sabato 11 novembre 2023

Dalle invasioni barbariche alle foibe, il lungo genocidio (M. Vigna)

Non si può ridurre la tragedia delle foibe a un capitolo cruento della lotta antifascista. In realtà, la persecuzione degli italiani fu un processo plurisecolare, iniziato con la fine dell’Impero Romano, di cui la politica titina fu solo l’esito estremo…


Una riesumazione di corpi infoibati
 

Le foibe e l’esodo, con lo sterminio di decine di migliaia di vittime e con la cacciata d’oltre 300 mila persone dalle loro terre avite, sono solo l’ultima fase d’un processo plurisecolare d’invasione ed occupazione di territori italiani durato oltre 2000 anni, mediante la cacciata o l’uccisione degli abitanti autoctoni.

Esso può essere immaginato come la lenta erosione d’una spiaggia sotto l’azione delle onde del mare, che crescono gradualmente. Ciò che è avvenuto può essere definito un lungo genocidio, che si è esteso progressivamente nell’arco dei secoli. All’alba del VII secolo d. C. Venezia Giulia e Dalmazia erano interamente latine. Nel 1948, tranne una piccola parte della prima regione, sono ormai quasi interamente slavizzate.

In termini di lunga durata si può scorgere distintamente la pressione esercitata dalla Deutschland e dalla Jugoslavia (Slavia meridionale) sull’Italia. L’Italia è, assieme alla Grecia, la più antica nazione d’Europa ed ha confini geografici e culturali precisi da oltre 2000 anni. Germani e slavi, giunti a sud del Danubio piuttosto tardi e privi per lungo periodo di una vera caratterizzazione etnica unitaria, hanno invaso terre di ben più antico popolamento latino ed italiano.

Ad esempio, in Alto Adige si possono distinguere almeno otto fasi diverse di germanizzazione: nel periodo delle invasioni barbariche, sotto ostrogoti e longobardi, sotto la dinastia degli Ottoni, nel secolo XIV, sotto Massimiliano d’Asburgo, nel secolo XVII, sotto Maria Teresa, sotto Francesco Giuseppe.

Lo stesso è accaduto, mutatis mutandis, in Venezia Giulia ed in Dalmazia: con il vero e proprio genocidio fisico avvenuto nel VII secolo d.C. al momento dell’invasione dei Balcani da parte delle tribù slave; con la scomparsa delle comunità latinofone ancora esistenti nel secolo XIV nell’alta e media valle dell’Isonzo; con la slavizzazione di parte dell’Istria nei secoli XVI-XVII in seguito al ripopolamento di alcuni comuni colpiti da epidemie con abitanti provenienti dall’entroterra balcanico; sotto Francesco Giuseppe, con le persecuzioni in Dalmazia fra le due guerre mondiali; poi naturalmente con le foibe e l’esodo.

Un genocidio su grande scala avvenne al momento dell’invasione degli slavi alla fine del VI secolo d.C e specialmente nella prima metà del VII, quando per la prima volta scesero a sud del Danubio spandendo ovunque massacri d’enormi proporzioni e costringendo i superstiti delle stirpi latine a rifugiarsi in Istria ed in Dalmazia.

Furono distrutte intere città, come Salona all’epoca principale centro urbano della  Dalmazia, totalmente annientata. I superstiti fuggirono nelle isole, trasferendosi infine nella villa fondata dall’imperatore romano Diocleziano, Asphalatos, che divenne in nucleo della futura città di Spalato. Questo avvenne tra il 638 ed il 641. Lo stesso accadde con la fondazione di Ragusa e Traù, in origine isole costiere, oppure per Zara posta su di una penisola.

La chiesa metropolitana di Aquileia, grande centrale evangelizzatrice dell’Europa centrale, fu testimone impotente della progressiva distruzione di alcune delle sue più antiche diocesi suffraganee (Aguntum, Teurnia, Scarabantia, Emona, Celeia, Poetovio, Virunum). Anche dopo le immense devastazioni nella Pannonia romana (bizantina all’epoca) erano sopravvissute comunità di lingua romanza, rintracciabili ancora ai tempi di Carlo Magno sino quasi all’odierna Ungheria.

Rimasero però gruppi di italiani su tutto l’arco alpino orientale. Ancora il francese Auguste De Marmont, nel suo censimento napoleonico, rintracciò l’esistenza di una comunità italiana abbastanza numerosa nella zona di Tolmino-Idria, che invece risultava completamente scomparsa un secolo più tardi.

Un altro genocidio, questa volta culturale od etnocidio, avvenne nel 1866-1918 ad opera dell’impero asburgico e dei nazionalisti sloveni e croati suoi alleati, con la slavizzazione forzata, la cacciata, la progressiva privazione dei diritti come gruppo etnico degli italiani. Fu in questi anni che la Dalmazia, italiana e latina sin dai tempi della repubblica romana e da prima della nascita di Cristo, venne forzatamente slavizzata.

Con l’annientamento della italianità della Dalmazia si realizzava ciò che i patrioti italiani avevano predetto sin dal secolo XIX, quando già i nazionalisti croati perseguivano la cancellazione della millenaria presenza italiana ed avveniva una durissima persecuzione contro gli italiani per opera dell’autorità imperiale asburgica.

Il podestà di Spalato Antonio Baiamonti nel suo ultimo discorso davanti alla Dieta Dalmata nel 1887 dichiarò:

«Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse introdotta nelle scuole e negli uffici».
Egli ricordava come gli slavi in Dalmazia fossero immigrati o discendenti di immigrati, in una regione latina ed italiana da 2000 anni e che i nazionalisti croati pretendevano come loro possesso esclusivo, progettando di buttare gli italiani in mare:

«Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma».
Baiamonti affermava profeticamente:

«Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite».
Anche dopo il primo conflitto mondiale proseguirono le violenze e le persecuzioni contro gli italiani, in Venezia Giulia con un’intensa attività terroristica appoggiata dal regime jugoslavo, in Dalmazia con una pulizia etnica orchestrata sempre dalla Jugoslavia che condusse alla fuga di almeno 20 mila italiani.

Da ultimo ebbe luogo il genocidio compiuto dal dittatore comunista Josip Broz, detto Tito, che condusse allo sterminio di massa di decine di migliaia di italiani, alla cacciata di altri 350 mila ed alla mutilazione dal territorio nazionale di due intere regioni, l’Istria e la Dalmazia.

Le foibe e l’esodo sono pertanto inspiegabili in termini di presunta ritorsione al “fascismo”, poiché si pongono in un rapporto di continuità con una lunghissima sequenza di genocidi, invasioni, persecuzioni che gli slavi attuarono contro gli italiani.


venerdì 10 novembre 2023

Personalità: Clovio, Meldolla

Giorgio Giulio Clovio (Novi, 1498 – Roma, 5 gennaio 1578) è stato uno dei più importanti miniaturisti del Rinascimento italiano. Il Vasari lo ha definito come il più grande miniaturista della sua epoca. I contemporanei solevano chiamarlo il "Michelangelo della miniatura".

Non vi sono molte notizie sulla sua gioventù: pare che abbia appreso l'arte del disegno presso il monastero benedettino di Cirquenizza e in seguito abbia studiato a Roma con Giulio Romano.

Nel 1516 lavorò a Venezia ospite dei Contarini, in seguito a Firenze e, dopo una breve parentesi a Buda alla corte di Luigi II d'Ungheria e Boemia, per un lungo periodo a Roma al servizio dei Farnese (dove crea il Lezionario Farnese), dove conobbe e fu protettore del giovane Doménikos Theotokópulos, noto in seguito come "El Greco".

Morì a Roma nel 1578 ed è sepolto nella Basilica di San Pietro in Vincoli.

Le sue opere rappresentano ritratti e scene storiche dipinte con grande precisione e ricchezza di colore. Il suo capolavoro è il Libro d'Ore del cardinale Alessandro Farnese realizzato nel 1546, ma vanno citate anche una Crocefissione, una Pietà, un Autoritratto ed il Commentario alle epistole di San Paolo.

Il Vasari ci dice che i suoi genitori furono d’origine macedone. Con tutta probabilità dunque fu un “morlacco” o “valacco” di quelli fuggiti davanti all’avanzata dei turchi nei Balcani. Novi di Dalmazia era una città con una presenza italiana anche se non appartenne mai alla Serenissima. Tuttavia la predisposizione per le arti fecero sì che l’Italia divenisse la mecca di Clovio. Studiò con Giulio Romano e lavorò per i Contarini e soprattutto per i Farnese. Fu il protettore del pittore El Greco. Considerato uno dei più eminenti minatori della sua epoca, anche se definito “croato” o “illirico” (così per esempio sulla sua tomba) o “macedone”, non c’è dubbio che trascorse tutta la vita nell’ambiente culturale italiano, facendone parte appieno. 

La forma slavizzata — Julije Klović — del suo nome è solo una recente creazione, Clovio per tutta la vita ha sempre firmato col suo nome italiano.


Andrea Meldolla, detto Andrea Schiavone o lo Schiavone, (Zara, 1510/1515 – Venezia, 1º dicembre 1563) è stato un pittore e incisore italiano, attivo soprattutto a Venezia. È uno dei protagonisti del Manierismo veneto.

La famiglia era originaria di Meldola, in Emilia-Romagna. 
Ebbe una formazione quasi da autodidatta formandosi sulle stampe del Parmigianino, del Tintoretto e di Francesco Salviati. L'influenza che su di lui ebbe l'arte dei contemporanei Tiziano e Tintoretto è stravolta nel suo monumentalismo esasperato, nel suo stile enfatico e quasi espressionista che sarà esemplare per le successive sperimentazioni di Jacopo Bassano e Rembrandt.

Bisognerebbe considerare l'influenza di un altro pittore, Lorenzo o Pietro Luzzo, chiamato "Zarotto" che portò a Venezia gli spunti derivanti dalla pittura romana antica, protoimpressionista, in ambito Giorgionesco. Vedi in particolare il dipinto di Schiavone "Incontro di un uomo e una donna".

Tra le sue opere, l'Adorazione dei Magi (1547) alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, i Filosofi nella Biblioteca nazionale Marciana di Venezia, nella Chiesa dei Carmini a Venezia sono presenti sue tele sulle cantorie attuali, Caino e Abele (circa 1542) nella Galleria Palatina degli Uffizi e le ante dell'organo (circa 1550) per la chiesa di san Pietro a Belluno.

Anche in questo caso il nome “Andrija Medulić” è un’invenzione moderna di metà ottocento.

Personalità: Biondi, Cotrugli, Baglivi

Gian Francesco Biondi (Lesina, 1572 – Aubonne, 1644) è stato uno scrittore, diplomatico e storico italiano.

La sua famiglia apparteneva alla piccola nobiltà isolana, seppure di ridotte possibilità finanziarie. Questo non gli impedì di completare gli studi laurandosi in diritto a Padova. Intraprese poi la carriera diplomatica a Venezia. Fu a Parigi dal 1606 al 1608 come segretario privato dell'ambasciatore veneziano Priuli negli anni in cui la Serenissima, colpita dall'Interdetto, aveva bisogno di assicurarsi l'appoggio francese. A questi anni risalgono la conversione alle dottrine riformate e i primi tentativi di entrare a servizio di Giacomo I d'Inghilterra.

Tornato a Venezia, Biondi si adoperò per la diffusione della Riforma in laguna, portando con sé numerosi testi, che sostenevano la necessità del contenimento delle pretese ecclesiastiche da parte dello Stato, e fungendo da tramite per i rapporti fra Sarpi e Casaubon, Micanzio e von Dohna.

Per conto dell'ambasciatore inglese Henry Wotton, nel 1609 Biondi partì per Londra, con lo scopo di sottoporre a Giacomo I la proposta, formulata da Paolo Sarpi, della costituzione di una lega antipapale e antispagnola, che unisse non solo Paesi protestanti, ma anche Stati cattolici (ivi compresa la Serenissima) insofferenti della preponderanza della Santa Sede e degli Asburgo.

La missione londinese non ebbe effetti sulla prudente politica estera dello Stuart, ma fruttò il finanziamento di un'ulteriore campagna di propaganda della Riforma a Venezia. Nel 1610 Biondi ebbe un incarico diplomatico per conto della Serenissima in Delfinato e in Provenza, al fine di osservare le mire espansionistiche del duca Carlo Emanuele I e i suoi rapporti con la Francia (che con la reggenza di Maria de' Medici si stava riavvicinando alla Spagna), riferendo però sia a Venezia che all'Inghilterra.

Nel 1612 fu di nuovo a Torino, al seguito di Wotton che negoziava il matrimonio tra una figlia del duca e il primogenito di Giacomo I. Nella seconda metà dello stesso anno, Biondi seguì il suo protettore prima in Inghilterra e poi all'Aia. Nel 1615 fu invece inviato in Francia come rappresentante di Giacomo I all'assemblea calvinista di Grenoble, con l'incarico di assicurare l'appoggio dell'Inghilterra ai protestanti francesi. Dal 1616 al 1620 divenne agente di Carlo Emanuele I, continuando però a riferire agli inglesi le mosse del duca.

Nel 1622, Biondi fu creato da Giacomo I prima cavaliere e poi gentiluomo della camera privata e sposò Maria Mayerne, sorella del protomedico del re Théodore de Mayerne. Grazie a questa nuova posizione e alle pensioni che ricevette dalla Corona inglese, Biondi poté dedicarsi all'attività letteraria e storiografica (L'Eromena, Venezia 1624; La donzella desterrada, Venezia 1627, Il Coralbo, Venezia 1632; Istoria delle guerre civili d'Inghilterra tra le due case di Lancastro e Iorc, Venezia 1637-1644).

Quando, nel 1640, le tensioni tra Carlo I e il Parlamento inglese iniziarono divennero sempre più preoccupanti, Biondi preferì lasciare l'Inghilterra e trasferirsi ad Aubonne, in Svizzera, presso il cognato Mayerne, dove morì nel 1644.

Benedetto Cotrugli (in latino Benedictus de Cotrullis; Ragusa, 1416 – L'Aquila, 1469) è stato un diplomatico ed economista italiano.

Nacque a Ragusa da Giacomo e Nicoletta Illich, trascorse 15 anni a Napoli, dove prima svolse l'attività di console della Repubblica marinara dalmata e in seguito fu uditore della Sacra Rota, giudice della cause, commissario e - secondo quanto scrive il Gliubich - ministro di stato alla corte di Alfonso V d'Aragona e del suo successore Ferdinando I di Napoli. In questi anni ebbe la possibilità di entrare in contatto con una serie di dotti umanisti. Fu dapprima avventore della zecca di Napoli e poi maestro di zecca a Napoli e all'Aquila.

La maggior parte della sua vita, caratterizzata da numerosissimi viaggi per nave, quasi sempre legati alla sua attività commerciale, la passò tra Venezia, Napoli e la Dalmazia. Figlio di mercanti e mercante lui stesso di formazione, quantunque integrata da un periodo di studi filosofici presso l'Università di Bologna, osservò ed approfondì le metodiche di gestione, incluse quelle di contabilizzazione, utilizzate fino a quel tempo, componendo la sua opera più nota: il libro de l'arte de la mercatura, da lui scritto nel 1458 a Castel Serpico (Napoli) e stampato per la prima volta (editio princeps) a Venezia da Francesco Patrizi per la casa editrice Elefanta nel 1573 (seconda edizione ivi, 1602), (ben 115 anni dopo la redazione del manoscritto originale, quando Cotrugli era già morto da tempo) con il titolo Della mercatura e del mercante perfetto . Attualmente è ritenuto il primo illustratore della 'partita doppia',sistema contabile che introdusse anche nella zecca di Napoli.

All'inizio del 1998 presso la Libreria Nazionale di Malta venne ritrovato un manoscritto di questo libro (intitolato Libro de l'Arte de la Mercatura), datato 1475 (copista Marino de Raphaeli de Ragusa) e di nove anni più antico del più vecchio precedentemente conosciuto (copista Strozzi, 1484). Il testo di questo manoscritto è seguito da un'appendice della medesima mano, considerata ancor più importante e preceduta da alcune istruzioni: contiene un inventario e 266 annotazioni contabili giornaliere.

Tali annotazioni contabili riguardano questioni manifestamente verificatesi, suddivise per temi: indicazioni di vari tipi di transazioni e commerci, comprensivi di tasse, costi di intermediazione ed altri costi, "Camera d'Imprestedi", lettere di scambio, viaggi commerciali (a Beirut, Alessandria d'Egitto e in Spagna), assicurazioni marittime, produzione di seta, costruzione di case, vendita o affitto di immobili, baratti; il tutto inframmezzato da altre annotazioni ed istruzioni.

La forma e il contenuto delle note giornaliere sono tipicamente veneziane, e tutto può essere datato alla prima metà del XV secolo. Molti nomi contenuti all'interno delle note sono riscontrabili anche in altri noti repertori coevi, come quelli di Giacomo Badoer e di Andrea Barbarigo; c'è anche una nota su un "Banco de Soranzi" che fallì nel 1453.

Questa appendice è la più vecchia raccolta di note contabili giornaliere in un libro di testo per mercanti finora conosciuta (J. Postma - A.J. van der Helm, la Riegola de Libro, vedi nota bibliografica).

Ma gli elementi di novità e di interesse di questo importante testo - a lungo rimasto nell'oblio - ai fini della storia economica, ed in particolare degli studi economico aziendalistici, vanno ben oltre la semplice attribuzione della "paternità" della partita doppia, tanto da portare i proff. Luc Marco e Robert Noumen, del centro di ricerca in gestione e management dell’Università di Parigi 13, nelle conclusioni della ampia e circostanziata prefazione alla loro pubblicazione del 2008 intitolata (non a caso) "Cotrugli: notre fondateur?" (vedi nota bibliografica) ad affermare: «È per la sua freschezza di pensiero e la grande conoscenza dell’anima del commercio e degli affari industriali e finanziari che egli [Cotrugli] può essere legittimamente considerato il primo autore moderno della scienza della gestione».

In anni recenti è stata trascritta un'altra opera manoscritta del Cotrugli: il De Navigatione (1464), in lingua italiana tranne la dedica iniziale al Senato della Repubblica di Venezia, in lingua latina.

Sempre recentemente, un significativo contributo alla riscoperta e divulgazione del pensiero di questo importante autore è stato dato dai lavori di approfondimento e traduzione di alcuni docenti ed esperti facenti capo all'Università Cà Foscari di Venezia che hanno portato ad una serie di importanti pubblicazioni sia a livello nazionale sia, soprattutto, internazionale.

Nel 2017 è stata pubblicata dalla casa editrice Palgrave Mcmillan la prima traduzione in lingua inglese del Libro de l'arte de la mercatura (The Book of the Art of Trade) a cura di Carlo Carraro e Giovanni Favero, dell'Università Cà Foscari di Venezia, con introduzione di Niall Ferguson, professore di Storia ad Harvard, basata sull'edizione critica del testo originale effettuata da Vera Ribaudo, dell'Università Cà Foscari di Venezia, pubblicata nel maggio del 2016, Edizioni Cà Foscari.

Nel 2022 viene pubblicata dalla casa editrice Guerini Next la prima traduzione integrale in italiano contemporaneo del libro dell'arte di mercatura, curata da Vera Ribaudo, già autrice dell'edizione critica pubblicata nel 2016 per le edizioni Cà Foscari, con testo in volgare a fronte e corredata da scritti di Marco Vitale, Carlo Carraro, Tiziana Lippiello e Fabio L. Sattin.


Giorgio Baglivi (Ragusa, 8 settembre 1668 – Roma, 15 giugno 1707), è stato un anatomista italiano.

Nato a Ragusa in Dalmazia dal padre Biagio - detto Armeno, molto probabilmente a motivo dell'ascendenza geografica familiare - e da Anna de Lupis, assieme al fratello Jacopo rimase orfano in tenera età e venne quindi educato prima da uno zio e poi nelle scuole dei Gesuiti.

All'età di 15 anni lasciò Ragusa per raggiungere Lecce dove, assieme al fratello, nel 1684 venne adottato dal medico Piero Angelo Baglivi - assai noto in Puglia e in amicizia con la nobile famiglia dei Pignatelli - del quale assunse il cognome. Iniziò quindi a studiare i classici, mentre si avviava alla pratica medica sotto la guida del padre.

Baglivi si laureò - probabilmente a Salerno - nel 1688, e poi visitò gli ospedali di molte città in Italia e all'estero, fra le quali Padova, Venezia e Firenze. Alla fine decise di stabilirsi a Bologna, ove divenne allievo di Marcello Malpighi, già affermato scienziato di valore. Nel 1691, quest'ultimo venne chiamato a Roma quale archiatra di papa Innocenzo XII (membro proprio della famiglia Pignatelli), e l'anno successivo invitò Baglivi a seguirlo come segretario scientifico. Nel 1694 Malpighi mori, e Baglivi fu incaricato di eseguirne l'autopsia, compilandone in seguito una brillante relazione.

Baglivi divenne secondo medico del papa e - nel 1696 - professore di anatomia all'Università La Sapienza di Roma. Nel 1697 fu eletto membro della Royal Society, nel 1669 dell'Accademia Naturae Curiosorum e dell'Arcadia, nel 1700 dell'Accademia dei Fisiocratici.

Nel 1701 il nuovo papa Clemente XI riconfermò Baglivi nella sua funzione, nominandolo professore di medicina teorica: la sua fama oramai lo rende uno dei medici più famosi d'Europa.

Colpito da una malattia intestinale seguita da ascite, Baglivi morì a soli 39 anni, nel 1707.

Nella chiesa di San Marcello al Corso, nella quale venne sepolto, nel 1995 l'Accademia Croata di Scienze ed Arti ha fatto quindi apporre una lapide bilingue nella quale si afferma che "Giorgio Baglivi" ("Gjuro" nella parte scritta in croato) è "Nato a Dubrovnik/Ragusa" (solo "Dubrovnik", in croato) "in Croazia nel 1668".

giovedì 9 novembre 2023

Romolo Vennucci

Romolo Venucci (Fiume, 4 febbraio 1903 – Fiume, 3 agosto 1976) è stato un pittore e scultore italiano. 

Il padre - Antal Wnoucsek - era un ufficiale dell'esercito austroungarico, trasferitosi dalla natia Pécs a Fiume, dove sposò Anna Maria Rostand. In famiglia la coppia parlava in ungherese, tedesco e fiumano con i propri sei figli. Romolo studiò nelle scuole ungheresi di Fiume, diplomandosi poi all'Accademia d'Arte di Budapest, ove risiedette dal 1923 al 1928.


Nel periodo fra le due guerre mondiali, cambiò il proprio cognome di ascendenza ceca in Venucci, riconoscendosi con convinzione come italiano.


Fin dal periodo dell'accademia, Romolo Venucci si fece conoscere per le sue opere, che adottavano i linguaggi moderni in voga nell'Europa artistica di avanguardia, in special modo il cubismo. Fra il 1927 e il 1928 venne chiamato ad affrescare la nuova Chiesa dei Cappuccini, mentre fra il 1933 e il 1934 scolpì gli angeli della facciata della Chiesa di Cosala.


Al termine della guerra, Venucci decise di rimanere a Fiume, al contrario della stragrande maggioranza della popolazione.


Per un breve periodo insegnò disegno presso la Casa di Cultura "Vladimir Schwalba-Vid" all'interno dello storico Palazzo del Governo, venendo però licenziato per la scarsa conoscenza della lingua croata.

Venucci si impiegò quindi nelle strutture educative della minoranza italiana: dal 1947 insegnò educazione artistica nelle scuole elementari "Gelsi" e "Belvedere", nonché Storia dell'Arte e Storia della Musica al Liceo di lingua italiana. Organizzò poi - a far data dal 1957 - una serie di corsi di disegno e pittura per il Circolo Italiano di Cultura, creando una scuola locale che sfornò alcuni interessanti artisti come Mauro Stipanov, Gianfranco Miksa e Bruno Paladin e le pittrici Loretta Janko ed Erna Toncinich, divenuta critico d'arte e storico dell'opera del Venucci.


Nel contempo, Venucci percorse un proprio personalissimo tragitto, influenzato da tutti i principali fenomeni artistici dell'epoca: l'impressionismo e l'espressionismo negli anni venti, il già citato cubismo e il futurismo negli anni trenta, l'astrattismo negli anni settanta fino ad un ritorno al realismo nell'ultimo periodo della sua vita, abbinato ad un accentuato colorismo.


Romolo Venucci morì a Fiume il 3 agosto del 1976.

Placido Cortese

Placido Cortese (Cherso, 7 marzo 1907 – Trieste, 15 novembre circa. 1944) è stato un religioso e presbitero italiano. La Chiesa cattolica lo venera come Venerabile.

Nicolò Cortese nasce a Cherso il 7 marzo 1907. Entra in seminario a Camposampiero dai francescani conventuali nel 1920. Veste l'abito religioso con il nome di fra Placido, e, dopo il noviziato trascorso preso la basilica del Santo a Padova (1923-1924), compie gli studi presso la facoltà Teologica S. Bonaventura a Roma, ottenendo la licenza in teologia.

Dopo l'ordinazione sacerdotale (6 giugno 1930), svolgerà il suo apostolato nella basilica del Santo a Padova e, dal dicembre 1933, nella parrocchia di viale Corsica a Milano. Nel 1937 viene richiamato a Padova come direttore del Messaggero di Sant'Antonio, del quale riesce ad incrementare significativamente gli abbonati, portandoli da 200.000 ai circa 800.000 del 1943.

Ma l'interesse maggiore del padre Placido è costituito dal ministero in Basilica e dalla carità. Questa si estese anche agli internati - per lo più sloveni - nel campo di Chiesanuova (un sobborgo di Padova), deportati a seguito dell'occupazione italiana di una parte della Jugoslavia dopo lo smembramento del paese seguito alla sua invasione, e alla nascita in loco dei movimenti di resistenza.

Dopo l'armistizio di Cassibile si impegna attivamente per aiutare sbandati, ebrei e ricercati dal regime nazifascista. Si organizza una trafila di servizi clandestini. Da Padova la via della fuga in Svizzera passa per Milano, tramite padre Cortese, padre Carlo Varischi e il prof. Ezio Franceschini dell'Università Cattolica. La collaborazione tra Concetto Marchesi all'Università di Padova e Franceschini all'Università Cattolica fa nascere l'organizzazione FRA-MA. Tra le numerose persone che operavano in questa rete di salvataggio, particolare rilievo ebbero Armando Romani, le sorelle Martini (Teresa, Lidia e Liliana), Milena Zambon e Maria Borgato. Placido Cortese è anche in contatto con quel clero padovano che si impegnò attivamente fino a prendere le armi a fianco dei partigiani.

Viene tradito da due infiltrati nell'organizzazione. L'8 ottobre 1944 è arrestato e trasferito nel bunker della Gestapo di piazza Oberdan a Trieste dove viene sottoposto a tortura fino a morire; viene forse cremato nella Risiera di San Sabba.

Raffaele Mario Radossi

Raffaele Mario Radossi— Nato il 3 giugno 1887 a Cherso. Sacerdote e vescovo francescano italiano. Ultimo Vescovo italiano di Parenzo e Pola dal 1941 al 1947. Dopo l'occupazione e l'annessione dell'Istria da parte dei comunisti jugoslavi alla fine della seconda guerra mondiale, fu costretto a fuggire nel 1947 e fu definitivamente esiliato sia dal suo vescovado in Istria che dalla sua casa a Cherso, senza mai più farvi ritorno. Arcivescovo di Spoleto dal 1948 al 1967. Si oppose al processo di beatificazione del sacerdote croato Miroslav Bulešić nel 1958, con la motivazione che Bulešić era irrispettoso e insubordinato. Inoltre, Bulešić preferiva il regime comunista di Josip Broz Tito e sosteneva l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia comunista, nonostante fosse consapevole che gli jugoslavi stavano sistematicamente perseguitando i civili italiani e uccidendo il clero (incluso lo stesso Bulešić, che fu poi ucciso dagli stessi comunisti jugoslavi nel 1947). La testimonianza di Radossi contro il sacerdote filo-jugoslavo è stata ignorata dalla gerarchia ecclesiastica, determinata a proclamare comunque Bulešić martire per motivi politici. Arcivescovo titolare di Equilio dal 1967 al 1972. Muore a Venezia il 27 settembre 1972.

Giovanni Moise

Giovanni Moise (Cherso, 1820 – Cherso, 1888) è stato un linguista, grammatico e scrittore italiano.


La famiglia Moise fu una delle più antiche e nobili di Cherso. La sua presenza in città è attestata fin dal XIV secolo, e due Moise parteciparono alla battaglia di Lepanto, imbarcati nella galera chersana agli ordini del sopracomito Collane Drasa.


Nato nel palazzo avito nel 1820, Giovanni Moise passò l'intera sua esistenza a Cherso, impegnato nelle mansioni dovute alla sua condizione di abate. Grazie alla fornitissima biblioteca famigliare, Moise poté dedicarsi agli studi prediletti di grammatica, filologia e letteratura, che lo condussero a divenire uno dei più importanti grammatici italiani del suo tempo.


Morì a Cherso in età avanzata (1888), onorato e rispettato da tutti i suoi concittadini come la massima autorità intellettuale dell'epoca.


Fu definito “un toscano di Cherso”, perché scrisse e pubblicò, nel 1867, una “Grammatica della lingua italiana” che fu lodata da insigni studiosi e letterati, come Niccolò Tommaseo e Giosuè Carducci. 


Opere


Degli anni giovanili sono da ricordare alcune opere minori, quali le Regole del giuoco del quintilio, La vita della serva di Dio Suor Giacoma Giorgia e L'esercizio quotidiano di devozione per la sposa di Gesù (...). Questi ultimi due furono scritti su richiesta delle Suore Benedettine di Cherso. Dal 1873 fino alla morte, Moise curò la pubblicazione delle Strenne Istriane, con lo pseudonimo di "Nono Caio Baccelli": si tratta di vari almanacchi, novelle, dialoghi sulla lingua e racconti di viaggio.


Attese alla sua opera principale - quella Grammatica della lingua italiana, pubblicata infine a Venezia nel 1867 - per ben ventun anni. Per questo ponderoso studio di oltre mille pagine in tre volumi, Moise seguì l'ortografia etimologica del Gherardini, abbandonata però nella seconda edizione (Firenze, 1878). Nel 1875, sempre a Firenze, Moise diede alle stampe la Grammatichetta della lingua italiana, che ebbe tre edizioni (l'ultima nel 1889).


Dalla Grammatica, Moise estrasse con chiaro intento pedagogico le Regole ed osservazioni della lingua italiana proposte ai giovinetti studiosi (1884).


Il Moise - come la maggior parte dei suoi contemporanei - segue la dottrina della scuola grammaticale francese (nota col nome di grammatica filosofica o grammatica generale), che pretendeva di fondare lo studio delle lingue su principi filosofici e di stabilire una corrispondenza diretta fra le categorie grammaticali e quelle logiche. Nella prefazione alla sua Grammatica, il Moise cita quindi la prefazione alla Grammaire générale del Beauzée (1767), insistendo sulla distinzione tra arte e scienza grammaticale.


Questa sua scelta gli attirò anche delle critiche, in particolare di non aver preso in considerazione la moderna filologia, e di non riuscire quindi a percepire il chiaro sviluppo storico della lingua italiana. Due fra i suoi più aspri critici furono il triestino Gianmaria Cattaneo e il veglioto Giuseppe Vassilich. In particolare, quest'ultimo lo rimproverò di non voler "tratte profitto dei recenti studi filologici, forse perché in gran parte opera di stranieri". Risulta molto probabile quindi che il Moise non conoscesse l'ampia opera del Diez, pubblicata solo in lingua tedesca.


Giovanni Moise cercò di trarre profitto dalle critiche, chiedendo delucidazioni all'inizio degli anni '80 al già citato Fornaciari, ma senza ricevere grandi informazioni. Nel 1887 iniziò una corrispondenza col prof. Giuseppe Vettach, allora direttore del Ginnasio (Liceo) Comunale di Trieste, dalla quale si ricava una rinnovata consapevolezza e il desiderio di ritornare ai propri studi con la "mente disnebbiata". Gli mancò il tempo, visto che la morte lo colse solo l'anno dopo.