In difesa dell'italianità dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia
lunedì 27 novembre 2023
Famiglia: Vergottini
Andrea Antico da Montona
Andrea Antico da Montona (Montona, 1470/1480 – 1540) è stato un editore musicale e compositore italiano. Si occupò principalmente di editoria musicale e composizione musicale.
Generalmente è considerato come il maggiore antagonista di Ottaviano Petrucci da Fossombrone, benché i due utilizzassero tecniche di stampa diverse: Petrucci inventò la stampa a caratteri mobili con triplice impressione, Antico praticava la xilografia.
Eccellente miniatore, Antico incideva su una matrice di legno la pagina di musica che poi avrebbe impresso su carta. Questo procedimento era più economico rispetto alla stampa a caratteri mobili, ma le edizioni erano sicuramente meno belle e precise.
Egidio Grego
Egidio Grego (Orsera, 23 gennaio 1894 – Jesolo, 23 novembre 1917) è stato un militare e aviatore italiano, insignito di quattro medaglie al valor militare di cui due d'argento.
Allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914 viene chiamato alle armi dall'esercito austro-ungarico, e destinato alla scuola allievi ufficiali a Gorizia. Quando l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 24 maggio 1915, Grego disertò il reparto e, assieme al cugino Ernesto Gramaticopulo, attraversò a nuoto la frontiera italo-austriaca sullo Judrio. Una volta raggiunta Bologna si arruolò nel Regio Esercito e per questioni di sicurezza modificò il suo nome. Inquadrato nel 35º reggimento fanteria della Brigata "Pistoia", nel luglio 1915, durante la prima battaglia dell'Isonzo, Grego combatté sulla testa di ponte austriaca del Podgora guadagnandosi una medaglia di bronzo al valore. Fu così promosso ufficiale e trasferito al 74º Reggimento fanteria "Lombardia". Nel giugno dell'anno seguente Grego guidò un reparto di mitraglieri durante l'offensiva austro-ungarica sull'Altopiano di Asiago. In quest'occasione fu fatto prigioniero e, pur non essendo stato riconosciuto, riuscì ad evadere e ritornare sulle linee italiane. Nel luglio dello stesso anno riuscì a farsi inquadrare come osservatore nella 253ª Squadriglia della neonata aviazione militare italiana.
Nella primavera 1917 è Tenente osservatore della 253ª Squadriglia. Il 2 maggio 2 Macchi L.3 (su cui vi era anche Grego) lanciano bombe vicino a San Sabba di Trieste. Il 25 maggio il Macchi del 2° Capo timoniere Luigi Zoni e di Grego, impegnato nella scorta del Motoscafo armato silurante (MAS) del Tenente di vascello Luigi Rizzo (che il 10 giugno 1918 affonda su MAS 15 lo SMS Szent István), costringe ad ammarare un idro tipo A, che lo aveva attaccato a 7 miglia ad est di Muggia, nel porto di Trieste.[1] Il 23 settembre il Macchi del volontario motonauta pilota Giovanni Ravelli e Grego viene attaccato da due idrocaccia Oeffag H FB (A-11), tra cui vi era l'asso Gottfried von Banfield e con il motore colpito riesce a tornare a Grado.
Dopo Caporetto, partecipa alla difesa del Piave, dove troverà la morte il 23 novembre 1917 abbattuto in un duello aereo dall'Albatros D.III di Franz Gräser, asso dell'aviazione con 18 abbattimenti.
L'Aeroporto di Gorizia, per qualche anno, fino al 1942, fu intitolato alla sua persona.
A Grado, gli è stata dedicata una via.
Nel 2015, è stato pubblicato il libro Egidio Grego e le stazioni idrovolanti di Grado scritto da Giorgio Storni.
Il nucleo di Jesolo dell'Associazione Arma Aeronautica porta il suo nome.
domenica 26 novembre 2023
Pasqualino Gobbi
Pasqualino Gobbi (Pisino, c. 1680 – Pola, c. 1729) è stato un sacerdote, scrittore e storico italiano.
Si trasferì da Pisino a Padova per gli studi, iscrivendosi all'ateneo di Padova, dove studiò fino al 1699. Si laureò in giurisprudenza, per poi optare per una carriera ecclesiastica.
Gobbi divenne arciprete, vicario foraneo e provicario generale di Pola, nella sua nativa Istria. Divenne in seguito canonico e vicario generale, sempre a Pola. Gobbi fu poi arcidiacono in quella stessa diocesi. Fu parroco di Fasana dal 1715 al 1729, per poi tornare al capitolo di Pola come canonico.
Nel 1726 scrisse la sua Storia di Pola, un'opera storica sulla città di Pola, città in cui servì per metà della sua carriera ecclesiastica, passando il resto del suo sacerdozio nella vicina Fasana. Il manoscritto, lungo 215 pagine e scritto in fitto carattere, fu segnalato come perduto da Pietro Kandler. Alla fine degli anni '70 dell'Ottocento, tuttavia, il manoscritto sembra essere stato disponibile presso la Biblioteca Stancoviciana di Rovigno. Nella prima decade del 1900 è segnalato nuovamente come perduto.
sabato 25 novembre 2023
Non si potè votare il 2 giugno 1946
Il 2 giugno 1946 Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara furono estromesse dalle urne.
«Dei 573 seggi dell’Assemblea Costituente da assegnare – ha spiegato in più occasioni il professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste – e previsti dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, in realtà ne furono attribuiti soltanto 556, mancando all’appello i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia – Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. Con un ulteriore Decreto Luogotenenziale, di soli sei giorni successivo, fu, per l’appunto, sostanzialmente ritenuto impossibile lo svolgimento delle elezioni in quelle terre di confine, a causa della situazione internazionale»
Il momento fondativo dello Stato italiano uscito dalle macerie del conflitto si svolse pertanto senza coinvolgere i cittadini residenti in terre che, fino alle deliberazioni della Conferenza di Pace ancora in corso, risultavano formalmente sotto la sovranità italiana, in virtù dei trattati di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919), Rapallo (12 novembre 1920) e Roma (27 gennaio 1924). In quelle sedi il Regno d’Italia aveva ottenuto in maniera internazionalmente riconosciuta gran parte delle terre che rivendicava dall’Austria-Ungheria, definendo successivamente in maniera bilaterale con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni il confine sulle Alpi Giulie e in Dalmazia nonché la spartizione dello Stato Libero di Fiume.
Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, che secondo la Linea Morgan del 9 giugno 1945 ricadeva nella Zona A sotto amministrazione militare angloamericana, organizzò, tuttavia, il 2 giugno nella propria sede un seggio, facendo quindi pervenire a Roma i risultati, che ovviamente nessuno tenne in considerazione. Si trattò comunque di una manifestazione di italianità che faceva seguito all’imponente fiaccolata notturna del 21 marzo, con cui si volle manifestare la propria identità nazionale alla Commissione alleata che stava rilevando la composizione etnica dell’Istria dopo che nel corso di quel pomeriggio torpedoni di croati provenienti dall’entroterra avevano confuso le acque e dato luogo a scontri e disordini.
Invano giuliani, fiumani e dalmati avevano chiesto di indire in queste terre contese un plebiscito attraverso cui esprimere la propria appartenenza statuale in base al principio di autodeterminazione dei popoli che pur figurava nella Carta atlantica.
Al confine orientale l’amministrazione militare jugoslava nella Zona B lasciava pochi dubbi in merito alla repressione di qualsiasi forma di contrarietà rispetto all’annessione alla Jugoslavia titoista, come già si era potuto riscontrare in occasione delle elezioni amministrative istriane del 25 novembre 1945, durante le quali anche il boicottaggio delle urne in segno di dissenso fu reso impossibile poiché la gente veniva condotta a votare le liste compattamente filojugoslave con l’uso della forza. D’altro canto l’Italia pagò a caro prezzo la scelta maturata nel 1920 di non ratificare l’annessione delle nuove province attraverso un plebisicito (come era sempre avvenuto in epoca risorgimentale), poiché le autorità civili e militari temevano cospicui residui lealisti nei confronti degli Asburgo da parte della popolazione giuliana.
Grazie all’inserimento nel listone nazionale che eleggeva una quota di rappresentanti in base ai resti provenienti dai vari collegi, poterono figurare tra i padri costituenti almeno il fiumano Leo Valiani (Partito d’Azione) ed il triestino Fausto Pecorari (Democrazia Cristiana).
A parziale compensazione di questi torti, il presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando aprì i lavori ««nel ricordo del dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, le quali però, se non hanno votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia».
Scoprirsi italiani da sempre. Una storia di oggi, la storia di Nicolò
E' domenica. Passo per via Battisti, ho il ritrovo in piazza Oberdan per andare in osmiza con gli amici, passiamo per le rive Nazario Sauro a prendere Giuliano che ha parcheggiato là e poi, si va, verso il Carso.
Per curiosità, durante il tragitto, cerco su Google con l'IPhone i nomi di queste vie e trovo che di Guglielmo Oberdan, il Carducci lo commemora con un epigrafe:-morto santamente per l'Italia- impiccato a 24 anni, di Cesare Battisti e Nazario Sauro leggo delle loro gesta militari, del loro ultimo grido "Viva l'Italia" prima di esalare l'ultimo respiro. Tutti eroi nazionali che subirono il supplizio per mano austriaca perché patrioti italiani, martiri per queste terre e in tutta Italia sono presenti iscrizioni dove sono ricordati perché votati all'ammirazione dei secoli. Oltre 2.000 furono i volontari giuliani che partirono per il fronte durante la Prima Guerra Mondiale, ma a scuola nessuno me l'ha mai detto, nonostante le strade della mia città portino i loro nomi.
Arriviamo in osmiza, vicino a noi un gruppo di ragazzi parla in sloveno, distinguo nel loro vociare solo i nomi Berlusconi e Monti, poi se la ridono peggio di Sarkozy e Merkel messi assieme, il resto del discorso non lo capisco; mentre a un altro tavolo un paio di ragazzi parlano di quanto la crisi economica abbia colpito Trieste, ricordando, senza averlo vissuto, l'Impero Asburgico e di quanto si stava bene all'epoca, son certi che sotto il dominio austriaco staremmo meglio.
Lunedì ritorno da scuola, mi tuffo su internet alla ricerca di quello che in classe non mi è dato sapere: leggo di ragazzi che nel 1953 persero la vita negli scontri di piazza davanti alla chiesa di Sant'Antonio, manifestavano per l'italianità di Trieste. Trovo dei link correlati, li apro, raccontano che, solo per l'esser italiani, 350.000 connazionali furono costretti all'esilio dalle terre natie di Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla repressione dei partigiani del Maresciallo Tito e che nel 2004 e non prima viene istituita con legge la Giornata del Ricordo dei Martiri delle Foibe.
Comprendi allora che questa terra che abiti è cosparsa di sangue. Continuo a studiare per conto mio e vengo a sapere di giovani che, a guerra finita, mentre nel resto d'Italia imperversava la guerra civile, qui a casa nostra, si arruolavano volontari in reparti a difesa di queste terre, sopra ogni scelta di regime o politica, ma solo ed esclusivamente per impedire l'invasione titina fino al Tagliamento, per l'onore d'Italia davano i loro anni più belli, i miei anni, quelli che ho io. Ma allora è grazie alla difesa territoriale della Venezia-Giulia che oggi parliamo italiano, a scuola mi parlano sempre e solo di americani e partigiani.
Certo è che qualcuno decise dove porre la linea che separò il popolo dalla sua terra, con dei Trattati che non fanno trovar pace in chi ancora oggi, attende le proprie case confiscate dall'Ex-jugoslavia e aspetta di sapere in quale luogo andar a ricordare i propri famigliari dispersi a guerra finita, prelevati dai titini. A Trieste come in Istria sono mille le storie delle barbarie titine, come quella di Norma Cossetto, Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa sua razziando ogni cosa, poi la prelevarono, lei rifiutò di collaborare, due giorni dopo iniziò il suo martirio. Fissata a un tavolo con alcune corde, fu violentata da diciassette aguzzini, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante. Aveva ventiquattro anni, gli stessi anni di mia sorella Marina. Tremo sconvolto dai brividi.
Com'è possibile allora che, se per secoli la terra dei miei padri ha nutrito un amore così forte e puro per l'Italia, non ci sia traccia nei miei libri di testo?
Altri miei amici m'hanno raccontato che ci son stati dei ragazzi che manifestarono per anni, una volta siglato il Trattato di Osimo del 1975, scendendo nelle piazze e per le vie di Trieste, ma in questi sessant'anni di repubblica, l'opinione pubblica lì ha relegati sempre al margine della società, erano i giovani del Fronte della Gioventù. Ma mentre questi sono ancora definiti come fascisti, vedo ogni anno sfilare per i rioni di Trieste, sotto striscioni in sloveno, cortei che ricordano l'ingresso del 1° maggio 1945 del XI Korpus di Tito, i 40 giorni di occupazione titina.
Che strano poi, ogni volta che si va in Istria, quei posti mi parlano di Venezia, trovo il passaggio della civiltà romana, visitando i centri storici ogni luogo mi affascina, lo sento così mio, così italiano. Sembra che anche le pietre parlino la mia lingua.
Allora ho capito, la cosa più importante che questa mia terra ha sempre voluto non è l'esser italiana, lo è sempre stata nei secoli, per sentimento, cultura e lingua, quello che ha sempre voluto è la Libertà. Libera dalle occupazioni, dalle sottomissioni, dai tentativi di annessione, libera dallo straniero.
Martedì torno in classe, ho storia le prime due ore, ma ho una notte alle spalle, passata a sognare, da sveglio, una notte piena di domande pronte da fare alla mia prof. di storia. Sono pronto, son certo di fare bella figura non solo con lei, ma anche con i miei compagni di classe, son di certo preparato sul tema di storia contemporanea.
Alzo la mano, intervengo, racconto ciò che ho letto ed imparato, alla fine gli faccio delle domande a riguardo. Lei mi risponde: -Nicolò, fuori dalla classe, ma dove ti credi di essere, cos'è sta orazione da estremista?- I miei amici restano muti, io esco nel silenzio, ma prima di chiudere la porta gli rispondo alla prof.: -A casa mia prof., a Trieste! E lei?-
Ho capito d'esser italiano appena oggi, m'è costato una nota sul registro, ma mi è venuto così naturale. L'hanno capito anche i miei compagni di classe che m'han detto: -Nicolò, che coraggio!-. Ho imparato allora che quest'amor patrio che noi triestini ancora abbiamo, in questo percorso secolare diverso dal resto d'Italia, altro non è che fede e credo puro, la nostra identità non può esser altro che l'affermarsi, prima di tutto, di essere italiani.
Nicolò
Vincenzo Bronzin
Vincenzo Bronzin (Rovigno, 4 maggio 1872 – Trieste, 20 dicembre 1970) è stato un matematico italiano. Oggi noto come l'anticipatore, nel 1908, della formula di Black e Scholes del 1973 premiata con il premio Nobel nel 1997. Formulò anche la regola di parità call-put, descritta formalmente solo nel 1969 da Stoll.
Studiò ingegneria all'Università tecnica di Vienna e quindi matematica e pedagogia all'Università di Vienna. Diventò professore all'Accademia di Commercio e Nautica, Trieste nel 1900. Si dedicò ad "Aritmetica politica e commerciale", che includeva scienze attuariali e teoria della probabilità. Nel 1910 divenne direttore. Nel 1937, all'età di 65 anni, si ritirò dalle sue posizioni accademiche.
Nel 1908 Bronzin pubblicò il suo lavoro Theorie der Prämiengeschäfte ("Teoria sui premi di opzione") dedicato alla tipologia allora corrente di opzioni che contiene praticamente tutti gli elementi della moderna teoria sulla valutazione delle opzioni; L'approccio metodologico di Bronzin, diversamente da quello di Bachelier, basato sul calcolo stocastico, è del tutto pragmatico, basato su ipotesi sulla distribuzione del prezzo delle azioni a scadenza, da cui egli deriva un insieme di soluzioni analitiche per il prezzo delle opzioni. Tuttavia, analogamente a quanto accadde a Louis Bachelier, il suo lavoro fu dimenticato poco dopo la pubblicazione.