giovedì 9 novembre 2023

Francesco Patrizi

Francesco Patrizi (in latino: Franciscus Patricius, Cherso, 25 aprile 1529 – Roma, 6 febbraio 1597) è stato un filosofo e scrittore italiano, di orientamento neoplatonico.

Nel 1538 era già imbarcato su una nave al comando dello zio Giovanni Giorgio Patrizi; dopo aver studiato a Cherso con Petruccio da Bologna, nel 1544 fu a Venezia, dove studiò grammatica con Andrea Fiorentino, passando poi a Ingolstadt, sotto la protezione del cugino, il luterano Mattia Flacio Illirico.

Nel 1547 era a Padova per studiare filosofia con Bernardino Tomitano, Marco Antonio Passeri, detto "Il Genua", Lazzaro Bonamico e Francesco Robortello; qui fu presidente della Congrega degli Studenti Dalmati e pubblicò i suoi primi scritti.

In una tarda lettera, indirizzata il 12 gennaio 1587 all'amico Baccio Valori, scrisse che a Padova aveva «trovato un Xenofonte greco e latino, senza niuna guida o aiuto, si mise nella lingua greca, di che havea certi pochi principi in Inghilstat, e fece tanto profitto che a principio di novembre e di studio ardì di studiare e il testo di Aristotile e i commentatori sopra la Loica greci. Andò ad udir il Tomitano, famoso loico, ma non gli pose mai piacere, senza saper dire perché, onde studiò loica da sé. L'anno seguente entrò alla filosofia di un certo Alberto e del Genoa e né anco questi gli poterono piacere, onde studiò da sé. In fin di studio udì il Monte medico, e gli piacque per il metodo di trattar le cose, e così Bassiano Lando, di cui fu scolare mentre stette in istudio. E fra tanto, sentendo un frate di S. Francesco sostentar conclusioni platoniche, se ne innamorò, e fatto poi seco amicizia dimandogli che lo inviasse per la via di Platone. Gli propose come per via ottima la Teologia del Ficino, a che si diede con grande avidità: E tale fu il principio di quello che poi sempre ha seguitato».

A Venezia nel 1553 pubblicò la Città felice, il Dialogo dell'Honore, il Discorso sulla diversità dei furori poetici e le Lettere sopra un sonetto di Petrarca. Alla morte del padre nel 1554 tornò a Cherso per occuparsi dell'eredità e vi rimase per quattro anni.

Tornato in Italia, intenzionato ad entrare nella corte del duca di Ferrara Ercole II d'Este, gli presentò il suo poema, Eridano, scritto negli innovativi versi martelliani tredecasillabi, senza tuttavia ottenere il successo sperato. Passato allora a Venezia, sotto il patronato di Giorgio Contarini, fondò con il poeta Bernardo Tasso, il padre di Torquato, l'Accademia della Fama e scrisse i dieci Dialoghi della Historia nel 1560 e nel 1562 i dieci Dialoghi della Retorica.

Mandato a Cipro per curare gli interessi del Contarini, si diede al commercio e all'acquisto di manoscritti greci e si trovò a dover anche partecipare alla guerra turco-veneziana, imbarcato nella flotta comandata da Andrea Doria. Passato al servizio dell'arcivescovo di Cipro Filippo Mocenigo, nel 1568 ritornò in Italia, e si stabilì a Padova, precettore di Zaccaria, nipote del Mocenigo e scrivendo le Discussioni peripatetiche il cui primo volume fu pubblicato nel 1571 e interamente nel 1581 a Basilea, dedicate a Zaccaria Mocenigo. Conquistata Cipro dai turchi, perdette il patrimonio investito nell'isola; vendette allora i manoscritti greci a Filippo II di Spagna e si trovò a dovere chiedere aiuto ad amici ai quali dedicò la sua Amorosa filosofia.

Dal 1577 al 1592 insegnò filosofia nell'università di Ferrara, e fu membro dell'Accademia della Crusca nel 1587, continuando a pubblicare scritti filosofici, letterari, di strategia militare, di ottica, d'idraulica, di botanica; nel 1581 pubblicò le Discussioni peripatetiche, nel 1585 il Parere in difesa di Ludovico Ariosto, nel 1586 il Della Poetica, ove sostenne la superiorità della lingua volgare sul latino, nel 1587 la Nuova geometria dedicata a Carlo Emanuele I di Savoia, la Philosophia de rerum natura e nel 1591 la Nova de universis philosophia, che fu temporaneamente messa all'Indice dal Sant'Uffizio, per essere poi rimossa in seguito alle correzioni fatte dello stesso Patrizi.

Nel 1592 l'amico papa Clemente VIII lo nominò professore presso lo Studium Urbis. A Roma pubblicò nel 1594 la sua ultima opera, i Paralleli militari. Fu anche membro della confraternita di San Girolamo di Roma, cui potevano accedere "illirici, dalmati e schiavoni".

Personalità: Bertini, Seghizzi, Biasoletto

Florido Bertini (Buie, 9 dicembre 1841 – Roma, 12 giugno 1915) è stato un attore italiano.

Florido Bertini partecipò alla spedizione dei Mille ed ebbe una pregevole carriera di "brillante" e di "caratterista", in numerose compagnie primarie della seconda metà del XIX secolo.

Verso la fine del secolo assunse anche cariche direttive in qualche formazione teatrale, tra le quali la Luigi Bellotti Bon nel 1891. 

Una sua traduzione di Teresa Raquin, rappresentata al Teatro napoletano dei Fiorentini, nel 1879, offrì alla giovanissima, allora ventenne, Eleonora Duse, l'occasione di dimostrare per la prima volta le sue straordinarie doti.

Florido Bertini ebbe anche una carriera cinematografica, e tra le sue recitazioni si ricorda la sua partecipazione al film Re Lear (1910), assieme a Francesca Bertini ed Ermete Novelli.

Augusto Cesare Seghizzi (Buie, 1873 – Gorizia, 1933) è stato un compositore e direttore di coro italiano.

La famiglia si trasferisce a Gorizia, per una breve parentesi nel 1874 e stabilmente poi dal 1888. In questo periodo intermedio Augusto vive anche a Trieste dove effettua i primi studi musicali col padre, il quale, dopo il rientro della famiglia a Gorizia, si sposta a Terni dove trova impiego come Maestro di cappella. Nel 1897 muore il padre e Augusto deve quindi rapidamente prendere in mano, assieme alla madre, le redini della famiglia in quanto primogenito e unico figlio maschio. La sua attività di compositore si alterna a quella di esecutore, viene infatti invitato a collaborare alla realizzazione di concerti, in cui suona il pianoforte, all'interno di circoli ed associazioni culturali presenti in gran numero in città. Nell'ottobre del 1894 è assunto come organista nella chiesa di Sant'Ignazio con il compito di suonare durante le funzioni liturgiche. Nel 1897 diventa organista anche nella chiesa dei Santi Vito e Modesto, fra l'acclamazione della gente, che accoglie festante il Maestro il giorno della presentazione ufficiale. Proprio il 1900 gli porta dunque nuovi successi, quali la partecipazione in qualità di pianista accompagnatore ed insegnante di canto all'interno di accademie organizzate da varie associazioni e club locali. In occasione di una di queste feste scrive un inno popolare, genere molto diffuso nella Gorizia di fine Ottocento, che viene eseguito dal coro accompagnato dalla banda. Con questa composizione riscuote un inatteso successo di pubblico confermato anche dalle critiche lusinghiere apparse sulla stampa locale.

Nel 1902, sull'eco degli ottimi risultati ottenuti in quegli anni, viene nominato organista nella chiesa Metropolitana. Nello stesso anno incontra e sposa Palmira Pizzioli, figlia del proprietario del Caffè Europa, uno dei locali più frequentati di piazza Grande, che sarà la fedele compagna della sua vita e che gli darà due figli, Natale e Cecilia. I figli, e particolarmente la ragazza Cecilia Seghizzi saranno dei brillanti musicisti. Nel 1904 oltre al normale, ma intenso, lavoro di composizione, inizia ad insegnare nella Civica scuola di musica, continuando le sue attività fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1915 il Maestro viene infatti internato nel campo dei profughi meridionali a Wagna di Leibnitz, qui trova subito lavoro e diventa insegnante nella piccola scuola allestita temporaneamente nella sala del refettorio. Nel periodo trascorso a Wagna il musicista abbozza una serie di composizioni per coro ed orchestra, che costituiranno il nucleo originale e fecondo di quelle Gotis di Rosade che permangono fino ad oggi un piccolo monumento musicale dell'elaborazione del materiale popolare in lingua friulana.

Bartolomeo Biasoletto (Dignano d'Istria, 24 aprile 1793 – Trieste, 17 gennaio 1859) è stato un chimico, botanico e naturalista italiano.

Di umili origini, iniziò a lavorare all'interno di alcune farmacie tra Fiume e Trieste. Quindi decise di studiare farmacia a Vienna, ove conseguì la laurea nel 1814. Svolse un anno di pratica a Wels, in Austria, dove, appassionatosi di botanica, incominciò a formarsi un erbario.

Al rientro a Trieste, nel 1817, acquistò una farmacia propria. Qui, nel 1819, conobbe David Heinrich Hoppe, direttore della Società botanica di Ratisbona, con il quale formò un fortunato sodalizio di ricerca, sostanziatosi mediante il rinvenimento di numerose specie e la stesura di diversi articoli scientifici, che consentirono a Biasoletto di acquisire già una certa fama. Nel 1823 conseguì, presso l'Università di Padova, anche la laurea in filosofia.

Negli anni successivi compì numerosi viaggi, specie in Istria, accompagnando diversi esponenti del panorama scientifico internazionale. 
Nel 1833 un viaggio di ricerca in compagnia di Muzio Tommasini portò all'uscita di un interessante lavoro sulla flora della Venezia Giulia e dell'Istria. 

I due botanici, poi, nel 1838, parteciparono assieme ad una più importante spedizione scientifica, a capo della quale si trovava Federico Augusto II, re di Sassonia. A tale evento Biasoletto dedicherà qualche anno più tardi una relazione, più volte ristampata, dal titolo Viaggio di S.M. Federico Augusto re di Sassonia per l'Istria, Dalmazia e Montenegro (1841). Nel frattempo, però, sotto l'egida del gremio farmaceutico di Trieste, creato nel 1820, diede vita ad un gabinetto botanico (1828), di cui sarà direttore dal 1831, che costituisce di fatto il primo giardino botanico di Trieste (al suo posto sorgerà, nel 1842, l'attuale Civico Orto Botanico).

Le sue ricerche, nell'applicazione della teoria alla pratica nel campo della botanica associato allo chimica, lo misero in luce facendolo diventare socio corrispondente dell'Accademia dei Georgofili[4] e garantendogli la partecipazione a diverse sessioni dei congressi degli scienziati italiani, che si svolsero dal 1839 al 1847. Biasoletto intervenne anche ai congressi naturalistici tenutisi a Vienna nel 1832 e a Praga nel 1836. Fu socio delle più importanti istituzioni di scienze naturali europee.

Personalità: Luciani, Bartoli, Radole

Tomaso Luciani (Albona, 7 marzo 1818 – Venezia, 9 marzo 1894) è stato un patriota italiano.

Da giovane venne a contatto con il podestà locale il quale lo instradò presto nell'amministrazione comunale. A circa trent'anni assunse la massima carica municipale gestendo l'albonese fino al 1849 – e in una seconda occasione dal 1859 fino al 1861 – apportando una serie di innovazioni, dimostrandosi così molto vicino ed attaccato alla popolazione locale.


Dato il suo grandissimo fervore patriottico nel 1848 caldeggiò, alla notizia degli avvenimenti di Vienna, Milano e Venezia, l'insurrezione nella sua piccola Albona, senza curarsi delle possibili conseguenze data la sua carica di funzionario austriaco, assieme ai patrioti locali organizzando anche reclutamenti clandestini di volontari da inviare a Venezia nella Legione dalmato-istriana e tenendosi strettamente in contatto con i compagni istriani giunti nella città lagunare nell'imminenza di un tanto atteso sbarco di volontari per liberare ed includere nei confini della Madrepatria la piccola penisola adriatica, separata dalla sua capitale storica dagli austriaci dopo il Congresso di Vienna.


Soffocata la rivoluzione dalle truppe II. RR. tornò ad occuparsi delle faccende comunali e a viaggiare per il Paese, recandosi, in cerca di informazioni sulla sua terra, nelle principali biblioteche italiane. Nel 1859, in piena seconda campagna risorgimentale, sperò vivamente che le armate francesi e piemontesi, vittoriose a Solferino e San Martino, potessero arrivare a liberare almeno l'Istria ex-veneta per includerla nella Confederazione italiana pattuita a Plombières.


Il suo inesauribile sentimento d'amore per l'Italia lo portò nella primavera del 1861, dopo che il conte di Cavour ebbe espressa la propria volontà di un istriano tra i maggiori esponenti del Comitato d'emigrazione veneta, a spostarsi nello Stato Italiano, non ancora riconosciuto dall'Austria ed appena costituitosi il 17 marzo, per partecipare quindi tra le file dei protagonisti del Risorgimento. Furono da una parte un gruppo tra i principali patrioti giuliani da tempo esuli in Piemonte, tra i quali i più noti Pacifico Valussi, Antonio Coiz e Francesco Prospero Antonini, e dall'altra quelli rimasti in Istria, sotto la guida di Carlo Combi, a raccomandare il Luciani. Ottenuto il passaporto, dopo aver ceduto tutte le sue proprietà ad un cugino, varcò il confine austro-sardo e si stabilì a Milano da dove iniziò la sua attività propagandistica portando avanti la causa giuliana parallelamente a quelle veneta e trentina, oltre a stringere una sincera e calorosa amicizia con Giuseppe Garibaldi, il quale mostrerà per lui sempre grande ammirazione. Allo scoppio della Terza guerra d’indipendenza fu l'anima del Comitato triestino-istriano che lottava per la parità del bisogno di annessione della Venezia Giulia con quella del Veneto.


L'esito inconcludente della campagna per le armi italiane, con il solo compenso della Venezia per l'Italia alleata della Prussia e uscita praticamente sconfitta dal conflitto con l'Austria, diffuse molte amarezze nell'animo del Luciani che non riuscì a vedere la sua terra ricongiunta alla Madrepatria. Si spegnerà a Venezia nel 1894. Tra le sue opere si rievoca la più nota «Tradizioni popolari albonesi» uscita due anni prima della sua scomparsa.


Matteo Giulio Bartoli (Albona, 22 settembre 1873 – Torino, 23 gennaio 1946) è stato un linguista e glottologo italiano.


Laureato all'Università di Vienna e docente di Glottologia all'Università di Torino dal 1908 fino alla sua morte, avvenuta nel 1946, divenne famoso per i suoi contributi nel campo della geografia linguistica, in particolare per le sue quattro norme sulle aree geografiche. Collaborò all'Atlante Linguistico Italiano e fu docente di Antonio Gramsci. Bartoli, influenzato molto dal suo maestro Meyer-Lübke e da alcune teorie di Croce e Vossler, s'interessò molto alla dialettologia italiana, disciplina allora emergente e metodologicamente all'avanguardia, e scrisse lavori sul dialetto dalmatico, tra cui Das Dalmatische (1906).


Opere principali


Das Dalmatische (1906)

Introduzione alla neolinguistica (1925)

Saggi di linguistica spaziale (1945)

Breviario di neolinguistica (1925; scritto in collab. con G. Bertoni)

Alle porte orientali d'Italia. Dialetti e lingue nella Venezia Giulia (1945).


Giuseppe Radole (Barbana d'Istria, 6 febbraio 1921 – Trieste, 4 dicembre 2007) è stato un organista, musicologo, compositore e direttore di coro italiano.


Venne nominato direttore della "Cappella Civica di S. Giusto" di Trieste, con la quale si esibì in tutta Europa e per la quale compose numerose opere corali. Fu chiamato spesso come giurato a concorsi nazionali ed internazionali di esecuzione corale e nominato membro permanente della Commissione artistica del Concorso internazionale "Seghizzi" di Gorizia.

Radole ha rivolto la sua attenzione ai canti di tradizione orale dell'area veneto, friulana ed istriana, da cui ha tratto interessanti elaborazioni per coro. Alcune musiche sacre però sono riconducibili a Giuseppe Tessarolo di Buie d'Istria: maestro di musica e cavaliere del lavoro.

Di notevole pregio anche la sua attività di organografo: gli studi sugli organi antichi, le catalogazioni di organi storici, il manuale di studio organologico su liuto, chitarra e vihuela, edito nel 1979 e ristampato nel 1986, nonché tradotto in varie lingue.


A lui si devono inoltre numerose revisioni di partiture organistiche dei secoli XVIII e XIX, opera di Ignazio Sperger, Gaetano Valerj, Giovanni Battista Pescetti e Francesco Geminiani.

Atti triestini e istriani all'occasione della festa per la liberazione di Venezia

Estratto dal libro: «I Più illustri Istriani ai tempi della veneta repubblica commemorati dagli studenti di Trieste e dell'Istria nella Università di Padova alla libera Venezia festeggiante nel novembre 1866 il re d'Italia». (https://books.google.it/books/about/I_Pi%C3%B9_illustri_Istriani_ai_tempi_della.html?hl=sl&id=Gq0uAAAAYAAJ&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false)
























Personalità: Quarantotto, Ragosa, Santorio

Giovanni Quarantotto — Nato il 9 giugno 1881 a Rovigno, in Istria. Poeta, storico e patriota italiano. Marito di Fides Histriae Gambini. Padre di Pier Antonio Quarantotti Gambini. Ha frequentato le scuole primarie di Albona e Capodistria. Laureato all'Università di Graz nel 1905. Scrive per la rivista italiana “ Pagine istriane ”. Diresse numerose istituzioni scolastiche a Pisino e Trieste. Arrestato nel 1915 dalle autorità austriache con l'accusa di aver sostenuto l'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Deportato nel carcere militare di Sesana. Trasferito a Lebring e Radkersburg come prigioniero politico. Ritornato a Trieste dopo la guerra. Scritto per la rivista italiana “ Histria Nobilissima”. Direttore della Cultura e della Lingua Italiana presso l'Ambasciata d'Italia a Berlino nel 1941. Dopo l'occupazione e l'annessione dell'Istria da parte dei comunisti jugoslavi alla fine della seconda guerra mondiale, fu di fatto esiliato definitivamente e non gli fu mai permesso di tornare nella sua casa in Istria . Ha pubblicato numerose opere tra il 1901 e il 1962. Muore a Venezia il 13 novembre 1977.


Pier Antonio Quarantotti Gambini — (Pisino, 23 febbraio 1910 – Venezia, 22 aprile 1965) è stato uno scrittore, giornalista e bibliotecario italiano, figlio di Giovanni Quarantotto (che successivamente muterà il proprio cognome in «Quarantotti»), di sentimenti irredentisti e membro di un'antica famiglia rovignese, e di Fides Histriae Gambini, capodistriana.

Quasi tutti i suoi romanzi sono ambientati in Istria, terra mitica dell'infanzia e dei primi affetti, rivisitati alla luce tenue del ricordo con l'amara consapevolezza talvolta, che il mondo di cui sono emanazione è per sempre tramontato.


Donato Ragosa — Nato il 1 dicembre 1856 a Buie, in Istria. Farmacista e patriota italiano . Ha frequentato le scuole di Capodistria e Graz. Rifiutato di prestare servizio nell'esercito austro-ungarico nel 1878. Amico di Guglielmo Oberdan. Pianificò un attentato all'imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe con Guglielmo Oberdan nel 1882. Morto a Tuscania il 12 febbraio 1909.


Santorio Santorio — Nato il 29 marzo 1561 a Capodistria, in Istria. Fisiologo, medico e professore italiano considerato il padre della fisiologia sperimentale moderna. Santorio fu il primo a comprendere l'importanza dell'esperimento e dell'adozione dei parametri quantitativi in medicina, per valutare i quali inventò alcuni dispositivi ancora attualmente in uso nella pratica medica, tra cui il termometro e il pulsilogio . Oltre ai suoi meriti in medicina, Santorio fu filosofo e studiò sperimentalmente la struttura della materia, di cui descrisse la struttura corpusculare e meccanica sin dal 1603, anticipando le ricerche successive di Galileo e Descartes. Professore di teoria medica all'Università di Padova. Introdusse l'approccio quantitativo (misurazione del peso) in medicina. Ha inventato diversi dispositivi medici, tra cui il termoscopio e il trequarti per rimuovere i calcoli renali. In primo luogo ad utilizzare un anemometro, un igrometro (un misuratore di corrente dell'acqua), il pulsilogium (un dispositivo a pendolo utilizzato per misurare la frequenza cardiaca), un letto ad acqua precoce e un termoscopio. Ha pubblicato numerosi lavori sulla medicina. Morì a Venezia il 22 febbraio 1636.

Le sue opere ebbero numerose edizioni, diffusione europea e ampia popolarità fino al '700. Classico il De statica medica: uno dei libri più importanti della storia della fisiologia.

(LA) Santorio Santorio, Sanctorii Sanctorii ... Methodi vitandorum errorum omnium qui in arte medica contingunt libri quindecim. Nunc primum accessit eiusdem authoris De inventione remediorum liber, P. Aubert, 1630 [1603], p. PP5.

(LA) Santorio Santorio, Ars de statica medicina, venezia, Niccolo Polo, 1614.

Commentaria in artem medicinalem Galeni, 1612.

Commentaria in primam fen primi libri canonis Auicennae, 1625.

Commentaria in primam sectionem Aphorismorum Hippocratis, 1629.

Opera omnia, 1660.

Di discendenza patrizia, è il più grande di quattro figli, suo padre, Antonio, era un nobile friulano che era stato nominato Capo degli Artiglieri della città e sua madre, Elisabetta Cordonia, era di una prospera e nobile famiglia istriana. I suoi legami con la nobiltà furono di grande aiuto, sia durante l’educazione infantile che i successivi incarichi di carriera. La sua istruzione, iniziata a Capodistria, continuò a Venezia dove ricevette un'educazione privata nella casa degli amici di famiglia, i potenti Morosini. Nel 1575, all'età di 14 anni, iniziò i suoi studi all'Università di Padova, prima in filosofia e poi in medicina. Nel 1582, ricevette la laurea in medicina all'età di 21 anni, un anno più giovane rispetto a quando la ricevette Vesalio (1537), e tre anni più giovane rispetto ad Harvey (1602), entrambi della stessa scuola. Dopo questa data si suppone abbia iniziato i suoi esperimenti statici sul peso del cosiddetto perspiratio insensibilis (1590). Cinque anni dopo la laurea trascorse un certo periodo viaggiando nel dominio veneziano e nell'Est Europa come medico: sicuramente ha visitato Carlstadt (Karlovac) in Croazia, dove ci racconta che condusse altri esperimenti per misurare l'impetus dell'acqua corrente o del vento, andò anche in Polonia forse alla corte di Sigismondo III Vasa, e in Ungheria. Dopo circa 12 anni, tornò a Venezia nel 1599 per continuare a svolgere la sua professione di medico. A Venezia, divenne parte del circolo intellettuale che si riuniva a casa del suo amico d'infanzia e compagno di classe, Andrea Morosini, e comprendeva luminari come Galileo Galilei, Girolamo Fabrici d'Acquapendente (1537-1619) e Paolo Sarpi. Poco dopo il suo ritorno a Venezia, pubblica nel 1602 il suo primo libro: Methodus vitandorum errorum omnium qui in arte medica contigunt. Fu questo libro sulla diagnosi differenziale che determinò la sua fama e che, insieme alle sue forti relazioni sociali, fece sì che venisse invitato a ricoprire il ruolo di Professore di 'Medicina Teorica' a Padova nel 1611. Galileo, che aveva servito come Professore di Matematica (1593-1610) aveva appena lasciato, mentre Girolamo Fabrici d'Acquapendente era Professore di Anatomia e insegnava nell'anfiteatro che aveva costruito nel 1595, e Harvey che aveva completato i suoi studi a Padova (1593-1602) aveva già lasciato da tempo. Nel 1611 fu nominato professore di 'Medicina Teorica' (corrispondente all'attuale fisiologia generale) a Padova. In quella città pubblicò descrizioni di congegni termometrici e di precisione che divennero di largo uso nella pratica medica. La posizione di Primo Professore Ordinario di Teoria era vacante dal 1603. Con Santorio, la cattedra acquisì un medico esperto, un investigatore di una certa importanza, e uno spirito creativo la cui influenza si estendeva ben oltre i confini di Padova. Come professore di Teoria della Medicina, le sue responsabilità erano di interpretare e insegnare gli Aforismi di Ippocrate, l'Arte della Medicina di Galeno e la prima parte del Canone di Avicenna. Nel corso degli anni pubblicò le sue lezioni come commentari sul lavoro di tutti e tre. I commentari che erano iniziati come ausili per l'apprendimento degli studenti si erano evoluti in imprese scolastiche, di un certo interesse, per la modernizzazione dell'insegnamento, almeno fino alla prima metà del XVII secolo. Tra le oltre 60 copie esistenti dei Commentari su Avicenna, quella di Santorio è giustamente famosa perché così insolita nel suo genere per l'inclusione di strumenti scientifici progettati dall'autore per quantificare (polso, temperatura, umidità) lo studio dei pazienti. La loro inclusione indica che Santorio li usò nell'insegnamento della medicina. Tuttavia, il libro che doveva effettivamente stabilire la sua posizione nei posteri come scienziato era un testo relativamente breve sulla “traspirazione insensibile” intitolato Ars de statica medicina e pubblicato a Venezia nel 1614. Durante il suo mandato come professore di 'Medicina Teorica', fu nominato Presidente di un nuovo collegio (Collegio Veneto) nel 1616, carica che mantenne per otto anni fino al 1624, quando all'età di 63 anni si dimise per tornare ad esercitare la professione medica a Venezia. In riconoscimento dei suoi contributi, il Senato di Venezia gli concesse il titolo di professore e un relativo salario a vita. Il fatto che avesse diverse conoscenze potenti al Senato di Venezia, tra cui il suo compagno di scuola Morosini, senza dubbio facilitò questo meritato ma raramente concesso onore. Nel 1630, fu nominato Presidente del Collegio dei Medici di Venezia e direttore sanitario per controllare la peste che allora stava devastando Venezia. Morì il 22 febbraio 1636, all'età di 75 anni, a causa di complicazioni per una malattia alle vie urinarie, della quale soffriva da diversi anni. Sepolto nella Chiesa dei Servi a Venezia, le sue ossa furono dissotterrate durante il saccheggio di Venezia per ordine di Napoleone, in seguito al Trattato di Milano. Le sue ossa, affidate al Professore di Anatomia di Padova, furono infine sepolte nella sua città natale di Capodistria, mentre il suo presunto cranio è conservato nel Museo Anatomico di Padova.

Uomo di piccola statura, con una barba curata, Santorio non fu mai sposato, dedicando tutto il tempo al suo lavoro. Instancabile investigatore, ispirato dalle scienze esatte, si concentrò su quesiti specifici che studiò approfonditamente. Nel suo lavoro dimostrò una pazienza e perseveranza senza precedenti. I suoi studi sulla “traspirazione insensibile”, a cui lavorò con assiduità, erano superiori in approccio, nel design e meticolosità a tutti gli altri del suo tempo. Uomo in anticipo sui tempi, che precedette gli altri luminari del secolo, Santorio fu riconosciuto dai suoi contemporanei come una delle maggiori figure del XVII secolo e considerato alla pari di Harvey. L'Ars de Statica medicina ebbe 28 edizioni, fu molto richiesto fino alla fine del XVIII secolo e fu tradotto in italiano, inglese, tedesco e francese. Il suo adattamento del pendolo alla pratica medica precede gli esperimenti condotti da Galileo con i pendoli, ed era noto ai professori dello studio di Padova sin dal 1600. Fu un pioniere nell'impiego delle misurazioni fisiche in medicina; il suo dispositivo più famoso fu una grande bilancia usata per studiare l'equilibrio omeostatico e le trasformazioni metaboliche. Tra i soggetti che si prestarono alla sperimentazione vi fu anche il collega Galileo Galilei.

Giuseppe Kaschmann

Giuseppe Kaschmann (Lussinpiccolo, 1850 – Roma, 1925) è stato un baritono italiano.

Conosciuto anche come Joseph Kaschmann e Josip Kašman, nacque nell'isola di Lussino. La sua famiglia era di tradizione italiana, come molti lussignani dell'epoca: la madre Eugenia Ivancich era figlia di un armatore lussignano e il padre Giuseppe era un maestro di scuola che si era battuto affinché l'italiano prevalesse sul croato nelle scuole di Lussinpiccolo.

Abbandonata la facoltà di legge a Padova, studiò musica e canto a Udine sotto la guida del maestro Giovannini. Già nel 1868 iniziò ad esibirsi a Zagabria e una delle sue prime apparizioni avvenne nell'opera croata Mislav scritta da Ivan Zajc. L'esordio italiano avvenne nel 1876 con l'opera La Favorita, al Teatro Regio di Torino. Il 26 dicembre 1878 debuttò al Teatro alla Scala di Milano interpretando il Marchese di Posa nel Don Carlo di Giuseppe Verdi.

Nel 1878 fu costretto all'esilio perché ritenuto disertore in quanto non si presentò, pur essendo veterano, quando fu richiamato dal governo austriaco per la guerra con la Bosnia ed Erzegovina. Stabilitosi in un primo tempo a Milano chiese ed ottenne la cittadinanza italiana. Cantò nei principali teatri italiani (la Scala di Milano, il Regio di Torino, il San Carlo di Napoli, il Regio di Parma) ed europei, riportando sempre un grande successo; fu acclamato in Spagna, Portogallo, Russia, Germania e Monte Carlo. Solo grazie all'interessamento di Pio X e in seguito all'amnistia del 1909, riuscì a rientrare in patria dopo trent'anni di lontananza. Nello stesso anno cantò a Trieste e a Zagabria il Giovanni Battista di don Giocondo Fino.

Nel 1887 debuttò a Buenos Aires nel vecchio Teatro Colón. In quella stagione Kaschmann cantó, tra altri titoli, Hamlett, Rigoletto, Ruy Blas, Le Roi de Lahore e Un ballo in Maschera. Ritornò nel 1890 nel Teatro de la Opera accanto a Tamagno e con Marino Mancinelli come maestro concertatore e direttore d´orchestra.

Nel 1884 fece parte della prima compagnia italiana che cantò al Metropolitan Opera House di New York, dove ritornò nel 1896 anche nel repertorio wagneriano, cantato in lingua originale. Fu l'unico baritono italiano a cantare nel tempio wagneriano di Bayreuth nel 1892 e 94.

Nell'ultimo periodo della carriera, dopo essersi dedicato alla musica sacra e al melodramma, passò ad un genere più consono alla sua età affrontando ruoli buffi e comici. Sono di quest'ultimo periodo le sue interpretazioni in Don Pasquale, Il barbiere di Siviglia e Le astuzie femminili.

Anche la figlia Bianca fu una celebre cantante d'opera, sposata con il conte Guido Chigi-Saracini.

Conti Rota di Momiano d'Istria

Stemma dei Conti Rota di Momiano, ancora nella sua sede originale.


Dal 1548 alla metà del XIX secolo, Momiano, il suo Castello e il suo territorio erano in proprietà feudale dei conti Rota, originari del Bergamasco. Nella sua gestione si susseguirono 11 generazioni, che diedero un contributo allo sviluppo sociale e culturale dell’area. 

Sottolineati alcuni tratti salienti della loro presenza a Momiano e in Istria nel corso di tre secoli, che si conclusero con la cessazione degli oneri feudali. Da ricordare che il Castello Rota a Momiano venne menzionato già nel 1035 in un atto di donazione dell’imperatore tedesco. Durante i secoli la costruzione venne modificata e ampliata, sino a diventare uno dei castelli nobiliari più importanti e ricchi del territorio. Nella prima metà del XIX secolo, la famiglia dei conti Rota lasciò il castello, ormai in stato di degrado. Abbandonato alle intemperie e alla devastazione, anche se in gran parte crollato, ancora oggi si erge fieramente su un plateau roccioso alto 10 metri.

Ben definite anche le origini del ramo di Simone Rota, ipoteticamente longobarde (Rotari). Originario da Pianca, frazione di S. Giovanni Bianco in provincia di Bergamo, i suoi rami familiari furono di Milano, Bergamo, Asti, Brescia, Cremona, Venezia, Napoli, Friuli, Francia ed erano cavalieri, conti, capitani, magistrati. Orsino, padre di Simone, era stato nominato conte da Federico III. Morto nel 1570, dispose nel suo lascito testamentario ai momianesi la tassa su case, orti e postisie annuali.