mercoledì 8 novembre 2023

Garibaldo (Garibaldi) Marussi

Garibaldo (Garibaldi) Marussi (Fiume, 5 settembre 1909 – Trieste, 3 agosto 1973) è stato uno scrittore, poeta, critico d'arte, letterato, traduttore, giornalista, storico dell'arte italiano.

Nato a Fiume il 5 settembre 1909, giornalista, scrittore, poeta, critico d'arte, storico dell'arte, letterato, traduttore, pseudonimo Carlo Delfino, era figlio di Giovanni Marussi (scultore, irredentista, "indomito fiumano" per Gabriele D'Annunzio, insegnante di scultura in seguito all'Accademia di Brera di Milano).


A ventisei anni fonda la rivista letteraria Termini (diretta poi da Giuseppe Gerini) a capo di una redazione composta da Umbro Apollonio, Giovanni Fletzer, Franco Vegliani e Franco Giovanelli, alla quale furono dovute le collaborazioni alla rivista quarnerina degli emiliani Lanfranco Caretti, Attilio Bertolucci e Giorgio Bassani. Termini, mensile letterario e d'arte, era nata proprio nella città della Provincia del Carnaro. Termini si presentava come un ponte fra la cultura italiana e le culture dell'Est europeo, da qui i numeri bilingui dedicati alle culture slave meridionali, ungheresi, romene e bulgare.


Marussi fu poi redattore letterario di Pattuglia e per anni collaboratore de La Fiera Letteraria, del Meridiano di Roma, de L'Italia Letteraria, di Pesci Rossi.


Dopo l'armistizio di Cassibile, cessata l'amministrazione italiana di Fiume, le autorità jugoslave stabilirono che i beni di proprietà della famiglia Marussi venissero sequestrati e confiscati e il fratello Gianni venne barbaramente ucciso dai titini.


Marussi lasciò Fiume, e la storia di questa fuga rocambolesca è fedelmente e lungamente descritta da Pier Antonio Quarantotti Gambini in Primavera a Trieste. Giunse poi a Milano, dove nel 1948 fondò e diresse l'Agenzia Mercurio.


Due anni dopo fondò la casa editrice edizioni d'arte Fiumara e la rivista mensile Bollettino La Spiga, premi, concorsi, mostre, manifestazioni culturali, che nel marzo 1950 divenne la nuova testata Le Arti, primo mensile d'arte del dopoguerra e unica fino a metà degli anni '60 Diretta fino alla morte nell'agosto del 1973 e insignita dal riconoscimento dell' U.N.E.S.C.O.


Ha diretto la collana d'arte degli Editori Perna e Confalonieri, che pubblicò monografie su Modigliani, Van Gogh, Rouault, Renoir e altri.


Ha collaborato a riviste straniere, alla RAI e alla TV (LE TRE ARTI). Varie le rubriche su quotidiani nazionali.


Nel 1960 gli venne conferito il premio per la critica d'arte della Biennale di Venezia.


Negli anni sessanta fu coeditore di Galleries des Artes a Parigi.


Tante le collaborazioni e traduzioni per Bompiani; titolare della rubrica d'arte per La nuova tribuna, Rotary e Famiglia Cristiana; collaborazioni a molte riviste straniere, a pubblicazioni italiane come: D'Ars; Il Cavallino; Il Piccolo; Amicizia; Curò anche, per la RAI, la trasmissione Le Tre Arti, di grande successo, in onda prima del telegiornale e alcune rubriche radiofoniche.


La pubblicazione di Le Arti fu diretta fino al 1976 dal figlio Gianni che ne ampliò i contributi interdisciplinari e le collaborazioni.

Dino Ciani

 UN GRANDE PIANISTA FIUMANO

Dino Ciani (Fiume, 16 giugno 1941 – Roma, 27 marzo 1974).


Nativo di Fiume, cresce e inizia i suoi studi musicali a Genova, dove la famiglia si rifugia esule alla fine della guerra e dove impara a suonare il pianoforte sotto la guida dapprima di Bianca Rodinis ed in seguito Martha Del Vecchio.


È un ragazzo precoce, dotato di una rara sensibilità e di memoria ferrea. Negli studi brucia le tappe: a quattordici anni si diploma come privatista al Conservatorio di Musica "Santa Cecilia" di Roma con il massimo dei voti e nello stesso anno tiene il suo primo concerto pubblico a Santa Margherita Ligure. Segue a Parigi e Siena i corsi di perfezionamento tenuti da Alfred Cortot, e tra il giovane studioso e l'ormai anziano artista si stabilisce un legame di reciproca ammirazione e di sincero affetto.


Nel 1961 Ciani vince a Budapest il secondo Premio al Concorso Liszt-Bartók, l'anno seguente registra per la casa genovese Dynamic le quattro Sonate di Carl Maria von Weber, cui seguiranno un'importante antologia di Bartòk e gli Studi di Chopin e più tardi le registrazioni con la Deutsche Grammophon: ancora Weber, Chopin, Bach e l'integrale dei Preludi di Debussy. Inizia così una brillante carriera concertistica internazionale[1], che vedrà Ciani impegnato in concerti memorabili (l'integrale delle Sonate di Beethoven a Torino, le ultime opere pianistiche di Fryderyk Chopin a Roma, l'integrale dei Notturni di Fryderyk Chopin al Piccolo di Milano, la collaborazione col baritono Claudio Desderi nei grandi cicli liederistici schubertiani), spesso accanto a direttori del livello di Gianandrea Gavazzeni, Claudio Abbado, Bruno Bartoletti e Riccardo Muti, con un repertorio eccezionalmente ampio e variegato per un pianista di trent'anni. Carlo Maria Giulini dirigerà il suo ultimo concerto a Chicago nel marzo 1974 (il Terzo di Beethoven) per pianoforte e orchestra.


Il 27 marzo 1974, a soli 32 anni, Dino Ciani muore nei pressi di Roma, coinvolto in un incidente stradale al chilometro 7 della Via Flaminia.


Dopo la sua morte viene intitolato a suo nome il Concorso Internazionale per Giovani Pianisti “Dino Ciani” - Teatro alla Scala e vengono pubblicate altre sue incisioni. Dal 2002 ad Angera sul Lago Maggiore ( Dino Ciani ha dimorato per alcuni anni in Ranco, paese confinante con Angera ) si tiene annualmente un concerto pianistico "Sulle Note dei Ricordi - omaggio a Dino Ciani" organizzato dall'Associazione Dino Ciani; i pianisti protagonisti sono i vincitori del "Premio Dino Ciani - Teatro alla Scala". Inoltre dal 2007 viene organizzato, da parte dell'Associazione Dino Ciani a Cortina d'Ampezzo (luogo in cui il pianista è sepolto), il Festival e Accademia "Dino Ciani", che ha visto impegnati, accanto a numerosi giovani talenti, pianisti di prestigio come Martha Argerich, Andrea Lucchesini e Krystian Zimerman, oltre che ensemble, interpreti e direttori di livello internazionale come il Cuarteto Casals, Mario Brunello e Claudio Desderi.

Athos Goidanich

Nacque a Fiume il 1° settembre 1905 da Giuseppe, capitano di lungo corso, e da Wanda Gregorutti. 

Compì i suoi studi a Fiume al liceo Dante Alighieri, dove un suo zio insegnava scienze naturali e dove iniziò a occuparsi di Coleotteri con raccolte e osservazioni sistematiche che dette alle stampe dal '24 in poi. Dal 1923 al 1924, fu legionario fiumano nelle milizie volontarie di Gabriele D'Annunzio. Nel 1924 si iscrisse all'Università di Bologna, ove si laureò nel 1927 in agraria con una tesi sulla entomofauna della canapa. Frequentò l'istituto di entomologia agraria diretto da G. Grandi, che lo guidò in una serie di importanti lavori e lo nominò aiuto, facendogli quindi conseguire la libera docenza. Nel 1936 fu chiamato all'Università di Torino come incaricato di entomologia agraria nella neocostituita facoltà di agraria e nella stessa sede nel 1940 venne nominato professore ordinario e incaricato anche dell'insegnamento di zoologia generale. Qui fondò e diresse l'istituto di entomologia agraria. In tale posizione restò fino al 1977, allorché cessò la sua attività scientifica.


Morì a Torino il 23 maggio 1987, assistito dalla moglie Renata Franceschi.


Goidanich uno tra i grandi esponenti della scienza entomologica italiana, ha lavorato sulla sistematica ed ecologia degli Insetti e soprattutto sulla loro importanza in agricoltura. Sempre integrando la scienza di base con quella applicata, elaborò un importante metodo di ricerca consistente nell'affrontare i maggiori problemi via via emergenti in ciascuna specie vegetale coltivata con lo studio delle singole biocenosi, in cui includeva i parassiti e gli iperparassiti.


Analizzò così il mondo entomologico gravitante sulla canapa, sul sorgo, sul susino, sul riso, sul melo. In particolare, riuscì a tracciare il quadro della biocenosi fogliare del sorgo zuccherino, pianta da alcool e da foraggio molto adatta al clima italiano, esposta a grave attacco da parte degli Afidi, dei quali rilevò, con uno studio che costituisce a tutt'oggi un prezioso modello, tutte le caratteristiche biologiche ed epidemiologiche.


Da un punto di vista sistematico fu un autorevole specialista nello studio di alcuni gruppi di Coleotteri, di cui si occupò particolarmente negli anni giovanili, e di Imenotteri parassiti, quali i Braconoidei. Il suo interesse, comunque, si allargò a tutti i gruppi, agli Ortotteri, agli Afidi, alle Cocciniglie, ai Ditteri. Fu uno dei primi sostenitori della necessità di limitare l'uso degli insetticidi, sull'azione dei quali condusse una ricerca che andava dalla calciocianamide, al paradiclorobenzolo fino ai recenti insetticidi di sintesi, suggerendo quindi di procedere più accortamente con metodi di lotta biologica e integrata.


Dedicando alle colture del riso il suo sistema di studio delle biocenosi, poté dimostrare che non gli Straziomidi, come altri autori ritenevano, ma una specie di Piralide era il parassita colpevole dei danni e che questo insetto nocivo poteva essere combattuto evitando con la carpicoltura l'uso degli insetticidi.


Fu anche un pioniere nelle indagini, condotte con la collaborazione del suo allievo C. Vidano, sui virus vegetali trasmessi da insetti.


A Torino, riuscì ad annettere all'istituto d'entomologia agraria da lui fondato due centri di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), il Centro di entomologia alpina e forestale e il Centro per lo studio dei virus vegetali. Da ambedue queste istituzioni raccolse e condensò una quantità d'informazioni inedite che furono poi alla base di un'accorta politica di gestione delle foreste.


Per dieci anni fu preside della facoltà di agraria di Torino e per sedici membro di comitati di consulenza del CNR. Socio fondatore dell'Accademia nazionale italiana di entomologia, ne fu anche presidente fino al 1977; per otto anni fu membro del comitato organizzativo permanente dei congressi internazionali d'entomologia. Fu membro di numerose accademie: l'Accademia delle scienze e l'Accademia di agricoltura di Torino, l'Accademia di scienze forestali di Firenze, l'Accademia dei Georgofili. Meritò la medaglia d'oro per i benemeriti della cultura e la Spiga d'oro.


Tra i suoi peculiari contributi alla storia dell'entomologia, sono importanti i due volumi Uomini, storia e insetti italiani nella scienza del passato. I precursori minori (in Redia, LVII-LVIII [1975]), ove in singole voci sono elencate e illustrate le vite di centinaia di entomologi del Settecento e dell'Ottocento, rimasti quasi sconosciuti perché in gran parte al di fuori dell'ambiente universitario e istituzionale. Collaborò all'Enciclopedia Italiana e all'Enciclopedia agraria italiana, per la quale stese le voci Entomologia e Insetti, che costituiscono da sole trattati basilari. Collaborò anche a numerosi quotidiani e giornali d'informazione agricola.


Opere: 

Ha lasciato oltre 200 lavori scientifici originali, quasi tutti di carattere entomologico. Tra i più importanti: I Coleotteri della Liburnia, VI, Phytophaga, in Fiume. Rivista della Società di studi fiumani, IV (1926), pp. 62-113 (in collab. con G. De Poli); Contributi alla conoscenza dell'entomofauna della Canapa, I, Prospetto generale, in Boll. del Laboratorio di entomologia del R. Istituto superiore agrario di Bologna, I (1928), pp. 37-64; Gli Insetti predatori e parassiti della Pyrausta nubilalis Hubn. (III contributo alla conoscenza dell'entomofauna della Canapa), ibid., IV (1931), pp. 77-218; Studio delle forme liburniche del genere Carabus (Coleoptera, Adephaga) e della loro distribuzione, ibid., V (1932), pp. 53-84; Materiali per lo studio degli Imenotteri Braconidi, I, ibid., VI (1933), pp. 35-50; V, ibid., IX (1937), pp. 196-205; Il deperimento primaverile del Sorgo zuccherino in Piemonte nei suoi rapporti con gli Insetti e in particolare con gli Afidi, ibid., X (1938), pp. 281-347; Sulle Phaneroptera dell'Italia settentrionale e sull'ovideposizione della Ph. quadripunctata Brunn (Orthoptera Phasgonuridae), ibid., XI (1940), pp. 95-111; I rapporti fitopatologici dei Coleotteri Scolitidi con gli altri parassiti delle piante legnose e con le condizioni di vegetazione di queste, ibid., XII (1941), pp. 127-252; "Oeciacus hirundinis" Jenyns versus Dryobatem: allotrophia aut allotopia? (Hemiptera Cimicidae), ibid., XVI (1947), pp. 1-22; Notizie ecologiche ed etologiche sul "Carabus olympiae" Sella (Coleoptera Carabidae), ibid., pp. 23-84; Premesse biologiche alla lotta precoce contro le Cavallette (Dociostaurus maroccanus Thunberg). Relazione di prove sperimentali con insetticidi per contatto, in Annali dell'Accademia di agricoltura di Torino, LXXXIX (1947), pp. 171-191; Materiali per lo studio degli Imenotteri Braconidi, VI, in Boll. dell'Istituto di entomologia dell'Università di Bologna, XVII (1948), pp. 83-92; La famiglia quale concetto biologico. Prolusione ufficiale all'anno accad. 1949-1950, in Annali dell'Accademia di agricoltura di Torino, XCII (1950), pp. 1-11; La cecidoforia: fenomeno etologico nuovo, in Atti dell'Accad. delle scienze di Torino, LXXXV (1951), pp. 312-316; Sopra un fenomeno biologico finora sconosciuto, la cecidoforia o trasporto della propria galla (Lep. Coleophoridae), in Mem. della Soc. entomologia italiana, XXXV (1956), pp. 247-264; Per lo sviluppo della ricerca sperimentale. Gli entomologi italiani riuniti per la prima volta a Bologna, in Giorn. di agricoltura, LXVII (1957), 9, p. 159; Le migrazioni coatte mirmecogene dello Stomaphis quercus Linnaeus. Afide olociclico monoico omotopo (Hemiptera Aphidoidea Lachnidae), in Boll. dell'Ist. di entomologia dell'Università di Bologna, XXIII (1958), pp. 93-132; Specializzazione ecologica e nomenclatura delle Carulaspis del Viscum e delle Cupressaceae (Hemiptera Coccoidea Diaspididae), ibid., XXIV (1960), pp. 1-38; Sulla variabilità ontogenetica nella serie femminile di alcuni Margarodini (Homoptera Coccoidea Margarodidae), in Atti della Accad. delle scienze di Torino, XCVII (1963), pp. 223-257; Sulla nidificazione pedotrofica di alcune specie di Onthophagus europei e sulla microflora aerobica dell'apparato digerente della larva di Onthophagus taurus Schreber (Coleoptera Scarabaeidae), in Annali della Facoltà di scienze agrarie dell'Univ. di Torino, II (1964), pp. 213-378 (in collab. con C.E. Malan); Sviluppo postembrionale dei due sessi del Neomargarodes europaeus Goidanich 1969 (Hemiptera Coccoidea). Terzo contributo, in Boll. dell'Ist. di entomologia dell'Università di Bologna, XXXI (1977), pp. 269-323.


Fonti e Bibl.: B. Baccetti, In memoria di A. G. (1905-1987), in Atti dell'Accademia delle scienze di Torino, CXXII (1988), pp. 23-52; M. Martelli, Commemorazione di A. G., in Atti della Accademia naz. italiana di entomologia. Rendiconti, XXXVIII (1989), pp. 1-23.; C. Vidano, In memoria di A. G., in Annali della Facoltà di scienze agrarie dell'Università di Torino, XV (1989), pp. 359-370.

Andrea Ossoinack

Alla fine del primo conflitto mondiale spicca la figura del deputato di Fiume presso il Parlamento ungherese: Andrea Ossoinack. Rivendicava per la città di Fiume, da lui rappresentata in quel consesso, il “Principio di nazionalità” noto anche come il “Principio di autodeterminazione dei popoli” di fatto la piattaforma comune su cui si erano costituite le democrazie europee. 

Nel lontano 18 ottobre 1918, in veste di deputato di Fiume, rivendicandone l’italianità, al parlamento di Budapest affermò: 

"Si vuole sacrificare Fiume alla Regno dei Serbi Croati e Sloveni. Di fronte a queste tendenze ritengo mio dovere di protestare qui, in questa eccelsa camera contro chiunque volesse dare Fiume in mano ai Croati! Perché Fiume non soltanto non fu mai croata ma anzi, al contrario, fu italiana nel passato e italiana deve rimanere anche in avvenire!” 

Così concluse: 

"Avendo l’Austria-Ungheria, nelle proposte di pace, fatti suoi dei principii del diritto di autodecisione dei popoli proclamato da Wilson, così Fiume rivendica quale CORPUS SEPARATUM questo medesimo diritto per sé e in conformità pretende in piena misura di esercitare senza nessuna limitazione il diritto di autodecisione dei popoli (protocolli del parlamento ungherese n° 3 e 4 del 18/19-10-1918)".

L on. Ossoinack commentando quel momento, a distanza di anni, confessò che era perfettamente cosciente che da solo osava sfidare l’orgoglio degli Ungheresi in pieno Parlamento, rischiando di finire ben presto impiccato. 

Il 30 ottobre 1918, si costituì “Il Consiglio Nazionale Italiano” per reclamare l’annessione di Fiume all’Italia, in contrapposizione al “Consiglio Nazionale Croato” che ne chiedeva l’annessione al regno dei Serbi, Croati e Sloveni. La popolazione fiumana, prima fra le popolazioni sottoposte al dominio austro-ungarico, dopo la dichiarazione dell’on. Ossoinack sull’italianità di Fiume si ribellava, contribuendo in qualche misura, allo sgretolamento della già vacillante monarchia asburgica.




Alla fine della seconda guerra mondiale Andrea Ossoinack si appellò ai ministri della Repubblica Italiana, denunciando la politica rinunciataria di Degasperi (come lui sosteneva fosse il nome originario di De Gasperi) delle terre Giuliane e di tutto l’Adriatico, enumerando in vari capitoli, le questioni irrisolte a partire dalla situazione giuridica, i beni confiscati, i beni nazionalizzati, beni nella libera disponibilità, ruberie. A conclusione della denuncia Ossoinack mette in evidenza che a fronte della massa dei beni incamerati dalla Jugoslavia ritenuti indennizzabili in circa 130 miliardi in valuta del 1954, si era giunti ad un indennizzo globale ammontante a 45 miliardi in valuta corrente (novembre 1957). 

Ossoinack continuò ad essere sempre vicino ed attento alle esigenze della “sua” popolazione Fiumana. Dopo aver lasciato la politica si dedicò all’attività di industriale, decise di trasferirsi a Venezia dove fu attivo tra gli esuli giuliani: punto di riferimento imprescindibile per tutti i suoi concittadini. In seguito si trasferì a Merano dove si spense nel 1965 all’età di 89 anni.

Atto d'accusa del deputato di Fiume Andrea Ossoinack

Atto d’accusa del deputato di Fiume Andrea Ossoinack contro quanti hanno tradito la millenaria italianità adriatica e hanno venduto agli slavi Fiume, Pola, l'Istria, Zara e la Dalmazia negando ai cittadini ivi nati il plebiscito.





"Se l'Italia e gli italiani non sapranno scrollarsi di dosso simili Governi così insensibili all’amor patrio, vorrà dire che la Nazione si merita la sorte che subisce. E d’altra parte è anche vero che quanto più grande sarà l’umiliazione della Nazione, tanto più forte sarà, un giorno, la sua reazione. Questa è la nostra speranza!"







Inno delle bersagliere dalmate

O BERSAGLIERE, PORTAMI VIA!


Questa mattina 

mi son svegliata

O bella ciao, bella ciao,

bella ciao, ciao, ciao!


Ed ho trovato la mia Dalmazia

con il crucco invasor!


Il bersagliere, portami via,

O bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao...!

O bersagliere, portami via!


O bella ciao...!


Inno dei reparti femminili delle bersagliere dalmate,

1899.



Estratto dal libro "Trieste e Venezia Giulia 1943-1954"

”Trieste ha sempre simboleggiato per gli italiani, fin dai tempi dell’irredentismo che precedettero la guerra 1915 – 18, tutto il territorio, ad oriente dei nostri vecchi confini, comprendente le terre che dalla valle dell’Isonzo vanno fino alle cime di Monte Nevoso. 

Il grido di «Trieste! Trieste!», che il popolo italiano in questo ultimo cinquantennio ha avuto occasione di urlare da tutte le piazze della Penisola, ha sempre avuto il significato di una invocazione per un ritorno in seno alla comunità italica, oltre che della città di San Giusto, di Capodistria, di Parenzo, di Pola, di Fiume e, anche, di Zara, di Spalato e di Traù, Perché Trieste, Istria, Fiume e Dalmazia costituiscono un tutto inscindibile, un legame indissolubile, basati sulla secolare italianità della terra e della razza. Purtroppo quel blocco granitico costituitosi ad oriente del mare Adriatico, con i sacrifici e per la volontà delle generazioni che ci hanno preceduto, è stato spezzato: sulle rovine di una sconfitta dolorosa hanno giocato, ai nostri danni, lo sciovinismo dei nostri vicini – non certo amici – e la politica rinunciataria che ha guidato l’Italia nei primi anni del dopoguerra. Trieste è rimasta all’Italia, scarnificata, senza un metro di retroterra, e ogni giorno che passa rivela sempre più l’assurdità di un trattato che non può che essere definito mostruoso.“

cm. 30,5 x 21,5, pp. 658, copertina rigida, timbro di biblioteca estinta.