venerdì 17 novembre 2023

Miroslavo Komjanc

Sottotenente Miroslavo  Komjanc nasce a San Floriano del Collio, in provincia di Gorizia, il 21 febbraio 1914. Si diploma come Perito Elettricista nel 1936, e da quell'anno inizia ad insegnare alla scuola di Idria.

Nel 1937 fu chiamato alle armi. Affascinato dalla Regia Aeronautica (Gorizia era allora la casa del 4 ° Stormo), chiese di entrarvi. Conseguì la licenza di pilota a Pola nel 1937 e frequentò la Scuola Ufficiali di Siena.

Il 24 dicembre 1938 si diploma Sottotenente Pilota e viene assegnato al 74° Squadriglia (CO Capitano Guido Bobba ), 23° Gruppo Caccia di Torino.

Nel 1940 si offrì volontario presso l'AOI (Africa Orientale Italiana) e fu assegnato alla 413a Squadriglia Autonoma Caccia, guidata dal Capitano Corrado Santoro e con base a Gura, in Eritrea. Andò in Africa il 1 marzo.

Il 2 maggio 1941 decollò da Jimma, probabilmente contro le sortite britanniche contro Shashamanna. A causa della scarsa visibilità nella nebbia, si è schiantato contro la barra della manica a vento dell'aeroporto ed è rimasto ucciso.

È sepolto nel Cimitero Italiano di Guerra ad Addis Abeba.

Giovanni Grion

Giovanni Grion è stato un militare e patriota italiano, caduto durante la prima guerra mondiale. Nato nel 1890 nell'allora Pola austroungarica, leader dell'irredentismo, cercò di creare dei disordini contro l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe e per questo venne arrestato dalla polizia asburgica e poi venne scarcerato. Costretto all'esilio a Milano, con l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915 entrò nel Regio Esercito e combatté sul Monte Merzli a Vollaria in alta valle Isonzo.


Dopo aver svolto il corso allievi ufficiali nel 1915, venne promosso sottotenente e arruolato nel 5º Reggimento bersaglieri, morì in combattimento nel 1916 durante la Strafexpedition nei pressi di Asiago a soli 26 anni.


Le spoglie di Giovanni Grion si trovano ora nella cripta del Tempio votivo del Lido di Venezia, tra i loculi degli invitti della III Armata. La tomba monumentale che si trovava fino al 1947 nel cimitero marina di Pola, è stata posizionata nel 1954 nella piccola darsena dell'Arsenale di Venezia, accanto al bassorilievo bronzeo in memoria di Nazario Sauro (precedentemente nel luogo della sua impiccagione nel cortile delle carceri militari di Pola). L'epigrafe tombale della targa di bronzo di Giovanni Grion riporta: " Nell'adolescenza / cospiratore contro l'Austria / languì nelle carceri e nell'esilio / alla grandezza d'Italia / alla grandezza della sua Terra / consacrò la fiorente giovinezza / per trovare nella morte la gloria / rivive / nella memoria della Patria redenta ".

Da lui prese nome la squadra di calcio di Pola "F.G Grion"

Bernardo Benussi

Bernardo Benussi nacque a Rovigno, da una storica famiglia del luogo.

Fu tra gli intellettuali di Trieste e dell'Istria che si impegnarono nell'affermazione del carattere italiano dei loro paesi - all'epoca parte dell'Impero Austro-ungarico - specie verso sloveni e croati. Specializzatosi negli studi storici, Benussi divenne il massimo esponente della storiografia istriana (all'epoca praticamente tutta formata da autori di lingua italiana). Fu tra i fondatori della "Società Istriana di Archeologia e Storia Patria" e socio della "Società Minerva" di Trieste, per le cui riviste pubblicò numerosi saggi di rilievo. Fu anche presidente onorario dell'Università Popolare di Trieste, dal 1909 al 1913.

Di idee liberali nettamente protese all'irredentismo, non si impegnò tuttavia mai in campo politico.

Lo spessore dell'opera storiografica del Benussi è misurabile attraverso due fattori. Da una parte l'approccio sistematico alle fonti appreso durante gli studi universitari, che assieme all'ottima conoscenza del latino e del greco antico, oltre che del tedesco, ne fece uno dei massimi eruditi istriani del suo periodo. Dall'altra occorre tener presente quello spirito di “difesa nazionale” che, nel solco delle trasformazioni che coinvolsero in prima linea l'Impero Austro-ungarico a partire dalla metà del XIX secolo, si fece largo tra gli italiani dell'Istria tanto verso il governo viennese quanto verso il nascente nazionalismo sloveno e croato.

In questo ambito rientrano tanto i suoi primi saggi sull'Istria nel periodo classico – Saggio di una storia dell'Istria dai primi tempi sino alla dominazione romana (1872) e L'Istria sino ad Augusto (1883) – quanto l'assai minuzioso studio Nel Medioevo. Pagine di storia istriana (1897). Dedicate in particolare alla confutazione delle tesi di storici croati sono analisi tematiche come La liturgia slava nell'Istria (1893).Di taglio più municipalistico sono altre due sue opere rimaste note: Storia documentata di Rovigno (1888) e soprattutto Pola nelle sue istituzioni municipali (1923-25).


"L'Istria nei suoi due millenni di storia" pubblicata nel 1924 a Trieste, è certamente la sua opera principale, e per questo la più conosciuta. Fu il primo tentativo della storiografia contemporanea di realizzare un approccio organico e dettagliato alla storia dell'Istria lungo il corso dei secoli. L'interpretazione di fondo del Benussi è quella della continuità tra periodo romano e bizantino, periodo feudale e comunale e periodo veneziano fino alla completa dominazione austriaca, e quindi alle successive lotte nazionali tra italiani e slavi, il tutto alla luce di una prevalenza storica e culturale del locale elemento neoromanzo/italiano.

Morì nel 1929, ormai realizzatosi il sogno della sua vita di vedere l'Istria inclusa nei nuovi confini del Regno d'Italia dopo la Grande Guerra.

In quanto rovignese illustre a lui è intitolata la scuola elementare della sua città - nella gran parte dell'Istria oggi inclusa nella Repubblica di Croazia - gestita dalla esigua comunità italiana rimasta dopo l'esodo.

Alfonso Valerio

Alfonso Valerio nacque a Trieste il 18 luglio 1852, ultimo di dieci fratelli, da Angelo, un industriale con attività a Trieste e a Pola, e da Antonia Bartoli.

La famiglia, di forti sentimenti italiani, era benestante e animata dallo spirito imprenditoriale del padre, ma non apparteneva all’élite cosmopolita dell’economia e della finanza triestine; fu piuttosto la tipica espressione di quella variegata borghesia ottocentesca, commerciale e legata alle professioni, che trovava la sua omogeneità nell’essere portatrice e testimone della tradizione, del gusto e della cultura italiana. Come viene raccontato nelle memorie del figlio Manlio, in famiglia si parlava abitualmente il dialetto. 

Valerio frequentò il ginnasio Dante Alighieri, luogo in cui a Trieste la sua generazione si formò all’insegna del culto della nazionalità e della resistenza nei confronti del governo austriaco; per aver sfregiato l’effige dell’imperatore che appariva su molte copertine dei libri di testo, Valerio fu incriminato dalle autorità di polizia assieme ad altri compagni. 

Fin da giovane aderì al Partito nazional-liberale e militò sempre nel campo irredentista accanto ad altri personaggi della sua generazione, tra i quali Felice Venezian e Attilio Hortis; fu credente ma non praticante e contrariamente alla quasi totalità del gruppo dirigente liberale non fece parte della massoneria. Nel 1897 fu eletto nel Consiglio comunale con il Partito liberal-nazionale, che in quell’anno si affermò trionfalmente in tutti i corpi elettorali del Comune; dal 1899 al 1906 ricoprì la carica di vicepodestà.

Furono anni critici per il movimento irredentista, costretto a misurarsi con l’affermazione di un movimento socialista di impronta internazionalista e con un’immigrazione crescente del gruppo slavo, che si radicava come comunità nazionale rivendicando diritti, scuole, libertà di associazione.

Nell’agosto del 1909 le elezioni comunali si tennero sulla base di un nuovo regolamento che, pur mantenendo l’impianto censitario, allargava la base elettorale; i socialisti registrarono una buona affermazione, ma i liberal nazionali riuscirono a mantenere una maggioranza superiore ai due terzi e a eleggere Valerio come podestà. Nel suo primo discorso al Consiglio comunale dichiarò che «tra le mansioni affidatemi [...] sta al di sopra di tutte il più geloso attaccamento alla nostra nazionalità. [...] Questo lembo di terra è stato ed è italiano, e noi con qualsiasi sacrificio ed a qualunque costo dobbiamo difenderne l’italianità da tante parti ed in tanti modi insidiata»; nello stesso tempo assicurò, richiamandosi ai principi liberali, uguale rispetto nei confronti delle altre nazionalità e della minoranza politica così come di «ogni opinione onestamente intesa e professata» (Valerio, 1980, pp. 17 s.). Nelle intenzioni programmatiche si impegnò ad attuare un piano urbanistico con la creazione di spazi verdi e quartieri periferici collegati al centro da nuove vie di comunicazione, il risanamento delle zone più povere e il potenziamento dei servizi a rete. La sua figura venne apprezzata dall’opinione pubblica e riconosciuta come simbolo di onestà, equilibrio e capacità di gestione del Comune triestino; il 13 agosto 1913 il Consiglio comunale rinnovò all’unanimità per un altro quadriennio il mandato podestarile.

In occasione di cerimonie e apparizioni ufficiali Valerio vestiva in borghese, senza alcuna decorazione, e con le autorità imperiali parlava solo italiano. Appoggiò le tante manifestazioni dispiegate dal movimento irredentista e in particolare quelle per la costituzione di un’università italiana a Trieste. Nel 1909 fu avviata un’istruttoria a suo carico e venne imputato a piede libero per aver cantato l’‘inno di Garibaldi’ ed essere stato alla testa di dimostranti contro un corteo di croati a Trieste.

Rimase in carica fino al 1915, quando allo scoppio della guerra mondiale il luogotenente sciolse il Consiglio e la giunta comunali e destituì il podestà; Valerio continuò a essere un punto di riferimento soprattutto per i cittadini italiani residenti a Trieste, attirandosi le accuse governative per aver prestato aiuto ai transfughi verso l’Italia. Nel novembre del 1915 si recò a Graz per testimoniare in un processo a un gruppo di giovani irredentisti triestini ma, pur minacciato di incriminazione per manifestazione sediziosa.

Con la sconfitta delle truppe austriache a Vittorio Veneto, Trieste insorse, i prigionieri politici vennero liberati, le insegne austriache abbattute e le bandiere italiane innalzate; Valerio radunò i patrioti italiani in un Fronte nazionale e per far fronte all’emergenza il 31 ottobre 1918 istituì un Comitato di salute pubblica da lui presieduto, composto da ventiquattro membri, metà del Partito socialista e metà del Partito liberal-nazionale, al quale il luogotenente austriaco fu costretto a consegnare formalmente i poteri politici e amministrativi prima di lasciare la città. La difficoltà di mantenere l’ordine pubblico indusse il Comitato a richiedere l’intervento urgente delle truppe italiane stanziate a Venezia.

Il 3 novembre, con l’arrivo del cacciatorpediniere Audace, accolto assieme ad altre navi da guerra italiane dalla cittadinanza riversatasi nelle strade e sui moli, sbarcò a Trieste il generale Carlo Petitti di Roreto, che assunse il potere politico e amministrativo e sciolse il Comitato di salute pubblica reintegrando la rappresentanza municipale eletta nel 1913. Valerio fu dunque il primo sindaco di Trieste italiana, all’insegna della continuità con le istituzioni municipali prebelliche e di omaggio alla generazione che aveva difeso l’italianità durante il regime asburgico.

Il 24 febbraio 1919 fu nominato senatore per aver tenuto «sempre viva la fiamma del più puro sentimento di italianità» (Senato della Repubblica, Senatori del Regno, Fascicoli personali, n. 5).

A Trieste, già nel dicembre del 1918, la componente socialista del Consiglio comunale sollevò la questione dell’inadeguatezza dell’assemblea, eletta con il vecchio sistema censitario; alla richiesta del sindaco Valerio di collaborare ai lavori della giunta e delle commissioni i socialisti contrapposero ripetutamente la richiesta di scioglimento dell’assemblea consigliare, determinando una situazione di incertezza e fragilità del governo locale. Si profilava la necessità di rifondare un fronte politico patriottico che riuscisse a superare l’impronta municipalistica e notabiliare della vecchia classe dirigente, anche secondo quanto auspicato dal Governatorato, per riuscire a contrastare efficacemente il movimento socialista (cfr. Visintin, 2000, p. 61). Inoltre, come osservò ancora il governatore, non era opportuno «esporre una delle figure più autorevoli e reputate come il Senatore Valerio alla critica astiosa e dissolvitrice dei partiti in lotta» (p. 63). In realtà emergeva la preoccupazione per l’eccessiva remissività dimostrata dal sindaco sia nei confronti delle opposizioni sia in merito alle rivendicazioni avanzate nel frattempo dal personale burocratico e dai dipendenti del Comune. Con la formazione del governo Nitti arrivò l’impulso decisivo allo scioglimento del Consiglio, che avvenne l’11 luglio 1919, e alla destituzione del sindaco; la carica di amministratore civico venne attribuita al consigliere di Stato Antonio Mosconi.

In Senato, nell’occasione della votazione sul trattato di Rapallo, Valerio espresse sentimenti di felicità e gratitudine per essere chiamato a partecipare al momento che finalmente sanciva l’unione della Venezia Giulia all’Italia, tuttavia nello stesso tempo dichiarò con tristezza l’impossibilità di esprimere un voto favorevole a causa della perdita della Dalmazia sancita dal trattato e della solidarietà che sentiva di dovere ai patrioti dalmati.

Continuò a essere tra i protagonisti dell’associazionismo cittadino; divenne presidente della Società servizi automobilistici della Venezia Giulia (1921) e membro dei Consigli di amministrazione del Lloyd triestino e della Società elettrica della Venezia Giulia (1924).

Nel 1924 accettò la tessera ad honorem del Partito nazionale fascista. Nel 1930 si trasferì a Gorizia per assistere la moglie inferma, ricoverata al sanatorio di Villa S. Giusto; rimasto vedovo nel 1934, tornò a Trieste e si ritirò in campagna, a Villa Opicina, dedicandosi alla coltivazione dei campi che aveva acquistato e alle frequenti visite di figli, nipoti e conoscenti.

Morì novantenne il 28 dicembre 1942 e nel testamento rinunciò a pubbliche onoranze funebri.



Gli Stemmi delle Tredici Casate triestine

Argento, Baseggio, Belli, Bonomo, Burlo, Cigotti, Giuliani, Leo, Padovini, Pellegrini, Petazzi, Stella, Tofani.


Il 2 febbraio 1246 a Trieste viene istituita la Confraternita Nobiliare di San Francesco, detta anche delle Tredici Casade, da tredici famiglie illustri di origine mercantile, che si ritenevano di discendere dal “Gran Sangue Romano”. La Confraternita, dal numero chiuso di 40 membri, non ammise mai al suo interno altre famiglie patrizie. In assoluto i Bonomo rappresentano la più importante e forse la più conosciuta delle Tredici Casate triestine.

Di questa illustre dinastia, estintasi nella seconda metà dell’800, il vero capostipite fu Francesco de Bonomo, ambasciatore del Comune di Trieste presso la Serenissima Repubblica nel 1370.

I Bonomo nei secoli furono sempre, oltre che grandi possessori di vigneti nel territorio di Trieste , membri di spicco nelle civiche istituzioni. Diverse furono invece le fanciulle della rinomata casata ad entrare a far parte del monastero di San Cipriano, a Prosecco.

Trieste. Il monumento “Finis Austriae”

Trieste. Il monumento “Finis Austriae” di Riccardo Ripamonti (Milano 1849-1930), fu collocato in occasione dell'annessione ufficiale della Venezia Giulia al Regno d'Italia, è composto da una figura femminile allegorica che rappresenta l'Italia che porta sulle spalle come un trofeo un’aquila bicefala morente. Sulla base una lastra con la seguente epigrafe: "Dono del comitato milanese - onoriamo l'esercito- XX marzo MCMXXI".



Eugenio Geiringer

Eugenio Geiringer (Trieste, 25 febbraio 1844 – Trieste, 18 novembre 1904) è stato un architetto e ingegnere italiano, progettista di diversi palazzi e infrastrutture di Trieste nella seconda metà del XIX secolo.

Il padre Ruben Isach Robert Geiringer era originario di Gajary, un villaggio della Slovacchia non lontano da Bratislava, mentre la madre Eva Morpurgo discendeva dalla famiglia di banchieri fondatori delle Assicurazioni Generali.

Frequentò l'Istituto Tecnico Nautico di Trieste (al tempo chiamato Accademia di Commercio e Nautica) e studiò in seguito matematica e ingegneria all'Università di Padova. Nel 1864 si laureò in ingegneria con specializzazione negli impianti di illuminazione a gas e iniziò a lavorare come assistente ingegnere alla costruzione dell'impianto del gas della città di Trieste, insegnando contemporaneamente disegno geometrico e industriale alla Scuola triestina di disegno.

In seguito, vista la sua esperienza negli impianti a gas, fu incaricato dalla società Laidlaw & Son di Glasgow della realizzazione del sistema di illuminazione delle città di Caltanissetta e Sciacca in Sicilia. Nel 1868 tornò a Trieste dove ottenne il posto di supplente di disegno alla Civica Scuola Reale. Tra il 1872 e il 1877 ricoprì la carica di co-direttore della Banca Triestina di Costruzioni e a partire dal 1882 fu presidente della Società degli Ingegneri e Architetti di Trieste.

Nel 1874 sposò Ortensia Luzzati a cui rimase sempre molto legato, tanto da farle dedicare una varietà di camelia e da chiamare in suo onore il belvedere vedetta Ortensia a Opicina, non più esistente.

Geiringer fu membro del Partito Liberale Nazionale, consigliere del Municipio, deputato della Provincia, presidente della “Commissione pubbliche costruzioni”, membro della “Commissione all’ Istruzione”, del “Consiglio superiore della Cassa di Risparmio” e di altre strutture amministrative senza dimenticare le sue funzioni di curatore dei “Civici Musei di Antichità e Storia Naturale”.

Dal 1886 al 1892 fu presidente della Società Alpina delle Giulie, di cui fu uno dei fondatori, vicepresidente della “Società di abbellimento della città di Trieste”, direttore della “Società d’igiene” e della “Società delle Corse”.

A partire dagli anni 70 del XIX secolo Geiringer lavorò a diversi edifici nelle zone principali di Trieste: insieme all'architetto Giovanni Righetti progettò la facciata di Palazzo Stratti e l'Hotel Vanoli (oggi Grand Hotel Duchi d'Aosta) in piazza Unità d'Italia a Trieste. Tra il 1873 e il 1876 diresse inoltre i lavori di costruzione del municipio di Trieste, progettato dall'architetto Giuseppe Bruni.

A partire dal 1883 progettò il nuovo Palazzo delle Assicurazioni Generali di Trieste, il primo edificio della città a usare l'energia elettrica per l'illuminazione interna.

Contemporaneamente lavorò anche come ingegnere ferroviario, progettando in particolare la tratta ferroviaria Trieste-Vienna e la tranvia di Opicina.