domenica 25 febbraio 2024

Dalmazia - Roberto Ghiglianovich

Dalmazia del Dott. Roberto Ghiglianovich

(Scritto da Roberto Ghiglianovich, tratto da “The Journal of American History”, Vol. 13, N. 1, 1919.)

L'Onorevole Roberto Ghiglianovich è il rappresentante degli Italiani della Dalmazia. Da trent'anni è membro della Dieta dalmata; è stato Presidente dell'Associazione Politica degli Italiani di Dalmazia e del Consiglio Direttivo della Lega Nazionale per le rispettive scuole italiane. Durante la guerra fu membro del consiglio direttivo dell'Associazione Politica degli Italiani Irredenti a Roma. Un uomo del suo calibro sarebbe stato naturalmente un bersaglio luminoso per la polizia austriaca, che lo perseguitò incessantemente e alla fine riuscì a ottenere un'ordinanza di arresto. Ciò lo prevenne con la fuga in Italia nel marzo 1915.

È costante motivo di dolore per i dalmati italiani ricordare quanto fossero arrivati vicini al traguardo dell'unità con l'Italia quando Garibaldi, nel 1866, aveva effettivamente pianificato la spedizione per la loro liberazione, nella quale era sostenuto dal primo ministro Ricasoli. Garibaldi lo concepì come una continuazione del programma generale di unità e libertà italiana. Gli sfortunati eventi che seguirono stroncarono le nutrite speranze di Garibaldi e dei suoi fratelli dalmati. Questi ultimi presupponevano sempre che, in ogni attività marziale per la liberazione e l'unità italiana, dovessero prendere la loro parte di pericoli e di difficoltà in egual misura con gli italiani del Regno. Lo dimostrarono gloriosamente nel 1848, nel 1859 e nel 1866. La seguente chiara affermazione del dottor Ghiglianovich è piena di inevitabili suggestioni.

— Gli autori.

DALMAZIA

A cura del Dottor Roberto Ghiglianovich

Membro della Dieta dalmata.

Dopo essere fuggito in Italia nel marzo del 1915, ebbi la gioia di ritornare nel mio paese natale insieme all'ammiraglio Millo, l'eroe dei Dardanelli, che il governo italiano aveva nominato governatore della Dalmazia. Con lui approdai prima a Sebenico e poi a Zara. Le due città e le isole dalmate erano state occupate pochi giorni prima dalle forze italiane di terra e di mare. Quando sbarcammo, gli italiani a Sebenico ci accolsero con manifestazioni di gioia. Trovai la mia città natale, Zara, in estasi dopo la firma dell'Armistizio nel novembre del 1918. Le sue strade erano tutte adornate da migliaia di bandiere italiane. Quando arrivò la corazzata italiana, con il Comandante che aveva occupato Zara diverse ore prima della firma dell'Armistizio, tutta la popolazione della città si radunò lungo la riva. Giovani e vecchi, donne e bambini, si inginocchiarono devotamente, benedicendo l'Italia, la loro liberatrice!

Quando l'ammiraglio Millo parlò alla folla dal balcone del Palazzo Municipale di Zara, la manifestazione pubblica non conobbe limiti. L'intero popolo giurò eterna fedeltà alla Madre Patria, l'Italia, e al suo Re glorioso e vittorioso. Gli italiani delle Isole Dalmate hanno accolto le forze italiane di occupazione con la stessa gioiosa acclamazione. Grazie ai provvedimenti presi dal governatore italiano, superate le prime difficoltà legate al sostentamento della popolazione, e dopo aver affrontato i soldati e i prigionieri bolscevichi che l'Austria disperse nell'interno del paese, la vita assunse un aspetto normale. Il cibo è abbondante lì e le comunicazioni terrestri e marittime vengono ristabilite. La pubblica amministrazione e le scuole hanno ripreso il loro regolare funzionamento. Il comportamento delle truppe di occupazione è corretto sotto ogni aspetto. Anche gli slavi rurali dell'interno sono ricettivi e riconoscenti.

Ma la gioia di tutti gli italiani liberati è tutt’altro che pura. Il capoluogo della Dalmazia, Spalato, la città che porta con sé una storia così lunga e triste di lotte per il trionfo del sentimento italiano in Dalmazia, non è stata occupata dall'Esercito e dalla Marina italiana. Non rientrava nella linea di occupazione della Dalmazia tracciata dalle condizioni del Trattato di Armistizio tra Italia e Austria-Ungheria. A Spalato c'è ora un governo croato provvisorio, che agisce sotto le direttive del Comitato nazionale di Sagabria [Zagabria]. Con inaudita violenza reprimono ogni manifestazione della numerosa e importante componente italiana della città. Giornali italiani e stranieri hanno pubblicato per l'opinione pubblica americana e alleata la notizia degli attentati commessi contro gli italiani a Spalato. Il loro tragico destino è facilmente prevedibile se la loro città non dovesse essere riunificata all'Italia come lo saranno Zara, Sebenico e le Isole Dalmate.

A testimonianza del persistente carattere italiano di Spalato e dell'ardente desiderio degli italiani di Spalato di unire la loro città all'Italia, il seguente episodio sarà illuminante. A soli due giorni dalla firma dell'Armistizio, circa 5.000 italiani di Spalato sono diventati membri dell'Associazione Nazionale “Dante Alighieri” di Roma, che, fin dalla sua fondazione circa trent'anni fa, non ha mai smesso di impegnarsi per la tutela del sacro Aspirazioni italiane tra le quali, come il Trentino, la Venezia Giulia, Trieste e Fiume, ha sempre largamente figurato la Dalmazia.

La Dalmazia è italiana quanto Roma e Venezia da 2000 anni. Fu romana fino alla caduta dell'Impero Romano; poi si costituì in libere comunità, di carattere interamente latino e italiano. Appartenne alla Repubblica di Venezia dal 1409 al 1797, anno in cui venne ceduta da Napoleone all'Austria, insieme a Venezia e all'Istria.

Nonostante i metodi barbari impiegati dall'Austria dal 1866 fino al giorno della sua disgregazione, per imporre con la forza la preponderanza della popolazione croata in Dalmazia, il sentimento italiano è lì molto vivo. Questo fatto dovrebbe essere riconosciuto e preso in seria considerazione. La Dalmazia non ha nulla del carattere balcanico e orientale. Basta vedere le sue città ed entrare davvero in contatto con le sue popolazioni per convincersi che Roma e Venezia non le hanno influenzate solo esteriormente, ma hanno lasciato su di loro tracce indelebili del pensiero e della cultura italiana. L’Italia, quindi, non ha solo un diritto legale, ma una presa spirituale sulla Regione.

L'indipendentismo triestino: una creazione di Tito con la maschera di Francesco Giuseppe (M. Vigna)

Dopo la seconda guerra mondiale parte del territorio invaso dalla Jugoslavia e rimasto conteso diplomaticamente con l’Italia permase in stato di amministrazione militare provvisoria, il cosiddetto TLT (Territorio libero di Trieste).

Il TLT divenne uno dei punti di frizione fra blocco occidentale e blocco comunista e fu lacerato all’interno da contrasti politici intensissimi. Ai sostenitori della riunificazione con l’Italia si opponevano i simpatizzanti della Jugoslavia comunista, ma fra i due si trovava anche un raggruppamento indipendentista, diviso in vari partiti.

Sia alle elezioni del 1849, sia alle amministrative del 1952 stravinsero i partiti italiani. Nel 1952 i nazionali italiani ebbero il 62,3% dei voti, gli indipendentisti il 35%, gli jugoslavi il 2,7% con il minuscolo Fronte Popolare Italo-Sloveno.

L’analisi però deve essere più approfondita, perché gli indipendentisti erano di fatto in maggioranza o comunisti, o nazionalisti slavi, od ambedue.

Il 35% degli indipendentisti derivava per metà dal Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste, che altro non era che il ramo triestino del PCI. Esso non appoggiava l’annessione alla Jugoslavia, poiché questo stato aveva rifiutato l’obbedienza all’URSS pur rimanendo comunista, mentre il PCI di Togliatti era di stretta osservanza stalinista. Però, i due partiti che facevano dell’indipendenza il loro cavallo di battaglia e ragione stessa d’esistenza, il Fronte dell’Indipendenza ed il Movimento Autonomista Giuliano, che cosa erano realmente?

In teoria, essi rivendicavano per Trieste e dintorni una presunta identità mitteleuropea e cosmopolita, che sarebbe stata quella dell’impero asburgico. Erano gli eredi ideologici dei vecchi “austriacanti” e “fedeloni” dei tempi dell’Austria imperiale, con fra le loro fila talora esattamente le stesse persone soltanto più anziane.

Tuttavia, gli italiani li accusavano d’essere di fatto filoslavi e di volere la creazione d’uno stato minuscolo alle frontiere della dittatura di Tito al fine di preparare una futura annessione a Belgrado. Oggigiorno è dimostrato che la creazione di questi movimenti indipendentisti fu voluta dal governo di Tito e che furono finanziati di nascosto dal denaro proveniente dalla Jugoslavia. I titini, consapevoli che non avrebbero mai potuto vincere in una città a stragrande maggioranza italiana ed anticomunista, scelsero di camuffarsi e di spacciarsi per indipendentisti, ovvero di creare dei movimenti fantoccio che potessero avere voti anche dagli italiani.

Due considerazioni sono opportune:

primo, l’indipendentismo triestino è sorto su impulso e finanziamento del dittatore Tito;

secondo, tale azione politica si è servita del “mito asburgico” per ottenere consensi, ossia il nazionalismo slavo si è mascherato da nostalgia mitteleuropea;

La contraddizione è apparente, perché il binomio fra simpatia per l’Austria imperiale e nazionalismo slavo italofobo era radicato già nella Duplice Monarchia.

(sui finanziamenti jugoslavi all’indipendentismo triestino: D’Amelio Diego, Di Michele Andrea, Mezzalira Giorgio (a cura di), La difesa dell’italianità. L’Ufficio per le zone di confine a Bolzano, Trento e Trieste (1945-1954), Il Mulino, Bologna, 2015, pp. 404-405)

Il massacro di Prozor, il crimine di guerra più efferato di cui furono vittime militari italiani prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943

Il 17 febbraio 1943, 771 soldati semplici, ufficiali, feriti e mutilati, disamati, arresisi dopo aver fatto il proprio dovere, assassinati dai partigiani comunisti sino all’ultimo uomo, senza pietà alcuna né rispetto per le consuetudini di guerra e le leggi internazionali, di cui il Regno di Jugoslavia era firmatario.

Prozor nei pressi di Sarajevo, è stato lo scenario di una delle più efferate atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale ai danni di militari italiani prima dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Soldati semplici, ufficiali, feriti e mutilati, disertori, prigionieri di guerra che avevano compiuto il proprio dovere, sono stati lucidamente massacrati dagli partigiani comunisti senza alcuna compassione e senza rispetto per le leggi internazionali a cui il Regno di Jugoslavia era sottoscrittore.

La 154ª Divisione di fanteria di occupazione Murge fu attaccata da cinque brigate partigiane che avevano oltrepassato il fiume per sfuggire all’inseguimento dei reparti dell’Asse e dei cetnici.

I Partigiani comunisti decisero di dirigersi verso la cittadina di Prozor, occupata dai soldati del III° Battaglione del 259° Murge, che avevano fortificato un loro presidio. Offrirono loro l'opportunità di arrendersi ma questa offerta fu rifiutata dai soldati italiani. I partigiani erano composti da circa cinquemila membri, divisi in cinque Brigate Proletarie d'Assalto, mentre gli italiani erano meno di ottocento. La notte tra il 15 e 16 febbraio 1943, gli italiani respinsero con valore e disperazione il primo attacco di Prozor. Il secondo attacco, invece, avvenne nella notte tra il 16 e 17 febbraio e vide la vittoria della 5a Brigata d'assalto montenegrina, guidata dal suo comandante Sava Kovacevic. Gli italiani avevano finito le munizioni, e così la città è stata conquistata dopo una feroce lotta all'arma bianca. I prigionieri catturati sono stati tutti massacrati. Milovan Gilas ha ordinato l'esecuzione dell'intero battaglione, come ha ricordato nelle sue memorie. In totale, 740 prigionieri sono stati uccisi a Prozor semplicemente perché avevano rifiutato di arrendersi al primo giorno dell'attacco.

Gli ufficiali dell'esercito italiano vennero catturati e portati alla foce della Narenta, dove sarebbero stati massacrati. Tale strage divenne possibile grazie alla delazione di un capitano triestino antifascista, Riccardo Illeni, che consegnò un elenco con i nomi di tutti gli ufficiali ai partigiani. Questa vicenda è stata descritta da Gino Bambara nell'opera La guerra di liberazione nazionale jugoslava (1941-1943). Successivamente, la figura del capitano Illeni è stata rievocata in un film di propaganda jugoslavo del 1969 intitolato La battaglia della Narenta, nel quale è interpretato da Franco Nero e presentato come un idealista di eccezione. Nell'evento storico in questione, anche il colonnello Molteni, comandante del III Battaglione, venne ucciso con un colpo di pistola alla nuca da Sava Kovacevic, capo della formazione. I partigiani non erano riusciti a trovare un ufficiale della sussistenza, il cui nome era presente nel ruolino del presidio consegnato dal capitano Illeni ai guerriglieri. Pertanto, hanno annunciato che avrebbero fucilato venti soldati al suo posto. A quel punto, l'ufficiale si è consegnato spontaneamente e, nonostante questo, è stato fucilato insieme ai venti fanti. Il generale Mario Roatta, comandante della 2a Armata, ha scritto una relazione ufficiale sull'accaduto a Roma. Qui ha descritto l'uccisione di 21 ufficiali della divisione Murge, catturati in precedenza in combattimento, da parte di una formazione partigiana e l'uccisione del colonnello Molteni con un colpo di pistola da parte del capo della formazione stessa. Dopo che il presidio fu riconquistato, il cappellano del 259° Fanteria, padre Giuseppe de Canelli, scoprì le salme degli ufficiali, tra cui quella di Molteni che era stata squartata e sepolta in una fossa comune con alcuni soldati e i quadrupedi morti del presidio. I numeri parlano chiaro: 771 morti, due volte i 335 morti delle Fosse Ardeatine, più dei 560 di Sant'Anna di Stazzema e quasi gli stessi 770 morti di Marzabotto. I tedeschi responsabili dell'eccidio furono processati, condannati e incarcerati, mentre i responsabili jugoslavi no. In Italia non c'è stato mai un interesse particolare su questo episodio, né saggi o memoriali dedicati o inchieste aperte, anche a causa dei taciti accordi tra Tito e la Repubblica italiana. È vero anche che alcune reazioni italiane (e dell’Asse) nei Balcani non sono state esenti da crimini di guerra, ma molte altre sono state perfettamente legittime secondo le leggi e le convenzioni dell'epoca. Ad esempio, la rappresaglia italiana più pesante in Jugoslavia, quella di Piedicolle del 12 luglio 1942 che causò 91 morti, fu portata a una ratio di 5 a 1 invece del consueto 10 a 1 per l'omicidio di due maestri elementari italiani e di 16 militari torturati e uccisi.

La vicenda di Prozor è una triste pagina della storia. Dopo la riconquista di questa località da parte delle forze italiane, non vennero eseguite rappresaglie: ciò in quanto le stragi erano state perpetrate da bande partigiane in fuga dall'offensiva congiunta italo-tedesca, e quindi le popolazioni locali non erano da considerare responsabili. Inoltre, applicare un rapporto di 10 a 1 (che prevede l'uccisione di 10 persone per ogni italiano morto) avrebbe voluto dire uccidere 7710 persone. Per i titini, che chiamavano gli italiani "nemico fascista", non sarebbe stato un problema ma, evidentemente, non era una soluzione accettabile per l'Italia.

A sinistra Milovan Gilas (1911 – 1995), responsabile del massacro di soldati italiani a Prozor nel febbraio 1943. A destra: Il colonnello Enrico Molteni, comandante del III Battaglione Murge, assassinato dai partigiani titini a Jablanica nell’aprile 1943 insieme a tutti i suoi uomini: 771 fra ufficiali e soldati italiani.

sabato 24 febbraio 2024

Marina Smaila testimone: «Italiana per nascita e scelta»

«Ero coccolata e anche un po’ viziata. Sono entrata nel campo profughi e ho smesso di essere bambina, non sono più stata capace di giocare». 

Marina Smaila aveva otto anni quando, il 10 febbraio 1947, con i trattati di pace di Parigi vennero ridisegnati i confini orientali dell’Italia e anche la città di Fiume, assieme all’Istria e alla Dalmazia, passò alla Jugoslavia. Agli italiani che vivevano lì da sempre venne detto di scegliere: se rimanere italiani pagando il prezzo di lasciare tutto (soldi in banca compresi) per emigrare all’interno dei nuovi confini della Patria, oppure restare dove erano nati rinunciando alla cittadinanza italiana e sottomettendosi al regime comunista di Tito. 

Marina Smaila ha raccontato la sua storia di esule fiumana a Castelnuovo del Garda nel corso della serata organizzata dal Comune in collaborazione con l’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, per commemorare il Giorno del ricordo, che dal 2004 viene celebrato il 10 febbraio di ogni anno. A chi, al termine dell’incontro, la ringraziava della sua testimonianza, Marina Smaila rispondeva ringraziando a sua volta per averla ascoltata.

Perché per lei, come per tutte le vittime scampate a persecuzioni e massacri di ogni matrice, poter testimoniare è un privilegio. Lo è ancor più per gli esuli istriani fiumani e dalmati, costretti per decenni a non raccontare ciò che avevano vissuto o visto subire ad altri conterranei uccisi e gettati nelle foibe. 

«Per anni di noi non si è potuto parlare, eravamo l’emblema che l’Italia aveva perso la guerra». E il suo debito di guerra con la Jugoslavia l’Italia «lo pagò con i nostri beni che avevamo lasciato a casa», ha ricordato la testimone descrivendo l’odissea della sua famiglia (oltre a lei, i genitori con la madre incinta e altri tre figli). L’arrivo a Trieste, poi a Udine nel centro smistamento profughi, poi l’approdo nel campo profughi di Mantova in cui la famiglia Smaila rimase per due anni prima di essere trasferita nel campo di Verona allestito nel chiostro San Francesco dove oggi c’è il Polo Zanotto, sede dell’università. Al trauma di vivere in condizioni di estrema povertà, si aggiunse i primi anni quello dell’emarginazione: «Qui ci chiamavano slavi, mentre a Fiume dopo il ’45 eravamo “sporchi italiani”, considerati tutti fascisti». Alle compagne di scuola che alle medie, a Mantova, la prendevano in giro per la sua origine, il padre le disse di rispondere che lei era italiana due volte: «Per nascita e per scelta, perché noi per rimanere italiani abbiamo perso tutto».

K.F. L’Arena (23.02.2019)

Ileana Ardito: «Papà nelle foibe, così la vita ripartì da Vicenza».

La profuga Ileana Ardito, scomparsa nel 2022, giunse a Vicenza dopo la morte del genitore, preso dai partigiani di Tito e infoibato non si sa dove.

«Sono Ileana Ardito, nata a Fiume, in Italia, il 15 febbraio 1933, da mamma Rosa Broggian, nata a Montegalda (Vicenza) il 27 ottobre 1895 e papà Savino Ardito, nato a Spinazzola (Bari) il 15 giugno 1887». 

Un racconto in prima persona che come da buona abitudine comincia con le presentazioni. E le prime parole a cui attinge con cura Ilenia Ardito, scavando nei ricordi che fissa su un foglio, danno subito le coordinate principali della sua storia: l’anno e il luogo di nascita, che rimandano immediatamente a fatti dolorosamente precisi, quelli di migliaia di italiani ammazzati e gettati come animali nelle foibe dalle milizie jugoslave di Tito, ma anche il riferimento ai suoi genitori. Con quel nome, quello di suo padre, scritto in maiuscolo che fa intuire l’amore di una figlia rimasto spezzato.

La storia della profuga Ileana giunta a Vicenza dopo la morte del genitore

E poco importa se quando comincia a scrivere questa sua testimonianza di profuga istriana a 77 anni, se nel frattempo ha costruito a Vicenza una famiglia piena di affetto con il “suo” Pietro e con sua figlia Lorella. Già, poco importa, perché c’è un passato che non passa e che non può passare e il suo desiderio, nonostante lo scorrere del tempo, è ancora quello di scoprire «dove sono le spoglie di mio padre, portare un fiore dove è stato ucciso». 

Suo padre, Savino Ardito, preso dai partigiani di Tito e infoibato non si sa dove

Papà Savino, mandato dallo Stato Italiano a Fiume in qualità di maresciallo maggiore della pubblica sicurezza, è un uomo possente che si scioglie in teneri abbracci e in larghi sorrisi quando lei lo chiama affettuosamente “papaci”. Quegli abbracci e quei sorrisi finiscono quando lei ha 12 anni e quell’appellativo, “papaci”, le rimane strozzato in gola. Perché suo padre viene giustiziato dai partigiani di Tito. A guerra finita. Quando cioè uno pensa di essere finalmente al sicuro, di potersi lasciare alle spalle tutto quel buio. Invece no. Il peggio deve ancora arrivare. Arriverà il primo di maggio, quando l’aria tiepida di un giorno di primavera diventerà un soffio gelato.

I tedeschi se ne erano andati, il padre andò a consegnare l'arma 

«I tedeschi se ne erano andati, mio padre quel mattino disse: “Figlia mia, ora vado in questura a consegnare l’arma, dalla quale ringraziando Dio non ho mai sparato un colpo; in tasca ho tutti i nostri risparmi, torno, organizziamo il rientro a Vicenza, e lì voglio coronare il mio sogno, aprire un’osteria”. A mezzogiorno, visto che papà non tornava, mio fratello è andato in questura a vedere, ma lo hanno rimandato a casa dicendo che li stavano interrogando tutti e che sarebbe tornato appena finiti gli interrogatori».

Savino Ardito non tornò più a casa

La piccola Ileana ascolta quelle parole e «non so perché, ma sono scappata in camera, chiudendo la porta e scoppiando in lacrime, dicendo: “Mio papaci non tornerà più, non lo rivedrò più”». Il suo cuore capisce subito. No, non lo rivedrà più. «I partigiani di Tito, nascosti per anni nei boschi, alla partenza dei tedeschi uscirono dai nascondigli, circondarono la questura, arrestarono 83 uomini tra comandanti e agenti e li rinchiusero in prigione. Per due settimane mia mamma andava in prigione a portare una bottiglia d’acqua, senza poterlo vedere. Un giorno su quella bottiglia mio padre scrisse un messaggio: Cordic. Era il nome di un partigiano che mio padre aveva più volte salvato dai tedeschi. Mia madre andò quindi da questo brav’uomo, ma nulla egli poté contro la furia di questi partigiani (non riesco a chiamarli uomini), tant’è che per il dispiacere quest’uomo si licenziò da ogni attività partigiana». Anche l’ultimo, fugace, barlume di speranza se ne va. 

La tragedia: il padre buttato vivo nelle foibe

«Dopo questi 15 giorni le 83 persone vennero in segreto caricate su un camion e lì si consumò la tragedia: ci dissero che vennero picchiati e massacrati, legati assieme, tagliati i genitali e messi in bocca, buttati vivi nelle foibe. Senza un processo, senza un motivo, chi c’era c’era, a guerra finita». Ecco cosa fu quella pagina di storia. Una storia per anni taciuta, giustificata, negata, con la tacita complicità di una parte della politica pronta a cancellare ciò che non era funzionale alla propria narrazione.

«Vivemmo nel terrore, il terrore di essere italiani»

Eppure ecco cosa fu quella pagina di storia, uno squarcio di tragica brutalità sull’orrore comunista. «Rimanemmo senza un centesimo, per sopravvivere mia mamma vendeva i vestiti di mio padre: un paio di scarpe per due uova. Vivemmo nel terrore, il terrore di essere italiani, il terrore di essere fascisti. Di notte mia madre mi fece uscire con la sciabola d’ordinanza di mio padre, avvolta in uno straccio, e me la fece gettare nel fiume per paura che i partigiani ammazzassero anche noi. Dopo un anno, per rimanere italiani, prendemmo un treno, tra profughi e mari di lacrime, e come profughi siamo tornati a Vicenza». 

A svelarci le memorie di Ileana è la figlia Lorella che vive a Vicenza:

Ed è qui che «comincio la vera vita da italiana, senza etichette finalmente. Sono tornata a Fiume due volte, ma il dolore che ho vissuto là non me l’hanno più fatta sentire casa mia» scrive Ileana. 

Ileana Ardito «nata a Fiume, in Italia, il 15 febbraio 1933, da mamma Rosa Broggian, nata a Montegalda (Vicenza) il 27 ottobre 1895 e papà Savino Ardito, nato a Spinazzola (Bari) il 15 giugno 1887» se n’è andata a giugno del 2022. E quel giorno, sua figlia Lorella, che conserva le sue memorie scritte, l’ha salutata così: «Cara mamma, ora puoi lasciare quel dolore che ti accompagna da quando, fanciulla, sei stata strappata alla tua terra e tornare a sorridere con tutti i tuoi cari, nella luce». 

Roberta Labruna (GdV 10 febbraio 2024)

Kovacich sospettato della strage di Vergarolla

A Fiume la memoria di un Giuseppe Kovacich (in croato Josip Kovačić) colto da morte naturale qualche anno dopo è tuttora viva. Vi è di più: al cimitero di Cosala è sepolto assieme ad altri partigiani un tale Josip Kovačić, nato a Fiume il 27 marzo 1917 e morto il 26 gennaio 1962. Almeno gli estremi anagrafici corrisponderebbero perfettamente con la descrizione che il SIM fornisce ai servizi inglesi: «Il 6 luglio 1946, un bollettino del Battaglione 808° allerta Roma che a Fiume, dal febbraio 1944, è attivo Giuseppe Covacich (in questo documento compare come Covacich, con la C), trent’anni, un ex membro della Marina militare italiana:

Ricopre – scrivono gli agenti – un ruolo importante nella vita politica di Fiume ed è molto zelante nel perseguitare gli italiani. Ogni due giorni si reca a Trieste a bordo di un’automobile targata Sussak, per visitare l’Ufficio politico slavo di via Cicerone 6, sito al piano terra. Covacich è un agente dell’Ozna”».

Dalla relazione di WILLIAM KLINGER, supplemento all'Arena di Pola, 2014.

L’odissea di Paulini, esule di Pola: “Siamo stati dimenticati per anni”

È venuto meno l’ostruzionismo che nascondeva la verità sull’esodo degli italiani d’Istria: una verità per troppo tempo censurata. Non si è parlato mai di Pola, come di nessuno dei martiri istriani”. Elpidio Paulini è nato a Gimino d'Istria nel novembre del 1940.

Arrivato a Macerata nel 1961 per il servizio aeronautico, ricorda la strage di Vergarolla, “una strage politica”, così come ricorda “l’esodo che seguì la tensione da guerra civile che il confine orientale italiano vide svolgersi agli sgoccioli della seconda guerra mondiale”. “Pola fu una strage terroristica”, ricorda Elpidio, che nel successivo febbraio partì con suo padre per Cervignano del Friuli, “dove trascorremmo alcuni mesi, ospitati in un granaio”.

"Fino a pochi anni fa non si sapeva nemmeno che Vergarolla fosse esistita”. Dopo l’attentato, “prima di andare via da Pola, gli italiani non mangiarono più pesce. I corpi dei morti per l’esplosione erano finiti nell’acqua, che era diventata rossa”, ricorda.

Nacqui a Gimino d’Istria e vissi i primi anni a Canfanaro; mi traferii a Pola per le elementari, con mio padre. A Vergarolla, una frazione di Pola, il 18 agosto del ‘46 scoppiarono delle mine che uccisero più di cento persone. Io ero poco più piccolo dei ragazzi che si trovavano quel giorno sulla spiaggia di Vergarolla, lì per una gara natatoria".

Una delle figure relative a quell’evento che oggi viene ricordata è quella di Geppino Micheletti, il medico che vedrà sabato intitolato a Macerata il parco delle Vergini.

Pur sapendo che nello scoppio erano morti i figli di 6 e 9 anni, continuò a operare e salvare vite – racconta Paulini – sia italiane che slave". Dopo l’attentato, nel febbraio ‘47, Elpidio si sposta con suo padre verso Cervignano del Friuli. Arriverà a Macerata nel ‘61 per svolgere servizio aeronautico.

Negli anni che seguirono l’esodo, la storia degli istriani venne completamente rimossa, censurata. Oggi ci sono scrittrici come Anna Maria Mori che raccontano quelle vicende”. Fra diversi dolorosi aneddoti sull’infanzia a Canfanaro d’Istria, uno su tutti è quello che riguarda il parroco del paese, don Marco Zelco, "impiccato dai nazisti su denuncia dei partigiani, perché probabilmente si era rifiutato di nascondere armi nella canonica. Il ricordo del suo corpo che dondola nella piazza, nel febbraio ‘44, non mi abbandona nemmeno oggi ad 84 anni. Oggi si può parlare di quelle vicende e questo poter raccontare mi dà pace”.