venerdì 17 novembre 2023

Il compromesso ungaro-croato del 1868

Franjo Rački stava lavorando da anni su una ponderosa monografia, il primo trattato storico su Fiume che era un’argomentazione storicamente fondata volta ad assicurare Fiume alla Croazia. 

Il libro uscì nel 1867 quando il dibattito sulla soluzione fiumana era all’apice. 

La documentazione che Rački aveva pazientemente raccolto negli archivi di Zagabria, Fiume e Vienna dimostrava che, a causa della loro imprecisione, i rescritti successivi alla decisione sovrana del 1776 non avevano sciolto il nesso tra Fiume e la Croazia. L’osservazione di Rački era corretta: i sovrani della Casa d’Austria avevano lasciato sempre volutamente indeterminata la questione dell’appartenenza di Fiume e, come vedremo, essa rimarrà tale fino alla dissoluzione della Monarchia nell’autunno del 1918. Per quanto riguardava Fiume, che costituiva l’obiettivo principale del programma nazionale croato, Rački produsse una copiosa documentazione storica finalizzata a dimostrare l’appartenenza della città alla Croazia. L’argomento di Rački partiva dagli atti di Maria Teresa del 1777 e 1778 che disponevano l’assegnazione di Fiume al regno ungherese, mediante i dicasteri croati. Il problema era che l’anno successivo l’atto del 23 aprile 1779 specificava che la città doveva confederarsi parte del regno d’Ungheria come corpus separatum della corona ungarica. I fiumani vi vedevano in questo il riconoscimento di uno status di città immediata simile a quello goduto da Trieste negli Stati ereditari della casa d’Austria, un’interpretazione che si confaceva anche agli interessi magiari. Rački, col suo “Disegno storico della città di Fiume”, un elaborato scritto ad uso dei deputati della dieta, cercò di 

limitare l’importanza del rescritto del 1779. Secondo il canonico l’atto del 1779 serviva solo alla funzione di sottolineare lo status speciale di Fiume rispetto a Buccari ma non inficiava la sua posizione rispetto alla Croazia, dimostrandolo col fatto che la città continuava ad essere parte del comitato di Severin. L’argomentazione era debole in quanto essa non specificava in maniera positiva né la natura del nesso politico della città con la Corona ungarica, limitandosi ad osservare che un certo legame con la Croazia non veniva esplicitamente negato, né tantomeno definiva la specialità di Fiume. Rački, inoltre, ometteva di menzionare che, quasi in concomitanza all’atto del 1779, il Consiglio luogotenenziale croato fu sciolto. Da quel momento fino al 1848 la Croazia perse un proprio governo e dipese per tutti gli affari dalla Cancelleria aulica ungherese.

Il fatto che negli atti successivi (4/1807) Fiume avesse assegnati dei posti alla Dieta di Zagabria, non dimostrava che essa ne faceva parte, in quanto i rescritti regi lo consideravano solo come un diritto, finalizzato a far partecipare anche rappresentanti fiumani a discussioni che potevano riguardarli direttamente.

L’argomento delle difficoltà economiche in cui si dibatteva la città veniva usato quotidianamente anche sulle pagine dei giornali. Poco dopo veniva varato “adorno delle dilette bandiere ungariche” il Deak, il diciassettesimo dei bastimenti di lungo corso dei fiumani recante il nome di un notabile ungherese. La liberazione di Matcovich leader dei Kossuthiani locali il 16 marzo 1867, incarcerato per turbamento della quiete pubblica dallo Smaich, fu accolta con manifestazioni di gioia.

Dal 1 maggio 1867 al Sabor croato la questione di Fiume era all’ordine del giorno. Franjo Rački il veterano delle richieste croate su Fiume chiedeva spiegazioni sul fatto che i deputati fiumani fossero andati a Pest per assistere ai lavori del parlamento ungherese senza che la Croazia, come terza parte, fosse stata interpellata. Il capitano Smaich poté solo rispondergli che essendo i poteri a Fiume passati al commissario Cseh di fatto egli non controllava più la situazione. Alla seduta parteciparono anche i quattro rappresentanti fiumani (gli stessi del 1865, a parte Ciotta) dove furono insultati avendo indirizzato la Dieta in italiano, provocando vivo imbarazzo anche presso il bano Levin Rauch. Infine il 25 maggio il re decretò la sospensione della Dieta e l’indizione di nuove elezioni, nella speranza che gli «unionisti» moderati prevalessero sui «nazionali» di Rački e Strossmayer, ormai considerati una forza destabilizzatrice per tutta la Monarchia. Nel frattempo il Primo ministro Andràssy invitò ufficialmente, con approvazione sovrana, la città di Fiume ad inviare i propri deputati al parlamento ungarico. Se le elezioni municipali e provinciali del 1861 sancirono la nascita della moderna agitazione politica con la partecipazione delle masse, l’elezione del deputato fiumano al parlamento ungarico fu il momento di nascita dei partiti politici a Fiume.

Quando l’8 giugno 1867 Francesco Giuseppe venne coronato re di Ungheria a Pest, i croati si rifiutarono di mandare una delegazione il che espose gli esponenti del partito nazionale ad ulteriori attacchi. 

Alle elezioni indette il partito unionista prese il controllo del Sabor e rimase al potere dal 1867 al 1871, gli anni cruciali durante i quali si decisero sia il compromesso ungaro-croato che la questione di Fiume, dal quale essa fu disancorata. 

Il 27 giugno 1867 il sovrano decise di sostituire il bano croato Josip Šokčević con uno dichiarato filoungherese, il barone Levin Rauch de Nyék. Intanto l’operato di Cseh iniziava ad alienare le simpatie della popolazione di tutto il Litorale nei confronti della Croazia, in quanto Buccari avrebbe potuto conservare il suo status di libero distretto commerciale. (Il vice console italiano a Fiume, Luigi Accurti, riportava da Buccari che “Nel pomeriggio di ieri giunsero improvvise in Città diverse […] deputazioni di contadini di Buccari […] che tutte chiedevano di seguire la sorte di Fiume; fra mezzo a queste deputazioni spiccava con bell’effetto, uno stuolo d’una quarantina di ragazze vestite di bianco, con un nastro tricolore posto […] sul petto, le quali cantavano in lingua croata, una patriottica canzone il cui ritornello era “noi non siam Croati – regina d’Ungheria”. Luigi Accurti, proseguiva: “Da tre giorni questa città è in festa per l’incoronazione del re d’Ungheria, e per la riunione sua all’Ungheria stessa, che si ritiene come un fatto compiuto. Non v’è finestra nelle contrade principali o sulle piazze che non abbia la sua bandiera tricolore; davvero che, a primo aspetto, facendo astrazione dalla diversa disposizione dei colori, un italiano potrebbe credere di assistere ad una festa patriottica delle nostre Città d’Italia”. 

TRIESTE, Archivio di Stato, Vice consolato d’Italia, Fiume 12 giugno 1867).


I croati compresero che ormai stavano perdendo la battaglia per Fiume. (Un articolo de La Perseveranza di Milano del 5 luglio 1867, riprendendo quello apparso sulle Narodne Novine, di Zagabria del 21 giugno 1867 esprimeva in maniera eloquente quanto era cambiata la situazione per le autorità croate a Fiume: “Ai magiari preme convincere il mondo intero che il nostro popolo è di sentimenti magiaro, ma che la parte intelligente nutra dei piani occulti che hanno per iscopo di fondare un regno slavo del sud. Per questo aizzano la plebe di Fiume e nel Litorale. Il denaro che pagate (dicono loro) si spende a Zagabria! Se foste sotto reggimento magiaro, non paghereste nulla di tutto. Il contrabbando di cui molti vivono nel litorale, non troverà repressione presso il ministero ungherese; la nuova legge della leva non sarà messa in vigore. Il clero, gli impiegati e la parte intelligente reprimerebbe facilmente tutti questi eccessi; essi ricondurrebbero la gente a migliori sentimenti se non fossi il commissario Cseh a Fiume, che come è provato dai fatti e dai procedimenti giudiziari, aizza la plebe e rende inutile ogni ingerenza bene intenzionata. Al sig. Cseh sono sottomessi tutti gli impiegati, i giudici e la gendarmeria, epperciò ha le mani in pasta. Quando istituì a Fiume un Comitato speciale “per la pubblica sicurezza”, alla cui testa stanno tre personaggi del popolo lodevoli, Matcovich, Walluschnigg, alias “Pacairella”, e Sgardelli ex legionario garibaldino. Questo comitato organizza tutte le dimostrazioni a Fiume sotto l’egida del suo capo, ed ai nostra manca la forza per opporvisi con vigore. […] Il sotto governatore Voncina fa tutto per mantenere l’ordine, ossia per conservare il Litorale. Egli fa arrestare, persuade, minaccia, incoraggisce i buoni e mette la sua vita a cimento. Il signor Csèh gli negò qualunque attitudine”. LUKSIC-JAMINI, Antonio, Contributi alla storia di Fiume 1861-1867, “Fiume”, (1972), pp. 50-51).


In extremis un Odbor za Riječko pitanje (Comitato per la Questione di Fiume) venne formato nelle fila del Sabor, prima che si arrivasse alla ratifica finale del compromesso ungaro-croato. L’Odbor produsse una dichiarazione con la quale sosteneva che i diritti dell’Ungheria nei confronti di Fiume non erano maggiori rispetto a quelli nei confronti della Croazia. Si trattava di un’ammissione che in fondo confermava quanto i fiumani avevano da sempre sostenuto. La Congregazione Municipale si riunì il 10 ottobre, e in tale sede A. F. Giacich ribadì che: 

«Essere il territorio di Fiume libero, e non confondibile con nessun altro, e non appartenente alla Croazia o all’Ungheria, ma dover esser per diritto, sancito dalle leggi e dal giuramento di S. M. reincorporato alla corona di S. Stefano, a quella corona cui per amore e reciprocità di interessi comuni Fiume vuole appartenere».

Deàk quando seppe del discorso pronunciato da Giacich lo contestò affermando che Fiume doveva essere inclusa direttamente all’Ungheria in quanto qualsiasi riferimento alla Corona di S. Stefano giustificava automaticamente anche le pretese dei croati sulla città. Dato che, secondo Deàk, “gli interessi degli italiani di Fiume sarebbero rimasti sempre compatibili con quelli ungheresi”, era prioritario raggiungere il compromesso con la Croazia. Da questa affermazione si comprende come il provvisorio non era stato contemplato da Deàk come prima opzione. Intanto il deputato fiumano Akos Radich fece ritorno da Pest con le istruzioni di Andràssy il quale anche ribadiva come i fiumani non dovessero chiedere l’unione alla Corona di S. Stefano ma l’unione diretta con l’Ungheria (Magyarorszag)547. Al posto della «mitica Corona di S. Stefano» essi dovevano accettare una piena sovranità ungherese: in altre parole, per poter essere esclusi da una nazione essi dovevano accettare di essere inclusi in un’altra. Era una mossa astuta: in questo modo Deàk scisse una questione trilaterale in due accordi bilaterali (uno ungherese-croato e uno ungherese-fiumano) dove la preponderanza ungherese gli assicurava la vittoria. Di fatto i fiumani dovettero abbandonare l’argomento di essere «terzo fattore della Corona» che resterà uno dei favoriti della successiva retorica autonomista. 

I croati tentarono, senza successo, di includere la questione di Fiume in tutto il pacchetto negoziale tra Ungheria e Croazia ma Andràssy e Deàk si rifiutarono in quanto, ai sensi del compromesso austroungarico, Fiume non era assegnata alla sfera dell’autonoma amministrazione croata ma a quella congiunta del Regno d’Ungheria. Pertanto l’assetto che sarebbe scaturito da un accordo di compromesso ungaro-croato era comunque irrilevante per definire l’assetto amministrativo della città di Fiume. Andràssy e Deàk fecero quindi pressioni sui fiumani affinché eleggessero due deputati da inviare al Sabor; dove, intanto, gli unionisti favorevoli al compromesso prevalsero e il 17 novembre discussero il rescritto del sovrano che invitava le diete magiara e croata a formare delegazioni incaricate di siglare il compromesso. Nuovamente votarono solo 135 dei 900 aventi diritto. I fogli elettorali avevano impressa l’istruzione per i deputati eletti “Antonio Randich (or Nicolò Gelletich) onde protesti contro qualsiasi annessione e dipendenza dalla Croazia”. Intanto la «Legge fondamentale» del 21 dicembre 1867 dava vita all’Austria-Ungheria divisa in tutti gli aspetti dell’amministrazione interna in Cisleithania, o impero d’Austria e la Transleithania, o i regni di Ungheria e Croazia-Slavonia. Di fatto l’Ungheria divenne uno Stato a tutti gli effetti, ad eccezione della rappresentanza diplomatica all’estero e gli affari di difesa. Il compromesso del 1867 fu un trionfo per gli ungheresi. Ora restavano da risolvere le questioni aperte tra la Croazia-Slavonia e l’Ungheria. Nel 1868 furono nuovamente gli ungheresi ad insistere che i fiumani mandassero i loro deputati a Zagabria per aumentare il numero di deputati nel Sabor favorevoli all’accordo con l’Ungheria: i fiumani, che nel frattempo erano stati invitati a mandare il loro deputato a Budapest, vi giunsero legati da un mandato imperativo che li obbligava a protestare contro qualsiasi annessione e dipendenza dalla Croazia. Forti di questo voto, gli eletti si recarono a Zagabria dove dichiararono alla Dieta, il 21 gennaio 1868, cheessi non possono riconoscere come vincolativo quanto ai rapporti di diritto pubblico del libero distretto di Fiume nessun conchiuso che venisse preso da questa eccelsa dieta, dovendo tali rapporti essere precisati e definiti d’accordo con Fiume dalla legislatura di Pest. 


La Dieta di Zagabria si dichiarava favorevole ad un compromesso votando, il 29 gennaio 1868, una risoluzione a favore del ristabilimento dell’unità storica dei Paesi della Corona di Santo Stefano, interrotta dagli avvenimenti del 1848. Il “Compromesso” includeva la Croazia-Slavonia saldamente entro la parte ungherese della duplice monarchia. 

Il problema maggiore rimaneva quello di Fiume. I croati si appellavano alla legge XLII ratificata dalla Dieta del 1861 che assegnava Fiume alla Croazia. La Deputazione croata era composta da soli unionisti (K. Bedeković, S. Vukačević, L. Pejaković, I. Suhaj, J. Brlić) che avevano abbandonato le tesi indipendentiste dei Čepulić, Strossmayer o Rački. Quella ungherese aveva i più potenti leader parlamentari inclusi Deák, Andràssy, e Eotvos. Anche se il clima era migliorato e le deputazioni lavorarono insieme servendosi della lingua tedesca in sedute comuni, la tensione restava alta, soprattutto a Fiume.

Verso la fine del luglio 1868 apparvero in pubblico le prime versioni della bozza di accordo: essenzialmente essa riprendeva la forma del compromesso austroungarico il quale costituiva la legge fondamentale per tutte le terre della monarchia. Gli affari comuni fra Ungheria e Croazia di spettanza al parlamento comune di Pest erano quelli che interessavano tutta la Monarchia: la difesa, le finanze comuni, i rapporti coll’estero. Alla Croazia veniva garantita una completa autonomia in materia di amministrazione interna, culto, istruzione pubblica e giustizia, pari a quella goduta dal regno di Ungheria in seno alla monarchia. Si trattava, come si è visto, di quella sfera di sovranità che la Corona si era dichiarata disposta a cedere già nel 1861. La spartizione dei poteri devoluti diverrà materia di negoziazione per tutti i compromessi negoziati dal 1861 al 1870. Il compromesso, in fondo, era molto vantaggioso e i deputati croati lo votarono in maggioranza. 

Soltanto relativamente a Fiume non si riuscì a trovare un accordo e pertanto la posizione della città venne lasciata in sospeso. 

Per sbloccare la situazione il sovrano, nella sua risposta d’indirizzo alle parti, incaricava i propri consiglieri della Corona di conferire con i rappresentanti delle parti interessate per poter preparare le regie proposizioni da presentarsi alle Diete d’Ungheria e di Croazia.


La dichiarazione di Francesco Giuseppe metteva alla pari Fiume coi regni d’Ungheria e Croazia. Andrassy effettivamente si premurò di organizzare un incontro a tre al quale però negò il carattere di una conferenza ufficiale. Raccomandò, altresì, che alla commissione fiumana non fosse dato un mandato imperativo (come era ormai consuetudine) per facilitare le trattative e giungere a qualche compromesso, ma i fiumani, ancora una volta, mostrarono un atteggiamento inflessibile negando che il nesso con l’Ungheria passasse per la Croazia. Al che al rappresentante croato, Suhaj, non restò che esprimere il suo dispiacere per tale categorico rifiuto accennando alla convenienza e quasi indispensabilità nell’interesse di Fiume di conservare un ulteriore nesso con la Croazia, ventilando poi che da un tale atteggiamento potesse persino derivare lo sfascio del già conchiuso accordo con l’Ungheria.

A questo punto fu il sovrano ad esigere che nel compromesso fosse interpellata anche la città di Fiume. Il regio rescritto, letto il 9 novembre davanti alla Camera dei Deputati di Pest, faceva perno sull’articolo IV della legge ungarica del 1807 il quale diceva che “la città commerciale di Fiume, unitamente al suo territorio, deve essere anche in futuro considerata quale corpo separato appartenente alla sacra Corona ungarica”. In conclusione il sovrano determinava che le divergenze esistenti tra Ungheria e Croazia relativamente a Fiume potevano riferirsi solo a quegli oggetti circa i quali la Croazia possedeva una propria autonomia separata, legislativa ed esecutiva:

«Nell’accordo di diritto pubblico, che venne già recato ad effetto, è dichiarato che gli affari relativi all’esercito, alle finanze ed alla marina mercantile di questi paesi vengono trattati nella Dieta ungarica come oggetti comuni, ed eseguiti dal ministero ungherese. Ciò è applicabile anche a Fiume, e così la differenza d’opinione che esiste fra l’Ungheria e la Croazia rispetto a Fiume può estendersi soltanto a quegli oggetti riguardo ai quali la Croazia, secondo l’accordo di diritto pubblico or mentovato, ha autonomia, legislazione ed amministrazione speciali».


Invocando il “buon senso” il re invitava, quindi, a mettere da parte “le controversie storiche e le relative deduzioni” onde dar vita, intanto, a quella parte dell’accordo che garantiva alla Croazia di iniziare di fatto ad esercitare, nella propria dieta e mediante il proprio governo, la sua autonomia.

Dopo questo rescritto la Camera dei Deputati di Pest l’11 novembre 1868 accoglieva le “proposizioni” regie dell’8 novembre 1868 che, di fatto, furono l’ultima parola sulla questione fiumana. Il ministero veniva autorizzato ad attuare, previa ratifica sovrana, l’accordo ungaro croato. Che al punto primo del § 66, il quale precisava i limiti territoriali del regno di Croazia, Slavonia e Dalmazia, cambiava la dicitura da “la città e distretto sulla cui appartenenza le commissioni non si erano potute accordare” a “le cui condizioni di governo e legislative andavano stabilite di comune accordo tra il parlamento dell’Ungheria, la Dieta dei Regni di Croazia, Slavonia e Dalmazia e la Città di Fiume”.

La dieta croata riunitasi a Zagabria il giorno 16 esaminò le “proposizioni” fatte dal sovrano trovando che esse erano in contrasto col diritto croato che non prevedeva territori avulsi dal regime comitale, negando nel contempo ai fiumani il diritto di partecipare alla pari in eventuali trattative future ma di essere rappresentati dalla deputazione croata. Il 18, dopo molte discussioni, la dieta aderì alle tesi del regio rescritto.

Per accelerare la ratifica dell’atto, sulla versione croata venne aggiunta una «pezzetta» (krpica in croato), applicata posteriormente. 

Il fatto fu scoperto dopo una petizione presentata il 20 aprile 1881 al parlamento ungarico da parte della rappresentanza di Fiume, nel desiderio di porre termine al regime amministrativo provvisorio. Fu proprio allora che si scoprì la poco ortodossa correzione fatta al testo originale della legge. A questo punto il partito croato dell’indipendenza (corrispondente ai kossuthiani ungheresi) sostenne, dapprima nei giornali e poi nelle discussioni alla dieta tenutasi nel giugno di quel anno, la tesi della falsificazione e quindi della nullità del passo relativo a Fiume. Una commissione di sette deputati di varia provenienza politica venne nominata dalla dieta con il compito di esaminare il problema. Ma ben presto la stessa commissione croata dovette riconoscere che la modifica del § 66 era avvenuta in corrispondenza con la volontà della dieta, che il testo firmato dal sovrano costituiva legge promulgata e che il testo era molto più favorevole alla Croazia di quello originale. Tanto che si deliberò di dichiarare che il § 66 non era stato falsificato e che nessuno pensava di modificarlo553. L’argomento venne risollevato solo dalle forze apertamente anticostituzionali della Croazia che rifiutavano qualsiasi idea di compromesso con l’Ungheria o il sovrano. 

La «pezzetta» venne di nuovo rispolverata dal Comitato di slavi del sud fuoriusciti a Londra nel 1915, il quale consegnò un «memoriale» all’Intesa con il quale affermava che Fiume era da sempre stata parte integrante incontestata del regno di Croazia al quale l’Ungheria aveva tolto l’amministrazione, falsificando il relativo § 66.

Dallo spoglio della stampa dell’epoca si evince come in mancanza di un accordo tra le due diete, fallite le trattative e “stringendo la brevità del tempo, la Corona rescrisse alla Dieta ungarica, dichiarando Fiume col suo territorio paese autonomo, il quale non altrimenti che la Croazia avrebbe le cose comuni coll’Ungheria, cioè il commercio le comunicazioni e le finanze”.

giovedì 16 novembre 2023

Montona: Cava Cise

Nella parte centrale dell'lstria, in cima ad un Colle da cui si domina la valle del fiume Quieto sorge Montona (la romana Castrum Montonae), il paese che dette i natali ad Andrea Antico, inventore, nel 1517, della stampa in legno delle note musicali.

A proposito di legno, Montona fu preziosa per Venezia, cui si donò nel 1278, ed alla quale per cinque secoli fornì la quercia del grande "bosco di San Marco" con cui venivano costruite le galee della flotta veneziana.

Montona ha conservato quasi completamente la sua cinta muraria fortificata ed il leone di San Marco che accoglie chi la visita è un leone di guerra, col libro chiuso. Nei territori di confine o di guerra, infatti, il leone veneziano, che siamo abituati a vedere recante il "Pax tibi Marce, vangelista meus", chiudeva il libro e prendeva la spada.

Sono una decina, a Montona, i leoni scolpiti sul marmo, tutti rivolti a est, a far da guardia alla vecchia torre merlata, al Duomo di Andrea Palladio, alla Loggia (la Losa) aperta su tre lati che domina la valle.

Montona, orgogliosa della sua italianità, la difese con le unghie e con i denti, anche a prezzo di sacrifici enormi di cui sono testimonianza gli eccidi che fu costretta a subire.

È rimasta traccia, presso gli archivi della Stato Maggiore dell'Esercito, della fine eroica di Umberto Visintin di Portole e di Egidio Linardon (appena sedicenne) di Montona.

Era il 1 luglio 1944: i due prigionieri - si legge nei documenti conservati a Roma - "subirono stoicamente inenarrabili torture per tutto il giorno; alla sera condotti presso un cimitero, dopo aver rifiutato di abiurare la propria fede, gridando forte il nome ď'ltalia, caddero sotto le pugnalate".

Accanto a loro furono uccisi, sempre a pugnalate, altri sei italiani, tutti buttati in una fossa comune all'esterno del cimitero di Sovischine di Montona

Di quell'eccidio raccontò un sopravvissuto

Armando Jannucci: "Ci legarono per i polsi e ai piedi, traversammo il bosco sino a Villa Simetti. Verso le 19 ci tolsero i legacci ai piedi, ci fecero alzare e ci legarono per il braccio due a due... ci fecero montare la collina, in cima c'era uno spiazzo... fecero inginocchiare una ventina di uomini con le armi puntate verso di noi... ne presero due a caso e li fecero avanzare, slegarono loro le scarpe, li spogliarono, li misero faccia al vuoto e il capo ordinò: Spartaco fai il tuo lavoro'. Questo dette due pugnalate nelle spalle dietro la nuca, uno spintone e giù".

Quando fu il suo turno, Jannucci si buttò nel vuoto: gli spararono dietro, mancando sempre il bersaglio, cercarono di inseguirlo ma riuscì a nascondersi e si salvò la vita.

Spartaco Zorzetti, l'autore della strage, italiano di Rovigno al servizio degli yugoslavi, verrà in seguito insignito delľ'ordine "al valore" da Josip Broz Tito per i suoi servigi alla causa.

Meno di un anno dopo Montona fu testimone di altre stragi, ancor peggiori.

Erano i primi giorni di maggio del 1945. Gli italiani di Montona avevano organizzato ľ'ultima, vana, resistenza agli jugoslavi. Pagarono con le torture e con la vita.

Così raccontò la signora Pia Lius di Montona nel suo diario: "Dopo la Messa, ieri (5 maggio) è stato il processo popolare di ltalo Tato (Tato è il soprannome di famiglia, si chiamava Belletti ndr). Mi dissero che era legato col fil di ferro, tutto livido dalle percosse e condotto in giro per la piazza (..) da lì è passato quel povero ltalo nella notte alle due, per il suo supplizio, spogliato completamente lì presso al cimitero di Montona, ove supplicava che gli chiamassero un sacerdote". Fu finito a coltellate e poi a fucilate. All'ultima persona con cui era riuscito a parlare, Italo Belletti lasciò detto: "se ci sarà un plebiscito per 'Italia vota anche per me". Ma quel plebiscito non ci fu mai.

Il 10 maggio un gruppo di venti prigionieri fu fatto uscire dal paese scortato dai partigiani titini. Tra questi vi erano ľ'ultimo podestà di Montona, Mario Pisani, il segretario comunale Vittorio Cassano, un carabiniere, alcuni militi della Milizia di Difesa Territoriale e altri giovani italiani. Dissero loro che avrebbero raggiunto Pisino a piedi, ma non vi arrivarono mai. Furono inghiottiti da una cava di bauxite, buttati già morti o moribondi dopo essere stati presi a mitragliate dai titini.

Racconta Silvia Peri, che li vide passare di fronte a casa: "Ricordo che erano scalzi, rotti, uno aveva addirittura gli occhi fuori dalle orbite.

La loro destinazione era Cava Cise, una cava di bauxite profonda tre metri. Li hanno buttati dentro ma non erano tutti morti, si lamentavano...la gente che passava alla curva per andare a Pisino sentiva lamenti ma pensava che fossero bestie malate, e allora non ci andava vicino. Poi però sentirono una puzza tremenda.."

Di quel segreto non si doveva parlare e fu così che nella Yugoslavia comunista, per cinquanťanni e più, Cava Cise divenne solo una discarica.

Finché l'amore degli esuli della Famiglia Montonese, con il permesso delle nuove autorità croate, ridiede dignità a quel luogo e soprattutto fece di Cava Cise un piccolo sacrario, ove oggi sorge un memoriale con una Croce ed i nomi dei caduti incisi sulle pietre.

Questa e tante altre storie le ho sentite narrare dalla viva voce di Luigi Papo, nativo proprio di Montona, una delle più belle figure dell'esilio istriano, combattente, storico, scrittore.

Prigioniero dei titini ed internato nel campo di concentramento di Prestrane, fece una sorta di voto: se fosse uscito vivo da lì avrebbe dedicato la sua vita a raccontare le storie della sua lstria, dei suoi caduti, della sua italianità.

Adempiendo a quel voto, oltre a numerosissimi scritti e pubblicazioni, Papo ci ha lasciato il suo monumentale "Albo d'Oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell'ultimo confitto mondiale" in cui ha raccolto i dati sui caduti civili e militari della e nella Venezia Giulia prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale: 17.000 nomi, ricchi di note e storie personali. Da esule si era stabilito a Roma ed aveva aggiunto al cognome Papo il suffisso toponimico "de Montona"

"Dovrebbe fare cosi ogni nostra famiglia - mi diceva - per trasmettere il nome e la memoria italiana del suo paese".

In casa aveva ricostruito in una stanza, con meticolosa precisione, un plastico della sua cara Montona. Di sera vi si sedeva di fronte, al buio, ed accendeva le mille lucine delle finestre del suo borgo antico

Così tornava, con la mente, con il cuore ed i sogni a Montona. La sua Montona. Italiana.


(dal libro di Roberto Menia, "10 Febbraio. Dalle Foibe all'Esodo, 2020)

mercoledì 15 novembre 2023

Cosa sono le Tre Venezie?


Il nome Tre Venezie (o Triveneto) indica la regione geografica costituita dai territori della Venezia Tridentina, della Venezia Euganea e della Venezia Giulia. Il termine Triveneto viene comunemente utilizzato per indicare le regioni italiane che compongono la regione: Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, escludendo i territori della Venezia Giulia oggi appartenenti a Slovenia e Croazia.

Il termine Tre Venezie comparve per la prima volta alla metà dell'Ottocento, poco dopo la seconda guerra d'indipendenza, e stava ad indicare tre entità regionali differenti, dette "Le Venezie": la Venezia Propria o Venezia Euganea (gli attuali Veneto e Friuli), la Venezia Tridentina (il Trentino Alto Adige) e la Venezia Giulia (Gorizia, Trieste ed Istria).

La definizione, coniata dal geografo goriziano Graziadio Isaia Ascoli, aveva l'obiettivo di giustificare l'espansionismo italiano nei confronti dell'Impero austro-ungarico. Infatti, tra il 1914 e il 1915, per convincere l'opinione pubblica italiana ad entrare in guerra, la propaganda fece leva sul proposito di liberare le terre in mano all'occupazione straniera, ovvero la Venezia Tridentina e la Venezia Giulia (la Venezia Euganea era già stata annessa nel 1866). Al termine del conflitto, tali territori entrarono a far parte del Regno d'Italia, ma buona parte della Venezia Giulia venne ceduta alla Jugoslavia dopo la sconfitta dell'Italia nella seconda guerra mondiale.

La Venezia Tridentina era stata così chiamata dal nome latino (Tridentum) del capoluogo, Trento, ed era formata dalle province di Trento e Bolzano.

La Venezia Euganea, con il suo nome dato dai colli Euganei, comprendeva le province di Venezia, Padova, Rovigo, Verona, Vicenza, Treviso, Belluno e Udine.

La Venezia Giulia era composta dalle quattro province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume.

Antonio Slavich

Antonio Slavich (Fiume, 3 luglio 1935 – Bolzano, 11 marzo 2009) è stato uno psichiatra e politico italiano, collaboratore di Franco Basaglia e impegnato nella trasformazione metodologica dell'approccio alla psichiatria in Italia.


Slavich nacque a Fiume ma visse gli anni giovanili in Alto Adige, nella città di Bolzano, dove frequentò il liceo classico. In seguito si trasferì per studiare medicina presso l'Università degli Studi di Padova. Qui conobbe Franco Basaglia, che in quel momento dirigeva il reparto psichiatrico della clinica neurologica, e divenne prima suo studente poi suo collaboratore.

In seguito, nel 1962, si trasferì a Gorizia dove Basaglia già dal 1961 aveva iniziato le sue prime esperienze innovatrici. Sul finire degli anni sessanta si spostò a Parma, sempre collaborando con Basaglia, poi divenne direttore dei servizi di salute mentale di Ferrara.


L'importante esperienza nella città estense, che durò dal 1971 al 1978, portò innovazioni nell'approccio al disturbo mentale pure nella città emiliana. Divenuto direttore anche dell'ospedale psichiatrico, nel 1975, Slavich fece abbattere parte delle mura dell'antico palazzo di via della Ghiara, sede dell'ospedale. L'altra sede dell'ospedale psichiatrico, in quegli anni, era a San Bartolo, un antico convento col tempo utilizzato per accogliere i matti e Slavich, aiutato anche dai numerosi collaboratori e da rappresentanti dell'amministrazione locale, fece organizzare un trasporto-navetta tra il palazzo entro le mura e la sede fuori dalle mura, a San Bartolo, a circa tre chilometri di distanza, creando una nuova abitudine tra persone che sino a poco prima vivevano recluse in una struttura senza aver più contatti col mondo esterno.


Nel febbraio 1977 si tenne nei locali aperti di palazzo Tassoni Estense il convegno La Scopa Meravigliante. Slavich così non solo aprì le porte del manicomio ma ottenne la collaborazione di persone solitamente estranee a quel mondo ed iniziò un'esperienza che gli veniva dal suo precedente incarico a Gorizia ed alla quale la struttura sanitaria di Ferrara non era abituata.

In seguito ottenne un analogo incarico all'ospedale psichiatrico di Quarto a Genova. A Quarto si impegnò anche sul piano politico e divenne consigliere comunale e provinciale.

Trieste e l'Istria e loro ragioni nella quistione italiana (Giovanni De Castro. 1861)

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A malgrado dell'eterno diritto di ciascun popolo di appartenersi e di venire considerato quale padrone del suolo ch'esso abita, entro i confini dalla natura indicati, non sempre hanno potuto, nemmeno le nazioni più colte, più gloriose e più benemerite dell' umana civiltà, decidere assolutamente dei proprii destini. La lotta, che per l'Italia dura da secoli, n'è una prova. Il diritto, per avere ragione intera, nella società dei popoli, ha d'uopo anche della forza. Tanto meno un frammento d'una nazione, che occupa una ristretta parte d'un paese, ha bastevole importanza per sè stesso da decidere da sè solo le proprie sorti.


Non l'hanno certo una tale importanza l'Istria e Trieste, ultima regione orientale della penisola Italica, i di cui abitanti formano una parte non grande dell'intera Nazione Italiana, la quale aspira ora all'uguaglianza a cui ha diritto rispetto alle altre Nazioni d'Europa, ed è sul punto di ottenerla. L'Italia lotta animosamente, non ben certa ancora dell' esito, sebbene sia risoluta ad esistere ad ogni costo come Nazione. Troppi ha dessa avversarii, o dubbii amici, od interessati a menomarle parte di quello che le appartiene, perchè possa mostrarsi sicura di ottenere tutto quello che le si deve; e forse che la sua risolutezza, se giunge al punto di farle arrischiare tutto per essere una ed indipendente, non sarebbe però tale da spingerla a contendere, senza viste di transazioni possibili, per l'ultimo lembo del proprio territorio. Di più, in queglino stessi, che sono e vogliono essere italiani ad ogni patto, ma che hanno pure la coscienza delle difficoltà in cui la Nazione si trova, per guisa da non volerle aggravare nell' interesse proprio soltanto, lo spirito di vero patriottismo, ch'è spirito di sacrificio, prevale a segno da bramare piuttosto indugiata la propria redenzione, che non mettere a pericolo l'esistenza della Nazione intera. Al paro dei Veneti, e più de' Veneti, gl'Istriani ed i Triestini sono disposti a dimenticare per poco sè stessi ed i proprii desiderii, al segno di non pretendere, che per la parte si metta in forse il tutto. Sia pure indipendente e libera frattanto una gran parte d'Italia. Il resto verrà poi. Ma l'abnegazione significherà essa abbandono? Ma il posporre il proprio diritto potrebbe mai voler dire dimenticarlo? Ma se noi Istriani e Triestini non abbiamo la forza necessaria per emanciparci, rinuncieremo per questo alla cittadinanza dell'Italia, ora che l'Italia sta per diventare padrona de' suoi destini?

Tanto non si può, non si deve pretendere da noi. Non si può pretendere, che noi rinunciamo alla nostra parte di patimenti e di sacrificii per la causa nazionale. Non si può pretendere, che noi più del Veneto, più del Lombardo, più del Toscano, più del Romano, o di qualunque altro Italiano, rinunciamo alla nostra individualità nazionale. Anzi, senza un suicidio morale, noi non potremmo a meno di affermare ad ogni costo la nostra essenza e natura di italiani. Non potremmo a meno di affermare il nostro diritto e la nostra volontà di appartenere all'Italia. Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo ai figli nostri, i quali avrebbero tutta la ragione di rimproverarci, se trascurassimo questo nostro dovere a loro riguardo. Cessare per essi dalla testimonianza paterna del nome e dell'origine, sarebbe lo stesso, che un padre trascurasse la legittimazione de' suoi figliuoli. Lo dobbiamo all'Italia, dalla quale ebbimo lingua ed origine, ebbimo il beneficio della civiltà comune ed il tesoro delle antiche tradizioni, che devesi conservare indiminuito ai posteri. Quand'anche il vantaggio nostro (il che per certo non è) fosse contrario e ci chiamasse a sacrificare la nazionalità agli interessi materiali, noi non potremmo togliere noi stessi all' Italia. Che se l'Italia stessa, o dubitando delle nostre intenzioni poco si curasse di noi, o veggendo la difficoltà di averci, dissimulasse il suo diritto, noi non dovremmo per questo tacere. Dobbiamo anzi costringere l'Italia a confessare, che Trieste e l'Istria le appartengono di diritto, e che Istriani e Triestini essendo Italiani entro al territorio dell'Italia, devono essere suoi figli legittimi, e non possono venir ripudiati come bastardi ed avveniticci.


Noi abbiamo affermato più volte la natura nostra di Italiani, il diritto e la volontà di appartenere anche politicamente all' Italia, protestando in molte guise contro i tentativi dell'Austria di germanizzarci, parlando e scrivendo la lingua nazionale, volgendo alla grande patria nostra l'Italia la mira, mandando voti per la vittoria degli Italiani contro la comune nemica l'Austria, danari e soldati e marinai per la sua guerra nazionale. Lo abbiamo affermato con dimostrazioni ostili all'Austria anche sotto alla minaccia del carcere e del Consiglio di guerra. Lo abbiamo affermato con una numerosa emigrazione e col manifestare i nostri voti nella stampa di parecchie nazioni. Lo affermiamo ora con questo scritto, onde non resti per parte nostra nessun dubbio sull' italianità di questi paesi. Scriviamo di Trieste e dell'Istria, Istriani e Triestini, giacchè nessun dubbio rimane per alcuno ormai sul paese oltre il Timavo, che termina il Carso di Trieste; ma corrono tuttora false idee sul nostro conto.

12 novembre 1866, Francesco Giuseppe dichiara guerra agli italiani

Nel 1866 la competizione tra Impero d’Austria e Regno di Prussia per il predominio nell’area tedesca si concluse con il successo prussiano al termine di un conflitto culminato con la battaglia di Sadowa. Contestualmente il neonato Regno d’Italia si era alleato con la Prussia e, nonostante le varie sconfitte (Custoza e Lissa) ed i pochi successi (i garibaldini a Bezzecca), aveva ottenuto il Veneto ed il Friuli al termine di quella che era stata la Terza guerra d’indipendenza.

Negli anni precedenti vani erano stati i tentativi della classe dirigente italiana in Istria affinchè dal punto di vista amministrativo la penisola istriana venisse accorpata a Venezia , in nome degli antichi legami risalenti all’epoca della Serenissima Repubblica e con l’auspicio di seguirne le sorti in caso di una nuova iniziativa risorgimentale da parte di Casa Savoia.

L’impero asburgico perse così ulteriori territori nella penisola italiana, fu respinto dalla Germania e prese il via una politica di inorientamento, cioè di spostamento delle proprie aspirazioni a Oriente, verso la penisola balcanica.

Da un lato significò porsi in contrasto con le mire della Russia zarista, la quale, in nome del panslavismo, mirava a guidare i popoli slavi ancora sudditi o tributari dell’impero ottomano al fine di ottenere uno sbocco al Mediterraneo tramite questi Stati una volta diventati indipendenti. Dall’altro le popolazioni slave della monarchia danubiana, che avevano dato prova di lealismo durante la primavera dei popoli e nel fronteggiare le guerre di indipendenza italiane, diventavano interlocutori privilegiati in una politica proiettata verso la penisola balcanica.

Dopo tre guerre d’indipendenza, la componente italiana residua all’ interno dell’impero (in Trentino, Venezia Giulia, Dalmazia e Quarnero) era percepita come inaffidabile e propensa al separatismo nella sua interezza, perciò il 12 novembre 1866 il Verbale del Consiglio della Corona (reperibile in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst, Vienna 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297) riporta tra l’altro:

Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, daß auf die entschiedenste Art dem Einflusse des in einigen Kronländern noch vorhandenenitalienischen Elementes entgegengetreten und durch geeignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluß der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Pflicht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen. 

«Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua Maestà impone il rigoroso dovere a tutti gli uffici centrali di procedere secondo quanto deliberato in questo senso».

L’anno seguente l’Ausgleich trasformò l’impero in austro-ungarico, riconoscendo quindi alle componenti germanica e magiara un carattere predominante nei confronti delle altre comunità nazionali, che nelle zone mistilingui (come nell’Adriatico orientale oppure in Galizia) veniva contrapposte secondo la logica del divide et impera, individuando nei vari contesti un gruppo etnico sul quale fare affidamento in contrapposizione ad un altro ritenuto inaffidabile.

Invece di provvedere ad una più ampia riforma in senso federale della compagine imperiale, venivano così fomentati opposti nazionalismi che potevano destabilizzare l’assetto statuale e sarebbero sfociati nelle rivendicazioni nazionali che avrebbero contribuito ad alimentare le cause della Prima guerra mondiale. Altro che Austria Felix!

L'Istria di San Marco (Baccio Ziliotto)

Il carattere dell'Istria fu sempre. si conservò e si conserva profondamente italiano. Il torpore della cultura italiana avanti il secolo XII, e il suo ridestarsi nei secoli venienti; il formarsi delle scuole ecclesiastiche prima, laiche dipoi, e l'organamento della vita di queste scuole; il diffondersi delle leggende che furono materia di canto e della poesia popolare profana e religiosa: il culto della poesia italiana nel Trecento e nel Quattrocento, l'ardore del primo movimento umanistico e la tenacia del suo durare: tutto ciò non esce di un passo dalla via maestra della letteratura generale d'Italia. D'infiltrazioni straniere neanche l'ombra: anzi se un contatto con altre genti ci fu, mutuarono qualche cosa da noi: Pier Paolo Vergerio è forse il primo umanista italiano che muoia in terra straniera, certo il primo che porti l'umanesimo in Ungheria; Pietro e Francesco Bonomo sono esempio di quegli Itali che le Corti e le Università tedesche si disputano.

«Questa nostra impronta così indelebile, anche nell'Istria, derivava non solo dall'essere noi Italiani, ma più ancora dalla coscienza di essere tali. Gli è che la lotta diuturna con gli Slavi invasori accampatisi sul confine delle nostre terre ed agognanti alla conquista, aveva fin dal primo assalto fatto scattare e via via affinato il sentimento nazionale. Già nel 1804 il contrasto è vivo ed acre nella coscienza degli Istriani ed è dimostrato con accenti dolorosi nel Placilo del Risano. Lo Slavo alle porte non concede a nessuno da quella volta ad oggi di minorare la propria nazionalità e il sentimento nazionale, vario col variare dei tempi e delle condizioni politiche, è sempre vigile negli scrittori nostri: si concreta da prima nella breve affermazione incalzante, dall' intonazione polemica o sentimentale; diventa fulcro di vasti problemi, ammonimento e presagio nel mirabile discorso di Gian Rinaldo Carli sulla patria degli Italiani (1765), si fa sovrano, sto per dire tirannico. nella letteratura dell'ultimo secolo».

L'ultimo quarto di secolo ha però recato profondi mutamenti, e nel parlare ora delle genti slave, dobbiamo tener conto di quanto abbiamo più volte affermato. E anzitutto aggiungiamo qualche altra notizia sui ripopolamenti avvenuti nell'Istria dopo i vuoti lasciati dalle stragi, dalle guerre, dalle pestilenze, dalle epidemie, per cui vennero modificate le condizioni etnologiche, linguistiche e civili della nostra Provincia. Dobbiamo ritenere che i primi Slavi introdotti all'epoca dei Franchi tornarono alle loro terre in seguito al Placito del Risano. Era stato questo infatti il principale lamento contro il duca Giovanni insuper Sclavos super terras nostras posuit. E ancora, dopo le grandi depredazioni e le stragi inflitte all'Istria - meridionale dai Saraceni, dai Narentani, dai Croati, molti di questi si stabilirono nella penisola, ma la dovettero in gran parte abbandonare.

Ciò che ha dato l'Istria all'Italia rimarrà indelebile poiché è scritto nella storia.