venerdì 17 novembre 2023

Antonio Maria Budinich

Antonio Maria Budinich (Venezia, 1784-1866) è stato un fervido patriota e un intraprendente uomo d'affari: con lui, per la prima volta, da quella discendenza di comandanti e valorosi combattenti al servizio della Serenissima, era emersa la figura di un borghese, uomo d'affari e amministratore che aveva formato la propria condizione sociale mediante lo studio, diplomandosi in scienze agrarie e in diritto presso i Gesuiti a Padova, Antonio Maria scontò in prima persona questo suo allontanamento dalla marineria, la tradizionale specialità per cui si erano segnalati i suoi antenati: gli toccò dedicarsi alle funzioni pubbliche, in particolare esercitando l'ufficio di podestà di Lussingrande, occupandosi della coscrizione della leva obbligatoria per l'esercito napoleonico e della direzione dei lavori per la costruzione della carrozzabile che collegò finalmente Lussingrande a Lussinpiccolo, funzioni scarsamente remunerative che comportavano responsabilità certo non sempre gradite.

Inoltre per ben due volte fu arrestato e imprigionato nelle carceri austriache: la prima volta, quando partecipò alle proteste contro l'abolizione di quel privilegium che garantiva ai lussingrandesi il diritto di nominare il proprio parroco. Per tali motivi dovette affrontare un'odissea giudiziaria a Klagenfurt che durò per ben due anni.

La seconda volta fu recluso, sia pur per pochi mesi, a Rovigno per attività irredentiste: infatti nel marzo 1848, quando era giunta la notizia della proclamazione della Repubblica di Venezia, era sceso in Piazzetta a Lussingrande, a sventolare un gonfalone di San Marco che portava sotto il panciotto. Per sua fortuna, durante la reclusione, gli ampi oliveti dei Budinich sull'isola avevano continuato a fornire abbondanti raccolti da cui si spremeva l'olio che riempiva le apposite vasche delle cantine della casa di famiglia.

Antonio Maria inoltre era anche notaio e, in quanto tale, uomo rispettato e facoltoso. La sua casa era una tra le più in vista dell'isola. Inoltre, durante la sua reclusione, i figli Simone e Antonio continuarono a comandare le loro navi, traendo sufficienti profitti, come buona parte della marineria lussignana, dalla situazione di blocco navale creatasi durante la Guerra di Crimea. Quando però questa situazione vantaggiosa venne meno e anche il rendimento dei noli diminuì, i comandanti Budinich, da tempo divenuti imprenditori autonomi, perché proprietari delle rispettive navi, si trovarono in difficoltà. A questo si aggiunse, nel 1857, una crisi finanziaria internazionale che, partendo dagli Stati Uniti, giunse a investire l'Europa e, non ultima, anche la piccola e remota isola di Lussino.

Come altri esponenti della sua famiglia dopo di lui, anche Antonio Maria doveva essere un entusiasta: aveva incoraggiato e sostenuto il progetto delle figlie Lutgarte e Giuditta di istituire un collegio per l'istruzione delle fanciulle in un'epoca in cui generalmente si riteneva che la sola educazione auspicabile per il genere femminile fosse quella che oggi chiamiamo economia domestica.

Inoltre si era lasciato coinvolgere nel progetto di una società per azioni per fare concorrenza al vapore con le classiche navi a vela.

La conseguenza di tutto questo fu che Antonio Maria lasciò ai suoi eredi un patrimonio gravemente compromesso, anche se agli occupanti dell'antica casa di famiglia venne consentito di continuare ad abitare in quella bella casa dai soffitti ornati da stucchi e decori, arredata con i mobili di famiglia, in cui il tempo era ancora scandito dalla pendola inglese che il capitano Simon Budinich (1744- 1815), padre di Antonio Maria, aveva portato da un suo viaggio in nave a Londra nel 1782.

Luisa Moratto

Luisa Moratto (Buie d'Istria, 27 marzo 1861 - Cherso, 31 luglio 1932) è stata un'educatrice e patriota italiana. 

Luisa assunse il compito di difendere l'italianità del Quarnaro. Sarebbe troppo lungo esporre in questa inchiesta quanto Luisa Moratto fece nella sua vita dedicata all'Italia. Donna di vasta cultura, di non comune forza di volontà — a 60 anni impara il greco e il latino per poterli insegnare ai suoi allievi. Fu l'anima dell'irredentismo isolano durante l'occupazione austriaca; sempre sorvegliata dalla gendarmeria e alfine internata, non cessa mai di dedicarsi all'educazione dei giovani ed all'amore per l'Italia. Fondò scuole, asili, ricreatori nelle sue isole e fu tale la sua forza e la sua capacità che, istituita in Cherso una scuola media inferiore e non trovando mezzi per pagare i professori, insegnò da sola tutte le materie ed agli esami mai un suo alunno fu rimandato quando, per proseguire gli studi, passava ad altra scuola. Morì nel 1932, dopo esser stata lungamente malata e continuando fino all'ultimo, dal suo letto, le sue molteplici attività. 

Dopo aver preso accordi con lo stesso Sen. Salata, con il Sen. Chersi e con l'allora Governatore di Trieste, Luisa Moratto si recò a Roma. F. S. Nitti, allora Presidente del Consiglio dei Ministri, la ricevette in udienza e, dopo averla ascoltata, con le lacrime agli occhi le prospettò la disperata situazione e le fece comprendere che difficilmente avrebbe potuto aiutarla. Ma Luisa Moratto non si perdette d'animo e volle essere ricevuta anche dall'allora Regina Elena, alla quale espose il tormento di quei figli d'Italia, chiedendo aiuto. E non dette pace ad alcuno finché Cherso non fu salva. Un suo concittadino e contemporaneo, il prof. Mitis, scrisse diffusamente della sua vita ed in un libro, raccontando questo episodio, afferma che Cherso fu redenta grazie al valore di quella piccola e sofferente ma eroica donna.




Adolfo Marama-Toyo

Adolfo Marama-Toyo (Fiume, ... – Trieste, 30 maggio 1946) è stato un pilota motociclistico e progettista italiano.

Pilota spericolato, ma anche progettista di motori, Marama-Toyo era conosciuto sulle piste per il codino alla Roberto Baggio e per le sue fantasiose idee meccaniche che non pochi consideravano strampalate.

Nato nell'allora italiana Fiume da famiglia di origini egiziane, probabilmente nel primo decennio del secolo scorso, Adolfo Marama-Toyo divenne ben presto un appassionato di meccanica ed uno dei pionieri italiani dello speedway.

Pare sia stato proprio lui ad importare questa specialità in terra istriana, avendo avuto occasione di vedere alcune gare in Australia, durante i viaggi svolti in gioventù, come capitano di naviglio mercantile. Di questa prima parte della sua vita si conosce assai poco e la documentazione anagrafica e civile è andata perduta a causa degli eventi che hanno preceduto e seguito l'esodo istriano. Alcuni biografi ipotizzano che il suo vero cognome fosse "Toyo", al quale egli stesso aveva aggiunto il soprannome "Marama" datogli dai tifosi, che in lingua istriana significa "foulard".

Fu durante una gara di quella specialità che conobbe Plinio Galbusera, fondatore e titolare dell'omonima azienda bresciana, all'epoca unica casa produttrice in Italia di motociclette da speedway. I due divennero amici e l'Italo-Egiziano decise di sottoporre al costruttore il suo progetto per costruire una moto da strada, spinta da un motore 2 tempi con 8 cilindri a V, ottenuto dall'accoppiamento di due unità a 4 cilindri e con il cambio posizionato fra di esse. Tale soluzione dava anche la possibilità di realizzare con modesta spesa anche un motore da 250 cm³ quadricilindrico.

L'idea di Marama-Toyo era talmente fantascientifica, per gli anni trenta, che se l'avesse proposta a qualche affermata industria motociclistica, lo avrebbero preso per pazzo. Così non la pensava Galbusera che mise subito a disposizione le modeste risorse tecniche della propria azienda.

Dopo un solo anno di febbrile lavoro, il primo e unico motore 8 cilindri 2T nella storia del motociclismo fu completato ed esposto al Salone di Milano del 1938, sollevando un notevole interesse. Nell'occasione venne presentata anche la versione "250" quadricilindrica, ma sembra si trattasse di una maquette in gesso.

Lo sviluppo per la produzione del motore fu interrotto dall'avvicinarsi della seconda guerra mondiale e, al termine del conflitto, l'impresa venne definitivamente abbandonata a causa dei bombardamenti alleati che distrussero completamente la Galbusera e, soprattutto, in conseguenza della morte di Marama-Toyo, avvenuta il 30 maggio 1946 durante una gara di speedway sul circuito di Trieste.

Anche il motore è andato perduto e ne rimangono solo le foto scattate all'EICMA, oltre agli echi della stampa dell'epoca, dai toni sbalorditi.

Trieste: propaganda anti-austriaca in via Acquedotto

La via Acquedotto (ora viale XX Settembre) era diventata tra il 1914 e il 1915 non solo ritrovo cittadino dei più importanti teatri e cinematografi di Trieste, ma anche sede di gestioni associative cinematografiche – formalizzate e non – che tentavano di diffondere tramite i film un’implicita propaganda antiaustriaca. Ne facevano parte non solo alcuni impresari, ma anche altre figure della filiera cinematografica, cioè noleggiatori e distributori.

Desta una certa sorpresa l’atteggiamento della censura e della polizia nei loro confronti: una censura inflessibile (gli ispettori teatrali), presente durante gli spettacoli, (come riferisce l’attore Carlo Fiorello nelle sue Memorie), invece apparentemente indulgente verso le irregolarità commesse dai gestori, poiché le chiusure dei cinematografi e le multe inflitte, decretate dalla Luogotenenza dopo i sopralluoghi della Polizia, in realtà venivano quasi subito commutate o ridotte nella pena, per permettere comunque ai Lizenzinhaber di proseguire l’esercizio pubblico, molto fiorente, che veniva svolto in una condizione di «cartello» economico. Il cinematografo, proprio negli anni di guerra, stava diventando un intrattenimento insostituibile per una popolazione allo stremo che non era disposta a rinunciare allo svago, specie se a basso costo, nonostante le misere condizioni di vita. La stampa indica sempre la presenza di «folle» e «folloni» che gremivano platee e balconate dei cine-teatri.

Tra i gestori più impegnati nella propaganda antiaustriaca c’era Attilio Depaul, impresario del cinematografo al Teatro Fenice tra il 1914 e il 1915, fratello di uno dei più attivi esponenti dell’irredentismo giuliano, cioé Marcello Depaul, ex presidente dell’associazione «La giovane Trieste», che al primo faceva arrivare dall’Italia «films cinematografiche» (come si definivano allora) non gradite alla censura austriaca. Nella ditta di commercio di vini e liquori di Attilio Depaul era impiegato, fino al 1910, il noleggiatore di film Nicolò Quarantotto che, insieme a Ruggero Bernardino, già noto agli uffici di polizia (che afferivano alla Luogotenenza del Litorale), dirigeva un Ufficio di noleggio e vendita di film; inoltre, dal 1910 al 1914, era stato membro della Società cinematografica triestina insieme a Josef Caris, Josef Fulignot e Johann Rebez, attivi al Teatro Fenice e al Rossetti, oltre che ai rispettivi cinematografi triestini Americano, Nuovo Cine ed Edison. La Società permetteva, soprattutto, di ammortizzare le spese, pubblicando annunci in comune e proiettando gli stessi film. Caris in passato era stato componente dell’ Associazione Patria (poi sciolta) e godeva di una buona situazione finanziaria grazie al suo commercio di manifatture. Nel novembre 1914 entrò in contenzioso con la Direzione di polizia, poiché al Cinema Americano, da lui gestito, venne proiettato il film In mezzo al turbine, libera versione italiana del film di provenienza austriaca Der Feind im Land, il quale, nel II e III atto, presentava scene offensive delle armate austriache e dei sentimenti «patriottici» dei cittadini.

Diversi gestori di cinematografi trovarono analoghi ostacoli nell’ottenimento delle licenze per sospette tendenze antiaustriache, quali Giuseppe Stancich, Ernst Lenarduzzi e Salvatore Spina (attivo in Italia anche prima della guerra); a quest’ultimo, in particolare, direttore prima della guerra del cinematografo Excelsior di via Acquedotto 32 (poi Nazionale), le autorità revocheranno la licenza cinematografica, permettendogli di continuare solo l’attività di noleggio di pellicole.



Giovanni Rubinich

Giovanni Rubinich è stato un architetto e uomo politico italiano (Laurana , 11.XII.1876 - Fiume , 21.IV.1945). Figlio del muratore autodidatta Andrea Rubinich di Laurana e padre dell'architetto Giovanni Rubinich. Si laureò il 14 ottobre 1900. presso la Facoltà Politecnica di Budapest. Fomdò una società di progettazione e costruzione a Fiume e lavorò anche nell'Ufficio tecnico comunale. Insieme a Emilio Ambrosini, è considerato uno dei rappresentanti più importanti dell'architettura fiumana Art Nouveau.

Ricevette il suo primo ordine nel 1902, quando completò autonomamente l'ampliamento dell'ala est della Scuola Elementare Femminile (oggi Biblioteca Universitaria e Museo d'Arte Moderna e Contemporanea). È autore di più di venti edifici residenziali e residenziali-commerciali e di quasi altrettanti progetti di espansione e adattamento a Fiume. Firma una decina di soluzioni per impianti industriali (oleificio Ungaria, ampliamento Fabbrica Parquet) e quattro per società sportive (edifici dei circoli remieri Fiumani, Liburnia e Quarnero sulla diga foranea). La maggior parte del suo lavoro è stata creata nei primi dieci anni della sua carriera.

Dopo la prima guerra mondiale, iniziò a dedicarsi attivamente alla politica, trascurando in parte la sua professione. Era un membro della loggia massonica Sirius (defunta nel 1918). Fu anche attivo nei disordini politici a Fiume nel 1918-1924. (membro del governo fiumano nel 1918, responsabile del commercio e dei trasporti). Nel 1931, richiamandosi al Decreto Prefettizio di riduzione in forma italiana del cognome , mutò il proprio cognome in Rubini. La storiografia italiana lo ricorda come uno dei più accesi fautori dell'unione di Fiume all'Italia. Ha presentato e spiegato le sue opinioni politiche nel testo del Memoriale, in cui proponeva la ricostituzione dello Stato fiumano, composto da tre cantoni con annessi sottocomuni: italiano a Fiume, croato a Sussak e sloveno a Villa del Nevoso/Bisterza, riferendosi ai diritti autonomi della città acquisita in passato.

Fu ucciso da una pallottola alla nuca sulla scalinata della propria abitazione a Fiume, e l'esecuzione è attribuita ai partigiani. A causa delle sue opinioni, fu dichiarato postumo nemico dello stato in Jugoslavia nel 1945 e tutte le sue proprietà furono confiscate.

Regolamento per li Boschi della Signoria Cef. Reg. di Buccari. 1767.



Le famiglie che hanno fatto Trieste: I Livaditi

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).

Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.

“Allorché, verso l’anno 1773 le persecuzioni e le malversazioni esercitate dai Turchi verso i pacifici abitanti delle contrade greche raggiunsero il loro massimo grado, molti di questi si decisero a fuggire, e vennero a stabilirsi a Trieste…”. Tra questi anche “i tre fratelli Livaditi colla loro madre”, annota concisamente la cronaca greca.

Famiglia piuttosto anomala tra gli immigrati greci che, in particolare nella prima generazione, reputarono Trieste come una specie di “terra di conquista” in cui raggiungere con la massima fretta possibile posizioni preminenti nella attività più congeniali a ognuno: dalla bottega di tipo più o meno levantino alle posizioni direzionali o comunque preminenti nei vari settori del mondo economico; rimanevano loro poco tempo e voglia per le attività che oggi vengono definite del tempo libero. Per i Livaditi – Diamante (1744-1810), Stamati (1749-1812) e Michele (1752-1818) – questo schema è valido fino ad un certo punto; buontemponi, amanti del buon vivere, i tre fratelli riuscirono a portare a livello d’arte la propensione al litigio, famigliare o pubblico che fosse.

Al loro arrivo a Trieste Diamante aveva 29 anni, Michele 21; si misero in commercio la cui esatta natura è ancora sconosciuta. Probabilmente investivano i proventi negli stabili, raggiungendo un notevole benessere, ma non grandi ricchezze: evidentemente non furono posseduti dal demone della rivalsa. Amavano banchettare, con grande disappunto della madre che vollero eternare sul portale dell’opulenta casa di Via Mazzini 5, inaugurata nel 1800: la eternarono però nell’atto di mostrare la lingua a coloro che entrano…

Un grosso carteggio del Tribunale Commerciale e Marittimo conferma il curioso comportamento dei tre fratelli. Proprietari di un magazzino a Riborgo – demolito negli anni ’30 del nostro secolo – i Livaditi, ancora in unica ditta, aprirono una finestrucola sul confinante cortile magazzino di proprietà di Graziadio Isaia Minerbi, commerciante all’ingrosso. Probabilmente avevano bisogno della circolazione dell’aria per le merci, per cui non pensarono di accordarsi con il vicino. Questi, credendo ad uno sgarbo dei greci a lui, in quanto ebreo, decise di applicare l’antica regola del dente per dente… Forò infatti il muro, pressapoco sotto la finestrucola, infilando nel foro una trave di legno che sporgeva per un mezzo metro nel magazzino dei Livaditi e che forse aveva prodotto qualche piccolo danno alle mercanzie immagazzinate: tutte le operazioni venivano naturalmente eseguite durante la notte con la complicità delle tenebre. I Livaditi si rivolsero al Tribunale con una circoscritta denuncia per danni contro Minerbi, mobilitando scribani, traduttori, avvocati, né per dire il vero, Minerbi fu di meno; la causa si trascinò per due anni e in ogni udienza vennero portati argomenti nuovi, sempre più astratti e altrettanto inconsistenti. Alla fine il giudice esasperato convocò l’architetto Andrea Fister affinché eseguisse una perizia. Questi con gli aiutanti perse una mezza giornata davanti al muro incriminato cercando disperatamente, si può dire, i danni che non trovò; stese quindi la perizia di quattro pagine che concluse scrivendo di non capire quale fosse l’oggetto del contenzioso e che, secondo lui tecnico, “La lunga causa è dovuta al semplice gusto dei contendenti di litigare”, per cui a suo avviso la causa sarebbe da comporre pacificamente, cosa che il giudice accettò con notevole solerzia. Il documento finale, sulla carta ufficiale azzurra, porta le firme dei Livaditi parzialmente in caratteri greci, quella di Minerbi in splendida svolazzante calligrafica della scuola ebraica di Livorno, le firme di Fister, degli avvocati, dei traduttori, del giudice – con il sigillo del Tribunale – e infine, per presa visione, del Governatore in persona, il conte Pompeo Brigido…

Sono abbastanza curiosi anche i testamenti dei tre fratelli. Diamante che fu probabilmente considerato fino alla morte come capo-famiglia, lasciò 3.000 fiorini (90 milioni 1980) alla chiesa greca “nell’obbligo di fare tutto l’occorrente per il suo funerale”, 33.000 fiorini (990 milioni) variamente divisi tra le due figlie e la moglie e il resto ai quattro figli maschi; non sono riuscito ad appurare in cosa consistette “il resto”. A differenza del fratello, Stamati lasciò agli estranei qualche decina di fiorini, mentre la casa ed alcune botteghe andavano alla moglie e ai nove figli. 

Complicatissimo e rivelatore infine il testamento di Michele: “… in primo luogo lascio al mio figlio Antonio, il primogenito, il magazzeno che oggi è occupato dallo Spezziere e l’altro che è occupato dal Barbiere… Gli lascio un debito di fiorini mille da pagare alla Nazione quando li ricercano, e se non li ricercano da pagare l’interesse, senza nessuna contrarietà perché ha debito la casa. Camere non gli lascio, perché si era comportato male verso di lui genitori, ma lo lascio in libertà, se Dio gli da stato d’averne autorità di alzare un appartamento e di tenere cinque camere e un pezzo di soffitta per li legni…”. Dopo l’altrettanto dettagliato elenco dei crediti e dei debiti riguardanti i beni da lasciare agli altri due tre figli, Michele Livaditi continua: “… lascio a Diamantula un terzo della casa detta Spitale che mi appartiene, e di pagare due mila che ha la casa nella di lei parte, ma se per caso di rendesse avanti di maritarsi, quello che ricavasse sia per essa e nient’altro che la benedizione di Dio, di non poter fare niente senza il permesso della madre e dei fratelli…”.

Linguaggio contorto, da cui però si ricava il fatto sconosciuto, ma di notevole importanza, che la “Nazione greca” rivestisse sistematicamente il ruolo di banchiere dei connazionali che avevano fornito la prova di correttezza commerciale; questa, che si sapeva essere stata una delle funzioni delle comunità ebraiche, dovrà pertanto essere estesa anche ai greci, almeno a quelli di Trieste, benché non ne faccia cenno Stefani nel suo libro sui Greci del Settecento, né le altre storie, ivi compresa quella ufficiale del 1882. La politica perseguita dalla “nazione” o con la terminologia del tardo Settecento, della “Banca della Nazione” spiega anche perché la percentuale del patrimonio immobiliare greco teresiano era di gran lunga superiore a quella che competerebbe alla percentuale dei greci residenti a Trieste.

Una novità è pure quella della originaria destinazione del Palazzo destinato attualmente a “Casa delle Aste” in piazza Goldoni e noto come Ospedale dei Greci; infatti, il testamento di Michele Livaditi lo assegna ai figli, come casa di abitazione.

La generazione successiva dei Livaditi comprendeva ben ventun membri tra maschi e femmine, ma nessuno che emergesse in modo particolare.

Un Demetrio Livaditi (1833-1897) crebbe fin da giovane una passione per le lettere e per il Paese in cui era nato: infatti, pur figlio di greci, si sentiva triestino e italiano. Fino ai 15 anni frequentò il corso classico, che era l’unica scuola media con insegnamento in lingua italiana, essendo tutte le altre in lingua tedesca. Conseguì poi la licenza commerciale: il padre Alessandro infatti era un mercante e voleva iniziarlo alla pratica del commercio. Fu un tentativo senza successo, perché Demetrio continuò ad interessarsi esclusivamente di lettere: si esercitò nella traduzione dal greco di Platone e di Eschine Socratico e a 16 anni scrisse un primo articolo sulla lingua e sulla letteratura italiana pubblicato dalla Favilla di Francesco Hermet, un importante periodico locale dell’epoca che raccoglieva letterati e patrioti italiani di Trieste.

In seguito viaggiò la Germania come precettore di una famiglia facoltosa e di ritorno esercitò l’insegnamento privato assicurandosi un buon numero di scolari. Nel frattempo abbozzò lavori letterari e teatrali e lavorò con la Rivista Veneta, un periodico veneziano.

Erano gli anni del Risorgimento e Demetrio Livaditi – a differenza degli altri greci di Trieste tendenzialmente fedeli agli Asburgo – abbracciò la causa nazionale italiana. Era ormai divenuto italiano non solo di lingua, ma anche di sentimenti.

Fu così che sul finire degli anni ’50 progettò di fondare un giornale patriottico nella propria città. Raccontò in un suo diario:

“Vagheggiavo ardentemente il disegno di fondare a Trieste un giornale letterario che come il “Crepuscolo” di Milano, “L’Alba” di Brescia, la “Rivista Veneta” di Venezia e “L’annotatore Friulano” di Udine, sotto il manto della letterattura, tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria“.


Si trattava di una scelta coraggiosa, data la stretta trama di censure ordita da quello che lui definiva “il dispotico governo straniero“. Siamo nel 1857. Al tempo, per poter ostentare sentimenti italiani era necessario esprimerli in forma sfumata. Livaditi si adoperò dunque per ottenere il permesso dalle autorità e scelse il nome innocuo di “Ciarla”.

“Con questo nome vuoto e più appropriato a giornali leggeri e di sterili pettegolezzi che a gazzetta grave e letteraria – racconta sempre Livaditi – diedi principio alla pubblicazione“.

L’inizio fu difficile, fino a quando Livaditi non si avvalse della collaborazione di un altro patriota triestino, Leone Fortis:

“Dopo un anno dacchè la “Ciarla” tirava avanti alla meglio tra multe e sequestri e con mio assai scarso profitto, capitò a Trieste Leone Fortis, mandato quivi a confino dall’Arciduca Massimiliano d’Austria, allora governante la Lombardia. Eravamo sui principi del 1859. Il Fortis aveva dovuto interrompere la pubblicazione del suo giornale il “Pungolo” che dirigeva a Milano. Egli mi persuase a fare – come si suol dire – una fusione e trasformare la “Ciarla” in giornale artistico letterario con caricature, come era precisamente il Pungolo“.

Con la collaborazione di Fortis e di tutti i letterati che con lui lavoravano al Pungolo, la Ciarla ottenne un grande successo: vendette copie non solo a Trieste, ma in Lombardia, in Emilia, nel Triveneto, in Istria e in Dalmazia.

Alla Ciarla collaborarono anche il garibaldino Guerzoni, il poeta veneziano Fusinato (autore della celebre poesia “L’ultima ora di Venezia“), Lioy e Baravalle. Come caricaturisti vennero assunti Galli e Gatteri. Il periodico di Livaditi difendeva l’italianità di Trieste, il tutto però in forma scherzosa e disimpegnata, per evitare la censura austriaca. Una censura che tuttavia non tardò ad arrivare: Livaditi e Fortis subirono perquisizioni domiciliari e la rivista conobbe ancora multe e sequestri. Le cose precipitarono irrimediabilmente nell’aprile del 1859, alle porte del nuovo conflitto armato tra il Regno di Sardegna e l’Austria (la seconda guerra d’indipendenza). In quei giorni Leone Fortis – saputo che la polizia austriaca voleva arrestarlo per via dei suoi articoli – fuggì travestito da Trieste e raggiunse successivamente Torino attraverso la Svizzera.

Demetrio Livaditi, rimasto ormai solo nella direzione del giornale, ne diede così l’annuncio il 20 aprile:

“Chi era da me deputato a stendere le riviste teatrali, se n’andò non so se per terra o per mare – in lontani paesi. Resto quindi anche col carico della copertina sulle spalle“.

Tre giorni dopo – il 23 aprile – uscì il settimo ed ultimo numero della Ciarla, che fu poi soppressa definitivamente dall’Austria.

Fra l’altro, nei mesi precedenti Livaditi era divenuto il rappresentante segreto a Trieste della Società Nazionale Italiana del siciliano La Farina e del veneziano Daniele Manin (un’associazione ispirata da Cavour e che mirava all’unificazione dell’Italia sotto la corona sabauda).

Questo fatto unito alle tormentate vicende della Ciarla aggravò seriamente la sua posizione: temendo a giusta ragione per la propria libertà personale fuggì anch’egli da Trieste nel 1859. Si trasferì dapprima in Lombardia, appena affrancata dal dominio austriaco e da poco annessa al regno sabaudo; poi da Milano passò in Emilia-Romagna. Nel 1860 collaborò col Comitato d’emigrazione di Trieste, accogliendo quei volontari della sua città che intendevano aggregarsi alle truppe del Regno di Sardegna impegnate nel centro Italia. Decise dunque di unirsi anche lui all’esercito e partecipò alla presa della fortezza pontificia di San Leo il 24 settembre del 1860. A tal proposito, lo storico triestino Attilio Tamaro scrisse: “Alcuni volontari si trovarono nelle file del Cialdini. Nella giornata di San Leo stettero fortemente al fuoco Demetrio Livaditi e Edgardo Rasovich“.

Successivamente, sempre in Emilia-Romagna, Livaditi continuò la sua attività letteraria e lavorò a vari periodici: prima collaborò all’Età presente di Paulo Sambri, a Bologna, e poi per due anni diresse l‘Adriatico di Ravenna, il giornale più diffuso di Romagna.

Invitato a entrare nell’insegnamento dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Carlo Matteucci, insegnò storia e lettere nel Liceo e Istituto Tecnico prima di Sassari (per un breve periodo) e poi di Reggio Emilia, città dove nel 1863 fondò il giornale l’Italia Centrale.

Nel 1860 mandò alle stampe un’operetta filosofica, Dello Amore della Patria, che fu apprezzata dalla critica e in particolare da Giosuè Carducci, il quale lodò pubblicamente Livaditi paragonando il suo stile a quello di Giacomo Leopardi e affermando che solo per via dei cattivi gusti letterari del tempo non gli si tributava il giusto riconoscimento:

“[…] quella eccitazione che ci fa cercare e scambiare la contorsione e la barbarie per efficacia, gli sforzi grotteschi e selvaggi per ardimenti originali, il tumido per sublime, le acutezze per arguzie, non ci lascia gustar più le scritture del genere di questa del sig. Livaditi“.

Anche se lontano dalla sua Trieste non cessò la propria attività patriottica ed entrò nel Comitato Triestino Istriano, composto da altri esuli giuliani (G.B. Picciola, C. Combi, R. Costantini, T.Luciani, G. Baseggio, G.Riosa, A. Coiz, G. Cattaro, F.Comelli e altri). Obiettivo del comitato era quello di sensibilizzare l’opinione nazionale sull’annessione all’Italia di Trieste e dell’Istria. L’occasione sembrò presentarsi alla vigilia della Terza guerra d’indipendenza (1866), quando l’Italia entrò in conflitto al fianco della Prussia contro l’Austria per conquistare Venezia e il Veneto. Lì Demetrio Livaditi e gli altri membri del Comitato si adoperarono presso le principali istituzioni e personalità italiane (compreso il Re Vittorio Emanuele II) per convincerli della necessità della conquista all’Italia delle regioni del confine orientale.

“L’Istria – nella sua unità naturale e storica e colla sua capitale Trieste, conta di popolazione italiana ben oltre i due terzi, sì che per la stessa ragione del numero pretende a buon diritto di essere annoverata tra le famiglie etniche d’Italia“.

Sempre secondo il Comitato, la riunione all’Italia delle regioni orientali sarebbe stata necessaria per garantire all’Europa una pace duratura. Lasciare tali terre in mano austriaca avrebbe dato occasione di conflitto nei decenni a venire.

“Provato com’è, che le province di Gorizia, di Trieste e dell’Istria, egualmente che il Trentino, sieno complementi necessarii, parti integranti della Venezia, e quindi dell’Italia, ne viene da sè che l’Italia senza coteste provincie, o taluna di esse, non sarebbe costituita nella sua unità naturale; sarebbe quindi impedita nello sviluppo delle sue risorse, sarebbe fatalmente tormentata da un difetto, agitata da un bisogno, e in conseguenza non potrebbe entrare nel concerto europeo con ispirito calmo, con propositi di conservazione, ma preoccupata dall’idea dell’ingiustizia patita, e dominata dalla smania di aver tutto il suo, studierebbe incessantemente l’occasione propizia di rivendicarlo, la creerebbe, e non potrebbe trovarla che in nuovi scompigli ed in nuove guerre“

Allo scoppio del conflitto, Demetrio Livaditi decise di arruolarsi una seconda volta come volontario e si ritrovò assieme a molti altri triestini nelle truppe di Garibaldi impegnate nel Trentino. In cuor suo sperava che le buone sorti delle guerra portassero il tricolore anche a Trieste, ma così non fu.

Nonostante l’attività di persuasione del Comitato (che si spinse addirittura a stendere un memoriale a Bismarck, per indurlo a portare le truppe prussiane fino a Trieste e liberarla dagli Asburgo) l’Italia non rivendicò in quella circostanza né Trieste né l’Istria, e a conflitto concluso non pose i propri confini oltre il Friuli. Le previsioni del Comitato Triestino-Istriano si rivelarono però fondate: l’Italia avrebbe reclamato quelle terre non più tardi di cinquant’anni dopo.

Successivamente Demetrio Livaditi ubblicò le sue Operette morali e tradusse per la prima volta dal greco in lingua italiana l’Assioco di Eschine Socratico, la Tavola di Cebete, e tutti i Dialoghi di Eschine, che uscirono a Milano nel 1879 presso il Battezzati. Presso lo stesso editore fu pure pubblicato il suo Galateo letterario del secolo XIX, opera satirica sulla Letteratura italiana contemporanea e sull’indirizzo eccessivamente tedesco preso da essa in quegli ultimi anni. Compilò pure una Crestomazia italiana per uso degli Istituti Tecnici (1864) e l’Introduzione alla filosofia della storia.

Nel 1869 venne insignito del titolo di “Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia” dal Re Vittorio Emanuele II su proposta del Ministro dell’Istruzione Pubblica in considerazione della sua attività letteraria.

Nel 1895 Zanichelli stampò le Operette umoristiche, satiriche e filosofiche, una raccolta di tutte le sue principali opere. Livaditi volle dedicarla alla propria città, lasciata decenni prima: “A Trieste, mia città natale“.

Una parte della critica lo accusò a più riprese di seguire troppo pedissequamente Leopardi, ma la maggior parte dei giudizi furono positivi. Ad esempio, nel suo Dizionario biografico degli scrittori contemporanei (1879), Angelo De Gubernatis afferma: “Il Livaditi è uno dei nostri scrittori più eleganti e più castigati […] Lo storico della Letteratura italiana del nostro secolo non potrà fare a meno di consultare le sue Operette morali e filosofiche“.

Giudizi che rimasero però disattesi: Demetrio Livaditi fa indubbiamente parte di quella schiera di artisti più fortunati in vita che dopo la morte. Già nel 1914, il periodico Pagine istriane edito a Capodistria lo definì “poco meno che un dimenticato” nonostante “a’ suoi bei tempi, non gli mancarono né onori, né feste, dopochè uno scritto del Carducci lo ebbe additato all’Italia come degno seguace del Leopardi“. Oggi gli è comunque dedicata una via a Trieste.

Demetrio Livaditi morì distante dalla sua città, a Bologna, nel giugno del 1897. Non vide mai avverato il sogno della riunione di Trieste all’Italia.