lunedì 27 novembre 2023

Famiglia: Vergottini

Nicolò Vergottini (Parenzo, 1797 – Venezia, 1859) è stato un politico italiano nel periodo del Risorgimento italiano.

Figlio di Giuseppe Vergottini (1760 – 1833) e Bianca Maria Stae, si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova nel 1818. Negli studi e nella professione seguì quindi le orme dei suoi avi nel campo del diritto, iniziando la sua carriera come avvocato a Venezia. Pochi anni dopo, nel 1822, il governo austriaco lo nominò funzionario del fisco a Pinguente, per poi trasferirsi a Trieste e infine a Venezia.

Come affermato da Giovanni Quarantotti in La Venezia Giulia e la Dalmazia nella rivoluzione nazionale del 1848-1849, Nicolò ai suoi tempi era stimato per la sua "cultura giuridica, rettitudine e patriottismo". Quegli anni a Venezia furono segnati dall'insurrezione guidata da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, con la conseguente formazione del governo provvisorio. Il riconoscimento dell'impegno patriottico di Nicolò si tradusse dunque nella sua nomina da parte di Manin stesso come Prefetto dell’ordine pubblico, ruolo oggi assimilabile a ministero dell’interno o di polizia. Anche in questo caso Nicolò Vergottini seguì l’attivismo e orientamento politico del padre Giuseppe, il quale si era schierato contro il governo austriaco, insieme a Ludovico Manin, negli anni precedenti la fine della Repubblica di Venezia. Documenti dell’epoca attestano, inoltre, che Nicolò cedette alla Repubblica di San Marco tutte le sue disponibilità finanziarie, sottoscrivendo un prestito pubblico mai rimborsato in combinazione con versamenti in argento e contanti al governo insurrezionale.

Stremata dal colera, nell’agosto 1849 Venezia si arrese agli asburgici. Nicolò Vergottini venne escluso dall’amnistia generale concessa dagli austriaci ai rivoltosi: egli, infatti, era stato incluso tra i condannati all’esilio nel bando del generale Gorzkowski insieme a Manin e Tommaseo. Con la moglie Teresa, Nicolò andò quindi in esilio a Torino, da dove inviò molteplici istanze al governo austriaco nel tentativo di rientrare a Venezia. Anche il fratello di Nicolò – Giuseppe – cercò di contribuire alla sua causa recandosi personalmente dalle autorità austriache a Graz e Vienna, ma invano. A inizio 1851, dopo quasi 18 mesi di esilio, l’ambasciata Austriaca permise a Nicolò di tornare a Venezia dove rimase fino alla morte, senza però poter riprendere l’ufficio pubblico e l’attività di avvocato.

Passò dunque i suoi ultimi anni di vita dedicandosi agli studi giuridici. Venne infatti associato all’Ateneo Veneto nel 1853 e pubblicò una serie di articoli su riviste giuridiche, una Analisi del Concordato austriaco del 18 agosto 1855, un Commento al "Trattato sulle servitù prediali" di Bartolomeo Cipolla, e un Commento al trattato degli Statuti imperiali del 1855. Per sua volontà, alla sua morte queste e altre opere facenti parte della sua biblioteca personale vennero donate al Comune di Parenzo, arricchendone la biblioteca cittadina.


Tomaso de Vergottini (Parenzo, 30 dicembre 1933 – Montevideo, maggio 2008) è stato un diplomatico italiano.

Nato il 30 dicembre del 1933 a Parenzo, nell'allora Istria italiana, figlio del podestà Antonio, lasciò Parenzo nell'ottobre 1943 con la madre Paola e il fratello Pier Paolo in seguito all'uccisione del padre durante il periodo delle foibe.

Concluse gli studi prima a Udine e poi a Roma, sotto la tutela di suo zio Mario, laureandosi in giurisprudenza nel 1957 e cominciando la carriera diplomatica nel 1962. Lavorò nei consolati di Innsbruck (1964), Norimberga (1966), Tel Aviv (1968) e dal 30 dicembre del 1973 resse l'ambasciata di Santiago del Cile. Resse anche le sedi di Santiago del Cile (1973-1983), Montevideo (1984-1988), e Santo Domingo (1992-1996). Giunto in Cile dopo il golpe di Augusto Pinochet, insieme al funzionario della Farnesina Emilio Barbarani, continuò l'opera di salvataggio dei rifugiati in ambasciata avviata dal suo predecessore, l'Incaricato d'Affari a.i. Piero De Masi, che aveva lasciato Santiago il 26 gennaio 1974. De Vergottini rimase in Cile fino al 21 febbraio del 1984.

In seguito divenne ambasciatore a Montevideo in Uruguay e rimase nello stato sudamericano fino al 1988 per passare a Santo Domingo nella Repubblica Dominicana, dove concluse la carriera diplomatica. Tornò a Montevideo dove visse fino alla sua scomparsa nel 2008. Dopo la caduta di Pinochet è stato nominato nel 1990 Gran Croce dell'Ordine di Bernardo O'Higgins, la più alta onorificenza cilena; venne anche nominato Grande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana e venne decorato con l'onorificenza dominicana dell'Ordine al merito di Duarte, Sanchez e Mella. Nel 1991 pubblicò in Cile il libro autobiografico sui primi anni da ambasciatore in Cile sotto Pinochet; il libro è stato tradotto in italiano nel 2000. Tomaso si dedicò agli studi di politica internazionale collaborando a riviste specializzate, trattando della politica italiana nell’Est Europa e dei paesi dell’America Latina. Particolarmente intensa la sua collaborazione al periodico La discussione, dove scrisse sotto pseudonimo di Giorgio Horvat.

Opere:
De Vergottini, Tomaso. Miguel Claro 1359. Recuerdos de un diplomatico italiano en Chile 1973-1975, Editorial Atena, Santiago, 1991, pp. 319.
De Vergottini, Tomaso. Cile: diario di un diplomatico (1973-1975), Koinè/Nuove Edizioni, Roma, 2000, pp. 255.


Mario de Vergottini (Parenzo, 7 novembre 1901 – Roma, 6 aprile 1971) è stato uno statistico italiano.

Svolse i suoi studi universitari a Torino. La sua carriera universitaria iniziò a Trieste, quindi proseguì a Catania (1942) e infine a Pisa (1956), dove fu il primo preside dell'allora nuova facoltà di Economia e Commercio. Prima di essere chiamato a Catania, passò un periodo a Roma come capo servizio presso l’Istituto Centrale di Statistica, svolgendo una significativa attività di ricerca.

Fu autore di oltre 200 pubblicazioni nei campi della statistica, della demografia, dell’economia. Di particolare importanza sono i suoi studi sullo sviluppo demografico, sulle migrazioni interne, sulla demografia italiana all’estero, e sulla fecondità della donna italiana.

Fu membro del Consiglio direttivo del REMP, del Consiglio superiore di statistica, dell’Unione internazionale per lo studio scientifico della popolazione e dell’Istituto internazionale di statistica. Fece parte, inoltre, della Società italiana di statistica, della Società italiana degli economisti, e della Società italiana di economia, demografia e statistica, di cui fu anche membro del Comitato di direzione.

Al termine della sua carriera pubblicò un esteso volume su Le statistiche finanziarie nel Trattato di scienza delle finanze diretto da Ernesto D’Albergo (Utet, 1968). Ricevette anch’egli la Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura, dell’arte.

Morì a Roma il 6 aprile 1971. Alla sua morte, la famiglia de Vergottini costituì un Fondo di 850 volumi scientifici donato all'Università di Pisa.

Qui alcune delle opere pubblicate da Mario de Vergottini.

M. de Vergottini, Le statistiche finanziarie. UTET, 1968. ISBN 9788802020914.
M. de Vergottini, Medie, variabilita, rapporti. Torino, Edizioni Scientifiche Einaudi, 1957. BN: 1957 10189.
M. de Vergottini, Considerazioni sul calcolo del reddito nazionale dell'Italia nel 1952. Milano, Ed. L'industria, 1953.
M. de Vergottini, Il movimento naturale della popolazione nel suo aspetto qualitativo. Milano, A. Giuffré, 1934


Giovanni de Vergottini (Parenzo, 14 agosto 1900 – Bologna, 1973) è stato uno storico italiano.

Studiò al Liceo Ginnasio Dante di Trieste dove ottenne la maturità a pieni voti il 28 giugno 1918.

Dimostrò una particolare passione per gli studi storici, che sviluppò utilizzando la ricca disponibilità della biblioteca di famiglia. Unì questa vocazione con la bisecolare tradizione della famiglia nel settore della formazione giuridica. Terminò i suoi studi liceali sul finire del primo conflitto mondiale e col passaggio dei territori istriani all’Italia. Cambiando il programma originale che lo voleva a Graz, decise di iscriversi alla Facoltà di giurisprudenza di Roma (1918-1919), dove terminò gli studi con una tesi diretta dallo storico del diritto Francesco Brandileone sulla Costituzione politica dell’Istria nel medioevo. Si laureò con lode il 14 luglio 1923. Nel periodo universitario aderì al movimento nazionalista e all’impresa fiumana di D’Annunzio. Si arruolò il 21 settembre 1919 e congedò il 15 settembre 1920. Un documento del Comando Battaglione Volontari della Venezia Giulia, comandato da Ercole Miani, attesta “ininterrotto servizio militare dal 13 settembre 1919 al 13 aprile 1920 quale volontario nella Compagnia Mitraglieri “Egidio Grego” – Rilasciato a Fiume il 13 aprile 1920. Era iscritto al PNF, ma non risulta un suo particolare impegno nel partito. Con l’inizio del secondo conflitto mondiale tentò per due volte di andare volontario come ufficiale di complemento. Il Ministero della Marina rigettò la sua domanda il 7 marzo 1941 e quello dell’Aeronautica fece lo stesso il 19 agosto 1943.

Insegnò Storia del diritto italiano a Sassari come professore incaricato con nomina del 1º febbraio 1924. Conseguì quindi la libera docenza (16 novembre 1926). In seguito, ricoprì la cattedra a Cagliari (dal 29 dicembre 1926), Siena (dal 20 giugno 1927), Modena (dal 18 dicembre 1934), Pisa (dal 1º ottobre 1935) e infine Bologna (dal 18 gennaio 1949). Fu per tre mandati preside della facoltà di giurisprudenza bolognese (dall’anno accademico 1950-51 al 1960-61). Morì a Bologna il 27 agosto 1973.

I suoi numerosi studi riguardarono argomenti legati alla storia delle istituzioni in Istria e Friuli, ai rapporti fra impero e papato, alla legislazione di Federico II, all’Università di Bologna, alle innovazioni introdotte in Italia nel periodo rivoluzionario francese. Scrisse un corso di lezioni che abbracciava in generale l’intero campo della storia del diritto pubblico italiano.

Fu membro della Accademia dei Lincei, dell’Accademia delle scienze di Bologna, e di numerose altre, ricevendo inoltre la Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte (1958). Fu in seguito Presidente onorario della Società istriana di archeologia e storia patria (1970) e Presidente della Deputazione di storia patria per le province di Romagna (1952).

Giovanni de Vergottini visse in prima persona la tragedia delle foibe: sia suo fratello Antonio, ex podestà di Parenzo, sia suo cugino Nicolò furono infatti uccisi nel 1943. Mentre sull'uccisione di Nicolò e il riconoscimento della sua salma non ci furono mai dubbi, Antonio non fu mai ritrovato. Giovanni si era recato in Istria quando si accentuarono le preoccupazioni in seguito al dissolversi dell’amministrazione militare e civile italiana in Venezia Giulia dopo l’8 settembre. Si presume che non abbia ricevuto nessuna informazione diretta fino a una lettera del 15 ottobre da parte della madre Rosa e del 16 ottobre da parte della cognata Paola, in cui esprimono le loro preoccupazioni dopo il sequestro. Un’ulteriore lettera di Paola è datata 23 ottobre, quindi scritta quando Giovanni non era ancora sul posto. Ma il 24 era sul luogo e si recava ad Albona, dove era stata scoperta la foiba in cui si presumeva fosse Antonio. Il 25 Giovanni scrisse alla moglie Luisa del presunto ritrovamento di Antonio e Nicolò.

In un primo tempo si era creduto che Antonio fosse fra gli assassinati della Foiba di Vines, la stessa in cui fu ritrovato il cugino Nicolò. Infatti, sarebbe stato riconosciuto da persona a lui nota e in tal senso, quando Giovanni si recò sul posto il 24 ottobre, firmò il verbale di riconoscimento. Tuttavia, in un secondo tempo la moglie di Antonio, Paola, ebbe dei dubbi ed escluse che il corpo identificato fosse quello del marito.

Sembrerebbe che Antonio la sera del 3 ottobre era finito sulla corriera diretta verso il Monte Maggiore e che fu poi trovata abbandonata e incendiata per far perdere le tracce del suo carico. È quindi probabile che sia finito a Semich e ucciso il 4 ottobre. I dati relativi alla corriera sono riportati in una lettera che Giovanni ha conservato, inviata da un certo Egidio Fonda di Capodistria al congiunto di altra vittima il 18 novembre 1943.

Opere:
Lineamenti storici della costituzione politica dell'Istria durante il medioevo, Roma 1924-25.
Origini e sviluppo storico della comitatinanza, Siena 1929.
Il "popolo" nella costituzione del comune di Modena sino alla metà del sec. XIII, Siena 1931.
Ricerche sulle origini del vicariato apostolico, Milano 1939.
Arti e popolo nella prima metà del sec. XIII, Milano 1943.
Lezioni di storia del diritto italiano. Il diritto pubblico italiano nei secoli XII-XV, Bologna 1950-51 3ª ed. Milano 1959-60.
Studi sulla legislazione di Federico II in Italia. Le leggi del 1220, Milano 1952.
La fine del dominio napoleonico in Istria, AMSI, XXVIII, 1926, ora in Scritti di storia del diritto italiano, III, Milano, 1977.

Andrea Antico da Montona

Andrea Antico da Montona (Montona, 1470/1480 – 1540) è stato un editore musicale e compositore italiano. Si occupò principalmente di editoria musicale e composizione musicale.

Generalmente è considerato come il maggiore antagonista di Ottaviano Petrucci da Fossombrone, benché i due utilizzassero tecniche di stampa diverse: Petrucci inventò la stampa a caratteri mobili con triplice impressione, Antico praticava la xilografia.

Eccellente miniatore, Antico incideva su una matrice di legno la pagina di musica che poi avrebbe impresso su carta. Questo procedimento era più economico rispetto alla stampa a caratteri mobili, ma le edizioni erano sicuramente meno belle e precise.

Egidio Grego

Egidio Grego (Orsera, 23 gennaio 1894 – Jesolo, 23 novembre 1917) è stato un militare e aviatore italiano, insignito di quattro medaglie al valor militare di cui due d'argento.

Allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914 viene chiamato alle armi dall'esercito austro-ungarico, e destinato alla scuola allievi ufficiali a Gorizia. Quando l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 24 maggio 1915, Grego disertò il reparto e, assieme al cugino Ernesto Gramaticopulo, attraversò a nuoto la frontiera italo-austriaca sullo Judrio. Una volta raggiunta Bologna si arruolò nel Regio Esercito e per questioni di sicurezza modificò il suo nome. Inquadrato nel 35º reggimento fanteria della Brigata "Pistoia", nel luglio 1915, durante la prima battaglia dell'Isonzo, Grego combatté sulla testa di ponte austriaca del Podgora guadagnandosi una medaglia di bronzo al valore. Fu così promosso ufficiale e trasferito al 74º Reggimento fanteria "Lombardia". Nel giugno dell'anno seguente Grego guidò un reparto di mitraglieri durante l'offensiva austro-ungarica sull'Altopiano di Asiago. In quest'occasione fu fatto prigioniero e, pur non essendo stato riconosciuto, riuscì ad evadere e ritornare sulle linee italiane. Nel luglio dello stesso anno riuscì a farsi inquadrare come osservatore nella 253ª Squadriglia della neonata aviazione militare italiana.

Nella primavera 1917 è Tenente osservatore della 253ª Squadriglia. Il 2 maggio 2 Macchi L.3 (su cui vi era anche Grego) lanciano bombe vicino a San Sabba di Trieste. Il 25 maggio il Macchi del 2° Capo timoniere Luigi Zoni e di Grego, impegnato nella scorta del Motoscafo armato silurante (MAS) del Tenente di vascello Luigi Rizzo (che il 10 giugno 1918 affonda su MAS 15 lo SMS Szent István), costringe ad ammarare un idro tipo A, che lo aveva attaccato a 7 miglia ad est di Muggia, nel porto di Trieste.[1] Il 23 settembre il Macchi del volontario motonauta pilota Giovanni Ravelli e Grego viene attaccato da due idrocaccia Oeffag H FB (A-11), tra cui vi era l'asso Gottfried von Banfield e con il motore colpito riesce a tornare a Grado.

Dopo Caporetto, partecipa alla difesa del Piave, dove troverà la morte il 23 novembre 1917 abbattuto in un duello aereo dall'Albatros D.III di Franz Gräser, asso dell'aviazione con 18 abbattimenti.

L'Aeroporto di Gorizia, per qualche anno, fino al 1942, fu intitolato alla sua persona.

A Grado, gli è stata dedicata una via.

Nel 2015, è stato pubblicato il libro Egidio Grego e le stazioni idrovolanti di Grado scritto da Giorgio Storni.

Il nucleo di Jesolo dell'Associazione Arma Aeronautica porta il suo nome.

domenica 26 novembre 2023

Pasqualino Gobbi

Pasqualino Gobbi (Pisino, c. 1680 – Pola, c. 1729) è stato un sacerdote, scrittore e storico italiano.

Si trasferì da Pisino a Padova per gli studi, iscrivendosi all'ateneo di Padova, dove studiò fino al 1699. Si laureò in giurisprudenza, per poi optare per una carriera ecclesiastica.

Gobbi divenne arciprete, vicario foraneo e provicario generale di Pola, nella sua nativa Istria. Divenne in seguito canonico e vicario generale, sempre a Pola. Gobbi fu poi arcidiacono in quella stessa diocesi. Fu parroco di Fasana dal 1715 al 1729, per poi tornare al capitolo di Pola come canonico.

Nel 1726 scrisse la sua Storia di Pola, un'opera storica sulla città di Pola, città in cui servì per metà della sua carriera ecclesiastica, passando il resto del suo sacerdozio nella vicina Fasana. Il manoscritto, lungo 215 pagine e scritto in fitto carattere, fu segnalato come perduto da Pietro Kandler. Alla fine degli anni '70 dell'Ottocento, tuttavia, il manoscritto sembra essere stato disponibile presso la Biblioteca Stancoviciana di Rovigno. Nella prima decade del 1900 è segnalato nuovamente come perduto.

sabato 25 novembre 2023

Non si potè votare il 2 giugno 1946

Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne.

«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»

Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.

Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica. 

Al confine orientale l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.

Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).

A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».

Scoprirsi italiani da sempre. Una storia di oggi, la storia di Nicolò

E' domenica. Passo per via Battisti, ho il ritrovo in piazza Oberdan per andare in osmiza con gli amici, passiamo per le rive Nazario Sauro a prendere Giuliano che ha parcheggiato là e poi, si va, verso il Carso.

Per curiosità, durante il tragitto, cerco su Google con l'IPhone i nomi di queste vie e trovo che di Guglielmo Oberdan, il Carducci lo commemora con un epigrafe:-morto santamente per l'Italia- impiccato a 24 anni, di Cesare Battisti e Nazario Sauro leggo delle loro gesta militari, del loro ultimo grido "Viva l'Italia" prima di esalare l'ultimo respiro. Tutti eroi nazionali che subirono il supplizio per mano austriaca perché patrioti italiani, martiri per queste terre e in tutta Italia sono presenti iscrizioni dove sono ricordati perché votati all'ammirazione dei secoli. Oltre 2.000 furono i volontari giuliani che partirono per il fronte durante la Prima Guerra Mondiale, ma a scuola nessuno me l'ha mai detto, nonostante le strade della mia città portino i loro nomi.

Arriviamo in osmiza, vicino a noi un gruppo di ragazzi parla in sloveno, distinguo nel loro vociare solo i nomi Berlusconi e Monti, poi se la ridono peggio di Sarkozy e Merkel messi assieme, il resto del discorso non lo capisco; mentre a un altro tavolo un paio di ragazzi parlano di quanto la crisi economica abbia colpito Trieste, ricordando, senza averlo vissuto, l'Impero Asburgico e di quanto si stava bene all'epoca, son certi che sotto il dominio austriaco staremmo meglio.

Lunedì ritorno da scuola, mi tuffo su internet alla ricerca di quello che in classe non mi è dato sapere: leggo di ragazzi che nel 1953 persero la vita negli scontri di piazza davanti alla chiesa di Sant'Antonio, manifestavano per l'italianità di Trieste. Trovo dei link correlati, li apro, raccontano che, solo per l'esser italiani, 350.000 connazionali furono costretti all'esilio dalle terre natie di Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla repressione dei partigiani del Maresciallo Tito e che nel 2004 e non prima viene istituita con legge la Giornata del Ricordo dei Martiri delle Foibe.

Comprendi allora che questa terra che abiti è cosparsa di sangue. Continuo a studiare per conto mio e vengo a sapere di giovani che, a guerra finita, mentre nel resto d'Italia imperversava la guerra civile, qui a casa nostra, si arruolavano volontari in reparti a difesa di queste terre, sopra ogni scelta di regime o politica, ma solo ed esclusivamente per impedire l'invasione titina fino al Tagliamento, per l'onore d'Italia davano i loro anni più belli, i miei anni, quelli che ho io. Ma allora è grazie alla difesa territoriale della Venezia-Giulia che oggi parliamo italiano, a scuola mi parlano sempre e solo di americani e partigiani.

Certo è che qualcuno decise dove porre la linea che separò il popolo dalla sua terra, con dei Trattati che non fanno trovar pace in chi ancora oggi, attende le proprie case confiscate dall'Ex-jugoslavia e aspetta di sapere in quale luogo andar a ricordare i propri famigliari dispersi a guerra finita, prelevati dai titini. A Trieste come in Istria sono mille le storie delle barbarie titine, come quella di Norma Cossetto, Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa sua razziando ogni cosa, poi la prelevarono, lei rifiutò di collaborare, due giorni dopo iniziò il suo martirio. Fissata a un tavolo con alcune corde, fu violentata da diciassette aguzzini, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante. Aveva ventiquattro anni, gli stessi anni di mia sorella Marina. Tremo sconvolto dai brividi.

Com'è possibile allora che, se per secoli la terra dei miei padri ha nutrito un amore così forte e puro per l'Italia, non ci sia traccia nei miei libri di testo?

Altri miei amici m'hanno raccontato che ci son stati dei ragazzi che manifestarono per anni, una volta siglato il Trattato di Osimo del 1975, scendendo nelle piazze e per le vie di Trieste, ma in questi sessant'anni di repubblica, l'opinione pubblica lì ha relegati sempre al margine della società, erano i giovani del Fronte della Gioventù. Ma mentre questi sono ancora definiti come fascisti, vedo ogni anno sfilare per i rioni di Trieste, sotto striscioni in sloveno, cortei che ricordano l'ingresso del 1° maggio 1945 del XI Korpus di Tito, i 40 giorni di occupazione titina.

Che strano poi, ogni volta che si va in Istria, quei posti mi parlano di Venezia, trovo il passaggio della civiltà romana, visitando i centri storici ogni luogo mi affascina, lo sento così mio, così italiano. Sembra che anche le pietre parlino la mia lingua.

Allora ho capito, la cosa più importante che questa mia terra ha sempre voluto non è l'esser italiana, lo è sempre stata nei secoli, per sentimento, cultura e lingua, quello che ha sempre voluto è la Libertà. Libera dalle occupazioni, dalle sottomissioni, dai tentativi di annessione, libera dallo straniero.

Martedì torno in classe, ho storia le prime due ore, ma ho una notte alle spalle, passata a sognare, da sveglio, una notte piena di domande pronte da fare alla mia prof. di storia. Sono pronto, son certo di fare bella figura non solo con lei, ma anche con i miei compagni di classe, son di certo preparato sul tema di storia contemporanea.

Alzo la mano, intervengo, racconto ciò che ho letto ed imparato, alla fine gli faccio delle domande a riguardo. Lei mi risponde: -Nicolò, fuori dalla classe, ma dove ti credi di essere, cos'è sta orazione da estremista?- I miei amici restano muti, io esco nel silenzio, ma prima di chiudere la porta gli rispondo alla prof.: -A casa mia prof., a Trieste! E lei?-

Ho capito d'esser italiano appena oggi, m'è costato una nota sul registro, ma mi è venuto così naturale. L'hanno capito anche i miei compagni di classe che m'han detto: -Nicolò, che coraggio!-. Ho imparato allora che quest'amor patrio che noi triestini ancora abbiamo, in questo percorso secolare diverso dal resto d'Italia, altro non è che fede e credo puro, la nostra identità non può esser altro che l'affermarsi, prima di tutto, di essere italiani.

Nicolò

Vincenzo Bronzin

Vincenzo Bronzin (Rovigno, 4 maggio 1872 – Trieste, 20 dicembre 1970) è stato un matematico italiano. Oggi noto come l'anticipatore, nel 1908, della formula di Black e Scholes del 1973 premiata con il premio Nobel nel 1997. Formulò anche la regola di parità call-put, descritta formalmente solo nel 1969 da Stoll.

Studiò ingegneria all'Università tecnica di Vienna e quindi matematica e pedagogia all'Università di Vienna. Diventò professore all'Accademia di Commercio e Nautica, Trieste nel 1900. Si dedicò ad "Aritmetica politica e commerciale", che includeva scienze attuariali e teoria della probabilità. Nel 1910 divenne direttore. Nel 1937, all'età di 65 anni, si ritirò dalle sue posizioni accademiche.

Nel 1908 Bronzin pubblicò il suo lavoro Theorie der Prämiengeschäfte ("Teoria sui premi di opzione") dedicato alla tipologia allora corrente di opzioni che contiene praticamente tutti gli elementi della moderna teoria sulla valutazione delle opzioni; L'approccio metodologico di Bronzin, diversamente da quello di Bachelier, basato sul calcolo stocastico, è del tutto pragmatico, basato su ipotesi sulla distribuzione del prezzo delle azioni a scadenza, da cui egli deriva un insieme di soluzioni analitiche per il prezzo delle opzioni. Tuttavia, analogamente a quanto accadde a Louis Bachelier, il suo lavoro fu dimenticato poco dopo la pubblicazione.