mercoledì 8 novembre 2023

L'eccidio di Malaga Bala

Imprigionati, deportati, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi: fu questo il tragico destino di ben dodici giovani Carabinieri Reali, catturati nel 1944 dai partigiani comunisti sloveni e italiani alle Cave dei Predil, nell’alto Friuli.


I Carabinieri Reali, a quel tempo sotto il Comando tedesco, costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di “Bretto di sotto”, oggi territorio sloveno, che produceva energia per l’intera popolazione della vallata e per la miniera di Cave del Predil, appunto, situata a 10 chilometri da Tarvisio.


A loro era stato chiesto, dopo l’8 settembre 1943, di rimanere al loro posto, al fianco delle popolazioni, per assicurare la regolarità delle funzioni civili (ordine pubblico e polizia giudiziaria) e delle funzioni militari (protezione degli impianti industriali e di pubblica utilità).


La vigliaccheria partigiana delle bande armate comuniste in quel periodo si accaniva contro obiettivi militari tedeschi mediante agguati e attentati, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato le rappresaglie naziste (consentite dai codici di guerra) contro le popolazioni civili.


Dopo aver subito gli attacchi dei “valorosi” partigiani comunisti, che prima si rendevano responsabili delle inevitabili rappresaglie e poi si davano alla macchia, il commissario germanico Hempel richiese al Comando militare la costituzione di un Distaccamento fisso di Carabinieri a protezione della centrale idroelettrica.


Il 23 marzo 1944 però i partigiani assassini di Tito misero in atto un piano criminale, volto a seminare terrore e a destabilizzare quei territori su cui il comunismo titino voleva estendere i suoi artigli, pianificandolo in due fasi.


Dapprima presero in ostaggio il Vicebrigadiere Dino Perpignano, comandante del distaccamento, e il Carabiniere Attilio Franzan, catturandoli mentre rientravano dal paese e si dirigevano verso gli alloggiamenti.


I due partigiani Ivan Likar, detto Socian, e Zvonko, costrinsero i due prigionieri sotto la minaccia delle armi a pronunciare la parola d’ordine all’ingresso del Presidio, riuscendo così a penetrarvi con facilità insieme agli altri comunisti assassini che nel frattempo avevano circondato la caserma.


Una volta entrati i partigiani catturarono tutti i Carabinieri, sorprendendoli in parte addormentati, e dopo essersi abbandonati ad un criminale saccheggio dei locali, li costrinsero a portare in spalla tutto il materiale trafugato (armi, munizioni, vestiti, cibo, attrezzi, e turbine) mentre a piedi si dirigevano verso la salita che conduceva al Monte Izgora (circa mille metri di altitudine), poi scendendo verso la Val Bausiza, e infine risalendo ancora verso l’altopiano di Bala, appena fuori Tarvisio.


I dodici Carabinieri furono così deportati nel luogo in cui avrebbero trovato la morte per mano assassina dei vili partigiani comunisti, dei quali ancora oggi le squallide Associazioni come l’Anpi ne commemorano le gesta, a ribadire il loro disprezzo per la Democrazia e i diritti umani.


La sera del 24 marzo 1944 i partigiani decisero di effettuare una sosta, e di pernottare sull’altopiano di Logie, (853 metri di altitudine), rinchiudendo i prigionieri in una stalla.


Quella sera la ferocia comunista e la vigliaccheria partigiana, che hanno sempre contraddistinto l’operato degli “eroici” fautori della cosiddetta “resistenza”, si manifestò con sadico cinismo.


Ai militari venne infatti servito un pasto caldo, costituito da un minestrone nel quale era stata aggiunta soda caustica, varechina e sale nero, nella consapevolezza che i prigionieri affamati avrebbero inconsciamente mangiato tutto ciò che era nel piatto.


Il minestrone avvelenato fu preparato dalle donne della famiglia di Lois Kravanja (Cravagna), uno dei partigiani del commando criminale, composta esclusivamente da elementi comunisti titini, ben felici di esprimere così il loro odio irrazionale e sadico.


Dopo breve tempo i Carabinieri avvelenati iniziarono a contorcersi dal dolore fra atroci spasimi, urlando e implorando i loro carnefici in una lunga agonia che si protrasse per diverse ore.


Il mattino seguente, il 25 marzo 1944, nonostante il fatto che i prigionieri fossero stremati dalla dissenteria provocata dall’ingestione di sale nero e in preda a dolori lancinanti causati dall’azione necrotica della soda caustica, che nel frattempo aveva ustionato faringe, esofago e stomaco, vennero obbligati dai “valorosi” partigiani comunisti titini a marciare fra atroci sofferenze verso Malga Bala, la destinazione finale in cui sarebbero stati uccisi.


I prigionieri stremati e consumati dalla febbre, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti), vennero sottoposti allo sfrenato sadismo che caratterizza l’operato degli aguzzini comunisti.


Il Vicebrigadiere Perpignano venne afferrato per primo e spogliato, poi i partigiani gli conficcarono un legno ad uncino nel nervo posteriore di un calcagno, e lo issarono con una corda legata ad una trave a testa in giù, come se fosse un quarto di bue, infine non contenti gli squallidi assassini lo incaprettarono e lo finirono a calci in faccia e in testa.


L’incaprettamento, per chi non lo sapesse consiste nel legare mani e piedi dietro la schiena, facendo passare la corda attorno al collo e provocando lo strangolamento a causa dei movimenti dell’incaprettato stesso.


Nel frattempo gli istinti più selvaggi e brutali dei partigiani palesarono la loro indole criminale con comportamenti inumani, come quello di colpire i prigionieri con violente picconate su ogni parte dei corpi.


I macellai partigiani tagliarono i genitali ad alcuni prigionieri, ancora vivi, e glieli conficcarono in bocca, dimostrando un disprezzo che va al di là dell’umana comprensione e proseguendo la tortura mediante la frantumazione degli occhi e l loro asportazione dalle orbite.


Ad altri prigionieri venne aperto il cuore a picconate, oppure veniva cucita la bocca con filo di ferro dopo averli castrati.


Al Carabiniere Primo Amenici venne aperto il cuore per conficcargli dentro la fotografia dei suoi cinque figli che teneva nel portafoglio.


Dopo la feroce mattanza i Carabinieri furono legati col filo di ferro e trascinati come sacchi sotto un grande masso, e ricoperti sommariamente di neve.


I corpi straziati furono rinvenuti casualmente da una pattuglia di militari tedeschi della Wehrmacht la sera del 28 marzo 1944, e recuperati.


Oggi i resti mortali di queste vittime del comunismo partigiano riposano, nell’artificioso oblio imposto dai seguaci di Togliatti e dalla compiacenza politica istituzionale, nella torre medioevale della Chiesa a Manolz di Tarvisio, le cui chiavi sono custodite dalle suore di un vicino convento.


I resti di Dino Perpignano di Domenico Dal Vecchio, e di Antonio Ferro sono stati invece riportati nelle località di provenienza dalle rispettive famiglie.


Nel 2018 il Generale dell’aeronautica militare Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi ultra ottantenne, ha ricordato l’eccidio testimoniando quanto segue:


 “Ero un ragazzino, avevo sette anni nel 1944. Ho visto quei corpi, ancora me li ricordo.

Stavamo passando da lì, appena fuori Tarvisio, con mio padre.

Eravamo sulla moto, io sul seggiolino dietro.

Non guardare, non guardare, copriti gli occhi — mi disse mio padre. Ma non lo ascoltai.

Erano ghiacciati, denudati, i lividi degli scarponi, forse li avevano finiti a calci.

Uno aveva ancora il manico spezzato di un piccone infilzato nel petto, un paio la bocca cucita con il filo di ferro”.






Libro: Dietro gli scogli di Zara di Nicolò Luxardo De Franchi


Il tenue filo della speranza che si alterna al disinganno percorre il racconto del dramma dei fratelli Nicolò e Pietro Luxardo, prestigiosi imprenditori ed esportatori di spicco della vita politica e civile di Zara, vittime degli avvenimenti che seguirono all'occupazione jugoslava dei territori dalmati nel 1944. 

Sullo sfondo di una città martoriata dalla guerra, i destini dei due protagonisti si sviluppano secondo un imperscrutabile disegno, che culminerà nell'assassinio di Nicolò e della consorte Bianca per mano di ignoti partigiani jugoslavi e nella misteriosa scomparsa di Pietro. 

È il filo della speranza a guidare gli sforzi che per lunghi anni la famiglia Luxardo compie per conoscere la verità sulla sorte dei propri cari, vagliando pazientemente ogni risposta ufficiale delle autorità interpellate. Nel labirinto di ipotesi che viene così costruendosi, il lettore è poco a poco coinvolto e spinto - quasi come in un giallo - ad abbracciare la più verosimile, aderendo al destino di uomini che la narrazione trasforma via via in figure corali, specchi di eventi condivisi da una moltitudine silenziosa. 

Una storia più vasta fa eco a quello del "signor Piero" e del "signor Nicolò": è quella di un'intera città, che si stringe attorno all'austero palazzo del Barcagno, dietro quegli scogli che raccontano il dolore di un'intera popolazione.

Leone Fortis e il '48 triestino

Leone Fortis (1827-1898), giornalista e patriota triestino dell’Ottocento, ricorda le prime agitazioni del ‘48 nella sua città. Lo sguardo pieno d’ironia e la prosa frizzante, caratteristici di questo scrittore ormai dimenticato, lasciano trapelare alcune note di nostalgia per una gioventù lontana e un’epoca irripetibile. L’episodio raccontato, per certi versi esilarante, vede come protagonisti Fortis stesso – all’epoca ventenne – e un gruppo di giovani patrioti, i quali, udita la notizia delle prime rivolte scoppiate nell’impero, trascinano dietro a sé una folla di manifestanti e si dirigono verso la residenza del governatore di Trieste, Roberto Algravio di Salm. Il governatore, svegliato nel sonno, intimorito dalla massa radunatasi sotto il suo balcone, dichiara la costituzione con un giorno d’anticipo rispetto alla sua proclamazione ufficiale a Vienna. Tuttavia, nonostante questi primi eventi all’insegna della libertà e del patriottismo, Trieste successivamente si mostra tiepida, per non dire fredda, di fronte alle istanze liberal-nazionali oggetto di rivendicazione in quell’anno di rivolgimenti e tumulti. Frattanto Leone Fortis, deciso a dare il suo contributo alla causa italiana, abbandona la città natale per prestare servizio prima nella repubblica veneziana di Daniele Manin e poi in quella romana di Mazzini, Saffi e Armellini.

Eravamo nel 48 – si figuri! Al principio del 48. – Si cantavano i cori dei Lombardi e del Nabucco – si gridava Viva Pio IX – ed era un grido rivoluzionario. Un fremito di vita nuova correva per le ossa e le vene della vecchia Europa, e la faceva trasalire sul suo letto dal lungo sonno infingardo. Metternich non si raccapezzava più – i suoi devoti perdevano la bussola più di lui. I giovani sentivano che era venuto il loro tempo. A Trieste v’erano due partiti di fronte – il partito italiano: tutti i giovani, – il partito austriaco: tutti i prudenti, i grossi negozianti, i ricchi banchieri, conservatori per calcolo, per necessità, per abitudine. – Si aspettavano le notizie di Milano e di Venezia – Non si sapeva proprio quali notizie si aspettassero – ma se ne aspettavano – si tendeva l’orecchio dalla parte di Vienna – per udir che?… non si sapeva – ma c’era per l’aria un vago rumore indistinto, come di un tuono in lontananza, un odore di uragano – che i giovani respiravano avidamente. – Tutto era dimostrazione – un mazzolino di fiori, un nastro, il modo di portare il cappello, un applauso in teatro, una strada prescelta del paesaggio. – Che tempi! che vita! che gioventù!

Gazzoletti, il povero Gazzoletti, era tutto con noi. – Anima di fuoco, cuor di poeta, – tutto entusiasmo, fede, speranza. Si sperava, e si credeva tanto allora – senza concretare mai né speranze, né fedi. Nel cartellone del teatro Grande era annunziata per quell’inverno la Disfida di Barletta del maestro Likle – un tedesco – su poesia di Gazzoletti – un italianone.

Il soggetto, il poeta ci rendevano sicuri del fatto nostro. Ci solleticava la idea di fare un maestro austriaco complice, anzi strumento di una dimostrazione italiana. – Dovevano cantarvi la Ponti – il tenore Graziani – il baritono Fiori – due giovani romagnoli, pieni di fuoco – e Achille Lorini. Chi non lo ha conosciuto a Milano, il Lorini? Vero tipo milanese – un po’ fanfarone – ma buon figliuolo. – Lorini era Prospero Colonna – Graziani Ettore Fieramosca – Fiori… non mi ricordo – uno degli italiani.

La sera della prova generale si era tutti in teatro – per istudiare il campo di battaglia dell’indomani. – Nessuno sentiva la musica. – Si conoscevano i tumulti, le agitazioni di Vienna e si commentavano in lungo e in largo, tirando gli oroscopi dell’avvenire. A un tratto uno mi dice: Se andassimo incontro al corriere di Vienna! – E’ come una parola d’ordine – ci alziamo tutti – e fuori dal teatro. – Si attraversa in massa serrata il Tergesteo.

– Perdoni!… cosa è il Tergesteo?

– E’ una specie di Galleria Vittorio Emanuele assai più piccola – divisa in grandi stanzone terrene, di convegno, di affari, di lettura, di giuoco, di caffè. – E’ il commercio triestino che si raduna colà – e ci riceve tutta la cittadinanza.

– Ho capito – prosegua.

– Proseguo – Per via c’ingrossiamo – ci trasciniamo dietro mezzo Trieste. – Dove si va? A far che? – Nessuno lo sa – pochi lo chiedono. – Si prende la via di Opcina – una via sul monte, per cui si andava a Vienna, allora che non c’era la ferrovia. – Pioveva – eravamo nel cuor della notte – una notte umida, fredda – si batteva i denti – e si guazzava nella mota sino al ginocchio. – Ma si stava lì – ad aspettare.

Intanto eravamo diventati una valanga. – Quando Dio vuole, alle due, alle tre, si ode il rumore di un carrozzone. – Era il corriere di Vienna. – Finalmente! – Il postiglione che vede quella massa fitta di gente, arresta la carrozza. – Si apre lo sportello – il corriere esterrefatto balza fuori – capisce poco o nulla – parla a stento l’italiano. Lo s’interroga confusamente, tumultuariamente. – Che c’è di nuovo? – La costituzione? – la rivoluzione? – Il corriere risponde male, confuso, balbettando – nessuno lo ascolta – si grida: – è accordata la costituzione. – Viva l’Italia! – viva la costituzione! viva la libertà! – e giù alla rincorsa per la china di Opcina, gridando il solito fuori i lumi che doveva essere la nota caratteristica del 48. E tutti ci ammassiamo di nuovo sotto il Palazzo del Governatore.

Era governatore un brav’uomo, molto insignificante, allampanato, timido, perplesso – un Algravio di Salm – cognome traditore, che si prestava ai più ameni e gastronomici bisticci.

Il pover’uomo è svegliato nel sonno, da queste grida che lo chiamano, che lo assordano. – Interroga, nessuna sa rispondergli. – Comincia anche in lui quella esterrefazione meravigliosa, fenomenale, che colpì in quell’epoca il governo austriaco, e tutti i suoi strumenti. Trasognato – mezzo spaventato – lo cacciano alla finestra – che si spalanca. – E’ interpellato da mille voci. – E’ vero che abbiamo la costituzione? – Che ne sapeva lui? – Non aveva avuto il tempo di leggere i dispacci da Vienna. – Risponde a caso – si tiene sulle generali. – Sì, sì, sì, tempestiamo noi dalla strada. – Era una domanda, una risposta, una minaccia, tutto insieme e tutto frammisto. Il povero Salm ondeggia e tentenna – Sì, sì, sì. – Si decide. – Sì, abbiamo la costituzione. – Un urrah spaventoso accoglie questa dichiarazione. Il Salm si accalora e vuol fare una perorazione di effetto. Triestini, grida alzando la voce con un erre pronunciatissimo, sclamiamo insieme Viva S.M. l’Imperatore che ci… che vi… sicuro, che vi accorda la libertà del pensiero! Uno scoppio d’ilarità omerica accoglie la notizia di questa graziosa concessione sovrana.

Per noi, ne avevamo abbastanza – ci spandiamo per la città, strepitando dei Viva di tutti i colori. I più tempestosi vanno al Tergesteo – la porta è chiusa. Si batte – sprepita – si scrolla l’uscio. La porta si spalanca – ci slanciamo alla stanza di lettura ove c’era un ritratto enorme del Principe di Metternich, in piedi, ritto, impettito, proprio in atto di dire che l’Italia non era che una espressione geografica. – Il ritratto era sparito, – il signor De Bruck, allora direttore del Lloyd, aveva pensato a scongiurare la burrasca, – ed era lì pallido ma sereno, col suo sorriso leggermente ironico, quasi a riceverci.

Non ci occupiamo di lui e saltiamo sul tavolo – il tavolo dei giornali. – Arringhiamo la folla – noi, i più giovani, proclamiamo quel giorno festa nazionale – per nostro moto proprio – scriviamo queste due parole su tanti pezzetti di carta – dei popolani se ne impadroniscono e s’incaricano di affiggerli sulle porte di tutti i negozi. – Eravamo padroni del campo; i conservatori, gli austriaci, i prudenti, si erano rintanati. – Non dubitate, che sbucarono fuori a loro tempo.

Intanto fuori bandiere e coccarde – bandiere tricolori, s’intende, – coccarde di tutte le dimensioni, enormi, colossali, monumentali.

In poche ore la coccarda l’avevano tutti sul petto – compreso, per quella giornata, l’Algravio di Salm… E ecco come la costituzione fu proclamata a Trieste 24 ore prima che fosse accordata a Vienna. Per fortuna di quel povero Salm, a Vienna avevano altro pel capo”.

 – Tratto dalle Conversazioni di Leone Fortis (Doctor Veritas), Fratelli Treves Editori, Milano, 1877, pagg. 23-27 –

Guglielmo Oberdan

Nacque a Trieste il 1° febbraio 1858 da Valentino Falcier e da Giuseppina Oberdan.
Il padre era un panettiere originario di Noventa di Piave (Venezia), soldato nell’esercito austriaco. 
Quattro anni dopo la sua nascita la madre si sposò con Francesco Ferencich, capofacchino presso il porto di Trieste, dal quale ebbe altri quattro figli.
Il patrigno iscrisse Guglielmo nel censimento di famiglia del 1865 e alle scuole elementari con il suo cognome; i rapporti tra i due, testimoniati da questa chiara volontà di legittimarlo, furono molto buoni. Le modeste condizioni di famiglia non impedirono a Oberdan di continuare gli studi presso la Civica Scuola reale superiore di Trieste. All’inizio fu un allievo poco diligente, soprattutto dal punto di vista del comportamento. In seguito, dopo aver ripetuto la prima classe, la sua condotta e il suo profitto migliorarono, al punto da conseguire brillantemente, nel luglio 1877, la maturità tecnica.
Frequentatore, nonostante l’età e le origini, dei salotti letterari e politici triestini, durante l’adolescenza fu molto influenzato dagli scritti di Giuseppe Mazzini e di Francesco Domenico Guerrazzi e frequentò, fra gli altri, Adolfo Liebman, l‘insegnante di matematica e militante del partito liberale Vitale Laudi, l’irredentista e istruttore di ginnastica Gregorio Draghicchio, il giornalista Riccardo Zampieri e il cantante lirico Domenico Giovanni Battista Delfino, detto Menotti.
Nell’autunno del 1877 si trasferì a Vienna dove, grazie a una borsa di studio del Comune di Trieste, frequentò il corso di ingegneria presso il Politecnico, che seguì regolarmente fino al luglio 1878. Durante il soggiorno viennese si rafforzarono le sue convinzioni patriottiche e in quel periodo, in nome di un comune sentire, partecipò ad alcune riunioni organizzate da studenti italiani e polacchi.
Il 26 marzo 1878 fu sottoposto alla visita di leva e arruolato nel 22° reggimento di fanteria Weber riservato ai giovani delle province meridionali dell’Impero, in particolare triestini, istriani e dalmati. Non ottenne alcun beneficio, nemmeno quello di poter prestare servizio a spese dello Stato. La chiamata alle armi, inizialmente prevista per 1° ottobre 1880, fu anticipata al 5 luglio 1878 in virtù dell’occupazione austriaca di Bosnia ed Erzegovina decisa dal Congresso di Berlino. Tornato subito a Trieste e trascorsa una decina di giorni in caserma, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1878 disertò assieme a due giovani istriani originari di Pirano, Rocco Tamburlini e Nicolò Predonzani. I tre, raggiunto il molo Audace, s’imbarcarono su un veliero diretto in Italia. Dopo un viaggio di quattro giorni, reso difficile dalla mancanza di vento, il 21 luglio approdarono a Senigallia. Ad Ancona, la meta inizialmente prevista, Oberdan fu accolto da Domenico Barilari, direttore di uno dei più importanti fogli repubblicani, Il Lucifero. Per ragioni di sussistenza prese subito contatto con l’avvocato triestino Aurelio Salmona, stenografo presso il Senato e animatore del comitato triestino-istriano per le Alpi Giulie. In questa fase chiese di arruolarsi nell’esercito regolare italiano, preferibilmente in un corpo di artiglieria, ma senza successo. Per interessamento di Salmona dopo appena quattro settimane riuscì a trasferirsi a Roma. Qui riprese gli studi dimostrando una certa continuità. Nel novembre 1878 s’iscrisse al secondo corso della facoltà fisico-matematica, superando poi gli esami con buoni voti. Nel novembre dell’anno successivo passò alla Scuola d’applicazione per gli ingegneri e nell’ottobre 1880 s’iscrisse alla seconda classe, sostenendo però appena un esame e interrompendo formalmente gli studi a partire dalla metà del 1881.
In generale, la sua permanenza in Italia fu caratterizzata da gravi ristrettezze economiche. Solo per i primi mesi riuscì a contare sul sostegno delle associazioni irredentiste. Pertanto fu costretto a dare lezioni private e a lavorare come traduttore nelle redazioni dei giornali. Qualche sporadico aiuto giunse anche dalla sua famiglia e godette di alcuni sussidi governativi grazie a Onorato Occioni, rettore dell’Università, e a Luigi Cremona, direttore della Scuola d’applicazione. Solo in seguito riuscì a ottenere un incarico temporaneo e remunerato presso l’istituto di fisica e, a varie riprese, un impiego presso la Compagnia reale delle ferrovie sarde procuratogli dall’ingegnere triestino Beniamino Besso.
Non è chiaro se Oberdan fosse repubblicano al suo arrivo in Italia, ma durante il soggiorno romano fu molto influenzato dalla presenza di Salmona, tramite il quale entrò in relazione con gli ambienti dell’emigrazione politica e con figure come Matteo Renato Imbriani e il generale Giuseppe Avezzana, presidente dell’Associazione pro Italia irredenta. Del resto, quella fu la fase in cui l’irredentismo iniziò a incarnare la spinta sovversiva della tradizione repubblicana. Il 27 ottobre 1878 toccò a Oberdan portare il saluto delle terre irredente a Villa Glori, in occasione della commemorazione delle imprese garibaldine. Qualche giorno dopo, il 3 novembre, tenne un altro importante discorso a Mentana. Fin dalla sua nascita, nell’aprile 1879, partecipò alle riunioni della sezione romana dell’Associazione per le Alpi Giulie, ritagliandosi un ruolo sempre più centrale nei sodalizi irredentisti e divenendone a sua volta un punto di riferimento. La sua frenetica attività fu sottoposta alla vigilanza sia delle autorità italiane sia dell’ambasciata austro-ungarica.
In questa fase, firmandosi Nemo, mantenne i contatti epistolari con la famiglia e con gli amici rimasti a Trieste, in particolare con Menotti Delfino e Marco Stefani, per lo più manifestando insofferenza verso l’inazione contro l’Austria-Ungheria.
Nel marzo 1882, sempre a Roma, fu tra i promotori del Circolo democratico universitario, finalizzato alla diffusione della propaganda irredentista fra i giovani. Alla notizia della morte di Garibaldi, che aveva incontrato nella capitale nel luglio 1879 assieme a un gruppo di giovani emigrati triestini e istriani, Oberdan entrò a far parte del comitato che doveva predisporre la partecipazione delle associazioni irredentiste alle onoranze funebri. Al corteo organizzato a Roma in concomitanza con i funerali di Garibaldi – che preoccupò non poco le autorità italiane – sfilò davanti alla sede dell’ambasciata austriaca con la bandiera di Trieste listata a lutto, fatto che non passò inosservato.
Già in precedenza aveva sostenuto la necessità che le associazioni legate all’emigrazione si emancipassero dalla tutela politica ed economica del governo, ormai avviato verso un’alleanza con l’Austria-Ungheria. Ma dopo la scomparsa di Garibaldi gli fu sempre più evidente l’impossibilità di contribuire a un’azione concreta in favore di Trento e Trieste senza un gesto esemplare. E ciò nonostante la fiducia che riponeva in Felice Cavallotti e soprattutto in Imbriani, il principale propagandista dell’irredentismo. Fu in quelle settimane che progettò un’azione eclatante a Trieste, in occasione dell’inaugurazione dell’Esposizione industriale allestita per il cinquecentenario della dedizione della città agli Asburgo. I preparativi furono discussi in una riunione a Napoli proprio con Imbriani e d’intesa con Salmona.
Alla fine di luglio 1882 Oberdan partì per Trieste dove si trattenne almeno fino al 3 agosto. Scelse opportunamente quei giorni di grande affluenza di forestieri e, per non essere riconosciuto ed evitare l’arresto, non fece visita nemmeno alla famiglia. Per precostituirsi un alibi, fece spedire una lettera da Roma datata 2 agosto ai suoi genitori. Proprio quel giorno, infatti, avvenne un attentato all’altezza di via S. Spiridione contro un corteo di veterani e reduci che si stavano recando a rendere omaggio all’arciduca Carlo Ludovico, fratello dell’imperatore. Lo scoppio di una bomba, lanciata dalla finestra di un edificio, provocò la morte di due giovani e il ferimento di una quindicina di persone. Nei giorni successivi Oberdan confidò a Salomone Morpurgo e a Giuseppe Picciola di essere stato lui a commettere materialmente l’attentato, di aver gettato in mare un’altra bomba e di essersi allontanato poi dalla città perché impossibilitato a creare un danno maggiore, circostanza che non riuscì comunque a essere chiarita nemmeno in sede processuale. Dell’episodio fu accusato, infatti, il triestino Leopoldo Contento, che morì in carcere dopo qualche mese, e le indagini portarono al coinvolgimento di una trentina di persone legate agli ambienti dell’irredentismo, tra le quali Raimondo Battera, poi assolto dalle imputazioni più gravi, e il garibaldino triestino Giusto Muratti, che aveva procurato a Oberdan i mezzi per ripassare il confine, raggiungere Udine e poi, dopo una tappa a Genova, ritornare a Roma. Secondo altre versioni, non confermate, la bomba sarebbe stata lanciata da Adelia Delfino, sorella di Menotti.
L’incidente del 2 agosto suscitò molto allarme nelle autorità austriache e rafforzò in Oberdan la convinzione che bisognasse colpire direttamente l’imperatore Francesco Giuseppe durante la sua visita a Trieste prevista intorno alla metà del mese di settembre. I dettagli di questo nuovo attentato, disapprovato però dai vertici del movimento repubblicano, furono messi a punto a Roma in un paio di riunioni con Albino Zenatti, Salomone Morpurgo e Salmona, che procurò il necessario, comprese due ‘bombe all’Orsini’. Inizialmente era previsto che Oberdan partisse da solo, ma poi si fece accompagnare dal farmacista istriano Donato Ragosa. L’intenzione era di raggiungere Trieste il giorno prima della famiglia imperiale, attesa per la mattina del 17 settembre.
In quel frangente Oberdan stese probabilmente il suo testamento politico, sottoscritto anche da Ragosa – la cui firma fu poi cancellata per non comprometterlo – e affidato al repubblicano Felice Albani, il quale a sua volta lo consegnò ad Antonio Fratti che il triestino aveva conosciuto durante il soggiorno romano.
Partiti da Roma il 14 settembre, il giorno dopo Oberdan e Ragosa giunsero a Udine, dove incontrarono l’avvocato Giuseppe Fabris-Basilisco, un emigrato politico che godeva della fiducia di Salmona, ma che in realtà era un confidente austriaco. Un altro infiltrato negli ambienti irredentisti, Francesco de Gyra, ex garibaldino di origine ungherese, fornì negli stessi giorni preziose informazioni sui movimenti dei due giovani, che ripartirono da Udine nel pomeriggio del 15 settembre, guidati da un vetturino, Giuseppe Sabbadini. Dopo aver pernottato a Buttrio, l’indomani proseguirono per Manzano, attraversarono il confine a piedi e quindi, passando per Versa, Romans e Sagrado, raggiunsero Ronchi verso le 10 del mattino. Qui i due si divisero: Oberdan prese alloggio presso una locanda, mentre Ragosa proseguì per Trieste con un altro cocchiere. Sabbadini venne però fermato sulla via del ritorno verso Udine e, interrogato sulle generalità delle due persone con le quali era stato visto, condusse il capoposto della gendarmeria di Gradisca, Virgilio Tommasini, a Ronchi. Oberdan, sorpreso nella sua stanza nel primo pomeriggio, riuscì a sparare contro il gendarme ferendolo a una mano, ma fu presto immobilizzato, disarmato e arrestato assieme al vetturino. Oltre a una rivoltella gli furono sequestrate le due bombe, del tutto simili a quella scoppiata il 2 agosto e considerate poi la prova principale delle sue intenzioni. Leggermente ferito durante la breve colluttazione che aveva portato al fermo, nel primo interrogatorio dichiarò di chiamarsi Giovanni Rossi. A tarda sera fu tradotto a piedi presso le carceri giudiziali di Monfalcone e il giorno dopo trasferito in treno a Trieste. Nelle stesse ore subì una contestazione organizzata da alcuni abitanti di Monfalcone.
Ragosa, ritornato in Italia vista l’impossibilità di condurre in porto qualsiasi azione in Istria e a Trieste, fu processato e assolto dalla Corte d’assise di Udine nel 1883. La risposta austriaca fu, qualche settimana più tardi, la condanna a morte di Sabbadini, pena poi commutata in 12 anni di carcere duro e comunque sproporzionata rispetto alle sue responsabilità.
Interrogato dal giudice istruttore il 19 settembre 1882, Oberdan, di fronte a prove inoppugnabili, fu costretto a confessare la sua vera identità. L’istruttoria civile contro di lui doveva essere affidata al Tribunale di Gorizia, competente per territorio, e non a quello di Trieste. Gli furono notificate le accuse di alto tradimento e di tentato omicidio. Il successivo interrogatorio si svolse il 27 settembre e proseguì poi il 29 e il 30, concludendosi con il confronto con Sabbadini e con il rifiuto di rispondere ad altre domande. Il 7 ottobre iniziò l’istruttoria militare, che tuttavia non aggiunse alcun elemento rilevante agli atti e alle testimonianze già raccolte.
Negli interrogatori Oberdan confermò che le bombe gli erano state consegnate in territorio austriaco da un membro sconosciuto del comitato della gioventù di Trieste libera, organizzazione di cui lui stesso faceva parte, poiché era stato sorteggiato per farle esplodere a Trieste «per dare un saluto al graziosissimo sovrano» (Salata, 1924B, p. 432): una versione ovviamente falsa, ma coerente rispetto alla scelta di non coinvolgere altre persone e, allo stesso tempo, di allarmare le autorità. In generale, durante tutta la fase processuale Oberdan mantenne un comportamento volutamente provocatorio e autolesionista, alla chiara ricerca di un martirio che potesse essere d’esempio per gli stessi ambienti dell’irredentismo, scuotesse l’opinione pubblica e, indirettamente, incrinasse i rapporti diplomatici tra l’Italia e l’Austria-Ungheria.
L’udienza di fronte al Consiglio di guerra si tenne il 20 ottobre. Il dibattimento si limitò a una semplice lettura delle deposizioni rese durante il procedimento istruttorio e confermate in quella sede dallo stesso imputato.
Nella relazione dell’ufficiale auditore Francesco Fongarolli furono elencate come attenuanti il fatto che Oberdan fosse incensurato, che avesse agito su mandato di altre persone, che al momento della diserzione, avvenuta in tempo di pace, fosse una semplice recluta e che l’alto tradimento fosse rimasto allo stadio di iniziale tentativo. Furono invece considerate aggravanti il concorso di alto tradimento per aver messo in pericolo la persona dell’imperatore e per aver operato contro l’unità dello Stato, il concorso di alto tradimento con il reato di diserzione, la messa in pericolo della vita e dell’incolumità di altre persone attraverso l’uso di bombe, l’accurata preparazione dell’alto tradimento.
Fu quindi proposta la pena di morte «mediante capestro» e la rifusione all’erario militare della taglia di 24 fiorini. La revisione d’ufficio del processo militare non modificò la pena. Il 31 ottobre la Corte suprema di Vienna esaminò gli incartamenti processuali e il 4 novembre confermò la condanna a morte.
Nel dispositivo della sentenza furono inserite due aggravanti: le false generalità fornite al momento dell’arresto e soprattutto l’attività politica e l’appartenenza ad associazioni irredentiste durante l’esilio in Italia, precedenti che per la Corte rappresentavano già un crimine di alto tradimento, come pure l’accettazione a prendere parte all’attentato, a prescindere dal fatto che il reato non fosse stato compiuto. Infine, fu attribuita grande importanza alla confessione dell’imputato, che era stata chiara e puntuale.
Il giorno della sentenza il Consiglio dei ministri, presieduto dall’imperatore, respinse la domanda di grazia che, nonostante la contrarietà di Oberdan, la madre, dopo averlo visitato in carcere, aveva presentato il 17 ottobre.
L’esecuzione della sentenza, prevista tra l’11 e il 18 novembre, fu sospesa il giorno 14 per consentire un approfondimento sulle eventuali responsabilità di Oberdan nell’attentato del 2 agosto. Da Trieste si insistette per ottenere questa dilazione e per poter accertare un coinvolgimento in un episodio che, di per sé, era molto più grave rispetto a quello per il quale era stato processato. Dall’11 al 24 novembre venne sottoposto a diversi interrogatori e confronti, ma non si riuscì a dimostrare la sua presenza nel luogo dove era scoppiata la bomba, ma solo la sua permanenza a Trieste, come egli stesso aveva confessato, dal 31 luglio al 3 agosto. A differenza di quanto aveva confidato in privato, respinse ogni accusa.
Il solo a manifestare una netta contrarietà alla sentenza di morte fu il luogotenente di Trieste, che la giudicò un errore politico per l’Austria-Ungheria. Ma a indebolire la posizione di Oberdan contribuirono la politica triplicista appena inaugurata dal governo italiano nonché i sospetti e le cautele di Agostino Depretis nei confronti dell’Estrema Sinistra. A nulla servirono la campagna dei circoli e dei fogli repubblicani, in particolare a Roma, e le agitazioni studentesche a Pisa, a Venezia e soprattutto a Bologna, poi giudicate controproducenti. Victor Hugo si appellò all’imperatore affinché concedesse la grazia e alla vigilia dell’esecuzione si levò la protesta anche di Giosue Carducci.
Fu giustiziato tramite impiccagione nel cortile della Caserma grande di Trieste la mattina del 20 dicembre 1882.

Icilio Bacci

Icilio Bacci è stato un politico italiano nato il 2 luglio 1879 a Fiume da una famiglia di irredentisti italiani.
Fratello di Ipparco Bacich. A lui e ai suoi cinque fratelli sono stati dati nomi che iniziano con la lettera "I" per l'Italia. È stata uno dei fondatori e leader della Giovine Fiume, associazione irredentista italiana ispirata alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini. 
Vicesindaco di Fiume nel 1910. È stato uno dei fondatori della Società Nazionalista Italiana nel 1910. Si arruolò nell'esercito italiano nella prima guerra mondiale. Si unì alla Legione di Fiumana nel 1919. Collaborò con Gabriele D'Annunzio e partecipò all'Impresa di Fiume nel 1919. Ministro dell'Interno e Ministro della Giustizia della Reggenza Italiana del Carnaro dal 1919 al 1920. Presidente della Provincia del Carnaro nel 1929. Senatore del Regno d'Italia nel 1934. Membro del Movimento Federalista Liburnico, gruppo autonomista italiano che sostenne l'italianità e l'indipendenza del Quarnaro, e si oppose all'annessione alla Jugoslavia in 1943-1945. Rifiutò di abbandonare la città di Fiume alla fine della seconda guerra mondiale. Arrestato, imprigionato e assassinato dai comunisti jugoslavi il 28 agosto 1945. Il suo corpo non è mai stato trovato.

Osvaldo Ramous

Osvaldo Ramous (Fiume, 11 ottobre 1905 – Fiume, marzo 1981) è stato un poeta e scrittore italiano. Passò l'intera sua vita nella città di Fiume.
Ultimo di sei figli, nacque nel rione fiumano di Citavecia ai tempi in cui la città era corpus separatum come Città di Fiume e dintorni all'interno dell'Impero Austroungarico.
I suoi esordi letterari risalgono all'edizione della rivista letteraria fiumana Delta, che uscì dal 1923 al 1925. Dal 1929 iniziò la sua collaborazione col quotidiano La Vedetta d'Italia in qualità di critico teatrale e musicale. Nel 1930 viene assunto come redattore, funzione che conservò fino al 1942, anno in cui venne licenziato dall'allora capo dell'Ente Stampa Carlo Scorza, con la motivazione generica di "riduzione del personale".
Il suo nome aveva iniziato ad acquisire una discreta fama di poeta fin dagli anni trenta, collaborando alle riviste Termini, L'Italia Letteraria, Il Meridiano e La Tribuna di Roma.
Nel 1944 divenne direttore de La Vedetta d'Italia, a pochi mesi dall'occupazione di Fiume da parte dell'esercito jugoslavo.
Deciso a rimanere in città, Ramous fra il 1946 e il 1961 ebbe la direzione del Dramma Italiano, che riuscì a salvare nel 1956 dai propositi di chiusura del regime croato dalla Federazione jugoslava. In tutto, come regista, mise in scena 46 lavori.
Divenuta in pochi anni (fra il 1945 e il 1955) minoranza nella propria città a causa dell'esodo, la componente italiana di Fiume trovò in Ramous un prolifico animatore culturale, che cercò di mantenere aperto un ponte con l'Italia in un periodo estremamente difficile. Nel 1954 si recò a Milano e con Paolo Grassi - direttore del Piccolo Teatro - concordò una tournée in Jugoslavia della compagnia italiana. Nel 1959 curò l'edizione dell'antologia Poesia jugoslava contemporanea (Rebellato Editore), prima del genere apparsa in Italia. Nel 1964 organizzò il primo incontro fra scrittori italiani e jugoslavi a Cittadella, prodigandosi perché non si affrontassero questioni politiche, onde evitare contrasti fra gli intellettuali dei due paesi.
Collaboratore fisso della RAI e di Radio Capodistria, ha scritto per numerosi giornali italiani, jugoslavi, americani e di altri paesi, producendo più di 400 saggi ed articoli vari. Le sue opere sono state tradotte in nove lingue.
La prima raccolta di versi di Ramous fu Nel canneto (Rivista Termini, 1938), della quale si occupò la Reale Accademia d'Italia.

Da quell'anno fino al 1953 non pubblicò più nulla: questo lungo e significativo periodo di silenzio è legato al completo stravolgimento del panorama storico e politico in Europa, dalle Leggi razziali fasciste alla seconda guerra mondiale, fino al passaggio di Fiume dall'Italia alla Jugoslavia, dominata da un regime comunista che causò la radicale modificazione degli equilibri etnici nella sua città natale.
Nel 1953 - per i tipi dell'EDIT (la casa editrice della minoranza italiana in Jugoslavia) - Ramous pubblicò la sua seconda silloge dal titolo Vento nello stagno. In successione sono poi apparse Pianto vegetale (1960), Il vino nella notte (1964), Risveglio di Medea (1967), Realtà dell'assurdo (1973), Pietà delle cose (1977) e, postuma, Viaggio quotidiano (1982).
Ramous si è cimentato anche nella narrativa, un eccheggiamento del neorealismo, pubblicando numerose novelle e due romanzi: I gabbiani sul tetto (1964) e Serenata alla morte (1965). Solo nel 2007 venne pubblicato Il cavallo di cartapesta, un romanzo autobiografico composto nel 1967 ma modificato più e più volte fino agli ultimi giorni di vita.
Molto feconda fu pure la sua opera di traduzione dallo spagnolo, dal francese e dalle lingue dei popoli jugoslavi.
Fra le tematiche preferite da Ramous, un posto importante l'ha avuto l'amara riflessione sui destini della sua terra:
«(...)
Odore d'esilio di una terra
Che m'ha cresciuto e sempre m'abbandona,
con le sue foglie chine
alla pioggia fatale»
(Il suolo che io calco, in Pianto vegetale, 1960)
«già s'inquietano l'ombre,
amiche un tempo
ora straniere, e celano
ciò che un giorno fu mio»
(Sul colle, in Pianto vegetale, 1960)
Questo tema negli anni diventa in Ramous sempre più complesso, e nell'ultima sua produzione - dominata da argomenti metafisici in un contesto neoermetico - trova spazio per colorare la propria angoscia nel verso giusto. Nascono così poesie come Città mia e non mia e Alghe e licheni (entrambe in Pietà delle cose, 1977), che affrontando il motivo dell'esodo ripropongono il complesso rapporto con la città natale.

È morto a Fiume nel 1981.

Ezio Loik

Nato a Fiume il 26 Settembre 1919, crescito nella Fiumana raggiunge il Milan nell'estate del 1937 e dalla società rossonera si separa dopo un triennio per approdare al Venezia e con i neroverdi si aggiudica la Coppa Italia del 1941. Viene ceduto al Torino, insieme a Mazzola, per la stagione 1942-43. Cucitore delle trame del centrocampo del Grande Torino, coriaceo, lavoratore infaticabile in possesso di un tiro imperioso che esplode improvviso con entrambi i piedi, Loik al servizio della maglia granata disputa 181 partite (176 in campionato e 5 in Coppa Italia) realizzando 72 gol (70 in campionato e 2 in Coppa Italia). Vince gli scudetti degli anni 1943, 1946, 1947, 1948, 1949. In 9 occasioni indossa la maglia della Nazionale realizzando 4 gol. Muore a Superga il 4 Maggio del 1949.