venerdì 24 novembre 2023

Giorgio Domenico Piccoli

Giorgio Domenico Piccoli (Rovigno, 6 luglio 1840 – Capodistria, 20 luglio 1924) è stato un patriota e politico italiano.

Inizia la sua vita politica a Rovigno, suo comune di nascita, dove è consigliere comunale e sindaco facente funzioni durante un periodo di impedimento del titolare. Si trasferisce a Trieste nel 1875; nel capoluogo giuliano si dedica alla professione notarile, viene eletto al consiglio comunale e rappresenta più volte la Giunta municipale alla Dieta provinciale. Fervente irredentista, fu il primo presidente della Lega nazionale, costituita allo scopo "di promuovere l'amore e lo studio della lingua italiana e soprattutto l'istituzione e il mantenimento di scuole italiane entro i confini dell'impero, in luoghi di popolazione mista, specialmente sul confine linguistico". All'impegno politico abbina la carriera di docente di diritto commerciale alla Scuola superiore di commercio, dove rimane per 35 anni cumulando per un lungo periodo la carica di preside, e l'attività giornalistica dalle colonne della Gazzetta dei tribunali. Allo scoppio della prima guerra mondiale, rifiutatosi di parteggiare per l'Austria contro l'Italia, viene dimissionato da tutte le cariche, in cui è reintegrato alla cessazione delle ostilità. Nel 1920 viene nominato senatore a vita per i suoi meriti patriottici.

Francesco Usper

Francesco Usper, (il vero cognome è Spongia o Sponga) (Rovigno, 1º novembre 1561 – Venezia, 24 febbraio 1641), è stato un organista e compositore italiano.

Di origini istriane, si stabilì a Venezia prima del 1586 dove entra a far parte della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista. Ha trascorso la maggior parte della sua vita come organista, cappellano e responsabile della chiesa adiacente di San Salvador. Allievo di Andrea Gabrieli divenne un compositore abbastanza piuttosto conosciuto, collaborando alla scrittura di una Messa da Requiem (oggi perduta) con Giovanni Battista Grillo e Claudio Monteverdi per il Granduca Cosimo II de' Medici, e ha lavorato come organista presso la basilica di San Marco tra il 1622 e il 1623.

Anche se la sua musica tendeva verso il conservatorismo, egli mostra grande capacità di gestire con sensibilità di abilità gli stili strumentali appena emergenti nei primi anni del XVII secolo.

Attilio Micheluzzi

Attilio Micheluzzi, noto anche con lo pseudonimo di Igor Arzbajeff (Umago d'Istria, 11 agosto 1930 – Napoli, 20 settembre 1990), è stato un fumettista italiano riconosciuto maestro e importante esponente della storia del fumetto italiano.

Nonostante abbia esordito in tarda età, nell'arco di vent'anni diede vita a numerose storie a fumetti come Siberia, Titanic, Roy Mann, Petra Chérie, pubblicate su note riviste del fumetto d'autore italiane come Corriere dei ragazzi, Orient Express, Comic Art, L'Eternauta e nella collana Un uomo un'avventura.

Nacque in Istria quando era ancora territorio italiano, dove il padre era comandante della Regia Aeronautica; nel secondo dopoguerra, dopo la firma dei Trattato di Parigi che assegnò parte dei territori italiani alla Jugoslavia, la sua famiglia si trasferì a Napoli; qui si laureò in architettura nel 1961 e per lavoro si trasferì in Africa visitando Senegal, Nigeria, Costa d’Avorio, Marocco e Libia dove, nel 1969, poco prima di assumere l'incarico di architetto della casa reale, fece ritorno in Italia a seguito del colpo di Stato che portò Gheddafi al potere.

In Italia, nel 1972, a 42 anni, esordi sul Corriere dei Ragazzi con lo pseudonimo di Igor Artz Bajeff, che usò per breve tempo. La prima storia pubblicata è un episodio della serie scritta da Mino Milani: Dal nostro inviato nel tempo. Proseguì poi disegnando storie a fumetti di vario genere anche per altre testate, in alcuni casi scrivendone anche le sceneggiature. La prima serie da lui ideata è 1974, Johnny Focus, e venne pubblicata sul Corriere dei Ragazzi; la serie venne realizzata fino al 1976 e conta una ventina di storie; successivamente verrà ripresa e pubblicata su un'altra rivista, Orient Express. Poi iniziò nel 1976 a collaborare con Il Giornalino, prendendo il posto di Ruggero Giovannini come disegnatore della serie Capitan Erik, scritta da Claudio Nizzi, che verrà proseguita fino al 1982. Sempre per Il Giornalino disegna numerose storie libere anche di genere biografico nonché illustrazioni per le varie rubriche della rivista. Crea una nuova serie nel 1977, Petra Chérie, che venne pubblicato su alter alter e della quale verrà realizzato anche un portfolio (Petra Cherie's True Story); la serie verrà realizzata alternandola a quella di Capitan Erik e a storie auto-conclusive di vario genere; nello stesso periodo collabora con la rivista Skorpio della Eura Editoriale disegnando la serie Simon Flash pubblicata nel 1977 e con la rivista SuperGulp! della Mondadori dove pubblica nel 1978 la serie Parallelo 5. Realizza poi per le Edizioni Cepim due volumi della collana Un uomo un'avventura, L'uomo del Tanganyka nel 1978 e L'uomo del Khyber nel 1980; entrambe vennero poi ripubblicate nella collana I grandi del fumetto.

Sulla rivista alter alter pubblica nel 1980 la serie Marcel Labrume, seguito nel 1982 da nuovi episodi della serie Petra Chérie. Contemporaneamente continua a collaborare con Il Giornalino che pubblica riduzioni di classici della letteratura e biografie di personaggi storici e, sul Messaggero dei Ragazzi, pubblica una biografia di Anna Frank. Su una nuova rivista specializzata in fumetti d'autore, Orient Express, riprende la pubblicazione della serie di Johnny Focus e, su Più, ne fa esordire una nuova, Molly Manderling, realizzata in collaborazione con Mino Milani. In questi anni inizia a collaborare anche con L'Eternauta, rivista sulla quale pubblica la serie Rosso Stenton, che verrà poi ripubblicata in volume. Nel 1983 su Orient Express pubblica la serie Air Mail che proseguì poi sulle riviste Giungla della Nerbini e su L'Eternauta. Lo stesso anno pubblica Jesus Detective San sulla rivista Full della Bonelli.

Su Corto Maltese pubblica nel 1986 Bab-el-Mandeb e il primo episodio della serie biografica su Mermoz, serie che verrà completata soltanto successivamente in un volume edito da Rizzoli Lizard; nel 1988 pubblica Siberia e, scritta da Federico Povoleri, Il triangolo maledetto.

Inizia nel 1987 a collaborare con la rivista Comic Art sulla quale pubblica il primo episodio di Roy Mann, scritto da Tiziano Sclavi, che avrebbe anche dovuto essere l'unico ma poi ne vennero realizzate altre due, l'ultima delle quali pubblicata postuma nel 1991, successivamente raccolte in un volume; segue Titanic nel 1988, sul viaggio inaugurale del transatlantico che aveva già narrato sul Corriere dei Ragazzi nella serie Dal nostro inviato nel tempo Mino Milani nel 1972 con la storia La tragedia del Titanic; segue l'episodio Articolo 7 della serie I diritti umani e Afghanistan, che verrà pubblicata postuma e incompleta nel 1991.

Nel 1989 torna a collaborare con Sclavi pubblicando Gli orrori di Altroquando nel secondo numero della serie Dylan Dog Special della Sergio Bonelli Editore; nello stesso periodo pubblica anche alcune storie brevi su Splatter della ACME e su Horror della Comic Art e, su L'Eternauta, pubblica dal 1990 la serie Corsaro, scritta da Luigi Mignacco.

Morì il 20 settembre 1990 a Napoli.


Riconoscimenti

Premio Yellow Kid nel 1980 al Salone Internazionale dei Comics di Lucca.

Prix Alfred al Festival international de la bande dessinée d'Angoulême nel 1984 con l'albo À la recherche du temps perdu "così come me l'ha raccontata" della serie Marcel Labrume.

Nettuno di Bronzo 1980 e 1981.

Premio Micheluzzi, premio assegnato annualmente durante Napoli Comicon.

Beato Giuliano da Valle d'Istria

Giuliano Cesarello, conosciuto come Beato Giuliano da Valle (Valle d'Istria, ... – Valle d'Istria, 1343 o 1349), è stato un religioso italiano.

Una tradizione plurisecolare ha tramandato la storia del beato Giuliano da Valle. Sarebbe nato dalla nobile famiglia dei Cesarèl (Cesarello) a Castello di Valle (Castrum Vallis) — oggi Valle d'Istria verso la fine del XIII secolo.

Accolto adolescente nell'Ordine dei frati minori, andò a risiedere presso il vicino convento di San Michele Arcangelo, ove trascorse l'intera vita in meditazione e al servizio dei poveri. La sua storia personale venne in qualche modo messa in relazione con quella di san Francesco d'Assisi, provenendo entrambi da famiglie agiate.

Morto nel 1343 o nel 1349, venne sepolto nello stesso convento di San Michele Arcangelo, venendo subito venerato come santo.

Il suo sepolcro divenne meta di pellegrinaggi, tanto che nel 1564 gli abitanti di Parenzo cercarono di trafugarne il corpo. Secondo la tradizione, dopo qualche chilometro l'arca che conteneva le reliquie di Giuliano divenne talmente pesante da non potersi più muovere: solo gli abitanti di Valle riuscirono a sollevarla, riportandola nella propria chiesa fra feste e canti.

Giuliano era stato prescelto come patrono di Valle fin dal 1477, festeggiato sia civilmente che religiosamente. Il 26 febbraio 1793 Pio VI concesse l'indulgenza plenaria in occasione della sua festa patronale. A Valle nacque una confraternita a suo nome, e una delle campane del campanile gli venne intitolata.

Il 23 febbraio 1910 Pio X ne confermò il culto: fu quindi il primo santo istriano ad essere elevato agli onori degli altari in epoca moderna. La sua ricorrenza venne fissata al 1º maggio, ma nel Martirologio Francescano è ricordato il 4 novembre, con le parole Vallis in Istria B. Juliani confessoris vita et sanctitate celebris (a Valle in Istria, festa del beato Giuliano confessore, celebre per santità di vita).

Il suo corpo è stato conservato dalla morte fino al 1597 nel convento di San Michele, poi — in seguito all'abbandono dello stesso convento — nella chiesa collegiata di Valle, dove fin dal 1592 era stato eretto un altare a suo nome. La chiesa di Valle oggi è intitolata alla Visitazione di Maria Vergine, ma un tempo aveva il titolo di Santa Maria Elisabetta e Beato Giuliano. I vallesi festeggiano il beato Giuliano tre volte: oltre alla ricorrenza ufficiale del 1º maggio, ricordano il 4 luglio (trasferimento del corpo dal convento di San Michele) e il 29 settembre (consacrazione dell'altare del beato Giuliano).

Fabio Filzi

Fabio Filzi (Pisino, 20 novembre 1884 – Trento, 12 luglio 1916) è stato un patriota irredentista italiano.

Secondo dei quattro figli maschi di Giovanni Battista e Amelia Ivancich. Il padre era originario di Borgo Sacco, presso Rovereto, ma lavorava come insegnante di filologia classica nei licei di Pisino e Capodistria. Nel 1892 ottenne la cattedra al liceo-ginnasio di Rovereto e tornò in Trentino, portando con sé la famiglia. Filzi, di conseguenza, cominciò gli studi liceali a Capodistria e li terminò brillantemente a Rovereto nel 1902. Entrò in contatto con gli ambienti irredentisti trentini nel 1901-1903.

Nel 1904, all'inaugurazione della facoltà italiana di giurisprudenza dell'università di Innsbruck, si erano verificati degli scontri fomentati dai tedeschi che avevano provocato un morto, vari feriti e numerosi arresti fra gli italiani, fra cui Cesare Battisti; in seguito a questi avvenimenti, Filzi fu a capo del movimento di protesta roveretano. Nello stesso anno fu chiamato ad assolvere il servizio di leva, venendo inquadrato nel 4º reggimento cacciatori di Salisburgo. Nel novembre finì sotto inchiesta con l'accusa di aver favorito la diserzione di un commilitone italiano; fu assolto, ma al momento del congedo venne bollato come "politicamente sospetto". Negli anni successivi venne richiamato tre volte, come da prassi, per lo svolgimento di esercitazioni militari e in una di queste occasioni sfidò a duello un ufficiale che aveva pronunciato ingiurie contro l'Italia; solo l'intervento del comandante scongiurò lo scontro.

Nel 1905, alla presenza di alcuni ginnasti trevigiani in visita a Rovereto, recitò un violento discorso contro l'impero austro-ungarico e promise il suo impegno per la causa degli italiani nelle terre irredente. Nel frattempo attendeva agli studi universitari, iscrivendosi contemporaneamente a Graz alla facoltà di giurisprudenza e a Trieste presso la scuola commerciale "Revoltella". Nella città giuliana prese parte attiva alla Lega nazionale, alla Società degli studenti trentini e alla Giovine Trieste.

Nel novembre 1906 si recò con il fratello Ezio a Graz per unirsi agli studenti italiani che, chiedendo maggiori concessioni in ambito scolastico al governo, avevano bloccato le attività universitarie. Entrambi rimasero feriti durante gli scontri con elementi di etnia tedesca. Dopo la laurea in giurisprudenza presso l'università di Graz nel 1910, tornò dapprima a Trieste e poi a Rovereto, dove si dedicò alla professione di avvocato presso lo studio legale di Antonio Piscel.

Disertò l'esercito austro-ungarico per combattere, come volontario per l'Italia, nella prima guerra mondiale. Il 10 luglio 1916 il Battaglione Vicenza, formato dalle Compagnie 59ª, 60ª, 61ª e da una Compagnia di marcia comandata dal tenente Cesare Battisti, di cui il sottotenente Filzi era subalterno, ricevette l'ordine di occupare il Monte Corno (m. 1765) sulla destra del Leno in Vallarsa.

Venne fatto prigioniero assieme a Cesare Battisti lo stesso 10 luglio 1916 e riconosciuto subito dopo il suo superiore. Quasi certamente gli austriaci erano informati da alcuni giorni della presenza nella zona di Battisti, ma non di quella di Filzi. Nell'episodio venne coinvolto l'alfiere trentino Bruno Franceschini, militare austriaco, presente durante le ore della cattura dei due irredentisti. Con Battisti fu condotto a Trento, processato e condannato a morte per alto tradimento. La sentenza fu eseguita tramite impiccagione alle 19.30 del 12 luglio 1916 nella fossa del Castello del Buon Consiglio.

Ad Arzignano, paese del quale fu ospite prima di partire per il fronte, gli è stato dedicato un monumento alla memoria.

Nel settembre del 1916, in seguito all'esecuzione, Fausto Filzi decise di raggiungere l'Italia dall'Argentina, luogo dove si trovava a lavorare, per vendicare il martirio del fratello. Giunto al comando di Verona il 21 ottobre si arruolò volontario nel 9º reggimento Artiglieria da Fortezza con il grado di sottotenente. Morì l'8 giugno 1917 sul Monte Zebio in un'impresa di guerra che gli valse la medaglia d'argento al valor militare. I suoi resti sono conservati a Rovereto nel Sacrario militare di Castel Dante.


Per il suo eroismo in combattimento e il suo coraggio nel supremo sacrificio, gli viene concessa la Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:

Fabio Filzi - Sottotenente 6º reggimento della 2ª compagnia del battaglione "Vicenza"


Medaglia d'oro al valor militare

«Nato e vissuto in terra italiana irredenta, all’inizio della guerra fuggì l’oppressore per dare il suo braccio alla Patria, e seguendo l’esempio del suo grande maestro Cesare Battisti, combatté da valoroso durante la vittoriosa controffensiva in Vallarsa nel giugno-luglio 1916. Nell’azione per la conquista di Monte Corno comandò con calma, fermezza e coraggio il suo plotone, resistendo fino all’estremo e soccombendo solo quando esuberanti forze nemiche gli preclusero ogni via di scampo. Fatto prigioniero e riconosciuto, prima di abbandonare i compagni, protestò ancora contro la brutalità austriaca e col nome d’Italia sulle labbra, affrontò eroicamente il patibolo.

Monte Corno di Vallarsa, 10 luglio 1916.»

— 2 gennaio 1919.


Croce al merito di guerra

— 1920.


Medaglia di benemerenza per i volontari 1915-1918

— 1923.

Vittorio Italico Zupelli

Vittorio Italico Zupelli (Capodistria, 6 marzo 1859 – Roma, 22 gennaio 1945) è stato un generale e politico italiano. Fu il primo istriano ad esser nominato generale del Regio Esercito italiano e a ricoprire la carica di ministro del Regno d'Italia.

Suo padre, Giuseppe, di sentimenti irredentisti, è professore all'ex Imperial Regio Ginnasio Giustinopolitano, poi Ginnasio-Liceo Gian Rinaldo Carli, dove Vittorio Italico compirà i suoi studi.

Diciottenne, lascia Capodistria per l'Italia per completare la propria formazione classica presso l'Università di Padova. Il giovane non varcherà mai la soglia del celebre Ateneo: attratto dalla vita militare verrà ammesso all'Accademia Reale di Torino nell'autunno del 1877 da dove uscirà con il grado di sottotenente d'artiglieria. Nel 1899 è nominato tenente colonnello e otto anni più tardi colonnello, distaccato a Roma, presso il Ministero della Guerra.

La grande occasione arriva con la guerra italo turca del 1911-1912. Inviato in Libia nell'ottobre del 1911, il colonnello Zupelli si distingue alla fine di quello stesso mese nell'espugnazione di Derna che egli renderà possibile grazie all'occupazione, con un colpo di mano, delle fonti d'acqua potabile ubicate nelle immediate vicinanze della città. Tali fonti assicureranno il rifornimento idrico delle truppe italiane impegnate nell'assedio. In novembre viene nominato capo di stato maggiore del generale Pietro Frugoni, comandante del X corpo d'armata speciale in sostituzione del colonnello Marchi. Grande organizzatore, Zupelli avrà modo di distinguersi non solo per il puntuale approvvigionamento della truppa di equipaggiamenti, vettovagliamenti e munizioni, ma anche per il perfetto coordinamento della parte logistica, particolarmente difficoltosa date le impervie caratteristiche del territorio libico. Richiamato a Roma ancor prima del termine delle ostilità, viene nominato maggior generale (1912).

Nell'estate del 1914 scoppia la prima guerra mondiale e l'Italia resta per dieci mesi in bilico fra intervento (al fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia) e neutralità. L'11 ottobre 1914 il Ministro della Guerra, Domenico Grandi, dà le dimissioni e il capo del governo, Antonio Salandra, al suo posto nomina Zupelli, in quel momento vicecapo di stato maggiore. Il 15 novembre diviene, per nomina regia, senatore del Regno.[4] Convinto dell'inevitabilità dell'entrata in guerra dell'Italia a breve termine, il nuovo titolare del dicastero della guerra imprime, fin dall'inverno 1914-15, una svolta alla preparazione bellica del Paese, assecondato dal Ministro del tesoro, l'ex-garibaldino Paolo Carcano e dallo stesso Antonio Salandra.

Con la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Impero austro-ungarico nel maggio del 1915 viene richiesto al Paese uno sforzo bellico di ampie proporzioni coordinato dal ministro Zupelli che, nel luglio di quello stesso anno, riesce ad imporre ad Antonio Salandra un uomo di sua fiducia, il generale Alfredo Dallolio, come sottosegretario al ministero della Guerra con competenza sugli armamenti. Coadiuvato dal prezioso Dallolio, Zupelli riuscirà a sfruttare al massimo le potenzialità dell'industria di guerra italiana cercando di colmare, per quanto possibile, le forti deficienze strutturali del settore evidenti fin dalle prime settimane del conflitto. La politica di Zupelli è coronata da successo e le sue dimissioni (16 marzo 1916, rese pubbliche solo il 4 aprile successivo), insistentemente richieste dal generale Luigi Cadorna e finalmente ottenute, saranno un duro colpo per l'Italia in guerra. Zupelli, spalleggiato da Salandra, si era infatti fermamente opposto sia al disegno di Cadorna di conquistare Trieste con trecentomila uomini sguarnendo il fronte dell'Isonzo, sia alla richiesta da parte del capo di stato maggiore di richiamare prematuramente alle armi la classe 1896 per la costituzione di otto nuove divisioni da impiegarsi nella primavera del 1916. L'avversione nutrita nei suoi confronti da Luigi Cadorna, unita ai tentennamenti di Antonio Salandra inducono Zupelli, dopo tre settimane di pressione della stampa, corsa in appoggio del generale Cadorna dopo le delusioni albanesi, a rinunciare al dicastero, nel marzo 1916, sostituito dal generale Paolo Morrone. Il generale, libero ormai da ogni impegno politico, chiede e ottiene di raggiungere il fronte al comando di una divisione (comprendente anche la brigata Salerno, che si coprirà d'onore nella zona dell'alto Isonzo).

Le dimissioni di Luigi Cadorna nei primi giorni di novembre del 1917, all'indomani della disfatta di Caporetto, permette l'ascesa del maresciallo Armando Diaz che lo sostituisce come comandante supremo dell'esercito. Il 20 marzo 1918, il capo del governo, Vittorio Emanuele Orlando, ritiene giunto il momento di sostituire il ministro Vittorio Luigi Alfieri nel dicastero della guerra. Verrà richiamato Zupelli i a ricoprire tale carica per la seconda volta, nominato nel frattempo Tenente Generale (generale di corpo d'armata). Il suo secondo mandato si concluderà nella seconda metà del gennaio 1919, a guerra conclusa. Nello spazio di soli due mesi e cioè fra i primi del novembre 1919 ed il 31 dicembre dello stesso anno, Zupelli riuscirà a smobilitare ben 1 400 000 uomini.

Nel giugno del 1915 quando il socialista Mussolini diviene interventista, Zupelli in qualità di ministro della guerra, invia la seguente circolare ai comandi dei vari corpi d'armata e di divisione dell'esercito: «È a conoscenza di tale ministero che...[da parte] dei fasci rivoluzionari interventisti siasi fatta una vivace propaganda fra i fascisti richiamati ed arruolati volontariamente sotto le armi...A capo di tale movimento sarebbe il Prof. Mussolini... è indispensabile che con occulte ed energiche disposizioni sia provveduto a impedire in modo assoluto, che tale insana propaganda possa ovunque penetrare nelle file dell'esercito». Anche la domanda inoltrata da Mussolini per essere arruolato come volontario in qualità di ufficiale (avendone oltretutto diritto), viene respinta.

Nel febbraio del 1919 Vittorio Italico Zupelli torna ad essere solo senatore del Regno.

Nel 1922 accoglie con freddezza il conferimento dell'incarico di primo ministro a Benito Mussolini, da parte di Vittorio Emanuele III, a seguito della Marcia su Roma. Di tendenze monarchiche e conservatrici, il generale Zupelli prova e ha sempre provato, nei confronti di Mussolini, scarse simpatie e un senso di profonda diffidenza, tanto da essere stato anche definito "accanito antifascista".

Nell'autunno del 1924, viene nominato vicepresidente del Senato. Presiede la parte finale della Commissione istruttoria del Senato in Alta Corte di giustizia, che il 12 giugno 1925 porta al proscioglimento di Emilio De Bono per complicità nel processo Matteotti.

La carica di vicepresidente del Senato è mantenuta dal generale Zupelli fino all'estate del 1934. Continua tuttavia a frequentare saltuariamente le sedute parlamentari per alcuni anni, fino agli inizi della seconda guerra mondiale.

Nella primavera del 1939, pochi mesi prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, l'ottuagenario Vittorio Italico Zupelli compie, accompagnato da un giovane nipote, il suo ultimo viaggio nella Capodistria natìa dopo tredici anni d'assenza. La sua precedente visita era stato infatti effettuata nel 1926, in forma strettamente privata e, prima ancora, nel 1922 in rappresentanza del Parlamento del Regno d'Italia.

Poche settimane prima della caduta del fascismo (25 luglio 1943), fa visita a Vittorio Emanuele III insieme all'ammiraglio Thaon di Revel per cercare di trovare uno sbocco alla crisi militare e politica in cui si dibatte l'Italia, cacciando Mussolini. Tutto si rivelerà però inutile: nessuno dei due prestigiosi personaggi infatti «era disposto ad assumersi i rischi di compiere il primo passo senza un ordine esplicito o almeno senza che fosse fatto loro capire con sufficiente chiarezza che sarebbero stati sostenuti».

Luigi Bilucaglia

Luigi Bilucaglia (Pola, 9 agosto 1891 – Padova, 14 febbraio 1971) è stato un politico e dirigente sportivo italiano.

Ultimo di otto fratelli, nasce a Pola da famiglia dignanese di sentimenti italiani. A quindici anni — mentre frequenta il ginnasio tedesco mancando quello italiano — entra a far parte dell'associazione segreta "Giovane Pola", di matrice irredentista, la cui vita si rivela travagliata fin dall'inizio. Sciolta d'autorità nel 1910 si ricostituisce quasi subito come "circolo culturale" sotto la presidenza di Adolfo Manzin. Base di attività patriottiche, commemorazioni e manifestazioni a favore della causa italiana nell'Adriatico durante la guerra di Libia, attrae il giovane studente al punto da fargli abbandonare gli studi per dedicarsi esclusivamente alle vicende della propria terra, all'epoca sotto dominio austro-ungarico, diventando un militante attivo del movimento mazziniano.

Nel settembre del 1908 prende parte ai festeggiamenti italiani di Ravenna in onore di Dante. In quella occasione Istriani e Dalmati donano una lampada votiva che il sindaco di Ravenna accende con uno zolfanello della Lega Nazionale, i cui resti sono poi raccolti da Nazario Sauro e divisi col Bilucaglia come un cimelio da custodire.

Al ritorno a Pola viene arrestato e processato assieme ad altri irredentisti. Fedele ai suoi ideali di libertà, nel 1912 segue Ricciotti Garibaldi e combatte a favore della rivolta indipendentista albanese dall'Impero ottomano. Nuovamente arrestato e processato dagli austriaci sconta una pena di alcuni mesi, dopo la quale fonda un circolo di lettura che cela al suo interno un punto di raccolta delle energie italiane irredentiste. Nel 1914, chiamato alle armi, viene mandato a Lubiana per essere arruolato nell'esercito austriaco. Con uno stratagemma varca il confine e raggiunge Udine, divenuta il grande concentramento degli istriani irredentisti, dove assume il nome di battaglia "Mil". L'entrata in guerra dell'Italia lo coglie a Padova, dove Bilucaglia firma con Pio Riego Gambini, Piero Almerigogna e Luigi Ruzzier il proclama del 10 maggio 1915 alla gioventù irredenta, poi lanciato sulle città istriane.

II 30 maggio si arruola con il grado di tenente e il 19 luglio è ferito sul Podgora, dove perde la seconda falange dell'indice della mano destra. Per poter ritornare quanto prima al fronte si sottopone ad un intervento chirurgico e si fa togliere la prima falange che in precedenza gli era stata attaccata alla terza ma che gli impediva un corretto movimento. Quindici giorni dopo è al fronte. II 2 novembre è nuovamente ferito ferito nel combattimento del Vallone delle Acque, sempre presso Gorizia, e dopo le cure opportune riesce a tornare in prima linea, dove rimane fino alla cessazione delle ostilità.

Congedato col grado di capitano, anticipo rispetto al movimento mussoliniano, fonda a Pola il Fascio giovanile Polese, di chiara matrice mazziniana a repubblicana, che assorbe l'attività di una precedente similare iniziativa, il Fascio Grioni, del quale conserva gran parte delle forze, il gagliardetto nero stellato e l'attività calcistica. Impegnato a contrastare il coevo attivismo socialista e deciso a prendere parte all'Impresa di Fiume, il Fascio svolge nei fatti una limitata attività sul territorio trovandosi tuttavia pronto, per adesioni e potenzialità, a sostenere la causa del movimento fascista che si è nel frattempo costituito a Milano. La prima azione è una spedizione punitiva contro il locale circolo giovanile socialista per vendicare la morte di un carabiniere (23 settembre 1920), cui seguono altre azioni anti-socialiste che vedono Bilucaglia sempre in testa alle squadre.

Nel 1920, mentre gran parte dei suoi sono a Fiume con Gabriele D'Annunzio, aderisce ufficialmente al fascismo ed inizia una vera e propria attività politica. Eletto deputato nelle file del Blocco nazionale nel 1921, risultando all'epoca il più giovane parlamentare italiano, rifiuta ogni possibile carica locale per dedicarsi allo sviluppo sociale ed economico delle sue terre. Per poter meglio raggiungere i suoi traguardi nel 1928 accetta la nomina a podestà.

Sotto la sua amministrazione la città e quelle terre fino ad allora dimenticate vedono nascere iI Famedio del Marinaio italiano nella chiesa della Madonna del Mare, il Museo dell'Istria, l'erezione delle gradinate nell'Arena romana, il rilancio della squadra di calcio Grion, la costruzione del campo sportivo di Pola e vari altri impianti, la costruzione di edifici scolastici a Fasana, Lavarigo, Medolino, Monticchio e l'avvento dell'Istituto Magistrale a Pola. Sono ovviamente promosse numerose attività industriali, una nuova politica delle strade, la costruzione dell'acquedotto istriano e dei cantieri navali Scoglio-Olivi.

Negli stessi anni assume personalmente la presidenza del "Grion", la locale squadra di calcio nata in seno all'omonimo Fascio intitolato alla memoria di Giovanni Grion, che raggiunge l'apice della sua popolarità a partire dal 1932, quando ottiene la promozione in Serie B.
All'annuncio dell'Armistizio di Cassibile Bilucaglia, che ricopre in questo periodo la carica di federale di Pola, si schiera contro le truppe slave e tedesche in favore della popolazione italiana, rimasta abbandonata dopo i fatti del 25-26 luglio precedenti. Rimane coraggiosamente al suo posto fino al 29 aprile 1945. Al momento di lasciare per sempre la sua città, al seguito delle truppe tedesche in procinto di ritirarsi, si premura di versare alla sede locale della Banca d'Italia i 46 milioni di lire ricevuti da Mussolini per l'assistenza agli italiani. Raggiunta Padova viene arrestato e processato nel quadro dell'epurazione e del perseguimento dei reati di collaborazionismo.

Assolto da ogni accusa per aver contrastato i tedeschi e per non aver accumulato profitti, si stabilisce definitivamente con la famiglia nella stessa città, dove si ritira a vita privata mantenendosi con un impiego di ragioniere, collaborando al contempo con il Centro Studi Adriatici e con l'Associazione Italia Irredenta.