, durante la quale i bastimenti lussignani lavorarono al servizio della Russia, e la spedizione dei Francesi ad Algeri, in cui i lussignani furono al servizio dei Francesi.

Nel 1841 iniziarono invece anni bui a Lussino, e non per guerre o carestie, ma per una serie di diatribe, lotte, invidie, strumentalizzazioni, che videro formarsi una frat- tura quasi insanabile tra i paesani, anche tra personaggi veramente meritevoli per cultura e mecenatismo.

Con molta probabilità, in questi avvenimenti turpi ci fu la responsabilità della Diocesi di Veglia, che già nel 1828 aveva incorporato quelle di Ossero e di Arbe, sugge stionata dal Governo austriaco e da una fazione filo croata, che si era andata via via consolidando. Fatto sta che nel novembre 1841 venne imposto quale XIII Parroco di Lussinpiccolo don Vincenzo Scopinich, nonostante la contrarietà di gran parte della popolazione, che si aspettava in quella carica don Giuseppe Gladulich, Amministratore parrocchiale dalla morte del precedente Parroco don Antonio Ivancich, avvenuta durante la messa di domenica 1° agosto. Un ruolo chiave in questa infausta elezione ebbe il Podestà Antonio Agostino Cosulich, nominato dall'Autorità politica già alla fine del 1837, e che rimase in carica fino al marzo 1848. Durante il suo mandato, la città di Lussinpiccolo si espanse e migliorò alquanto in opere edilizie, di molte delle quali egli stesso fu finanziatore; ciò nonostante, il clima di lotta cittadina che si venne a creare durante quest'epoca fu dovuto proprio all'alleanza del Cosulich col nuovo Parroco Scopinich, forti i due dell'appoggio di Governo e Curia.

Cominciarono le lettere segrete, le false accuse tire, i dispetti, tutto mirato a sovvertire l'ordine della città, da parte del nuovo Parroco, che invece assai poco si occupava di cose spirituali. Era importante allontanare don Giuseppe Gladulich da Lussinpiccolo, e specialmente dal suo ruolo di maestro alla Scuola Nautica. Quindi lo si mise in condizione di optare: o cappellano, o maestro. Egli abbandonò la scuola. Successivamente, ma ciò avvenne verso il fatidico 1848, venne accusato di essere repubblicano, per cui si pensò di mandarlo in esilio ad Aquilonia. Poiché don Giuseppe oppose un rifiuto, si indusse la Curia a richiamarlo a Veglia, dove si dovette fermare diversi mesi. Presso la biblioteca della Scuola Dalmata di San Giorgio e Trifone, a Venezia, si può leggere la copia della lettera autografa dell'allora Vescovo Bartolomeo Bozanich al conte Federico Herberstein, I. R. Consigliere Aulico, e provinciale, Capo politico della Provincia del Litora- le Austro-Illirico, in cui si perora la causa di don Gladulich, proclamando in pratica la sua estraneità alle accuse e, per quanto riguarda il suo rifiuto di trasferirsi a Aquilonia, il castigo già scontato appare sufficiente. Sappiamo che in seguito, passato il periodo di burrasca interna, don Giuseppe Gladulich fu altamente stimato dal Governo centrale per l'opera meritevole di istruzione dei giovani, ripresa per decreto regio nel 1856, tanto che l'Imperatore in per- sona gli conferi la Croce d'oro del merito di Francesco Giuseppe 1, e un assegno di 100 fiorini annui, che gli fu puntualmente versato ogni 1° gennaio fino alla morte, il 13 ottobre 1890.

Altro Lussignano che fece le spese delle lotte intestine, fu Giuseppe Feliciano Tarabocchia "Favetta", che la sera del 16 giugno 1843 affrontò il Parroco per le maldicenze che aveva diffuso sui suoi predecessori, asserendo che tutti loro avessero avuto le "mogli. I due vennero addirittura alle mani, e il Tarabocchia fu condannato agli arresti domiciliari e poi dovette andare temporaneamente in esilio a Venezia.

Il Podestà intanto aveva la coda di paglia, tant'è che addirittura se la prendeva con i ragazzini che giocavano sul sagrato del Duomo, perché convinto si facessero beffe di lui. Queste notizie spicciole, di paese, ma che ben delineano l'atmosfera nella società di Lussino, si leggono sulla "Cronologia dei Lussini" di Massimo Ivancich, che fa anche il nome dei due ragazzini coinvolti: il quattordicenne Benedetto Ivancich e Francesco Ivancich (che poi sarà marito di Marietta Tarabocchia "Favetta": n.d.r.).

Per farla breve, nel 1845, su iniziativa del Governatore della Provincia Franz von Stadion, fu tolto l'insegnamento della lingua tedesca nelle scuole normali di Lussino, subito dopo sostituito però con quello della lingua croata, anche se durò per poco tempo, perché né gli scolari, né i maestri, la capivano. Tant'è che ciò depose il seme di tutte le successive rivendicazioni filo croate portate avanti specialmente da certi elementi del clero e da gente estranea a Lussino: i cosiddetti Signori in soprabito. Nel 1845 anche a Lussingrande fu imposto un Parroco contro il volere della popolazione: don Stefano Antoncich. Questi a furor di popolo venne deposto nel 1848 e sostituito con don Antonio Ragusin, contempora neamente al forzato allontanamento del medico austriacante Klausberger. Questi, più che austriacante, era austriaco, infatti la sua famiglia era originaria di Klosterneuburg nei dintorni di Vienna (n.d.r.). Il 21 marzo dello stesso anno, il giorno dopo la proclamazione della Costituzione data da Ferdinando I, una folla di carpentieri muniti di mannaie irruppe nell'ufficio comunale di Lussinpiccolo per pretendere le dimissioni del Podestà Antonio Agostino Cosulich, che immediatamente si ritiro.

Il Parroco Scopinich restò tuttavia al suo posto a fo- mentare inimicizie e fornire denunce diffamatorie al Governo.

Riferendosi al periodo a cavallo del 1848, per quanto riguarda la tormentata vita di Lussino in quell'epoca, Francesco Vidulich, nel suo "Lussinpiccolo - considerazioni" scrive: Sopraggiungeva il 1848 coi suoi politici sconvolgimenti, ed il nostro paese, trovando sgraziatamente preparato il terreno alla cittadina discordia, si servi dell'aura della maggior libertà, che a quell'epoca spirava, per tenerne accesa la face e farla viepiù divampare.


Il dott. Francesco Vidulich, nato a Lussinpiccolo nel 1819 da Giovanni Stefano ed Elisabetta Capponi, era di- scendente dalle due famiglie storicamente e culturalmente più importanti di Lussinpiccolo: quella di don Giovanni e don Stefano Vidulich, e quella di Bernardo Capponi, che aveva sposato una sorella dei due sacerdoti. Il 18 maggio 1846 Francesco Vidulich si era laureato in giurisprudenza a Padova e nel 1848 le tre isole di Lussin, Cherso e Veglia lo elessero a loro Deputato nell'Assemblea Costituente di Vienna; il Vidulich prese posto nei seggi della sinistra parlamentare tanto a Vienna, quanto a Kremsier. Una volta chiuso e disperso con la forza il Parlamento, tornò a Lussinpiccolo, dove fu fatto segno alle persecu zioni del Governo e degli elementi reazionari del paese. Nonostante occulte mene avversarie, si mantenne nella simpatia e considerazione dei suoi concittadini, che lo vollero a capo del Comune (dopo il 1848 era nuovamente cambiato il sistema di nomina del Podestà). L'11 agosto del 1850 giurò quale Podestà (Camillo de Franceschi, Pagine Istriane, novembre 1950).

In quell'epoca si erano venuti a formare, nell'ambito della popolazione colta di Lussino, due partiti: i "Beduini", liberali, quelli pertinenti della Costituzione concessa da S. M. l'Imperatore Ferdinando I, e accaniti sostenitori del mantenimento della lingua italiana come lingua principale a Lussino, e i "Grisini" o "Grizzini", conservatori, partitanti del cessato vecchio sistema governativo Metternichiano, egoisti, superbi, ed intransigenti, ed assolutamente filo croati. Questi ultimi in breve tempo fecero ben 22 ricorsi al Governo contro i membri del partito dei Beduini, dipin gendoli da rivoluzionari, ribelli e peggio ancora. Il Governo pensò allora di inviare a Lussino il Commissario Tromba, Direttore politico e giudiziale del Distretto, per verificare di persona la situazione. Egli, unitamente alla consorte, si fece amico dei principali esponenti di entrambi i partiti, per entrare meglio nello spirito di tutti. Alla fine del periodo di osservazione, fece una relazione al Governo, nella quale cosi si leggeva: alcuni pochissimi danno motivo a sospettare del modo con cui espongono i fatti unicamente derivanti dalle loro animosità private, qualmente sotto il manto di devozione al Governo ed alle Autorità, non nutrono che la vendetta ed odio contro i loro Antagonisti.

Sempre nel tema delle varie denunce fatte al Governo da esponenti dei Grizzini, viene riportata parte della lettera con cui il Parroco Scopinich il 30 agosto del 1852, denuncia il partito dei "Beduini" e in particolar modo il Podestà dottor, e da pochi mesi Notaio, Francesco Vidulich. Il Podestà dott. Francesco Vidulich sta in chiesa con minor rispetto di quello che starebbe in un pubblico ridotto e in un teatro, senza farsi né meno la croce e senza piegare neanche un tantino il ginocchio dinnanzi all'Augustissimo Sacramento... egli è quel desso che a 21 aprile 1848, giorno di Venerdi Santo... avea alla presenza di molte persone prorotto in parole ingiu- riose alla sacra persona di S. M.... Egli è quel desso che, ottenuto l'incarico di deputato alla dieta di Kremsier, sedette costantemente nella estrema sinistra... da deputato spediva lettere sovversive... viveva in intrinseca lega con la sezione accademica di Vienna e nell'insurrezione viennese distribuiva colle sue mani agl'insorti armi dell'Arsenale.... Egli è final mente figlio e membro di quella famiglia, contro la cui casa il sign. Cap. Kudemanek nel 1849 è stato obbligato di appuntare di tenerlo appuntato per lunga pezza il più grosso canno ne del castello di Lussinpiccolo, alfine di farla stare a dovere ed obbligarla a cessare dalle sue riprovevoli mene a quiete di queste infelici popolazioni.

Il Parroco Scopinich mori il 14 dicembre 1854 e in punto di morte chiese perdono alla benemerita famiglia Vidulich per tutte le angherie e per le menzogne dette.

Nel 1855 il nuovo Parroco, don Natale Morin, molto più equilibrato e amato dalla popolazione, assieme al Podestà Giovanni Scopinich e al rappresentante della Pretura Camelli, firmarono un certificato di buona condotta del Notaio Vidulich, tanto per fugare qualsiasi dubbio avessero i signori del Governo.

II 1854 segnò l'inizio di un altro periodo florido per l'economia di Lussino: quello in cui, durante la guerra Russo-Turca in Crimea, i bastimenti lussignani navigarono al servizio di Francia e Inghilterra, coinvolte nel conflitto, come pure Austria e Piemonte. Due anni dopo Francesco Vidulich rinunciò alla carica di Podestà poiché era stato nominato Notaio a Lussinpiccolo. E giunse un altro periodo critico per Lussino: quello che per gli stati dello Stivale fu la seconda guerra d'indipendenza, nel 1859. Una bella descrizione di un aspetto poco conosciuto di questa guerra, e cioè l'occupazione di Lussinpiccolo da parte della flotta Franco-Sarda, viene fatta da Giovanni Quarantotti nelle Pagine Istriane del dicembre 1959.

L'Austria non aveva una Marina in grado di competere con quella Franco-Sarda, per cui aveva fatto preventi vamente riparare le sue poche navi nei porti di Cattaro, Pola, e Venezia, lasciando di fatto il mare Adriatico libero alle incursioni nemiche, e aveva proclamato lo stato d'assedio in tutta la costa adriatica ad essa soggetta. La grossa flotta Franco-Sarda, che era destinata a portarsi davanti a Venezia per dar man forte alle forze di terra contro l'Austria, si raduno dapprima nel porto di Antivari, che però apparteneva alla Turchia, che si era dichiarata neutrale al conflitto in atto. Dovettero pertanto cercare un altro porto. Ancona sarebbe stato geograficamente adatto, ma era in territorio pontificio. Pare che fu lo stesso Napoleone III a indicare quindi il porto di Lussinpiccolo, la Valle d'Augusto, a sole venti leghe da Venezia.

Mai e poi mai i Francesi si sarebbero aspettati che gli Austriaci lasciassero del tutto sguarnita una base così importante e strategica quale era Lussino! Cosi il grosso della flotta si ancorò il 2 luglio a Valle Saccaron, a maestro dell'isola Grossa e Lunga, a poca distanza dall'isola di Lussino, mentre alcune navi andarono in avanscoperta. Una volta assicuratisi che il porto di Lussinpiccolo era del tutto indifeso, la fregata a vapore francese Terribile ne diede notizia al resto della flotta, quindi si porto dalla parte di maestro di Ossero dove bombardò e distrusse il ponte sulla Cavanella allo scopo di bloccare gli eventuali soccorsi austriaci. Il giorno dopo ben 100 legni da guerra Franco-Sardi gettarono l'ancora ordinatamente in Valle d'Augusto, lasciando al centro un ampio spazio per entrare e sortire dal porto. Non fu necessario sparare neanche un colpo! Successiva. mente lo stesso Francesco Giuseppe ebbe fortemente a rammaricarsi di non aver occupato i Lussini.

Alcune fonti parlano di una popolazione che entusiasticamente accolse i "liberatori" sventolando il tricolore; altre fonti invece fanno capire che la reazione dei Lussignani fu estremamente pacata. Mi riferisco al rapporto del capitano di vascello Tholosano, comandante la squadra sarda, e al rapporto finale del vice-ammiraglio Romain-Desfossés, comandante della squadra francese, riportati da Giovanni Quarantotti, e inoltre ad alcuni brani della "Cronologia dei Lussini", di Massimo Ivancich, che ha vissuto direttamente questo episodio.

Nel rapporto di Tholosano: Alle 6 (antimeridiane) entrammo: il paese tranquillo: la maggior parte degli abitan ti immersi nel sonno, che non ci attendevano. Non si trovava in tutta l'isola alcun milite: le autorità, cioè il pretore, pochi doganieri e gendarmi fuggiti al nostro apparire... Si erano immediatamente portati a San Martin e da qui verso Punta Croce, Cherso e Veglia (Massimo Ivancich).

Il municipio fece subito atto di sottomissione; dissero trovarsi gli abitanti quasi senza viveri e quattrini per mancanza di commercio. Trovammo ancorati nel fondo del porto alcuni bastimenti di proprietà dei lussignani e barche di cabotaggio, tutti in disarmo.

Il vice ammiraglio Desfossés dice che, dopo aver sostituito in paese le bandiere austriache con quelle unite francesi e piemontesi, fece sapere ai paesani che sarebbero stati trattati da compatriotti e, in coerenza a ciò, si astenne dal sequestrare i loro navigli.

Massimo Ivancich, dopo aver imparzialmente inquadrato i fatti della guerra tra Austria e alleati Franco-Sardi, racconta a sua volta dell'entrata della flotta a Lussinpiccolo, soffermandosi in particolare, non senza un sorriso, sul comportamento della "mularia" che non trovò di meglio che gettarsi a nuoto in Valle per arrampicarsi poi sulla catena dell'ancora del vascello a tre ponti Bretagne, ammiraglia della flotta, e da qui tuffarsi. Racconta poi come alcuni edifici fossero requisiti come arsenale e caserma, e i velieri in disarmo utilizzati come alloggio dei soldati di marina; sottolinea che il proclama di Desfossés alla popolazione era stato fatto in italiano; si compiace del fatto che, per tutti i 20 giorni di occupazione, la banda francese suonasse al pomeriggio pezzi di musica.

All'arrivo dell'ordine di portarsi, come previsto, a Venezia, segui però immediato un contrordine: Napoleone III e Francesco Giuseppe avevano firmato l'11 luglio a Villafranca un armistizio. Il 22 luglio Lussinpiccolo fu ri- consegnata al municipio.

Fioccarono allora le denunce di comportamenti non leali nei confronti dell'Austria, che decise di punire i colpevoli e premiare quanti invece le si erano dimostrati fefeli. Giovanni Quarantotti riporta alcuni documenti che rispecchiano il punto di vista e le decisioni prese dalle autorità statali austriache in merito ai fatti di Lussinpiccolo. Da questi risulta che la popolazione di Lussinpiccolo si era dimostrata per tutta la durata dell'occupazione sempre tranquilla e prudente, al contrario del Podestà Vincenzo Premuda e dei due consiglieri comunali Giovanni Scopinich e Giovanni Martino Micolich, che si erano invece dimostrati troppo servili nei confronti dei nuovi arrivati. Inoltre in questi documenti si dice che sarebbe stata preparata e presentata per la firma agli armatori di navi una supplica diretta all'imperatore Napoleone allo scopo di ottenere l'uso della bandiera francese per tutte le navi appartenenti agli armatori di Lussinpiccolo. Questo per poter tornare liberamente ai propri commerci. Questa supplica non fu mai presentata, in seguito al sopraggiunto armistizio, tuttavia i "soliti ignoti" ne fecero pervenire copia alle autorità, unitamente alla denuncia di chi ne era stato l'autore: il notaio Francesco Vidulich. Poiché tuttavia la consegna della supplica non aveva potuto avere luogo, le autorità nulla poterono per incriminarne l'autore. Vediamo comunque, nell'aver stilato la supplica, il solito motivo ricorrente: l'interesse commerciale di Lussino, innanzi a tutto.

Podestà e consiglieri vennero destituiti e, in base al risultato delle nuove elezioni magnanimamente accordage dal Governo, Francesco Vidulich avrebbe dovuto essere il nuovo Podestà. Ciò non fu consentito dalle autorità, che proposero temporaneamente a capo del comune Antonio Agostino Cosulich!

Nella medesima occasione, vennero invece premiati con varie onorificenze Simone Lettich, Podestà di Lussingrande, Lorenzo Petris a capo del comune di Cherso, e Lorenzo Peruscheg, sostituto Podestà di Ossero.

Non si può escludere che anche la somma onorificenza della Bandiera Rossa d'onore conferita il 14 agosto 1859 ad Antonio Celestino Ivancich (fratello maggiore di Massimo), fosse in parte dovuta alla volontà di far rimarcare la magnanimità imperiale nei confronti di chi si dimostrava leale all'Austria.

Nel 1861 Francesco Vidulich fu nuovamente eletto sindaco di Lussinpiccolo, e questa volta il Governo non ebbe nulla da opporre. Il 19 febbraio 1863 fu eletto depu tato provinciale alla Dieta di Parenzo, quindi rinunció al posto di Podestà.

Della bella figura carismatica del dott. Francesco Vidulich, bisogna dire che egli, cresciuto nell'ambiente conservativo delle isole absirtidi, staccate fisicamente e socialmente dall'Istria peninsulare, benché di profondi incorruttibili sentimenti italiani, non subiva intimamente, come i fratelli della costa occidentale, il fascino del risorgimento unitario della Madre Patria (Giovanni Quarantotti). Sostenne sempre la lealtà verso il Governo austriaco e mantenne sempre un atteggiamento di costruttiva partecipazione agli affari della Dieta, cosa che gli procurò non poche inimicizie, peraltro temporanee, da parte dei suoi colleghi alla Dieta, fondamentalmente idealisti, e talvolta astensionisti in segno di protesta. Nel 1867 venne nominato Deputato al Consiglio dell'Impero, in seno al quale per sei anni gli fu conferito l'eccelso mandato di primo Vice-Presidente della Camera viennese.

Nel 1868 gli fu affidata l'alta carica di Capitano provinciale, che tenne fino alla morte.

Fu sempre inflessibile nel proclamare la lingua e la cultura italiana, non solo nella natia Lussino, ma in tutta l'Istria. Godette sempre la massima stima da parte del Governo centrale di Vienna, che lo fece sedere quale suo rappresentante nel Consiglio d'Amministrazione del Lloyd Austriaco, fino al 1886. Mori a Parenzo all'età di 70 anni il 23 gennaio 1889, per arresto cardiaco.

Sulla lapide del suo sepolcro nel cimitero di San Martin si leggono le seguenti parole:

Comm. Francesco dott. Vidulich eletto nel 1861 capitano provinciale dell'Istria, morto 23 gennaio 1889.

Eletto nel 1846 dal distretto di Cherso, Lussino e Veglia deputato all'assemblea costituente. Si battè a Vienna, assieme ad altri tre deputati istriani Michele Facchinetti, Carlo de Franceschi e Michele Madonizza perché la lingua italiana rimanesse lingua ufficiale delle provincie dell'Istria come è sempre stato da quando secoli addietro aveva gradatamente sostituito la lingua latina. 

Le notizie riportate sulla lapide non sono tutte rigorosamente esatte, ma non importa: queste parole rendono il giusto tributo della Patria a uno dei suoi esponenti più illustri.

Lussino nelle memorie di miss Nellie Ryan

"Non penso che dimenticherò facilmente quella mattina di Febbraio, quando ci fermammo per un momento sulla terrazza del palazzo Podjavori - una delle ville meridionali dell'arciduca Carlo Stefano sull'isola di Lussino - mentre l'ariduchessa Eleonora mi indicava uno o due punti interessanti.

C'era molto caldo. Un sole brillante fiammeggiava da un cielo azzurro senza nuvole, e lontano lo stupendo giardino roccioso si stendeva giù lungo il fianco del monte fino alla costa dell'Adriatico blu.

L'aria era carica del profumo degli alberi di aranci e limoni, delle rose e delle mimose, e un confuso ronzio di insetti carezzava le orecchie, mentre le lucertole sfrecciavano qua e là; la vita su quella piccola isola rocciosa sembrava un sogno delizioso."

Cosi scrive l'inglese Nellie Ryan nel suo libro di memorie My years at the Austrian Court, ricordando con nostalgia il giorno in cui fu presentata alla famiglia imperiale dell'arciduca Carlo Stefano nel palazzo di Podjavori.

Era arrivata a Lussino il giorno prima, alle undici di sera all'incirca, a bordo di una nave del Lloyd Austriaco e, contrariamente alla mattina successiva, il primo impatto con l'isola non era stato dei migliori. Aveva dovuto sob barcarsi ad una camminata di almeno trenta minuti per raggiungere Podjavori, lungo un sentiero scosceso e pietroso, con la sola illuminazione della torcia elettrica del suo accompagnatore, e senza incontrare anima viva, seguita da due asini che trascinavano il carretto con i bagagli.

Nellie Ryan racconta che era entrata a far parte del se guito dell'arciduca grazie all'interessamento della contessa Hoyos, una dama molto influente della corte viennese, ma non precisa quali fossero le sue mansioni.

L'Österreichisch-Kaiserlicher Hofkalender la menzio na per gli anni 1901, 1902 e 1903 come insegnante delle piccole arciduchesse Eleonora, Renata e Matilde, le figlie dell'arciduca Carlo Stefano.

Nella prima parte del libro di memorie scritto nel 1915, dopo aver parlato della famiglia dell'imperatore Francesco Giuseppe, descrive la sua vita alla corte dell'arciduca Carlo Stefano

Dagli innumerevoli episodi da lei ricordati traspare una grande devozione e ammirazione per la figura dell'arciduca, uomo di grande cultura e vivacità, apprezzato pianista e pittore, espertissimo uomo di mare e affettuoso padre di famiglia, "qualità", assicura la Ryan, "che farebbero di lui un sovrano ben accetto" del regno di Polonia, di cui allora, nel 1915, si profilava l'indipendenza.

Non mancano episodi gustosi, che illustrano l'originalità di Carlo Stefano (nota peraltro anche ai Lussignani), come la decisione, presa su due piedi con entusiasmo, di cominciare a giocare a tennis nel campo di Podjavori quasi a mezzogiorno, ora in cui regolarmente la famiglia imperiale e il seguito pranzavano, e di interrompere, a malincuore, la partita all'una meno un quarto, essendosi finalmente reso conto dell'ora; o come quando nel castello di Zywiec, in Galizia, insoddisfatto della disposizione degli arredi nella stanza di miss Ryan, le arrotola i tappeti mettendoli fuori nel corridoio e ammucchia i suoi mobili al centro della stanza con l'intenzione di disporli diversamente, lasciando però tutto sottosopra all'arrivo di un messo. Ancora, a bordo del suo yacht Waturus vieta agli ospiti di portare i bauli per le scale e dentro le cabine, imponendo di svuotarli e di lasciarli sul ponte inferiore.

Di conseguenza tutti sono costretti a portare a braccia mucchi di vestiti lungo i ponti, giù per le scale, attra verso molti saloni e poi su un'altra scala fino alle rispettive cabine. Sempre a bordo, abolisce l'ora del the per non procurare ai servitori un'inutile fatica e lascia cosi tutti privi della deliziosa bevanda.

Apprendiamo che Carlo Stefano era solito soggiorna re a Lussino ogni anno generalmente da Gennaio ad Aprile e quindi trascorrere là il periodo pasquale.

Il Venerdi Santo i membri della famiglia imperiale e quelli del suo seguito, tutti vestiti di nero, assistevano nel Duomo di Lussingrande, al mattino, ad una funzione che durava almeno due ore con la predica di don Antonio. Alle tre del pomeriggio erano di nuovo in chiesa e più tardi verso sera vi ritornavano per partecipare alla processione. Per loro erano appositamente preparati banchi color oro e cremisi.

Nel buio della sera la chiesa era illuminata da centinaia di candele, poste tutt'intorno lungo una piccola galleria in alto sui muri. A ciascuno dei presenti veniva consegnata una enorme candela alta quasi un metro e al suono di un campanello gli uomini, che sedevano tutti nella parte de- stra della navata, si alzavano e indossavano lunghe tuniche bianche con cappucci e fasce.

Don Antonio con i paramenti viola, accompagnato dagli altri sacerdoti, scendeva dall'altare portando la Croce sotto un baldacchino ricamato e si fermava di fronte alla famiglia imperiale che lo seguiva in processione lungo la navata insieme alle dame e ai gentiluomini del seguito. Dopo di loro venivano i servitori della famiglia, le suore dei conventi e tutta la folla dei fedeli con le candele accese e con gli uomini in bianche vesti.

La processione uscita dal Duomo percorreva diverse strade, attraversava altre due chiese e dopo quasi due ore ritornava al Duomo accompagnata dai canti dei partecipanti e illuminata dalle candele poste sulle finestre di ogni abitazione.

Alcuni particolari riferiti da Nellie Ryan coincidono con quanto raccontato molto più dettagliatamente da Carlo Bussani nell'articolo "Funzioni religiose dei tempi passati durante la Settimana Santa a Lussingrande". Bisogna tener presente, però, che la Ryan osservava tutti gli eventi come manifestazioni più folkloristiche che religiose, senza una vera sentita partecipazione, e in maniera piuttosto sommaria.

Come usanze particolari la Ryan ricorda la caccia all'uovo che si svolgeva nel parco di Podjavori: si nascon devano uova enormi e bellissime; a ciascun uovo era attribuito un nome e all'interno dell'uovo stesso c'erano costosi doni e raffinati bonbon. La caccia all'uovo divertiva grandi e piccoli.

Altra usanza pasquale era di porre in ogni apparta mento un piatto contenente una dozzina di uova sode, dipinte in svariati colori brillanti, e un altro piatto con vari tipi di carne fredda.

Il lunedi di Pasqua aveva poi luogo una regata alla presenza delle Altezze Imperiali e degli illustri ospiti presenti sull'isola.

I ricordi di Nellie Ryan oltre che i soggiorni a Podjavori comprendono quelli nel palazzo arciducale a Vienna, nel castello di Zywiec, le crociere sul Waturus dell'arciduca, i viaggi nelle varie regioni d'Europa, ma sembra che davvero l'isola di Lussino abbia conquistato un posto privilegiato nel suo cuore:

"Gli abitanti di Lussino sono italiani, ma ogni anno nella stagione da Novembre all'inizio di Aprile ricchi Austriaci dalla capitale e da altre città e certamente ospiti di molte nazionalità si affollavano su questa piccola isola della riviera austriaca, dove l'estate era sempre serena in quell'at mosfera deliziosa, inebriante del sud, dove la vita era tutta pace e semplicità".

lunedì 20 novembre 2023

Di mio padre non seppi più nulla - Testimonianza di Tullio Rensi

Pedena è una piccola cittadina nel centro dell'Istria, sulla strada tra Pisino ed Albona, edificata su un colle di 360 metri, dove in antichità sorgeva un "castrum" romano. A Pedena abitava la mia famiglia. Mio padre, Aldo Rensi, lavorava come capo telefonista alle dipendenze della Società mineraria "Arsa", che in quegli anni era in grande espansione. Tutte le gallerie delle miniere carbonifere albonesi erano state infatti fornite di impianto telefonico durante gli anni a1936/1940, in coincidenza con il vertiginoso aumento della produzione. In precedenza mio padre, di origine trentina, aveva lavorato come amministratore delle proprietà fondiarie dei conti Lazarini_Battiala. nobile famiglia di Albona. A Pedena aveva conosciuto mia madre Maria e dal loro matrimonio erano natri tre figlia, il sottoscritto Tullio e le mie due sorelle Chiara e Alda. un giorno mio padre acquistò a Pedena una bella casa a tre piani, circondata da un orto con stalle e cisterna, e la diede in affitto ai Carabinieri che la adibirono a caserma, mentre noi andammo ad abitare nel più piccolo edificio già utilizzato dall'Arma. Nel dicembre 1943, dopo l'armistizio, arrivarono i partigiani di Tito ed arrestarono parecchie persone della zona tra cui molti dipendenti delle miniere di Arsia. Presero pure mio padre che venne portato a Pisino dove venne imprigionato nelle celle del Castello dei Montecuccuoli. Lì rimase rinchiuso per diversi giorni assieme ad un centinaio di italiani finchè, ai primi di ottobre, giunsero i tedeschi che li liberarono. Appena rientrò a casa decise di trasferirsi con la famiglia a Trento. Partì dapprima assieme alla figlia maggiore, Chiara, che lasciò da parenti. Poi ritornò a Pedena per prendere il resto della famiglia. Prima di lasciare definitivamente l'Istria volle andare a salutare i colleghi di lavoro e gli amici che aveva ad Arsia. Era il 15 maggio 1944 e mio padre si avviò a piedi da Pedena ad Arsia per quello che doveva essere il suo ultimo viaggio. Di lui non si seppe più nulla. Sparì senza lasciare tracce. Qualcuno disse in seguito che era stato fermato e catturato lungo la strada, forse nei pressi dei Casali Sumberesi, dai partigiani slavi e gettato nella foiba di Vines, vicino ad Albona. Tutte le ricerche che mia madre subito fece fare non approdarono a nulla. L'Istria era sconvolta dalla guerra e il vortice degli avvenimenti aveva coinvolto in pieno pure Pedena. Vennero i partigiani ed attaccarono la caserma dei Carabinieri, casa nostra. Quando i 32 Carabinieri della locale stazione, circondati si arresero, gli slavi bruciarono l0'edificio e gettarono nel rogo pure un paio di Carabinnieri, uccisi a sangue freddo davanti a tutta la popolazione che vi dovette assistere. Io allora ero un bambino, avevo cinque anni, ma ho sempre davanti agli occhi l'immagine di questi due partigiani che erano entrati dentro la caserma e portavano giù i materassi che venivano imbevuti di benzina e rigettati nell'edificio in fiamme. Poi ricordo che sempre i due partigiani portarono fuori due macchine da scrivere e le fecero vedere al loro capo che però disse: "No, E' roba italiana. Ributtatele nel fuoco!" Ed io pensavo: " Che poco furbi siete! Portatele a casa che serviranno sicuramente in futuro!" Le macchine da scrivere finirono nel rogo che distrusse tutto. i pochi ruderi rimasti della caserma furono poi utilizzati per la costruzione di una casetta che sorse sullo stesso posto. La guerra poi finì, ma nemmeno negli anni successivi riuscimmo ad ottenere alcuna informazione su mio padre, che all'epoca della sua sparizione aveva 44 anni. Restammo in Istria fino al 1950 quando partimmo per Trento dove potemmo raggiungere Chiara... Nel 2000, con un amico, ritornai a Pedena. Molte persone si ricordavano di mio padre e di me e dei giochi che facevano insieme. Mi domandò perchè fossi ritornato e gli dissi che volevo recarmi presso la foiba di Vines, per gettarvi un mazzo di fiori, supponendo che quella fosse la tomba di mio padre. La sua risposta fu sorprendente: "No, Stai sbagliando,tutto! Tuo padre venne fermato da un gruppo di partigiani che sul momento gli fecero un processo sommario. Non avendo trovato alcuna colpa da imputargli, lo liberarono subito ,lui si incamminò tranquillo, ma un mascalzone gli corse dietro e lo uccise con un colpi di fucile alle spalle!". Allora, gli dissi, se le cose stanno così, portami con la nostra automobile, su quel luogo, per posare i fiori ...ma lui mi rispose, non posso venire ...E' ANCORA TROPPO PERICOLOSO. Da parte mia, però intendo continuare le mie ricerche e ritornare in Istria, a Pedena a Albona, dove forse incontrerò qualcuno che possa indicarmi il luogo ove mettere un mazzo di fiori a ricordo di mio padre.

Dalmati e Istriani sigillarono col sangue il patto che lega tutti gli italiani (Achille Gorlato)

Se l'Austria era riuscita di nuovo a restaurare nella Venzia Giulia e nella Damazia il più feroce assolutismo, le flere poplazioni non si perdettero di coraggio e continuarono ad alimentare nel silenzio la fede nell'unità e nell'indipendenza della patria. Ciononostante un deputato triestino ebbe allora l'ardore di proclamarsi nella Costituente austriaca a deputato d'Italia e i deputati istriani elevarono una coraggiosa protesta contro gli atti di barbarie commessi dall'esercito austriaco nelle terre fraterne di Lombardia e del Veneto. E quando nello stesso anno le provincie della Venezia Giulla vennero invitate a mandare i loro rappresentanti nella Confederazione germanica, i triestini dichiaravano essere contrari alla legge e alla giustizia il tentativo di aggregare delle provincie italiane alla Confederacione tedesca, mentre i deputati dell'Istria inviavano a Vienna un memoriale di protesta in cui, tra lo altro, si diceva: «L'Istria è essenzialmente italiana per lingua, per costumanze, per memorie, per religione, per simpatia, per monumenti e per posizione geografica. L'Istria desidera che si sappia che ella, piuttosto che porre in pericolo la propria nazionalità italiana, rinuncia qualunque materiale cantaggio che potesse venirle dalla Confederazione germanica».

Quando i patriotti giullani videro che nulla era più da fare nelle loro città, ormai cadute sotto il più odioso regime poliziesco, corsero ad arruolarsi nella Legione Dalmato-Istriana di Venezia e nelle Legioni garibaldine di Roma.

All'eroica difesa di Venezia vennero gloriosamente associatí i nomi di molti giuliani, dei quali ricorderemo alcuni soltanto.
Caddero nel 1849, a Marghera, i triestini Francesco Erberti, caporale del Battaglione «Italia Libera» e Francesco Romano; il capodistriano Alessandro Almerigotti, il fiumano Francesco Marusich e il dalmata Giuseppe Isidoro Furlani della legione « Bandiera Moro» e il dalmata Pietro Sudarovich. Si distinsero ancora per il loro valore i dalmati: Stefano Zurovich appena sedicenne, Giorgio Carava e Luigi Seismit-Doda, divenuti poi generali dell'esercito taliano, e Demetrio Mircovich che fu uno del quaranta proscritti alla caduta della gloriosa Repubblica; i triestini: Giovanni Orlandini, comandante della Legione trevigiana e già direttore del battagliero settimanale « Favilla », Leone Fortis promosso poi capitano, e il pittore Giuseppe Gatteri, al cui nome venne più tardi intitolata una via di Trieste; gli istriani capitano Marcantonio Boris che in una ardita sortita, a Mestre, tolse un cannone al nemico, Alessandro Godinu, morto di colera, Gio Bevilacqua, Giandomenico Afaraspin, tenente al comando di un fortino di Malamocco, Luigi Ritossa, ferito nel giugno sul Ponte della laguna, Giov. Batt. Monfalcon e Gregorio Grimani di Parenzl, il piranese Pietro Pregnolato, morto a Fusina ne maggio 1848, e dove fu ferito Giacomo Draghicchio; Nicolò de Vergottini di Parenzo che con il Manin ed il Tommaseo fu tra i quaranta esclusa da l'amnistia,

Cosi alla difesa di Roma troviamo tra i volontari combattenti una larga rappresentanza di giovani guliani, tra cui gli eroici figli di Trieste: Giacomo Venezian che, ferito mortalmente al Casio Barberini, spirava nelle braccia de poeta suo concittadino Giuseppe Revere; Sansone Levi che per i suoi atti di valore si acquistava l'amicizia di Garibaldi; Filippo Zamboni, il valoroso capitano del Battaglione Universitario che si distinse nelle epiche giornate di Villa Panfill e a Palestrina, Riuscito a salvare la bandiera dai francesi la recò seco in esilo restituendola poi nel 1870 al Mumcipio di Roma capitale con le parole: «Ecco, io vi rendo la bandiera incontaminata: come sul campo, così sul mio petto. L'ho portata con me occulta per anni, cucita nelle vesti».

Ma non furono inferiori nell'ardore del combattimento e nella fede per l'unità d'Italia i figli delle altre provincie guliane che, per non dilungare toppo, tralasciamo di elencare. La più eloquente testimontanza de loro valore ce la diede nel 1849 G, D. Guerrazzi il quale scrisse: «Dalmati e Istriani in tanta solenne occasione vennero anch'essi a sigillare col sangue il patto di famiglia che lega tutti gli Italiani a Roma come le verghe intorno alla scure».