mercoledì 8 novembre 2023

Giovanni Visin

Giovanni Visin (Perzagno, 1806 – Perzagno, 1868) Nacque a Perzagno, nella baia di Cattaro (all'epoca nel regno d'Italia napoleonico). Frequentò l'Accademia Nautica di Trieste e servì come primo ufficiale prima di ricevere, nel 1850, il brevetto di Capitano di lungo corso.

La sua famiglia era di origine istriana. Il cognome "Visin" è attestato nel nordest d'Italia, fra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Il fatto che la famiglia Visin fosse d'origine istriana ha dato il destro ai croati di ritenere che questo Giovanni fosse in realtà un croato! (Come anche Wikipedia italia che lo cita come austriaco/croato) E quindi al Museo Croato della Marina di Spalato una sala è dedicata al "Put oko svijeta s hrvatskim kapetanom Ivom Visinom" (Viaggio attorno al mondo col capitano croato Ivo Visin). Va da sé che nei suoi scritti Visin si firma "Giovanni" e scrive in italiano e in tedesco (la lingua ufficiale della marina austriaca), così come "Giovanni" è il nome che si legge nel diploma che accompagnò la consegna della Bandiera. Oltre a ciò, è interessante ricordare che il brigantino "Splendido" venne costruito a Fiume dal cantiere navale di Andrea Zanon (tipicissimo cognome veneto, della zona dell'Alpago), e che il nome di questo brigantino fu scelto da Visin stesso avendo sentito gli operai e i suoi marinai che dopo averlo visto dissero "È splendido!".

Giovanni fu il sesto al mondo a compiere la completa circumnavigazione del globo terrestre, al comando del brigantino "Splendido" con soli dodici uomini d'equipaggio. Il viaggio durò ben sette anni, e quando Visin tornò a Trieste (il luogo nel quale all'epoca risiedeva) venne accolto con tutti gli onori e decorato dall'imperatore Francesco Giuseppe con la Bandiera Bianca "Merito Navali".

Successivamente, Visin diventò cittadino onorario di Trieste. La sua impresa può essere considerata una pietra miliare fondamentale delle esplorazioni navali del XIX secolo.

Don Pietro Stancovich

"Nacque in Barbana, l'antico Barbianum, castello adagiato sopra il colle alla destra dello storico Arsa non lungi dal Quarnero, addi 21febbraio 1771. Istruito in patria ne' primi rudimenti, passò alle scuoleelementari di Rovigno e quindi in Udine agli studi filosofici. Si recò poi a Padova quale alunno della facoltà teologica in quell'illustre ateneo,dove insegnavano il celebre Valsecchi ed il distinto parenzano padre Giorgio Maria Albertini; ed ivi si diede con fermo proposito ad apprendere ogni
maniera di studi, fattosi amico a quanti tra i migliori concorrevano da ogni provincia del Bel Paese. Partito dal luogo natale con l'anima piena, di forti memorie, educato all'amore della sua Istria, la svegliata mente dello Stancovich dove ricever ispirazioni da quella terra, che è tuttaun sorriso di cielo. Terminato con moltissima lode il corso teologico,ritornò in Barbana, e ricevuti gli ordini sacri dal vescovo di Pola, vennedopo due anni eletto per voto unanime de' suoi conterranei, che sinceramente lo amavano, canonico della sua patria, e per la morte di quel curato, amministratore parrocchiale. Caldo d'anima e d'immaginazione, non siconfaceva il modesto officio alla sua brama ardente di applicare con serietàagli studi; si pose quindi a viaggiare tutta Italia e in Roma strinse di mestichezza col cardinale Angelo Mai, miracolo di scienza paleografica edarcheologica. Conobbe ancora altri archeologi e storici distinti: il Furlanetto e il Piazza di Padova, il Fea e il Nibby di Roma, i quali lo animaronoa raccogliere manoscritti, diplomi, libri e medaglie, per illustrare la sua diletta provincia. Primo frutto della preziosa raccolta fu uno scritto intornoalla classica arena di Pola e a molte importanti lapidi romane trovate in que' dintorni. Scrisse poi altro lavoro sulla patria del suo comprovincialeSan Girolamo, il più grande dottore della chiesa latina, e lo dedicò alpatriarca di Venezia, che lo accolse riconoscente. Parecchi altri lavori,la maggior parte di soggetto istriano, compose ancora lo Stancovich, ne' quali lascia sempre intravedere un nobile e delicato sentimento pelprogresso civile del suo Paese. Fra que' lavori merita un posto onorevole la presente Biografia; opera, che, se non è scevra di mende nè del tutto
compiuta, mancandovi i distinti comprovinciali delle isole del Quarnero,mostrerà in ogni tempo la vasta erudizione, la somma pazienza, e l'immenso
affetto a cui s'ispirò l'autore.
Morì lo Stancovich, dove nacque, in Barbana, addi 12 settembre 1852,tra il sincero compianto degl' istriani, i quali perdettero in lui un virtuoso
sacerdote, un laborioso cittadino, un benemerito illustratore del loro passato,palladio di civiltà, perenne scuola ed esempio alle novelle generazioni.

Capodistria nel febbraio 1888."

Giorgio Pitacco

Giorgio Pitacco è stato un politico italiano. Fu senatore del Regno d'Italia a vita dalla XXVI legislatura in poi.

Nacque a Pirano, in Istria, il 25 aprile 1866 da Simeone e Caterina Ruzzier. La famiglia, di modeste origini artigiane, si trasferì a Cervignano e Pitacco compì gli studi prima al Ginnasio liceo tedesco (Staatsgymnasium) di Gorizia e in seguito all’Università di Graz, dove, nel 1890, conseguì la laurea in giurisprudenza. Dopo un anno di pratica giudiziaria presso il tribunale di Trieste, alla fine del 1891 entrò in comune come «quarto alunno di concetto» percorrendo la carriera fino al grado di assessore alla presidenza municipale, e in questa veste ebbe modo di conoscere Felice Venezian, capo del Partito liberale nazionale. Nel 1892 venne nominato segretario generale della Lega nazionale, mantenendo l’incarico per due decenni, quando l’Austria soppresse il sodalizio in seguito all’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, ma nel dopoguerra la Lega venne nuovamente ricostituita e la presidenza fu affidata a Pitacco. Nel 1905, non ancora quarantenne, fu eletto al parlamento di Vienna, dove difese la causa degli italiani con estrema dignità e senza compromessi, occupandosi tenacemente della questione dell’Università italiana di Trieste. P. conservò la carica di parlamentare fino al 1907 e successivamente fu rieletto dal 1909 al 1914. Prima dello scoppio della guerra, tra il 1905 e il 1910 fu anche professore di italiano allo Staatsgymnasium ed ebbe tra i suoi allievi Dolfo Zorzut. Nel corso delle sue lezioni, P. incoraggiava gli studenti italiani a parlare nella loro lingua e a raccogliere le testimonianze della cultura popolare; da questa iniziativa nacque il breve saggio Per una raccolta etnografica friulana (nota di un non friulano), pubblicato su «Forum Iulii», un periodico attivo tra il 1907 e il 1910 che diede voce in particolare alle ricerche degli appassionati di cultura friulana del Goriziano. Sulla medesima rivista P. fece uscire anche un importante contributo sulla figura di Graziadio Isaia Ascoli. Collaborò inoltre con le «Nuove pagine», nate dopo la chiusura delle «Pagine friulane». Durante lo stesso periodo partecipò alla realizzazione dell’importante volume di Luigi Salvatore d’Asburgo Lorena Zärtlichkeits Ausdrücke und koseworte in der friulanischen Sprache, per il quale il piranese svolse il compito di coordinatore redazionale. Nel periodo bellico P. si arruolò volontario e fu nominato tenente nell’81° reggimento fanteria con sede a Roma. In quegli anni svolse un ruolo fondamentale nel rivendicare e portare insistentemente all’attenzione della classe politica italiana la condizione dei giuliani, e diede alle stampe un volume di carattere propagandistico intitolato Il travaglio dell’italianità di Trieste (1917). Furono anni molto intensi vissuti nella totale dedizione alla causa delle terre adriatiche, e i ricordi di quella sua esperienza vennero raccolti nell’opera La passione adriatica nei ricordi di un irredento, pubblicata a Bologna nel 1934. Nel novembre del 1920 il trattato di Rapallo segnò il passaggio definitivo di Trieste all’Italia e il 17 febbraio 1922 P. fu eletto sindaco della città. L’anno seguente fu nominato anche senatore del Regno per meriti eminenti verso la patria, e il suo ingresso in Senato a Roma, il 14 maggio, fu un importante riconoscimento per il capoluogo giuliano e per le terre adriatiche. P. rimase sindaco fino al 1926 e divenne poi podestà tra il 10 maggio 1928 e l’ottobre 1933. Nel 1924 gli venne assegnata ad honorem la tessera del Partito fascista e, con decreto sovrano del 12 dicembre 1938, fu nominato ministro di Stato. P. ottenne così a settantatré anni il titolo di “eccellenza”, anche se senza ufficio e senza prebende. Durante la seconda guerra mondiale guardò con preoccupazione alla sorte delle popolazioni della Venezia Giulia minacciata dalle rivendicazioni jugoslave. Morì a Trieste il 25 agosto 1945.

Giuseppe Tominz

Giuseppe Tominz (Gorizia, 6 luglio 1790 – Gradiscutta, 24 aprile 1866) è stato un pittore italiano, di fama internazionale, considerato il massimo ritrattista di area goriziano-triestina dell'Ottocento.

Nato a Gorizia, figlio di Ivano Tominz un commerciante italiano in ferramenta, studiò in seminario e nel contempo apprese a dipingere con un pittore suo concittadino, Carlo Kebar. Restato orfano della madre Maria Anna Giacchini in giovanissima età, abbandonò la casa paterna dopo le seconde nozze di suo padre, nel 1803. Dopo aver errato per alcuni anni nei paesi e nelle borgate del goriziano guadagnandosi da vivere come ritrattista, nel 1808 fu notato dall'arciduchessa Marianna d'Austria, sorella dell'imperatore Francesco I che, riconosciuto il talento del giovane, l'anno successivo lo inviò a Roma a perfezionarsi presso la bottega di Domenico Conti Bazzani, artista mantovano che risiedeva da tempo nella città papale.

A Roma Tominz entrò in contatto con alcuni grandi pittori del tempo, come Francesco Hayez e Ingres ed apprese le tecniche dell'incisione da Bartolomeo Pinelli. Di questo periodo sono La venere e cupido, La lettrice e soprattutto uno Studio di apostolo che ottenne premi e riconoscimenti da parte del mondo accademico capitolino. Dopo il matrimonio con una cameriera romana e la nascita del primo figlio Augusto (1818), Tominz rientrò con la famiglia a Gorizia (1819), dove nascerà il secondogenito Raimondo (1822).

La notorietà acquisita a Roma permise a Tominz di ottenere, nella propria città natale, numerose e importanti commesse, sia da parte delle gerarchie ecclesiastiche locali che di quelle civili. Molto ammirate furono sia una sua pala d'altare per la cappella di San Carlo che quella per la cattedrale di Gorizia richiestegli entrambe dall'Arcivescovo. Fra i ritratti emergono quelli di note famiglie goriziane e due effigie dell'imperatore che dipinse per conto del Tribunale civico della sua città natale e per il Tribunale commerciale di Trieste.

Il pittore fu anche a Lubiana dove immortalò la nobildonna Cecilia di Auersperg, uno dei suoi capolavori. Sono di questo periodo (1825-1826 circa) anche due celebri autoritratti, entrambi inseriti in ambienti domestici; il secondo, del 1826, è anche conosciuto come Ignoto alla finestra.

Attorno al 1825 Tominz si trasferì a Trieste dove era già noto per alcuni suoi lavori, come la già citata effigie imperiale per il Tribunale commerciale. Fra i suoi ritratti più celebri realizzati negli anni triestini ricordiamo quello dei coniugi Demetrio, del conte Pasquale Revoltella, della famiglia Moscon, di Zuan delle Rose e di Giuseppe e Fanny de Toppo. Quest'ultima immortalò l'avvenimento in uno dei suoi diari. L'artista non disdegnò ritrarre familiari ed amici, fra cui suo fratello Francesco, Giuseppe Bernardino Bison, pittore anch'esso ed autore degli affreschi di una casa di campagna di proprietà dei Tominz a Gradiscutta e Natale Pontoni, farmacista.

Sono della fine degli anni trenta del Ottocento i ritratti di Maria e Caterina Ragusin, di Lussino e quello di Giusto Giuseppe Allodi con cui Tominz vinse il primo premio all'Esposizione d'arte di Venezia del 1840. Ammiratissimi furono anche i suoi oli del quinto decennio del XIX secolo, spesso esposti insieme a quelli dei più celebri artisti italiani del tempo presso l'Accademia triestina di Belle Arti, meglio conosciuta come Filotecnica. Nel 1848-1849 Tominz dipinse i suoi ultimi capolavori (Ritratto del padre e la Famiglia Parisi).

Dopo il 1850, una progressiva diminuzione della vista fece perdere all'artista il rigore e le doti pittoriche di un tempo. Tominz si fece aiutare sempre più da suo figlio Augusto, anch'egli pittore, ma meno dotato di lui. I ritratti si fecero sempre meno espressivi, le committenze diminuirono e l'artista goriziano si vide costretto ad aprire uno studio fotografico per poter mantenere il tenore di vita cui era avvezzo.

Nel 1855, ormai sessantacinquenne, abbandonò definitivamente Trieste e fece ritorno a Gorizia, dove aveva ancora molti ammiratori e dove dipinse i suoi ultimi ritratti. Fu anche invitato ad eseguire alcuni affreschi per il Teatro sociale della città, ma declinò l'offerta. Iniziò a trascorrere lunghi soggiorni a Gradiscutta in Val Vipacco presso Prevacina, nella propria casa di campagna, spesso accompagnato da suo fratello Francesco o dai suoi due figli. Ivi Tominz si spense nel 1866, all'età di settantasei anni.

Antonio Grossich

Antonio Grossich (Draguccio, 7 giugno 1849 – Fiume, 1º ottobre 1926) è stato un medico e politico italiano. Fu senatore del Regno d'Italia.

Nato nel piccolo paese di Draguccio, una località del comune di Cerreto in Istria, era figlio dell'agiato vinaio e commerciante Giovanni Matteo e di Angela Francovich. Dopo aver frequentato la scuola elementare a Draguccio e a Capodistria, assieme al fratello maggiore Giovanni si trasferì in quest'ultima cittadina, ospite dello zio, il patrizio Angelo Grossich. Nel 1862 morì il padre, di conseguenza Giovanni fu costretto a lasciare gli studi per sovrintendere alle attività della famiglia, mentre Antonio si spostò al Ginnasio di Pisino, per essere più vicino alla madre.
Avviatosi inizialmente agli studi giuridici presso l'Università di Graz per rispettare la volontà paterna, dopo tre semestri passò alla facoltà di medicina presso l'Università di Vienna, ove si laureò nel 1875. Rientrato in patria esercitò a partire dal 1876 la professione di medico a Castua, finché fu richiamato nell'esercito austro-ungarico in occasione della campagna militare di Bosnia ed Erzegovina del 1877-1878. Congedato al termine del servizio, si trasferì nel 1879 a Fiume dove proseguì nella professione medica. Qui conobbe e sposò Edvige Maylender, sorella di Michele Maylender, che gli diede due figli: Beatrice e Ruggero.
Tornato a Vienna per ottenere il diploma di "fisicato" e le specializzazioni in ginecologia e chirurgia, lavorò presso la clinica di chirurgia della stessa facoltà viennese. In questo periodo divenne allievo e collaboratore di Eduard Albert e lavorò con Karel Maydl, chirurghi e professori molto noti ed affermati nell'ambiente austriaco, i quali volevano indirizzarlo alla carriera accademica. Ricevute varie offerte di lavoro nella capitale austriaca, le rifiutò per impiegarsi nel reparto di chirurgia dell'Ospedale Civico di Fiume, divenendone primario nel 1886. Dopo il trasferimento a Fiume iniziò a partecipare attivamente alla vita culturale e politica della città d'adozione. Questo periodo coincise con le prime decise prese di posizione del Grossich sulle colonne dei giornali istriani a difesa dell'identità italiana in Istria, messa in pericolo dalla politica di germanizzazione di Vienna decisa ad aprire scuole tedesche in aperta concorrenza con quelle italiane.
Nel 1897 aderì al Partito autonomista fiumano di M. Maylender, suo cognato, e l'anno seguente fu eletto nel Consiglio comunale di cui divenne uno dei membri più attivi, particolarmente nella difesa dello statuto cittadino. Il medico istriano fu italiano non solo moralmente, per l’ardente irredentismo che permeò la sua azione politica, ma anche a tutti gli effetti di legge. Proprio la sua cittadinanza italiana gli consentì di ricevere la nomina al Senato del Regno (Italia).
Salì alle cronache e agli onori internazionali nel 1908 quando ideò la tintura di iodio come sterilizzazione rapida per uso esterno, oltre ad essere già stato probabilmente il primo a praticare la sterilizzazione della sala operatoria. La nuova soluzione disinfettante verrà utilizzata una prima volta su larga scala durante la Guerra italo-turca nel 1911-1912. Per questi suoi meriti, Grossich venne insignito dell'Ordine della Corona d'Italia (l'equivalente monarchico dell'attuale Ordine al Merito della Repubblica Italiana che ne ha assunto le veci). Il primo uso della tintura fu nella guerra in Libia.
Fu eletto nel 1914 consigliere comunale e poi vicepresidente del Consiglio comunale di Fiume (Corpus separatum) e per questa sua carica, nella prima fase della prima guerra mondiale, venne dalle autorità confinato per un certo periodo a Vienna in Austria, dove rimase fino all'estate del 1918, come numerosi altri italiani della Venezia Giulia. Il 29 ottobre 1918, in seguito alla disfatta militare e alla conseguente dissoluzione dell'Impero asburgico, si costituì il Comitato nazionale italiano, poi denominato Consiglio nazionale italiano di Fiume, per amministrare l'autonomia cittadina preesistente e gestire l'annessione al Regno d'Italia, di cui Grossich fu eletto presidente. In tale veste egli rivendicò per il capoluogo del Quarnero corpo separato costituente un comune nazionale italiano […] il diritto di autodeterminazione delle genti e ne proclamò l'annessione all'Italia. Con l'inizio delle trattative, operò attivamente per ottenere che la Conferenza di pace di Parigi si pronunciasse a favore dell'assegnazione di Fiume all'Italia.
Il 12 settembre 1919, quando D'Annunzio, alla testa di un migliaio di volontari, entrò in città ponendo fine all'occupazione interalleata, salutò il comandante-poeta come un liberatore e, a nome del Consiglio, gli conferì i pieni poteri militari e civili, che portarono, l'8 settembre 1920, all'atto di proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro. Aveva così inizio uno stretto, ma anche difficile, rapporto tra i due, contrassegnato dai contrasti presto sorti tra D'Annunzio, sempre più insofferente dei limiti posti alla sua azione, e le forze politiche locali, ormai inclini a un compromesso. In seguito all'allontanamento dalla città dei legionari dannunziani, Grossich divenne governatore provvisorio dello Stato libero di Fiume, istituito dal trattato di Rapallo, dal 1º gennaio 1921 fino al 24 aprile 1921, giorno delle elezioni per l'Assemblea Costituente del nuovo Stato da cui uscì vincitore il Partito Autonomista di Riccardo Zanella.
Il 19 aprile 1923 viene nominato da Vittorio Emanuele III senatore del Regno. Dopo il passaggio della sua città alla sovranità italiana, a seguito dell'Accordo di Roma (27 gennaio 1924), fu proprio Grossich a consegnare simbolicamente le chiavi della città di Fiume al Re d'Italia, nel giorno della sua visita, per ufficializzarne l'annessione. Venne a mancare il 1º ottobre 1926 in Fiume.

PRODUZIONI
Agli inizi della sua professione medica risale il primo lavoro "Trattatello di igiene" (Fiume, 1882), una denuncia della grave situazione in cui versava la sanità austriaca, bisognosa di una radicale riforma, in un’epoca in cui mancavano gli antibiotici e l’igiene era scarsissima nelle trincee e negli ospedali da campo. Nel 1893, fu tra i fondatori del Circolo letterario che si proponeva di diffondere la letteratura italiana tra i giovani. Inoltre lo stesso G. fu autore di un dramma in quattro atti "La donna fatale" (Milano, 1893), cui sarebbe seguito, tre anni dopo, "Viaggio di una principessa in Terra Santa", dedicato a Stefania del Belgio, vedova del principe ereditario Rodolfo d'Asburgo.

William Klinger

William Klinger (Fiume, 24 settembre 1972 – New York, 31 gennaio 2015) è stato uno storico italiano con doppia cittadinanza, croato-italiana, specializzato in storia di Fiume, della Jugoslavia e, in particolare, del regime di Tito. 

Nato da famiglia originaria di Pakrac in Slavonia a Fiume nel 1972, vi frequentò le locali scuole italiane.
Nel 1997 si laureò con lode in Storia all'Università di Trieste con una tesi dal titolo Leggi e spiegazione in storia: un approccio naturalistico, mentre frequentava anche l'Università di Klagenfurt grazie a una borsa di studio assegnatagli dal governo austriaco. Nel 2001 ottenne un master alla Central European University di Budapest. Nel 2007 si addottorò all'Istituto universitario europeo a Fiesole (FI), con una tesi intitolata Negotiating the Nation. Fiume: from Autonomism to State Making (1848-1924).

Residente a Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia, era ricercatore presso il Centro di ricerche storiche di Rovigno in Istria. I suoi studi si concentrarono sulla storia dei Balcani e della Jugoslavia comunista in particolare. Uno dei suoi saggi più noti è dedicato alla storia dell'OZNA, la polizia segreta comunista di Tito creata in piena seconda guerra mondiale e in seguito trasformata nell'UDBA, il principale strumento repressivo del partito unico e collante principale del regime.

Klinger fu ucciso il 31 gennaio 2015 a New York sul bordo della piscina dell'Astoria Park al Queens dallo statunitense di origini fiumane Alexander Bonich, suo presunto amico, con due colpi di pistola (uno alla schiena e uno alla nuca), in seguito a una lite. Lo studioso si trovava negli Stati Uniti d'America per un ciclo di conferenze sulla storia dell'ex Jugoslavia.


Opere:

“Antonio Grossich e la nascita dei movimenti nazionali a Fiume”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 1999 (XII).

“La genesi dei movimenti nazionali a Fiume”, in Fiume nel secolo dei grandi mutamenti; Atti del convegno, Edit, Fiume 2001.

“Cesare Durando: frammenti della corrispondenza consolare (1887)”, Atti, Volume XXXII, Centro ricerche storiche Rovigno, 2002.

“La Carta del Carnaro: una costituzione per lo “Stato libero di Fiume (1920)”, Quaderni, Volume XIV, Centro ricerche storiche Rovigno, 2003.

“La storiografia di Fiume (1823 - 1924): una comunità immaginata?” Quaderni, Volume XV, Centro ricerche storiche Rovigno, 2004.

“Dorotićeva policijska izvješća o Adamiću”, in Adamićevo Doba (1780. - 1830.) Vol. I Muzej grada Rijeke, Rijeka, 2005, pp. 223–231.

“Adamić i Hudelist: Doba restauracije”, in Adamićevo Doba (1780. - 1830.) Vol. I Muzej grada Rijeke, Rijeka, 2005, pp. 233–239.

“Prva globalizacija: kolonijalna ekspanzija i privilegirane trgovačke kompanije”, in Adamićevo Doba (1780. - 1830.) Vol. II, Muzej grada Rijeke, Rijeka, 2006.

“Emilio Caldara e Fiume”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2006 (XVII): 445-480.

“Quando è nazione? Una rivisitazione critica delle teorie sul nazionalismo”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2006 (XVII): 399-420.

“Le macchinazioni ragusee da repristinazione della loro Repubblica vanno sempre più realizzandosi: la tentata restaurazione della Repubblica di Ragusa nel 1814”, Atti, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009 (XXXVIII): 127-160.

Nascita ed evoluzione dell'apparato di sicurezza jugoslavo: 1941-1948”, Fiume - Rivista di studi adriatici, 2009 (19): 13-49.

“Lussino, dicembre 1944: operazione “Antagonise”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009 (XX)

“Roberto Oros di Bartini (Fiume 1897 - Mosca 1974)”, La Ricerca, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009.

“Alcune considerazioni sulla guerra partigiana jugoslava 1941-1945”, Fiume - Rivista di studi adriatici 2010 (21): 107-117.

“Josip Broz Tito (1892-1980): un'intervista con Geoffrey Swain”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2010 (XXI): 377-425.

“Note sulla presenza storica della Foca monaca nell'Adriatico”, La Ricerca, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2010 (57): 6–10.

“A.L.Adamich nei rapporti della Polizei-Hofstelle del 1810, Atti, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009 (XXXIX): 331-358.

Due memoriali inediti di Riccardo Zanella al Consiglio dei ministri degli esteri di Londra del settembre 1945”, Fiume. Rivista di studi adriatici 2011 (23): 61 - 68.

“Giuseppe Ludovico Cimiotti (1810-1892) e le problematiche origini della storiografia fiumana”, Fiume. Rivista di studi adriatici 2011 (24): 49 - 64.

“Nazionalismo civico ed etnico in Venezia Giulia”, Ricerche Sociali, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2011 (18):39-45

“Le origini dei consigli nazionali: una prospettiva euroasiatica”, Atti, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2011 (XXXX): 435-473.

"Germania e Fiume. La questione fiumana nella diplomazia tedesca (1921-1924)", Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Trieste, 2011.

“La Cunard nel Quarnero: la linea Fiume - New York (1904-1914)”, Quaderni 2011 (XXII): 7-45.

“Catture di Squalo Bianco (Carcharodon carcharias, Linnaeus, 1758) nel Quarnero 1872 – 1909”, Atti, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2011 (XLI): 479-524.

Crepuscolo adriatico. Nazionalismo e socialismo italiano in Venezia Giulia (1896 – 1945)”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2012 (XXIII): 79 - 126.

"Il terrore del popolo. Storia dell'OZNA, la polizia politica di Tito", Italo Svevo, Trieste, 2012.

“Dall'autonomismo alla costituzione dello Stato - Fiume 1848-1918”, in Forme del politico. Studi di storia per Raffaele Romanelli, a cura di Emmanuel Betta, Daniela Luigia Caglioti, Elena Papadia, Viella, Roma 2012: 45 - 60.
“Continuity Man: la visita di Stane Dolanc a Londra nel 1977”, la battana, 187 (2013): 77 - 90.

“Organizzazione del regime fascista nella Provincia del Carnaro (1934-1936)”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2013 (XXIV): 191 - 210.

Con Denis Kuljiš "Tito - Neispričane priče", Nezavisne novine, Banja Luka, 2013.

“L'irredentismo impossibile: Fiume e l'Italia (1823 – 1923)”, Atti e memorie della Società dalmata di storia patria, Roma 2013 (XXXV) (in stampa).
“A vent'anni dalla dissoluzione della Jugoslavia: le radici storiche”, Fiume. Rivista di studi adriatici 2012 (25): 67 - 71.

Jugoslavismo e nazionalismo nel carteggio Milovan Đilas - Mate Meštrović (1961-1981)”, Ricerche Sociali, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2014, pp. 81-90.

“Socialismo e questione adriatica dalla Grande guerra al Secondo conflitto mondiale”, Perugia, 2014 (in stampa).

“Un fronte unico da Trieste a Salonicco: La Venezia Giulia nella «Federazione Balcanica» (1918 – 1928)” Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2014 (XXV), pp. 221-254.

Gino de Finetti

Figlio dell'ingegner Giambattista, di antica e nobile famiglia di Gradisca, e di Anna Radaelli, padovana, nacque a Pisino d'Istria il 9 agosto 1877, mentre il padre sovrintendeva alla costruzione della ferrovia di Pola. La professione paterna condusse in seguito la famiglia a Tarvisio, Vienna, Gorizia, Innsbruck e, dal 1884, a Trieste. Qui, de Finetti, che aveva mostrato fin da bambino propensione per il disegno, frequentò ginnasio e liceo, esercitandosi nel contempo nell'illustrazione e nei disegni satirici. Cominciò anche a frequentare lo studio dei pittori Scomparini e Zuccaro.

Sovente in questi anni egli trascorreva le vacanze nelle numerose proprietà della famiglia in Friuli (Gradisca, Latisana, Udine), dove restava affascinato dai nobili e begli edifici e dalla dolcezza del paesaggio, ma dove aveva anche la possibilità di sviluppare il suo interesse per i cavalli, fin dagli anni giovanili uno dei soggetti preferiti delle sue opere. È anche di questi anni la "scoperta" dei Tintoretto, che rimase poi un modello grandemente amato e perennemente stimolante.

Terminati gli studi liceali, nel 1895 si iscrisse all'accademia di Monaco, ove scelse il corso di pittura di Zúgel, noto soprattutto come animalista e convinto pleinairista. Per quanto de Finetti si sottraesse abbastanza presto alla troppo forte personalità del maestro, è indubbio che la frequentazione del corso abbia contribuito ad accentuare ulteriormente in lui l'interesse per i cavalli, anche se via via questo si andò configurando sempre più come un aspetto particolare dell'interesse più generale verso la rappresentazione del movimento.

L'istintiva vena ironica e la feconda pratica della caricatura lo portavano intanto a prediligere, nella rappresentazione, il momento della sintesi, della riduzione all'essenziale. Coerentemente con questo indirizzo, terminato il servizio militare, de Finetti decise di stabilirsi a Monaco, dove si dedicò al cartellonismo e divenne uno dei più importanti collaboratori di riviste satiriche come Simplicissimus e Jugend. Tali impegni, oltre a renderlo economicamente indipendente, rispondevano ad una scelta programmatica, come ebbe a precisare l'artista stesso più tardi in una sua confessione.

Si trattava insomma per il de Finetti di risolvere il problema di un'arte sempre più avulsa dal mondo reale, sempre più cerebrale e atrofizzata, sempre meno capace di riflettere la vita contemporanea con semplicità e naturalezza. La soluzione si trovava nelle arti illustrative, nel cartellone, portavoce modesti, ma schietti di questa vita moderna così tumultuosa.

Nel 1904 accettò di trasferirsi a Berlino come collaboratore degli editori Ullstein e Scherl. Per quanto il clima berlinese gli si rivelasse ben presto meno congeniale di quel che avesse sperato, qui lavorò intensamente, ideando copertine di riviste e libri e collaborando, con illustrazioni e vignette, a importanti periodici quali Berliner Illustrierte Zeitung, Lustige Blaetter e Dame. A Berlino ebbe anche modo di conoscere direttamente alcune opere di impressionisti francesi, conoscenza che approfondì nel 1905 durante il suo primo viaggio a Parigi. Furono inoltre fondamentali, per le sue ricerche sul movimento, Degas e Toulouse-Lautrec, come pure Géricault e Delacroix.

Rientrato a Berlino, proseguì nel suo lavoro di cartellonista (è datato 1905 un famoso manifesto per il Torneo internazionale di scherma di Trieste) e di illustratore.

Nel 1911 ritornò a Parigi e probabilmente lavorò come costumista per il balletto Petruška su musica di Stravinskij, messo in scena dalla compagnia dei Ballets russes di Djagilev. Anche se in seguito le scene e i costumi furono tutti firmati da A. N. Benois, rimangono del de Finetti alcuni oli e alcuni schizzi di ballerine e personaggi del balletto, e in particolare un Arlecchino all'acquerello del 1911-12, sul retro del quale c'è una nota autografa relativa alla collaborazione con Djagilev per Petruška. Di nuovo a Berlino, dove allora gli espressionisti andavano realizzando importanti esperimenti in campo cinematografico e teatrale, l'artista ideò bozzetti scenografici e manifesti per la casa cinematografica tedesca U.F.A., ma soprattutto si accostò all'ambiente teatrale grazie al decisivo incontro con Max Reinhardt. Tale ambiente gli fornì numerosi soggetti per le sue opere di piccolo formato (disegni, litografie, anche oli), ma gli diede pure la possibilità di por mano a lavori di più ampio respiro: gli fu affidata infatti la decorazione di vari teatri berlinesi, come il Lessing Theater, il Deutsches Theater e il Wellner Theater.

Nonostante che si fosse stabilito ormai definitivamente a Berlino, dove nel 1911 aveva sposato Martha Bermann, originaria di Hannover, e dove aveva aperto uno studio, e per quanto la sua opera ottenesse sempre maggiori riconoscimenti da parte della critica tedesca, de Finetti continuò ad avere contatti con l'Italia. Infatti la sua attività espositiva, che divenne via via sempre più frequente in Germania, Polonia, Olanda, comprese sempre anche l'allesfimento di mostre personali o la partecipazione a esposizioni collettive in patria.

Ricordiamo da un lato la sua presenza alle esposizioni della Secessione berlinese nel 1906 e poi costantemente dal 1912 al 1933, e l'allestimento di mostre personali a Berlino, Amsterdam, Düsseldorf, Stoccarda, Varsavia, Parigi; dall'altro lato la partecipazione alle Biennali veneziane dei '20, '24, '28, '32, '34 e ancora nel 1953, alle Sindacali triestine dal 1925 in poi, alla Mostra sul Novecento italiano a Milano nel 1928, alla Quadriennale romana nel 1931. Nel 1924 riscosse notevoli consensi la sua personale alla "Bottega di poesia" di Milano, presentata da Carlo Carrà, come pure, nello stesso anno, la personale al Circolo artistico di Trieste.

Si faceva conoscere anche con la pubblicazione in Italia di cartelle di stampe, come Ritmi (10 litografie con Arlecchini, ballerine, cavalli, pugili, ecc.), Corse al galoppo (12 acqueforti) e In sella (ancora 10 litografie), oltre che con la sempre più intensa attività di cartellonista di soggetto sportivo (ippico in particolare) e persino di disegnatore di figurini di moda, in cui non di rado fungeva da modella la bella moglie.

Nel 1934, come conseguenza dell'avvento dei nazismo, i coniugi abbandonarono la Germania e si stabilirono nella vecchia dimora di Corona (Gorizia), dove, nonostante la vita piuttosto schiva e appartata, l'artista proseguì la sua attività, dipingendo e disegnando molto, ma anche collaborando come illustratore a riviste italiane come La Lettura e Il Cavallo italiano e al quotidiano La Gazzetta dello sport; né troncò il sodalizio con l'editore berlinese Ullstein, per il quale lavorò fino alla morte.

Dopo il suo rientro in Italia partecipò ancor più assiduamente alle mostre sindacali triestine ed espose anche a Varsavia, Cracovia, Bucarest, Sofia, Budapest e Berlino.

Copiosa fu in questo periodo la sua produzione ad olio (soggetti ippici, paesaggi, ritratti) i cui "elementi distintivi... sono gli effetti di 'mosso' fotografico e l'impostazione prospettica obliqua, cui s'accoppiano, in funzione di sostegno strutturale, scatti sinuosi di ricordo secessionista". Continuò comunque a prediligere la grafica e a dedicarsi con grande impegno all'illustrazione: sono della fine del quarto decennio le decine e decine di disegni e schizzi, in cui innumerevoli figurine mobilissime, silhouettes scattanti, macchiette appena abbozzate illustrano episodi della Guerra gradiscana dello storico seicentesco Faustino Moissesso (52 disegni sono stati pubbl. nel volume edito a Gorizia nel 1959). Assai evidente è in tutte le raffigurazioni il sorriso ironico con cui l'artista guarda ora ad un vorace Falstaff, ora ad uno spavaldo Capitan Fracassa, ora ad un pavido fante travolto dalla mischia, anche se alla fine tutte queste figure sono viste come patetiche e inconsapevoli marionette di quella stupida commedia che è la guerra.

Dopo il secondo conflitto mondiale il rifiuto di quella brutale violenza si fece più serio e commosso. Gli scorci arditi, la tensione dinamica delle linee e dei piani, i toni delicati e smorzati dei colori concorsero ad esprimere questa sua accorata meditazione sulla guerra nelle opere degli ultimi anni: il S. Sebastiano (Galleria regionale d'arte contemporanea L. Spazzapan di Gradisca), Gli infoibati (Musei provinciali, Gorizia) e la drammatica Via Crucis, che il pittore volle dedicare alla parrocchiale del paese di Corona (pubblicata nel 1950 a Gorizia con presentazione di A. Riccoboni). Ancora nel pieno della sua attività, morì improvvisamente a Gorizia il 5 agosto 1955.

Mostre restrospettive si tennero nello stesso 1955 a Trieste, nel 1957-58 a Gorizia, nel 1967 a Gradisca, e ancora a Gradisca nel 1977 in occasione del centenario della nascita. Particolare attenzione è stata riservata negli ultimi anni alla sua produzione cartellonista e suoi manifesti sono statì esposti in varie rassegne collettive.