In difesa dell'italianità dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia
venerdì 7 febbraio 2025
I conti Borelli
Francesco Borelli Conte di Vrana è stato uno dei personaggi più importanti della Dalmazia, a cavallo della metà del XIX secolo. Nato a Zara nel 1811, apparteneva ad una delle famiglie più nobili della Dalmazia, si stabilirono nell'Adriatico orientale nel XVIII secolo, che con diversi matrimoni era variamente imparentata con diverse altre notabili famiglie locali.
Il primo Borelli che arrivò in Dalmazia fu un Bartolomeo Borelli, nato a Bologna nel 1674. Comandante della fortezza di Tenin per la Repubblica di Venezia, sposò una certa Maria Vicencidena, dalla quale ebbe cinque figli, morendo in Dalmazia nel 1736. Il figlio Francesco (1704-1762) fu il primo conte di Vrana.
Francesco Borelli fu il padre di Andrea (1758-1816), che a sua volta fu padre di Francesco Borelli.
Francesco Borelli fu noto anche per un motivo specifico, legato alla storia politica della Dalmazia. Quando attorno alla metà dell'Ottocento nacque fra i croati il movimento che puntava all'unificazione delle terre considerate croate in un'unica entità politica, la Dalmazia e la Croazia appartenevano a due territori distinti, fra quelli soggetti agli Asburgo. Il Regno di Croazia e Slavonia era autonomo e così era autonomo anche il Regno di Dalmazia.
Questa separazione aumentò a seguito dell'accordo fra Impero d'Austria e Regno di Ungheria (Ausgleich, 12 giugno 1867), in base al quale la Dalmazia apparteneva alla cosiddettta Cisleitania (la parte austriaca dei territori degli Asburgo), mentre la Croazia apparteneva al Regno di Ungheria, e quindi alla cosiddetta Transleitania. I croati però non ci stavano, e iniziarono a fare pressioni sulla Corona per unire la Dalmazia alla Croazia. Convocato alla fine del maggio 1860, il Consiglio dell’Impero operò fino al 28 settembre dello stesso anno. All’interno del Consiglio erano prevalenti i cosiddetti «federalisti», coloro che «desideravano un decentramento del potere statale e il rispetto delle “individualità storicopolitiche dei paesi della monarchia”». Erano d’orientamento federalista i rappresentanti della Boemia, del Tirolo, della Croazia e i conservatori legittimisti ungheresi e polacchi.
Nell’ambito delle discussioni che si ebbero nel Consiglio, venne posta apertamente da parte dei consiglieri croati la questione dell’unione della Dalmazia, provincia dell’Austria, alla Croazia, parte del Regno d’Ungheria. Il rappresentante della Dalmazia - membro del partito autonomista - era proprio Francesco Borelli, che fra il 1841 e il 1843 era anche stato podestà di Zara. Egli si oppose ad ogni idea di unione dalmato-croata, affermando che non esisteva alcun diritto storico croato a tale riguardo, poiché la Dalmazia si era concessa spontaneamente alla sovranità asburgica al momento della scomparsa della Repubblica di Venezia nel 1797. Borelli chiese che la futura costituzione austriaca prevedesse l’autonomia del Regno della Dalmazia all’interno dell’Impero asburgico.
Fece scalpore a suo tempo il passaggio del figlio di Francesco - di nome Manfredo, che si faceva anche chiamare Manfred Borelli Vranski (1836-1914) - al partito opposto rispetto a quello di suo padre, cioè al Partito Nazionale croato.
Stando alla stampa dell'epoca, quando Manfredo Borelli morì, a Zara l'intera classe dirigente locale (compattamente filoitaliana) si rifiutò di partecipare alle esequie, ritenendo Manfredo un traditore.
Nelle elezioni della Dieta del 1867, Manfredo Borelli era presidente di seggio. Si recò al voto suo padre Francesco. La legge prevedeva che il presidente potesse riconoscere chi si recava a votare, ed in tal modo l'elettore poteva non presentare i propri documenti. Manfredo affermò di non conoscere suo padre.
Manfredo Borelli e il Partito Nazionale chiusero tutte le scuole pubbliche in lingua italiana, anche dove - come a Spalato gli italiani erano diverse migliaia. Quindi impedirono agli italiani della Dalmazia di ricevere un'educazione scolastica nella propria lingua materna. Tanto che le scuole che aprirono in seguito furono solo quelle private della Lega Nazionale, che peraltro subirono diverse vessazioni (scolari picchiati, vetri e insegne distrutte, minacce alle famiglie che iscrivevano i figli alle scuole italiane, ecc.). L'unica città di tutta la Dalmazia che dopo il 1880 mantenne scuole pubbliche in lingua italiana fu Zara, perché la maggioranza del Consiglio Comunale della città rimase in mano al partito autonomista. L'obiettivo del Partito Nazionale fu quello di eliminare completamente l'italiano in Dalmazia, non riconoscendo l'esistenza di italiani in Dalmazia. Cosa che venne affermata decine di volte, fra il 1870 e il 1915. E che ancora oggi si continua ad affermare ("gli italiani non esistono").
Non è vero che i comuni potessero aprire scuole in una sola lingua. Ci sono state scuole popolari miste con sezioni italiane e sezioni croate sia in Istria che in Dalmazia. Ma quando il Partito Nazionale è arrivato al potere, ha chiuso tutte le scuole italiane. Tutte, nessuna esclusa. In tutta la Dalmazia. Ha impedito la creazione di sezioni in lingua italiana, anche in presenza di raccolte di firme con centinaia di sottoscrizioni dei capifamiglia. II Partito Nazionale ha prima teorizzato e poi perseguito la croatizzazione di tutti i dalmati. E quelli che si dichiaravano italiani erano falsi italiani. L'unico comune che resistette fu Zara. Dove esistevano scuole in lingua italiana e in lingua croata, anche se la maggioranza in consiglio comunale fu sempre italiana, fino al crollo dell'impero.
martedì 10 dicembre 2024
Provenienza degli immigrati prima della guerra
Il maggior contributo di uomini era dato prima della guerra, dal Goriziano, dall'Istria e dalla Carniola. Tutte le località situate entro un raggio di 40 chilometri da Trieste appartenevano ad uno di questi paesi, e da esse proveniva circa la metà degli immigranti di cittadinanza austriaca.
Il tributo di uomini dell'Istria era per qualità e per quantità assai importante. Gli istriani che venivano a Trieste appartenevano in buona parte alla fiera e italianissima gente delle città e dei borghi, che diede in ogni tempo uomini eccellenti nelle arti, nelle scienze, nelle professioni liberali e nei commerci. Essi furono i creatori e gli animatori della marina mercantile di Trieste, e diedero un'impronta decisiva alla vita politica ed economica della città.
Fra le provincie dell'Austria non confinanti col comune primeggia la Carniola, che includeva territori oggi compresi nelle provincie di Trieste, di Gorizia e del Carnaro, nonchè altri appartenenti alla (ex) Jugoslavia. Essa forniva sopratutto braccianti e ferrovieri, e, come risulta dalla forte eccedenza di femmine fra i pertinenti a questo paese, numerose persone di servizio.
Dalla Carinzia provenivano specialmente cameriere, cuoche e governanti; invero, fra i pertinenti alla Carinzia residenti a Trieste vi erano, nel 1900, circa 226 femmine per 100 maschi, eccedenza che non si verifica negli immigrati dalle altre regioni del retroterra.
L'immigrazione dalla penisola italiana era, anche prima della guerra, molto forte, e proveniva specialmente dal Veneto (muratori, artigiani, venditori ambulanti, bambinaie, domestiche) e dalle Puglie (marittimi, venditori ambulanti, vinai ecc.). Negli anni immediatamente successivi all'armistizio, l'immigrazione da queste provincie e dal resto del Regno ricominciò con maggiore intensità, ma con un carattere alquanto diverso (ferrovieri, funzionari statali, insegnanti, avvocati, medici). (Fig 7)
Lingua parlata dagli immigranti.
Risultati dei censimenti
Che lingua parlava questa gente al momento dell' immigrazione? Mentre è certo che dalla Carniola venivano esclusivamente Sloveni, dalla Carinzia e dalla Stiria Tedeschi e Sloveni, dal Veneto e dal Trentino solo Italiani, non è facile valutare la proporzione di Italiani e di Slavi fra gli immigranti dall'Istria, dalla Dalmazia e dal Goriziano. Come fu accennato, gli istriani che si trovano a Trieste sono in buona parte oriundi dalle città e dalle borgate maggiori, e queste sono ed erano italiane. Il Goriziano comprendeva zone completamente italiane (pianura e collina) e zone slave (zona alpina e carsica).
La Dalmazia mandava specialmente italiani (Zara, Spalato, Ragusa, Sebenico).
Nonostante la forte immigrazione di alloglotti, favorita in ogni modo dall'Austria negli anni che precedettero la guerra, la proporzione di abitanti che dichiararono nei censimenti di parlare italiano non solo non diminuì ma andò sempre aumentando.
Nel censimento comunale del 1875 ed in quello italiano del 1921 si chiese ai censiti la lingua parlata in famiglia; nei censimenti austriaci si chiedeva invece la lingua d'uso (Umgangssprache). I confronti sono resi difficili, più che da questa diversità di criteri, dal fatto che nelle rilevazioni del 1875 e 1921 il quesito riguardante la lingua fu rivolto a tutti i cittadini, ed invece nei censimenti del 1869, 1880, 1890, 1900 e 1910 ai soli cittadini austriaci. Ma poichè l'unica lingua che, dopo l'italiana, abbia una certa diffusione nel Comune è la slovena, (i cittadini esteri di lingua slovena e serbo-croata furono sempre in numero trascurabile), ci siamo limitati a calcolare la percentuale di persone che dichiararono di parlare, in famiglia o usualmente, lo sloveno ed il serbo-croato, sul totale degli abitanti. (Tav. 10)
Successivo assorbimento dei villaggi periferici nel nucleo urbano
Intorno al 1875 gli immigranti affluivano quasi tutti nella città, mentre il territorio (suburbio e altipiano) manteneva il suo carattere rurale. (Tav 11)
In quest'epoca anche le borgate del suburbio (Barcola, Gretta, Roiano, Scorcola, Guardiella ecc.) erano dei villaggi staccati dal nucleo urbano ed abitati da contadini in prevalenza slavi. Coll'espandersi della città queste borgate vennero ad essere congiunte da una zona più o meno fittamente fabbricata, al centro, tanto che con la legge del 1/4/1882 esse vennero aggregate in parte ai distretti urbani, che mantennero i vecchi nomi. In seguito, mentre al centro lo sviluppo demografico si arrestava, l'inurbamento delle campagne confinanti con la città si accentuava con la costruzione di case d'affitto, di strade e linee tramviarie. Così da un lato il più intimo contatto con la città trasformò in breve le famiglie di tipo rurale e di lingua slava in famiglie di tipo quasi cittadino e di lingua italiana; d'altra parte le case d'affitto vennero occupate da gente venuta da altre città o da altri distretti, e specialmente dalle case del centro, ove gli uffici andavano sempre più sostituendosi alle abitazioni, dando luogo alla formazione di un centro d'affari.
Il ciclo di trasformazione dei sobborghi non è ancora compiuto: infatti alla periferia si trova oggi una zona d'aspetto rurale, la cui popolazione non ha un carattere professionale bene definito: sono operai e muratori che possiedono un campo, orticoltori e fioricoltori che all'occasione fanno i braccianti o i carrettieri; agricoltori le cui mogli fanno le lavandaie, e via dicendo. Invece la trasformazione linguistica è praticamente compiuta, perché la grande maggioranza delle famiglie del suburbio parla l'italiano. La città, che durante la dominazione austriaca aveva saputo conservarsi italiana nella lingua e nell'animo nonostante l'ininterrotto afflusso di stranieri, ha facilmente assimilato gli ultimi nuclei slavi, una volta cessate le migrazioni dal Nord.
Fonte: La popolazione di Trieste, P. Luzzatto-Fegiz, Trieste 1929/VIII, Istituto statistico economico
venerdì 29 novembre 2024
Le origini e le prime vicende dei comuni istriani
sabato 26 ottobre 2024
Saluto a Pola
Da due giorni la bora urlava rabbiosa, flagellando con raffiche violente la riva, le piazze e le strade di Trieste. La neve, caduta abbondante nella notte, si era accumulata negli angoli e a ridosso dei Palazzi e aveva reso ancor più pungente il gelo. Non fu agevole impresa per me, quella mattina dell'ultima domenica di gennaio del 1947, attraversare la Piazza dell'Unità facendo sforzi di equilibrio sul selciato levigato e terso come uno specchio, per raggiungere la stazione marittima dov'era atteso l'arrivo da Pola del piroscafo recante uno dei primi scaglioni di esuli. Di là dalla banchina, nella cornice dei monti candidi, un mare verdastro, livido e corrucciato, non prometteva niente di buono. Anche la natura sembrava accanirsi contro i fratelli istriani, rendendo più ardua e penosa la loro partenza.
Dopo cinque ore di difficile navigazione, la piccola motonave — che aveva proprio il nome della città martire — attraccava al molo della Pescheria, offrendo una visione prettamente polare, con gli alberi e le sovrastrutture incrostati di ghiaccio e la tolda bianca di neve. Settecento profughi erano a bordo: un carico di sventura e di dolore. Ma un dolore forte, rassegnato, sereno. Li ho visti sbarcare, quegli infelici, mi sono spinto in mezzo a loro, li ho interrogati. Tutti affrontavano con serenità il duro destino. In qualche occhio ho colto il luccichio di una lacrima, ma non ho sentito né un lamento né un'imprecazione.
Era tutta gente umile, autentico popolo, sensibile ad ogni parola d'interessamento e di simpatia, pronta a stringere con gratitudine la mano che gli veniva tesa. Erano famiglie complete, con vecchi e bambini, con poco e misero bagaglio degni genere e foggia. Sulla tolda e nella stiva erano accumulate le masserizie: mobili, letti, materassi, coperte, qualche veicolo e numerosi capi di bestiame. Autocarri erano in attesa: caricavano i profughi e li portavano alla stazione ferroviaria, donde avrebbero raggiunto le varie destinazioni. C'erano a bordo anche alcuni malati gravi, che furono avviati agli ospedali. Un vecchio che portava un grosso zaino mi confidò che dentro c'era una pietra strappata all'Arena romana perché fosse posta sulla sua tomba, dovunque essa sarà. Altri mi mostrarono sacchetti di terra raccolti nella città abbandonata e portati come prezioso cimelio, come sacro talismano.
Dal piroscafo furono sbarcate anche due bare. con salme esumate dai congiunti che non volevano, nell'esilio, staccarsi dai loro defunti. Più di cinquanta — mi dissero — già ne erano state tolte (e molte lo furono in seguito) dal cimitero di Pola, dove ogni giorno si svolgeva un pietoso pellegrinaggio di partenti che si recavano a dare l'ultimo saluto, a recare l'ultimo fiore, a spargere l'ultima lacrima sulle sepoltura destinate all'incuria e all'abbandono. Molti fotografavano le tombe e le lapidi; e se l'esumazione non fosse costata tanto, nessuno avrebbe rinunciato a portarsi via i propri morti.
La mattina dopo mi sono imbarcato sulla stessa motonave, che tornava a Pola, e sono andato a vivere da vicino il dramma della città olocausta. La furia degli elementi si era placata e il mare era calmo. A bordo erano molti viaggiatori con grosse valige, ceste e sacchi vuoti: tutti polesi che facevano la spola con Trieste per portar via quanto più potevano dalla casa che stavano per lasciare. La stiva era zeppa di legname, di paglia e d'altro materiale d'imballaggio, di cui a Pola c'era estremo bisogno. La piccola nave seguiva una rotta obbligata, segnata molto al largo dalle boe, sì che soltanto col binocolo del capitano potevo scorgere dal ponte di comando il profilo delle città costiere, le belle cittadine venete su cui incombeva la triste sorte. Che se Muggia, Capodistria, Isola, Pirano, Umano e Cittanova erano comprese nel cosiddetto Territorio Libero di Trieste, invece Parenzo, Orsera, Rovigno, Pola e tutti i centri dell'interno, meno Buie, sarebbero passate sotto il dominio jugoslavo. La massa scura delle isole Brioni, che non sono più il paradiso terrestre di un tempo dopo che tutto vi è stato distrutto o depredato, è venuta verso mezzogiorno ad annunciare che la meta era vicina. E poco dopo, passando tra Punta Cristo e Punta Compare, la nave è entrata nel porto di Pola.
La bianca città è apparsa in fondo all'ampia insenatura, dominata al pari di Roma da sette colli chiomati di cipressi e di pini. Ma prima ancora di accostare alla banchina, le rovine dell'arsenale e del cantiere mi avvertirono che Pola era gravemente ferita dalla guerra. Ferita dalla guerra ed uccisa dalla pace: ecco la tragica sorte di Pola. Perché se, sceso a terra ed inoltratomi nei suoi quartieri vecchi e nuovi, potei constatare quanto vasti ed ingenti fossero i danni prodotti dalle azioni belliche nel patrimonio edilizio e monumentale, ben più gravi mi si rivelarono le conseguenze dell'ingiusta pace a ragione della quale la città si andava svuotando, lentamente agonizzava e moriva. Trentamila persone, cioè quasi la totalità della sua popolazione, stavano per lasciarla, abbandonando le proprie case e gran parte degli averi, per non cadere in schiavitù, per non sentirsi stranieri nella terra natia, per conservare il privilegio di essere e di proclamarsi Italiani.
Ad un iniquo verdetto, prima ancora che fosse sanzionato dalla firma del trattato di pace, si rispondeva con un plebiscito spontaneo ed unanime, il cui significato non poteva sfuggire a nessuno. E specialmente dovevano intenderlo e valutarlo gli italiani, presso i quali gli esuli confidavano di trovare solidarietà ed assistenza, pur sapendo che gravi difficoltà e disagi li attendevano e che il Paese, verso il quale li conduceva un sentimento di amore e di fedeltà, usciva esausto da una guerra disastrosa ed era esso stesso impegnato in una dura lotta per la sua rinascita, spirituale non meno che materiale.
A Pola tutto è romano, veneto, italiano, dall'architettura alla lingua, dal paesaggio al costume. E così in tutta l'Istria. Pensavo quella mattina, navigando lungo la costa occidentale della penisola, all'epistola in cui Cassiodoro, ministro del re goto Teodorico, descriveva nel 537 la riviera istriana, da lui giudicata non Inferiore all'incantevole paradiso di Baia, dove imperatori e patrizi romani, sazi di gloria e ricchezza, si ritiravano a godere la vita degli Dei. E poiché anche su questi poggi n'erano allora molti e fastosi palazzi, egli concludeva che «I'Istria era fortuna ai mediocri, delizia ai ricchi, ornamento dell'impero d'Italia».
Inutile sarebbe oggi cercare le ville e le bianche palazzine che stavano presso le petraie dei Brioni, sugli spalti marini di Ursaria e di Cervara, nella silente solitudine di Salvore, e che il retore barbarico paragonava a perle disposte sul capo di una bella donna. Soltanto l'archeologo, nelle sue assidue esplorazioni, scopre ancora ruderi. frammenti e cimeli, pallide testimonianze dell'antico splendore. Già nel secolo XIV Pola presentava un panorama immenso di rovine sparse dovunque, e Dante canta lo spettacolo offerto alla vista dalla necropoli del Prato Grande. Pellegrini diretti in Terrasanta, e costretti dai venti a riparare nella sicura baia, stupiscono di tanta grandezza, e Nicola da Poggibonsi scrive nel 1346: «Puola si fu nobile terra, ché uno imperadore di Roma sì abitava molto in questa città, e però ci fece fare un castello, ch'è ancora tutto In piede, che propriamente è fatto come il Colosseo di Roma». Intendeva parlare, naturalmente, dell'anfiteatro.
Ma due secoli più tardi Pola è meta di ben altro pellegrinaggio: sono i più insigni architetti italiani del Rinascimento — Fra Giocondo e Michelangelo, il Sangallo e il Falconetto, il Peruzzi e il Serlio e il Palladio — che si recano a studiarvi i monumenti romani, di cui ci hanno lasciato molti schizzi e disegni. Essi trovarono in piedi, più o meno conservati, solo i principali, che già da tempo era cominciato, specie da parte dei Veneziani e dei Genovesi, il saccheggio dei marmi artistici e l'asportazione del materiale archeologico in tutti i centri dell'Istria. La storia di queste spogliazioni sarebbe lunga; e chi vuol saperne qualcosa non ha che leggere le prime pagine della preziosa ma rarissima opera di Giuseppe Caprin "L'Istria nobilissima", in cui le millenarie vicende e il cospicuo patrimonio artistico della regione sono descritti ed illustrati con intelletto d'amore. Ma il più rimasto: e il Museo dell'Istria, una delle più belle Istituzioni di Pola italiana, è ricchissimo di materiale proveniente da ogni parte della penisola. e specialmente dagli scavi di Nesazio, il munito castelliere dove nel 177 avanti Cristo i Romani sconfissero il bellicoso re Epulo, fissando statoilmente il loro dominio su quella terra. Né fu senza angoscia che, passando per la mirabile Porta Gemine, salii a visitare le sale del Museo, le cui stupende raccolte stavano per essere abbandonate allo straniero.
Dopo Roma e Verona, Pola è per grandiosità e splendore di monumenti la città più romana d'Italia. Ho voluto rivederli, salutarli tetti quei monumenti, che dopo l'esodo della popolazione sarebbero rimasti ad affermare di fronte al mondo l'italianità del luogo: l'Arena superba che alza in riva al mare la triplice corona delle sue bianche possenti arcate; l'Arco dei Sergi, di squisita armonia architettonica e di mirabile finezza decorativa; la Porta Erculeo, incorporata in un tratto di mura urbiche ritornate alla luce; il Tempio di Augusto, perfetto nella struttura e nei dettagli, gravemente danneggiato da una bomba e che si stava alacremente restaurando; e poi i resti del Foro, del Campidoglio e di due teatri. E sono andato a rivedere le testimonianze della civiltà italica, dal Medio Evo al Rinascimento: il duomo basilicale con i sacri ricordi che lo attorniano; la chiesa romanica di San Francesco col fine portale archiacuto e il mistico chiostro a loggiato; il tempietto bizantineggiante di Santa Maria del Canneto, avanzo di una grande basilica fondata nel VI secolo da un vescovo ravennate; il Palazzo Comunale di graziose forme venete, sotto il cui portico stavano ancora il busto di Dante e la lapide ai volontari istriani caduti nella guerra di redenzione del 1915-18, l'uno e l'altra fusi nel bronzo dei cannoni austriaci; il Castello costruito dai Veneziani sul colle capitolino e le artistiche case sparse in tutta la città vecchia.
Quindi sono salito sul Monte Zero, uno dei sette colli, ch'era un tempo tutto verde di giardini fioriti e ombroso d'alberi, animato passeggio e ritrovo d'innamorati nelle placide notti estive, ma,quel giorno, deserto e squallido sotto il cielo plumbeo, che gravava sul ruderi cosparsi di neve dell'Istituto Idrografico sventrato dalle bombe. Più avanti c'era il cimitero militare della Marina, dove sono andato a ritrovare la tomba di Nazario Sauro prima che la salma dell'eroe fosse tolta di sotto il grande blocco di pietra d'Istria e portata in Italia. Ouando, rientrando in città, percorsi Via Sergia, ch'era la più centrale ed animata, dove s'aprivano i migliori negozi, i caffè e le pasticcerie eleganti, una visione di squallore mi offersero le case già in gran parte abbandonate, i negozi vuoti con le saracinesche abbassate, le vetrine spoglie delle merci già spedite altrove, o svendute, oppure lì imballate e pronte per il trasporto. Carri e oa, rettini sostavano davanti agli usci per caricare la roba della gente che partiva, e tutt'intorno era un gran picchiare di martelli per chiudere gabbie e casse. Gente passava con le valigie, scatole, fagotti diretta verso il porto, dove un'immensa catasta di mobili e di bagagli, su cui era caduta la neve, attendeva d'essere imbarcata sui piroscafi per Venezia e Trieste e sui velieri e bragozzi diretti ai porti della Romagna. Per far casse e bauli si erano divelte le assi dei pavimenti, segate le porte e le finestre delle abitazioni. soli negozi ancora aperti e in pieno fervore di lavoro erano quelli dei fotografi, perché tutti i partenti volevano portarsi un'immagine della città, e quasi tutti chiedevano l'Arena, sul cui sfondo si facevano ritrarre in gruppi familiari. Molto da fare avevano, in quei giorni, anche i sacerdoti per celebrare matrimoni, perché tutti i fidanzati volevano sposarsi nella città natale prima d'abbandonarla per un incerto destino; e i malati gravi Imploravano d'essere portati a morire in Italia per non essere sepolti in una terra che stava per diventare straniera. Tutti hanno voluto partire, i polesi, senza distinzione di casta e di età. Ho visto uscire dalle casupole del più umile quartiere mobili tarlati e sgangherati, che certo non avrebbero resistito alle peripezie di un lungo viaggio. Ho visto un fabbro svuotare la bottega di tutti I ferri vecchi, caricarli sul dorso di un asinello insieme alla fucina e all'incudine, e avviarsi all'imbarco.
Nella sua storia più volte millenaria Pola ha conosciuto un'altra parentesi buia e tremenda: e fu tre secoli fa, quando la malaria e le pestilenze la spopolarono fino a ridurla a trecentocinquanta abitanti. Ma questa volta il male ha avuto un'origine più mostruosa, poiché sono uomini che lo hanno procurato ad altri uomini, che hanno Indotto una popolazione ad abbandonare la propria città natia per consegnarla a un'altra popolazione che vi è estranea. Che la sola cosa slava ch'io ho veduto a Pola sono le scritte rosse con cui i partigiani di Tito avevano imbrattato le mura del castello durante la temporanea ocupazione, il cui terrificante ricordo molto contribuì a spingere i polesi sulla via dell'esilio. Questa migrazione spontanea, che non ha precedenti nella storia del nostro Paese se non nella fuga delle genti venete davanti alle invasioni barbariche dell'alto medio evo: questa migrazione in massa di una città, vittima di un errore umano, se ha rivelato molte miserie, fu anche ricca di sublime grandezza. Gli italiani dell'Istria (accanto al polesi, protetti nell'esodo dagli Alleati, non bisogna dimenticare quelli fuggiti, e che continuamente fuggono di nascosto e con gravi rischi dalle zone Interne In mano degli slavi) hanno dato al mondo una prova di quanto possa l'amore di Patria, affrontando con fermezza e coraggio le Incognite di un esilio che per tutti si annunciava triste o per molti durissimo. Eppure li ho veduti ballare e li ho uditi cantare I polesi, prima di abbandonare la loro città. Un veglione benefico a favore dei profughi più bisognosi, l'ultimo veglione di Pola italiana venne organizzato durante il carnevale nel teatro pavesato di tricolore, donde la gente è uscita per andare direttamente ad imbarcarsi, cantando le vecchie canzoni. Diceva una di esse: «Son nato drio la Rena e qua voio morir...». Ogni tanto qualcuno interrompeva il canto e, passando per l'ultima volta davanti alla sua casa vuota, si chinava a baciarne la soglia. E poi riprendeva il canto e il cammino. Nel porto, la nave in attesa brillava con tutti i suoi lumi. Staccandosi dal molo, nel mattino ancor buio e gelido, accese un potente faro e lo rivolse verso la città, fermando il fascio di luce sulla mole bianca dell'Arena. Un grido di commozione s'alzò dalla folla che gremiva i ponti, e mille braccia si protesero nell'angoscioso saluto. E a me vennero alla memoria le parole di Leon Battista Alberti: «E chi la vedrà non potrà andar via sazio d'aver ammirato, ma guarderà ancora e ancora, e anche allontanandosi, dovrà rivolgersi a riguardare». Parole che furono scritte proprio per Pola.
Giuseppe Silvestri
Arena di Pola, anno 1987
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