giovedì 9 novembre 2023

Il sentimento istriano nel '48

Nella prima metà del secolo ci fu da parte del Governo austriaco un tentativo di germanizzazione del Litorale con l’imposizione della lingua tedesca nelle scuole Medie e Superiori e nelle pratiche di governo, anche se in Istria l’italiano rimase la lingua usata nell’amministrazione locale, nonché nei tribunali (la Patente Sovrana del 1815 recitava “Le Parti, non meno che i loro Patrocinatori dovranno nei loro atti servirsi dell’idioma italiano”).


Certo è che l’Istria, dopo il distacco dal Veneto soffrì di trovarsi isolata dalla sua tradizionale area di appartenenza e aggregata ad una realtà etnica e culturale ad essa estranea, di carattere continentale, di tradizione agricolo-feudale e clerico-dinastica.

Era naturale perciò che i ceti più colti dell’Istria, che si formavano all’Università di Padova o in altre istituzioni della nostra penisola, assorbissero le idee progressiste del liberalismo italiano nelle sue diverse forme.


Il fenomeno dell’irredentismo adriatico ebbe modo di manifestarsi già nel ’48, all’indomani delle insurrezioni scoppiate a Vienna e successivamente a Venezia (in cui fu proclamata la Repubblica). A Milano, i cittadini insorti costrinsero le truppe austriache del maresciallo Radetsky ad evacuare la città e con l’intervento militare del Regno Sabaudo in Lombardia iniziò la prima guerra di indipendenza.

Tali avvenimenti suscitarono nelle cittadine istriane entusiasmi e speranze. Fu istituita la Guardia nazionale di napoleonica memoria e la popolazione si abbandonò a baldorie per le strade, salutando con euforia la emanazione della Costituzione di Vienna, esibendo coccarde bianche, rosse e verdi, in segno di appartenenza nazionale italiana e inneggiando a Papa Pio IX.

Il timore di una insurrezione creò allarme nella autorità austriache come si desume, ad esempio, dalle lettere fra l’I.R. Luogotenente del Litorale e il commissario del distretto di Pirano. Quest’ultimo, l’11 aprile rispondeva al suo superiore che sarebbe stato opportuno rinforzare la guarnigione di Pirano, portandola ad almeno 600 uomini per le sempre più manifeste simpatie della popolazione per l’Italia. Temeva che potesse essere issata la bandiera repubblicana, dato che la gioventù del luogo, in specie la Guardia nazionale con a capo l’avv. Venier, portava sul petto una croce come simbolo di una crociata italiana che si stava organizzando.

Lo stesso generale Nugent, presente in Istria, propose di armare le popolazioni slave dell’Istria interna e montana per servirsene, al bisogno, contro gli italiani animati di sentimenti ostili all’Austria. Per fortuna la proposta fu saggiamente bocciata dal capitano del Circolo di Pisino, barone Grimschitz, timoroso di alimentare una guerra civile, perché gli slavi dell’Istria ex austriaca, avrebbero potuto sfogare il proprio odio con rapine ed atti di violenza, indiscriminatamente, nell’Istria ex veneta.


La flotta sardo-veneziana intanto incrociava al largo della costa istriana alimentando l’entusiasmo e la volontà di molti giovani, decisi a combattere a fianco dei piemontesi nella prima guerra di indipendenza e in difesa della Repubblica Veneta proclamata da Daniele Manin. Gli istriani domiciliati a Venezia sottoscrissero la propria adesione alla Repubblica e il nobile Nicolò de Vergottini di Parenzo fu nominato prefetto dell’ordine pubblico (e a lui si deve se l’ordine della città assediata non fu mai seriamente turbato).


A Venezia venne anche istituita una Commissione per la costituzione di una Legione dalmato-istriana per coloro che già militavano nei vari corpi dell’esercito veneto.

Al fine di domare quelli che vennero definiti i “repubblicani” dell’Istria, si dichiarò pronto ad accorrere con duemila Cicci il Capitano distrettuale di Pinguente (nell’Istria interna), mentre altrettanti Castuani sarebbero arrivati da oltre il Monte Maggiore.




Il boia di Pisino e il tradimento del colonnello Scrufari (U. degli Istriani)

L’Istria è piena di storie antiche, di gioielli artistici, di meraviglie naturali. Pisino, al centro della penisola istriana, ne è uno scrigno. Per chi conserva la memoria patria, richiama subito alla mente la figura nobilissima di Fabio Filzi che ivi nacque, eroe irredento, sottotenente degli Alpini, impiccato il 12 luglio 1916 con Cesare Battisti al Castello del Buon Consiglio di Trento; monumento artistico della cittadina è il castello dei Montecuccoli, conti di Modena, maniero medievale che sorge sull’orlo della grande foiba sul cui fondo scorre un torrente, chiamato anch’esso Foiba. Fu proprio quest’antro, con la sua immensità, ad ispirare Jules Verne nel suo libro Viaggio al centro della terra, come anche il meno conosciuto Mattia Sandorf.


La caduta infernale ed il fragore delle acque sul fondo ispirarono per secoli leggende e storie di morti e di fantasmi. Furono presaghe di quel che accadde poi, davvero.


All’indomani dell’8 settembre 1943 i partigiani slavi puntarono subito su Pisino (simbolica anche perché ex centro amministrativo dell’Istria sotto l’Austria-Ungheria) e di fronte allo squagliamento dell’esercito italiano, ne presero possesso in qualche giorno. 


Nerina Feresini, un’insegnante di Pisino, divenutane memoria storica con i suoi scritti, raccontò così quei momenti: “La parola armistizio circolò immediatamente in tutte le case e qualcuno esclamò ‘Ora comincia la carneficina!’ (…) Nelle casermette la confusione era indescrivibile. I militari scaraventavano dalle finestre i materassi e tutto quello che capitava loro sottomano. La cittadinanza comprese che non sarebbe stata tutelata…”


Ivan Motika, sanguinario luogotenente di Tito, accampato con trecento uomini alle porte di Pisino, lanciò l’ordine dell’insurrezione. La sera del 10 settembre erano già in mano ai partigiani croati Pinguente, Rozzo e Castel Lupogliano.


Quella stessa sera un gruppo di pisinoti, con a capo Lino Gherbetti, si recò dal colonnello Angelo Scrufari, comandante del presidio, che aveva ai suoi ordini 800 soldati di fanteria e 60 carabinieri, per chiedere di difendere la città in armi. 


L’ufficiale, che era già in trattative coi partigiani li respinse, consegnò i militari in caserma e ordinò il coprifuoco. L’indomani, 11 settembre, dopo che i partigiani e i contadini del circondario, armati di fucili, bastoni e arnesi vari, avevano iniziato la loro marcia verso il centro di Pisino, Scrufari trattò la resa consegnando anche ai titini, come da loro richiesta, “tre fascisti”: Lino Gherbetti, Riccardo Zappetti e Dario Leona, di diciott’anni. Ma la lista dei nomi pretesi era ben più lunga… 


Nel pomeriggio il colonnello Scrufari, in cambio del salvacondotto, consegnò a Ivan Motika la pistola, la città e il Castello: si arresero i 60 carabinieri, convinti di essere ormai rimasti soli, mentre i soldati del presidio fuggivano nascondendosi nelle case, buttando le divise e chiedendo abiti civili.


Anche Scrufari fuggì ma per poco. Venne ucciso nei pressi di Pinguente. 


La sera, raccontò la Feresini, “i partigiani imbaldanziti occuparono la caserma, poi si sparsero per le strade. In segno di giubilo sparavano in aria e contro le finestre delle case, lanciando bombe e accompagnando il fragore con urla selvagge, canti e giri di ‘kolo’ negli spiazzi. Si accesero fuochi sulle colline e la folle sparatoria durò tutta la notte”.


Motika dichiarò Pisino capitale dell’Istria annessa alla Yugoslavia di Tito. Il suo primo atto fu la disposizione di arrestare tutti gli ex fascisti e quelli che comunque erano noti per “accesi sentimenti italiani”, accompagnando agli arresti la requisizione di ogni tipo di beni degli stessi. Elesse il castello a suo regno, vi insediò il suo “tribunale del popolo” ordinando a centinaia sentenze di morte.


Si faceva chiamare “Drugi Tito”, cioè “secondo Tito”, ma ben presto il suo nome divenne quello di “boia di Pisino”. Per tre settimane in quel settembre del 43, Pisino fu di fatto la capitale degli orrori dei partigiani di Tito. Le prigioni furono riempite di italiani e, non bastando lo spazio, si occuparono pure gli androni del castello dei Montecuccoli. I prigionieri erano buttati ovunque, sul pavimento e sulle pietre, ed il loro numero aumentava. 


Così i titini decisero di fare spazio a modo loro. La notte del 19 settembre partì da Pisino, con una trentina di prigionieri incolpevoli, la prima “corriera della morte”, un vecchio autobus blu con i vetri imbiancati di calce affinché non si potessero riconoscere i trasportati.


Gli abitanti delle case attorno al castello furono svegliati dal rumore di un motore e dalle urla dei carcerieri ma soprattutto da quelle dei condannati che gridavano il loro nome per far conoscere la loro sorte. 


Una voce gridò: “Sono Lino, Lino Gherbetti”! Era il nome di uno degli uomini venduti dall’ufficiale italiano in cambio del suo salvacondotto. Con lui c’erano anche i fratelli Riccardo e Rodolfo Zappetti ed il giovane ragazzo coraggioso, Dario Leona. Partirono in trenta in quella notte nella corriera blu. Bastonati e scherniti, furono trasportati sul luogo della loro esecuzione, su un altopiano 

presso Villa Bassotti di Lindaro, dove c’era una cava di bauxite. Furono fatti scendere e avviati scalzi verso la cava. Giunti sull’orlo della stessa furono ammazzati a mitragliate: così potevano cadervi dentro senza che gli assassini dovessero far la fatica di doverne raccogliere i corpi e gettarli in fondo alla fossa. 


La “corriera della morte” rimarrà nei ricordi degli istriani come uno degli incubi più mostruosi. Partiva di notte, tra gemiti e lamenti, piena di uomini. Tornava vuota ma con i loro vestiti.


Prima del capolinea, la foiba, anche di quelli depredavano i prigionieri… 

(Dal libro di R. Menia "10 Febbraio. Dalle Foibe all'Esodo)

Usare l'italiano in Istria (Mosaico Istriano)

Quali sono gli altri fattori che oggi trattengono i connazionali di tutte le età dall’esprimere liberamente la propria cultura ed identità?



Silvano Abba

Silvano Abba (Rovigno, 3 luglio 1911 – Isbuscenskij, 24 agosto 1942) è stato un pentatleta e militare italiano. Partecipò ai Giochi olimpici di Berlino del 1936, classificandosi al terzo posto nella gara di pentathlon moderno, vincendo la medaglia di bronzo. Successivamente prese parte alla guerra di Spagna dove si distinse come tenente del 1º battaglione carri da combattimento del Corpo Truppe Volontarie, venendo decorato con la medaglia d'argento al valor militare. Durante la seconda guerra mondiale combatte durante l'invasione della Jugoslavia e poi sul fronte russo dove fu decorato con la Medaglia di bronzo al valor militare. Partecipò alla Carica di Isbuscenskij per la quale morì e fu insignito della medaglia d'oro al valor militare alla memoria.


Gli sono state intitolate una via a Roma, e una piazza a Civitanova Marche, lo stadio della scuola militare della Cecchignola di Roma, le Sezioni dell'Arma di Cavalleria di Gorizia e Civitanova Marche. Il circolo ippico di Trieste ha istituito un trofeo per cavalieri ed amazzoni, che porta in suo nome, mentre nel museo di Pinerolo è custodita la sua Medaglia d'oro al valor militare, mentre la sciabola ed il cappello sono custoditi presso la sezione d'arma di Cavalleria di Voghera.

Giovanni Kobler

Giovanni Kobler (Fiume, 22 agosto1811 – Fiume, 1 luglio1893) è stato il più importante storico dell’epoca moderna della città di Fiume.


Dedicò molti anni allo studio dei documenti riguardanti Fiume e il Quarnaro negli archivi di Venezia, Udine, Gorizia, Lubiana, Graz, Vienna, Castua, Pisino, Pola, Rovigno e Parenzo, componendo via via le pagine di uno straordinario affresco sulla storia di Fiume, pubblicato postumo.


Nella seduta del municipio di Fiume dell'11 luglio 1894, si decise infatti di pubblicare a spese della città la monumentale opera di Kobler, dandole il titolo di Memorie per la storia della liburnica città di Fiume, scritte dal fiumano Giovanni Kobler, uscita per i tipi della casa editrice di Emidio Mohovich nel 1896, dopo una revisione delle carte kobleriane effettuata da un'apposita commissione di sei studiosi.


Lo stesso Kobler indica all'inizio delle sue "Memorie" che l'occasione per la loro composizione fu data dal desiderio del municipio di Fiume di comporre un'opera che respingesse attraverso un approfondito studio delle fonti le pretese croate sulla città, ribadendo i privilegi che l'avevano fatta diventare corpus separatum, direttamente dipendente dalla corona ungherese. Questo diede lo spunto a Kobler di consultare diversi archivi e biblioteche. Le principali fonti sono:


i protocolli del consiglio comunale (documenti a partire dal 1572)

i libri notarili del Cancelliere civico (dal 1436)

lo statuto originale del 1530

le pergamene e gli atti processuali del cessato convento degli Agostiniani

gli atti di uffizio conservati nell'archivio civico

le speciali raccolte di documenti stampati negli anni precedenti

vari libri di geografia e storia.

Le "Memorie" sono divise in cinque parti:


I - Dai primordi fino all'anno 1300

II - Storia ecclesiastica della regione

III - Notizie sui paesi vicini a Fiume e sulla provenienza delle loro popolazioni

IV - Notizie sulle dinastie dei Duino e dei Walsee, feudatari di Fiume, nonché sulle origini e vicende dell'autonomia politica della città fino all'inizio del XIX secolo

V - Storia di Fiume nel XIX secolo, notizie varie, quadro delle famiglie patrizie, cronologia degli avvenimenti più importanti.


A Kobler sono state dedicate una via all'interno del quartiere Giuliano-Dalmata di Roma, una via a Trieste (laterale della strada per Fiume), oltre ad una piazza nella sua città natia, col nome croatizzato di Ivan Kobler.

Marisa Madieri

Marisa Madieri (Fiume, 8 maggio 1938 – Trieste, 9 agosto 1996) è stata una scrittrice italiana. È considerata una delle voci narranti più limpide delle vicende dell'esodo istriano.


La famiglia, esule dall'Istria, riparò a Trieste nel 1949, e per molti mesi visse in condizioni precarie, insieme a tanti altri profughi italiani, nel campo profughi del Silos presso la stazione ferroviaria.

Di questo periodo avrebbe scritto poi nel suo primo libro Verde acqua (Einaudi 1987) in cui narra dell'esodo di Fiume, dell'identità di questa città e di altri fatti legati alla sua infanzia e adolescenza, in cui la memoria è anche ricerca delle proprie radici.

Studiò lingue e letterature straniere a Firenze, dove conobbe lo scrittore Claudio Magris, che sposò e da cui ebbe due figli, Francesco e Paolo. Conseguì anche il brevetto di pilota aereo e svolse opera di volontariato per il Centro di aiuto alla vita. Scrisse poi altri racconti fra cui uno in forma di parabola, La radura (Einaudi 1992, ripubblicato per le stesse ed. in un unico volume insieme a Verde acqua nel 1998).

Giovanni Luppis

Giovanni Biagio Luppis (Fiume, 27 agosto 1813 – Laglio, 11 gennaio 1875) è stato un ufficiale italiano della marina austriaca e inventore. A lui è riconosciuta la costruzione del primo siluro moderno, perfezionata col britannico Robert Whitehead.

I suoi genitori erano Ferdinando Carlo Teo Riva, nobile di Parenzo e Lissa e Giovanna Parich, nobile di Ragusa. All'epoca la famiglia Luppis era una benestante famiglia di armatori tra le più importanti famiglie dell'Istria. Frequentò il ginnasio a Fiume e quindi la Scuola di Marina a Venezia che fungeva da accademia navale per la flotta asburgica. Entrò nella marina militare asburgica dove fu nominato cadetto nel 1837.

Volendo trovare un mezzo di difesa delle coste dalle incursioni navali, pensò ad un ordigno filoguidato che chiamò (in italiano) salvacoste. L'ordigno, che era lungo circa un metro, disponeva di due timoni, di una vela in materiale vitreo e di una carica esplosiva, che sarebbe stata azionata solo al momento dell'impatto. Vista però la scarsa affidabilità di questo primo prototipo, Luppis decise di sviluppare un secondo modello che chiamò 6m. Come il primo modello anche questo disponeva di due timoni, mentre se ne discostava per l'ubicazione della carica esplosiva, che era stata spostata a poppa del siluro. Il nuovo modello, pur offrendo maggiori garanzie rispetto al precedente, continuava a presentare alcuni problemi che ne limitavano considerevolmente l'affidabilità, tanto che, quando Luppis lo sottopose alla valutazione dell'apposita commissione istituita presso la regia marina militare austro-ungarica, esso fu respinto.

Fu quindi grazie al sindaco di Fiume Giovanni De Ciotta che Luppis conobbe l'ingegnere britannico Robert Whitehead, con il quale firmò nel 1864 un accordo di cooperazione nello sviluppo di un terzo prototipo.

Le modifiche apportate da Robert Whitehead furono fondamentali per il successo di questo terzo modello. Il nuovo prototipo disponeva di un sistema di guida semi-automatico che poteva tenere il siluro a profondità costante, misurava una lunghezza di 3,35 metri, pesava 136 chilogrammi e trasportava una carica esplosiva di circa otto chilogrammi. Il 21 dicembre 1866 i due presentarono il loro progetto nuovamente presso una commissione di valutazione della regia marina militare austro-ungarica. Il prototipo fu valutato in modo positivo e i due ingegneri furono incaricati di produrre un primo lotto che sarebbe servito a scopi sperimentali.


Robert Whitehead era stato contattato per assumere l'incarico di direttore nella Fonderia Metalli di Fiume che qualche anno dopo avrebbe assunto la denominazione di Stabilimento Tecnico di Fiume.


Nel 1873 lo Stabilimento Tecnico Fiumano dichiarò bancarotta e nel 1875 venne rilevato da Whitehead ed assunse la denominazione "Torpedo Fabrik von Robert Whitehead" prima vera fabbrica di siluri al mondo.