mercoledì 8 novembre 2023

Vittorio Meichsner de Meichsenau

Vittorio Meichsner de Meichsenau (Fiume, 12 agosto 1881 – Genova, 15 novembre 1964) è stato un politico italiano.

Nel giugno del 1900 conseguì la maturità presso la Regia Ungarica Scuola superiore di Commercio in Fiume e il 9 giugno 1911 superò gli esami superiori di Ragioneria generale per la contabilità di Stato. Le lingue che conosceva erano l’italiano, l’ungherese, il tedesco e l’inglese. Lavorò come allievo impiegato nel 1898 presso la Banca Fiumana e nel 1899 presso il Silurificio Whitehead. Dal 1º luglio al 30 settembre 1900 fu impiegato come corrispondente presso la Società di Navigazione Ungaro-Croata. Il 1º ottobre 1900 prese servizio come contabile nella Filiale di Fiume della Banca e Cassa di Risparmio per il Litorale e il 1º aprile 1901 vi fu nominato procuratore. Rimase in servizio presso la Banca fino al 1906, quando Andrea Ossoinack gli offrì il di posto procuratore impiegato presso la sua Ditta Commerciale-Marittima “Luigi Ossoinack”.

Nel 1900 iniziò a collaborare col giornale del Circolo Letterario, «La Vita Fiumana», pubblicando testi di carattere letterario ed entrando quindi in contatto con i gruppi politici collegati al giornale. Divenne così segretario della Società Filarmonico-Drammatica dal 1900 al 1906; Nel 1905 si iscrisse al circolo Giovine Fiume e successivamente diventò segretario del Partito Autonomo fiumano. Quindi nel 1907 fondò con un gruppo di soci del circolo il giornale «La Giovine Fiume», un giornale politico e artistico pubblicato a Fiume dal 6 aprile 1907 al 19 febbraio 1910.

Nell’Assemblea del Partito Autonomo del 24 marzo 1907, nel periodo quindi in cui i partiti si preparavano alle nuove elezioni della Rappresentanza Municipale prevista per il 24 maggio successivo, propose la riforma dello Statuto del partito in favore della promozione dell’unione di Fiume all’Italia, chiedendo la rinuncia all’obiettivo di uno stato fiumano autonomo. Respinta la proposta, insieme agli altri quattro membri con lui d’accordo, si dimise, ma alle elezioni venne comunque eletto membro della Rappresentanza Municipale, col gruppo degli irredenti che la Giovine Fiume aveva imposto al Partito autonomo.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, il Municipio gli affidò la carica di Direttore generale della Sezione di Approvvigionamento, in parallelo con i Civici Dazi, che condusse fino alla fine della guerra. Questo ufficio aveva il compito di provvedere agli approvvigionamenti di città e distretto di Fiume e degli ospedali civili e militari con la distribuzione di latte e burro, farina, riso e altri cereali, carne bovina, suina, selvaggina, pesce, verdure, olio e grassi, vestiti, stoffe, indumenti di lana, scarpe, tute per lavoratori. Il lavoro era reso complesso dal fatto che il Governo ungherese, poco disposto a curare una città che gli si era opposta politicamente per anni, non sempre fece arrivare a Fiume gli approvvigionamenti necessari. V. venne anche nominato membro del Comitato direttivo della Croce Rossa e, come tale, amministratore degli ospedali di Fiume. Nel 1915 venne quindi decorato con la Medaglia d’argento della Croce Rossa Ungherese. Nel 1917 la Fabbrica di birra Steinbrucher Bürgerliche Bierbrauerei di Budapest fondò a Fiume, coll’interessamento del Municipio, la Società in Azioni Fabbrica di birra Litorale, e V., dimessosi dalla carica di Direttore dei Civici Dazi, ne divenne amministratore delegato. Il Municipio acconsentì a questo suo nuovo impiego, ma a condizione che continuasse a dirigere l’Ufficio d’Approvvigionamento almeno fino alla fine della guerra. Diventò anche amministratore delegato della “Lloyd” Soc. An. industriale fondiaria di credito e di commercio. Il 25 gennaio 1918 gli venne conferita da Sua Maestà Imperiale e Apostolica Reale la Croce d’oro di seconda classe al merito civile, proposta dal Podestà Antonio Vio per gli zelanti e proficui servizi prestati durante la guerra.

Nella mattina del 12 settembre 1919 Gabriele D'Annunzio entrò a Fiume e fu nominato Governatore. Il giorno stesso dell’occupazione Meichsner partecipò, su incarico del Sindaco Antonio Vio, ad una conferenza ristretta per trattare le questioni più urgenti interessanti l’amministrazione cittadina e in particolare venne trattato il tema della valuta monetaria. Dopo aver deplorato la leggerezza con cui il Governo italiano aveva la prima volta timbrate le banconote nell'aprile del 1919, con timbro troppo facilmente imitabile e falsificato su larga scala, decisero di avviare una nuova stampigliatura delle banconote. Fondato un nuovo Istituto di Credito sulle ceneri della Banca Austro-Ungarica, venne posto sotto l’amministrazione di una Commissione di quattro persone, due elette dal Consiglio Nazionale Italiano, fra cui Meichsner, e due dal Comando di Città, con la presidenza di Giovanni Giuriati. La Commissione, nella seduta del 31 ottobre, affidò a Meichsner le funzioni di direttore e quindi di esecutore delle decisioni prese dalla Commissione stessa. In breve venne pubblicato l'invito alla popolazione di presentare nei giorni 3, 4 e 5 novembre le proprie banconote per lo scambio. Meichsner diede le direttive necessarie per compiere l’operazione di scarto delle banconote, secondo cui non dovevano essere accettate le banconote di seconda emissione, quelle lavate, quelle con tutti e due i timbri, quelle con un timbro falsificato a mano o evidentemente falso. Queste disposizioni erano rese necessarie anche dal fatto che in quello stesso periodo la Jugoslavia stava facendo un lavoro analogo. Le Corone timbrate ad aprile dal Governo italiano erano 47 milioni, mentre le Corone ristampigliate ad ottobre erano più di 120 milioni; le Corone Città di Fiume falsificate erano ormai decisamente più numerose di quelle regolari, ma con la ristampa vennero comunque riconosciute. L’accettazione di questi risultati ufficiali fu l’ultima proposta attiva di Meichsner in qualità di direttore dell’amministrazione dell’Istituto di Credito.

Nel frattempo aveva ricevuto da D’Annunzio l’incarico di stendere un progetto per la sistemazione di Fiume da presentare alla conferenza di Pace di Parigi; lo discusse insieme ad un gruppo di industriali e armatori riuniti l’11 ottobre 1919 nella sua casa di via Michelangelo Buonarroti 3. Il progetto prevedeva per il porto e la stazione ferroviaria di Fiume l’istituzione di un porto franco che assicurasse libertà di commercio al retroterra, quindi alla Croazia, all’Ungheria, all’Austria, alla Cecoslovacchia e alla Romania. Il progetto fu mandato tramite il Comandante D’Annunzio alla Conferenza di pace a Parigi e fu presentato dal poeta Achille Richard, amico personale di D’Annunzio, che poteva contare su ampie relazioni; per questo fu chiamato progetto Richard. Fu accompagnato da una lettera di D’Annunzio a Paul Deschanel, che lo consegnò al Presidente del Consiglio Georges Clemenceau, ma non ebbe fortuna.

Il 14 novembre Antonio Grossich lo chiamò a far parte del Governo e lo nominò Delegato alle Comunicazioni per la gestione di Ferrovie dello Stato, Poste e Telegrafi e Capitaneria di Porto. Il 22 novembre 1919 D'Annunzio lo incaricò di recarsi a Roma con Idone Rudan, Delegato alle Finanze, ed Ariosto Mini, Delegato al Commercio ed Industria, per trattare questioni economiche e in particolare la regolazione della valuta, ma la situazione economica si rivelò non risolvibile senza aver prima definito la situazione politica. Come Delegato alle Comunicazioni passò alla elaborazione dei Regolamenti delle ferrovie e del Governo marittimo, introducendo nella Capitaneria di Porto la legislazione italiana e nominando commissario generale e capo dell’organo esecutivo del Governo marittimo il Comandante di porto Aurelio Puliti, tenente colonnello della R. Marina Italiana. Il Governo marittimo era stato soppresso, ma V. lo aveva ricostituito, perché, senza questo ufficio, probabilmente Fiume sarebbe stata assoggettata, in caso di annessione all’Italia, ad un equivalente ufficio Triestino. Il 2 marzo 1920, dopo una lunga malattia, diede le dimissioni da Delegato.

Il 27 gennaio 1924 Italia e Jugoslavia firmarono gli accordi di Roma, che, con lo scambio di ratifiche, in vigore il 22 febbraio. Il re Vittorio Emanuele III poté quindi visitare la città di Fiume annessa. Il 29 luglio 1924 Meichsner era stato nominato Vice Commissario della Camera di Commercio ed Industria e il 24 settembre venne fondata l'Unione del Commercio e Industria e ne venne eletto Presidente. Questi, per risolvere la grave situazione economica, propose la fondazione di una banca industriale. In qualità di Presidente dell’Unione, diventò automaticamente Presidente dei Consigli Tecnici del Partito Nazionale Fascista in Fiume. Il 27 dicembre 1924 divenne membro del Comitato esecutivo dell’Istituto Federale di credito per il Risorgimento delle tre Venezie. Il Prefetto Vivorio, che lo aveva voluto come collaboratore per la ricostruzione economica e industriale, gli consigliò di iscriversi al Partito Nazionale Fascista, per rendere più semplici i contatti col Governo centrale di Roma. Così il 1º maggio 1924 accettò la tessera del Partito Fascista.

Alla fine di marzo del 1925 si cominciò a sentir parlare della possibilità che le linee navali trasversali dell’Alto Adriatico potessero essere tolte a Fiume per essere affidate a Venezia; le società che sarebbero state colpite maggiormente erano la «Costiera» e la «Adria». Il 14 giugno successivo, «La Vedetta d’Italia» ne pubblicò la notizia e il 15 il «Corriere Adriatico» pubblicò un articolo che commentava energicamente l’avvenimento. La lotta in difesa dell’armamento marittimo della linea Fiume-Venezia condotta come presidente dell’Unione Commercio ed Industria, lo spinse ad energici atti di protesta contro il Governo, interpellanze al Parlamento di Deputati amici, articoli sul «Corriere Adriatico», giornale dell’Unione da lui dipendente, e pubbliche dichiarazioni nell’assemblea dei Commercianti ed Industriali. Tutto fu vano, perché tutte le linee regolare dell’Adriatico affidata a Società fiumane furono cancellate. Nel frattempo gli interventi di Meichsner in questi dibattiti non erano piaciuti ai vertici governativi, che iniziarono una sorta di “epurazione politica” dell’amministrazione fiumana. Così venne così dapprima sospeso dal Partito. La Federazione del Partito fascista di Fiume, esaminata nella seduta del 25 novembre 1925 la sua posizione, decretò la sua espulsione dall'Unione del Commercio e Industria. Inoltre, nel 1926, la Società Anonima Steinbrucher Bürgerliche Bierbrauerei di Budapest, che già all’annessione aveva sciolto il contratto con il Municipio di Fiume, decise di sciogliere, per ragioni politico-economiche e doganali, la società Fabbrica di Birra Litorale, e la Società Anonima Industriale e fondiaria di credito e di commercio “Lloyd”, nelle quali era cointeressato il Municipio di Fiume e delle quali V. era Direttore gerente. Rimase quindi senza risorse e, per trovare lavoro, fu costretto a lasciare Fiume.

Nel 1926 lasciò per Fiume, trasferendosi con la moglie e i figli a Napoli. Qui assunse la Direzione amministrativa della Società Anonima Officine e Cantieri navali di Napoli della Miani e Silvestri di Milano e contemporaneamente fu Capo amministrativo della Società anonima Cantieri navali e Fabbrica macchine C. & T.T. Pattison. L'impiego era stato ottenuto grazie ai buoni uffici di Antonio Grossich che lo aveva messo in contatto con l'industriale milanese Silvestri. Nel 1928 l'Ansaldo di Genova rilevò le industrie napoletane e nel 1934, a causa della crisi industriale, le mise in liquidazione. Per un'ulteriore ingerenza del Partito Nazionale Fascista, durante la riorganizzazione industriale della compagnia, venne licenziato, ma grazie ad amicizie ottenne di passare alla Direzione Centrale dell'Ansaldo a Genova, dove tuttavia il P.N.F. non permise la sua assunzione quale dirigente e fu quindi assunto come contabile. Nel luglio 1935, venne confermato Capo amministrativo e assegnato al nuovo Stabilimento Artiglierie costruito dall'Ansaldo a Genova Fegino.

Alla caduta del Governo fascista, il 25 luglio 1943 la Commissione operaia antifascista lo sospese dalle sue funzioni di Capoamministrativo dell'Artiglieria, come fascista antemarcia, avendo trovata segnata la sua anzianità fascista al 12 settembre 1919. Ma più tardi, il 1º ottobre 1943 il Meichsner volle trattare la sua pendenza direttamente con la Commissione, facendo non solo constare che la sua iscrizione era convenzionale in quanto attribuita alla sua qualifica di legionario fiumano.

Ma dopo la liberazione della città di Genova, la Commissione del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Ansaldo Centrale, ripetendo lo stesso errore in cui il 25 luglio 1943 era caduta la Commissione Ansaldo - Artiglieria, lo sospese dalle sue funzioni. Nel processo di epurazione che si svolse dopo quattro mesi di sospensione, fu difeso e sostenuto dagli stessi operai dello Stabilimento Artiglierie, anche da quelli con tendenze comuniste, che formavano la Commissione interna dello Stabilimento.

Luigi Ossoinack

Luigi Ossoinack (Fiume, 26 giugno 1849 – Fiume, 29 ottobre 1904) è stato un politico e imprenditore ungherese di etnia italiana, nonché autonomista fiumano.


Studiò a Lubiana, a Graz e a Vienna, poi cominciò la carriera imprenditoriale a Trieste, Odessa, Londra e New York. Nel 1873 tornò a Fiume e aprì in città la sua agenzia per la navigazione marittima, nel 1877 contribuì ad aprire la linea di navigazione tra Fiume e Liverpool. Nel 1878 contribuì ad aprire i Magazzini Generali a Fiume e aprire una riseria per la lavorazione del riso e nel 1888 aprì un'industria per la costruzioni di botti in legno di quercia a Milaka in Slavonia. Nel 1882 contribuì ad aprire la prima raffineria a Fiume di cui divenne socio e consigliere e nel 1891 aprì la compagnia di navigazione "Oriente" per i commerci verso l'Asia.


Nel 1885 Luigi Ossoinack divenne un membro del consiglio di commercio della città, salendo alla ribalta con le sue idee di sviluppo marittimo e industrializzazione moderna.

Fu infatti lui, insieme a Ettore Catinelli e A. F. Smoquina, a creare la strategia marittima ungherese basata su Fiume, che sarebbe diventata la politica ufficiale del governo ungherese. A lui va attribuita l'apertura del primo moderno magazzino portuale di Fiume. Insieme a Eugenio Bacchich fondò anche una fabbrica di botti e cassapanche in legno. Era uno dei principali azionisti della Royal Hungarian Sea Navigation Company Adria (che fu costituita dopo che fu rilevata la Adria Steam Ship Company, un'impresa nata come unione delle società Cunard, Bailey & Leetham e Burrell and Son a Fiume, dallo stato ungherese), e nel 1891, con il sostegno dell'allora ministro del commercio ungherese Gábor Baross e il capitale degli investimenti del Regno Unito, fondò la sua compagnia di navigazione chiamata Oriente (Orient Magyar Hajózási Részvény- társaság), acquistando tre piroscafi e iniziando a commerciare con i paesi asiatici, al fine di facilitare l'approvvigionamento di riso. Sia Adria che Oriente si sarebbero successivamente trasferiti in un enorme palazzo costruito nel molo centrale di Fiume. Era l'inizio di una marina mercantile ungherese indipendente. Per ottenere ciò, era importante rimuovere la compagnia di navigazione austriaca Lloyd con sede a Trieste dalla posizione favorevole con il governo, cosa per cui Ossoinack aveva fatto pressioni anche nel consiglio di commercio della città, catturando finalmente l'attenzione di Baross e guadagnandosi il suo sostegno all'idea. Adria avrebbe anche dato il via all'esportazione di farina ungherese oltremare, condotta principalmente nei barili prodotti nello stabilimento Ossoinack a Fiume.


Nel 1896 contribuì alla nascita del Partito Autonomista e alle elezioni del 1901 candidò Riccardo Zanella alla Dieta dell'Ungheria (Országgyűlés) a Budapest contro il candidato ufficiale del partito Franjo Batthjany che vinse le elezioni. Come agente contribuisce ad aprire la tratta navale della Cunard Line da Fiume a New York, diventando regista dell'operazione. Nel 1904 all'età di 55 anni per ragioni sconosciute si suicidò, suo figlio Andrea (1876-1965) continuò sulle suo orme politiche e imprenditoriali, ma si allontano dall'autonomismo e si avvicinò all'irredentismo. Venne sepolto nel cimitero monumentale di Cosala.

Michele Maylender

Michele Maylender nacque a Fiume l'11 settembre 1863 ed a Fiume fece i primi studi, distinguendosi sin da allora per prontezza e vivacità d'ingegno. Uscito dal Liceo, si inscrisse alla facoltà di legge della Università di Kolosvár, ne seguì per due anni i primi corsi, e si trasferì dipoi a Budapest, dove, frequentata per altri due anni quella Università, consegui, nel 1888, la laurea in giurisprudenza.

Compiuto il tirocinio forense, superò, nel 1891 l'esame di avvocato, e cominciò dipoi subito ad esercitare in Finme la professione.

Non tardarono molto i primi trionfi; e qualche strepitosa assoluzione ottenuta alla Corte d'Assise valse ben presto a dargli fama di valente oratore ed a porlo tra i primi avvocati della città.

Fu in quell'epoca pure eletto a presidente della Società Filarmonico-drammatica di Fiume, la quale società era in allora, e fu sempre dipoi, vera facina di italianità. Saggiamente da lui diretta, la Società si ebbe uno slancio novello e, intensificata la propria attività, divenne il fulcro della vita cittadina. E fu bene a proposito.

Il governo ungherese invero, tanto largo e benevolo sino allora di appoggi alla cittadinanza fiumana, della quale riconosceva la schietta italianità, sicchè le accordava ogni più ampia autonomia, stava cambiando tattica; e con l'introduzione di norme nuove attentava all'integrità nazionale della terra di San Vito.

Le autorità locali di quel tempo, ligie ai sistemi del passato, sembravano voler lasciar correre.

Insorse allora Michele Maylender, e, facendosi interprete del sentimento comune, organizzò il partito autonomo, dandogli per compito e programma: la difesa della autonomia di Fiume: vale a dire la difesa della italianità di Fiume. E ingaggiò la lotta col governo centrale.


Lotta aspra e difficile invero. Nel 1897, avendo avuta il Partito Autonomo nelle elezioni amministrative la maggioranza, Michele Maylender veniva per la prima volta, ai 19 di febbraio, eletto podestà. Ma quando il governo centrale nel novembre dello stesso anno ebbe a introdurre in Fiume senza nè chiedere nè ottenere il voto consultivo del Consiglio Comunale leggi lesive degli antichi diritti municipali, in segno di protesta Michele Maylender dava le dimissioni dalla sua carica, seguito in ciò da tutto il Consiglio.

Procedutosi a nuove elezioni, il 10 gennaio 1898, Michele Maylender, che aveva capitanato il suo partito alla vittoria ed aveva visto stringersi intorno a sè fiduciosa l'intera cittadinanza, veniva di nuovo proclamato podestà. In cospetto allora del rappresentante del Governo Centrale, Michele Maylender, rifiutava di prestare giuramento, sino a tanto che le leggi abusivamente introdotte non fossero state tolte. Il 12 gennaio si procedeva a nuove elezioni e per la terza volta veniva eletto a podestà il Maylender, il quale, tra entusiastici applausi di popolo, rifiutava il giuramento. Fiera e nobile resistenza! Il Consiglio veniva di conseguenza sciolto. Ma le nuove elezioni ridavano più assoluta la vittoria al partito autonomo, che, nella seduta del 28 aprile di nuovo acclamava, per la quarta volta, il Maylender a sindaco. Altro rifiuto solenne di chinare il capo di fronte alla prepotenza straniera.


Il Governo centrale ricorse allora e invano a subdole manovre. Nella nuova seduta del 4 maggio 1898, per la quinta volta usciva vittorioso dalle urne il nome di Michele Maylender: superbo trionfo della coscienza cittadina, forte solamente del suo diritto di fronte all'armata tracotanza avversaria. Sciolto di nuovo e soppresso il Consiglio Comunale, la lotta continuò fuori.

Michele Maylender ne fu l'anima.

Egli creò allora il giornale «La Difesa» che, perseguitato dal Governo, veniva stampato clandestinamente e diffuso di nascosto.

Tre anni durò l'impari lotta. Ma la volontà cittadina trionfò e sceso il Governo a più miti consigli furono stipulati i concordali, pei quali, salvaguardandosi le prerogative autonome della città, si garantiva il pieno sviluppo del libero Comune italico.


Si fu allora che, indette dopo il lungo intervallo le elezioni, Michele Maylender veniva acclamato tra l'entusiasmo generale per la sesta volta podestà di Fiume, Tenne per quasi un anno la carica sino a che, sorte beghe e dissidi interni, preferi ritirarsi a vita privata, conscio che la sua missione, col trionfo delle libertà cittadine, era compiuta. Aveva combattuto pel trionfo d'una idea; le pure competizioni di parte non potevano trovarlo consenziente.

Visse per lunghi anni, più precisamente sino a tutto il 1910, ritirato completamente dalla vita pubblica, dedito unicamente ai suoi studi letterari ed alle cure della sua professione: ma pronto però sempre ad intervenire in difesa dei diritti municipali e ad interporre una parola di consiglio, oppure la sua valida autorità qualora le contingenze lo richiedessero.

Si ripresentò nell'agone politico, chiamatovi dalle insistenze dei suoi fedeli, nel 1910. Era allora la città più che mai stanca degli interni dissidi che la affliggevano. Michele Maylender volle, cessate le aspre rivalità, fossero volti gli sforsi comuni unicamente al risorgimento morale ed economico della città. E, sempre fedele alla linea di condotta tenuta, propugnò un programma di intesa col Governo Centrale, nel senso che, riconosciuti e confermati i diritti di libero comune italico, venissero d'altro canto concordati e concessi alla città quei benefici economici ch'erano necessari al suo rifiorire. La sua parola fu allora ascoltata. Eletto, l'8 giugno 1910, a grande maggioranza deputato al Parlamento, si dava tutt'uomo a realizzare il vasto programma disegnato, riuscendo ben presto ad ottenere, in favore della città nativa, provvedimenti e concessioni numerose. Nell'assemblea parlamentare il suo valore fu ben presto apprezzato, sicchè venne eletto membro di varie deputazioni. Egli prese ripetute volte la parola nell'assemblea in merito alla introduzione a Fiume di nuove leggi, sostenendo a viso aperto la difesa della lingua italiana, come unica lingua ufficiosa. Inteso così ogni suo sforzo al compimento del mandato assuntosi, non curò nè punto nè poco gli attacchi personali, e un'aspra campagna denigratoria di cui fu oggetto da parte di una fazione cittadina. Ma, tutto dedito al suo compito, resistette e non curò neanche la di già malferma salute. La morte lo colse improvvisa, nell'atrio del Parlamento ungarico, mentre appunto si recava a sostenervi i diritti della sua città natale. Fu il 9 febbraio 1911. Aveva 48 anni.

Dinanzi alla sua bara tutti gli odi tacquero; e Fiume intera si commosse e, compresa del sacrificio del suo figlio migliore, caduto sul posto del combattimento con fisi gli occhi alla meta agognata pel bene della patria, si chinò riverente al passaggio della sua salma, tributandogli imponenti onoranze funebri.


L'opera letteraria di Michele Maylender.


Di Michele Maylender, oltre alla tenace e patriottica opera politica che le future generazioni e la storia imparziale sono ormai chiamate a giudicare, resta l'opera letteraria. Non molto si può dire dei suoi scritti minori che, per la frammentarietà con cui videro la luce, perdono forse oggi della loro importanza. Non possono tuttavia non venire ricordate pel loro valore le seguenti monografie storiche di varia mole: 

Galera Pontificia catturata a Fiume nel 1843;

Ser Nicolò Drappieri ambasciatore d'Ancona al Capitano di Fiume. In «Difesa» del 1898.

Il brigantaggio nelle adiacenze di Fiume intorno al 1762. In «Difesa» del 1900.

Frammento di racconti (1509). In Difesa del 1898.

Pagine Fiumane. In « Difesa » del 1899.

Del Vescovado di Fiume. In « Difesa » del 1900. E le seguenti monografie di indole letteraria:

Di Paolo Bagollardi da Fiume, medico e filosofo del secolo XV. In « Difesa » del 23 ottobre 1898.

Sull'Accademia flumana. In « Difesa » del 1899.

Di Faunio Funarlo pastore Emonio (Antonio Franul di Veisenthurm da Fiume).

In Difesa del 1900. Ma l'opera sun precipua e di utilità generale per gli studiosi ci è data dai cinque grandi volumi nei quali raccolse, con diligente studio e grande amore, quante più notizie gli fu dato di rinvenire sulle Accademie italiane, florite in Italia ed all'estero.

Come sorse nella sua mente l'idea di tale lavoro? Nella sua qualità di presi- dente della Società Filarmonico-Drammatica egli ebbe invero agio di constatare l'utilità materiale e morale di queste società o accademie, come un tempo si chiamavano, e l'importanza dello influsso da esse esercitato sulla vita cittadina. Si fa allora che disegnò di tenere, in una solennità del sodalizio, una conferenza, col proposito di far rilevare l'importante funzione sociale che a società del genere è  affidata. La vastità però della materia lo sgomentò e, abbandonato il primo progetto, procedette invece alla compilazione d'una monografia dal titolo: «Le Società Filarmonico-Drammatiche come mezzo di educazione morale e intellettuale» (Fiume 1893), che poi lasciò a mezzo e ripudiò. Infatti lo studio più profondo dell'argomento l'aveva fatto risalire alla origine degli istituti dei quali andava dimostrando l'importanza: e si trovò a trattare Delle Accademie e della loro funzione. Era il tema che un riminese, il Garufti, aveva tentato nel secolo XVIII. Molte le difficoltà da superarsi, dovute sopratutto alla scarsezza dei dati sulasi stenti, ed alla frammentarietà delle storie delle Accademie sino ad oggi compilate.

L'amore ingenito per la letteratura italiana fece si che egli ben presto prendesse vivo interesse all'argomento e formasse il pensiero di scrivere «La storia delle Accademie d'Italia».

Sono in proposito importanti alcuni brani di un suo lavoro informativo, rimasto dipoi incompleto, e pubblicato negli anni 1899-1900 sul giornale « La Difesa » Giova riportarli qui testualmente a mostrare come maturasse il proposito.


Egli scrive: Difesa Anno 1, (N° 21, Mercoledì 22 Agosto 1900)


"...Una storia universale o generale delle Accademie d'Italia non è stata finora nè scritta nè - a quanto mi consta - nessuno è dietro a compilaria. Il motivo di questa lacuna nella storia particolare della letteratura italiana io l'attribuisco anzitutto alla poco buona fama che la istituzione accademica godeva nell'ultimo. periodo della sua esistenza ed alla poca importanza che all'Accademia concedono gli scrittori e gli eruditi. Dal lato oggettivo poi. la circostanza che a nessuno venne in mente di tessere la storia delle Accademie io la spiego appunto colle difficolta gravi, e col dispendio congiunto coll'acquisto del materiale e colle ricerche.

Come tutte le manifestazioni dell'umana attività, come tutte le istituzioni, anche l'Accademia ebbe il suo periodo di fanciullezza, di sviluppo e fiorimento e di decadenza. Gli scrittori moderni avranno probabilmente avvisato l'Accademia dal lato del suo prostramento e degenerazione alla fine del secolo XVIII: 

«io invece ne ho abbracciata l'esistenza intera, l'ho veduta nascere, prosperare ed intisichire e ne ritrassi quindi una impressione ben differente da quella sfavorevole che generalmente prevale e che io mi propongo naturalmente giusta mia possa di distruggere rivendicando a favore dell'Accademia il posto importantissimo che le spetta quale veicolo di cultura»

E ancora e più chiaramente e con simpatici accenni alla sua fatica, in «Difesa»: Anno III, N 28 ottobre 1900, dopo enumerate e criticate le fonti esistenti, lo scritto del Maylender continua:

...È questo tutto il materiale di cui può disporre chi volesse tessere una storia delle private Accademie. E questo tutto fu ed è appunto così poca cosa da scoraggiare dall'un canto coloro che intendessero di colmare questa lacuna della storia della letteratura italiana, e da stimolare d'altra parte i cultori delle lettere a completare ed estendere quello che altri hanno iniziato, tanto più in quanto che da sommi letterati e lettori fu lamentata in tempi andati la mancanza di un'opera che, con erudizione e ricchezza di notizie avvisasse l'istituzione delle private accademie dal punto di vista delle loro origini, sviluppo, attività ed influence nelle vicende generali della letteratura italiana. E qui trovo necessaria una premessa di cui avrei dovuto veramente valermi prima di iniziare la pubblicazione di questo modesto mio saggio sulle Accademie. Il giornale nel quale m'onoro di collaborare ha una missione politica. A Fiume, ed in generale nelle nostre regioni, politica cultura italiana corrono parallele non solo, ma il predominio della cultura italiana, la bellezza e ricchezza naturale della favella di Dante, la nobiltà del sentimento, del porgere, dell'agire, imponendosi a tutti, perfino agli avversari, contribuiscono. quasi di riflesso a far prevalere anche in politica se non per altro, per forza persuasiva del paragone — quell'elemento che segue questa nazionalità e cultura, che a loro difesa insorge, lavora, lotta."




Ercolano Salvi

Ercolano Salvi (Spalato, 1861 – Roma, 18 novembre 1920) è stato un politico e patriota italiano.


Dopo gli studi a Spalato, si laureò in legge all'Università di Graz. Tornato nella sua città natale, entrò in politica all'interno del Partito Autonomista e diviene uno dei più stretti collaboratori del capo storico dell'autonomismo dalmata filo-italiano, Antonio Bajamonti. Alla morte di questi (1891), appena trentenne gli succede alla guida della comunità italiana di Spalato e il 12 agosto 1891 viene eletto deputato alla Dieta provinciale della Dalmazia, come rappresentante della Camera di Commercio di Zara.


Nei resoconti della Dieta della Dalmazia resta testimonianza di decine di discorsi ed accesi dibattiti nei quali fu coinvolto Salvi, che difende l'autonomia della Dalmazia di fronte al Partito del Popolo croato, che invece ne richiede l'unificazione col Regno di Croazia e Slavonia all'interno dell'Impero Austroungarico. Tale contrapposizione in questi anni è più o meno marcata, a seconda della maggiore o minore intromissione delle autorità di Vienna nelle questioni interne alla regione e dell'armonia o meno dei rapporti fra croati e serbi. La cosa terminò definitivamente coll'inasprirsi delle tendenze unioniste dei dalmati croati e coll'intervento italiano in Libia nel 1911, che a seguito della sconfitta turca agì come detonatore per lo scatenamento delle guerre balcaniche e rinfocolò enormemente il nazionalismo dei popoli slavi della regione. Contestualmente il Partito autonomista - guidato da Roberto Ghiglianovich e da Salvi - passò ad una politica irredentistica, pur se esteriormente sempre fedele alla Corona d'Austria.


In questo periodo, Salvi svolge anche un'intensa attività giornalistica sui giornali filoautonomisti come Il Dalmata, L'Avvenire, La Difesa, impegnandosi anche nella Società Politica Dalmata e nella Pro Patria. Sciolta quest'ultima da un decreto asburgico del 1890, nel 1893 fonda il gruppo spalatino della Lega Nazionale, divenendone il presidente. Salvi rivendicherà in seguito una grossa parte del merito d'aver fatto aprire delle scuole italiane popolari (scuole elementari) della Lega Nazionale a Spalato, Sebenico, Ragusa, Curzola, Lesina e Veglia.


Nel 1915, all'entrata in guerra dell'Italia, Ercolano Salvi viene arrestato con l'accusa di alto tradimento. Viene internato prima a Dernis e poi a Tenin, poi incarcerato a Trento e infine confinato a Graz. Qui viene nuovamente incarcerato nel 1916, fino all'amnistia del 1917, concessa dall'imperatore Carlo nel 1917.


Tornato a Spalato, Salvi si trasferisce in Italia non appena terminato il conflitto per iniziare una frenetica attività propagandistica, soprattutto a favore dell'annessione della sua città al Regno d'Italia, non compresa nel Patto di Londra. Tiene discorsi nelle più importanti città del paese e contemporaneamente fa la spola fra Roma e Parigi, per seguire le trattative di pace rappresentandovi gli interessi dei dalmati italiani. Tra le altre iniziative, si fa promotore di una raccolta di firme, per chiedere l'annessione di Spalato all'Italia, raccogliendo oltre 8000 firme (su un totale di circa 18000 spalatini nel 1918). Nonostante che, stando all'ultimo censimento asburgico, gli italiani non risultavano arrivare, ormai neppure a 2000 unità a Spalato.


Richiamandosi simbolicamente agli antichi rapporti fra la Repubblica di Venezia e la Dalmazia, a gennaio del 1919 Salvi organizzò un importante convegno al Palazzo Ducale dell'antica capitale "per proclamarvi, in nome della tradizione storica di San Marco, il diritto di annessione della terra dalmata all'Italia". Invitato ad intervenire, Gabriele D'Annunzio invia quella Lettera ai Dalmati (indirizzata a Salvi e al traurino Giovanni Lubin e datata 14 gennaio 1919) con la quale diede inizio alla sua politica interventista che sfociò clamorosamente nell'impresa di Fiume.


Avuta notizia del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 - con i quali l'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni si erano accordati sulla questione dei confini comuni e che escludeva l'annessione della Dalmazia all'Italia (ad esclusione di Zara e delle isole di Làgosta e Cazza) - Salvi e Ghiglianovich redigono un comunicato di protesta (13 novembre 1920), nel quale si condanna recisamente il governo di Roma.


Nei giorni immediatamente seguenti, Salvi ripete ancora pubblicamente la sua riprovazione, con infiammanti discorsi.


La sera del 16 novembre, al termine di un'ennesima perorazione, viene colto da un attacco cardiaco: muore due giorni dopo, poche ore dopo esser venuto a conoscenza della sua nomina a Senatore del Regno (15 novembre).

A Roma, Napoli e Trieste sono dedicate vie in suo onore.

Famiglie: Smirich

Giovanni Smirich (Zara, 16 marzo 1842 – 24 gennaio 1929) è stato un archeologo e pittore italiano.

Figlio di Antonio Smirich, Consigliere Imperiale, Commendatore del Regno d'italia, Socio Fondatore della Società Dalmata di Storia Patria (1926).

Curatore del primo museo archeologico della città di Zara presso la chiesa di San Donato.

Artista figurativo, nel 1901 costruì con l'aiuto di Sime Barich una Sfinge in stile Egizio nel giardino della sua villa a Zara, tutt'ora esistente.

Il figlio Antonio (nato nel 1877 dal matrimonio con la Contessa Attilia Spineda) figura tra i Volontari dell'Impresa di Fiume.

Opere

La collezione dei monumenti medioevali nel Museo di San Donato in Zara, Ephemeris Bihacensis, Zara 1894

San Pietro vecchio in Zara, Ephemeris Bihacensis, Zara 1894

Die Kirche San Pietro Vecchio in Zara, Mitteilungen der K.K. Central Kommission zur Erforschungen and Erhaltnung der Kunstermal, (Comunicazioni della I. R. Commissione Centrale per la ricerca e la conservazione dei monumenti d'arte), Vienna 1895

II Duomo di Zara, "la Rivista dalmatica", 2, 1901

Il Tempio di San Donato in Zara, Emporium, s.l.e., 1901

Edilizia, "Il Dalmata", Tip. Artale, Zara 1904

G. Smirich, G. de Bersa, Note on excavations at Zara-Iader (Relazione sugli scavi a Zara), Jahreshefte des Hosterreihischen Archaologischen Institute, s.l.s., 1908

Il restauro del Tempio monumentale di San Grisogono, "Il Dalmata", Tip. Artale, Zara 1911

G. Smirich, M. Abramich, G. de Bersa, Fiihrer durch das K.K. Staatmuseum in Zara (Guida all'I.R. Museo statale in Zara), s.n.s., Vienna 1912

G. Smirich, M. Abramich, G. de Bersa, Guida all'I.R. Museo di San Donato in Zara; s.n.s., Vienna 1913

Il quadro di G. Squarcina (L'abiura di Galileo) "Il Dalmata", Tip. Artale, Zara 1913

Il portale del Palazzo del Conte in Zara, s.n.t.

Le tre rose del Duomo di Zara, "Il Dalmata", Tip. Artale, Zara, s.d.

Il cortiletto del "Capitano Grando" in Zara, s.n.s., Zara 1920

Santa Maria (Domus Aurea), Prefettura, Zara 1924


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Antonio Smirich 

(Lesina di Dalmazia, 3 novembre 1815 – Zara, dopo il 1874) è stato un politico italiano.

Ha svolto la professione di professore di disegno alle Scuole Reali di Zara. Eletto deputato, nelle file del Partito Autonomista, della Dieta della Dalmazia dal 1861 al 1863, viene sostituito da Salghetti-Drioli. Padre di Giovanni Smirich, archeologo, conservatorista e pittore.

Francesco Rismondo

di Antonio e Luigia Paparella, nacque a Spalato in Dalmazia il 15 aprile 1885 e morì a Gorizia il 10 agosto 1915 in seguito a condanna di un tribunale militare austriaco.
Fu uno dei martiri dell’irredentismo ed il simbolo della passione italica delle genti dalmate. Figlio di un armatore, dopo aver compiuti gli studi medi all’Accademia di commercio di Graz, assunse la gestione dell’Agenzia di Spalato della Società di navigazione Dalmazia. Spirito vivace, sportivo e patriota, molto si adoperò per tener desta in Dalmazia la fiamma dell’italianità. Nei suoi viaggi in Italia egli sentiva rafforzarsi la speranza di vedere la sua Dalmazia, già strettamente legata alla Serenissima, accolta fra le braccia della più grande Patria. Nell’aprile 1915, trentenne, da Spalato si recò a Trieste e varcato il confine passò in Italia, qualche giorno prima della dichiarazione di guerra all’Austria. Il 16 giugno, vincendo tutte le resistenze delle autorità militari, si arruolò volontario nell’VIII battaglione bersaglieri ciclisti dell’8° reggimento, che già dal maggio era schierato sull’Isonzo contro la munitissima posizione austriaca di M. San Michele. Destinato ad un comando lontano dal fronte come interprete, in considerazione del grave pericolo di riconoscimento in caso di cattura da parte del nemico, rifiutò ogni privilegio e volle essere inviato in prima linea. Tornato fra i bersaglieri del battaglione, venuta l’ora dell’attacco, nella notte del 20 luglio, fu tra i primi a lanciarsi all’assalto e con fulmineo balzo ad irrompere nelle trincee conquistando alla baionetta la cima 4 del San Michele. Ma il giorno dopo, un contrattacco in forze del nemico impegnò i bersaglieri che resistettero con tenacia e bravura. Francesco Rismondo combatté con estremo vigore. Ferito ed esortato dai compagni ad allontanarsi, non volle abbandonare il campo della lotta. E dopo impari combattimento, stretto sempre più dalla morsa nemica, egli e i pochi superstiti caddero prigionieri in mano austriaca. Ma tanto sacrificio e quello degli eroici bersaglieri permise agli altri reparti di disimpegnarsi dal combattimento e di ripiegare ordinatamente. Francesco Rismondo, riconosciuto quale suddito austriaco, fu condannato al capestro per alto tradimento da un tribunale militare. La sentenza fu eseguita in Gorizia il 10 agosto 1915. Alla sua memoria venne conferita, con d. p. del 18 giugno 1952, la medaglia d’oro al v. m. con la seguente motivazione:

Volontario di guerra, irredento, animato dal più alto patriottismo, nelle aspre lotte sul Monte San Michele, combatteva accanitamente dando prova di mirabile slancio e d’indomito ardimento, finché cadeva gravemente ferito. Catturato, riconosciuto dal nemico, affrontava serenamente il patibolo confermando col martirio il suo sublime amore di Patria. Monte San Michele, 21 luglio 1915 Gorizia, 10 agosto 1915.

G. Carolei, G. Greganti, G. Modica, Le Medaglie d’oro al Valore Militare dal 1915 al 1916, (a cura di), in Gruppo Medaglie d’Oro al Valore Militare d’Italia, [Tipografia Regionale], Roma 1968, p. 70.

Società del Tiro al Bersaglio di Spalato

Si tratta della fotocartolina stampata in occasione del venticinquesimo anniversario della fondazione della Società del Tiro al Bersaglio di Spalato. 





La Società è stata fondata nel 1877, e quindi questa foto è del 1902. Chi sono queste persone e cos'era questa Società, che si richiamava ai bersaglieri italiani e portava anche un cappello piumato come i soldati del celebre corpo fondato nel 1836 dal re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia, su proposta dell'allora capitano del Reggimento Guardie Alessandro La Marmora? Sono gli ultimi epigoni di famiglie e tempi che non esistono praticamente più: gli italiani di Dalmazia. I primi sodalizi bersagliereschi furono costituiti da simpatizzanti. Gli italiani si riunirono in sodalizi culturali e sportivi con finalità essenzialmente patriottiche.
Lo scopo ufficiale delle associazioni di bersaglieri era il tiro al bersaglio, simile quindi a quello degli Schützen tirolesi. La prima Società nacque a Zara nel 1871 per opera del garibaldino Enrico Matcovich, ben prima quindi del primo sodalizio bersaglieresco nel Regno d’Italia, nato a Torino nel 1886. La seguirono le Società di Spalato, Borgo Erizzo di Zara, Salona e Neresi nell’isola di Brazza. Erano composte da Italiani che essendo sudditi austro-ungarici non potevano avere militato nel Regio Esercito ed erano quindi - come detto - dei simpatizzanti che si rifacevano ai bersaglieri, simbolo dell’Italia. L’Austria tollerò questi “Bersaglieri”, non potendo non tenere conto della Triplice Alleanza che la legava all’Italia oltre che alla Germania. Tollerò anche che i “Bersaglieri” indossassero uniformi simili a quelle del corpo italiano col cappello piumato, e che le loro fanfare usassero gli stessi strumenti e suonassero gli stessi motivi di quelle dei reggimenti italiani. Nel 1911 però un’ordinanza di polizia stabilì che il piumetto dovesse essere portato a sinistra (come già facevano i bersaglieri di Spalato che si vedono nella foto). I "Bersaglieri” di Zara ebbero un ruolo importantissimo nella vita cittadina. Erano riusciti, fra l’altro, a costruirsi una bella palazzina, la “Casa dei Bersaglieri”, dove ospitavano altri sodalizi patriottici. Vi si svolgevano attività che andavano da quelle sportive alle feste da ballo, alle conferenze. Al principio del secolo scorso avevano costituito anche un proprio gruppo femminile. Nel 1896 nacque la Società di Borgo Erizzo, sobborgo di origine albanese di Zara con circa 3000 abitanti. Anch’essa ospitava nella propria sede altri sodalizi patriottici e contava 120 soci. Tutte le predette Società avevano una propria fanfara. Poche sono invece le notizie delle Società di Salona e di Neresi. Nel 1912 la Società di Zara, nel quarantennale della sua nascita, realizzò un raduno su base regionale. Vi parteciparono, con altre associazioni, i Bersaglieri di Zara, di Spalato e di Borgo Erizzo con le proprie fanfare. Il patriottismo italiano delle Società dei Bersaglieri è ben descritto da un rapporto del 1917 della polizia austro-ungarica, che teneva tutto sotto stretta osservazione. Lo spalatino Francesco Rismondo faceva parte dello stesso associazionismo patriottico quale Presidente del Club ciclistico veloce di Spalato. Nel maggio del 1915 passò la frontiera e si arruolò nel Regio Esercito. In un articolo di una rivista inglese dell'epoca si racconta della visita a Zara di una squadra navale britannica con alcuni membri della famiglia reale. All’arrivo, una banda aveva salutato dal molo intonando l’inno nazionale britannico. Dopo di questo la fanfara dei “Bersaglieri”, a bordo del piroscafo Sebenico, ripeté l’inno nazionale inglese seguito da canzoni napoletane ed altri motivi. Particolare entusiasmo sollevò “Funiculì funiculà”, per la quale i marinai richiesero ripetutamente il bis.
La cartolina è stata spedita a marzo del 1904 alla "Stimatissima famiglia Radman" ad Almissa. Si tratta della famiglia cui appartennero Antonio e Giuseppe Radman, membri del Partito Autonomista filoitaliano ed eletti deputati della Dieta della Dalmazia negli anni Settanta dell'Ottocento. Liberamente leggibile in internet è un godibilissimo libretto intitolato "I nostri onorevoli", pubblicato dalla tipografia Battara di Zara (senza data, ma anni Settanta dell'Ottocento) nel quale si descrivono umoristicamente i personaggi che animavano la Dieta in quegli anni. In questo libro Antonio e Giuseppe Radman vengono definiti "autonomicissimi", cioè fortemente contrari all'unione della Dalmazia con la Croazia, come proponevano all'epoca i croati.