venerdì 17 novembre 2023

Fatti di Trieste del 1868

I fatti di Trieste furono degli scontri di carattere anti-italiano avvenuti nella città di Trieste il 13 luglio 1868.

A Trieste ed in generale nel Litorale austriaco (il termine amministrativo adoperato ufficialmente dalla Restaurazione per indicare la Venezia Giulia) l’apparato governativo favorì il più possibile gli istituti in lingua tedesca o slovena, a discapito di quelli in lingua italiana. Questo avveniva in una regione in cui, secondo gli stessi censimenti austriaci, gli Italiani costituivano la maggioranza. A Trieste, in linea di principio, le scuole comunali erano in lingua italiana, quelle statali erano invece in lingua tedesca. La distinzione è rivelatrice: il comune di Trieste, controllato dai liberali italiani, seguiva una politica; lo stato imperiale, in cui invece gli italiani erano una piccolissima minoranza, ne seguiva un’altra del tutto opposta.

Si deve aggiungere che persino i libri di testo furono soggetti a severe forme di controllo e di censura, con estremi che videro l’imposizione dello studio della letteratura italiana su testi tradotti dal tedesco oppure la proibizione di studiare la stessa storia di Trieste, perché ritenuta "troppo italiana".

Per queste ragioni gli italiani si posero fra i loro obiettivi principali la promozione di istituti scolastici ed educativi destinati alla difesa della propria cultura ed identità.

A Trieste, tra il 10 e il 12 luglio 1868, vi furono pacifiche manifestazioni a favore della libertà d'insegnamento successive a una petizione firmata da 5.858 cittadini e presentata al consiglio cittadino, in cui si richiedeva il diritto di usare la lingua italiana nelle scuole statali. A queste richieste, condotte in piena legalità, i nazionalisti sloveni e le autorità imperiali fra loro alleati risposero con la violenza.

Il 12 luglio, si celebrava la festa dei SS. Ermacora e Fortunato, con gran afflusso di folla a Rojano, che in quell'epoca era un villaggio abitato da sloveni e nel quale si era deciso di festeggiare l’anniversario della fondazione del reparto militare locale, appunto i territoriali del borgo. Durante i festeggiamenti, svoltisi alla presenza degli ufficiali della milizia e dei miliziani, erano giunti anche altri sloveni di paesi dell’entroterra quali S. Giovanni e Longera. Esaltati dai discorsi nazionalistici, avevano deciso di scendere a Trieste.

Partì così il giorno seguente una minacciosa parata in armi attraverso via del Torrente (ora via Carducci) e l'Acquedotto, con gli ufficiali della milizia, in divisa, tra i partecipanti. Marciavano in coda altri militi della territoriale, in uniforme, quasi a fare da scorta. In testa era stata posta quella che gli sloveni ed i croati consideravano la bandiera nazionale degli slavi (il tricolore bianco, rosso, blu), il cui impiego nell’impero asburgico era consentito mentre veniva rigorosamente proibito quello del tricolore nazionale italiano. A Trieste si era frattanto diffusa fra la popolazione la paura per l’aggressione imminente, la cui notizia era pervenuta. Correvano voci per la città che gli sloveni sarebbero venuti per attaccare gli italiani, in particolare gli ebrei, molto odiati nel contado. L’aggressione era però appoggiata dalle autorità imperiali, nelle persone del luogotenente del Litorale, Eduard Freiherr von Bach, e del comandante della polizia di Trieste, il famigerato Krauss. Non solo nessun tentativo venne fatto per fermare la massa dei miliziani territoriali sloveni, ma essa fu rafforzata da reparti delle guardie di Trieste. Le autorità imperiali sapevano benissimo che la grande maggioranza della cittadinanza triestina era d’idee nazionali italiane, a differenza degli sloveni che erano invece sostenitori dell’impero che li appoggiava e favoriva, pertanto avevano deciso di sfruttare la circostanza per “impartire una lezione” agli italiani.

Nella notte del 13 luglio si trovavano alcune centinaia di italiani nella zona centrale dei Portici di Chiozza: contro di loro fu predisposto un piano operativo preciso per massacrarli. L’intento era di assalire gli italiani nella zona dei Portici, ributtandoli lungo via del Torrente (ora via Carducci), verso la stazione, per poi aggredirli con reparti provenienti dalle caserme (ora piazza Oberdan) da un lato e, dall'altro, da reparti spostati nella notte dal posto di guardia di via dei Gelsi (ora via F.lli Nordio) lungo l'attuale via Crispi, alle spalle dei Portici. Reparti militari minori avrebbero bloccato la Corsia Stadion (attuale via Battisti) e l'Acquedotto, nonché via San Francesco. Sarebbe stata libera così una sola via di fuga in direzione di piazza San Giovanni. Furono concentrati inoltre gruppi di violenti nella zona della vecchia Dogana (tra l'attuale piazza della Posta e via Geppa) in modo da provocarvi delle risse.

Dopo questa accurata preparazione, fu infine dato il segnale d’attacco mediante uno sparo. I miliziani sloveni ed i poliziotti aggredirono gli italiani, pacificamente riuniti, senza alcun preavviso e senza alcuna motivazione. L’assalto militare fu compiuto con le sciabole ed i fucili a baionetta inastata. Comandava il reparto un ufficiale che aveva svolto operazioni di repressione contro i patrioti nel Veneto prima del 1866, il quale guidò l’assalto gridando: «Dagli, dagli giù a questi cani! Ammazzateli: rispondo io!». I territoriali sloveni invece urlavano: «Morte agli italiani ed agli ebrei maledetti».

Il pogrom contro gli italiani provocò la morte del barone Rodolfo Parisi, del cadetto sottufficiale Francesco Sussa (era in borghese ed in licenza e fu ucciso da un colpo di fucile alle spalle mentre fuggiva) e dell’operaio Niccolò Zecchia. Il barone Parisi fu trafitto con 25 colpi di baionetta e finito con uno stocco in dotazione alle guardie imperiali. Anche il giovane (aveva 23 anni) Emilio Bernardini, figlio di un noto commerciante triestino, morì per i postumi di un violento pestaggio subito in quella circostanza, quando fu duramente percosso con colpi di calcio di fucile al torace. Ciò gli aveva provocato una emotisi, che lo aveva ridotto ad una lunga agonia durata per 54 giorni prima della morte.

Inoltre furono feriti gravemente, Ignazio Puppi, Giobatta Lucchini Giovanni Krammer, Pietro Bellafronte, Antonio Rustia. Emiiio Rupnik, Edoardo Offacio, Giulio Cazzatura, Giacomo Katteri, Giuseppe Santinelli, Pietro Mosettig. Giovanni Stancich, Giuseppe Benporath della comunità ebraica cittadina, Teodoro Damillo. Nicolo Modretzky, Giovanni Schmutz, Edgardo Rascovich, Angelo Crosato, Luigi Grusovin, Ernesto Ehrenfreund, persino il cittadino svizzero Gaspare Hans. I feriti “leggeri” furono invece circa 200.

Il massacro provocò comprensibilmente sgomento nella popolazione italiana. Fu indetta una giunta speciale della Dieta triestina ed il solo funerale del barone Parisi, svoltosi nella cattedrale di San Giusto, raccolse 20.000 persone.

Alessandro Moissi

Alessandro Moissi (Trieste, 2 aprile 1879 – Vienna, 23 marzo 1935) ottavo e ultimo figlio del mercante albanese Konstantin Moisiu e della fiorentina Amalia de Radiis. Fu registrato all’anagrafe con il cognome Moissi. 

Frequentò le elementari a Durazzo, il liceo a Trieste e lo completò a Graz. È considerato uno dei più noti attori dell'area di lingua tedesca agli inizi del XX secolo.

Divise la sua infanzia fra la città della madre, per l'appunto Trieste, e Cavaia (Kavajë, Albania), città del padre.

A 19 anni si trasferì a Vienna per studiare canto: ma dopo un anno il posto gli fu revocato. Si cimentò allora col teatro, dove però - a causa del suo forte accento italiano - venne relegato a ruoli marginali.

Si trasferì poi a Berlino, dove Max Reinhardt lo volle con sé al Deutsches Theater. Ci volle tempo perché Moissi riuscisse ad affermarsi, ma Reinhardt insisté su di lui, affidandogli ruoli importanti, nonostante la critica lo bersagliasse per il suo accento italiano.

Ma fu proprio il suo caratteristico accento straniero sia nella recitazione che nel canto, a colpire il pubblico: il poeta Franz Werfel lo definiva un mago; inoltre per Stefan Zweig la sua voce era musica, Klabund e Gerhart Hauptmann lo magnificarono, mentre lo stesso Franz Kafka scriveva di lui nel suo diario.

In breve divenne un'autentica stella del palcoscenico, ed anche uno dei più noti e più pagati attori teatrali del suo tempo.

Nel 1914 partì volontario per la prima guerra mondiale nell'Esercito imperiale tedesco con il grado di sottufficiale. Il 16 settembre 1915 venne catturato nella zona di Calais e condotto nel campo di prigionia di Belle-Ile-en-Meer, isola francese al largo della costa della Bretagna. Qui s'ammalò di tubercolosi e nell'estate 1916 ottenne il trasferimento ad Arosa in Svizzera. Pur essendo prigioniero di guerra, poté riprendere l’attività di attore e fu scritturato da Alfred Reucker, direttore dello Schauspielhaus di Zurigo, per la stagione 1916/1917. Nel gennaio 1917 si aggregò alla compagnia del Deutsches Theater diretta da Reinhardt. La prigionia terminò a settembre. Nel 1918 si legò per qualche tempo alla Lega Spartachista.

Lasciò definitivamente la Germania nel 1933 per trasferirsi in Austria. Si recò invece sempre, e con costanza, sia in Albania che in Italia, le rispettive patrie dei genitori.

Morì a Vienna il 23 marzo 1935, in seguito all'aggravarsi della tubercolosi, dopo essere rientrato in Austria dall'Italia, dov'era stato in giro e anche per provare una commedia scritta per lui da Luigi Pirandello e tradotta dall'amico Stefan Zweig. Sul letto di morte lo raggiunse l'offerta da Roma della cittadinanza italiana, mentre tempo prima era stato re Zog I di Albania ad offrire la cittadinanza albanese a Moissi, ma l'attore morì prima di poter concludere l'iter.

È stato sepolto nel cimitero di Morcote, in Svizzera.

Oggi l'università di Durazzo ha il suo nome Università Aleksandër Moisiu.

Famiglia: Brcic


Il cognome di questa famiglia era in origine BERCICH sino a metà ‘800 quando la riforma di Vuk Karadzdic [Vuk Karadžić, linguista serbo, NdR] considerò la “R” una semivocale. I ceti più elevati culturalmente adottarono il nuovo BRCIC, molti altri continuarono con la forma italiana. Lo scrittore Oscar Randi sul «Dalmatino» del 1939 asserisce come origine del nome un termine romeno “berc”, cioè: “coda corta”. Giorgio Brcic (1867-1939) la nega dicendo che deriva dal verbo “berciti” (spigolare) quando gli antenati, molto poveri, andavano tra le vigne a “spigolare” i resti [della vendemmia].


Il primo ascendente dei Brcic che si ricordi fu un Todor (o Fiodor) [Teodoro], nato nel 1763 in Oriente e portato a Biljane in fasce (vicino a Bencovazzo) nel retroterra di Zara. Morì nel 1869, cioè a ben 109 anni. Suo discendente fu Gjerasim (Gerasimo) 1798-1850 che ebbe cinque figli, avendo sposato Lucia Marelic: Petar, Sino, Marko (non individuato il 4°) e Jovan Bercic (Giovanni) 1829-1883. Questi era protopresbitero [primo cardinale] insegnante di catechismo al Preparandio slavo [scuola preparatoria di Zara] con sede a Borgo Erizzo. Morì a 54 anni per polmonite, avendo voluto andare a Bencovazzo nonostante il freddo intenso (era febbraio).


I due figli, Spiro e Giorgio, fecero allora la tomba per le due famiglie nel recinto ortodosso del cimitero, la prima vicino alla cappella con un piccolo obelisco classificata “monumentale” (Rep. III, n° 80). Vi sono stati sepolti tutti i discendenti delle due famiglie. Anche i due figli di Spiro: Mila (Emilia) e Branko (1902-1979). Quest’ultimo aveva sposato una russa “bianca”, Vera Ljutov ed ebbe un figlio, Arsen (I) [Arsen I], vivente a Lubiana, medico in pensione coniugato con Maja (senza figli) oggi di 91 anni, [improle]. Mila sposò il Sovrintendente Deuchmann, non ebbe figli. Branko abitava alla Riva Nuova, ma poi divenne professore di chimica industriale a Lubiana. Si occupò dell’impiego del combustibile per la centrale nucleare di Brcko, ancora oggi in funzione non molto lontano dall’ex-confine orientale dell’Italia. [C’è una centrale nucleare a Krško, in Slovenia] Mila fu esule a Venezia, dove morì.


Parlando dei quattro figli del Protopresbitero Giovanni sappiamo le seguenti notizie:

Spiridione, detto Spiro (1855-1919) sposò Draga Katurich, figlia del professor Michele, detto Mice (1847-1912) fondatore del Museo Naturale e studioso di Scienze. Ebbe un negozio di Drogheria, di cui si parla nella Guida Archeologica del Sabalich, anche “Fabbrica di Gazzose” [Giuseppe Sabalich, Guida archeologica di Zara, 1897]. Ebbe due figli, già citati, Mila e Branko, che ereditarono il negozio di Calle Larga quando morì nel 1919. Era il più vecchio dei quattro fratelli; col più giovane, Dušan, c’erano quasi vent’anni di differenza. Questi era un bel bambino moro che il pittore Smirich di Zara, amico di famiglia, [Giovanni Smirich (Zara 1842 – 1929)] volle come modello per il quadro della “Marinarezza” di Cattaro (lo Sposalizio del mare, simile alla “Sensa” di Venezia). È vicino al Re Nicola che getta l’anello in mare. Chi scrive ha rintracciato una ristampa, essendo andato perduto il quadro, che la sindaca di Cattaro, Marjia Katović, gli ha procurato nel 2005, quando una delegazione venne da Cattaro. Ci sono fotografie e notizia di ciò nella Rivista della «Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone» n. 62-3 di quell’anno.


Božidar, detto Božo, morto prematuramente a 42 anni; sposò Clotilde Addobbati, nobile decaduta (modista), ebbe un figlio Jovetto (1897-1961) nato, giustamente Bercich, ma poi per volere della madre, per dissapori di lei con i parenti con sospetti inesistenti di approfittare della minore età del figlio (morto il padre nel 1900) di 13 anni, fece cambiare il cognome in BERTI e la fede iniziale ortodossa in cattolica. Giovanni Berti, detto Jovetto, fu medico durante la Seconda guerra mondiale all’Ospedale militare di San Demetrio (ex Educandato femminile) alla Riva Nuova assieme al dottor Rime Rismondo, il nostro Rime benemerito nelle attività istituzionali [Nerino Rismondo, direttore della rivista «Zara», edita a Ancona in esilio]. Jovetto morì nel 1961 e fu sepolto nella tomba Addobbati (Rep. II, n° 65). Aveva sposato una insegnante Micol Gasperi Campani ed ebbe una figlia nata nel 1942 e vivente esule a Viareggio (LU), Clotilde, detta Tilde, coniugata Bertilotti.


Dušan (1871-1911) sposò Darinka Šeat ed ebbe una figlia, Dušanka (1911-2002) coniugata con Autun Vitale. Visse a Zaravecchia ed ebbe il figlio Branko Vitale nel 1934. Costui fu direttore e professore medico dell’Istituto di Biologia “Ruggero Boscovich” di Zagabria. Sposò Ljubinka ed ebbe due figli: Ksenia e Saša. Vissero tutti a Zagabria, sposati a loro volta rispettivamente con Feda (poi sparito) [separatosi] e Gorana di Ponti di Breberio [in croato: Bribirske Mostine, presso Scardona]; ebbero i figli Teo (2003), Lada (2006) e Marko (2008). Vivono a Zagabria, ma hanno la casa restaurata a Zaravecchia. Curioso che Dušan fu: “i.r. Steurario” delle tasse in giro per la Dalmazia. [imperial regio Steurario significa: funzionario steurale, cioè funzionario delle imposte, oggi diremmo dell’agenzia delle entrate. Steura = tassa].


Giorgio Brcic (1867-1939) costruì nel 1910 il villino tipo coloniale al termine della Val di Bora, come abitazione. Iniziò un’attività commerciale fondando nel 1895 una Drogheria in Calle S. Maria, a fianco della chiesa, angolo Ciprianis. Ancora oggi il fabbricato è esistente. È proprietà della Suore del vicino Monastero, assieme a magazzini e depositi nelle calli vicine Nassi, Corponese e Campiello del Mozzo. Sul «Dalmata» se ne dà notizia, compiacendosi dell’iniziativa con “abbellimento” della città. Vasta la tipologia degli articoli in vendita, come si rileva dalla licenza con ben 28 voci; cioè non solo le caratteristiche spezie. Nello stesso tempo operava in Calle Larga altro negozio simile del fratello Spiridione, con “Fabbrica Gazzose” citato nella Guida archeologica di Zara del Sabalich del 1897. Figura qui sotto: Albero genealogico dei Brcic di Zara.


Prima di parlare della sola famiglia Brcic rimasta a Zara è bene chiarire che tutto quanto precede non induca a credere che si tratti di famiglia serba. Anche se le radici, molto lontane e le tradizioni sono state conservate si tratta di una vera famiglia dalmata zaratina:

Da Giovanni Bercich, detto Jovan (1829-1893), deriva la famiglia di Zara conosciuta dall’Ottocento. Nato in città nel 1829, sposò Elisabetta Skakić, detta Bete, di Biljane [vicino a Zara]. Ebbe quattro figli: Dušan (1871-1911), Spiridione, detto Spiro (1855-1919), Božidar, detto Božo (1858-1900), e Giorgio (1867-1939). Quest’ultimo sposò Armida Agonia ed ebbe da lei due figli: Fedora (1898-1988) e Loris (1900-1979), poi, morta per spagnola nel 1918 la moglie, il figlio Mirko (1924-1974) dalla seconda moglie Anna Krile in Brcic (1886-1943) da Gravosa.


Loris Brcic (1900-1979) studiò alle “Tecniche”, fece il militare di leva nel 1918 a Vienna alla fine della Prima guerra mondiale. Entrò nell’azienda del padre, la Drogheria di S. Maria nel 1925, quando venne acquistato l’altro negozio in Calle Larga dagli eredi dello zio Spiro, morto nel 1919, Branko e Mila. Si ingrandì così l’azienda e l’attività, non solo col commercio al minuto e all’ingrosso, ma con la produzione di laboratorio. Questo figlio aveva una mentalità più moderna. Il padre Giorgio resse il nuovo negozio con una brava e bella commessa, Anna Tribuson, poi emigrata in Australia profuga della Seconda guerra mondiale. Il vecchio patriarca [Giorgio] si lagnava con la figlia Fedora, a Roma, perché diceva: “mi ha segregato e tolto le mie prerogative di dirigenza e proprietà”. Di nuovo sul «Dalmata» venne annunciata la nuova iniziativa che abbelliva il centro città della Calle Larga con negozi di lusso. Anche Loris aveva mutato il nuovo negozio in “Profumeria” dotandola di prodotti esteri, specie francesi.

Nel 1927 Loris sposò Lydia Sorich, nata a Stretto in Dalmazia. Figlia del giudice Casimiro, di origine del paese di Oltre sull’isola di Ugliano.


Il padre pretore sotto l’Austria girò, con la moglie Anna Assanovich, maestra di Ragusa, in Dalmazia avendo altri due figli, Grazia (Chistagne, 1909) e Bruno (Porto Narenta,1904, caduto il 7 giugno 1942 a Màzzura (Chistagne), capitano dell’Esercito Italiano, combattendo contro i partigiani del Battaglione “Bude Borian”.


Medaglia d’argento al V.M. alla memoria. È sepolto a Zara nella tomba Donati (Rep. II, n° 68) avendo sposato Elena Donati, detta Lena, figlia del proprietario del Caffè “Roma”, angolo Calle Papuzzeri e D’Annunzio, grande dannunziano. Anche Bruno Sorich fu dannunziano e si trovo nel famoso “Natale di Sangue” del 1920 coi Legionari asserragliati nella caserma “Rismondo” mentre dal dirimpetto le truppe regolari sparavano. Bruno era con lo studente spalatino Riccardo Vucassovich, ambedue diciassettenni. L’amico, ferito, esortò Bruno a fuggire (“ti ammazzano”). Lui morirà dopo pochi giorni. Bruno ebbe l’appuntamento con la morte nel 1942, come abbiamo visto, cadendo in guerra. Lasciò il figlio piccolo Lupo, del 1940, che non ha conosciuto il padre. Vive a Romano d’Ezzelino (VI), mentre la madre Lena si è risposata con un notaio di Bassano del Grappa, durante la profuganza, Eugenio Ziliotto, che ha dato anche il nome Ziliotto a Lupo, diventato così Lupo Sorich Ziliotto. Divenne avvocato, sposò Cristina, di Ferrara ed ebbe un figlio, Bruno, che purtroppo si suicidò per motivi sconosciuti verso i 30 anni.


L’altra sorella Grazia Sorich, assieme alle sorelle, fu componente della prestigiosa Società Ginnastica di Zara che mieté vittorie e coppe in Italia nei concorsi ginnici allora in uso. Sposò Nico Luciani di Lagosta e, nel 1936, ebbe il figlio Luciano Luciani, che entrato in Accademia della Guardia di Finanza (1956) fece una brillante carriera sino al grado di Generale di Corpo d’Armata, Vice Comandante Generale del Corpo. Sposò Luisa di Tirano (SO), ebbe due figli, Laura (1997), funzionaria della Zecca e Emanuele, dirigente della SIAE ad Olbia per la Sardegna. Il generale Luciani, in pensione, fu Direttore del Museo della Guardia di Finanza a Roma, dove, improvvisamente, morì nel 2020. Anche il fratello Bruno, nato nell’esodo a Belluno nel 1943, morì nel 1985 a Milano a soli 42 anni. Aveva sposato Rossana e lasciò, a Milano, due figlie: Grazie e Alessia Luciani.


Fedora Brcic, sorella di Loris, sposò nel 1921 il tenente Emilio Brenta, Comandante della torpediniera “Alcione”, ormeggiatasi sotto la villa Brcic nel 1919 in Val di Bora. Seguì il marito, che fece una brillante carriera. Dalla guerra contro la Turchia, nel 1912, e in Libia, fu poi con l’ammiraglio Millo allo Stretto dei Dardanelli, poi in Adriatico nella Prima guerra mondiale, Comandante della corazzata “Giulio Cesare” negli anni ’30. Ormai ammiraglio nella Seconda guerra mondiale fu Capo Operazioni di Supermarina, il 12 settembre 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi a Venezia, dove comandava il Dipartimento Alto Adriatico, da Fiume ad Ancona. Patì il lager per due anni in Polonia. Liberato dai Russi il 22 gennaio 1944, fu trattenuto in URSS, a Kharkov [in ucraino: Kharkiv], in Ucraina. Tornò a Roma nell’ottobre 1945, mentre i tedeschi avevano ucciso sei generali suoi compagni nelle “marce della neve”, tra cui il generale Trionfi. La figlia Maria, che oggi vive a Fiumicino recuperò la salma nel dopoguerra, che i polacchi avevano raccolto e sepolto.


Tornando a Fedora, visse da sola il periodo della guerra con la domestica Olga Morovich, venuta esule da Zara. In una Roma sotto i tedeschi sino alla sua liberazione nel giugno 1944, con la fame e senza notizie del marito. Tenne un diario giorno per giorno di ben 16 quaderni, che nel 2013 sono stati pubblicati a cura di Maria Trionfi nel libro “Il diario dell’attesa”, di 475 pagine, dell’editore Biblioteka di Roma. Copia dei quaderni ci sono anche all’Archivio Diaristico di Arezzo. le ultime pagine riguardano le due Relazioni dell’ammiraglio Brenta al Ministero della Marina, di circa 100 pagine, sulla sua attività dall’8 settembre 1943 (a Venezia) sino al rientro a Roma dalla prigionia (1945). Egli è morto nel 1978 a Rocca Priora, nei Colli Albani ed è sepolto ad Alpignano (TO), nella Cappella della famiglia Brenta. Fedora, rimasta sola, fu seguita a distanza dal nipote Sergio. Avanti con gli anni, essendo nata nel 1898, visse infine a Roma in una casa di riposo delle Suore di Malta a La Storta, sulla via Cassia, che Sergio aveva trovato con l’aiuto di un amico zaratino d’infanzia, Giorgio Garcovich e di Monsignore Simeone Duca, gran monsignore in Vaticano, nativo di Zara e della comunità antica degli albanesi di Borgo Erizzo. Fedora morì nel 1988, a 90 anni e andò a congiungersi al marito nella tomba dei Brenta di Alpignano (TO). Sergio ebbe per tanti anni l’impegno si seguirla.


Mirco Brcic, il fratellino minore di Fedora e Loris fu estromesso dall’Accademia della Marina, nel dopoguerra si laureò in Ingegneria a Roma, ma morì d’infarto a soli 50 anni, nel 1974. Figura qui sotto: la copertina della pubblicazione di Sergio Brcic e Franca Balliana Serrentino.


Nel frattempo Loris sviluppò l’attività commerciale, producendo anche vernici, acqua di lavanda, dentifrici, insetticidi. Era un vero imprenditore con idee moderne. Andava con altri validi commercianti alle Fiere di Milano e di Monaco. Forniva l’Esercito, la Marina e l’aeronautica, aveva decine di fornitori di profumi francesi, avendo conosciuto Helena Rubinstein. Poi aveva contatti con la Solingen, in Germania, con la Gillette, in Inghilterra e con molti altri. Esportò nel 1937 la Lavanda Brcic in Africa Orientale, quando l’Italia ebbe il suo Impero, con l’Etiopia. Ciò, essendo fornitore dell’Esercito, come detto. La lavanda proveniva dall’Isola di Lesina con una trabaccolo pieno di materia prima. Il prodotto finito veniva spedito in cassoni sui quali i figli Giorgio e Sergio stampigliavano la destinazione: Adis Abeba.


Pur impegnato in questa importante attività con i due negozi e i laboratori, Loris non trascurò mai la sua gran passione per le barche (ne ebbe 7), il mare e la pesca. Nel 1938 si fece costruire un motoscafo nel cantiere Cattalini, il Giosemi II, per poter andare in altura e non solo nel vicino canale di Zara e adiacenze. Per due giorni andava alle Isole Incoronate, dove si pescavano i dentici di 2-3 chilogrammi. Nello stesso anno fondò il Reale Yatch Club Italiano (RYCI) sulla Riva di Barcagno. Fu inaugurato con una grande manifestazione di regate internazionali di 77 imbarcazioni con percorso a tappe da Trieste sino a Spalato.


Nel 1938 fece costruire una nuova villa sulla base della precedente del 1910. Si alzò di un piano; nel I abitò il patriarca Giorgio con la famiglia e al piano rialzato Loris con la sua. Era una casa moderna, con riscaldamento centrale e 24 mila chili di ferro nella costruzione. Nel 1939, già scoppiata la guerra, morì Giorgio Brcic (1867-1939), dicendo: “Questa sarà peggiore della Prima”. Come si vedrà tra poco ebbe ragione.


Seguendo di nuovo i Brcic, dal matrimonio di Loris e Lydia nacquero i due figli: Giorgio (1927-2021) e Sergio (1930). Il primo emigrò negli USA nel 1955, dopo aver studiato a Venezia all’Istituto nautico. Divenuto Capitano di Lungo corso, dopo alcuni impieghi in un emporio di forniture marittime e in banca, a Nuova York, si imbarcò sulla nave crociera Oceanic della “Home Lines” sulla rotta della Antille, Cuba, Bahamas, ecc. Sposò Erna Bauman, tedesca originaria della Baviera, anche lei emigrata, che lavorò a Nassau (Grand Bahama) in una grande agenzia turistica e marittima inglese. Poteva così vede ogni tanto il marito, divenuto Comandante della nave, quando le rotte toccavano Nassau. Non ebbero figli e vennero in pensione a Vittorio Veneto (TV), dove morirono, lei due anni prima di lui (2021). Sono stati seguiti dal nipote Arsen con la moglie Cristina. Poterono seguire a distanza (e poco) il papà Loris e la mamma Lydia, avendo vissuto 40 anni in America.


Sergio Brcic (1930) col fratello Giorgio e lo zio Mirko vissero una splendida infanzia a Zara, giocando in Squero Cattalini, a Barcagno pescando sulle rive e in barca al RYCI. Poi nella campagna in bicicletta e in spiaggia a Puntamica. Studiarono tutti dopo le elementari, al Ginnasio e alle Scuole tecniche. Sergio frequentò le medie al Ginnasio “Gabriele D’Annunzio” superando l’esame di licenza nel 1943, prima di partire in villeggiatura per le Dolomiti. Nel dopoguerra ottenne la maturità al liceo scientifico di Venezia. Poi dovette fare il servizio militare di 18 mesi a Cagliari, Napoli, Civitavecchia e al Lido di Venezia sino al 1956. Trovò lavoro a Porto Marghera nel 1957 presso l’Azienda petrolifera APIR, della FIAT, poi in tutti i passaggi di proprietà, di altre società. Negli anni ’70 venne la Gulf americana. Sergio ebbe la responsabilità dei 210 impianti stradali delle Tre Venezie, da Verona a Udine, per il loro rifornimento. Purtroppo altri imprenditori deteriorarono l’attività e gli ultimi anni di lavoro furono difficili con cassa integrazione e disoccupazione. Andò in pensione nel 1994.


Intanto nel 1961 sposò Antonia Mauro, detta Tony (1927-2001), che nel 1962 gli detta il figlio Arsen II, che a sua volta sposò Cristina Rocchi ed ebbero due figlie: Giorgia Brcic (1997) e Alessia Brcic (2003). Purtroppo Tony, dopo una lunga malattia, morì nel 2001.


Ci fu la guerra con la Jugoslavia dal 6 al 16 aprile e lo sfollamento obbligatorio della popolazione civile. Si temeva per Zara così ristretta nel piccolo territorio. Le navi fecero la spola con Ancona. Giorgio e Sergio con la mamma andarono a Roma da zia Fedora. Loris fu arruolato e messo in caserma a… caricar batterie! Per fortuna non successe nulla del temuto, la Jugoslavia crollò subito e gli sfollati poterono ritornare. Fu la prima avvisaglia che i tempi splendidi trascorsi a Zara erano finiti.


Gli avvertimenti avuti dallo zio Emilio Brenta da Roma, infatti, dicevano che le cose peggioravano. I partigiani di Tito, appoggiati da Churchill, che aveva abbandonato il governo e il Re Pietro della Jugoslavia, esuli a Londra, presero piede pian piano con bande ben rifornite di armi e comandi. Come già detto cadde zio Bruno Sorich combattendoli e gli alleati conquistarono Foggia, dal cui aeroporto partivano gli aerei dei rifornimenti puntando su Zara e poi all’interno. Così nell’aprile del 1943 iniziarono gli allarmi notturni per i passaggi di queste formazioni. Nella Villa Brcic si fece il rifugio con puntelli di travi e, quasi ogni notte, si scendeva giù assieme anche a dei vicini.


Continuando così i fatti, Loris, prudente e lungimirante, prese la decisone di mandare via tutte le tre famiglie; era estate e, in attesa degli sviluppi della situazione, disse: “intanto andate a fare… i villeggianti”. A Belluno c’era uno zaratino, Comandante della Forestale al quale si rivolse, dicendo di trovare una sistemazione per nove persone. Fu trovata ad Alleghe (BL), sul lago dove i nonni Sorich, la zia Luciani col figlio Luciano, i Brcic con mamma Lydia, Giorgio e Sergio e la nonna Anka, madre di Mirko e vedova di nonno Giorgio, vissero per un anno, compreso l’inverno a -16 gradi col lago ghiacciato. Dopo pochi giorni nacque Bruno Luciani, ma a Natale del 1945 morì la mamma di Mirko, Anka. Mirko era in Accademia navale a Brindisi dopo l’8 settembre [1943], non lo seppe che a guerra finita. La partenza da Zara fu il 28 luglio 1943. Questa data segna la fine della storia della famiglia Brcic a Zara.


Restò ancora solo Loris con l’impossibile compito di guardare le tre case abbandonate. Tentò di salvaguardare i fabbricati della sua attività, subendo tutti i bombardamenti che distrussero la città per un anno dal 2 novembre 1943 al 30 ottobre 1944. Quando la villa fu distrutta dalle bombe il 16 dicembre 1943 e così i magazzini e i negozi con le ultime merci sequestrate dai tedeschi, scappò nei dintorni e sull’Isola di Ugliano, a Pogliana. Riuscì ad imbarcarsi sul piccolo piroscafo Sansego nell’ultimo viaggio e raggiunse la famiglia ad Alleghe. Aveva salvato solo la vita sua e quella dei familiari. Cominciò così la seconda vita, durissima, in Italia, ma è un’altra storia.


A Zara rimane la tomba secolare monumentale del 1883 dove sono sepolti i discendenti delle due famiglie di Spiro e Giorgio. In tempi recenti anche Loris Brcic (1979) e la moglie Lydia Brcic (2006), genitori di Sergio.

Antonio Maria Budinich

Antonio Maria Budinich (Venezia, 1784-1866) è stato un fervido patriota e un intraprendente uomo d'affari: con lui, per la prima volta, da quella discendenza di comandanti e valorosi combattenti al servizio della Serenissima, era emersa la figura di un borghese, uomo d'affari e amministratore che aveva formato la propria condizione sociale mediante lo studio, diplomandosi in scienze agrarie e in diritto presso i Gesuiti a Padova, Antonio Maria scontò in prima persona questo suo allontanamento dalla marineria, la tradizionale specialità per cui si erano segnalati i suoi antenati: gli toccò dedicarsi alle funzioni pubbliche, in particolare esercitando l'ufficio di podestà di Lussingrande, occupandosi della coscrizione della leva obbligatoria per l'esercito napoleonico e della direzione dei lavori per la costruzione della carrozzabile che collegò finalmente Lussingrande a Lussinpiccolo, funzioni scarsamente remunerative che comportavano responsabilità certo non sempre gradite.

Inoltre per ben due volte fu arrestato e imprigionato nelle carceri austriache: la prima volta, quando partecipò alle proteste contro l'abolizione di quel privilegium che garantiva ai lussingrandesi il diritto di nominare il proprio parroco. Per tali motivi dovette affrontare un'odissea giudiziaria a Klagenfurt che durò per ben due anni.

La seconda volta fu recluso, sia pur per pochi mesi, a Rovigno per attività irredentiste: infatti nel marzo 1848, quando era giunta la notizia della proclamazione della Repubblica di Venezia, era sceso in Piazzetta a Lussingrande, a sventolare un gonfalone di San Marco che portava sotto il panciotto. Per sua fortuna, durante la reclusione, gli ampi oliveti dei Budinich sull'isola avevano continuato a fornire abbondanti raccolti da cui si spremeva l'olio che riempiva le apposite vasche delle cantine della casa di famiglia.

Antonio Maria inoltre era anche notaio e, in quanto tale, uomo rispettato e facoltoso. La sua casa era una tra le più in vista dell'isola. Inoltre, durante la sua reclusione, i figli Simone e Antonio continuarono a comandare le loro navi, traendo sufficienti profitti, come buona parte della marineria lussignana, dalla situazione di blocco navale creatasi durante la Guerra di Crimea. Quando però questa situazione vantaggiosa venne meno e anche il rendimento dei noli diminuì, i comandanti Budinich, da tempo divenuti imprenditori autonomi, perché proprietari delle rispettive navi, si trovarono in difficoltà. A questo si aggiunse, nel 1857, una crisi finanziaria internazionale che, partendo dagli Stati Uniti, giunse a investire l'Europa e, non ultima, anche la piccola e remota isola di Lussino.

Come altri esponenti della sua famiglia dopo di lui, anche Antonio Maria doveva essere un entusiasta: aveva incoraggiato e sostenuto il progetto delle figlie Lutgarte e Giuditta di istituire un collegio per l'istruzione delle fanciulle in un'epoca in cui generalmente si riteneva che la sola educazione auspicabile per il genere femminile fosse quella che oggi chiamiamo economia domestica.

Inoltre si era lasciato coinvolgere nel progetto di una società per azioni per fare concorrenza al vapore con le classiche navi a vela.

La conseguenza di tutto questo fu che Antonio Maria lasciò ai suoi eredi un patrimonio gravemente compromesso, anche se agli occupanti dell'antica casa di famiglia venne consentito di continuare ad abitare in quella bella casa dai soffitti ornati da stucchi e decori, arredata con i mobili di famiglia, in cui il tempo era ancora scandito dalla pendola inglese che il capitano Simon Budinich (1744- 1815), padre di Antonio Maria, aveva portato da un suo viaggio in nave a Londra nel 1782.

Luisa Moratto

Luisa Moratto (Buie d'Istria, 27 marzo 1861 - Cherso, 31 luglio 1932) è stata un'educatrice e patriota italiana. 

Luisa assunse il compito di difendere l'italianità del Quarnaro. Sarebbe troppo lungo esporre in questa inchiesta quanto Luisa Moratto fece nella sua vita dedicata all'Italia. Donna di vasta cultura, di non comune forza di volontà — a 60 anni impara il greco e il latino per poterli insegnare ai suoi allievi. Fu l'anima dell'irredentismo isolano durante l'occupazione austriaca; sempre sorvegliata dalla gendarmeria e alfine internata, non cessa mai di dedicarsi all'educazione dei giovani ed all'amore per l'Italia. Fondò scuole, asili, ricreatori nelle sue isole e fu tale la sua forza e la sua capacità che, istituita in Cherso una scuola media inferiore e non trovando mezzi per pagare i professori, insegnò da sola tutte le materie ed agli esami mai un suo alunno fu rimandato quando, per proseguire gli studi, passava ad altra scuola. Morì nel 1932, dopo esser stata lungamente malata e continuando fino all'ultimo, dal suo letto, le sue molteplici attività. 

Dopo aver preso accordi con lo stesso Sen. Salata, con il Sen. Chersi e con l'allora Governatore di Trieste, Luisa Moratto si recò a Roma. F. S. Nitti, allora Presidente del Consiglio dei Ministri, la ricevette in udienza e, dopo averla ascoltata, con le lacrime agli occhi le prospettò la disperata situazione e le fece comprendere che difficilmente avrebbe potuto aiutarla. Ma Luisa Moratto non si perdette d'animo e volle essere ricevuta anche dall'allora Regina Elena, alla quale espose il tormento di quei figli d'Italia, chiedendo aiuto. E non dette pace ad alcuno finché Cherso non fu salva. Un suo concittadino e contemporaneo, il prof. Mitis, scrisse diffusamente della sua vita ed in un libro, raccontando questo episodio, afferma che Cherso fu redenta grazie al valore di quella piccola e sofferente ma eroica donna.




Adolfo Marama-Toyo

Adolfo Marama-Toyo (Fiume, ... – Trieste, 30 maggio 1946) è stato un pilota motociclistico e progettista italiano.

Pilota spericolato, ma anche progettista di motori, Marama-Toyo era conosciuto sulle piste per il codino alla Roberto Baggio e per le sue fantasiose idee meccaniche che non pochi consideravano strampalate.

Nato nell'allora italiana Fiume da famiglia di origini egiziane, probabilmente nel primo decennio del secolo scorso, Adolfo Marama-Toyo divenne ben presto un appassionato di meccanica ed uno dei pionieri italiani dello speedway.

Pare sia stato proprio lui ad importare questa specialità in terra istriana, avendo avuto occasione di vedere alcune gare in Australia, durante i viaggi svolti in gioventù, come capitano di naviglio mercantile. Di questa prima parte della sua vita si conosce assai poco e la documentazione anagrafica e civile è andata perduta a causa degli eventi che hanno preceduto e seguito l'esodo istriano. Alcuni biografi ipotizzano che il suo vero cognome fosse "Toyo", al quale egli stesso aveva aggiunto il soprannome "Marama" datogli dai tifosi, che in lingua istriana significa "foulard".

Fu durante una gara di quella specialità che conobbe Plinio Galbusera, fondatore e titolare dell'omonima azienda bresciana, all'epoca unica casa produttrice in Italia di motociclette da speedway. I due divennero amici e l'Italo-Egiziano decise di sottoporre al costruttore il suo progetto per costruire una moto da strada, spinta da un motore 2 tempi con 8 cilindri a V, ottenuto dall'accoppiamento di due unità a 4 cilindri e con il cambio posizionato fra di esse. Tale soluzione dava anche la possibilità di realizzare con modesta spesa anche un motore da 250 cm³ quadricilindrico.

L'idea di Marama-Toyo era talmente fantascientifica, per gli anni trenta, che se l'avesse proposta a qualche affermata industria motociclistica, lo avrebbero preso per pazzo. Così non la pensava Galbusera che mise subito a disposizione le modeste risorse tecniche della propria azienda.

Dopo un solo anno di febbrile lavoro, il primo e unico motore 8 cilindri 2T nella storia del motociclismo fu completato ed esposto al Salone di Milano del 1938, sollevando un notevole interesse. Nell'occasione venne presentata anche la versione "250" quadricilindrica, ma sembra si trattasse di una maquette in gesso.

Lo sviluppo per la produzione del motore fu interrotto dall'avvicinarsi della seconda guerra mondiale e, al termine del conflitto, l'impresa venne definitivamente abbandonata a causa dei bombardamenti alleati che distrussero completamente la Galbusera e, soprattutto, in conseguenza della morte di Marama-Toyo, avvenuta il 30 maggio 1946 durante una gara di speedway sul circuito di Trieste.

Anche il motore è andato perduto e ne rimangono solo le foto scattate all'EICMA, oltre agli echi della stampa dell'epoca, dai toni sbalorditi.